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Il muto di Gallura

Chapter 5: II. Aggius
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About This Book

La narrazione ricostruisce le inimicizie e le vendette che afflissero una comunità gallurese del XIX secolo mediante la vicenda di un bandito sordo-muto diviso fra il desiderio di redenzione suscitato dall’affetto per una giovane e la spinta alla vendetta che lo riporta alla violenza. L’autore dichiara i fatti come veri e combina dettagli biografici e locali con scene di sangue, ritratti di vita rurale e considerazioni sulle cause sociali e politiche che alimentano gli odi, mostrando come onore, abbandono istituzionale e meccanismi di impunità possano scatenare tragici cicli di rappresaglie.

PARTE PRIMA PRELUDIO

Nell’ombra

A passi lenti, chiuso ne’ suoi pensieri, camminava per ore ed ore, alla ventura.

Di colle in colle, di balza in balza, egli si agirava per quei dintorni, ma finiva sempre per ritornare al punto donde era partito: ad uno speco, chiuso fra tre blocchi di granito, intersecato da folte macchie di rovere e di lentischio.

La notte era buia, quantunque il cielo fosse stellato; ma quell’uomo era pratico dei sentieri e dei burroni che conosceva palmo a palmo.

Sotto il cappuccio tirato sul viso, i suoi occhi mandavano lampi; dalle falde del corto cappotto di orbace usciva la tersa canna del suo fucile, compagno indivisibile nella sua solitudine: unico amico a lui rimasto fedele nei giorni della sventura.

Assorto in cupe meditazioni, egli teneva gli occhi fissi nel fiocco lumicino, che appariva in una casetta posta sull’altura di S. Gavino di pietra Màina.

Quel punto luminoso era la mèta de’ suoi pensieri — la causa delle sue smanie.

Il cielo era stellato; ma che importava a lui del cielo? — nessun astro in quella notte scintillava come il lumicino che rompeva l’ombre addensatesi sulla terra.

Tratto tratto quell’uomo sussultava nascondendo il volto fra le mani; e poi rialzava la testa per fissare di nuovo la finestra lontana, con uno sguardo che tradiva l’interna battaglia di un’anima esacerbata. Nell’espressione del suo volto leggevasi il contrasto di opposti sentimenti: odio ed amore — vendetta e perdono.

Appariva smanioso, perplesso. La lunga notte non era bastata a dargli consiglio. Forse attraversava uno di quei punti fatali che dividono la generosità dal delitto: uno di quei momenti che possono fare dell’uomo un eroe od un assassino, decidendolo cioè a sacrificare sè stesso per il bene altrui o gli altri per il proprio bene.

Il filo di luce era sparito dall’imposta socchiusa; e non pertanto quell’uomo continuava a guardare nell’ombra, come se vedesse ancora la pallida fiammella che gli brucciava l’anima e il sangue.

Stava alcuni istanti immobile, poi si alzava d’improvviso, gesticolava come un matto, riponeva sotto braccio il fucile, e ricominciava le sue escursioni, per ritornare al suo covo di belva. Sparviero irrequieto, parea volesse librare il volo intorno al gruppo di casette, per uccidere, o per essere ucciso. — Quella notte gli sembrava eterna e stanco e intirizzito guardava le vette del monte Spina, invocando la luce del giorno.

Più volte, con moto febbrile, aveva strappato dal nudo petto una medaglia di bronzo, che andava coprendo di baci e di lacrime; ed ogni volta parea ne risentisse un refrigerio alle sue smanie. Quale arcana virtù si celava dunque in quel pegno, compagno fedele de’ suoi dolori? Era forse un sentimento religioso quello che si ridestava in lui? No: perocchè a quell’uomo non avrebbero potuto insegnare una preghiera — nè mai egli aveva pregato!

Quell’essere misterioso era Bastiano Tansu, un giovane bandito soprannominato il terribile; — quel gruppo di case era l’Avru: uno dei cento stazzi seminati fra Bortigiadas ed Aggius; — quel giorno era il sesto di luglio 1857.

Il giovine bandito manifestava le sue smanie col movimento convulso delle braccia, col lampo delle nere pupille, e col grido inarticolato che gli usciva dalle labbra, come ruggito di fiera innamorata e gelosa. — Nè altrimenti avrebbe potuto manifestarle, perocchè era sordo-muto fin dalla nascita.

La causa intima delle sue smanie era la bella figlia di Anton Stefano il pastore. Più volte quel giovane era stato accolto nello stazzo dell’Avru, dov’era stato presentato da un suo cugino — Pietro Vasa. Al bandito che erra per la campagna, inseguito dalla giustizia, non si nega un asilo; e l’ospitalità è sempre inviolabile su quei monti di granito; essa è un culto, una religione, un bisogno dell’anima.

In quella casetta Bastiano aveva conosciuto Gavina — e con Gavina un affetto fino allora ignorato.

Nè Gavina aveva raggiunto i diciott’anni — nè Bastiano i trenta. Erano giovani entrambi.

Le smanie del bandito, in quella notte silenziosa, erano giustificate da una speranza che vedeva ad un tratto svanire. L’idea di un amore corrisposto lo aveva reso frenetico; delirante, pazzo. In mezzo ad una vita di martirio, vissuta nella miseria e nell’abbiettezza, egli per la prima volta aveva avuto orrore de’ suoi delitti. Da sette anni che batteva la campagna, era sempre stato il terrore dei dintorni. Quando si era vendicato del suo primo nemico, oltrepassava di poco i vent’anni, ma aveva molto vissuto — perchè soffrire è vivere lungamente.

E il suo era stato un crudele disinganno! — Da poco Bastiano si era ritirato dalla via del delitto — e già stava per rimettervi il piede. Da quattro giorni quell’infelice si aggirava intorno allo stazzo dell’Avru per consumarvi un delitto — e per quattro giorni aveva lottato incessantemente con una forza misteriosa che tratteneva il suo braccio.

Ma l’alba tremenda stava per spuntare, ed egli l’aspettava con ansia paurosa.

Fidente in un nuovo avvenire, immemore di un triste passato, aveva per un istante sorriso alla donna. L’amore gli aveva fatto balenare la speranza d’una riabilitazione; ma fu delirio di un’ora.

Ferito nel profondo del cuore aveva giurato di vendicarsi — e la sua parola era sacra! — La vendetta gli aveva suggerito quattro vittime da colpire — ma a Bastiano bastava una sola. Quale? Ecco la sua tortura, il suo martirio! Fino a quella notte aveva esitato, lottando disperatamente con la propria coscienza ma la coscienza dell’uomo aveva sempre ceduto all’istinto della belva.

E la belva aveva designato la sua vittima.

Ma chi era costui, additato da tutti come il terrore della Gallura, come il feroce tra i feroci? Qual fu la sua vita? Qual forza di eventi lo trasse così giovane sulla via del delitto? Perchè la maledizione degli uomini lo perseguitò nel suo cammino, con un odio che sopravisse alla sua morte — ad una morte più misteriosa della sua vita?

I fili di quella esistenza erano collegati ad uno di quegli odii di parte che in ogni tempo resero famosa la Gallura in generale, ed Aggius in particolare.

In attesa dell’alba tanto invocata dal giovane bandito, accenneremo ad una storia di sangue, che potrebbe definirsi il complesso di molte storie.

II. Aggius

Gli abitanti dell’estremo lembo della Sardegna settentrionale hanno un tipo speciale, caratteristico. La loro immaginazione è fervida, il loro carattere energico, la loro tempra d’acciaio. Hanno una naturale tendenza alla poesia e i loro canti sono ispirati o da sentimenti malinconici, o da un umorismo satirico. Tenaci nell’amore quanto nell’odio, una sola parola basta per intenerirli — una sola parola per eccitarli all’ira. Risentono molto del carattere dei côrsi, dei quali hanno lo slancio, la temerità, il coraggio.

E côrsi diconsi i primi abitatori della Gallura. È detto nella narrazione di Pausania, che essendosi accesa tra i côrsi una sedizione, la parte più debole dovette cedere e rifugiarsi nella vicina Sardegna. Sebbene il Fara voglia derivata questa popolazione dai Galli condottivi coloni e il Landino da certi pisani che avevano un gallo per insegna, e il Nurra dai Galluri, nome dato dai côrsi agli africani ed iberi disertati dalle insegne puniche dopo la conquista dell’isola, pure è certo che la versione di Pausania è sempre la più probabile, se non la più vera; perocchè i galluresi hanno molta analogia cogli abitanti dell’antica Cirnus, coi quali hanno comune la fisonomia, la lingua e il carattere.

Fin dai tempi remoti la Gallura fu teatro di odii atroci e di tremende vendette. Per cause tavolta assai frivole, gli abitanti si dividevano in distinte fazioni, per dilaniarsi a vicenda.

Di generazione in generazione veniva trasmessa la vendetta; nè rare erano le madri che mostravano ai teneri figli la camicia insanguinata del padre per mantener vivo nei loro petti l’odio al nemico; perchè potessero freddarlo, divenuti adulti. Ond’è che scene di sangue funestarono assai spesso quella terra poetica, dove i canti dell’amore venivano alternati, o confusi, coi canti dell’odio e della vendetta.

Nella Gallura, oltre la città di Tempio, sono cinque villaggi principali: Aggius, Bortigiadas, Luras, Calangianus, S. Teresa[1]. La maggior parte però della popolazione è sparsa per l’estesa campagna, in gruppi di due, tre, o quattro case cui si da il nome di stazzo — specie di ovile isolato, dove vive un’intera famiglia di pastori. Gli stazzi sono aggruppati fra loro sotto il nome di cussorgie; le cussorgie sono in gran parte riunite in Cappellanie, o parrocchie rurali ausiliarie, istituite dal Conte Bogino sotto il regno di Carlo Emanuele III, verso il 1759.

Secondo l’Angius, le Cussorgie della Gallura sono 188; le quali comprendono 1568 stazzi, sotto sette parrocchie, cioè: S. Teodoro — S. Maria Maggiore — S. Pasquale — S. Francesco d’Aglientu — La Trinità di Agultu — S. Maria, appartenente a Castelsardo.

*

Aggius è uno dei più caratteristici villaggi della Gallura, tanto per la sua curiosa giacitura, quanto per i suoi abitanti fieri, nervosi, e un dì implacabili nei loro odi secolari.

Questo villaggio era già uno dei componenti il feudo di Gallura, e apparteneva ad un barone spagnolo. Nell’ultimo censimento del 1881, contava 2420 abitanti; di cui, soli 500 in paese, e 1920 sparsi nei suoi 459 stazzi, non compresi i 95 oggi disabitati.

Aggius ha le abitazioni brune — come Tempio, come Bortigiadas, come Luras, e come Calangianus; perocchè le sue case sono costrutte con blocchi squadrati di granito, ben di raro intonacate di calce. All’intorno ha una vegetazione piuttosto lussureggiante; ma la sua natura è triste e fredda, come le sue case di granito. I boschi d’elci, di querce e di sugheri gli danno un aspetto singolare. Sorride, è vero, tra le terre sabbiose e i grigi macigni rigogliosa la vite — ma è un sorriso melanconico che risente del broncio delle vecchie quercie, cariche d’anni e di ghiande. Quà e là in mezzo a foreste vergini, o a vigne deliziose, tu scorgi qualche masso imponente lanciato sulla terra, non sai come, perchè, nè da chi; — lo diresti caduto per atterrire i vecchi sughereti o i giovani pampini.

Nella Gallura tu vedi uomini alti, asciutti, nervosi, dal volto arsiccio e dall’occhio fiammeggiante; — vedi dappertutto colossi di granito che sfavillano al sole, come fossero tempestati di diamanti; — vedi giganti vegetali dalle chiome folte, che van mostrando i loro rami contorti e i loro tronchi anneriti dai secoli. La natura ha colà un’intonazione perfetta: i suoi tre regni sono l’espressione della forza. Quegli uomini robusti e pieni di vigore li diresti nati dalle nozze misteriose della quercia e del granito, sotto l’ira delle tempeste: essi risentono dell’una e dell’altro.

Però, se il loro dialetto è una musica, se dolce è la loro parola, ben amaro talvolta è il loro sorriso: amaro come il loro miele, — curiosa specialità di quell’alpestre regione.

E queste tre forze della natura han pur esse le feconde carezze della grazia e della bellezza. Le fanciulle più seducenti, dalla carnagione bianchissima, dagli occhi espressivi e dalle forme gentili, sorridono innamorate a quegli uomini fieri e robusti; — l’edera più tenera stringe nelle sue spire affettuose i tronchi delle quercie secolari; — e la felce, piena di vita, si affaccia sorridente fra i neri graniti delle case, per adornarle co’ colori della speranza.

Il paese di Aggius è addossato ad una strana catena di montagne che sembrano create per difenderlo. Diresti che non siano gli uomini che abbiano fabbricato il villaggio a piedi di quella catena; ma piuttosto la natura che abbia costrutto quella barriera granitica alle spalle di Aggius.

Quei monti hanno forme bizzarre, e ti fanno pensare al famoso Resegone di Lecco, immortalato dal Manzoni. Essi ergono al cielo le creste nude, frastagliate, capricciose; e gli abitanti guardano con un certo orgoglio quelle punte — taglienti e aguzze come il loro ingegno, come la loro lingua, come il loro coltello.

Veduto da lontano, circondato da quella catena di monti, il paese d’Aggius sembra una vittima designata al martirio. Sono sette le punte principali che emergono dalla corona di spine, che l’avverso destino ha posto sulla fronte d’Aggius, quasi a presagio delle sventure che dovevano colpire il maledetto dagli uomini e da Dio; sette punte che potrebbero significare gli altrettanti dolori che tormentarono quella povera madre di figli sventurati, più che colpevoli.

Fra il monte Tummèu-Soza, il Monte Tronu, il monte Fraite, e il monte Pinna, s’erge maestoso, e più imponente di tutti, il monte della Crocetta, le cui creste sovrastano quasi il villaggio. Sulla punta più alta di granito, che minacciosa sembra guardare il paese, vedesi una croce di legno, la quale attira l’attenzione e la curiosità del viaggiatore. Quel simbolo ha dato il nome al monte; esso impressiona la vecchierella, la quale non può guardarlo senza farsi il segno della croce, e senza mormorare la preghiera dei morti.

III. Il Monte della Crocetta

Una tradizione popolare (che corre tutt’ora sulla bocca dei vecchi) narra, che il diavolo abitasse un tempo sulla vetta di questo monte. Egli, di tanto in tanto, si compiaceva d’affacciarsi ai massi di granito per guardare con occhio di fuoco il sottostante villaggio.

In quei giorni nefasti sentivasi soffiare un vento gagliardo, che, pur venendo da levante, recava dal Limbara ricoperto di neve il suo alito glaciale. E mentre gli abitanti d’Aggius si sentivano il corpo intirizzito, il diavolo alla sua volta soffiava sulle anime loro, suscitandovi pensieri d’odio, di vendetta, di sangue.

Si diceva che gli aggesi fossero in origine d’indole serena e tranquilla e che lo spirito infernale, volendo dannare le loro anime, avesse preso stanza nella reggia di granito, ch’era in cima del monte; e si compiacesse, nelle notti insonni, di tribolare quei poveretti.

Le vecchie tremavano di paura nel loro letto, e recitavano il rosario sotto le coltri, mentre il vento furioso urlava dalle fessure delle imposte. Il figlio dell’inferno, non potendo chiuder occhio, si divertiva a turbare il sonno dei figli della terra.

Ogni tanto il diavolo — a quanto asseriscono i vecchi — si affacciava alla rupe; e dopo aver annunziata la sua presenza con un rullo sordo e prolungato, gridava per tre volte rivolto al villaggio.

« — Aggius meu, Aggius meu; e candu sarà la dì chi ti zz’aggia a pultà in buleu?[2]

La minaccia diabolica era il pronostico della distruzione del paese; e il rullo prolungato che la precedeva significava che un uomo era designato a morire di morte violenta. Così almeno diceva la tradizione.

Figuratevi lo sgomento della popolazione! Si ricorse al parroco; si chiamarono a consulto i ragionanti del paese; ma sempre invano. Il diavolo non se ne dava per inteso, e continuava a tormentarli.

Verso la metà del secolo XVIII, ad un zelante missionario capitato ad Aggius, venne l’ispirazione di piantare una croce di ferro sul monte, per far fuggire il demonio.

Narra la leggenda popolare, che in quella notte spirò un vento così gagliardo che sradicò molte quercie secolari e fece precipitare dai monti più d’un masso di granito. Tutte le case tremarono dalle fondamenta, ma la croce stette salda sulla punta del monte.

Udendo quel baccano infernale i popolani corsero al Rettore; il quale li rimandò a casa tranquilli, dicendo loro:

— Non temete è il diavolo che prepara le valigie per tornarsene all’inferno. Non verrà più a tormentarci.

Pare però che il diavolo non volesse rinunziare alle due mila e più anime, di cui aveva giurata la perdizione. Aveva bensì abbandonato il monte della Crocetta, ma forse per ricoverarsi sul monte Fralle, o sul monte Pinna, donde, come per il passato, continuò a soffiare il suo livore sulle anime dei buoni aggesi; i quali, alla loro volta continuarono a dilaniarsi l’un l’altro, spargendo il terrore nella Gallura.

*

Negli ultimi giorni di luglio dello scorso anno (1883) volli fare la salita del monte della Crocetta per esaminare i luoghi ch’io voleva descrivere. È impossibile immaginare i disagi ed i pericoli cui si va incontro, arrampicandosi lassù, per quei massi giganteschi che ad ogni istante minacciano precipitarvi addosso. È impresa veramente temeraria tentar l’ascensione del monte a parte di levante, com’io l’ho tentata per consiglio di una guida inesperta. Dovetti saltar di blocco in blocco, strisciar carponi come biscia, aggrapparmi colle unghie ai graniti, abbrancare arbusti e lentischi per poi lasciarmi cadere nel vuoto chiudendo gli occhi; — insomma sforzi inauditi ed esercizi ginnastici che solo potrebbe tentare un disgraziato inseguito dall’umana giustizia. Ma vi ha di più: una volta incominciata la salita, bisogna continuarla perocchè il tornare indietro è lo stesso che sfidare il pericolo di uno sfracellamento.

Era la prima volta che io visitava il monte della Crocetta — e posso assicurarvi che fu anche l’ultima. Arrivato lassù dopo due ore di stenti, respirai a pieni polmoni, ed esclamai dal profondo dell’anima:

— Sono veramente in casa del diavolo!

Su quel monte vidi tre cose: la croce del missionario — la conca della Madonna — e il tamburo del demonio.

La croce del missionario è infissa sopra un masso gigantesco, quasi isolato, che misura da venti a trenta metri di altezza, e che forma il cucuzzolo del monte, bersagliato dai fulmini e dai venti. In origine quella croce era di ferro; e vi durò oltre mezzo secolo — finchè un giorno, schiantata dalla folgore, fu sostituita con altra di legno, che viene rinnovata ogni due o tre anni.

La conca della Madonna è una specie di nicchia naturale scavata nel granito. Dicesi che la Madonna vi abitasse qualche volta, per tener lontano lo spinto delle tenebre.

Il gran tamburo (lu tamburu mannu) è una gran lastra di granito, a base convessa, la quale posa sopra un blocco spianato. Basta salire sull’orlo, e far forza col corpo, perchè la pietra oscilli, dondoli, e produca un rullìo cupo, sordo, continuo, come il mugolìo d’un tuono in lontananza. Il gran tamburo d’Aggius ha molta analogia colla famosa Pietra ballerina di Nuoro; la differenza è una sola: quest’ultima, da parecchi anni non balla più — quello invece continua a suonare.

A memoria dei più vecchi, questo tamburo è sempre esistito, e gli si annettono non so quali malefici influssi. Dicono, per esempio, che allorquando si ode il suo rullo, è indizio certo che una persona è morta o deve morire di morte violenta.

Il parroco d’Aggius ebbe un bel mostrare la croce ai superstiziosi, per persuaderli che il diavolo se n’era andato! — Essi continuarono ad affermare che il demonio passeggiava sempre sulle sette punte, che sovrastano il loro infelice paese.

E la loro credenza era purtroppo convalidata dai fatti; perocchè la Gallura continuava ad essere funestata da moltissimi delitti, consumati sotto il patrocinio del diavolo. E ben poteva affermarlo l’estesa campagna che da Sedini si stende fino a Bortigiadas, da Bortigiadas alla Trinità di Agultu, e dalla Trinità all’estremo litorale che corre tra Castelsardo e l’Isola Rossa.

Fu il diavolo, difatti, che sul monte Fraile protesse i falsi monetari che vi ebbero la fucina nel 1639; — fu il diavolo che inspirò il terribile bandito Giovanni il Gallurese, ucciso nel 1657, mentre usciva dalla casa della sua ganza d’Osilo; — fu il diavolo che sul monte Cùccaro rese invulnerabili alle armi regie tutti i malandrini che vi si annidavano dal principio alla fine del secolo XVIII; — fu lui che protesse il terribile Antonio Pompita: — fu lui che nel 1800 gettò lo sgomento nelle terre d’Aggius, fomentando le fazioni dei Mamia, degli Addis, dei Malu e dei Biancu; — fu lui che nel 1808 eccitò gli aggesi a ribellarsi con mano armata contro la legge della coscrizione; — fu lui che entrò nel corpo dei traditori Stefano Buchicara, Don Giacomo Alivesi, e Giovanni Mazzoneddu, quando il primo nel 1557, il secondo nel 1671, ed il terzo nel 1802, fingendosi amici consegnarono al carnefice le teste di Lorenzo Judas, del Marchese di Cea, e di Francesco Cilocco!

Ma nessuno era riuscito a domare quegli spiriti turbati dal demonio. Lo stesso fra Gavino Achena d’Ozieri — il celebre missionario e poeta — non potè con la sua voce e i suoi strattagemmi comporre le inimicizie di Aggius. Ond’è che nell’Agosto del 1766 il vicerè Balio della Trinità faceva conoscere, con un pregone che S. M. Carlo Emanuele aveva in animo di schiantare il villaggio e gli abitanti di Aggius[3] — ond’è che il Conte di Moriana, governatore di Sassari, nel luglio del 1802, proponeva a suo fratello Carlo Felice di ridurre in cenere il villaggio, dividendo gli abitanti fra diverse popolazioni fuori della Gallura[4] — ond’è finalmente che, per i tanti delitti commessi, il paese d’Aggius (come nota lo Spano) veniva designato in un pregone vicereggio quale il più feroce dei villaggi sardi!

— Finchè non si metteranno croci su tutte le punte dei nostri monti, i figli d’Aggius saranno sempre tormentati dallo spirito infernale.

Così dicevano i vecchi del paese, sempre quando un nuovo fatto di sangue veniva a turbare quelle povere popolazioni.

IV. L’Infanzia del Muto

Bastiano Tansu era figlio di modesti pastori di Aggius. Aveva parecchi fratelli — alcuni maggiori d’età, altri minori di lui.

La sua infanzia era stata tempestosa; perocchè fin dai primi anni ebbe a soffrire molte umiliazioni per la sua imperfezione fisica. I suoi compagni lo maltrattavano, o lo deridevano; nè tardò ad accorgersi ch’era un uomo incompleto.

Nei trastulli infantili era sempre scartato — nelle dispute sempre percosso.

Talvolta coi gesti e gli urli cercava persuadere i compagni della loro ingiustizia: ma chi comprendeva gli urli e le smorfie di quel disgraziato? Nessuno. Egli piangeva e si disperava — e quelli credevano che facesse uno scherzo; egli supplicava invocando un po’ di compassione — e quelli credevano insultasse. Infelice! — altro mezzo non gli era dato per manifestare i suoi pensieri, all’infuori di quegli urli e di quei guaìti i quali non facevano che provocare l’ilarità, o la celia.

Bastiano si raccoglieva in sè stesso. Tra lui e il mondo esteriore non c’era alcun rapporto. Egli non poteva manifestare agli altri i suoi pensieri — nè gli altri a lui. Era dunque centro d’un mondo tutto suo, e discorreva soltanto con la propria coscienza.

Tuttavia, non poteva intieramente rinunziare a quei trastulli che formano il passatempo dell’età infantile. Era sempre co’ i suoi compagni; e andava con essi a sorprendere il nido degli acquilotti sulle vette del monte Pinna o del monte Fraile; oppure si dava a correre in mezzo ai cespugli per far raccolta di corbezzoli d’oro o di ginestre fiorite, che tanto abbondano in quei dintorni. La sua parte di divertimento era la più modesta — ma gli bastava, ormai si era abituato agli altrui motteggi, o all’altrui indifferenza, e fingeva non badarvi.

Col crescere degli anni però, il suo carattere e le sue abitudini si erano modificati. Alle felici accondiscenze era subentrato un orgoglio insolente. Bastiano entrava nel periodo della reazione; La sordità lo aveva reso diffidente — la mancanza di lingua lo aveva reso irascibile. Veduto che i suoi urli movevano al riso; veduto che la sua umiliazione gli provocava insulti; veduto che i suoi gesti non venivano compresi e che egli non riusciva a comprendere il gesto degli altri aveva adottato un mezzo che rispose all’intento prefisso. Non riuscendo a farsi amare, tentò di farsi temere; alla sua lingua, che non sapeva spiegarsi, oppose i suoi pugni d’acciaio che venivano compresi. Usando della forza e dell’audacia di cui madre natura lo aveva fornito, riuscì a farsi rispettare. Non ebbe mai altra coscienza che quella della propria forza; non sentì altra voce che quella dell’istinto.

I saggi del paese dicevano che Bastiano aveva sortito dalla nascita istinti feroci. Tutti avevano riconosciuto in lui una natura perversa; e il parroco aveva presagito e predicato in piazza, che quel muto doveva finire nell’ergastolo o sul patibolo.

Bastiano era per tutti un cattivo, tranne per i suoi fratelli e per sua madre la quale aveva una predilezione per il povero disgraziato: forse perchè sapeva che i disgraziati hanno, più degli altri, bisogno d’affetto e di premure.

E il muto, dal suo canto, non amava che sua madre e i suoi fratelli; perocchè essi soli al mondo comprendevano i suoi gesti e i suoi urli.

Nato senza lingua e senza udito, quell’infelice crebbe coll’odio nel cuore. Nutriva una profonda invidia per tutti gli uomini che potevano liberamente esprimere i loro sentimenti. Egli era un derelitto, un reietto, un miserabile. Quantunque fanciullo, pur comprendeva che la natura lo aveva gettato in mezzo ad una gente più sorda e più muta di lui. Mentre all’intorno ferveva la vita e il frastuono, nella sua anima era sempre un silenzio sepolcrale ed una squallida solitudine.

Non passava giorno senza che Bastiano percuotesse un suo compagno. Provava una ferocia indicibile a far del male ad altri. Non udendo i lamenti della vittima, gli era meno penoso l’ufficio di carnefice che si era assunto.

Divenuto grandicello, si era vendicato ad uno ad uno di tutti quei compagni che bambino lo avevano maltrattato, deridendo la sua infermità, ma accadeva ben spesso che il percosso era lui; perocchè, acciecato dall’ira, diventava temerario, e non misurava le proprie forze con quelle dell’avversario. Chiunque fosse che gli facesse uno sfregio, non transigeva, gli si avventava addosso come una tigre, senza preoccuparsi di una sconfitta. Sugli altri aveva una superiorità: percosso a sangue non si lamentava mai; anche vinto aveva l’orgoglio dei vincitori. Gli sarebbe parsa vigliaccherìa piangere o lamentarsi in faccia al nemico che egli aveva sfidato. Anzi, Bastiano non sfidava mai — assaliva all’improvviso, senza dar campo al nemico di riaversi dalla sorpresa. Ed era questa la sua forza — il segreto delle sue vittorie.

Il muto d’Aggius non conosceva paura. Più volte insieme coi compagni, era salito sul monte della Crocetta per dar la caccia al nido degli avvoltoi. Giunti lassù, i compagni si mettevano d’accordo, e lo piantavano solo sul monte misterioso. Il muto dava una scrollatina di spalle, sogghignava, e faceva ritorno al villaggio, col massimo sangue freddo. Eppure non vi era fanciullo in Aggius, capace di salir solo sulla roccia maledetta!

Non v’ha dubbio! — dicevano in paese — il muto è figlio del diavolo — e il diavolo lo protegge.

La imperfezione del muto, che negli uomini destava ilarità, nelle donne destava anche avversione. Quando Bastiano, più galante del solito, parlava a modo suo colle ragazze, cercando di mettere nei suoi movimenti tutta la grazia possibile, le ragazze ridevano a scrosci, per le smorfie ch’egli faceva con la bocca e per i suoni striduli che gli uscivano dalla strozza. E si allontanavano da lui mostrandogli la lingua e facendogli le corna con le dita, per dirgli ch’era figlio del demonio.

E se i motteggi dei compagni inasprivano il muto, quelli delle fanciulle lo ferivano a sangue. Dagli uomini sapeva difendersi coi pugni d’acciaio; ma colle donne non poteva che contorcere le braccia, mandando un ruggito ch’era imprecazione. Il contegno delle donne gli diceva chiaramente che era una creatura deforme e imperfetta, messa al mondo per dar pasto agli scherni ed agli insulti dei suoi.... non simili! E difatti era la natura che rinnegava sè stessa, facendo tacere nel cuore della donna il supremo degli istinti — l’amore.

Non potendo vendicarsi di quelle deboli quanto belle creature, il muto soffriva crudamente. Guai allora se gli capitava fra i piedi un compagno che gli desse la baia! Tutto il suo cruccio si riversava sul malcapitato, il quale doveva scontare a caro prezzo la sua imprudenza.

Se oggi voi domandate a tutta la Gallura, vi si risponderà che il muto era un tristo, una belva dagli istinti feroci; e che in lui già si presentiva l’implacabile bandito che doveva ricevere il battesimo di terribile, e che dal 1850 al 1858 doveva gettare il terrore e la morte nelle campagne d’Aggius e di Bortigiadas.

Ma chi si arrogava il diritto di giudicarle?

Dio aveva dato al muto un’anima espansiva; ma l’aveva rinchiusa in un corpo privo d’organi, perchè non potesse manifestarsi. Dentro quell’involucro di bronzo l’anima doveva corrodere il cervello ed il cuore. — Il sordo-muto non poteva comunicare col mondo esteriore — nello stesso modo che gli uomini non potevano aver comunicazione con la sua coscienza. L’Orfeo della favola, che placava la tigre col suono della lira, non avrebbe potuto placare il muto di Aggius.

Dunque il muto era al disotto della belva.

*

E cogli istinti della belva, temuto da tutti per la sua forza e la sua temerità, Bastiano aveva raggiunto vent’anni.

Era legato a molti parenti, fra i quali alla famiglia Vasa, una delle più notevoli di Aggius.

Nel maggio 1849 Pietro Vasa aveva invitato tutti i parenti alla cerimonia dell’abbraccio che doveva aver luogo nel suo stazzo della Trinità di Agultu. Fra gli invitati erano pure i fratelli Tansu, suoi cugini, e con loro il muto, per il quale aveva una speciale affezione.

Il Vasa si faceva sposo ad una bella e ricca fanciulla di sedici anni, della quale era innamorato da oltre sei mesi. Come prescrive l’usanza di Gallura, lo sposo voleva che tutti i parenti assistessero alla cerimonia dell’abbraccio, la quale non è altro che una promessa formale, o meglio la convalidazione del contratto nuziale.

Essendo la storia del muto collegata alla storia di questo matrimonio, che fu causa di molte sventure, lasceremo per poco il nostro protagonista per occuparci dei fatti che hanno dato origine agli avvenimenti sanguinosi che funestarono il territorio d’Aggius, dal 1850 al 1856.