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Il muto di Gallura

Chapter 9: I. Mariangiola
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About This Book

La narrazione ricostruisce le inimicizie e le vendette che afflissero una comunità gallurese del XIX secolo mediante la vicenda di un bandito sordo-muto diviso fra il desiderio di redenzione suscitato dall’affetto per una giovane e la spinta alla vendetta che lo riporta alla violenza. L’autore dichiara i fatti come veri e combina dettagli biografici e locali con scene di sangue, ritratti di vita rurale e considerazioni sulle cause sociali e politiche che alimentano gli odi, mostrando come onore, abbandono istituzionale e meccanismi di impunità possano scatenare tragici cicli di rappresaglie.

PARTE SECONDA I VASA E I MAMIA

I. Mariangiola

Fra le più notevoli persone d’Aggius, per censo, intelligenza ed onestà, primeggiava Antonio Mamia che, a buon diritto, godeva la stima generale. I consigli di quest’uomo probo erano ascoltati religiosamente e, difatti, era ritenuto come il più autorevole dei ragionanti e il più efficace dei paceri. Perocchè il giudizio del Mamia era inappellabile; ed anche il più caparbio dei litiganti avrebbe chinato con rassegnazione la fronte, ove il buon vecchio gli avesse detto: hai torto.

Il Mamia, che non toccava la sessantina, aveva due figli: Mariangiola e Michele — la prima sui diciassette, il secondo sui quattordici anni. Egli era un benestante: possedeva casa in Aggius, e parecchi stazzi nella regione di Vignola, dove passava una buona parte dell’anno, com’è costume di quasi tutti gli abitanti della Gallura.

Pietro Vasa apparteneva anch’esso ad una famiglia di benestanti, e godeva in paese fama d’uomo di spirito e di energia. Piuttosto basso di statura, e col volto adorno di una barba ispida e incolta, Pietro era tutt’altro che un bell’uomo; però sapeva cattivarsi la simpatia delle fanciulle, per la sua dolce parola, per la sua grazia, e per quella fierezza di carattere che piace tanto alle donne di quella regione, che, a buon dritto potrebbe chiamarsi la Svizzera sarda.

Era per raggiungere, o di poco oltrepassava i trent’anni e nutriva una particolare affezione per la sua vecchia madre, che teneva sempre con sè. La sua indole irascibile e le sue maniere alquanto ruvide gli avevano creato qualche inimicizia; ma chi poteva vantarsi di non avere nemici in Gallura? Le contestazioni erano colà sempre vive, ed il Vasa non era andato immune dai rancori, che possono dirsi indispensabili su quei monti di granito, dove il vivere fra le lotte diventa quasi una necessità.

Fra le altre, il Vasa era da qualche tempo in contestazione d’interessi colla famiglia Pileri; nè mai era riuscito a stabilire con essa un amichevole accordo. E la fierezza dei galluresi giunge a tanto, che, talvolta, essi rinunziano risolvere una questione, solo per non subire l’umiliazione d’essere i primi a proporre la soluzione.

Pietro Vasa si era invaghito di Mariangiola, la figlia di Antonio Mamia — una bella fanciulla, con la quale si era incontrato più volte in chiesa all’ora della messa, e al ballo che soleva farsi ogni domenica nella piazzetta del Rosario, o in quella poco distante dalla casa dello stesso Mamia.

La bella Mariangiola si era subito accorta delle occhiate languide e significanti colle quali andava perseguitandola Pietro; e, non solo se ne compiacque, ma non tardò a corrispondere alla corte di quel fiero ed energico innamorato.

Gli aggesi dell’uno e dell’altro sesso, che assistevano ai balli, in piedi, o seduti sulle soglie delle porte, seguivano attentamente la graziosa coppia che ballava la dansa con raccoglimento che tradiva le smanie amorose invano celate all’occhio dei circostanti.

Pietro e Mariangiola, con le strette di mano, e con le parole brevi e concitate, alimentavano quell’affetto, che ben presto divenne gigante.

E per vero, Mariangiola, formava l’ammirazione dei giovani e delle fanciulle d’Aggius; i primi invidiavano sospirando il conquistatore di una tanta bellezza, le seconde constatavano la superiorità della loro rivale — cosa non troppo comune, specialmente nelle fanciulle da marito.

Bisognava vederla la Mariangiola, tutta rossa in viso e cogli occhi dimessi, fare i passi cadenzati al fianco del suo Pietro! e come ci teneva a ballar con precisione e compostezza, tanto nel ballo tondo, quanto nella dansa e nel baddittu. — Il suo rossore e il suo turbamento ben rivelavano agli astanti curiosi di qual natura fossero le parole che Pietro le andava sussurrando all’orecchio: parole che la turbavano ma di cui si compiaceva; quantunque di tanto in tanto le facessero perdere il tempo e le rigorose battute della dansa — nella quale i ballerini hanno le mani intrecciate in modo, che le due destre si stringono sul petto dell’uomo e le due sinistre a tergo.

Mariangiola era di una rara bellezza e di una grazia affascinante.[5] Il capriccioso costume d’Aggius si attagliava leggiadramente a quella figura gentile. Le sue guancie color di rosa, il labbro sottile e gli occhi celesti risaltavano dal fazzoletto a frangie, color vinaccia, che le aggesi sanno avvolgere intorno al viso con una grazia tutta speciale. Vestiva una gonnella nera col lembo orlato in rosso: — aveva un busto di velluto granato che le serrava completamente il seno; un fazzolettino di seta al collo, ed un rosso corsetto a rivolte di broccato, con maniche aperte dalle quali uscivano gli sbuffi della camicia. Era questa la tenuta d’inverno. In estate le aggesi non portano il corsetto, ma lasciano vedere le ampie maniche della camicia stretta ai polsi. Una particolarità delle donne aggesi, che impressiona molto il forestiero, è quella di chiudere il piedino nudo in eleganti scarpette. Non saprei dirvi la ragione per cui quelle care fanciulle sdegnano le calze; forse perchè le sante non le usano.

Pietro era l’ombra di quella creatura svelta e gentile. La seguiva dappertutto, e specialmente nei giorni festivi.

Com’era lunga per lui la settimana! Egli aspettava con ansia la domenica, perchè potesse inebriarsi nella vista di Mariangiola.

La fanciulla usciva di casa con la mamma, ed entrava in chiesa, dove Pietro ascoltava la stessa messa. Alla sera poi, egli non mancava all’indispensabile ballo, che gli dava il diritto di avvicinarsi a lei, di stringerle la mano e di dirle tante belle cose. E Mariangiola aveva pochi passi da fare per recarsi in chiesa, poichè la parrocchia di S. Vittoria è distante una trentina di metri dalla casa Mamia, dalla quale è separata dalla casetta del parroco, e dalla viottola che conduce alla piccola valle Rischeddu.

La casa di Mamia è a un piano; vi si accede per una porta che ha due scalini verso la via, che trovasi fra due finestre basse. Nel piano superiore è un balcone con rozza ringhiera di legno, dalla quale partono quattro listoni che reggono una tettoia sporgente, le cui tegole si congiungono con quelle del tetto principale.

Quantunque l’uomo contasse quasi tredici anni più della donna, pure Pietro e Mariangiola erano una giusta coppia, come tutti dicevano; perocchè nei villaggi è appunto questa l’età prescritta per il matrimonio, essendo ben rara la fanciulla che si sposi ad un giovane ventenne. Pietro e Mariangiola, essendo simpatici a tutti, erano guardati con compiacenza e senza alcuna invidia dagli uomini e dalle donne; e tutti desideravano ardentemente di vederli accoppiati.

I due cuori si erano rapidamente accesi di una stessa fiamma — ed ormai non mancava che convalidare l’amore con un formale matrimonio.

Il Vasa cercò indagare l’animo del padre di Mariangiola, e lo trovò ben disposto a suo favore. E difatti, Antonio Mamia non poteva affacciare alcuna difficoltà, inquantochè Pietro Vasa era un buon partito; e se tale non lo avesse reputato, non avrebbe certo permesso alla figliuola la troppa dimestichezza col giovane: — dimestichezza ch’era venuta a conoscenza del vecchio, ma che il vecchio aveva finto ignorare, come costume dei padri e delle madri quando si avvedono che le loro creature sono innamorate di chi a lor piace e conviene.

Questi fatti erano avvenuti nei mesi di marzo e di aprile del 1849. La primavera, che destava l’amore nella natura, aveva pur parlato alle anime di Pietro e di Mariangiola col suo arcano linguaggio. Senza andarsene, i due giovani avevano presentito il mistero della creazione.

Le due famiglie Vasa e Mamia, presi i dovuti concerti, stabilirono di comune accordo di solennizzare la così detta cerimonia dell’abbraccio in una bella giornata del prossimo mese di maggio.

II. L’Abbraccio

Dalla catena granitica dominata dalle punte dei monti Tumeu-Soza, Crocetta e Fralle, andando giù giù, fino alla spiaggia del mare, è un esteso territorio sparso di centinaia di stazzi, tutti appartenenti al paese di Aggius.

Gli stazzi di Mamia erano nella cussorgia di S. Maria di Vignola, poco distante dalla spiaggia del mare. Quelli del Vasa erano invece nella cussorgia della Trinità d’Agultu, parrocchia figliale istituita da monsignor Stanislao Paradiso nel 1813, per riguardo ai molti pastori stanziati intorno ad essa, distante circa tre ore dal paese.

L’abbraccio ebbe luogo in Vignola, nello stazzo Giunchiccia del Mamia.

Lo stazzo Giunchiccia si componeva di più stanze. Oltre quella da letto, ben fornita di mobili, vi erano: la stanza del focolare (dove la famiglia soleva raccogliersi per le faccende domestiche) e la stanza che serviva di magazzino per la provvista dei frutti e del grano, il quale si conserva nella luscia, specie di stoja di canne, ridotta a forma cilindrica. Eravi poi l’indispensabile stanza della manipolazione dei formaggi, con la macina, gli utensili per la salamoia, i secchioni o mastelle, delle pinte, le pelli, la lana, e le forme fresche di caccio, deposte sul graticcio del focolare per essere condensate.

Gli Stazzi più modesti non hanno che una sola stanza, dove sono raccolti tutti gli utensili qui sopra menzionati, nonchè la macina per il grano. Venuta la sera, i membri della famiglia, compresi i servi, si sdraiano sopra stuoie, pelli, sugheretti o sacchi, e dormono avvolti nel loro gabbano, o altro panno, intorno al tronco di quercia che arde sul focolare, il quale è scavato in mezzo alla stanza, ed è di forma quadrata.

*

Era una bellissima giornata di maggio dell’anno 1849; e fin dall’alba si notava per il territorio d’Aggius un insolito movimento. Erano i parenti e gli amici degli sposi, che, a piedi o a cavallo, si disponevano a lasciare i loro stazzi per recarsi a quello di Giunchiccia per la cerimonia dell’abbraccio.

L’abbraccio è una specie di convalidazione del matrimonio, quasi un contratto nuziale, ed è messo in pratica anche oggidì nella maggior parte dei villaggi della Gallura.

Oltre sessanta persone, fra parenti ed amici, erano convenuti nello stazzo di Giunchiccia.

Dopo alcun tempo che questi erano raccolti nella casa del padre di Mariangiola, fu visto arrivare Pietro Vasa, attorniato e seguito da ugual numero di amici e parenti. Essi si fermarono fuori dello stazzo — e si diè principio alla cerimonia.

Un cugino dello sposo si avanzò fino all’ingresso dello stazzo, sulla cui soglia comparve un parente della fanciulla. Fra i rappresentanti delle due famiglie si scambiarono, presso a poco, le seguenti domande e risposte.

— Che vuoi tu, qui? — chiese il parente della donna al cugino dello sposo.

— Scusa, se io sono importuno. Da un mio amico venne oggi smarrita una bianca colomba, bella come le nuvolette baciate dal sole nascente, pura come le nevi che depone l’inverno sulle creste del Limbara. Il mio amico i inconsolabile; ed io vengo qui per cercare il tesoro che ha perduto.

— Mi duole della sventura toccata al tuo amico — ma devo dirti che qui non vi ha colomba.

— Fratello, non adontarti, se son costretto a non credere alla tua parola. Fu vista da taluni una colomba spiegare il volo verso questo stazzo. Essa dev’essere qui; ed io non mi allontano, se tu non me la rendi. Senza di lei il mio amico morrebbe di dolore.

— Aspetta alcuni istanti, finchè io possa consultare il capo della famiglia; egli forse potrebbe essere meglio informato di me.

E, così dicendo, il parente della sposa rientrò nella stanza e si rivolse ad Antonio Mamia.

— Hai tu veduto una bianca colomba, smarrita su questi monti? Essa è bella come le nuvolette baciate dal sole nascente — è pura come le nevi che depone l’inverno sulle creste del Limbara.

— Sì, l’ho veduta, ma essa è mia nè fu smarrita da alcuno.

— E non vorresti cederla?

— Sì: la cederei ad un uomo che sapesse renderla felice.

— Ebbene quest’uomo che tu cerchi è qui; ed io domando per lui la tua bianca colomba.

— E saprà rendermela felice?

— Ne impegna la sua fede.

— La fede di un uomo onesto è già per me un’arra sufficiente. Che l’ospite amico sia il benvenuto sotto il mio tetto. Digli che gli affido la mia colomba, bella come le nuvolette baciate dal sole nascente — pura come le nevi che depone l’inverno sulle creste del Limbara.

Il parente del Mamia riferì la risposta al cugino dello sposo; e allora Pietro entrò in casa seguito dai suoi congiunti ed amici, i quali presero posto tutt’intorno nella stanza.

Il vecchio rivolse la parola allo sposo:

— Sii il benvenuto! Ti affido volentieri la mia colomba: essa è tua. Amala sempre, come l’amò il padre suo; e veglia su lei, come suo padre ha sempre vegliato![6]

E la cerimonia continuò nel modo seguente.

I parenti, ad uno ad uno, si alzarono e avvicinandosi alla sposa la baciarono sulla fronte e le gettarono nel seno uno o due scudi di argento. Era una specie di dote che i congiunti e gli amici facevano alla fanciulla.

La sposa ricevette i baci tutta tremante, cogli occhi a terra e col volto comparso di un pudico rossore.

Dispensati i doni e dato il saluto colle labbra, gli invitati tornarono al loro posto. E allora toccò alla sposa fare il giro della stanza per rendere ai parenti ed agli amici il bacio ricevuto, regalando a ciascuno un piccolo fazzoletto, quasi in ringraziamento della dote ricevuta.

D’ordinario, in queste cerimonie, il fazzoletto viene regalato dalla sposa a chi dà più d’uno scudo: e qui il lettore potrebbe osservare che l’usanza manca di delicatezza; essa, però, è convalidata da un’antichissima consuetudine, e nessuno ha quindi diritto di offendersene, nè di mormorarne.

Spetta finalmente ai due sposi, che sono gli ultimi a chiuder la cerimonia dell’abbraccio. Pietro e Mariangiola si avvicinarono, alla loro volta, e si scoccarono sulle guance un sonorissimo bacio. E questo bacio fu il più sincero e il più caldo di tutti!

A questo punto vennero scambiati i doni fra i due sposi.

Pietro regalò a Mariangiola un fazzoletto di seta e il solito manafidi, che è un anello d’argento, di poco valore, rappresentante un cuore: esso costituisce il sacro pegno della fede, ed è vincolo indissolubile fra due fidanzati.

Mariangiola, dopo averlo ringraziato con un ineffabile sorriso, presentò allo sposo un fazzoletto ed un piccolo coltello col manico d’osso: pegni anche questi di fedeltà e affetto. Qualunque sia la condizione degli sposi, sono questi i due pegni che si regalano nel giorno dell’abbraccio.

Ricambiati i doni, un giovane pastore si alzò in piedi ed improvvisò una bella poesia, dove si descrivevano le rare doti dei due sposi e la solennità del rito. Era una vera poesia ricca di immagini, e di similitudini, come sanno improvvisarla quei popoli entusiasti e di fervida immaginazione.[7]

Gli astanti complimentarono Pietro e Mariangiola, facendo auguri di felicità per il suo avvenire, e siccome in simili cerimonie essi hanno la minor parte della gioia, così si pensò — secondo la consuetudine — a preparare il lauto pranzo di nozze, a cui assistono i due sposi e le rispettive famiglie.

Tutta la giornata passò in baldorie e in allegrie, ma i più contenti della comitiva erano Pietro e Mariangiola, i quali nell’abbraccio avevano convalidata un’unione, che per due mesi era stata la meta dei loro ardenti desideri.

L’abbraccio è sacro in Gallura, e non può essere sciolto che dalla sola fidanzata. Nè sposo nè genitori potrebbero violare, anche volendolo, quel rito solenne e tradizionale.

III. Mestizia nella festa

La festa fu spontanea, schietta, vivace. Tutti i convenuti non facevano che dar la baia agli sposi con motteggi, allusioni e scherzi innocenti.

Lo abbiamo detto: in mezzo a quell’adunata i più felici erano Pietro e Mariangiola. Essi vedevano alfine realizzarsi i più cari sogni d’amore; e i lunghi sguardi, i sorrisi e le furtive strette di mano che si scambiavano di tanto in tanto, ben dicevano agli astanti quanto gli sposi volevan loro tacere.

Il chiacchierio assordante dei parenti e degli amici non preoccupava i due sposi. Essi fingevano ascoltare gli altrui motti, ma non li udivano. La felicità li rendeva egoisti. In mezzo a quella moltitudine si sentivano soli — in mezzo a quel frastuono si beavano del silenzio che li circondava.

Il pranzo fu lauto e sontuoso — come suole essere in simili circostanze. Trattavasi di ristorare oltre centocinquanta persone, e si può immaginare quanti vitelli, montoni e capretti furono sacrificati sull’altare dell’amore, in omaggio ai due sposi.

Gli scherzi, le risa, il chiacchierio si protrassero per oltre cinque ore. Verso l’imbrunire una buona parte degli invitati augurarono la buona notte alla famiglia e si accinsero a far ritorno ad Aggius, o ai propri stazzi. Mentre nel piazzale si preparavano le bisacce e s’insellavano i cavalli, i parenti più stretti e i più vecchi amici se ne stavano ancora a tavola, risoluti di ritornare ai loro casolari a notte inoltrata. Erano circostanze che non si ripetevano con frequenza, epperò ognuno voleva divertirsi approfittando della generosità di Antonio Mamia, il padrone di casa.

E i brindisi, gli auguri e i complimenti continuarono ad alternarsi in mezzo a quella gioia schietta che facilmente si riscontra in tali cerimonie, fra gente povera di censo, ma ricca di cuore e di sentimento.

*

In un angolo di quella stessa stanza, vicino alla finestra, v’era tuttavia un gruppo di persone che sembrava non prender parte alla gioia che sfavillava da tutti i volti. Quel gruppo era composto di un fanciullo, di un giovane e di una vecchia.

Il fanciullo era Michele Mamia, fratello di Mariangiola. Sdraiato sopra un basso sgabello, appoggiava la testa sul grembo della vecchia, la quale sedeva su d’un secolare cassone di abete.

A pochi passi da loro era il terzo personaggio. — Bastiano il muto. Dando le spalle alla finestra, e colle braccia conserte al petto, egli fissava la vecchia ed il fanciullo che gli stavano dinanzi.

La vecchia settantenne era la madre dello sposo — di Pietro Vasa. Il suo volto, sereno e venerabile, spiccava dal bruno fazzoletto, dal quale sfuggivano alcune ciocche di capelli con riflessi d’argento. Essa guardava con aria pietosa il biondo fanciullo che aveva fatto guanciale del suo grembo; e gli andava carezzando la capigliatura, quasi per fargli conciliare il sonno. Ben sapeva che Michelino aveva bisogno di riposo, dovendo egli alzarsi all’alba per recarsi al lavoro col babbo.

I tre volti avevano un’espressione melanconica che contrastava col frastuono e con la gioia che regnavano nello stazzo. Occupati unicamente dagli sposi, gli altri non badavano a loro; ed essi si compiacevano di quella noncuranza che favoriva il loro raccoglimento.

Il sole era calato dietro i monti lontani dell’Asinara, lasciando all’orizzonte lunghe striscie infuocate, le quali gettavano un’onda luminosa dietro la stanza, dov’erano raccolti i festeggianti.

Nei commensali già cominciava a notarsi quella stanchezza che si prova alla sera di un giorno di festa, dopo aver libato ad un pranzo più lauto e più abbondante del solito.

Il chiaccherìo continuava ancora — ma era un chiaccherìo stanco, compiacente, quasi convenzionale. I parenti e gli amici aspettavano che Pietro si alzasse, per accompagnarlo al suo stazzo della Trinità di Agultu; ma Pietro aveva poca voglia di lasciar la tavola, dove stava tanto bene vicino alla sua fidanzata. Egli non considerava che il tempo, il quale per lui fuggiva, scorreva assai lento per gli altri. Solito egoismo di chi è felice.

Il muto sempre immobile, non faceva che osservare la vecchia ed il fanciullo, che pareva riposasse.

Ma Michelino non dormiva. Quantunque sentisse le palpebre più pesanti del solito, pure lottava col sonno; e mentre con abbandono appoggiava la testa sul grembo della vecchia, teneva gli occhi sempre fissi sul volto della sorella la quale era seduta vicino a Pietro Vasa, dimenticando quanti li attorniavano.

Era pur strana la melanconia di quei tre personaggi in mezzo alla gioia comune! Si sarebbe detto che un pensiero triste, un penoso sconforto e un triste presagio dominasse quelle menti e che un misterioso vincolo unisse fra di loro quelle tre creature.

Eppure, essi non avrebbero dovuto rimanere indifferenti alla cerimonia che si compiva nello stazzo per convalidare il sacro patto che univa Mariangiola a Pietro! Quella vecchia era la madre dello sposo: — la sposa era sorella di quel fanciullo. Pietro sulla terra, non aveva amato alcun essere più di sua madre; e Mariangiola nutriva una speciale tenerezza per il suo fratellino Michele, oggetto continuo d’ogni sua cura e d’ogni suo pensiero.

Pietro e Mariangiola erano però sposi — e il loro amore doveva assorbire ogni altro amore.

Ed era questo il pensiero fisso che occupava la mente della vecchia e del fanciullo in quel giorno solenne: un pensiero geloso che, l’uno all’insaputa dell’altro, celavano nel profondo del cuore.

La madre di Pietro guardava con occhio diffidente la Mariangiola, destinata a toglierle l’affetto di suo figlio. Nel matrimonio la sposa viene sempre a togliere il posto alla madre; la quale tarda a persuadersi che il suo ufficio finisce là dove comincia quello della moglie. La gioia segreta di far ballare sui ginocchi i figli dei figli non basta soffocare la crucciosa invidia che prova una madre nel veder sottentrare alle sue cure un’altra donna. E da ciò i dissapori e l’incompatibilità di carattere fra suocera e nuora.

Il fratello di Mariangiola, dal canto suo fissava con dispetto Pietro, che doveva portargli via la cara sorella. Il fanciullo non poteva comprendere come per uno straniero, per uno sconosciuto, Mariangiola potesse dimenticare chi l’aveva amata per tanti anni d’un profondo affetto. Nella sua piccola mente accusava quasi d’ingratitudine la sorella; ma non sapeva ancora che il potente affetto che provava per lui la fanciulla, non era altro che l’istinto della famiglia, che nella donna comincia a rivelarsi con la tenerezza per le bambole.

Tali erano i pensieri che attraversavano la mente di quella vecchia e di quel giovinetto nel giorno dell’abbraccio di Pietro e di Mariangiola.

E il muto?

Con le braccia serrate sul petto, Bastiano guardava la vecchia e il fanciullo, che gli stavano da presso. Egli ammirava quella testa bionda, vicino a quella testa bianca — il riposo della giovinezza in grembo alla vecchiaia — il tramonto che sorrideva all’alba, il debole che sorreggeva il forte.

Anche lui provava un sentimento d’invidia per tutti. Per lui non vi erano state mai feste — per lui non vi era stato mai amore.

Il muto era là per far numero. Dai sorrisi, dall’espressione dei volti, dai gesti delle persone, da tutto l’insieme delle cose che andava osservando, si accorgeva che in quella casa tutti erano felici. Avrebbe voluto esprimere anch’esso i suoi sentimenti, ma non poteva parlare. La natura maligna gli aveva inchiodato la lingua al palato; aveva posto una barriera di granito tra gli uomini e lui.

E assisteva alla festa col cruccio nel cuore, ripensando alla sua giovinezza e ai compagni che lo avevano deriso, percosso, ma egli era l’uomo di pietra; doveva assistere all’altrui gioia senza poter manifestare un suo pensiero, senza percepire il pensiero degli altri. Ecco perchè il sordo-muto era triste come la vecchia e come il fanciullo!

La fatalità aveva riunito quei tre personaggi, che pur dovevano aver tanta parte negli odii destinati al dilaniare le due fazioni dei Vasa e Mamia. Fila misteriose vincolavano quei tre esseri innocenti. Il destino aveva loro tracciato la strada che dovevano percorrere. Due di essi erano designati come vittime — il terzo come carnefice.

*

Arrivò finalmente l’ora del commiato e della partenza. Pietro Vasa si alzò; e dopo aver dato una stretta di mano ed un bacio alla sposa ed al futuro suocero, si accostò alla vecchia.

— Madre mia, andiamo. Vi ho fatto troppo aspettare, non è vero? Dovete perdonarmi, perchè son cose che non capitano due volte nella vita!

La vecchia sorrise amaramente; e si accostò alla sposa che baciò sulla fronte.

Mariangiola le restituì il bacio con trasporto mentre due lacrime di gioia le irrigavano le guancie.

Entrambe piansero, senza darsene ragione. Erano vivamente commosse.

La sposa si accostò al fratello, e dopo averlo accarezzato gli disse:

— Sei stanco, povero Michele? Va dunque a letto, e riposa.

Il fanciullo rispose mestamente.

— Lo so: Mariangiola. D’ora innanzi non avrò più le tue carezze. Il babbo caccia di casa la nostra colomba per darla ad uno sconosciuto!

Al muto non si accostò alcuno. La comitiva cominciava già a sfilare, ed egli era sempre là, vicino alla finestra, cogli occhi a terra e colle braccia sul petto.

Il vecchio Mamia gli battè infine sulla spalla, per dirgli coi cenni che rimaneva solo.

Il muto lo ringraziò; e accennando col dito alle sue orecchie sorde, gli fece capire che non si era mosso perchè non aveva sentito le pedate della gente. Mandò quindi un rantolo cupo per esprimere un ringraziamento ed un saluto; ed uscì dallo stazzo per accompagnare suo cugino Pietro Vasa.

I pastori degli stazzi di Vignola si presentarono alla soglia dei loro abituri per salutare lo sposo e il suo seguito che si dirigeva alla Trinità d’Agultu.

E così terminò la bella giornata di maggio, e la cerimonia dell’abbraccio che doveva lasciare un indelebile ricordo nell’animo dei Vasa e dei Mamia.

IV. Odio vince amore

Tra la famiglia dei Vasa e quella dei Pileri — lo abbiamo detto — era un’antica ruggine che, invece di diminuire, andava sempre crescendo. Alcune questioni d’interessi tennero accese per lungo tempo le contestazioni, quantunque le due famiglie fossero imparentate, avendo un Pileri sposato la sorella di Pietro Vasa.

Nell’agosto del 1849 — due mesi dopo l’abbraccio — nacquero dei puntigli fra i membri delle diverse famiglie, e la cosa parve prendere serie proporzioni. L’orìgine del malumore risaliva ad alcune capre di Salvatore Pileri trovate uccise entro un chiuso ad orzo di Pietro Vasa. Il Pileri pretendeva che quest’ultimo si dichiarasse autore di un tal dispetto — ma il Vasa respinse sdegnosamente l’accusa, e rifiutò ogni dichiarazione.

I Pileri, per evitare un forte attrito, decisero di rivolgersi al Mamia, col quale erano legati con vincolo di più stretta parentela. Essi dissero:

— Sappiamo che Pietro Vasa, fra non molto farà parte della tua famiglia. A te spetta sistemare le nostre vertenze; chè altrimenti potrebbe venirne danno allo sposo ed alla tua figliuola. Bada dunque di risparmiar dispiaceri a te ed a noi!

Il vecchio Mamia, uomo saggio e prudente, s’incaricò di appianare le questioni; e si mise all’opera, fidando nella propria influenza ed autorità.

E diffatti, due sere dopo, rientrando in casa trovò il Vasa, che era venuto a far visita alla fidanzata, e gli disse:

— Senti, Pietro, ti ho accordato con piacere la mano della mia figliuola, perchè ti conosco per un uomo dabbene. Vorrei però che tu ti mettessi in pace co’ tuoi avversari. Capirai bene che io non vorrei disturbi in famiglia. Essendo stato per diciassett’anni latitante per un delitto che mi si voleva apporre, ben so per prova quanto costi il prendere la campagna per mettersi al sicuro dai nemici.

Il Vasa che in quel momento parlava con Mariangiola, troncò a metà il discorso incominciato, si fece serio e volgendosi al vecchio gli rispose freddamente:

— Che importa a voi delle nostre questioni private? Coi Pileri ha solo da vedere il mio fucile; in esso sono due canne con tre palle per ciascuna: sarò abbastanza generoso dando loro la scelta. Altro non posso fare.

La risposta superba del giovane non andò troppo a sangue al Mamia, il quale pertanto volle contenersi.

— Pietro; tu sei un galantuomo; e sono persuaso che ti abboccherai coi Pileri per....

— Mi recherò da loro, sì; ma col berretto sotto l’ascella! — interruppe il Vasa con alterigia.[8]

— Bada, Pietro! — riprese il vecchio corrugando la fronte e cambiando tono — sii ragionevole. Se vuoi far parte della mia famiglia, è d’uopo che tu rinunzi ad ogni idea di vendetta. Sarei costretto a negarti Mariangiola, se tu persistessi nel tuo proposito!

— Ed io sarei costretto a rinunziare alla tua figliuola, se mi si chiedesse la conciliazione co’ miei nemici! — rispose fieramente il Vasa.

Mariangiola afferrò con affetto le mani di Pietro e divenne pallida. Ma Pietro non sentiva più le carezze nè vedeva il pallore della fidanzata. Il vecchio Mamia continuò colla stessa flemma:

— Le parole che tu pronunci in questo momento non sono quelle di un uomo sano. Tu non ami Mariangiola!

— È grande l’amore che io porto alla tua figliuola — esclamò vivamente Pietro — ma è assai più grande l’odio ch’io nutro per i Pileri!

In quella camera si trovavano la vecchia madre del Vasa e il giovane fratello di Mariangiola.

Michele corse a carezzare la sorella che si era lasciata cadere sopra una sedia: e la vecchia afferrò Pietro per un braccio, cercando di frenar l’ira che trapelava dai lineamenti alterati del figliuolo.

— Lasciatemi! non ascolto ragioni! — gridò Pietro fuori di sè; ed uscì dalla stanza seguito dalla madre, senza curarsi degli spasimi della fidanzata e dello sdegno del futuro suocero.

Il vecchio Mamia si accostò lentamente alla porta per seguire cogli occhi i due che si allontanavano; quindi tornò e si fermò dinanzi ai suoi due figli che si tenevano abbracciati, Michele diceva alla sorella:

— Via Mariangiola, lascialo andare quel cattivo! Ti farò io da sposo... Sei contenta?

— Finitela! — esclamò il vecchio rivolto all’uno e all’altra. — Non fate ragazzate! Egli ritornerà; ritornerà, perchè non si abbandona così una fanciulla quando si è abbracciata. L’abbraccio non può essere sciolto che dalla sola sposa: e tu non hai intenzione — non è vero Mariangiola?

— Io no padre mio!

*

Il Vasa però, non tornò in casa del Mamia; ed invano Mariangiola lo aspettò per due, quattro e dieci giorni. Era evidente che si era piccato e voleva tenere il broncio.

Con tutto ciò, il vecchio non volle più oltre inasprire il fidanzato della sua figliuola; temendo di essersi lasciato trasportare da un accesso di collera, aspettò pazientemente che il tempo avesse apportato un po di giudizio nel cervello di Pietro.

Passarono altri quindici giorni, ma Pietro non varcò la soglia della casa Mamia; forse nella speranza che il suocero finisse per smettere i suoi rigori.

Sugli ultimi di agosto accadde un fatto, che per quanto in apparenza insignificante, bastò per complicare gli avvenimenti.

Alla terza domenica del mese, in cui ricorre la festa di Santa Maria di Vignola, sogliono i devoti portare una bandiera alla rispettiva chiesuola per scioglier un voto o promessa. In tal circostanza fu domandato in prestito a Pietro Vasa un suo cavallo, il quale, per la bellezza delle forme e per la robustezza dei muscoli, formava l’ammirazione di quanti lo vedevano. Questo cavallo, già da qualche tempo, era tenuto nella scuderia di Antonio Mamia, nè Pietro aveva pensato a ritirarlo — segno evidente che egli accarezzava la speranza di far ritorno alla casa della fidanzata.

Terminata la funzione, fu ricondotto il cavallo allo stazzo del Mamia; — ma quel giorno il vecchio, o perchè fosse più di cattivo umore del solito, o perchè inasprito da recenti dicerie, rimandò indietro il giovane che portava il cavallo dicendogli che la sua scuderia non serviva per le bestie altrui.

Quest’azione ferì a sangue Pietro; e dice la cronaca, che l’innocente cavallo fu la prima e vera causa delle inimicizie che si accesero più tardi fra le fazioni dei Mamia e dei Vasa; nel modo stesso che alcune capre dei Pileri, entrate a pascolare nei terreni del Vasa, avevano gettate le prime basi di un altro odio implacabile.

Si cominciò a comprendere da entrambe le parti che te cose prendevano una cattiva piega; e un altro mese trascorse fra puntigli, messaggi, dicerie. I buoni amici cercarono di conciliare gli animi, in considerazione dell’amore dei due fidanzati e dei riguardi che meritava il vecchio Mamia; nè mancarono allo stesso tempo i cattivi amici, i quali fomentavano gli odi dei dissidenti col riferire, inventare, od esagerare le parole e i discorsi che venivano proferiti dalle due famiglie.

I due nemici però furono inconciliabili; poichè se il Vasa stava sul tirato, il Mamia non era tal uomo da cedere facilmente agli altrui capricci.

— Io sono il più vecchio — egli diceva. — Spetta dunque a Pietro sottomettersi.

Non è a dire quanto ne piangesse e ne soffrisse Mariangiola, e quali scene accadessero ogni giorno in casa. Il vecchio si sentiva intenerirsi alla presenza della sua creatura; ma per quanto l’amasse, avrebbe meglio desiderato vederla morta, anzichè umiliarsi al superbo che lo aveva offeso.

Molti ragionanti e alcuni sacerdoti si presentarono al Mamia per fargli presente il dolore della Mariangiola, la quale doveva rinunziare ad un uomo che amava e che le aveva giurato eterna fede. E a tanto giunsero le preghiere e le esortazioni del Rettore e dei probi uomini di Aggius, che il vecchio padre propose di far accompagnare la sua figliuola allo stazzo della Trinità da due stretti parenti, i quali l’avrebbero consegnata allo sposo. Egli però — lo dichiarava — non si sarebbe mai indotto ad accompagnare sua figlia, nè a metter piede in casa del superbo genero.[9]

Non rimaneva dunque più altro, che far la restituzione dei doni; ma anche questa pratica, in apparenza così semplice, provocò molte contestazioni. Noti il lettore la fierezza dei galluresi, la loro tenacità negli odi e la scrupolosa raffinatezza della loro suscettibilità.

Affacciata agli amici del Vasa e del Mamia la convenienza della reciproca restituzione dei doni, scambiati fra gli sposi nella cerimonia dell’abbraccio, nessuno dei due volle esser il primo a metterla in pratica.

— Io non voglio chiedere i doni alla sposa — diceva il Vasa — perchè sarebbe un confessare che il torto è dalla mia parte. Tale umiliazione non voglio subirla!

— Io non debbo restituire i doni allo sposo — diceva il Mamia — questo atto potrebbe significare che riconosco il mio torto. Non intendo intaccare la mia dignità per nessuna cosa al mondo!

E per due mesi l’uno e l’altro furono irremovibili in questa decisione: tanto che si dovette ricorrere ad un consiglio di arbitri, o di ragionanti — ciò che nell’espressione gallurese suol dirsi sottomettersi alla ragione.

Dopo lunga e seria discussione, i cinque arbitri, scelti di comune accordo dalle due parti, pronunciarono il loro giudizio, dando unanimemente il torto a Pietro Vasa ed assolvendo il Mamia.

Il Vasa, rassegnato, piegò la fronte all’inappellabile verdetto, e inviò un suo incaricato in casa di Antonio Mamia per riprendere i doni fatti a Mariangiola, e per restituire quelli che aveva ricevuto da lei.

Tralascio di descrivere il dolore e la disperazione della povera fanciulla, quando dovette togliersi dal dito l’anello d’argento per consegnarlo al messo spedito dal suo Pietro. In un attimo ella vide svanire tutte le speranze d’amore; coll’anima straziata ella diede un ultimo sguardo al manafidi — a quel pegno bugiardo a cui aveva confidato i più bei sogni della vita — a quel talismano che le aveva parlato d’una casa, d’uno sposo, e d’una famiglia — a quel dono infine, che per l’ultima volta ella bagnava di lacrime e di baci.

Pietro non pianse, nè si commosse. Egli lo aveva ben detto: in lui l’odio era più forte dell’amore!

Indignato oltremodo, e volendo esprimere la sua noncuranza e il suo disprezzo per la fanciulla, si recò alla parrocchia d’Aggius e si fece rilasciare dal rettore la dichiarazione di stato libero, per la quale sborsò tre lire sarde.[10]

Fu l’ultimo colpo che annunziava la rottura d’ogni promessa. Il vecchio fremette — Mariangiola non sapeva che piangere e pianse.

Antonio Mamia, rientrando in casa, trovò la figliuola che si struggeva in lacrime. La rampognò severamente, e le disse:

— Mariangiola; gli uomini come Pietro non si piangono mai. Quando commettono azioni simili, essi sono indegni di far parte di un’onesta famiglia. Il giorno in cui vedrò una lacrima nei tuoi occhi — ricordalo bene! — quel giorno cesserai d’essere mia figlia; sarà indizio che non senti l’onta gettata da quell’infame sulla mia casa.

Così dicendo, il vecchio uscì. Michele si accostò alla sorella e la baciò sulla guancia.

— Sorridi, via, al tuo fratellino! — le disse: — Ora posso dirtelo: odiavo quell’uomo che voleva toglierti alla nostra casa. Egli non poteva che apportarci sventura!

Mariangiola esclamò sommessamente:

— E chi ti dice che non l’apporti?!

V. Il battesimo del Muto

Quattro mesi erano trascorsi dagli avvenimenti da noi narrati. Tra le fazioni del Vasa e dei Mamia regnava quella calma glaciale che d’ordinario è foriera di tempesta. La folgore era per iscoppiare; pareva che gli animi esacerbati aspettassero il più lieve appiglio per provocarla. Perchè quella sosta? era facile immaginarlo: perchè ogni fazione voleva un valido pretesto per dar sfogo all’ira, e per avere il diritto d’inferocire sull’avversario. Soliti riguardi di scrupolosa cavalleria!

Quattro mesi, però parvero troppo lunghi; e fu deciso di finirla. D’altra parte non poteva nascere alcun dubbio: vi era un oltraggio da vendicare — dunque il primo pensiero doveva rivolgersi all’oltraggiatore!

Era il 19 marzo 1850.

Pietro Vasa, fin dalla mattina, si era recato alla chiesuola di S. Giuseppe di Cucurenza per assistere alla messa. Era un giorno di festa per i galluresi, e Pietro aveva voluto santificarlo.

Terminata la funzione religiosa, verso mezzo giorno, Pietro si era messo in cammino per far ritorno allo stazzo, dove l’aspettava la vecchia madre.

Giunto a metà strada, in un punto ingombro di macchie di lentischio, sostò alquanto per accendere la sua pipa. In quel momento si udirono due spari di fucile. E Pietro cadde a terra gravemente ferito da tre palle.

Alcuni pastori, che per fortuna passavano colà accorsero a lui, gli fasciarono le ferite e lo trasportarono al suo stazzo, dove ricevette le prime cure.

Sapendolo in pericolo di morte, il parroco della Trinità di Agultu si recò subito da lui per confessarlo e lo esortò a perdonare ai suoi nemici.

— Sì....! — rispose il Vasa con voce spenta — che tanti angeli li accompagnino in vita e in morte!

Ma mentre il prete si avvicinava alla porta per andarsene il Vasa si rivolse a un suo parente che gli stava al capezzale, e gli disse solennemente e con significato:

— Ricordati che mi hanno ucciso!!!

Il prete tornò indietro indignato:

— Pietro!.... che vai dicendo? Io non posso più ascoltarti; cerca un’altro confessore![11]

Si aspettava che da un giorno all’altro Pietro Vasa spirasse; eppure — vero miracolo — egli migliorò, e dopo una settimana era fuori di pericolo. Fu trasportato dallo stazzo ad Aggius, e più tardi da Aggius a Tempio per sottoporlo a più rigorosa cura, e dopo un mese potè ripigliare le sue forze e le sue faccende.

Chi era stato l’autore di quell’agguato? Due versioni corsero in proposito: gli uni ne accusarono Mamia per l’oltraggio fatto alla figliuola — gli altri i Pileri, per gli antichi dissensi e per i continui dispetti che ricevevano dal Vasa.

Ad ogni modo il tiro veniva dai Mamia imparentati coi Pileri. Il dado era gettato, e cominciò da quel giorno la strage sanguinosa che doveva durare per sei anni.

Ferito il Vasa, i suoi parenti pensarono di farne le vendette e fu Michele Tansu che si incaricò del colpo.

Poche settimane dopo il ferimento di Pietro Vasa, trovandosi il Tansu in compagnia di un suo cugino s’imbatterono in due parenti del Mamia, e scaricarono su di essi i loro fucili. Uno di loro cadde ferito.

Ma i parenti del Vasa non menarono vanto di questa vendetta per lungo tempo.

Verso gli ultimi di aprile, il vecchio padre del ferito vendicò suo figlio uccidendo Michele Tansu, e nascondendone il cadavere nella campagna di Aggius.[12]

Gli stessi nemici fecero correre in paese la voce della vendetta fatta, e si può immaginare quale impressione produsse negli aggesi la notizia ferale. Quella morte misteriosa e la sparizione del cadavere rendevano più luttuoso l’avvenimento. Le ire, le bestemmie i giuramenti di vendetta correvano di bocca in bocca. Gli uomini imprecavano i vivi, impugnando i loro fucili; le donne piangevano i loro morti, mandando al cielo grida strazianti.

Michele Tansu era fratello di Bastiano — il sordo-muto. Quando a costui fu comunicata la disgrazia che lo aveva colpito, poco mancò non diventasse pazzo. Colle narici dilatate, cogli occhi fuori dell’orbita fissò stupito l’incauto messaggero, quasi credendo scherzo la ferale notizia. Abituato ad esser deriso, tardò a prestar fede all’asserzione. Quando però un secondo, un terzo, tutti gli confermarono l’assassinio, mandò un cupo ruggito e prese la campagna.

Pareva un forsennato, quantunque tutti conoscessero Bastiano per un giovane di spiriti bollenti e facile all’ira, pure si era ben lontani dall’immaginazione che la morte del fratello potesse produrre in lui una così terribile impressione.

Tutta quella sera e il giorno seguente il muto corse la campagna. Andò di stazzo in stazzo, si spinse fino alla spiaggia, e visitò le cussorgie della Trinità e di Vignola, chiedendo sempre di Michele. Dopo aver cercato il suo fratello vivo, quell’infelice cominciò la ricerca del fratello morto: — visitò tutti gli antri e le gole; osservò attentamente ogni crepaccio di granito ed ogni macchia di lentischio, e si diede persino a graffiare con le unghie la terra, quando gli pareva smossa di recente.

Le sue indagini furono vane.

Spossato, stanco, fuori di senno, sedette su un’altura, e si diede a contemplare tutta la grande distesa della campagna sottostante. Volgeva intorno le pupille stralunate, chiedendo agli uomini il suo Michele, dilatava le nari, quasi volesse fiutare il sangue dell’assassinato; stringeva i pugni e li mostrava al cielo, quasi imprecando ad esso perchè gli negava il conforto di abbracciare un cadavere.

Il sole era sceso dietro ai monti dell’Asinara — le tenebre erano calate sulla natura; ma il muto non volle abbandonare il suo posto.

L’assassinio del fratello aveva destato nell’animo del muto tutti i peggiori istinti e insieme con essi un prepotente bisogno di sfogare il cruccio che covava nel cuore. La sua strada era stata tracciata dal destino, nè titubò un istante ad ubbidire alla voce insistente e misteriosa che dal fondo della sua coscienza lo eccitava al delitto.

Tornò a casa preoccupato, pensoso, ma calmo in apparenza. Non confortò i più stretti parenti che si disperavano — non badò agli amici che lo compiangevano, o fingevano compiangerlo per maggiormente irritarlo.

Pietro Vasa, sopra tutti prese a consolarlo in un modo singolare: più che condoglianze per la sciagura accaduta, pareva desiderio di fomentare l’odio in quell’uomo, facile ad accendersi.

Quel giorno il muto afferrò per la prima volta un fucile, e giurò di mai più riporre il piede nel suo paese. Gli uomini non l’avevano compreso — ed egli studiò il modo di farsi comprendere; la natura gli aveva chiuso la bocca — ed egli pensò di far parlare la bocca del suo fucile. Le sue smanie, le sue preghiere, la sua disperazione non potevano ridonare la vita al suo Michele; ma che perciò? Se non era in suo potere dar la vita ai morti, ben sapeva che avrebbe potuto dar la morte ai vivi.

Il giovane sordo-muto fin’allora trastullo dei suoi compagni, si innalzava terribile sopra gli uomini. Il sangue di suo fratello gli gridava vendetta; ma egli giurò di spargerne tanto — fino a placare l’ombra dell’estinto.

VI. Una partita sleale

Era una splendida mattina — la mattina del 15 agosto 1850, giorno sacro dell’Assunzione, una delle feste più solenni della cristianità.

I pastori della Gallura si erano recati alle chiesuole delle diverse cussorgie per assistere alla messa. Era un giorno di divertimento, si errava qui e là per santificare coll’ozio la solennità della festa. Il solo paese d’Aggius ha nel suo territorio tredici chiese rurali; e le feste popolari più frequentate dai pastori sono appunto quelle della Vergine Assunta e del Rosario.

Dal campo del Coghinas, tutto solo, veniva un giovinotto biondo, guidando a tiro un cavallino, sul quale erano due sacchi di grano. Era Michele, il figlio di Antonio Mamia — il fratello di Mariangiola.

Egli veniva dall’aia, ed era diretto ad Aggius incaricato di trasportare il frumento che doveva servire per la provvista di casa.

Poco importava a quel fanciullo del giorno solenne, per lui era sempre festa; libero come gli uccelli, egli non viveva che d’aria, di luce e di canti.

Veniva passo passo, canticchiando una canzone tempiese una di quelle canzoni che sono la vita di quel popolo entusiasta, che nasce colla poesia nel cuore e sulle labbra.

Il fanciullo era allegro, ma strano invero! la sua canzone era mesta.

La sua voce squillante ed argentina echeggiava per i campi silenziosi; e ad essa rispondevano in coro le capinere e i cardellini, che gorgheggiavano tra le frondi degli elci e dei lentischi.

Erano alcune strofe di Don Gavino Pes, il poeta più popolare della Gallura — il Metastasio sardo, come lo chiamò Valery.