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Il mistero del poeta

Chapter 30: XXV.
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About This Book

A man writes a private, posthumous confession to a trusted female friend, unburdening a long-hidden passion that has shaped his memories, dreams, and creative life. He recounts prophetic nocturnal visions of a distant, sweet voice, explains his fear of scandal, and instructs the friend when and how to make the secret public if necessary. The narrative moves between intimate present impressions and recollected episodes, examining yearning, regret, artistic sensitivity, and the conflict between inner truth and social reputation. The account reads as a layered testimonial that probes the nature of love, memory, and the enigmatic source of poetic inspiration.

XXII.

Trovo fra le mie carte i seguenti versi, senza data, cui mi pare avere scritti quella notte, pensando al viaggio da Norimberga e alla colazione nel bosco. Prima di questo amore ho pensato male dei poeti che si mettevano a verseggiare quando l'arte, secondo me, doveva esser più lontana dei loro pensieri. Me ne pento. Ella potrà trovar fredde, amica mia, le interpolazioni metriche del mio racconto; pure è vero che io scrivevo versi allora come un altro avrebbe versato lagrime, senza pensare menomamente all'arte, per necessità e sfogo di passione.

      Se parlo a l'altre dame e tu presente
    In disparte tacendo te ne stai,
    Te anelo e chiamo e stringo e bacio in mente,
    E tu in mente ne godi che lo sai.

      Parlo altrui non so che, sorrido e soffro,
    Chi mi parla non vedo e non ascolto,
    Tutta l'anima mia con gli occhi t'offro
    Quando mi doni un lampo del tuo volto.

      A te il genio, a te il cor, tu sei la sola,
    Sei luce, gloria sei, potenza e vita;
    Sei del Signor la tenera Parola
    A me ne l'ombra susurrata e udita.

XXIII.

L'indomani mattina, uscendo dall'Aquila Nera, m'incontrai faccia a faccia col professore Topler, che veniva a riparlarmi dei libri italiani. Mi crucciai in cuor mio che suo fratello non gli avesse ancor detto niente. Risposi che non potevo assolutamente incaricarmene e che il suo verehrter Herr Bruder ne sapeva il perchè.—Oh oh!—fece il professore ossequiosamente.—Oh oh, bene! Oh oh, bene!—Nella cerimoniosa Germania non ho conosciute due persone cerimoniose come il professore Topler, che anche nominando suo fratello gli appiccicava degli aggettivi rispettosi. Vedevo che gli pareva scortese di lasciarmi così su due piedi, e che, mortificato dalla mia repulsa, non sapeva quale discorso tenermi.

—Iersera abbiamo fatto musica in casa Treuberg—diss'egli.

M'inchinai in silenzio.

—C'era—soggiunse—anche la signorina Luise.

M'inchinai daccapo. Egli attese ancora un poco, mi fece un profondo saluto e se n'andò.

La signorina Luise! Mi pareva che volesse un gran bene a Violet, e ciò la rendeva ben cara anche a me. Avrei voluto vederla, parlare con lei di miss Yves, ma non sapevo se fosse conveniente di farle una visita. Mi ricordai che mi aveva chiesti i versi italiani fatti per lei nel Bahnhofswald, e risolsi di portarglieli. Il vecchio Topler, scendendo meco dal Parkhaus, mi aveva indicato la casa dei von Dobra nella Marktgasse. Me la ricordavo bene per una statua della Madonna col Bambino infissa fra due finestre. Topler mi aveva detto che le signorine, orfane della madre, abitavano lì col loro papà, membro del Landesgericht di Eichstätt.

Suonavano allora le undici, e trovai che la signora Luise era uscita da una mezz'ora per andar a prendere una sua sorellina alla Volkschule delle Benedettine nel convento di Santa Valpurga. Mi feci insegnare la via, passai dal convento, incontrai molte bambine che ne uscivano, ma non lei. Tirai avanti per la Westenvorstadt e la trovai poco lontano, in un prato lungo l'Altmühl, a coglier fiori con la sua sorellina. Mi chiese se andavo al Tiefenthal, e parve molto lieta di apprendere che invece ero venuto in cerca di lei con quei versi. Le domandai di miss Yves. Rispose che aveva passato una bella serata con lei in casa Treuberg, che una sua cugina aveva cantato molto bene e un signore di Monaco molto male.

—Sua cugina—diss'io—ha cantato Haidenröslein.

—Oh come lo sa,?—esclamò la biondina battendo palma a palma. Risposi ch'ero passato sotto le finestre di Treuberg, ed ella mi sgridò, mi disse che ero stato molto cattivo di non salire.

—Iersera ci sarebbe proprio stato bisogno di Lei—soggiunse—Il vecchio Topler voleva assolutamente sapere l'indirizzo esatto dei…

Nominò la famiglia di comune conoscenza che dimorava a Monaco.

—La zia Treuberg—proseguì—non lo ricordava bene. A me pareva che fosse così.

Me lo ripetè ed era esatto, ma io tacqui assorto com'ero nell'immaginar le ragioni di Topler. Pensai subito che volesse chiedere informazioni sul mio conto. E poi?

—Ci aiuti a coglier fiori—disse la biondina.—Non si pranza mai senza fiori sulla tavola, noi. Domani si ha gente a pranzo e andrò a prenderne di più belli nel bosco e anche a Waldmeister; ma oggi non ho tempo. Se ci aiuta bene, Le faccio poi fare un bel giro, si torna in città da quei pioppi là, sotto la Burg. Non è vero ch'è bellina la nostra Eichstätt? Questo edificio grande con il campanile è il convento di S. Valpurga, lo sa bene; e quell'altra chiesa a destra e la Jesuitenkirche, e quella più a destra è la Heiligengeisteskirche. E questi prati, non sono carini?

Ella chiacchierava e coglieva fiori e li gettava nel grembiale della sua sorellina, dove li faceva posare anche a me, sgridandomi quando i gambi non erano abbastanza lunghi. Io cercavo pure di ricondurla all'argomento di prima. Le chiesi se oramai miss Yves stesse veramente bene.

—Credo di sì,—rispose,—ma è tanto triste. Anche iersera quando mia cugina cantava era pallida pallida; ho avuto paura che svenisse. Ma già ci doveva essere qualche mistero iersera.

—Perchè?

—Perchè quando andai a casa Treuberg trovai Violet così turbata, così distratta! Ne domandai a lei, mi disse che non aveva niente; ne domandai alla zia, mi rispose ch'era diventata così da un quarto d'ora, dopo aver ricevuta una lettera. Fui poi presente quando arrivarono i fratelli Topler.

—Ebbene?

—Non so, si guardarono in un certo modo diverso dal solito. Il vecchio Topler poi non pareva più lui. Era così serio!—Sì, sì—soggiunse la signorina porgendo due labbrucci malcontenti—ma Lei non pensa che a Violet, non si occupa dei miei fiori.

Finita la raccolta, Luise ne fece imbarcare, ciascuno con un fascio di margherite, garofani chinesi e anemoni, nel rozzo canotto di un pescatore che ci portò all'altra riva dell'Altmühl. Ella m'indicò dal fiume la casa che il professor Topler stava preparando per la sposa e mi disse che miss Yves vi era già andata e vi doveva ritornare quel giorno stesso. Giudicava poi da qualche frase della stessa Violet ch'ella si sarebbe trattenuta ad Eichstätt molto meno di quanto aveva divisato prima. Non avrei dovuto stupirne, ma pure n'ebbi una stretta al petto. Miss Yves voleva dunque fuggirmi; se ora il vecchio Topler non parlasse a suo fratello, che potrei fare? Un momento prima avevo il cuore pieno di speranze; adesso tremavo di essermi illuso. La gentile signorina Luise dovette rimanere ben poco soddisfatta di me che guardavo stupidamente nell'acqua o nell'erba invece di mostrarmi amabile cavaliere, o almeno di ammirare la sua linda cittadetta accoccolata nella valle, la processione dei pioppi, e, là in alto, il fantasma della vecchia Burg in rovina. Tacendo io, finì anche lei con tacere. A pochi passi dalla città, ritornandovi, colse certe foglie odorose dicendo di voler portare a Violet il suo prediletto sweetbriar. Mi domandò quindi se intendevo andare, quella sera, a casa Treuberg. Prima avevo deciso di andarvi, ma poichè il vecchio Topler aveva chieste informazioni sul mio conto in Italia, e forse le attendeva per parlare col fratello, per pigliare una risoluzione definitiva, siccome una mia visita avrebbe potuto affrettare la partenza di Violet, mi parve opportuno di astenermene per ora, quantunque il sacrificio mi fosse doloroso; risposi che non vi sarei andato.

Accompagnai la signorina fino a casa, dove mi fece conoscere suo padre: un signore molto garbato che mi parve devoto suddito della bionda figliuola. M'invitarono al thè per la sera successiva.—Sarà contento—diss'ella con un sorriso.—Il nostro thè è eccellente.—Mi sentii arrossir forte. Il sorriso della biondina era il suo solito sorriso benevolo sulla bocca ma non negli occhi. Gli occhi brillanti dicevano chiaro: troverà miss Yves.

XXIV.

L'indomani sera mi recai a casa von Dobra verso le nove. Nella giornata non avevo veduto nessuno. Il signor Treuberg era venuto a portarmi una carta all'albergo e avevo ricevuto una lettera da mio fratello. Questi mi riferiva, scherzando, la voce corsa nel mio paese che il mio viaggio avesse uno scopo galante. Non so esprimere la irritazione, il disgusto che ne provai. Come mai s'era diffusa una voce simile? Mi sdegnavo, senza ragione, anche con mio fratello per quella odiosa parola: galante. Questa gente pettegola e stupida mi sciupava l'amore! Allora per la prima volta sentii orrore di far conoscere Violet a' miei concittadini, se mai giungessi a possederla. L'idea che il nostro amore e la sua persona fossero tema di commenti e di scherzi mi riusciva intollerabile.

Trovai le sorelle von Dobra sole con il loro papà. La signorina Luise era un po' meno brillante del solito; invece sua sorella, di cui prima avevo appena udita la voce, parlava assai e di tanto in tanto mi guardava, come mi parve, curiosamente. Una volta ch'ella discorreva con suo padre, Luise mi disse quasi sottovoce:—Il thè non sarà così buono come credevo.—Un quarto d'ora dopo di me vennero una vecchia dama, un giovane signore e una giovinetta che mi furono presentati da Luise come Haidenröslein, sua madre e suo fratello; con la dichiarazione che quest'ultimo era la unica spina di una così bella rosetta. Dopo ch'ebbero scherzato e riso alquanto, la signorina Haidenröslein domandò:—E miss Yves?

—Non viene—rispose la sorella di Luise. E soggiunse guardandomi:

—Ne siamo tutti così desolati!—Vidi Luise mandarle un'occhiata di rimprovero.

—E il vecchio Topler, almeno?—riprese l'altra.—Ho tanta voglia di udirlo! M'han detto che suona anche col naso e con le ginocchia.

—Non verrà neanche lui, credo—rispose Luise.

Non ne dubitai più; la causa di queste assenze ero io, e le sorelle von Dobra ne sapevano qualche cosa. Chi aveva parlato? Cosa era successo fra i Topler e miss Yves? Desideravano essi evitar me, o evitarsi a vicenda? La mia ebbra fantasia immaginava anche questo. E non saper niente, non potere saper niente! Il signor von Dobra mi parlava, forse dell'Italia, forse dei sandwiches preparati dalle sue figliuole. Dio solo sa come lo ascoltai e cosa intesi. Debbo sorridere ancora quando penso alle mie risposte assurde e a' suoi occhi stupefatti. Preso il thè, la cugina, di cui non ricordo il nome, cantò Haidenröslein. Stavolta mi toccò udirla tutta, ma n'ebbi una impressione diversa; per meglio dire, non n'ebbi quasi alcuna impressione, tanto era presa la mia mente dalle incertezze presenti. Poi la signorina cantò ancora, cantò fra l'altre cose un lungo duetto con suo fratello. Durante questo pezzo Luise sedette presso a me e mi disse sottovoce:

—Devo dirle qualche cosa da parte di una persona, ma ora è impossibile. Vado dalle Benedettine ogni mattina alle dieci e mezzo e poi nei prati.

Più tardi trovò un altro momento per dirmi pure in segreto:

—Credo che parta domani.

La sorpresa e la commozione mia nell'udire ch'ell'aveva una parola di Violet per me non si dicono. Non era ancora nè gioia nè spavento, perchè non potevo sapere quale parola fosse; quando intesi che miss Yves partiva all'indomani, sorse in me insieme al subito terrore, più forte del terrore, l'antica fede, la volontà indomita di vincere. Tornai tranquillo, complimentai la cantatrice, scherzai con le signorine di casa, lodai al loro papà l'Italia e i sandwiches, e mi congedai dalla compagnia col sorriso sulle labbra.

O luna tedesca, com'eri grande e spettrale, quella sera, in faccia a me, fra i tetti acuti di Eichstätt! La notte, la solitudine, il silenzio quietarono presto il mio orgasmo. Camminando, mi tornavano spontaneamente alle labbra alcuni versi pensati pochi mesi prima, nel passeggiare di notte la mia città:

      È mezzanotte, al mio passo
    La strada vuota risuona
    Mentre men vo lento, lasso,
    E ai sogni il cor s'abbandona.

      Le nere alte case gotiche
    Sfolgora un lume d'argento;
    Non so che peso di secoli,
    Che stanco dolor vi sento.

      Tu in faccia mi splendi, o luna,
    Fra i tetti obliqui sorgente.
    Ahi che un'amara fortuna
    Pur nel tuo volto si sente.

      Deserta, in cielo, tu sei;
    Di tanta gloria che fai?
    O luna, s'io non ho lei
    Splender poeta ch'è mai?

Passai dal Rossmarkt; la casa era tutta buia. Il pensiero che all'indomani sera Violet non sarebbe più là, che forse non saprei dove seguirla, mi diede un acuto ma breve spasimo. Passai gran parte della notte alla finestra, immaginando ciò che poteva essere accaduto in quel giorno, ciò che potrebbe succedere all'indomani.

La mia finestra guardava il fianco della fontana di San Villibaldo, e a poco a poco la figura benedicente del mansueto vescovo, con i piedi nell'ombra e la testa nella luna, mescolavasi ai miei sogni.

XXV.

Alle dieci la mattina seguente ero già fuori della Westenvorstadt. Luise comparve colla sua sorellina all'ora indicatami. Era molto pallida e seria; pareva commossa quanto me. Io aspettavo in silenzio che parlasse. Avevo inteso la sera prima, e ora il suo viso mi confermava che sapeva tutto; ciò e l'aspettazione affannosa mi toglievan la voce. Ella mi guardò, sorpresa del mio aspetto; quasi atterrita, mi parve. S'affrettò a dirmi che aveva per me un saluto, un solo saluto. Sentivo che aveva altre cose a confidarmi e non ne trovava la via; nè io trovavo la via d'aiutarla. Non seppi dirle che questo:

—Un saluto di miss Yves?

Ella non rispose; mi disse invece sottovoce e in fretta:—Voglio bene a Violet, mi rincresce che sposi il professor Topler.

Dimenticai ch'eravamo in istrada, le presi una mano, gliela strinsi. Un subito rossore le divampò in viso; ritirò la mano. Le chiesi scusa, ciò che la fece arrossire ancor più.—È un'idea mia—disse—quello che faccio,—Nessuno dovrà saperlo mai mai. Mi prometta che non dirà niente a nessuno.

Povera cara fanciulla, se avesse avuto ancora la sua mamma non avrei mai saputo nulla di quest'idea, probabilmente, neppur io; così seguiva il suo cuore caldo e la sua testolina immaginosa. Però esitava, aveva paura, come un ragazzo che conduce solo un cavallo ardente, ne gode e trepida.

—Mi prometta anche questo—soggiunse dopo una breve pausa—mi dia parola d'esser sincero con me. Pensa male di me, crede che sia una pazzia di mescolarmi in questa cosa?

—Ma no!—esclamai.

—Perchè—diss'ella—a casa mia lo crederebbero di certo. Però mi fido di Lei.

In fatto non so come la cara giovinetta potesse avere fiducia in me che conosceva appena, e certo il suo atto non era conforme alla prudenza del mondo. Credo averlo giudicato anche allora, quando disse: mi fido di Lei. Confesso che tacqui, con un lampo di rimorso, il mio giudizio e la pregai, palpitando, di parlare.

—Vorrei che la mia amica fosse felice—disse ella arrossendo ancora—e credo di aver capito come lo sarebbe.

Giunsi le mani in silenzio; una gratitudine, una tenerezza troppo forte mi facevan groppo alla gola.—Ho saputo tutto dalla zia—riprese Luise—che lo sapeva dal dottor Topler. Violet non mi ha raccontato niente. Mi ha detto solamente che parte stasera e che se vedevo Lei, Le facessi i suoi saluti. Allora la zia non mi aveva ancora parlato e mi meravigliai molto di questa partenza affrettata. Violet mi abbracciò, mi baciò, mi disse: cara bambina!—e niente altro. Io l'amo quanto posso, ma già lei mi tratta sempre così: «cara bambina, cara bambina!»

Le vidi gli occhi umidi.

—Ha torto—riprese—ma non importa. Ne chiesi a mia zia e capii subito che sapeva e non voleva parlare. Povera zia, quando voglio io!…

Stavolta gli occhietti azzurri scintillarono di malizia e di orgoglio. Ella mi raccontò poi che Topler aveva pregato sua zia Treuberg di chiedere informazioni sul mio conto e che intanto aveva interrogato Violet, la quale si era mostrata fermissima nel proposito di tenere la promessa data al professore, anzi lo avea caldamente pregato di tacere del tutto con quest'ultimo. Allora Topler era ritornato per consiglio dalla signora di Treuberg, la quale riteneva che di fronte a un contegno risoluto di miss Yves io mi sarei dato per vinto, e che quindi si potrebbe tacere ogni cosa al fidanzato. Perciò fu deciso che Violet, con un pretesto, partisse subito per Norimberga. Il povero Topler, nuovo a simili impicci, ora dava in escandescenze, ora cadeva in abbattimenti, ci si smarriva e si affidava in tutto ai consigli della signora Treuberg, che era una buona creatura, ma non la sapienza in persona, secondo Luise.

—E dunque?—diss'io storditamente.

Luise mi guardò. Il suo sguardo penetrante mi umiliò, mi rivelò di botto una donna nella giovinetta. Diceva: come mai domanda? Come mai non intende che deve seguire Violet? Come mai ama? Nessuna parola umana avrebbe potuto significar ciò più chiaramente di quegli occhi.

—Lo so!—esclamai senza ch'ell'aprisse bocca.—Mai non mi darò per vinto! Ma credevo che Lei avesse ancora qualche cosa a dirmi.

Luisa richiamò la sua sorellina che correva verso il fiume.

—No—diss'ella poi—non ho altro.—Cioè—soggiunse precipitosamente—ci sarebbe un'altra cosa, ma questa non è necessario che la dica.

La scongiurai di dirmi tutto, tutto.

—No—diss'ella, sfavillando a un tratto del suo solito malizioso brio.—Non la dico e non la dico!

Mi parve che si ostinasse in parte per divertirsi, in parte per la fierezza del suo spirito ribelle a qualsiasi violenza. Lessi in pari tempo sul suo viso che non avrebbe ceduto a un re.

—Non deve credere,—soggiunse,—perchè Le ho detto tanto, che Le direi tutto! E adesso io ritorno sola in città. L'avverto che Violet parte alle quattro e mezzo.

La ringraziai di quanto aveva fatto per me, di quello che sapevo e di quello che non sapevo; ma ella rifiutò i miei ringraziamenti dicendo che cercava solo il bene della sua amica, e che non poteva soffrire il signor Topler con tutta la sua gran bontà noiosa, che ciascuno lodava. Un uomo così vecchio, così goffo, così plump, voler sposare Violet Yves! Ma la colpa maggiore era di quegli stupidi zii di Norimberga.

Ci dividemmo. Ella rientrò in città, e io m'indugiai un tratto sui prati a cercar senza frutto che potesse esser mai l'altra cosa taciuta.

XXVI.

Non c'era dubbio che avrei seguito Violet a Norimberga; ma per un giusto riguardo a lei, ai Topler, direi quasi, a me stesso, non l'avrei certo seguita troppo palesemente, viaggiando nel medesimo treno. Volevo però vederla, foss'anche da lontano, quando partiva, e mi tenni nei pressi della stazione fino all'ora della corsa. Arrivarono omnibus, vettore e pedoni; non vidi miss Yves. Giunto il treno di Monaco, mi avviai a piedi verso Eichstätt per la strada maestra. Non incontrai nessuno; non sapevo che pensare. Passai dal Rossmarkt, e avvicinandomi a casa Treuberg vidi entrarvi frettolosamente due uomini, che riconobbi, all'ombrello e alla mazza del più magro, per i fratelli Topler. Mi recai daccapo alla stazione per il treno diretto delle nove e venti pomeridiane. Nessuno.

(Dal mio quaderno).

«Perchè non sei partita? Spero, spero. E se fossi malata?

«Ho deposto la penna, ho chiuso il viso tra le mani, ho distrutto per aver pace lo spazio ed il tempo, ho riso dolcemente con te, mia sposa, non importa dove, non importa quando, di queste passate angustie.

«Ritornando dalla stazione camminavo nell'ombra; la luna batteva l'altro fianco della valle. Ti ricordi quella notte a Belvedere di Lanzo? Eravamo nell'ombra e la luna illuminava Lugano, tutte le montagne in faccia; illuminava le torri del mio scoglio. Allora la luna mi faceva fantasticare, e adesso no; allora eravamo seduti l'uno presso all'altro e pur tanto lontani ancora; adesso invece non ci vediamo, non ci udiamo e siamo tanto vicini. Sono come un viandante che dall'alto scopre, non lontano, ma oltre boscaglie impervie, il tetto del suo riposo. Come arriverò a te? Non lo so ancora, vado avanti con le braccia distese. Forse quando più ti sarò presso smarrirò la tua vista, temerò, spasimerò non sapendo se ti perdo, ma mi slancierò avanti e, se cadrò, sarà nelle tue braccia.

«E se tu fossi malata? Vi sono degli esseri nervosi, delicati, che ora, nel mio caso, sarebbero avvertiti da una voce interna, avrebbero il senso di ciò che tu soffri. I miei nervi sono ottusi, muti.

«La signorina Luise mi ha detto che ami lo sweetbriar. Ne ho colto alcune foglie ritornando a casa; la loro fragranza mi parla di te, della tua persona, de' tuoi capelli. Una volta, a Belvedere, disponendo il cannocchiale per te, e anche qui, il giorno della rosetta cara, ho sentito l'odore lieve dei tuoi capelli. Somiglia a questo. Mi piace anche il dolce nome sweetbriar, mi fa venir in mente il tuo verde paese in mezzo al mare. Se non potessi viver teco in Italia, sognerei una piccola casa vestita di rose, fra le colline della tua merry England, in faccia all'Oceano. Che sogni! Si farebbe salire lo sweetbriar alle nostre finestre e non desidererei altro al mondo:

    For in my mynde—of all mankynde
    I love but you, but you alone.

«Sai che anche prima di conoscer te, nessuna canzone popolare del mio paese, nessun Lied tedesco mi è stato mai più caro di questa antica ballata inglese?

«Sono tanto triste, ho tanto bisogno di te, vorrei andare alla finestra, chiamarti nella notte.

«Violet, Violet! Darling!»

XXVII.

All'indomani, molto per tempo, ricevetti il seguente biglietto:

«Fanny Treuberg, nata von Dobra, dolente di non esser stata in casa ier l'altro, aspetta il signor*** oggi, domenica, dopo le undici.»

Suonai il campanello di casa Treuberg al battere delle undici; nessuno al mondo sarebbe stato capace, nel posto mio, d'attendere un altro minuto. M'introdussero nel salotto stesso dell'altra volta e mi dissero di aspettare la signora, che sarebbe venuta subito. Non osai domandare di miss Yves. Vi era ancora il vaso di fiori, ma senza rose, stavolta; v'erano le fotografie. Solo le sedie non erano al posto di quel giorno. Mi accostai al tavolino. Sentivo ancora il profumo de' suoi capelli, mi serravo sul petto le sue mani gelate. La signora Treuberg entrò.

—Ho mio marito a letto da ieri—diss'ella.—È un male da nulla, ma egli è inquietissimo, mi vuol sempre in camera.

Non compresi che significasse questo esordio. Feci un gesto come per giustificarmi d'essere venuto e per prender licenza.

—Ma no, ma no!—esclamò La signora.—La ho ben pregata io di venire.
Sieda! Mio Dio, non so come incominciare.

Sedetti in silenzio.

—Lei adesso ha capito—riprese.

—Sì signora—risposi.—Mi dica.

—Ecco che cosa succede. Santo Dio, è un tal seguito di cose e anche questo colloquio con Lei è tanto strano per me! Aggiunga lo stato di mio marito. Proprio c'è da perderne la testa. Aspetti, dunque. Lei ha parlato al dottor Topler.

—Sì signora.

—Topler è venuto qua giovedì mattina. Pover'uomo, era fuori di sè. Ha parlato a miss Yves. Miss Yves è stata perfettamente sincera con lui, ma gli ha detto che intendeva tenere la sua promessa e lo ha pregato, anzi, di tacere tutto a suo fratello. Allora Topler si è consigliato con me. Adesso Le parlo schietto; il mio consiglio è stato che si facesse il desiderio di miss Yves, che non si dicesse niente al professore e ch'ella anticipasse la sua partenza, con un pretesto, per Norimberga. Così fu deciso. Io ne parlai a miss Violet e si doveva partire ieri, sabato, alle quattro e mezzo; perchè la avrei accompagnata io. Siccome erano venute notizie non tanto buone dallo zio Yves, quello ch'è stato in Italia, così s'è detto al professore che si anticipava il ritorno a Norimberga per lui; quando ieri, prima ancora che mio marito si sentisse poco bene, capita Topler, il vecchio, tutto ansante, tutto sottosopra, e mi dice di sospendere la partenza perchè c'è una novità, e questa novità è che suo fratello sa ogni cosa.

—Lo sa?—esclamai. Non tanto la cosa in sè, quanto il modo in cui sentivo che Topler l'aveva detta, mi fecero balzare il cuore di speranza.

—Sicuro—rispose la signora.—Il professore ha saputo tutto da una lettera che ricevette ieri mattina. Pare sia sottoscritta, ma da persona che prega di non essere nominata. Infatti il professore non l'ha voluta nominare. Solo ci affermò che non l'aveva scritta Lei.

—Luise—pensai con uno slancio di gratitudine.—Il segreto di Luise.

La signora continuò a raccontare che Topler le aveva espresso la ferma volontà di suo fratello, di parlare a Violet il più presto possibile, appena ne fosse stato in grado.—Il vecchio—diss'ella—era in un grande orgasmo e mi pareva tutto meravigliato che suo fratello, malgrado un tal colpo, non fosse ancora morto. Egli non poteva star quieto sulla sedia e corse via appena fatta la sua ambasciata.—Debbo anche dir questo—soggiunse dopo un momento di esitazione.—Topler vide presso di me una lettera di Monaco in cui si parlava molto di Lei, e in modo da persuadersi che una ragazza sarebbe veramente fortunata…

La interruppi, ma ella mi disse che nella commozione di Topler questa lettera ci entrava molto.

—Alcune ore più tardi—continuò la dama—egli ritornò con suo fratello.

Si udì un colpo di campanello.

—Mio marito!—diss'ella.—Ritorno subito.

Ritornò quando a Dio piacque, esclamando:—Ah questi uomini, questi uomini!—e dolendosi con un fiume di chiacchiere dell'intolleranza di suo marito, come se io non stessi sui carboni ardenti. Finalmente riprese il filo del discorso.

—Vorrei che li avesse veduti. Noi conosciamo da poco tempo i fratelli Topler, specialmente il vecchio; i nostri più stretti legami sono colla famiglia di miss Yves. Anzi, se vuole, per quanto il professore sia un uomo stimabile, questo matrimonio mi andava poco; ma ieri mi hanno proprio toccato il cuore, povera gente. Il professore pareva addirittura un morto e sotto gli occhiali gli si vedevano gli occhi rossi. Sa, non è bello mai; si figuri! E non parlava. Insomma era una gran compassione di vedere in quello stato un uomo della sua età e della sua figura. Ma il vecchio inteneriva ancor più. Si vedeva che soffriva di veder suo fratello così, e che faceva ogni sforzo di nascondere l'animo suo, di parer tranquillo. Parlava lui. Bisognava sentire, se diceva una parola a suo fratello, che tono di voce! Bisognava vedere che occhiate di angustia gli gettava ad ogni momento, quasi di soppiatto! Il professore andò da miss Yves ed egli restò con me. Si capiva che faceva un sacrifizio a non accompagnarlo, ma insomma lo lasciò andare. Ogni tanto giungeva le mani, alzava gli occhi al cielo e andava sulla porta ad origliare, aspettando il suo passo. Il professore ricomparve dopo un bel pezzo. Cosa si abbiano detto, Violet e lui, non lo so; certo egli era ancora più contraffatto di prima. Suo fratello lo prese a braccetto e lo condusse via. Non potei andar subito da miss Yves perchè intanto mio marito s'era sentito male. Vi andai più tardi. Ella mi disse che avrebbe voluto tacer tutto al suo fidanzato, ma che, interrogata da lui, non aveva potuto mentire. Non sapeva cosa il professor Topler avrebbe fatto; a ogni modo, lei desiderava di ritornare a Norimberga il più presto possibile. S'immagini che imbarazzo; ieri non c'era più che il treno delle nove e mezzo. Io, avendo mio marito a letto, non potevo accompagnarla e mai non l'avrei lasciata partire sola. S'ebbe appena il tempo di combinare che partisse stamattina con mio fratello e mia nipote Luise, che Ella conosce. Intanto venne una lettera del fidanzato che la lasciava libera.

—Ah!—esclamai.

—Senta, signore—riprese la Treuberg con un certo imbarazzo,—capisco la sua gioia. Come amica di Violet Yves, credo che potrei molto rallegrarmi anch'io, ma non so se miss Yves, quantunque certo ben disposta verso di Lei, accoglierà una sua profferta di matrimonio. La ho invece pregata di venire da me per dirle questo. Per amor del cielo non vada subito a Norimberga, per amor del cielo non cerchi presentarsi subito alla famiglia Yves come un pretendente! Lei non conosce gli zii Yves. Sarebbe la disgrazia della nostra amica.

—La disgrazia?

—Oh Dio, sì. Lei non sa quanto gli zii tenessero al matrimonio
Topler; e io temo pur troppo che invece…

La signora s'interruppe.

—Non sarebbero contenti di me?—diss'io.

—Cosa vuole?—esclamò la povera donna.—Avrebbero torto, ma temo che sarebbe così. La madre di Violet era romana; una dolce creatura! Ma non direi che lei e i suoi cognati avessero due idee comuni; e loro già s'immaginano che tutti gl'italiani sieno così. C'è anche una questione di religione in fondo.

Mi feci spiegare queste ultime parole. La madre di Violet, cattolica, aveva sposato William Yves protestante, col patto che i figli maschi sarebbero allevati nella religione protestante e le femmine nella religione cattolica. Si diceva poi che William, presso a morire, avesse abbracciato la religione della diletta che lo aveva preceduto nell'eternità con questa speranza. Gli Yves lo credevano. Era una grande amarezza per loro e l'attribuivano al proselitismo italiano.

A questo punto la signora mi apprese che il signor Topler era protestante. N'ebbi grande sorpresa pensando agli scrupoli del mio vecchio amico, al suo rispettoso riserbo circa il Papa e Roma. Lo dissi alla signora, ed essa mi rispose che di quello là nessuno poteva dire con sicurezza cosa veramente fosse.

Promisi alla signora che almeno per alcuni giorni non mi sarei fatto vedere a Norimberga e, ringraziatala, mi congedai. Corsi subito a casa per scrivere a miss Yves.

Non ho ritrovato questa lettera, ch'era uno scoppio di gioia e un assalto agli ultimi ostacoli che dividevano Violet da me. Annunciai anche il mio proposito di partire fra due o tre giorni per l'Italia onde dar sesto alle mie faccende nella previsione di un'assenza più lunga. Scrissi così, ma per essere interamente sincero avrei dovuto anche dire che se indugiavo due o tre giorni a lasciare Eichstätt, era per attendere il ritorno di Luise, e non soltanto per esprimerle la mia gratitudine! Mi tenevo sicuro che mi avrebbe recato almeno un saluto.

Nel mattino del lunedì andai a prendere notizie del signor Treuberg con la speranza di saper qualche cosa di Luise; poichè a casa von Dobra m'avevano detto che l'altra signorina era presso sua zia e i domestici non sapevano quando il padrone sarebbe tornato. Là seppi che i von Dobra dovevano arrivare la stessa sera o il mattino vegnente; e là incontrai il mio amico Topler.

Ero da dieci minuti presso la signora quando il vecchietto entrò tutto fremente, tutto scintillante negli occhi. Mi alzai per congedarmi.

—No no no—diss'egli, accennandomi di rimanere. Salutò la signora, poi venne da me, serio, con le braccia aperte—Addio, caro—diss'egli; e mi abbracciò senz'altro. Quindi si parlò di musica, di Eichstätt, di Eugenio Beauharnais, di Re Luigi, di tutto, tranne di quanto avevamo in cuore. A un tratto Topler mi domandò se contavo restare qualche tempo a Eichstätt.

—Parto domani sera—risposi.

Non replicò verbo, e ricordo che poi si parlò della signorina Luise. Qualche sorriso di Topler, qualche parola un po' severa della Treuberg mi fecero sospettare che il suo segreto fosse stato indovinato. Temendo che il dialogo pigliasse una piega inopportuna, mi alzai. Topler si alzò pure e uscì con me. Nello scender le scale mi domandò se alla sera mi avrebbe trovato in casa; il suo tono di voce era molto amichevole, ma molto serio. Non soggiunse altro. Ci stringemmo la mano e ci separammo.

Venne all'Aquila nera dopo le nove. Appena entrato mi prese a braccetto e mi disse risolutamente:

—Venga con me.

Gli chiesi dove volesse condurmi ed egli rifiutò di dirmelo. Ripeteva—venga con me, venga con me—-Pensai che i von Dobra fossero ritornati e ch'egli sapesse di un messaggio per me.

Ma non andavamo verso casa von Dobra, andavamo verso casa Topler.

Possibile? Quando non ne potei dubitare mi fermai con un—ma…?—interrogativo.

—È necessario—rispose Topler vivacemente, afferrandomi per un braccio—è necessario.

—Ma non è possibile!—esclamai.

Non credo che nessuno si sia trovato in un imbarazzo simile. A fronte del professor Topler, in quello stato di cose, mi poteva condurre un insulto, una sfida, e non altro, viva Dio. Ora suo fratello non cercava questo, sicuro. Cosa cercava, dunque? Topler insistette:

—Le dico che è necessario!

—Ma suo fratello? È qui?

—Sicuro.

—Ma lo sa che Lei vuole condurmi a casa sua?

—Sicuro, sicuro, sicuro! Lo sa. L'aspetta. È necessario.

Ebbene, pensai, al postutto, se lo vogliono, ci pensino loro e tal sia.

Topler, giunti che fummo a casa sua, mi fece entrare nel salotto del piano e mi lasciò solo. Aspettai quasi un quarto d'ora. Ogni tanto udivo la voce del vecchio in un'altra camera, ma non era possibile intendere le parole. Finalmente l'uscio si aperse. Primo comparve il mio amico; l'altro seguiva esitando. Il paralume della lucerna mi tolse di vederlo bene in faccia.

M'inchinai in silenzio, e non vidi neppure se mi rendesse il saluto. Topler seniore lo accompagnò ad una poltrona, e gli disse dolcemente di sedere. Quando sedette lo vidi.

Notai allora per la prima volta la sua singolare rassomiglianza, non col frate di Norimberga, ma con un altro frate afflitto di certa antica incisione satirica che io possiedo. L'accasciamento di un dolore profondo, che avrebbe reso grottesca la sua figura agli occhi del mondo, la rendeva invece rispettabile e toccante agli occhi miei; sentivo che un solo movimento di riso interno mi avrebbe fatto disprezzare da me stesso.

—Hai bisogno di parlargli, non è vero?—disse Topler seniore, affettuosamente. Il professore assentì col capo. Allora l'altro si volse a me e ripetè:

—Ha bisogno di parlarle.

In pari tempo si alzò e andò a chiudere una finestra da cui poteva venir dell'aria a suo fratello.

—Va bene?—diss'egli.

Seguì un lungo silenzio.

—Dunque, fratello mio?—fece il vecchio.

L'altro tacque ancora un poco e finalmente rispose:

—Potreste parlar voi, intanto.

Topler seniore sbuffò e brontolò:

—Non eravamo intesi?… Allora parlerò io—diss'egli poi, sospirando—e tu mi correggerai se sbaglio.—

Quindi continuò volgendosi a me.

—Ecco. Mio fratello si crede in dovere, nella sua coscienza, di farle una comunicazione. Veramente tutto avrebbe consigliato, nelle circostanze presenti, una comunicazione indiretta per mezzo mio o di altri; oppure almeno una comunicazione scritta, per lettera. Ma ripugna a mio fratello scrivere certe cose e non vuol dir tutto, pare, neppure a me. Vede, io dovevo trovarmi qui semplicemente come testimonio, però capisco che a mio fratello manchi il coraggio d'entrare in argomento. Già, è inutile dirlo, si tratta della persona le cui relazioni con mio fratello si sono mutate in questi giorni. Si tratta della salute di questa persona. Prima di partire per l'Italia, l'anno scorso, ebbe una indisposizione alquanto seria. Fu nel maggio, mi pare. Va bene, Hans?

—Nell'aprile—rispose il professore, quasi sotto voce.—Il 22 aprile.

—Bene—proseguì Topler seniore.—Il 22 aprile.

Quando guarì, il suo medico chiese a mio fratello, un colloquio.

Qui Topler s'interruppe e guardò suo fratello, che si coperse il viso con le mani.

—Vuoi raccontarlo tu?—diss'egli.

Colui scosse il capo.

—Dunque—riprese l'altro rassegnatamente—il medico incominciò a dire che desiderava avvertire…—

Una voce sommessa interruppe dalla poltrona:

—Ch'era in dovere.

—Oh santo Dio!—esclamo Topler, stizzito. Riprese subito l'impero di sè, e si corresse con mansuetudine:

—Sì, caro, ch'era in dovere. Era in dovere di avvertire mio fratello che la salute di quella persona non ispirava inquietudini per il momento; ma che vi erano serie minaccie per l'avvenire, specialmente considerando…

Qui Topler esitò come se non fosse sicuro di ciò che diceva e si volse a suo fratello.

—Questo non importa—mormorò il professore—questo non importa.

Topler seniore non comprendeva gli scrupoli di suo fratello e lo guardò, attonito.

—Se si tratta—diss'io—dei precedenti di famiglia, parli pure, li conosco.

—Poichè lo sa—riprese il dottor Stephan guardando ancora il fratello, come per giustificarsi con gli occhi—poichè lo sa, lo dico. Appunto. Specialmente considerando i precedenti di famiglia. Però, secondo il medico, è possibilissimo che si vada avanti, molto avanti senza guai, se si evita qualunque emozione violenta, sia di dolore, sia di gioia. Ciò che conviene alla signorina è una vita uniforme, tranquilla. Una emozione violenta sarebbe fatale.

Io ascoltavo rabbrividendo. Le cose udite non mi destavano meraviglia. Non avevo mai voluto fermare il pensiero su questo punto, perchè mi faceva spavento. Inconsciamente avevo le stesse apprensioni del medico.

—Ella può esser chiamato—conchiuse Topler seniore—a vegliar sulla salute della signorina. Capirà perchè mio fratello abbia desiderato…

Ringraziai e domandai se avessero altro a dirmi.

I due si guardarono ed il professore disse piano qualche cosa. Il vecchio s'alzò, poco persuaso, mi parve; e uscì dalla stanza brontolando, senza salutarmi.

—Scusi,—disse il professore,—il mio riverito fratello, non sapendo… non potendo… era una cosa convenuta fra la signorina e me…

Forse aveva preparato un esordio, ma per effetto della commozione o del suo naturale imbarazzo, si smarrì nella prima frase, rinunciò all'esordio.

—Insomma—diss'egli, buttando fuori, frettolosamente e senza guardarmi, le sue conclusioni,—con me la sua vita sarebbe stata più sicura.

Più sicura? Era una visione d'orrore ch'egli mi levava in faccia così.

—Questo—esclamai—è in mano di Dio!

Parve che la passione del mio grido si apprendesse a lui.

—Sì signore! mi rispose balzando in piedi.—Più sicura! Questo è vero! Questo Lei non lo può sapere!

Sapevo benissimo ciò che voleva farmi intendere e la credetti una vendetta della sua gelosia. Tentava egli avvelenarmi l'avvenire? Lo interruppi con ira, ne lo accusai. Egli protestò, convulso, pallido come un morto. Replicai, mi rispose. Suo fratello saltò in camera, si cacciò fra noi, tempestò con me, tempestò con l'altro, afferrandoci per le braccia, gridando a me ch'ero un uomo indegno se non credevo al cuore più leale del mondo, gridando a lui ch'era uno stupido, due, quattro, dieci, cento volte stupido. A misura che ci placavamo noi, si rabboniva lui pure, scendeva a meno bollenti rimproveri, a parole mansuete, a scuse. Finalmente mi stese la mano, abbracciò suo fratello, e poi andava per la camera fregandosi le mani, borbottandosi tutto accigliato, ma con un accento di soddisfazione profonda:—siamo tre galantuomini, siamo tre galantuomini.

Me n'andai subito ed egli mi volle accompagnare sino a piedi della scala:—Lei è andato in collera—diss'egli nel lasciarmi—ma mio fratello è più che un santo. Io, al suo posto, o mi sarei fatto ammazzare o avrei ammazzato Lei. Questi sono spropositi, ma, insomma, capisce! Domani me lo porto via, me lo porto nello Schwarzwald. Là lo guarisco. Ci ho già la sposa pronta. Altro genere!

Qui Topler, spingendo i gomiti in fuori e arrotondandosi il cavo delle mani sul petto, fece una mimica che non mi sarei aspettata da lui.—Buona fortuna!—diss'egli.

Amica mia, cui dedico queste memorie, non pensa Lei che Hans Topler fosse migliore di me? Allora ne ho dubitato, e adesso ne sono sicuro. Egli era uno degli ultimi che saranno primi un giorno. Io fui quella sera ingiusto e forse anche insolente con lui. È quasi un sollievo per me di confessarlo; non ho giustificazioni nè scuse, e vorrei che si sapesse come mi accuso. Iddio sa se tornato in calma non mi dolsi di me stesso, se non mi rimproverai la mia natura pronta sempre alle belle parole, ricca di sensi nobili in astratto, ma poi debole, ingenerosa nei cimenti della vita reale.

Il giorno seguente mi recai a visitare i von Dobra. Vidi Luise, ma non sola. Era triste. Mi accolse gentilmente, però fu meco molto più riservata del solito e non mi fece in alcun modo intendere d'aver messaggi per me. Suo padre mi parve imbarazzato. Nessuno parlò di miss Yves nè del viaggio a Norimberga; ogni discorso cadeva. Mi alzai presto, dicendo che partivo per l'Italia e che a Monaco avrei veduti i nostri conoscenti comuni.

—Lei già—disse Luise—non si lascerà più vedere ad Eichstätt.

—Difficile—risposi.—Però in Germania ci ritorno di certo e presto.

—Bravo—diss'ella, quasi sottovoce. Fu l'unica parola significativa ch'ebbi da lei. Poi soggiunse malgrado il silenzio accigliato di suo padre e di sua sorella:—Si ricordi un poco anche di noi.

Non ho più riveduta Luise, che lasciò Eichstätt da un pezzo; non so che sia di lei presentemente e non spero rivederla mai più se non là dov'è Violet. Non la ho dimenticata nè la dimenticherò un momento, la cara biondina. Non ho detto che, richiesta da me, mi diede manoscritte, in cambio del mio brindisi, le strofette popolari, cantate da lei nel Bahnhofswald. Le conservo presso alle mie memorie più care, insieme alle foglie di Waldmeister; e quante volte non le riprendo ancora, non le rileggo con tenerezza!

    Du, mei flachshaarets Deandl
    I hab di so gern
    Und i kunnt weg'n dein Flachs
    Glei a Spinnradl wer'n.

Mai non scorderò la graziosa cantatrice del bosco; molto meno scorderò i fiori colti in riva all'Altmühl, il salottino di casa von Dobra e l'appassionata giovinetta che tanto osava per Violet. Possa ella aver incontrato un amore degno del suo generoso cuore, possa essere felice! Aveva certo un cuore fedele, un cuore che non muta, che non oblìa. Se queste pagine vedranno mai la luce, se verranno alle sue mani, sia pure in un giorno assai lontano, io so ch'ella ne avrà una commozione simile alla mia presente; io so che penserà a Violet ancora con lagrime, che penserà a me ancora con il sentimento di quando mi disse—mi fido di Lei.—Preghi allora per noi, cara Luise; e si fidi, si fidi di noi, della Sua amica e di me, che con tenera gratitudine pregheremo per Lei.

Volli andare alla stazione a piedi, per il sentiero del bosco, mentre il mio bagaglio viaggiava nell'omnibus. Dissi addio ai faggi e agli abeti che mi avevano veduto con Violet. Quante cose in otto giorni! Era il tramonto; sopra la stazione il sole infocava le boscaglie deserte. Quante cose! Avevo l'idea di non tornare mai più ad Eichstätt, e fu allora che colsi per memoria le foglie del profumato Waldmeister.

XXVIII.

Mio fratello e la sua famiglia sospettarono certo di qualche cosa perchè non espressero sorpresa alcuna del mio sollecito ritorno nè della intenzione, che io manifestai loro, di ripigliar presto il viaggio interrotto. Accolsero le mie parole in silenzio e non toccarono mai più, con me, questo punto. Avrei spontaneamente confidato il segreto a mio fratello, ma non mi tenevo sicuro che tacesse con mia cognata, la quale, alla sua volta, non sarebbe stata zitta di certo. Ora è a Lei, amica mia, che io debbo domandar perdono, perchè La vidi in quei giorni e Lei mi domandò se le voci corse fossero vere; al che io risposi, con alquanta ipocrisia, che voci siffatte non erano mai da raccogliere. Forse Lei non si lasciò prendere a questa smentita apparente, perchè mi replicò, secondo il suo solito, che già ero un libro chiuso; ma intanto io non fui sincero.

Giudichi se, in quella incertezza di cose e posta la mia natura, mi fosse facile di parlare. Se mi trova in colpa mi perdoni e mi tenga conto, a ogni modo, delle confidenze che Le feci più tardi là presso la chiesetta longobarda e della sincerità piena di quest'ora.

Ero arrivato a casa il 21 maggio, e al 1° giugno non sapevo ancora niente di Violet: mi venne il dubbio che ella mi avesse scritto fermo in Posta, e corsi a sincerarmene. All'ufficio non trovai nulla, ma poi incontrai il postino del mio quartiere che mi porse una lettera col francobollo straniero. L'afferrai; era lei.

Poteva esser la vita, poteva esser la morte; non ebbi il coraggio d'affrontare la mia sentenza in mezzo al viavai della gente. Lei conosce la stradicciuola senza nome lungo il fianco orientale di S. Maria ad muros, a due passi dalla Posta? Corsi là. Qualcuno mi fermò per via, mi rimproverò di non salutare gli amici. Forse uno di questi amici ricorda ancora di avermi detto:—Ti senti male? Sei pallido.—Fu in quella stradicciuola erbosa, fra i bastioni e la chiesa solitaria, che apersi la lettera e lessi queste parole:

«Mio Dio, cedo. Se sapesse, dovrei essere tanto afflitta, e sono tanto felice! Non mi troverà più a Norimberga. Partirò dopo la metà di giugno e il primo di luglio sarò a Rüdesheim am Rhein, presso la famiglia Steele, per ora; più tardi, forse, mi recherò in Inghilterra. Oh amico mio, non ho più che Lei!—V. Y.»

La porta laterale di Santa Maria era aperta. Vi entrai.

Anche adesso, quando sono in città, vado ogni giorno a Santa Maria, nella terza cappella a sinistra, quella grande, scura, con le due finestre gotiche dai vetri dipinti, dove andai allora; e sarebbe un vivo dolore per me se avessero a cambiare il vecchio banco dove m'inginocchiai fra la balaustrata e il confessionale.

Tali momenti sono inenarrabili. La gioia, la gratitudine dell'anima mia non avevan parole. Se qualche sommessa voce mi usciva dal petto mentre mi premevo le mani sul viso, eran voci quasi dolorose, gemitus inenarrabiles. Cosa ne posso dire? Ho avuto questo senso, che Dio mi era vicino vicino, e che il mio spirito ne delirava.

Una digressione per Lei sola, amica mia. Vorrei che la filosofia positiva studiasse questi misteri, che ne apprezzasse imparzialmente il valore. Vorrei che comparasse fra loro la emozione dello scienziato che scopre una importante verità, la emozione dell'artista cui balena in mente un concetto di grande bellezza, la emozione di chi immagina e si propone un eroico sacrificio per il bene. Mi pare che la somiglianza loro si troverebbe facilmente. Tutte generano un piacere spirituale intenso, tutte staccano lo spirito umano dal mondo sensibile che lo circonda, lo spingono nel contatto inebbriante di qualche cosa che prima non era in loro, che si potrebbe ancora, lo sentono, allontanare da essi, che deve quindi esistere anche distintamente per sè, benchè non s'intenda come. Noi possiamo però immaginare che tali contatti diversi avvengano per altrettante azioni diverse di un Essere solo, perfetto. Ora, se questo Essere esiste, ogni altro immaginabile contatto con Lui deve dare una emozione di egual natura. Ebbene, l'anima religiosa cerca appunto il contatto di un Essere perfetto in verità, in bontà, in bellezza; lo slancio religioso aspira ad esso in tutti i suoi attributi, ed ecco seguirne questa emozione di eguale natura, ma più intensa delle altre in cui il contatto inebbriante è più angusto. Se immaginiamo uomini vissuti nelle celle tenebrose di un ipogeo, e la fulminea impressione di un raggio solare che arrivi loro per il prisma, a questa cella d'un colore, a quella d'un altro, li vedremo tocchi così di emozioni senza nome, inconsci così che tali emozioni abbiano la stessa origine, il sole cui ciascun colore si conviene, il sole che rende più felici noi cui risplende intero. Cara mia, Lei sa che io ho pur troppo sempre avuto un debole per i pasticcetti di metafisica azzurra; ho davvero paura di averne cucinati troppi, l'inverno, nel suo salotto dove non mi mancavano nè la metafisica, nè l'azzurro, nè il caldo. Questo è ben l'ultimo; si consoli.

Andai a casa e parlai a mio fratello.

Egli mi disapprovò. Non intendo ora dolermi di lui. Era un uomo retto, un uomo di cuore, e fu sempre affettuoso per me che ora ne tengo come posso il posto presso i figli, orbati in sedici mesi di ambedue i genitori. Ma forse allora non ponderò abbastanza l'obbligo morale che già mi legava a miss Yves e cercò rimovermi dal mio proposito con troppo calore. Me ne sdegnai forte ed ebbi il torto di lasciarmi sfuggire, nella collera, alcune parole circa il fine della sua opposizione che giustamente l'offesero. Gliene chiesi scusa sull'atto, ma la impressione non ne fu tolta. Egli si chiuse in un freddo riserbo e io posi fine al colloquio pregando di non manifestar la cosa ad alcuno. Certe domande di mia cognata sui protestanti di Germania e d'Inghilterra, e il viso lugubre con cui le faceva, mi diedero poi a sospettare ch'egli avesse parlato; perchè non gli avevo detto che Violet era cattolica. Ciò m'indispose ancor più.

Un altro discorso di mia cognata mi ferì. Io occupavo, in casa, quattro camere, e la casa è grandissima, non serviva, per un buon terzo, a nessuno; due famiglie vi potrebbero alloggiare comodamente. Ella mi domandò una delle mie camere per una istitutrice che voleva prendere, e mi fece capire che giudicava la casa appena bastante per sè. Io veramente avevo pensato di non restarci se prendevo moglie, ma intanto tutte queste ostilità più o meno coperte m'irritavano e pensai allora per la prima volta di abbandonare la mia città nativa, di portare Violet a Roma o a Napoli.

Non riferirò ciò che risposi a miss Yves. Allora mi parve che le mie parole avessero il fuoco dell'anima e così parve a lei pure. Rileggendole invece più tardi, mi parvero e mi paiono ancora tanto inadeguate a ciò che sentivo. No, non le trascriverò, sono foglie disseccate dell'agave; le lascio cadere.

XXIX.

Dato sesto alle mie faccende per un pezzo, mi dimisi da un ufficio pubblico cui più avrei mancato e ne ritenni alcuni altri senza importanza, per non dar luogo a troppi commenti. Partii quindi per Milano e presi la linea del Gottardo. Fui a Magonza il 21 giugno, avendo in animo di partirne la mattina del 25 col battello a vapore discendente che tocca Rüdesheim, sulla destra del Reno, alle nove. Arrivai a Magonza di sera, da Francoforte. M'ero messo in testa che Violet dovesse passare di là e avevo pigliato quel giro vizioso per fare, almeno in parte, la stessa via. Giungendo al ponte di ferro sul Reno, una gran commozione mi prese. Avevo veduto il Reno molti anni prima, alle radici del Rheinwaldhorn. Ero allora giovanissimo, avevo la testa piena dei versi di Heine, delle ballate del Wunderhorn e di figure tedesche, da Criemhilt e Hagen al Trompeter von Säkkingen. Per me le acque del Reno celavano un tesoro di fantastica poesia oltre a quello dei Nibelunghi; il suo nome solo m'inebbriava ed era stato il mio sogno di vederlo nel tratto più glorioso, fra Worms e Colonia. Non so cosa festeggiassero, quella sera, a Magonza. Il famoso fiume era zeppo di barche, sparso di lumi erranti; vapori andavano, vapori venivano, lentamente, con musiche o fuochi artificiali a bordo; la luce argentea di un faro elettrico batteva da lontano e oscillava sulle case della città, sulle rive gremite di popolo. Non credevo che il Reno fosse già così ampio a Magonza, e la mia prima impressione fu di stupore; ma poi dimenticai subito lo spettacolo, pensai solo che quella gran corrente mi avrebbe portato laggiù, oltre i lumi e le barche, al mistero delle ombre lontane, a questo ignoto Rüdesheim, a lei.

La sera stessa passeggiai lungo il Reno. Il nero spaventoso del cielo, i lumi del fiume, la folla silenziosa e ferma sulle rive, le musiche trionfali cui si mescevano di quando in quando da un vicino serraglio ruggiti di belve irritate, facevano uno spettacolo festoso e lugubre a un tempo che mi metteva sinistri pensieri. Me ne partii presto, mi misi a caso per viuzze deserte e mi trovai improvvisamente a fianco del Duomo colossale, cinto di silenzio. Mi fermai a contemplare la incerta enormità delle cupole e delle torri nelle tenebre. Là ritrovai la mia profonda gioia e me ne ritornai all'albergo.

XXX.

(Dal quaderno).

Magonza, Hôtel Karpfen, 21 giugno.

Amica mia, tu vorrai sapere cosa ho sentito questa sera, a Magonza. Ecco: di essere sulla soglia d'un'eternità. Anche la prima sera che udii la tua voce ebbi una simile impressione, ma allora la porta dell'eternità era chiusa. Adesso, diletta mia, io sono tu, la porta è aperta, odo la voce tua, sento che mi rinnovo, ch'entro in un mondo superiore. Cara, forse io pecco d'orgoglio, mi pare che nessun altro amore somigli al nostro, che siamo veramente uniti in Dio; questo pensiero mi esalta, mi inebria tanto! Credi, credi anche tu così! Ho avuto stanotte uno slancio tale di questa fede, contemplando sopra i fanali di una piazza deserta le sommità oscure della cattedrale. Ho alzato al cielo le mani congiunte.

Diletta, sei tu che mi rinnoverai. Se tu sapessi, sono come un fanciullo che sento di trasformarsi in un giovane, e ne ha la febbre. E la giovinezza, la vita piena, la potenza, la gioia sei tu. Tu mi farai quello che sarò poi sempre, poichè questa giovinezza che mi comincia ora è eterna. Lo credi, lo sai ch'entriamo nell'eternità? Stringiti a me, stringiti a me, perchè tu pure sarai rinnovata con me. Tutte le tue tristezze, tutti i dubbi, tutto l'amaro dell'anima tua, tutte le spoglie della prima imperfetta vita cadranno. Puoi tu immaginare il tempo che verrà poi?

Amore mio, senti questa cosa; noi non vediamo ancor bene. Quando saremo un solo, non ci potremo più dire a vicenda: «Tu sei la vita, la potenza e la gioia;» ma gli occhi nostri si apriranno, e noi, cercando nel nostro cuore, nei nostri pensieri, nelle nostre opere, in tutte le cose, l'Amore infinito, diremo a Lui, sempre a Lui: «Sei nostra vita, potenza e gioia!».

Dove sei tu in questo momento? Addio, ti amo!

(Versi pensati stasera in ferrovia, tra Francoforte e qui, non disciplinati nè disciplinabili):

    Il treno va e tuona.
    Guardando la fioca
    Lucerna che trema,
    Io penso la fine,
    La dolce, la cara
    Lontana persona
    Che posa pensando
    Me solo, e, pensando,
    A me s'abbandona;
    Il treno va e tuona.
    Guardando le stelle
    Immobili, austere,
    Guardando le nere
    Parvenze de l'ombra
    Che fugge, che vola,
    Io penso lei sola,
    Io vedo lei sola,
    Respiro lei sola,
    Ovunque presente
    Nel cielo, ne l'ombra,
    Ne l'aria fuggente,
    Ne l'ebbra mia mente,
    Io sento il suo cuore
    Che batte, che batte,
    Le voci sue rotte
    Che dicono: «Vieni,
    Cedo, vieni, vieni.»
    Il treno va e tuona.

XXXI.

Il 25 mattina, alle sette e mezzo, partivo da Magonza sul vapore Loreley. Pioveva e tirava vento; le umili rive e le isole del fiume con i loro grandi pioppi sfumavano nella nebbia. I gioghi del Taunus non si vedevano affatto; ad un certo punto poco più si vedeva che i fiotti giallastri rotti dal piroscafo. Finalmente dietro i grandi alberi d'un'isola, al piede di fosche alture, ci apparve Rüdesheim.

Discesi all'Hôtel Krass. Sapevo che Violet non era a Rüdesheim, ma pure la sola aspettazione della venuta sua, un presentimento di ore felici, una incertezza del dove, del come, del quando le avrei parlato, mi fecero battere il cuore appena messo piede a terra. Guardavo avidamente le case, il fiume, le colline di questo paese che doveva diventarmi familiare e caro quanto altro mai. All'Hôtel Krass mi diedero una cameretta piccina, presso la sala da pranzo. L'unica finestra guardava il giardinetto a pergolati dell'albergo, un piccolo dado di ombra, di verde e di rose; di là dal giardinetto la ferrovia, il gran fiume verdognolo, le alture del Rochusberg. Tutto era nuovo per me, nulla mi pareva straniero.

Chiesi subito al cameriere, un gobbo chiacchierino, se vi fosse a Rüdesheim una famiglia Steele. Quegli mi rispose, spalancando gli occhi per la meraviglia, che sì. Il signor Paul Steele e la sua signora erano tra le persone più distinte del paese. Avevano degli ottimi vigneti sotto il Niederwald e sul Rochusberg, un gran palazzo a Magonza. Viaggiavano assai; il cameriere credeva che in quel momento fossero assenti; mi promise, a ogni modo, informazioni esatte. Seppi infatti da lui, più tardi, ch'erano a Francoforte e che quel mattino stesso avevano telegrafato di mandar loro certi oggetti a Magonza, dove intendevano trattenersi alcuni giorni. Non perdetti un minuto e scrissi a Violet per farle sapere dov'ero. Nella incertezza, feci due lettere; ne indirizzai una a Norimberga e l'altra a Magonza. Poi mi feci indicare la casa degli Steele, un villino elegante nello stile tedesco antico, alla estremità orientale del paese, presso all'incontro della strada di Geisenheim con la ferrovia.

La sera del secondo giorno dal mio arrivo ebbi questo biglietto da
Magonza:

«Dovevamo restar qui una settimana, ma ho ottenuto che si parta domani. Oh non posso, non posso più stare lontana da Lei! L'anima mia è più che mai Sua, tutta Sua, ma, nella lontananza, le antiche obbiezioni mi combattono ancora. Io non voglio più ascoltarle, però soffro, soffro, ho infinitamente bisogno di esser con Lei. La mia amica desidera viaggiare di notte; così partiremo col treno della riva sinistra che arriva a Bingen prima dell'alba. Gli Steele hanno molte cose a fare colà e non si sa ancora quando tragitteremo a Rüdesheim. Se Lei ode il treno, metta un lume alla sua finestra; credo che lo vedrò benissimo anche dalla sponda opposta del Reno e sarò tanto felice di vederlo! Non venga a Bingen e neanche cerchi di vedermi nel passaggio dallo sbarco di Rüdesheim al villino Steele. Venga al villino alle cinque; allora ci troverà di sicuro.

«Addio, addio. I love you.

«V. Y.»