. . . . . . . . . . . . . . .
Lu campu no si ’esti
Di gala più, nè d’allegri culori:
In abiti funesti
Mi si mustra la rosa e l’alti fiori;
L’albureddi frunduti
Tutti pal me di luttu so’ vistuti.
Il paziente cavallo, colla testa bassa e con passo stanco seguiva lentamente il giovine conduttore, il quale interrompeva tratto tratto la sua canzone per sollecitarlo a camminare.
Il fanciullo era già arrivato a mezza strada, e misurava coll’occhio la distanza che lo divideva dal suo paese.
Giunto ad una svolta, mentre cantava i versi:
E di la primaera
È vinuta pal me l’ultima sera.
si udì uno sparo di fucile.
La canzone spirò sulle labbra di Michele, il quale si fece pallido. Non ebbe neppure il tempo di guardare donde venisse il colpo: cadde prima sulle ginocchia, poi stramazzò supino, e chiuse gli occhi per sempre.
Il cavallo, con la testa bassa, continuò la sua strada inciampando ad ogni passo nella lunga corda che si tirava dietro.
*
Verso le due dopo mezzogiorno, la moglie e la figlia di Mamia erano sedute al telaio, nella loro casetta d’Aggius. La vecchia consolava la Mariangiola che non poteva darsi pace dell’abbandono di Pietro.
Ad un tratto s’intese come un mormorio confuso che man mano andava crescendo; come il tumulto di una folla che irrompesse nelle vie del paese.
Madre e figlia si fecero paurosamente alla porta; e un orribile spettacolo si offerse ai loro occhi.
Una folla piangente attorniava e seguiva due pastori, i quali portavano una specie di barella improvvisata con frasche d’elci e di lentischi. Su quella barella avevano adagiato il cadavere di Michele.
Furon grida, spasimi, lamenti che straziavano l’anima, e che la penna rifiuta di descrivere. I parenti, gli amici, le comari, le donne del vicinato, tutti aggiungevano i loro pianti al pianto d’una madre e d’una sorella che si strappavano i capelli, pazze dal dolore.
Fu subito chiamato Antonio Mamia, che trovavasi in campagna....
Il vecchio arrivò in paese l’indomani all’alba. Aveva la faccia del color della morte, e le mani in preda ad un tremito convulso; ma i suoi occhi non mandarono una lacrima. Tutto il suo dolore si era concentrato nel cuore, e la sua mente non si preoccupava che di un solo pensiero — quello della vendetta.
Colle braccia conserte sul petto, egli fissò più volte il suo figliuolo, che pareva dormisse; indi si mise a passeggiare da un capo all’altro della stanza, in preda ad una smania febbrile. Invano gli astanti cercavano di consolarlo: egli non ascoltava nessuno. Dava un rapido sguardo a quel volto color di cera e a quelle membra irrigidite dalla morte, e continuava a passeggiare in mezzo ai pianti ed alle grida dei parenti e delle comari che ingombravano la sua casa.
A un certo punto, una giovinetta diciottenne, ch’era stata taciturna in un angolo della stanza, uscì nelle seguenti lamentazioni con un linguaggio orientale, biblico. Era una specie di nenia (attititu) che molto spesso si pronuncia nei funerali, da persone anche della famiglia.[13]
«La tua vita era un raggio di sole, una melodia d’amore, un olezzo di gelsomino; — e per tanto sei sceso nel sepolcro, dove non v’ha conforto di luce, di suoni, o di profumi. E fu sventura!
«I compagni ti dicevano forte, le fanciulle bello, le madri buono; — e pertanto la morte ti ha colto all’impensata, non rispettando il tuo vigore, la tua bellezza, e la tua bontà. E fu perfidia!
«Eri verde ramoscello pieno di fronde e di vita; e crescevi rigoglioso, carezzato dai venti ma gli uomini t’han reciso dal vecchio ceppo, forse paurosi del tenero virgulto, destinato a diventar robusta quercia. E fu vigliaccheria!
«Com’eri bello, o Michele, quando scendevi dalle colline di Giunchiccia, cantando i versi della capinera! Le giovinette si nascondevano dietro alle siepi per vederti passare e si mormoravano all’orecchio la parola d’amore. Ed ora giaci in mezzo alla stanza; nè più dal labbro ti escono le canzoni della primavera!
«Eri bello! e te lo dissero le fanciulle d’Aggius, quando piene di grazia e di lusinghe ti danzavano intorno. I tuoi occhi, tanto affascinanti, erano azzurri come il nostro mare di Vignola e scintillavano come il granito delle nostre montagne; — avevi i capelli biondi come le spighe che ondeggiano sui campi di Coghinas — e le guancie rosate, come l’aurora che saluta gli aggesi dai colli di Calangiunus. Le donne di Vignola t’han chiamato bello — ed è perciò che gli uomini della Trinità t’hanno ucciso!
«Ed ora riposi, pallido fanciullo, sopra il gelido letto, dove non sei spirato, e dove la madre non ha potuto chiuderti gli occhi. Il sangue che ti scorreva nelle vene era ardente come l’acqua solforica che bolle ai piedi di Castel Doria; ed ora è aggrumato sulla tua ferita, freddo come l’acqua dell’Ampolla che sgorga sulle vette del Giugantino![14]
«Tu dormi — ma il tuo sonno è di morte. Nè raggio di sole, nè profumo d’aprile, nè bacio d’amore potranno ridestarti alle gioie del mondo.
«A te dunque la tomba, o Michele, a tua madre le smanie della disperazione; ed ai parenti il grido della vendetta. A noi soltanto, sconsolate figlie della Gallura, le tristi note del dolore!
«Piangi anche tu Mariangiola! — piangi con noi, o giovinetta tradita ai piedi dell’ara! Strappa dalla pura fronte la corona di sposa, e spargine i fiori sull’altare insanguinato, dove t’hanno ucciso il fratello! Va, ti rinserra nella stanza nuziale, non consacrata dal bacio d’amore; cingi la fronte con un serto di spine, e impreca ai Vasa ch’han deluso i tuoi voti!
«Oggi è un giorno di lutto. Venite, venite o vergini della campagna, ad intonar meco la canzone del pianto! Non vedete voi che il vento della sera reca in giro i pètali del fiore! Piangete dunque, o vergini sconsolate, poichè quest’anno i nostri mandorli non porteranno frutti!
«O fiorita ginestra dei campi d’Aggius, noi ti mandiamo l’ultimo saluto, giacchè forza umana non potrà ravvivare il tuo stelo reciso. Chi non darebbe la metà del suo sangue per rivederti in mezzo a noi? Nessuna vergine di Vignola negherebbe di posare le sue labbra ardenti sulla tua bocca di gelo, se un bacio d’amore potesse ridonarti alla vita! Ma il bacio di fanciulla innamorata non può destare alcun fremito vitale sulle membra irrigidite dalla morte!
«Piangiamo insieme, vergine di Gallura: — il nostro fiore è caduto! — »
Antonio Mamia sempre cupo e meditabondo, senza preoccuparsi delle nenie della fanciulla, si era piantato dinanzi al tavolo funebre, dove era disteso il cadavere, coi piedi rivolti alla porta d’uscita.[15]
Stette alcuni minuti con gli occhi fissi sul figlio; poi con voce calma, ma improntata di amaro sarcasmo, pronunciò lentamente le seguenti parole:
— Povero fanciullo! Han fatto una bella prova, togliendoti dal mondo! Per fermo al tuo assassino sarà tremata la mano nel prenderti di mira! Guai se non ti avesse colpito, mio povero figliuolo! — Può andar superbo il mio nemico del colpo fatto; e avrà ragione di vantarsene coi valorosi campioni della famiglia Vasa.
La madre dell’ucciso, intontita dal dolore, era sorda ad ogni parola di conforto. Accoccolata in un angolo della stanza, non pronunciava che queste parole:
Lu mè còri[16]
La morte di Michele aveva commosso e indignato tutta la Gallura. Era un fatto nuovo a memoria d’uomo; perocchè nelle secolari inimicizie si erano sempre riguardati come sacri i fanciulli e le donne; anzi il macchiarsi del loro sangue costituiva nelle vecchie tradizioni tal viltà, che non veniva mai perdonata.
Non solo si erano fin’allora rispettate le deboli creature, ma in ogni tempo era stata scrupolosa consuetudine differire la vendetta, sempre quando un nemico avesse incontrato l’avversario (a piedi o a cavallo) in compagnia di una donna o di un fanciullo. — A questo proposito mi piace far menzione di un’inimicizia sorta appunto in Gallura, per aver violato la generosa consuetudine. Nel 1775, non solo non si rispettò il nemico che trovavasi in compagnia di una donna — ma insieme a lui si uccise la nuora incinta (la pastorella Teodora) che sedeva in groppa dello stesso cavallo. E bastò questa viltà perchè fra due fazioni si accendesse una guerra sanguinosa.
La sera del 16 agosto la salma di Michele fu portata a seppellire nel piccolo cimitero di Aggius. Una folla di congiunti e di amici andò dietro al feretro facendo gran piagnisteo, come vuole l’usanza di quasi tutti i paesi della Gallura.
Il vecchio Mamia seguì cogli occhi il funebre corteo; soffrì torture atroci, ma ebbe la forza d’animo di non mandare un lamento, nè di versare una lacrima.
Mi si disse in Aggius, che due giorni dopo la morte del fanciullo, fu veduto il Mamia seduto sulla soglia della propria casa, fumare la sua pipa tranquillo in viso. Quella calma fece paura a molti! Era indizio certo, che quel vecchio meditava un sinistro pensiero.
*
Dall’altura del monte della Crocetta un uomo incappucciato guardava il corico funebre che s’incamminava al cimitero.
Quell’uomo era Bastiano Tansu — il sordo-muto. Era mestissimo, e commosso; poichè mentre reggeva con una mano la testa, coll’altra tergeva le lacrime che scorrevano abbondanti sulle sue guancie.
Era pietà vera? — era rimorso? Non so dirlo.
La voce pubblica aveva accusato Pietro Vasa come autore della morte di Michele; ma chi poteva asserirlo? Il vero feritore s’ignora quasi sempre in queste guerre fratricide; tutti i membri di una famiglia sono solidali nell’esecuzione della vendetta; poco monta conoscere la mano che ferisce; si sa che la mente è una sola, — e basta! — La morte di un nemico è sempre ascrìtta ad una fazione, non mai ad un individuo.
Il muto scese dal monte della Crocetta quando le ombre scesero sopra il villaggio. Egli s’internò nella campagna, poichè si era volontariamente proscrìtto dal paese natio, per sfuggire alla giustizia degli uomini:
Quella di Dio non la temeva.
VII. La rivincita
Non eran trascorsi che cinque giorni dalla morte del povero Michele.
Nel cuore della notte quattro individui appartenenti alla fazione del Mamia erano raccolti in uno stazzo escogitando una pronta ed adeguata vendetta. Anche nel consumare un delitto si vuol mettere lo scrupolo e la delicatezza!
Si sceglieva la vittima sulla quale doveva pesare il loro cieco furore; e la questione era un po’ complicata, trattandosi d’un fatto singolare.
Per una legge barbara, convalidata in Gallura da un’antica consuetudine, alla morte violenta d’un fanciullo non potevasi opporre che la morte d’altro fanciullo, o di una donna. In altro modo non si potevano equilibrare le partite. Dente per dente, infamia per infamia, vigliaccheria per vigliaccheria: così era scritto nel codice gallurese, sanzionato da un odio implacabile.
Uno degli astanti pronunciò un nome, e tutti applaudirono alla felice idea, lodando chi l’aveva manifestata. I Vasa avevano ferito il Mamia nel più santo de’ suoi affetti — nell’amor di padre; orbene, i Mamia dovevano ferire il Vasa nel suo affetto più santo — nell’amore di figlio. Fra i due capi fazione doveva essere uguale lo strazio dell’anima; Antonio Mamia si era strappata la barba dinanzi al cadavere del suo giovane figlio — e Pietro Vasa doveva trascinarsi cieco d’ira dinanzi al cadavere della vecchia madre. Un rimorso doveva rodergli il cuore — quello di aver dato la morte a colei cui doveva la vita!
Il giorno dopo, verso sera, con passo tardo e vacillante, la madre di Vasa usciva al solito dal suo stazio della Trinità per recarsi alla vicina fonte. Portava sulla testa il tinello con l’uppu,[17] e nella mano destra il rosario. La vecchierella pregava; pregava sempre per il suo figliuolo, esposto agli agguati del nemico, — pregava per i suoi parenti e per i tanti padri di famiglia che minacciavano divorarsi l’un l’altro.
A mezza strada una palla di piombo la colpì nel petto, e cadde.
Fu trovata colà, agonizzante, con una mano sul cuore, e col rosario nell’altra. Pareva sorridesse alla morte.
Come tigre ferita Pietro Vasa accorse all’annunzio ferale; si chinò disperato sul corpo della madre; la scosse, la strinse al petto, la chiamò, la baciò, ma inutilmente. La vecchia aveva gli occhi socchiusi e le mani irrigidite dalla morte; respirava ancora, ma non riconobbe suo figlio.
L’amore che portava Pietro alla vecchia madre era un culto, una religione, un delirio. Anche oggidì si parla in Gallura della singolare impressione che ricevette il Vasa quando apprese l’orribile notizia. Non seppe mai darsene pace, e, finchè visse, bastò il semplice ricordo di quella barbara fine per renderlo crudele ed inumano con chicchessia.
— Vigliaccherie! gridò il Vasa. — Uccidere una donna, una vecchia cadente! A che dunque è ridotta la nostra Gallura? Miserabile razza dei Mamia! Il tuo valore non consiste che in simili imprese; ma ben altro è il nostro! Voi non siete buoni che a far posare cannocchie — noi però faremo posare fucili.[18] Vigliacchi, vigliacchi, vigliacchi!
Così esclamava Pietro, acciecato dal furore: e gli facevano coro i componenti la sua fazione; ma tutti dimenticavano che la prima vigliaccheria l’avevano commessa i loro, assassinando un povero fanciullo quattordicenne. L’uomo però non è che un egoista e nel misurare l’oltraggio ricevuto, dimentica facilmente quello che egli ha recato ad altri.
Inginocchiato vicino al cadavere della madre di Vasa, e assorto in profondi pensieri, stava Bastiano il muto. Egli ripensava fremendo alla cerimonia dell’abbraccio, compiutasi un anno prima nello stazzo di Giunchiccia. Colà egli aveva veduto il giovine Michele posar la testa sulle ginocchia di quella vecchia. L’uno e l’altro erano scesi nella tomba, vittime innocenti di un odio infernale. Il muto si asciugò una lacrima — e fu la seconda che gli sgorgò dagli occhi dinanzi ad un cadavere!
Il giorno seguente la salma della madre di Pietro fu portata nel piccolo camposanto della Trinità di Agultu. Tutti gli amici e i parenti alzavano al cielo i loro lamenti, nè mancarono le comari che improvvisarono le solite nenie, dove si encomiavano le rare doti dell’estinta, deplorando il tristo avvenimento.
L’assassinio della vecchia fu imputato dalla voce pubblica ad uno dei Pileri che aveva in moglie la sorella di Pietro Vasa. Il supposto feritore fu arrestato e la sorella di Pietro proclamò l’innocenza di suo marito, giurando a tutti che in quel giorno egli trovavasi presso di lei. I fratelli le tennero il broncio e non le parlarono più; ma la povera donna sfidò l’odio ingiusto del Vasa, e protestò sempre energicamente contro l’arresto del suo innocente marito.
VIII. La posta al cinghiale
Dal giorno dell’assassinio della madre di Pietro Vasa, non vi fu più tregua. Era un continuo succedersi di combattimenti sanguinosi e di uccisioni: una caccia di fiere che si davano uomini contro uomini.
Era un lutto generale; il terrore regnava sovrano in quelle contrade. Sul far del giorno, prima di recarsi in campagna, i figli abbracciavano i padri — le sorelle abbracciavano i fratelli, come se mai più si dovessero rivedere. Non erano sicuri di ritornare la sera in seno alla famiglia. E lungo la giornata erano ansie, spasimi, trepidazioni; preghiere a Dio ed ai santi. Un ritardo li spaventava; una fucilata li faceva trasalire.
Nè avevano torto di temere a tal segno. Si correva rischio di esser uccisi in campagna, in paese, e persino sulla soglia della propria casa. Zii, nipoti, cugini, congiunti di terzo e quarto grado, tutti cadevano da una parte e dall’altra, senza tregua.
Potrei ma non voglio più oltre far nomi; la penna si rifiuta ad enunciare il numero delle vittime cadute in quell’eccidio. Perchè il lettore possa farsi un’idea delle stragi che funestarono la campagna d’Aggius dal 1850 al 1856, mi basterà accennare, che il numero dei morti fra le due fazioni superò la cifra di settanta, e che nella statistica dei cinque anni furono registrate oltre quaranta vedove.[19]
I due capi fazione, senza mai stancarsi, continuarono ad eccitare i congiunti e gli amici alla vendetta e alla strage. Ed erano ben singolari quei capi! L’uno vecchio, freddo stratega, che dirigeva l’esercito dalla sua tenda; — l’altro giovane ardente, che era generale e soldato ad un tempo.
Pietro Vasa, fin dal primo attacco, aveva preso la campagna per sfuggire alle insidie dei nemici e dei carabinieri. Egli contava, sopra un braccio forte — sul braccio di suo cugino Bastiano il muto.
Costui, non solo aspettava che Pietro gli designasse la vittima da colpire ma non risparmiava il nemico se gli capitava fra i piedi. Il suo occhio come il suo fucile non fallivano mai! Quando stabiliva di disfarsi di qualcuno, i suoi occhi mandavano lampi, i suoi muscoli si contraevano e persino la sua lingua paralizzata sapeva trovare una parola; lu tumbu! — parola che nel suo linguaggio di fiera significava: lo uccido!
Il muto era strumento del Vasa — e questi sapeva valersene perchè possedeva il segreto d’insinuarsi nell’animo di quel disgraziato che somigliava più ad una belva che ad un uomo.
Eppure — strano invero! mentre tutta la Gallura designava il muto come il più inesorabile dei sicari, nessuno avrebbe saputo nominare le vittime da lui immolate. Vi ha chi afferma, che Bastiano non odiasse e non perseguitasse che i soli uccisori del fratello. Quanti omicidi imputati ai Vasa, ai Pileri e ai Mamia furono invece commessi dal muto! E quanti delitti, al muto imputati, furono forse consumati da assassini che seppero nascondersi nell’ombra e nel silenzio!
*
Il vecchio Mamia era rimasto fin’allora incolume. Esperto generale, aveva saputo deludere gli agguati del nemico, e si guardava bene dall’esporre la sua vita. Dalla sua casetta d’Aggius, o dai suoi stazzi, sapeva dirigere i feroci scontri; che a lui dava il nome di giusta vendetta. Nessuno sapeva come e quando il Mamia uscisse di casa per visitare le sue campagne e i suoi stazzi; nè quando e come rientrasse nel suo covo.
Nel giorno di S. Giovanni il vecchio voleva recarsi alla campagna di Pietro Carlotto, situata a poca distanza da Tempio. Diversi amici lo avevano più volte avvertito di non fidarsi, perchè gli avversari potevano preparargli un brutto tiro. Il Mamia disprezzò i saggi consigli; continuò a fidare nella sua sagacia, e rispose agli amici ch’era troppo sicuro di sè.
La mattina del 24 giugno 1855 — giorno di San Giovanni — Antonio Mamia non mancò di recarsi alla solita campagna. Invano i suoi amici tentarono di dissuaderlo; egli fu irremovibile, e vi andò. Pareva che il destino lo trascinasse per i capelli sul luogo del supplizio.
Mentre in compagnia di un amico guardava il rio Veldidonna, si udì una scarica di fucili, e Antonio Mamia cadde colpito a morte da una palla. Venti e più uomini fin dal mattino si erano appiattati dietro ai graniti ed ai lentischi, aspettando al varco il formidabile nemico — come si aspetta un cinghiale. — La sua morte era inevitabile; perocchè tutti in quel giorno, erano decisi di fargli fuoco addosso, fino a freddarlo. Il compagno del Mamia prese la fuga; e gli fu sparato contro, più per fargli paura che per intenzione di ferirlo.
Il vecchio capo della fazione Mamia era caduto, nè è a dirsi quanto ne gioissero in quel giorno Pietro Vasa ed i suoi. La morte del vecchio non salvava Pietro dall’ira degli avversari; ma che perciò? Antonio Mamia era stato ucciso per il primo — e ciò costituiva una soddisfazione ed una vittoria per il partito avverso.
IX. Le paci d’Aggius
Nei tre o quattro mesi che precedettero l’agguato da noi descritto, si era verificata una certa tregua nelle uccisioni; appena però fu ucciso il vecchio Mamia, i suoi parenti si destarono più inferociti che mai, e ricominciarono gli assalti ed i delitti.
La popolazione della Gallura era ormai stanca di cinque anni di lotte, di ansie e di paure; si aveva bisogno di un pò di quiete, e tutti la desideravano ardentemente.
Il Governo vedendo infruttuosi i tentativi fatti per mezzo della forza, aveva pensato di tentare le paci fra i due partiti; così almeno, se non era riuscito ad impadronirsi dei colpevoli, avrebbe impedito nuove uccisioni e nuove stragi in Gallura.
L’intendente di Tempio — allora Angelo Conte — cominciò ad accordare salvacondotti ai fuorusciti; e primo fra tutti chiamò presso di sè Pietro Vasa per persuaderlo alla conciliazione coi suoi nemici.
Il Vasa aveva ascoltato le parole dell’Intendente colle braccia sul petto e col capo chino, in atteggiamento d’uomo che rifletta alla risoluzione che deve prendere.
Appena ebbe udito la proposta, levò con alterigia la fronte corrugata, e rispose risoluto:
— Sta bene: vi darò la risposta. — E fece per andarsene.
— Hai forse bisogno di consultare qualcuno?
— Sì.... consulterò mia madre. Se essa mi dirà di sì, acconsentirò volentieri a far pace coi Mamia.
— Che vuoi tu dire?
— Voglio dire, che io perdonerò ai miei nemici, sol quando mia madre, ch’essi hanno ucciso, tornerà dall’altro mondo per darmene il permesso.
— Pietro! — gli disse l’Intendente col piglio severo — anche al vecchio Manna hanno ucciso un figlio — e se non erro, fu ucciso prima di tua madre!
Pietro non rispose.
— Sei molto più superbo di loro o Pietro! Parmi che i Mamia, nell’accettare la conciliazione, siano più generosi di voi. Ad essi fu ucciso il capo; tu invece sei vivo!
Pietro continuò a tacere; l’ostinato silenzio in cui egli si chiuse, ben fece capire all’Intendente che ogni ulteriore esortazione sarebbe riuscita vana.
Il Vasa tornò alla campagna, e per altri otto mesi non se ne fece niente. Gli odi e le uccisioni ripresero il loro corso.
Ma ciò che non potè il governo, lo potè infine la religione. Il Rettore d’Aggius, Leonardo Sechi — oggi vicario di Tempio — si prese l’incarico di ridurre alla ragione quelle belve. Egli era molto amato in paese, e godeva a buon diritto la fiducia generale; era stato lui che aveva favorito la cerimonia dell’abbraccio: lui ch’era stato fra gli arbitri nelle diverse questioni sorte fra i Vasa e i Mamia; lui infine, a cui i due partiti avevano fatto le più segrete confidenze. Di comune accordo colle persone più saggie ed influenti del paese, e col concorso di Raimondo Orrù (Intendente di Tempio, succeduto al Conte) il Rettore riuscì a persuadere le due fazioni dei Vasa e dei Mamia a riconciliarsi. I principali capi delle due famiglie nemiche si recarono a Tempio muniti di salvacondotto, e furono presi i necessari accordi per la cerimonia delle paci. E ciò avvalora le parole rivolte dal Re Carlo Alberto al Padre Bresciani: valere, cioè in Sardegna, più una dozzina di buoni missionari, che dieci reggimenti di soldati.
*
Eppure, poco mancò che le paci non andassero a monte per la seconda volta. Altre contestazioni, all’ultimora, sorsero fra le due famiglie avversarie. Michele Pileri (che capitanava la fazione Mamia dopo la morte del capo) non voleva che sulla spianata di S. Sebastiano, insieme agli altri, si schierassero due parenti di Pietro Vasa, non compromessi con la giustizia a causa della fazione, bensì come sicari, avendo essi assassinato un uomo mediante compenso. Il Vasa, dal suo canto, rifiutava recisamente di accettare le paci, se non intervenivano alla cerimonia i due coniugi che si volevano scartare. Così almeno, fu trattato e questo prova l’onestà e la fierezza di quei galluresi: i quali, pur acciecati da un odio implacabile, sdegnavano di aver a fianco chi si era macchiato di sangue umano per ingordigia di denaro, non per scopo di vendetta.
Il momento era decisivo: trattavasi di oltre cinquecento persone compromesse, già radunate in un luogo stabilito per intendersi sulle paci; trattavasi, che ciascuna delle due fazioni teneva pronti, in piede di battaglia, quattordici uomini scelti che all’occasione potevano fare una strage; trattavasi, infine, del pericolo di rendere inutili le pratiche fatte per indurre gli avversari ad un accordo che doveva apportare la pace e la tranquillità nella Gallura.
E la buona riuscita di questa conciliazione si deve in gran parte al giudice d’Aggius Celestino Concas, che incaricato dall’intendente Orrù, e venuto a colloquio co’ nemici, fece sì che Pietro Vasa rinunziasse alla presenza dei suoi due parenti sul campo di S. Sebastiano — col patto però, che le paci con essi si sarebbero stabilite più tardi, nella chiesa di S. Francesco.
*
Il 26 maggio 1856 fu un giorno memorabile per la Gallura.
Nel famoso campo di S. Sebastiano — quasi alle porte della città di Tempio — fin dall’alba accorrevano a frotte uomini e donne dai vicini villaggi e dalla campagna. Erano famiglie intiere dell’una e dell’altra fazione, che convenivano là per la sospirata pace. Gli avversari volevano darsi il bacio del perdono, alla presenza di un ministro che avrebbe loro parlato la parola di Cristo.
Era il mese di maggio. Sette anni precisi dal giorno dell’abbraccio, che aveva avuto luogo nello stazzo Giunchicchia nel 1849.
Oltre seimila persone erano in quel campo, fra attori e spettatori, offesi e difensori, testimoni e curiosi. Non mancava alcuno, neppure un fanciullo; perocchè la mancanza di esso sarebbe bastata per far rompere le paci. Si sarebbe potuto dire, che il fanciullo assente, non legato a giuramento, pensasse a far le vendette diventando adulto. Vi assistevano anche molte signore; tant’è vero che il Vasa ebbe a dire ad un suo vicino: essere venute a curiosare e a far sfoggio di ricche vesti.
Sopra un palco costrutto per la circostanza, sormontato da un gran crocifisso, era il ministro della chiesa. — Il P. Carboni frate scolopino, venuto appositamente da Sassari. Da una parte e dall’altra, divise in due schiere, a dieci passi di distanza, erano due lunghe file di avversari; a destra del frate i coniugi del Vasa, con a capo Pietro — a sinistra quelli del Mamia, guidati da Michele Pileri.
Il frate cominciò a voce alta la sua predica, esortando quei feroci alla pace ed al perdono, in nome di Cristo.
Terminato il sermone, le due schiere si slanciarono l’una verso l’altra, ed offesi ed offensori si baciarono sulla guancia.
Narra la cronaca, che fra le schiere ci fosse un fanciullo ostinato, che non voleva baciare sul viso alcuno degli avversari: e non fu che dopo mille preghiere ed esortazioni che si decise ad accostare la bocca alle guancie del nemico di suo padre. Quest’incidente turbò alquanto la cerimonia, ma fu cosa di un momento.
Era uno spettacolo commovente. Quasi tutta la Gallura assisteva a quel solenne perdono; e molte donne, e vecchi e fanciulli scoppiarono in pianto, forse ripensando ai tanti morti che giacevano sotto terra, colpiti dall’odio e dalla ferocia. Oltre la metà dei componenti le due fazioni vestivano ancora il lutto!
E doveva essere uno spettacolo imponente, vedere quella moltitudine composta d’uomini e donne, di vecchi e di giovani, di fanciulli e di bambine — tutti là, intorno a quella chiesa in rovina e col tetto a metà smantellato, posta nel centro di un campo estesissimo, dal quale si domina uno stupendo orizzonte! — A tramontana la punta della Balestra, le montagne di Padule, e più in là il monte Crosta della Corsica: a mezzogiorno la città di Tempio, da cui spunta il campanile della cattedrale col suo gallo irrequieto; a levante la catena dei monti di Limbara; a ponente infine le frastagliate punte dei monti d’Aggius col sottostante paese, centro delle tremende inimicizie che lo avevano decimato. I tre villaggi di Nuchis, Luras e Calangianus erano là sotto, quasi a testimoni di quel solenne giuramento.
Verso sera, il campo era sgombro, i curiosi spettatori erano rientrati nelle loro case, e le turbe venute per le paci avevan fatto ritorno ai propri paesi od alla campagna. Per la prima volta, sui loro volti si leggeva la serenità e la fiducia poichè finalmente potevano camminar sicuri, senza tema d’esser colti all’impensata dai nemici.
E ho detto senza tema, perchè la parola del gallurese è sacra; e dopo aver concesso il bacio del perdono, è ben difficile trovar chi manchi alla promessa ed al giuramento. In mezzo agli odi di parte che li rendono quasi crudeli, torna ad onore dei figli della Gallura questo sentimento di dignità, di cui si mostrano tanto gelosi.
Fra i mille individui che formavano le schiere degli avversari convocati per le paci, due sopra tutti avevano attirato la curiosità degli astanti. Pietro Vasa, l’antico fidanzato di Mariangiola, e causa prima delle inimicizie; e Bastiano il muto, in fama del più sanguinario dei fuorusciti, e l’unico che avesse opposto resistenza, quando fu pregato d’intervenire alle paci.[20]
Ad ogni modo, il 26 maggio 1856 fu per Aggius una giornata memoranda. Nel paese si fecero feste; e gli abitanti, tutti commossi, si abbracciarono l’un l’altro, come se si fossero riveduti, dopo sette anni di separazione.