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Il mistero del poeta

Chapter 45: XL.
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About This Book

A man writes a private, posthumous confession to a trusted female friend, unburdening a long-hidden passion that has shaped his memories, dreams, and creative life. He recounts prophetic nocturnal visions of a distant, sweet voice, explains his fear of scandal, and instructs the friend when and how to make the secret public if necessary. The narrative moves between intimate present impressions and recollected episodes, examining yearning, regret, artistic sensitivity, and the conflict between inner truth and social reputation. The account reads as a layered testimonial that probes the nature of love, memory, and the enigmatic source of poetic inspiration.

XXXII.

(Dal quaderno).

    Ad alta notte rombando
    Passava il treno lontano.
    Venni al balcon palpitando
    Con la lucerna a la mano.

    Laggiù correvi correvi
    Tu via nel treno veemente,
    Come una stella vedevi
    La mia finestra lucente.

    Allor ti strinsi al mio petto
    Con un fulmineo pensiero;
    Tu pur sul core m'hai stretto
    Nel più profondo mistero.

    Passàr le rote remote,
    Io sul balcone impietrai;
    Mirai le tenebre vôte
    Ed il silenzio ascoltai.

XXXIII.

Non cercai di veder Violet al suo arrivo. Dal momento in cui mi scrisse «cedo» mai mai cosa alcuna mi fu più dolce che obbedire a un desiderio dell'amica mia, contrario al mio egoismo, ai desiderii miei. Io spero avere così amata una tale creatura, avere così usato un tal dono di Dio il meno indegnamente possibile. Solo mi permisi di andare verso le sei della mattina, allo sbarco del vaporetto che corre continuamente fra Bingen e Rüdesheim, essendo sicuro, per la lettera di Violet, ch'ella non sarebbe arrivata così per tempo. Mi trattenni colà un'ora a godere profondamente, ma tranquillamente, il momento futuro in cui sarebbe passata lei e io avrei dovuto starmene lontano. Ascoltando i mormorii della corrente veloce che spumava e luccicava sulle catene tese delle barche, non potevo fare a meno di pensare che forse anche il mio prossimo tempo felice passerebbe velocemente. A quest'idea non potevo reggere, la cacciavo da me con orrore.

Passai gran parte della giornata nei boschi del Niederwald, parlando alle piante e alle ombre, cercando e trovando con gran commozione il bianco Waldmeister del Bahnhofswald d'Eichstätt, declamando come un ebbro, per le verdi solitudini, i versi di quel giorno:

    Bevo e mi veggo sorgere dentro al pensier profondo
    Il Reno sacro, i clivi, torri, vigneti e fior.

Alle cinque precise entravo nel villino Steele, Il domestico annunciò il mio nome in un salotto terreno dalle finestre gotiche, cui le invetriate a piccoli ottagoni, dipinte, davano ben poca luce. Per un momento, venendo dal sole, non vidi nulla. La voce di Violet disse «buona sera» e distinsi lei che mi veniva incontro porgendomi la mano. Accennò tosto coll'altra mano a una seconda ombra che si avvicinava. «La signora Steele» diss'ella. Si sentiva vibrar nella sua voce una repressa gioia, ma ella era tuttavia perfettamente signora di sè, aveva l'usata grazia disinvolta. La signora Steele mi diede il benvenuto molto cordialmente, mi strinse forte la mano e mi presentò ad alcune altre ombre femminine e mascoline, pronunciando il mio nome con una sicurezza che mi fece piacere come se vi sentissi un poco dell'amore di Violet che doveva avermi nominato a lei ben di sovente. Ella condusse, o per meglio dire, lasciò cadere la conversazione in modo che in breve tempo i suoi visitatori, uno ad uno, se n'andarono. Quando uscì l'ultimo il cuore mi batteva da spezzarsi.

—Se permette—mi disse la signora—vado ad avvertire mio marito.

Rimasto solo con Violet, me le accostai rapidamente. Ella si alzò in piedi, mi piegò, abbracciandomi, la testa sul petto. Nè lei, nè io potemmo proferire parola. Non avevamo più senso del mondo esteriore e neppur coscienza di esistere divisi.

Fu lei la prima che alzando il viso e gli occhi velati, smarriti in una felicità intensa, disse sotto voce:

—Mi ami?

Presi il caro viso fra le mani, lo trassi a me senza rispondere, posai le labbra sulle sue labbra, mi si oscurarono gli occhi, mi parve aspirar tutta l'aria, tutta la luce, tutta la vita del mondo. Udimmo in quel momento le voci dei signori Steele, ed avemmo appena il tempo di separarci. Quanto a me non potevo ancora parlare. Per fortuna gli amici di Violet intesero e parlarono sempre loro. Sulle prime non capii affatto ciò che dicevano; palpitavo ancora nella tempestosa gioia del momento appena trascorso, avevo i sensi troppo pieni di lei. Poco a poco intesi che mi consideravano una vecchia conoscenza, che sapevano già tanto di me e della famiglia. Avevano udito per la prima volta il mio nome non da miss Yves ma da una signora di Kreuznach, che aveva tenuto con me una corrispondenza letteraria. Mentre la signora Steele mi raccontava questo, Violet si ritirò.

—Un mese fa—disse allora ridendo il signor Steele, che mostrava non più di quarant'anni—non mi sarei certo immaginato d'avere così presto una figlia fidanzata.

Si entrò così nell'argomento. Dopo avermi fatto i maggiori elogi di Violet e avermi parlato di suo padre, ch'era stato forse il più caro e intimo amico della famiglia Steele, il signore e la signora mi dissero che tenevano da miss Yves l'incarico di raccontarmi cosa fosse accaduto a Norimberga dopo ch'ella vi era ritornata da Eichstätt. Ma Violet ricomparve prima che il racconto fosse incominciato, e il signor Steele rise molto della sua fretta.

La signora ci propose di uscire nel giardino, cui lei e suo marito desideravano, dopo la lunga assenza, dare un'occhiata. Presto mi trovai solo con Violet ed ella si lasciò cadere sopra un sedile rustico, pallida, con una espressione cupa negli occhi. Mi spaventai.

—No, no—diss'ella—sono troppo felice.

Sedetti accanto a lei. Ci guardavamo in silenzio, e certo il mio viso esprimeva una segreta angustia, perchè Violet mi stese la mano e la sua fisonomia irrigidita mutò improvvisamente, si ricompose in un sorriso dolcissimo.

—Ho paura di perderti—mormorò, e mi strinse la mano con un vigore di cui non l'avrei creduta capace; l'espressione cupa di prima le ricomparve in viso per un istante.

—Violet—susurrai.—Sposa mia.

I suoi occhi si velarono, la sua dolce voce mi disse con timida passione:

—Per sempre?

—Per sempre, per sempre.—Il mio cuore, mentre scrivo, risponde ancora così.

Non parlammo più. L'odor fresco del verde, il brillar del puro sereno, la nostra felicità, eran così dolci a godere in silenzio! Solo quando vide ritornare gli Steele, Violet mi disse:

—Domattina venga alle undici; mi troverà qui.

Venga?—diss'io—mi troverà?

—Vieni—rispose Violet sorridendo—mi troverai. Ma per noi soli, finora; quando ci saranno altri, dirò ancora Lei. Domani—soggiunse piano e timidamente—spero avere da te…

Non osò compiere la frase e intanto sopraggiunsero gli Steele. Pigliai presto congedo; il signor Steele mi accompagnò a casa.

Egli potè allora finalmente raccontarmi la crisi di Norimberga. Al suo ritorno da Eichstätt miss Yves vi era stata accolta dagli zii con la freddezza la più accigliata. Costoro avevano ricevuto dal professor Topler un biglietto, in cui egli, riconoscendo di non poter rendere felice la signorina, si scioglieva da ogni impegno. I compagni di Violet, Luise von Dobra e suo padre, erano stati immediatamente sottoposti a un interrogatorio, riuscito alquanto burrascoso perchè Luise aveva arditamente difesa la amica sua e perorata la mia causa. Gli Yves non avevano poi parlato alla nipote per sei giorni, durante i quali non si sapeva se avessero chieste altre informazioni o scritto a Topler o che diavolo avessero fatto. Finalmente, una mattina, avevano espressa a Violet, in forma solenne, la loro disapprovazione, ed ella non era riuscita a persuaderli di non avere colpa alcuna, di essersi mantenuta sempre fedele, per parte sua, all'impegno preso col professor Topler, benchè avesse detto ben chiaro fin da principio che non lo amava. Gli zii le dichiararono che la famiglia Yves aveva già troppo sofferto per l'infelice, mal consigliato matrimonio di uno de' suoi membri con una persona straniera e cattolica, perchè essi potessero consentir mai che il fatto si rinnovasse. Rispondendo lei che non era affatto risoluta di prender marito, gli zii le imposero di promettere formalmente che mai non avrebbe sposato l'italiano. Violet respinse una simile proposta. Coloro insistettero e le accordarono otto giorni per decidersi, aggiungendo che se non promettesse non potrebbe continuare a vivere sotto il loro tetto. La Provvidenza aveva voluto che gli Steele capitassero a Norimberga, di ritorno da un viaggio in Sassonia, proprio in quei giorni. La loro amica soffriva crudelmente. Sentiva, da un lato, quanta gratitudine dovesse ai suoi parenti; dall'altro lato le riusciva impossibile di subire una simile pressione. Gli Steele s'interposero, ma senza frutto. Allora miss Yves si decise e accettò l'ospitalità loro per un tempo breve, non conoscendo ancora le mie idee circa l'epoca del matrimonio e dovendo forse recarsi prima in Inghilterra presso una vecchia cugina che le aveva sempre mostrato benevolenza.

Il signor Steele non dubitava che sarebbe rimasta a Rüdesheim fino al matrimonio. Gli dissi allora che per parte mia intendevo di affrettarlo il più possibile, e che ne avrei parlato a Violet l'indomani.

XXXIV.

(Dal quaderno).

Rüdesheim, 28 giugno.

    Come un vivo sepolto che tenta
    Spasimando la pietra e s'avventa
    A un lume subito,
    Io così t'ho abbracciata in tempesta,
    Io ti strinsi così su la testa
    Man, labbra ed anima.

    Aria bevvi, ciel, sole splendente,
    Un immenso che vince la mente,
    Che il mondo ha in sè;
    E ogni cosa di fuor s'oscurava,
    Pien di te, pien di te il petto ansava,
    Di te, di te.

XXXV.

L'indomani alle undici trovai Violet in giardino. Nello stringerle la mano la sentii di ghiaccio, ma il viso era tanto raggiante! Mi aspettava da un'ora, pur ricordando di avermi detto alle undici. Le diedi le due strofe che precedono e un biglietto con cinque versi che mai altri occhi umani non videro nè vedranno. I suoi lampeggiarono di gioia quando le parlai di queste poesie, scritte nella notte.

—Ecco—esclamò—la mia speranza di ieri!

Ma quando vide com'erano scritti i cinque versi e quale inesprimibile amore dicevano, mi guardò fiso con lo stesso scuro fuoco del giorno innanzi, mi strinse le mani con la stessa energia convulsa, senza potere articolar parola.

—Ho paura—diss'ella finalmente, sottovoce, tenendo gli occhi bassi e accarezzandomi la mano—che Dio ci castighi perchè a Belvedere hai cominciato ad amarmi credendomi maritata, e io te lo lasciai credere. L'ho tanto pregato che ci perdoni, sai. Pregalo anche tu, caro. Non voglio mica perderti presto; non mi basta di sapere che sarai mio per sempre nell'altra vita. Dio, sono tanto attaccata alla terra adesso! Ti voglio anche qui, anche qui. Tu non puoi intendere, vedi, come ti amo.

Mi spieghi Lei, amica mia, come si possono confondere nel cuore una tale angoscia e una tale dolcezza quali ne provai a un punto per le parole appassionate di Violet. Mi rimproverai tacitamente di averla troppo commossa, di non aver fatto maggior violenza al mio sentimento, e la scongiurai di serbarsi tranquilla, perchè le emozioni troppo forti potevano porre a cimento la sua salute.

—Allora calma, calma, calma!—diss'ella sul serio.—Diventi di gelo anche Lei.

Questo Lei involontario, eppure così naturale in quel momento, ci fece ridere di cuore.

Le presi la mano sinistra.

—Questa non può stringere come vorrebbe—disse Violet un po' tristemente—ma le devi voler bene come all'altra.

Era così elegante quella piccola mano segretamente offesa, così delicata e diafana!

—È la più bella mano che il mondo abbia—diss'io.

—Non dica questo cose—rispose Violet tornando al Lei e arrossendo.

Sorrisi e replicai:—Non le dirò più.—Ella esclamò allora con impeto:—Sì, le dica!

Il mio pensiero passò naturalmente dalla sua infermità a un'altra idea.

—E i tuoi parenti? Cosa dicono? Lo domando perchè mi pare che dovrei scrivere a tuo fratello.

Qui la mia coscienza mi accusa di una colpa che il mondo, ingannato dai nobili sentimenti profusi senza fatica nei miei libri, forse non mi avrebbe attribuita, ma che risponde pur troppo alle intime pravità e miserie della mia natura. Non avevo perdonato a mio fratello le sue obiezioni di prima, la sua freddezza di poi, ne serbavo un risentimento ingeneroso. Inoltre, per la mia orgogliosa ed egoistica inclinazione a considerarmi vittima dell'ingiustizia umana, a supporre negli altri antipatie, invidie deliberate, noncuranze verso di me, mi figuravo che mio fratello e mia cognata fossero molto più avversi al mio matrimonio, molto più amaramente ingiusti verso Violet e me di quanto erami lecito credere. E mi compiacevo, quasi, per la mala abitudine del mio cuore, di una tale ingiustizia che mi rendeva, in certo modo, più caro a me stesso. Ora l'idea che Violet scrivesse una lettera affettuosa a mio fratello mi destò una subita ripugnanza. Non la seppi vincere e nemmeno seppi, purtroppo, esser sincero; risposi che non avevo ancor detto nulla a' miei parenti, che per ora non era necessario di scrivere e che ad ogni modo sarebbe toccato a me di partecipar loro il nostro matrimonio e quindi a mio fratello di scrivere per il primo alla fidanzata.

Violet parve sorpresa e mortificata dalle mie parole. Allora compresi che questo silenzio serbato co' miei parenti la poteva offendere, e ciò mi recò più dolore che il non aver detto la verità.

—Non vorrei dividerti dalla tua famiglia—diss'ella senza guardarmi.

La pregai di non turbarsi con questa idea, le dissi che prendendo moglie mi sarebbe stato materialmente impossibile di rimanere nella casa paterna e che pensavo portar la mia dimora in Roma o in Firenze, insomma in una grande città dove gli studi fossero più facili e il clima migliore che nel mio paese natio.

Mi parve che Violet non fosse molto persuasa de' miei progetti, che temesse di esser lei la causa d'una risoluzione simile.

—Ne parleremo—diss'ella col suo sorriso dolcissimo.—Parleremo seriamente di molte cose serie, non è vero? Poichè dobbiamo avere tanto giudizio!

Allora si parlò del nostro matrimonio. La prima idea di Violet era stata che si facesse in Inghilterra, presso una vecchia cugina che le aveva sempre voluto bene; non essendo ella sufficientemente legata coi pochi e lontani parenti che teneva in Roma. Ma la cugina, cui Violet ne aveva scritto un cenno, s'era evidentemente spaventata, per la sua cattiva salute, di queste nozze in casa, e aveva risposto in modo poco incoraggiante. Si decise quindi di accettare l'amichevole offerta degli ottimi signori Steele, affrettando però il giorno della nozze quanto fosse possibile. Io non conoscevo la legislazione prussiana sul matrimonio degli stranieri, non sapevo affatto quali pratiche fossero necessarie, di quali documenti avrei avuto bisogno. Neppure il signor Steele, cui ne parlammo subito, lo sapeva. Allora mi venne in mente che si sarebbe potuto fare a Rüdesheim il solo matrimonio religioso, salvo a fare il matrimonio civile in Italia. Violet vi era indifferente, ma mi parve che agli Steele la proposta non tornasse pienamente gradita. Perciò la abbandonammo e si convenne d'informarsi subito circa le disposizioni della legge prussiana.

Ritornando, quel giorno, all'Hôtel Krass, la mia poca sincerità con Violet, a proposito de' miei parenti, mi pesava sul cuore. All'albergo trovai una malaugurata lettera di mio fratello che non ricorderei se non fosse per chiarire com'egli non abbia mai avuto, sino al mio ritorno, sicura notizia di ciò che avveniva a Rüdesheim.

Evidentemente, mio fratello aveva scritto e mia cognata aveva pensato. Non debbo nè voglio serbarne rancore alla memoria di questa povera donna, ma certo la lettera fu male ispirata, e tradiva ad ogni riga una certa lotta fra la mano e il pensiero. La sostanza n'era questa. Mio fratello mi faceva intendere che se io mi accasavo non avremmo potuto vivere insieme, sotto lo stesso tetto. Soggiungeva, che siccome la casa paterna era di proprietà comune, desiderava conoscere per tempo le mie intenzioni; che egli era disposto ad acquistare la mia quota di proprietà; che se ci accordavamo a questo modo, e se io non avevo in animo di stabilirmi altrove, egli si sarebbe adoperato per cercarmi un quartiere e per metterlo in assetto, giusta le istruzioni che gli darei. Di Violet, nè per Violet, non una sola parola.

Gli risposi immediatamente poche righe gelate. Dicevo che mi sarei stabilito altrove e che avrei dato incarico a un avvocato di trattare con lui la cessione di comproprietà che mi proponeva. Mio fratello non mi scrisse più.

Quando io penso ai venticinque giorni che seguirono questo, mi smarrisco nella luce, ricordo tanti momenti con una vivezza acuta, ma non so più come si leghino insieme, non so più quale sia venuto prima, quale poi, ho perduta l'idea del tempo, tutto succede ancora contemporaneamente e per sempre nella mia memoria come se questi miei ricordi, parte della piena felicità ventura, appartenessero già all'eternità, pigliassero la forma di un perpetuo presente. Non avevo, dapprima, in animo di parlarne, ma mi tenta la gran dolcezza e cedo, poichè Lei sola, cara e fedele amica, mi ode. Racconterà dunque il tempo felice, così senz'ordine come vien su dal cuore.

XXXVI.

Una sera, al tramonto, Violet e io eravamo seduti sotto il tiglio di Geisenheim, mentre la signora Steele faceva una visita nella villa Monrepos. Ricordo il gran tiglio, vecchio di quattro secoli, la vicina chiesa con le sue torri medioevali, le villette posate tra i fiori, tra il cicaleccio degli zampilli e degli uccelli, la dolcezza della luce e dell'ora, un odor di glicine in fiore. Per via si era conversato di cose indifferenti. Appena partita la nostra compagna, Violet mi aveva detto «mi ami?» I miei occhi, non le mie labbra, avevano risposto e non s'era parlato più, se non col silenzio stesso, pieno di passiono.

—Com'è dolce, qui!—diss'ella a un tratto.

—Vuoi che ci restiamo?—risposi.—A vivere e morire?

—Oh no!

Aveva detto «oh no» così risolutamente! La guardai, sorpreso. Ella pure mi guardò, ma sorridendo. Si vedeva che aveva una parola sul cuore. Susurrò:—Dove fiorisce l'agave?—e un lieve color di rosa le corse in viso. Parlavamo in italiano, nè so perchè io le abbia allora risposto in inglese, come se qualcuno avesse potuto comprendere:

I kiss you.

Si tacque ancora un poco, e poi Violet mi pregò a dirle i versi dell'agave:

    Ecco, superbo ascende il fior dell'agave.
    Arde nel cielo splendido il mio sol.

Li recitai o soggiunsi tosto che non pensavo più alla gloria, che pensavo solo ad esser felice con lei, per lei, di lei sola. Meglio se potevamo nascondere la nostra vita in qualche umile paese come Geisenheim.

Violet mi guardava con uno sguardo smarrito, velato, e accennò di no. Solo dopo qualche tempo mi rispose dolcemente:—No, caro, no.—E perchè io la guardavo come aspettando le sue ragioni, riprese che avrebbe tante cose a dirmi ma che quando era con me diventava incapace di ricordarle, incapace di ragionare. Preferirebbe scrivere. Appena detto così sorrise, e intesi subito a cosa aveva pensato. Ella mi lesse in viso e s'affrettò a dirmi che stavolta non si trattava di cose amare come a Belvedere, dove m'aveva annunciata la sua prima lettera colla stessa frase. La pregai di scrivere presto.

Promise di farlo la sera stessa.

Io pensavo a ciò che direbbe in questa lettera, e credo d'aver preso involontariamente un'aria grave. Allora fu lei che mi disse—I kiss you—e soggiunse con un delizioso accento di angustia:

—Non devi fare un viso così serio!

La signora Steele veniva verso di noi e in quello stesso punto passò una bambina, recando dei fiori. Violet la chiamò, come per dissimulare all'amica sua il nostro turbamento.—Che fiori hai?—diss'ella.

—Waldmeister.

—Dove l'hai colto?

—Sul Niederwald.

—E come ti chiami?

—Luise.

—Oh!—esclamammo insieme—Luise!

Il Waldmeister ci ricordò il bosco di Eichstätt e il nome della nostra amica, della cara giovinetta, ci punse il cuore di rimorso e di tristezza, perchè non avevamo ancora parlato di lei e ci pareva questa una colpa comune. Violet trasse a sè questa piccola Luise, e la baciò teneramente.

XXXVII.

Ecco la lettera di Violet:

«4 luglio.

«Appena sei partito ho data la felice notte ai miei amici ed eccomi nella mia camera. Voglio tanto bene a questi perfetti amici, ma quando tu mi lasci soffro di stare con altri, desidero esser sola per ritrovar te, per stringerti al mio cuore nel più profondo mistero, come dice la cara poesia.

«Non ti scrivo per dirti che ti amo, benchè avrei tanti volumi da riempire con questo. Ti scrivo per tenere subito la mia promessa di Geisenheim.

«Caro, io credo di averti amato molto presto, a Belvedere; molto prima di quanto potresti credere. Allora pensavo, contro la mia volontà, che sarei felice di vivere presso a te come la più umile persona della tua casa, assistendo, ignorata da te, alla tua vita intima, udendoti parlare con altri più degni di me e leggendo… sì, sognavo anche questo peccato!… leggendo di nascosto le tue carte. Poi, quando seppi d'essere amata n'ebbi una vertigine, e desiderai nella mia fantasia che tu avessi a scrivere per me sola. Questo l'ho desiderato anche più tardi, una volta. Viaggiando in ferrovia da Firenze a Roma ho udito parlare di te come scrittore idealista, in modo che mi fece male. Avrei pianto di collera e pensai che diventando mio non daresti più al mondo un solo verso. Ma era un pensiero che, allora, non poteva durare. Conoscevo tanto meglio di prima, per le tue lettere, l'anima tua; sapevo che, per quanto riguarda le idee, sei capace di seguire il tuo cammino col più risoluto disprezzo degli attacchi che giungono e di quelli che non giungono a te. Adesso io sono tua ed ecco ciò che ho nel cuore:

«Noi dobbiamo vivere nel tuo paese, là dove tu hai le memorie più care, dove le voci delle cose ti hanno parlato la prima volta, un giorno della tua fanciullezza, con tua grande confusione e stupore, e ti hanno poi appreso in seguito ch'eri poeta e che bisognava rispondere ad esse. Ricordi bene, non è vero, di avermi raccontato questo? Là tu hai conosciuto la vita e i cuori degli uomini che in parte sono già ne' tuoi libri e in parte nella tua mente; là tu hai sentito spesso col sentimento di tutto un popolo. Noi dobbiamo vivere là, non perchè tu goda tutte queste dolcezze della patria, ma perchè mi pare che sieno quasi l'alimento del poeta, e tu devi esser poeta sino all'ultimo, con tutta l'anima tua e con tutta la mia.

«Caro, io sono forse in parte troppo scettica e in parte troppo entusiasta; di quest'ultimo guaio ne hai colpa tu che mi hai ridonato il mio cuore di diciott'anni. Io penso che tu possa realmente far bene, come poeta, a pochissime anime, e penso in pari tempo che il valore di questo ristretto beneficio sia inestimabile e che saresti colpevole di non recarlo. Non basta; io sono una personcina molto ignorante e da nulla, ma tuttavia presuntuosa assai; e oso adesso dire cosa vorrei che tu facessi in avvenire come artista. Il romanzo che hai incominciato mi piace immensamente e so come vi lavorerai quando sarai mio. Io mi vedo già seduta vicino a te, con un lavoro fra le mani molto più umile del tuo, guardandoti e baciandoti col desiderio mentre scrivi, e tenendo gli occhi bassi quando alzi i tuoi dalla carta, per non tentarti, per lasciarti tranquillo. Ma vorrei che ne' tuoi futuri libri non vi fosse solo die vornehme Welt, come dicono qui, una elegante società di signori e signore; e nemmeno che ci fossero solamente contadini e operai; vorrei che tu prendessi in mano tante persone di ogni specie, come si mescolano o si toccano o almeno si vivono accanto nella vita reale. E vorrei un'altra cosa più grande assai; che tu fossi per questa gente il poeta della verità e della giustizia.

«Dio mio, come mi batte il cuore pensando che lo sarai! Ti abbraccio, mi stringo a te nel pensiero, ti amo tanto e sono tanto felice che ne soffro.»

«5 luglio.

«È l'alba e io scrivo presso la finestra aperta, per aver luce. Non ho potuto dormire, ma ho riposato e l'aria così pura e fresca mi ristora, mi dà una gioia tranquilla.

«Il caso e le condizioni della mia esistenza, alquanto vagabonda, mi hanno fatto conoscere molte persone e molti atti di queste persone che sono ignoti alla maggior parte della gente fra la quale vivono. Ho udito il mondo esaltarle o deprimerle con giudizi di errore e poche cose che mi hanno fatto altrettanto sdegno, altrettanta amarezza. Avevo forse appena tredici anni quando questi stupidi giudizi umani incominciarono a farmi soffrire. La mia adolescenza fu assai fantastica e ambiziosa. A sedici anni sognavo la gloria come un ragazzo, credevo poter diventare un grande scrittore e m'inebbriava l'idea di far giustizia colla penna senza rispetti umani. Forse, col carattere focoso e altiero che avevo allora, pensavo più a castigar degl'ipocriti che a premiare la virtù sconosciuta. Le mie illusioni, la mia folle ambizione caddero presto e di quell'ideale non è rimasta in me che un'alta, inaccessibile immagine; ma ho sempre pensato che invece di porre in scena caratteri non mai esistiti o fatti di rappezzi, il poeta dovrebbe portare intere ne' suoi libri le persone che ha conosciute nel mondo, rappresentandole secondo verità e giustizia, in modo che possa servire di premio o di pena. Io so che non dobbiamo giudicare i nostri fratelli e che nè la perfetta scienza, nè i definitivi premi e le pene del cuore umano sono in nostro potere; ma sento con tutta l'anima che il poeta è chiamato a prendere sulla terra, per ombra e figura, questa parte divina, a esercitarla, non per uno sfogo di passione come avrei fatto io qualche volta, ma col solo intendimento del bene, per correzione ed esempio, e con le prudenti cautele che ha o dovrebbe avere chi pronuncia in chiesa la parola di Dio, quando apre le anime e vi mostra il peccato.

«Caro, ti faccio io sorridere? Credo veramente che sorridi, mi accarezzi e mi baci, molto come il tuo amore che sono e un poco pure come una bambina che ti sembro in questo momento. Perchè io La credo capace, sarcastico signore, di questa cosa mostruosa: ridersi di me. Ciò ch'ella del resto non potrà, un giorno, fare impunemente, perchè se io Le ho già morso un dito, piano piano, per amore, saprò mordere anche per vendetta, e forte! Ma no, è vero, non tocca a me dirti qual è la tua via; a me tocca solo seguirti, seguirti sempre, al tuo fianco quando la via è piana, nelle tue braccia quando è difficile. Spero che sarà molto difficile, sai?

«Ecco una lunga lettera e non vi è ancora ciò che mi fu cagione di scriverla. È una cosa contro il mio cuore, ma secondo la mia mente e la mia coscienza. Non ho mica presa sul serio la tua proposta di Geisenheim; ma sai perchè non vorrei vivere a Geisenheim nè in qualsiasi altra solitudine? Perchè occuperei troppo tutta la tua vita! Per me sarebbe il paradiso, ma non dev'essere, non lo voglio. Voglio essere una nuova fiamma in te per le opere del bene e dell'arte, e ritroverò me in tutto che penserai, in tutto che farai, quantunque in apparenza estraneo e in fatto superiore a me. Voglio però anche essere la tua vanità; io sola, che sono parte di te, una parte inferiore, io sola voglio essere la tua vanità. Se tu ti sforzi di non curar le lodi dei giornali e della folla, ti abbandonerai, invece, senti come sono orgogliosa!, alla dolcezza di esser lodato da me, che non so ancora lodare, che invidio, per questo, le donne italiane, ma che cercherò d'apprendere, e se non saprò scioglier la mia lingua legata, ti parlerò colle mie carezze!

«Solamente, se ci saranno ne' tuoi scritti eleganze classiche, bellezze puramente italiane, temo che non le saprò intendere. Me le insegnerai tu, caro. Quante cose mi devi insegnare! Quando penso come sono ignorante di tante cose che ogni scolaretta sa, mi copro il viso. Ti piace ch'io mi copra il viso?»

XXXVIII.

Rientravamo in giardino dal passeggio.

—Perchè mi ami?—diss'ella.—Ancora per il sogno?

—No no—risposi ridendo.—Per i sogni… La prego di dire per i sogni, signorina… capisco adesso che non L'ho amata mai.

—Questo?—esclamò Violet sorpresa, ma con un viso felice.—Allora Lei mi ha indegnamente ingannata, gentile signore. Lei mi ha recitato una perfetta commedia a Belvedere con quelle belle frasi sulla mia voce, la vita e la speranza. Ma bravo! E quando mi hai fatto l'onore di cominciare a volermi bene?

—Non ti ho mai ingannata un momento—replicai—ma credo di essermi ingannato io stesso, credo che quella gran commozione per la tua voce fosse puramente un'ebbrezza di fantasia. Sai quando mi figuro d'aver cominciato ad amarti veramente? Sul prato di S. Nazaro quando sei stata tanto cattiva, quando mi hai detto quella bella impertinenza del tutto volgare.

—Oh che tardi!—diss'ella giungendo le mani; e rise. Com'era piacevole e ricreante di ricordare le sue pungenti parole, il suo sussiego di quel giorno, e d'udirla adesso a ridere così, di dirle tu!

Prese a un tratto un'aria compunta, abbassò gli occhi e sospirò:

—Povera me, io ho cominciato molto prima.

—A Roma?—diss'io.—Dopo aver letto Luisa?

Violet si mise a ridere.—Troppo presto!—diss'ella.—Com'è presuntuoso il signore!

Poi mi confessò sul serio che quando a Belvedere le aveano annunciata la presenza dell'autore di Luisa, ella, che aveva attribuito il libro a una donna, n'era stata scossa nel cuore malgrado sè stessa.

—Ti vidi—continuò—prima che tu mi parlassi. Ti trovai un'aria così grave e severa che la idea dell'amore si allontanò da me e ne fui contenta; ma quando mi parlasti la seconda volta ne rimasi un po' colpita, e quando poi le nostre mani si sfiorarono sul cannocchiale sentii per un attimo con tutta me stessa che ci potremmo amare. Le tue parole su coloro che amano due volte mi fecero rimescolar tutta; però resistevo e sopratutto volevo nasconderti il mio sentimento; alcune altre tue parole che in fatto non mi piacquero m'aiutarono a fingere. Dio mio, sul prato di S. Nazaro ti amavo già e mi costò tanto di essere così dura! Potevi ben capire che lo ero troppo!

—E quella partenza—diss'io—quanto male m'ha fatto!

—Non ne parlare!—rispose Violet sotto voce, ma con un impeto d'angoscia.—Non parlar mai più del male che t'ho fatto!

Camminammo in silenzio fino a casa. Appena passata la soglia Violet mi accostò le labbra all'orecchio, mi bisbigliò con voce lenta, grave di passione:

—Voglio essere amata col cuore, sai, non colla fantasia.

XXXIX.

Adesso è la cara, nitida Heidelberg che mi vien su dal cuore. Si va dall'Hôtel Victoria al Castello per la Wolfshöhle cogli amici nostri che hanno proposta e diretta questa gita di tre giorni.

Che ombre quiete, che verde odoroso, che musica di primavera in quei boschi profondi della collina, dove tanti viali salgono, girano, s'incrociano, si perdono nelle solitudini e mostrano ai crocicchi tacite indicazioni di luoghi invisibili!

Fairyland—mi disse Violet, sorridendo.—Sì—risposi macchinalmente—Fairyland.—E mi passò il cuore un presentimento del tempo in cui quell'ora sarebbe lontana nella mia memoria, vi diventerebbe visione d'un Fairyland goduto un momento, perduto per sempre. Violet mi guardò.

—A che cosa pensi?—diss'ella.

—A niente—risposi.

Ella si dolse e si rise di me ad un tempo; ma poi mi disse sottovoce:

—Ho visto che hai pensata una cosa triste. L'ho pensata anch'io.

—Quale?—risposi.

—Che io sono la tua Fairy, una povera fata così debole e stanca; ferita!—

Soffriva, quel giorno, di spossatezza e io le avevo proposto di rinunciare la passeggiata, ma ella vi si oppose, e non insistetti perchè vidi che la mortificazione di non poter venire era forse un male peggiore. Questo pensiero ch'ell'avrebbe voluto essere sana e robusta per me, venne una volta sola sulle sue labbra; negli occhi lo aveva ogni volta ch'era sofferente.

Gli Steele vollero salire a Molkencur e noi li aspettammo non lontano, mi pare, dalla Kanzel dove la via gira cingendo il colle a mezza costa. Dal nostro sedile ci vedevamo a piedi la valle chiusa del Neckar, e di fronte ancora lontano, sopra un'altra sporgenza della costa, il vecchio Schloss, con le sue torri enormi in rovina, sommerso nel verde. Bianche nuvole passavano allora sul sole, un'aria molle ci ventava in viso. La via era deserta, ci sentivamo più soli che a Geisenheim; Violet mi abbandonò la sua mano, e le parlai del primo tocco delle nostre mani a Belvedere, della mia gioia di quell'istante.

—Adesso non senti più così—disse Violet.—Sei troppo avvezzo ad avere la mia mano.—Devi tornare come a Belvedere—soggiunse togliendomela.

Ella si mise a scherzare con una civetteria, con una grazia indescrivibile. Adesso aveva sovente di questi momenti deliziosi in cui mi pareva un'altra Violet, una tale Violet che non avrei mai creduto potesse esistere, che mi faceva quasi impazzare d'amore e insieme di terror geloso. Ah se mai si mostrasse ad altri così! Fui per serrarla nelle mie braccia ed ella se ne avvide, si sgomentò alla sua volta, tornò seria e tranquilla, e mi susurrò poi che non sapevo ancora niente, che neanche le parole sue più amorose conoscevo ancora e che bisognava aspettare a quando sarebbe mia moglie.

Tacque perchè si avvicinava una comitiva di bambini e di signore; passata la comitiva, mi porse sorridendo un suo piccolo portafogli perchè vi scrivessi qualche verso in memoria di Heidelberg. Mi parve un po' sorpresa e forse anche mortificata di apprendere che non sapevo scrivere versi così all'improvviso, e io pure credo essermi un po' turbato di questa sua sorpresa come se ne potessi scadere nell'affetto suo. Ella protestò senza parole, ma con un tale represso slancio della persona, con una luce tale negli occhi!

Presi il portafogli.

—Sai?—diss'ella sottovoce—anche se tu perdessi tutta la tua ispirazione di poeta, sempre ti amerei così!

La sua tenera voce era commossa come se veramente mi accadesse in quel punto la disgrazia che diceva; volle, non so perchè, celarsi a me e piegò il viso sul libriccino che teneva fra le mani. Sfiorai colle labbra i folti suoi capelli odorosi, ma non n'ebbi allora vertigini. Sentii che avevo baciato i capelli non di un'amante, ma della cara compagna mia, congiunta a me da un sentimento sacro e solenne cui erano oramai indifferenti la gioventù, la bellezza e tutto quello che passa.

Scrissi nel portafogli:

FAIRYLAND.

    In un paese d'incanto
    Passo una selva profonda;
    Sospiro e immagino intanto
    Dove la fata si asconda.

    Or geme il bosco ed or tace
    Ora si schiara, or s'oscura;
    Riposa immobile in pace,
    Spande la inquieta verdura.

    Stupido io miro la via
    Che sale, gira e si perde;
    Vorrei saper dove sia
    Più scuro e segreto il verde,

    Perchè se dai passi miei
    Colà rifugge turbata,
    Chetar co' baci vorrei
    La bionda timida fata.

    E se la via m'è straniera,
    E se mistero m'è il bosco,
    Forse nell'ombra più nera
    Le fini labbra conosco.

In vita mia non mi vennero mai scritti venti versi così presto; però vi erano tante correzioni che Violet ne fu esterrefatta. Tentò decifrarle, ma inutilmente; dovetti legger io. Contavo molto sull'effetto dell'ultimo verso, e m'ingannai perchè fin dalla prima strofa Violet non ebbe il menomo dubbio di non essere lei la fata.

—Come puoi essere tu la fata—esclamai—se dico che vorrei sapere dove si nasconde?

—Sì, sì,—rispose,—ma già sono io.

E quando udì l'ultimo verso disse solo:

—Ecco.

Intanto sopraggiunsero gli Steele innamorati di Molkencur e risoluti di ritornar lassù con noi al tramonto. Vi salimmo infatti il signor Steele ed io a piedi, le signore in carrozza. Vi passammo due ore deliziose ad un tavolino appartato, con l'acceso tramonto e i piani vaporosi del Palatinato a fronte, colla valle del Neckar e lo Schloss a' piedi, bevendo l'aria pura dei boschi cui l'amico Steele aggiunse per suo conto alquanti chopes di birra. La piccola rotondetta signora Emma, piena d'intelligenza e di bontà, sosteneva contro di me la preminenza della letteratura tedesca sulla inglese, mentre suo marito, più giovane, più vivace, e meno colto di lei, andava e veniva dalla birra a questo o a quel punto di vista, arrabbiandosi di non poter discernere all'orizzonte la cattedrale di Spira.

—Si capisce—diss'ella ridendo—che Lei ammiri tanto tutto quello ch'è inglese, ma si provi d'esser sincero, se lo può! Mi dica se, come artista, preferisce la donna nella nostra letteratura o nella inglese; mi dica se le donne di Goethe non sono più vere delle stesse donne di Shakespeare!

—Oh!—fece Violet come se non potesse prestar fede a' suoi orecchi.

—Ma sì!—riprese la signora Emma.—Più vere! Io credo che nessun poeta abbia creato donne così vere come Goethe, ed essendo tanto vere così care e graziose. Le donne di Shakespeare sono tutte un poco del paese dei sogni; le cattive sono mostri orrendi, e le buone, scusa, cara Violet, mi parvero sempre un po' sciocchine.

—Già—replicai scherzando—Desdemona, Miranda, Giulietta, Jessica erano disgraziate Wälsche che non avevano studiato a Nymphenburg, nè fatto ginnastica col bastone Jäger, che non possedevano la menoma idea sul libero esame e non amavano di pattinare sul ghiaccio. Ofelia non aveva seguito suo fratello a Gottinga, e ora si crede che non fosse nemmanco abbonata alla Gartenlaube.

—Lei è perfido!—esclamò la signora.

—Cosa c'è, cosa c'è, cosa c'è?—fece suo marito, che disperando di scoprire Spira, si ritirava lentamente sulla sua chope.

—Senti—gli rispose sua moglie—aiutami. Il nostro amico preferisce la donna nella letteratura inglese e io preferisco la donna nella letteratura tedesca. Cosa pare a te?

—A me pare—rispose con mansuetudine filosofica il signor Steele—a me pare di preferir la donna fuori da ogni letteratura.

Noi si rise e la signora fece una spallata.—E a te, Violet?—diss'ella—Cosa pare a te? Dimentica per un momento la tua patria e dì quel che senti.

—Ho la mia opinione—rispose Violet—e non so fare bei discorsi. Non sono letterata—soggiunse sorridendo—non so che scrivere il mio nome qui.

E trasse a sè l'albo dei visitatori di Molkencur che ci avevano portato poco prima. C'era una colonna per il nome, un'altra per la patria; Violet vi scrisse invece del proprio il nome fantastico di una donna immaginata da me e vi pose accanto l'altro dolcissimo nome: Italia. Gli Steele avevano già scritto nell'albo al mattino ed io solo vidi l'amoroso pensiero di Violet. Non ne parlai, non ne avrei parlato a ogni modo quand'anche Violet non mi avesse fatto cenno di tacere; sentivo bene che questo doveva restare tra lei e me, ch'erano solo due parole d'amore, forse fra le più tenere possibili e pie. Io fui tanto felice che lasciai la signora Emma interamente padrona del campo.

Quando scendemmo la luna sorgeva sulle alture boscose del Königstuhl. Violet volle far la discesa a piedi, appoggiata al mio braccio. Un suono lontano di campane dalla città andava e veniva col vento, il cuculo cantava nei boschi cui la luna radeva le vette agitate. Gli Steele ci precedevano ridendo tra loro e io dicevo a Violet la commozione provata nel leggere il suo nuovo nome, la sua nuova patria. Ella mi strinse forte il braccio senza rispondere, e perchè passavamo allora nell'ombra di un gran castagno era ben naturale che la mia fata mi ricordasse nel modo più dolce i versi fatti per lei:

    Forse ne l'ombra più nera
    Le fini labbra conosco.

XL.

Io le dicevo tutti i miei pensieri, tutti i movimenti buoni e cattivi dell'anima mia con la stessa sete di sincerità, per così dire, che avrei dovuto provare parlando a Dio, Quanto più era penoso e umiliante per me di confessarmi a lei, con tanto maggior ardore lo facevo. Se talvolta ho dubitato di un atto o di un pensiero che fossero o non fossero riprovevoli, mi bastò sempre a chiarirmi di ogni dubbio e mi basta ancora il giudizio recatone dentro a me da quella invisibile Violet che sempre fu ed è nella mia coscienza; giudizio sicuro e severo, ben più severo di quello che ne recava la Violet esterna, visibile. Pensando a ciò mi colpì un'analogia singolare e ne vennero questi versi composti sul battello a vapore, andando a Magonza:

      Nel mio mortal tu vivi, imago eterna:
    Ami negli amor miei, ne' pensier pensi,
    E, più divisa da' terreni sensi,
    A la mia coscienza sei più interna.

      Giusto ministro a Dio, quivi governa
    L'occhio tuo, speglio a' Suoi chiarori immensi;
    Levando in core mal vapor non viensi
    Che l'ombra ei non ne segni e non ne scerna.

      Ma se da te rimorso, idea severa,
    Dico tremante la fralezza mia
    A la mortale tua persona vera,

      Sorridendo mi bacia tanto pia
    Ch'io veggo in te come in arcana spera
    Quanto il Signor giusto e clemente sia.

Violet era rimasta a Rüdesheim perchè certi suoi conoscenti di Norimberga le avevano promessa una visita; ed io avevo scelto quel giorno per andare a Magonza dove intendevo acquistare un dono per lei.

Tornai con un braccialetto assai semplice e con questi versi di cui ella comprese subito il concetto benchè avesse bisogno di qualche spiegazione speciale. Il concetto le piacque; i versi non le parevano miei, li trovava così differenti da tutti gli altri che le avevo dati. Lo capivo perfettamente, ma tuttavia le domandai in che li trovasse differenti. Mi rispose ch'erano più difficili, che le ricordavano molto più degli altri le sue letture di classici italiani e le facevano un poco l'effetto d'essere stati scritti da un pittore quattrocentista.

—Ho letto e riletto non so quante volte la poesia—mi diss'ella all'indomani—ed è una cosa strana ciò che provo. La forma mi pare un poco meno viva che negli altri tuoi versi, ma mi compiaccio assai più di ritrovarmi in questi che in quelli.

Osservai che ciò avveniva per il loro concetto.

—No—rispose—sento chiaramente che non è solo per il concetto; è anche per il linguaggio che l'aria così antica, spirituale. Dimmi se in Italia piace più questo genere o l'altro.

—Lasciamo stare il mio sonetto—risposi.—In Italia piacciono i versi migliori di questi. Non vi manca del resto chi dice che si dovrebbero scrivere versi di concetto moderno e di forma antica, ma è un errore perchè bisogna che il concetto nuovo si generi la sua forma nuova e anche la sua nuova armonia.

Violet pensò un poco, diventò rossa, mi prese il capo a due mani, mi sussurrò sulla fronte:

—Io ti amerò sempre sempre come adesso, ma il mio viso invecchierà, la mia povera voce che ti piace non sarà più dolce. Cosa farai tu allora?

Le sue mani mi strinsero alle tempie quanto forte poterono.

—A che pensi mai!—risposi.—Allora non sarò più buono a far versi, non saprò che ripeterti questi ogni giorno.

Poi scherzai sulle nostre tenerezze senili. Violet se ne offese, un po' sul serio, un po' da burla, e mi disse ch'ero un cinico odioso, che trovavo dappertutto il ridicolo, che questo le era molto piaciuto in me da principio perchè è una follia della donna d'innamorarsi degli uomini cattivi, ma che adesso non mi voleva più così.

—Anch'io—diss'ella—una volta ero sarcastica come te; adesso non lo sono più.

Dovette ridere dicendolo, perchè lo era molto spesso ancora; aveva sorrisi fini e parolette brevi ch'entravano nella gente come spilli. Lo riconobbe, ma protestò d'essere sempre in lotta, a questo proposito, colla sua inclinazione e sostenne che il sentirsi tanto felice, l'amare e l'essere amata la rendevano insensibile al ridicolo.

—Dunque—diss'ella—questo senso del ridicolo non dev'essere una cosa buona, non deve potersi accordare con la pienezza della felicità e dell'amore. Anche tu cercherai di perderlo, non è vero?

Rise ancora, vedendo la mia faccia dolente, quasi sgomentata; e mi domandò se fosse un'impresa tanto difficile. Risposi che sì ed ella mi replicò, che essendo artista, potevo sfogarmi senza malignità nei miei libri.

—Però—dissi—sarebbe meglio di frenarmi anche lì?

—Forse sì—mi rispose sottovoce—forse i libri più nobili non rappresentano il ridicolo.

Sostenni con calore, con troppo calore, che ciò non era esatto; e cercai quindi scusarmi dalla taccia di malignità, dissi che quando ero ridicolo io stesso ne avevo il senso acuto ed esilarante.—Sei maligno verso di te—rispose Violet—E in me troverai tu mai il ridicolo?

—Che peccato!—risposi sospirando.—Temo di no.

XLI.

I versi che seguono furono probabilmente scritti alcuni giorni dopo Heidelberg perchè so di averli pensati alla finestra dell'albergo, appena sorta la luna; e ricordo ch'era oltre la mezzanotte. La luna si alzava a sinistra, rossastra e falcata, di là dal Reno, sopra Ingelheim; un obliquo raggio dorato tagliava le tenebre del fiume.

—Sai—dissi a Violet l'indomani mattina in presenza degli
Steele—stanotte si è trovato il tesoro dei Nibelunghi.

Lo dissi con un tale accento di sincerità che la signora Steele si lasciò sfuggire un oh!

—L'ho trovato io—soggiunsi—Ed è tutto per miss Yves.

E le diedi questi versi:

      Sorge la luna e l'oro
    Brilla nel fiume nero;
    Lo splendido tesoro
    Toglier a l'onda io spero.

      Rugge il Reno, i giganti
    Pioppi fremon su i lidi,
    Mi corre il vento avanti,
    Mi cinge d'alti stridi.

      Il fulgido tesoro
    Nel sacro Reno immerso
    Pe' tuoi capelli d'oro
    Rapisco nel mio verso.

      Or buia piange l'onda
    I suoi perduti rai;
    A la tua testa, bionda
    Non si torran più mai.

Dovevamo andare a Bingen, quella mattina, col vaporetto e quindi al Maüsethurm, e ci eravamo dato convegno allo sbarco. Violet vi era andata quasi un'ora prima per farvi uno studio di acqua e di cielo. Prese i versi e mi ringraziò con un lungo sguardo mentre gli Steele consideravano il suo lavoro.

—Violet lo ha già dipinto e Lei lo dipingerà, il nostro Reno—mi disse la signora Steele.

—Lo ha già dipinto anche lui—mormorò Violet.

—Io?—esclamai, sorpreso.

—Pare di sì—disse la signora Steele con un sorriso interrogativo.

—Ma è la prima volta—replicai—che vedo il Reno.

—Faccia così—disse il signor Steele—ce lo dipinga adesso, ci scriva cosa vede. Sentiamo come vede un poeta e sapremo se dipinge meglio Lei o miss Yves.

Gli Steele erano come ragazzi che quando passa loro per la testa un'idea assurda se ne ubriacano e nessuno è capace di levargliela. Non ci fu verso ch'io potessi sottrarmi a un tale capriccio quantunque mi sentissi ridicolo. Avrei creduto che Violet mi aiutasse; invece si unì agli altri due contro di me e volle darmi ella stessa la carta e la matita.

Là dov'eravamo il fiume ci discendeva da levante diritto incontro, chiaro come il cielo a perdita d'occhio, con la sua larga distesa d'acque egualmente veloci, che appena una sottile striscia di case e di alberi divideva, in faccia a noi, dall'orizzonte, fra il tozzo nero Adlerthurm di Rüdesheim a sinistra e verdi pioppi di isole, sfondi azzurri di colline a destra. Presso a noi, lungo la riva destra, una riga di barche nere si dondolava sull'acqua tutta bollimenti e luccicori intorno alle catene tese delle ancore. Il fumo di un vapore, la Criemhilt, alzandosi a globi s'inargentava nel sole. Credo avere indicato così, o presso a poco, ciò che vedevo; non ho più quel foglietto che gettai subito nel fiume.

—Ecco—disse Steele—io, che non sono poeta, vedo una grande quantità di acqua, molta più del necessario; non guardo i pioppi ma il mio vigneto del Rochusberg che ha un'aria assai malinconica; la mia vista prima di arrivare all'Adlerthurm, si ferma sulla gobba del suo cameriere dell'Hôtel Krass che sta pescando alla lenza qui vicino; la quale gobba non mi pare poi indegna di essere osservata da un poeta. Del resto mi permetta di dar la palma a miss Yves perchè Lei non ci ha nemmeno detto che colore abbia l'acqua del Reno.

Risposi che davanti a tedeschi avrei preferito definire il colore della metafisica di Hegel anzi che quello del Reno. Violet mi disse più tardi, sul vaporetto, che quanto avevo veduto io, l'aveva veduto anche lei come pittrice, ma che quella non era poesia, non era il Reno, era un fiume qualsiasi. Il Reno lo avevo veduto più da poeta, parevale, la prima volta, nel mio pensiero eccitato dal Rüdesheimer, lo avevo meglio dipinto senza dipingerlo, in un verso solo:

    Bevo e mi veggo sorgere dentro al pensier profondo
    Il Reno sacro, i clivi, torri, vigneti e fior.

—Questo è il Reno vero—diss'ella.

XLII.

Fu appunto a bordo della bianca e verde Criemhilt, tornando da una gita a St. Goar che Violet mi disse:

—Cosa ti scrivono i tuoi amici? Lo sanno che fai questa follia?

Eravamo in mezzo a una folla di signore e signori e Violet si divertiva a dirmi ogni sorta di cose da farsi baciare o mordere, sapendo che non potevo fare nè l'una nè l'altra cosa.

—Tu taci—soggiunse con gli occhi maliziosi di quella Violet che avevo veduta un istante nei boschi di Heidelberg.—Si vede che non l'hai osato. Ti vergogni di me. Tu vorresti abbracciarmi adesso tanto per non avere a rispondere, ma non hai neppure il coraggio di far questo. E io sarei tanto felice se tu sapessi disprezzare per amor mio questi rispetti umani; io sarei capace di disprezzare tutta la gente intorno a noi.—No, pietà, no, ti scongiuro—diss'ella sottovoce, atterrita dall'atto ch'io feci di pigliar sul serio le sue provocazioni. Mi rifece più tardi la stessa domanda di prima, sul serio. Dovetti allora confessarle che in Italia nessuno sapeva niente dei miei amori tranne mio fratello.

Violet tacque un poco.

—Ecco—disse poi—se ora cadessi nel Reno in Italia non si saprebbe neppure che ci siamo conosciuti. Perchè tu non diresti mai niente, non è vero?

Tardavo a rispondere.

—Oh sì—diss'ella—promettimi che non diresti niente! Mi basta di vivere in te, non mi piace di pensare che il nostro amore vada, senza necessità, per le bocche di tanta gente. Parleresti solo se in Italia si venisse a sapere qualche cosa e si dicesse ch'ero un'amante non una fidanzata.

—Violet—risposi—non rattristiamoci inutilmente così! Pensiamo invece a preparare la lista di tutti i nostri parenti e conoscenti d'Italia, di Germania e d'Inghilterra a cui si dovrà mandare la partecipazione.

—Sì—diss'ella—questo è necessario; lo faremo. Però mi pesa, molto più ora, sapendo che nè tu nè io abbiamo amici nè parenti che possano esser felici di vedere felici noi. Ma lo faremo, lo faremo.

Ella tornò quindi a domandarmi se, avendo a perderla, parlerei mai più di lei con alcuno e non mi diede tregua fino a che non ebbi risposto che avrei sofferto moltissimo di non poter parlare di lei a cuore aperto, con qualcuno che fosse contento di ascoltarmi. Feci allora una vaga allusione a Lei, amica mia.

—Hai Emma Steele—diss'ella.

—A proposito, quei poveri Steele!—esclamai per cambiar discorso.—Li lasciamo un po' troppo soli, mi pare.

Ci alzammo dal nostro posto di prora e li raggiungemmo alla poppa. Violet si mise a discorrere colla signora Emma e l'amico Paolo mi fece una dissertazione sui vigneti che, scarsi di vegetazione e mondi affatto d'erba, avevano un aspetto fra giallognolo e grigio, quasi triste, sotto i boschi vigorosi delle cime. A Oberwesel mi parve veder salire sul vapore, con ombrello e bastone, certo piccolo personaggio da me conosciuto; mi spiccai dalla compagnia e andai a stringer la mano al mio caro amico Topler seniore dopo essermi bene assicurato che Topler juniore non era con lui.

Egli fece, ravvisandomi, un gran chiasso da quel buon Schwabe ch'era, e durai fatica a fargli intendere di star cheto, perchè miss Yves era sul battello e non avevo piacere, desiderando evitarle ogni emozione, ch'ella si avvedesse di lui.

—Geloso, geloso, geloso!—diss'egli.—Avete ragione; era innamorata di me.

Mi raccontò che era andato a Oberwesel a trovare un amico pittore, che aveva visitato non solamente die Katze, ma anche die Maus (due rovine di castelli) e che adesso andava a trovare una signora a Kreuznach, per cui sarebbe disceso a Bingen. Conosceva molto imperfettamente gli avvenimenti di Norimberga e mi domandò come ci trovassimo lì. Io non gli avrei chiesto del professore; fu lui che mi disse d'essere abbastanza contento, senza spiegarsi di più.

Intanto il cielo s'era venuto oscurando e un improvviso rovescio di pioggia mise lo scompiglio sul battello. Corsi da Violet, ma ella era già discesa sotto coperta, e trovai una tal ressa di gente sulla scala che dovetti rinunciare a scendere io pure e mi rifugiai sotto l'immenso ombrello verde di Topler. Egli sapeva il Reno a memoria, ma n'era entusiasta come un giovane che lo vede per la prima volta, si affacciava ai parapetti del vapore col lungo naso al vento, tutto ridente di ammirazione, noncurante della pioggia; mi domandava se fossi stato qua, se fossi stato là, mi suggeriva gite opportune anche per Violet, mi fece promettere di visitar con lei il Drachenfels nel Siebengebirg. Gli dissi che avevo il progetto di andare a Wetzlar per le memorie di Goethe e lo vidi rannuvolarsi tutto.

—No, no—diss'egli bruscamente—non andate a Wetzlar.

—Perchè?—esclamai sorpreso—Che male ci sarebbe?

—Non ne vale la pena—rispose Topler, e si mise a parlarmi di Rheinstein, la cui bandiera e i baluardi merlati, ritti sopra uno scoglio a picco, apparivano allora dietro ondate di pioggia tra le boscaglie della riva sinistra, in faccia ad Assmannshausen. Questo contegno del mio vecchio amico mi pareva misterioso e non me lo sapevo spiegare se non supponendo che Topler juniore fosse a Wetzlar. Non avevo ancora parlato con Violet di questa gita e risolsi subito in cuor mio di non parlargliene più.

Topler discese a Bingen. Prima ancora che si ripartisse smise di piovere e si fece la traversata da Bingen a Rüdesheim con un riso splendido di cielo e di Reno. Violet era felice, scherzava, rideva; quanto a me non mi sentivo allegro, mi pareva aver qualcosa sul cuore, e non sapevo che.

XLIII.

Eccomi al principio del dolore, di ciò che ho insieme orrore e avidità di raccontare. Mi par di viaggiare in ferrovia, d'aver finora percorsa con lentezza un'ampia valle variata di aspetti dolcemente malinconici, di aspetti ridenti, e che ora le montagne si stringano improvvise e sinistre addosso al treno che accelera e precipita la fuga, furioso di spavento. Infatti questo vivere mio presente che segue agli eventi raccontati qui, non somiglia egli un correr nella galleria centrale di qualche gran valico alpino? Non vengo io dal sole, dai piani ridenti, dalle valli selvagge a queste tenebre sonore dove son portato a precipizio, senza tregua, nell'ansiosa attesa di uscirne, non so quando, non so dove, ma nel sole?

È alla sala d'aspetto della piccola stazione di Assmannshausen che ora io penso. Tre giorni dopo la gita a St. Goar salimmo al Niederwald insieme agli Steele e a certi loro amici di Magonza. Era una domenica e s'incontrò molta gente allegra che usciva dai boschi con mazzi di fiori e di frondi, le donne in mano e sul seno, gli uomini al cappello. Presso al monumento nazionale, di cui non sorgeva ancora che la base, un gruppo cantava qualche cosa di patriottico che pareva religioso. V'era una lontana minaccia di temporale e non dimenticherò mai l'effetto di quel cielo nero verso la Francia, di quel gran fiume a' nostri piedi, disputato dalle genti, di quel canto grave e solenne. Violet aveva fatto la salita a cavallo, non essendovi ancora in quel tempo la ferrovia da Rüdesheim al monumento, e mi pareva aver sofferto di questa cavalcata, benchè non lo volesse ammettere. Dallo Iagdschloss dove comincia la discesa sull'altro fianco del monte, fino ad Assmannshausen dove intendevamo prendere il treno per Rüdesheim, ella discese a piedi, appoggiata al mio braccio. Si fermava spesso, e allora mi si appoggiava pure con la spalla: una dolcissima cosa, ma insolita. La discesa essendo così ripida, le chiesi più volte se fosse stanca; sempre mi rispondeva di no e sorrideva un po' tristemente. L'ultima volta non rispose alla domanda.—Ti amo—disse—ti amo tanto, sei il mio sole, sei tutto, in questa vita, per me, e sarebbe un tal dolore se non potessi arrivare a esser tua moglie!

Le sue parole mi commossero e mi atterrirono più ch'io non sappia dire. Perchè parlava così? Lì per lì non potei saperne nulla per colpa dei nostri compagni, ch'erano allegri, loro; e avevano raccolto, da buoni tedeschi, una gran quantità di fiori cui facevano adesso a gara, ridendo e contendendo assai, di offrire a Violet. Questa aveva veduto il mio sgomento e cercava distruggere in me con una gaiezza nuova l'impressione delle sue parole tristi. Quando Dio volle s'arrivò a quel malinconico Assmannshausen, un villaggio posato in fondo al valloncello di vigneti grigi per cui eravamo scesi, sul fiume stretto, scuro e iracondo. Mancando quasi un'ora all'arrivo del treno, Violet e io entrammo nella stazione, mentre gli altri andavano a bere il celebre vino rosso del paese.

Ella mi confessò allora che durante la notte si era svegliata di soprassalto sentendosi male; quasi mancar la vita. Era passato prestissimo, ma intanto le era rimasta l'impressione di un gran pericolo corso, e l'idea che un altro assalto potrebbe riuscir fatale.

La rincorai come potei, l'accarezzai. Ella alzò il viso che teneva basso, mi guardò, sorrise.—Adesso sei pallido più di me—disse. Non seppi rispondere che uno sciocco—no.—Mi mancò la voce. Dopo un breve silenzio Violet mi susurrò che doveva dirmi un'altra cosa. Cosa? Ella non parlava più, io non sapevo immaginar niente, ma il petto mi faceva male.

—Iersera—diss'ella a capo chino, sottovoce—ho avuto una lettera di…

Nominò la persona cui aveva amato un tempo. Udendo quel nome pronunciato in quel modo, un doloroso gelo mi colse, lasciai la mano di lei che prima tenevo tra le mie. Essa la riafferrò ansante.

—Non far così—disse piano—non far così, non far ch'io lo debba odiare!

Mi dolsi di me stesso, le chiesi perdono di quell'atto.

—Lo sai—mi rispose con dolcezza dolente—che tu sei tutto per me nel mondo, ch'io sono una parte di te.

Poi, rinfrancata, mi raccontò ch'egli aveva diretta la lettera a Norimberga, e non pareva saper nulla dell'attuale posizione di lei; ch'era molto infelice, che tutte le sue aspettazioni erano state deluse, tutti i suoi piani troncati, ch'era senza forza e senza speranza. Si rivolgeva a lei invocando almeno una parola pietosa, dicendo che il rimorso di aver fatto male a lei era uno de' suoi maggiori tormenti; chiedeva, non espressamente ma in nube, se il cuore di lei fosse libero o preso.

Io ascoltavo Violet in silenzio, collegando il suo accesso della notte, il suo aspetto triste colla lettera, soffrendo e sforzandomi di non lasciarlo apparire sia per alterezza, sia perchè sentivo non aver diritto nè ragione di dolermi. Quando tacque non le domandai niente, neppure di dove la lettera fosse venuta. Desideravo solo non se ne parlasse più, preferivo non saper dove quest'uomo fosse, relegarne la immagine fuori, quanto potevo, dalla realtà. Violet fece un nuovo sforzo per dirmi che credeva suo dovere, dovere di carità, non lasciare una lettera simile senza risposta. Parve alla mia fantasia gelosa ch'ella dicesse questo in modo da esprimere una risoluzione che avrebbe mantenuta, benchè a malincuore, anche contro di me; immaginai che, pure amando me, si compiacesse femminilmente di essere sempre amata da colui, e un tal sospetto mi irritava. Per fortuna Violet non mi lasciò il tempo di proferir una sola parola sgradevole, e mi porse la sua risposta che aveva seco. Vi erano parole di severa e misurata pietà, savie parole di consiglio, e finiva con queste:

«Il mio cuore appartiene oramai, tutto e per sempre, ad un uomo che mi ama come io amo lui, con l'amore più intenso. Mai non saprò ringraziar abbastanza Iddio che ha fatto incontrare le nostre vie. Il paradiso è in qualche modo incominciato per me che non potrò più essere, checchè avvenga, del tutto infelice. Se Ella ha influito sulla mia vita in modo ch'io fossi libera quando conobbi, in un lontano paese, il mio fidanzato, non deve certo avere rimorsi.

«Sia forte e si ricordi pure che fu amato da me, se questo può valere a tenerla sul retto cammino.»

Queste ultime parole mi guastarono l'impressione dolcissima delle precedenti e pregai Violet di toglierle. Ella vi consentì sorridendo con dolcezza indulgente, come chi cede per affetto e non per convinzione, sì che io mi pentii della mia domanda, ne vergognai, e quando fummo di ritorno a Rüdesheim pregai Violet di mandar la lettera come stava.

Ella volle incaricar me di recarla alla Posta; allora vidi ch'era diretta a Wetzlar, e compresi il consiglio di Topler.