Bedda, paichì tanti peni
Senza muttiu mi dai?
Sarà forsi paichì m’hai
Siguru in li tò cateni?
Pallida, spaventata, misurando la gravità della sua imprudenza, Gavina tentò svincolare la sua mano dalla mano del muto; ma il muto non volle lasciare la fanciulla senza dirle coi segni:
— Non devi amar nessuno! perchè sarei capace di uccidere l’uomo che ti facesse sua!
Gavina mandò un grido d’orrore, si svincolò da quella mano d’acciaio, e fuggì verso lo stazzo.
Bastiano era sordo — nè aveva udito la canzone di Giuseppe. Acciecato dalla passione, si era lusingato del turbamento di Gavina; credeva l’insensato, che l’amore si destasse nel cuore della fanciulla, mentre invece esso andava spegnendosi.
Col cuore pieno di speranze, riprese la viottola tortuosa che conduceva alla valle di San Gavino....
Il canto di Giuseppe si era bruscamente interrotto.
Tanto Anton Stefano, quanto il suo futuro genero, avevano veduto nella penombra la Gavina correre spaventata verso lo stazzo; e poco dopo il muto che se ne allontanava frettoloso, prendendo la viottola dell’orticello. Entrambi immaginarono la ragione di quella fuga, e ne provarono dispetto e gelosia. L’uno però non comunicò all’altro l’impressione ricevuta. Giuseppe calmo in apparenza, disse al vecchio che era suo desiderio rientrare nell’Avru dalla parte del piazzale, non volendo incontrarsi col muto, e difatti prese la scorciatoia. Anton Stefano tirò dritto per la sua strada, volendo invece andare incontro al muto.
Gli tagliò infatti la strada, e gli si piantò dinanzi. Bastiano fu costretto a fermarsi.
— Donde vieni? — gli disse con un gesto e con piglio burbero Anton Stefano.
Il muto allungò la mano, e gli indicò lo stazzo.
— Non vuoi dunque capire che le tue visite sono importune?
Il muto allungò il collo e aprì la palma delle mani per domandargliene la ragione.
— Perchè mia figlia è fidanzata con Giuseppe, ed è tempo che tu smetta le molte corbellerie che hai per la testa!
— E che faccio a tua figlia? — continuò Bastiano sempre co’ suoi gesti abituali.
— Fai che m’indisponi il fidanzato, mi spaventi la figliuola, e mi turbi la casa, dove non siamo più padroni di vivere come ci pare e piace!
— E così... non devo più venire nello stazzo?
— No — fece Anton Stefano, dondolando l’indice della mano destra.
— E se io venissi?
Anton Stefano, infastidito, fece col piede il gesto di dargli un calcio.
— Hai capito, finalmente? Non ti voglio più trovare nello stazzo. È la seconda volta che ti ho avvertito; alla terza saprò come regolarmi!
— Mi ucciderete forse?!
— In casa mia non ti voglio nè morto nè vivo! Intendi?!
E senz’altro dire, nè aspettare risposta, Anton Stefano piantò il muto in mezzo alla viottola e s’incaminò verso lo stazzo.
Il muto si volse due volte per guardare il vecchio che si allontanava; indi si cacciò nel sentiero, come un disperato.
L’addio dato a Gavina, la vista del rivale, le minaccie del vecchio, gli avevano fatto salire il sangue al cervello.
Continuò la strada con la testa china camminando a balzi, con un tintinnio nelle orecchie, col fiele sulle labbra e coll’affanno nel cuore.
Giuseppe non era rientrato nello stazzo per la porta del piazzale, come aveva detto al suocero. Aveva fatte un lunghissimo giro, coll’intento di tagliar la strada al muto, verso la vallata.
Il cugino di Gavina era furente. Già da qualche mese egli si era contenuto, vinto dalle preghiere di Anton Stefano, ma ormai l’aspettare più a lungo gli pareva vigliaccheria. Aveva sopportato abbastanza per amor della cugina i capricci del sordo-muto: e sebbene fosse sicuro dell’affetto di lei pure non era tranquillo. Nella condotta di Gavina vedeva una timidezza tale, che lo inquietava, e lo rendeva suo malgrado geloso di quel disgraziato, che credeva capace di qualunque tiro.
Egli ben lo ricordava: la suocera un giorno si era lasciata sfuggire una frase molto significante; — se il muto non si stancherà di frequentare lo stazzo, si cercherà un mezzo per farlo stancare.
La vista di Gavina che fuggiva, e del muto che la seguiva a breve distanza, gli fecero perdere la ragione: era sulle furie, e voleva approfittare del momento propizio. Era sicuro che Bastiano gli tendeva un’insidia, e pensò di prevenire il colpo.
Sedette fra due macchie di lentischio, poste sopra un poggio, dove la viottola faceva gomito. Per di là doveva passare il sordo-muto ed egli lo aspettò. Era trafelato per la corsa fatta, ma vi era arrivato in tempo....
Dieci minuti dopo si udì una detonazione.
Bastiano Tansu — che aveva oltrepassata di cinquanta passi la meta — sentì all’orecchio il fischio d’una palla. Agile come un capriolo, fece due salti avanti e si voltò. — Si udì un altro sparo, e una seconda palla andò a colpire il calcio del suo fucile, e glielo ruppe.
Questa volta, però, Bastiano credette ravvisare il suo nemico che saltava una siepe, e gli mandò dietro una palla, che non lo colse.
L’ira che acciecava i due rivali, e l’ora tarda, avevano mandato a vuoto i loro colpi.
Bastiano seguì con gli occhi l’uomo che si allontanava, guardò il calcio rotto del suo fucile e compose le labbra ad un riso infernale.
— Non ti ringrazio di avermi salvata la vita — pensò con rabbia — perchè della vita son stanco. Ti ringrazio, perchè poni in pace la mia coscienza. Miserabili! — aggiunse, minacciando con la mano l’Avru — voi mi avete sciolto dal più insensato de’ giuramenti!
E continuò la strada incamminandosi verso gli stazzi della Trinità d’Agultu.
XIII. Vendetta
Era la notte del 5 al 6 luglio del 1857.
················
A passi lenti, chiuso ne’ suoi pensieri camminava per ore ed ore, senza sapere ove andasse.
Si aggirava inquieto intorno allo stazzo dell’Avru; ma finiva per ritornare ad uno speco, chiuso fra tre massi di granito, per poter fissare il pallido lume che vedeva sfavillare laggiù, in mezzo alle tenebre: stella funesta che annunciava una vendetta — punto luminoso che pareva additasse una vittima da colpire.
Dal giorno che Anton Stefano lo aveva coperto d’insulti; dal giorno che Giuseppe gli aveva spezzato il calcio del fucile, facendogli fuoco addosso, Bastiano non aveva più voluto metter piede in alcuno stazzo: nè in quello dell’Avru, nè in altri.
— Ormai son solo! — ei pensava — Non ho più sposa, non ho più amici, non ho più parenti. La sposa si è tolta dalle orecchie i miei orecchini per dirmi che tutto era finito; l’amico mi ha scacciato dalla sua casa come un cane; i parenti han fatto lega co’ miei nemici per perdermi. Han tutti congiurato la mia morte, dunque son solo!
E da quel giorno il muto aveva giurato odio alla sposa, agli amici, e più di tutti ai parenti: — ai parenti che gli avevano strappato il giuramento di non recare offesa alla famiglia di Anton Stefano, senza reclamare ugual giuramento dalla parte avversa. L’omissione di questa formalità poteva nascondere un perfido disegno, e riuscirgli fatale. Era mai presumibile che i parenti avessero dimenticata una promessa che garantiva la sua vita? O piuttosto, nell’ometterla, non avevano essi cercato un mezzo più facile di disfarsi di lui, perchè stanchi di sopportarlo? Eppure erano stati loro la causa prima d’ogni sua sventura! Cieco strumento dei Vasa nell’odio che nutrivano per i Mamia, per essi si era macchiato di sangue umano. Ecco la ricompensa che gli davano.
Rabbia, dispetto, vendetta: — erano questi i sentimenti che si combattevano nell’anima del muto nella notte che precedette l’alba del 6 luglio!
Chi aveva potuto armare il braccio del suo rivale? Anton Stefano e sua moglie! — così ragionava Bastiano. — Essi soli avevano congiurato la sua morte. Mancava loro un braccio punitore — e lo avevano trovato in Giuseppe, a cui si concedeva la mano di Gavina in premio d’un assassinio. « — E i miei parenti plaudirono alla trama infernale! Dopo aver approfittato della mia generosità, mi gettano ora in un canto, come uno strumento inservibile. E mi sta bene!»
E Gavina?
Al pensiero della figlia di Anton Stefano le smanie del muto parevano calmarsi; egli dimenticava gli odii, le vendette e i rancori, per non pensare che a lei. Richiamava alla mente il giorno felice in cui Gavina gli sedeva al fianco sotto l’ombra del cespuglio spinoso, e al ricordo di quel braccio nudo, sul quale aveva impresso un bacio ardente, sentiva il sangue affluirgli al cuore.
Ad un tratto i suoi pensieri presero un altro indirizzo. Gli pareva di veder Giuseppe, più fortunato di lui, stringersi al petto la bella cugina per baciarla in bocca. Allora digrignava i denti; levava al cielo i due pugni minacciosi, e si dava a correre come un disperato, volendo quasi fuggire quella visione infernale, che lo perseguitava dovunque. Il suo odio, come i suoi pensieri, si scatenavano allora contro i due vecchi, che riteneva unica causa della sua infelicità.
— Se Anton Stefano avesse voluto, Gavina sarebbe stata mia! Fu lui che si lasciò dominare dalla moglie; da colei che mi ha preso a gabbo: che mi ha restituito i doni, e che ha concesso la propria figlia al primo venuto, a patto che mi uccidesse! Su lei sola, dunque, dovrebbe ricadere tutta la mia collera; ma io non sarò così vile da macchiarmi del sangue di una femminuccia. Voglio colpirla, sì, nel cuore, ma in modo ch’essa viva per poter conoscere la mano che l’ha colpita. Le nozze di Gavina hanno da essere lugubri: il giorno dell’abbraccio non dev’essere per alcuno un giorno di gioia — dev’essere per tutti un giorno di lutto!
E così pensando gettava uno sguardo terribile sullo stazzo; perocchè in mezzo alle tenebre che regnavano nella sua mente, egli non vedeva che quel lume lontano che altri forse avrebbe scambiato con gli astri del firmamento — non però lui che ben sapeva discernere le stelle del cielo dai fuochi della terra!
Erano stati per lui due giorni di agonia, quelli che precedettero quell’alba funesta! Bastiano vedeva tutto fosco; il cielo gli si presentava sotto un diverso aspetto, la terra aveva per lui nuovi linguaggi: la natura, invece di dargli calma, pareva volesse suggerirgli pensieri sinistri. Il giorno prima aveva errato nella foresta dell’inferno — e forse l’Inferno aveva soffiato nella sua anima.
Tutto gli parlava di morte.
Strane paure, di cui non sapeva darsi ragione, gli si addensavano in cuore. Gli pareva che ogni cespuglio, ogni crepaccio nascondessero una creatura umana; che la stessa solitudine fosse popolata di lugubri fantasmi.
Tutto, a lui d’intorno aveva vita — tutto aveva una parola.
Quando attraversava qualche gola i grossi macigni gli apparivano come giganti minacciosi che aspettassero un soffio di vento per piombargli addosso — quando poneva il piede sulle pianticelle vermiglie che crescono a grappoletti sul muschio o sui licheni del granito, gli pareva di calpestare sangue aggrumato[25]; quando s’internava nelle foreste dei sugheri, trasaliva dinanzi ai tronchi rossi degli alberi a cui era stata tolta la corteccia. Avrebbe giurato che quelle quercie insanguinate storcessero le braccia per dolersi delle loro piaghe — oppure che gridassero vendetta contro gli uomini che le avevano assassinate.
E pensava raccapricciando:
— Dovunque passa, il Gallurese lascia traccia di sangue, — anche sui graniti e sulle piante!
*
Il lumicino si era spento, e lo stazzo dell’Avru era immerso nelle tenebre. Tutta la famiglia di Anton Stefano riposava — ma il muto vegliava per loro.
Accovacciato nello speco, ed in preda ad un tremito nervoso, Bastiano passò la notte a guardare le stelle, finchè le vide sparire ad una ad una.
I primi bagliori del giorno nascente cominciarono a tingere le creste dei monti d’un color scialbo.
Bastiano era stanco, pallido, intirizzito, ma non staccava gli occhi dalle casette dell’Avru, che cominciavano a rischiararsi a poco a poco.
Ad un tratto la porta dello stazzo si schiuse, e un uomo comparve sulla soglia.
Era il pastore Anton Stefano che aveva lasciato le coltri per esplorare il tempo. Era l’ora in cui le sue cure lo chiamavano alla campagna e il muto lo sapeva, perchè pratico delle abitudini di quella famiglia.
Al disotto dello speco che serviva di vedetta a Bastiano era un sentiero che conduceva ad un chiuso. Per di là doveva passare il povero vecchio.
Un’ora dopo il sole gettava i suoi sprazzi luminosi sulla campagna, che pareva destarsi alla vita.
Anton Stefano accese la pipa, montò sulla sua cavalla, s’incamminò, passo passo, per la viottola che rasentava la collina.
Il muto fremette. La vista di quell’uomo produsse in lui un effetto singolare. Mentre da un canto sentì riaccendersi nell’anima l’ira e la vendetta, dall’altra gli tornarono in mente l’affetto e la generosità di quel vecchio pastore, che un dì lo aveva raccolto, protetto, alimentato....
Un velo di sangue offuscò la sua ragione, e sentì mancarsi. Aveva un tremito alle mani, ed un cupo ronzìo alle orecchie.
Aveva sempre colpito le sue vittime con freddo coraggio... e questa volta si sentiva pusillanime.
Chiuse gli occhi spaventato di sè stesso — sperando quasi che il pastore potesse salvarsi oltrepassando la mèta. Li riaprì lentamente dopo alcuni minuti... e guardò.
Anton Stefano trovavasi sotto di lui — a tiro del suo fucile.
Bastiano era pallido, tremante.
Gli parve che uno spirito infernale fosse entrato nel suo corpo, e che operasse nel suo spirito indipendentemente dalla volontà.
Egli guardava a sè dinanzi, come inebetito, non opponendo alcuna resistenza alla forza misteriosa che ridestava i suoi istinti di belva.
Il fucile passò dalle sue ginocchia alle sue mani; ne montò il grilletto, lo spianò, puntò... e chiuse nuovamente gli occhi, quasi sperando che il colpo andasse a vuoto.
Si udì una detonazione.
Anton Stefano ebbe appena il tempo di girare la testa per sapere dond’era partito il colpo. Vide il suo feritore lassù, in piedi fra due cespugli, con gli occhi e la bocca spalancati.
Mandò un grido acuto, portando la mano destra al petto... Barcollò, si contorse, tentò afferrarsi alla criniera della cavalla, ma cadde a terra gridando aiuto per due volte.
Il muto, svelto come un capriolo, era sparito fra i macigni ed i lentischi.
*
Allo sparo dell’arma ed alle grida del ferito, le donne, Giuseppe ed i servi, uscirono dallo stazzo. Essi presentirono l’accaduto quando videro la cavalla di Anton Stefano che tornava sola dall’Avru. La povera bestia era tornata indietro, quasi ad annunziare alla famiglia la disgrazia toccata al suo padrone.
In un baleno si recarono tutti presso al caduto, che si contorceva, tentando invano di puntellare una mano a terra per rizzarsi.
Furono pianti, urli, grida che straziavano l’anima.
Il vecchio fu sollevato alquanto. Aveva il viso color della cera, l’occhio vitreo, le labbra insanguinate. Volse intorno gli occhi, stranamente spalancati, cercando quasi di darsi ragione dell’accaduto.
— Chi ti ha colpito? Parla! parla! — gli chiedevano con ansiosa premura i servi!
— Il muto, non è vero? — esclamarono insieme Giuseppe ed i pastori, già resi feroci dal pensiero della vendetta. E avvicinarono con avidità le loro orecchie alla bocca del morente per raccogliere coll’ultimo respiro il nome dell’uccisore.
Il vecchio volse in giro gli occhi vitrei, e li fissò a lungo sul volto della moglie. Finalmente con un supremo sforzo pronunciò queste parole:
— Date uno scudo a San Gavino... Mi ha ucciso il muto... Dovevamo prevederlo!
Non disse altro.
La scena che accadde in seguito è più facile immaginarla che descriverla. Le figlie, la moglie, le serve urlavano disperatamente strappandosi i capelli e assistettero raccapricciando ad un’agonia straziante che durò due ore.
Uno dei più rispettabili pastori della Gallura, caro a tutti per bontà di cuore, per nobiltà di carattere e per onestà di costumi, era stato tolto dal mondo. Lo stesso Pietro Vasa, quando apprese l’accaduto, esclamò con risentimento:
— Per compensare la morte di Anton Stefano non basterebbe l’uccisione di diciotto uomini!