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Il nemico è in noi cover

Il nemico è in noi

Chapter 11: II.
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About This Book

A collection of linked novellas that probe inward moral and psychological conflicts through intimate episodes: jealousy over a spouse who finds possible autobiography in her partner's fiction; episodes of illness, convalescence, sleepwalking, and ideological struggle; encounters that blur art and life and expose secret passions, misunderstandings, and the artist's semi-conscious creative process. The stories move between domestic crises, medical curiosities, and moral introspection, showing how private impulses and imagined characters invade daily life and reshape relationships, leaving unresolved tensions about identity, responsibility, and the hidden forces within.

UN CASO DI SONNAMBULISMO

Tra i tanti casi di sonnambulismo dei quali la scienza medica ha fatto tesoro, questo del signor Dionigi Van-Spengel è certamente uno dei più maravigliosi e dei più rari. Compendierò l'interessante memoria pubblicata recentemente dal dottor Croissart; spesso, per far meglio, adoprerò le stesse parole dell'illustre scrittore[2].

I.

Il signor Dionigi Van-Spengel ha cinquantatrè anni. È una figura secca, lunga, eminentemente nervosa, notevolissima sopra tutto pel naso e pel modo di guardare; vista una volta non si dimentica più. Il ritratto, disegnato da Levys, messo in testa al volume, è di rassomiglianza perfetta. La sua fronte, poco ampia ma molto elevata, è coperta di rughe che si alzano e si abbassano con continuo movimento come il mantice di un organino. Dietro di esse mulina un cervello che ignora il riposo. Il signor Van-Spengel si trova da venti anni alla Direzione Generale della polizia del Belgio, e ha preso sul serio il suo posto. In parecchie circostanze ha dimostrato di non essere stato per nulla l'allievo prediletto del Vidocq.

La sua pupilla, un po' neutralizzata da un par di occhiali da presbite, ha un'espressione affascinante; non guarda, ma penetra. L'uomo più onesto del mondo tenterebbe invano di sopportarla pochi minuti senza imbarazzo.

«La prima volta che conobbi il signor Van-Spengel, dice il dottor Groissart, fu per cagione di una sua malattia. Da sei mesi era travagliato da insonnia fastidiosissima: i medici di Brusselle e di Parigi non sapevano da che parte rifarsi contro un male così ribelle ad ogni energico trattamento. Giunto allora dalla provincia, una cura fortunata mi avea messo sùbito in mostra. Egli venne a trovarmi. L'impressione di quella visita non mi uscirà più di mente.

«Ragionando del suo male, il signor Van-Spengel mi guardava in viso con quell'aria scrutatrice tutta propria, che un po' gli veniva dalle abitudini del mestiere, ma che in gran parte mi parve dovesse attribuirsi al suo naso lungo, acuminato, un tantino storto e rivolto in su, un naso stranissimo.

«Dopo pochi minuti, non fui più buono di prestare attenzione a quello ch'egli diceva. Mi sentivo attaccato nel santuario della mia coscienza e badavo a difendermi. Non son facile a subire illusioni di sorta alcuna; ma la fisonomia di quell'uomo mi inspirava in quel punto un indefinibile senso di paura. Giunsi fino a fantasticare che egli adoperasse quel naso, pel morale, come lo spiego delle guardie daziarie alle porte della città; infatti esso ricercava tutte le fibre e si ficcava più oltre.

«Quando il signor Van-Spengel tacque, non ebbi alcun dubbio ch'egli non conoscesse il mio cuore quanto e, forse, più di me. Credetti anzi di sorprendergli su le labbra un sorrisino di trionfo. Fui, mio malgrado, costretto a chiedergli scusa e a pregarlo umilmente di ricominciare da capo.

«O indovinasse il motivo del mio turbamento, o rimanesse mortificato della mia disattenzione, il signor Van-Spengel fissò allora gli sguardi sul piccolo tappeto steso sotto i suoi piedi e non li distolse di là prima di aver terminato la seconda narrazione delle sue sofferenze (pag. 6).

Il signor Van-Spengel è celibe. Non ha parenti. Vive con una vecchia che lo serve da trent'anni, ed abita un quartierino nello stesso ufficio della Direzione Generale di Polizia. Di abitudini regolarissime, passa leggendo le poche ore disoccupate che il suo posto gli consente. Mangia poco e, cosa più notevole, non beve vino.

È certissimo che la sera del 1 marzo 1872 il signor Van-Spengel rientrò nelle sue stanze più presto del solito. Era di buon umore e cenò con appetito. Si mise a letto alle undici e mezzo di sera; poco dopo la serva lo sentì russare fortemente. Alle otto e tre quarti del mattino (2 marzo) era desto. Il campanello avvertiva la Trosse che il suo padrone attendeva il caffè.

La Trosse assicura che l'aspetto del signor Van-Spengel era, quella mattina, preciso come il consueto, anzi un po' più sereno.

Nulla facea presagire la trista catastrofe della giornata.

— Il padrone — raccontò poi la vecchia — sorbì il caffè a centellini, esclamando ad ogni corso: stupendo! eccellente! Indi accese la sua pipa. — Sapete? mi disse; temo di aver dormito nove ore tutte di un fiato! — E diè in uno scoppio di risa. Io tentennai il capo, ma non volli contraddirlo.

All'una dopo la mezzanotte, la Trosse lo aveva sentito passeggiare per la stanza e muover qualche seggiola. Supponendo ch'egli si sentisse male, si era levata e, pian pianino, aveva aperto l'uscio a fessura. Il suo padrone, seduto a un tavolino, avvolto nella veste da camera, col berretto da notte, scriveva.

Alle nove e mezzo il signor Van-Spengel, terminato di fumare la pipa, si era levato.

Si vestì, secondo la sua abitudine, in fretta e in furia; si fece aiutare dalla serva a infilare il soprabito, e si accostò al tavolino per prendervi gli occhiali. La serva teneva in mano il cappello e la mazza.

— Che storia è questa! — aveva esclamato ad un tratto.

Era maravigliato di trovar alcune carte sul tavolino.

Prèsele in mano e lette le poche righe della prima pagina, il signor Van-Spengel si era fregato più volte gli occhi, avea guardato attorno, in alto e in basso, per la stanza; poi era tornato a sfogliare lentamente tutto il quaderno, osservandone con viva attenzione e con crescente sorpresa la scrittura fina e compatta.

— Chi ha recato queste carte? — disse bruscamente alla serva.

— Ma, signore!....

La Trosse sorrideva; credeva che il suo padrone celiasse.

— Infine, parlate! Chi ha recato queste carte? Non me ne avete detto nulla.

— Non so — rispose la serva vedendo la serietà del suo padrone. — Qui non c'è stato nessuno.

— Se è un scherzo — borbottò il signor Van-Spengel tra i denti — bisogna confessare che è ben riuscito.

Sedette su la poltrona più vicina, accennò alla serva di lasciarlo solo e si pose a leggere ad alta voce: Rapporto al signor Procuratore del Re sull'assassinio commesso la sera del 1 marzo nella casa N. 157 Via Roi Lèopold in Bruselle.

E qui si fermò per osservare il calendario americano che pendeva dalla parete.

Il calendario segnava 2 Marzo. Il signor Van-Spengel aveva strappato pochi momenti prima il fogliettino del giorno avanti.

— O il diavolo se ne mescola, o io ammattisco — riprese a borbottare. — Questa scrittura è mia! Non c'è che dire; è mia!

E picchiava col dorso della mano sul quaderno deposto su le ginocchia.

— Eppure non l'ho fatto io, no davvero!

— Se il padrone mi permette... — disse la Trosse aprendo timidamente l'uscio.

— Permettere che? — rispose il signor Van-Spengel stizzito.

— Vorrei rammentarle che questa notte m'sieu ha scritto dall'una alle quattro, e.....

— Siete matta!

— Scusi; m'sieu deve ricordarselo. Io mi son levata due volte credendo che si sentisse male; e tutte due le volte l'ho veduto a quel tavolino, occupatissimo a scrivere. M'sieu vi ha poi dormito sopra, ed è forse per questo.....

— Dev'essere così! — esclamò il signor Van-Spengel dopo un momento di riflessione. — È strano ma dev'essere così. Sapete? In gioventù sono stato sonnambulo.

— Ah, mio Dio! — fece la serva. — Vuol dire che la notte lei andava per le stanze....

— Sì, mamma Trosse, qualcosa di simile. Parlavo, facevo ogni cosa proprio come quand'ero sveglio; nè più, nè meno. A vent'anni però ebbi una gran malattia (fui sull'undici once di andarmene) e quel sonnambulismo cessò. Che voglia ricominciare? Cospetto! Sarebbe una gran seccatura! Ma sicuro — continuò dopo qualche intervallo — sicuro che ho scritto dormendo! Ne parlerò sùbito al dottore. Andate, serrate quell'uscio.

Il signor Van-Spengel riprese in mano il quaderno, e svoltata la prima pagina, lesse:

«Signore,

«Questa mattina (2 marzo) alle ore 11 ant...

Si fermò nuovamente, per cavar di tasca l'orologio.

— Curiosa! Manca poco alle dieci e mezzo! Cose fatte dormendo!...

Ecco intanto ciò che il signor Van-Spengel lesse tutto di un fiato. Lo trascrivo dall'Appendice A posta in fondo al volume.

«Signore,

«Questa mattina (2 Marzo) alle ore 11 antimeridiane, recandomi dal mio ufficio al Ministero dell'interno per ricevervi le istruzioni e gli ordini di S. E. il Ministro, allo sboccare della via Grisolles nella via Roi Lèopold, vidi una gran folla radunata, davanti a la casa segnata col N. 157, accanto al palazzo del signor visconte De-Moulmenant. Dubitando di un assembramento di sediziosi contro il pastaio che ha la bottega là presso al N. 161, mi affrettai ad accorrere dopo aver chiamato le due guardie Lerouge e Poisson che si trovavano di fazione a capo della vicina via Bissot. Si trattava di ben altro. Il cocchiere, il cuoco, due camerieri della signora marchesa di Rostentein-Gourny stavano davanti al portone della casa a due piani, proprietà di detta signora marchesa, picchiando, ripicchiando da un'ora e mezzo e non erano riusciti a farsi sentire nè dal portinaio, nè dalla cameriera rimasta in casa, nè dalla marchesa, nè dalla marchesina.

«Quelle persone di servizio affermavano aver ricevuto dalla marchesa il permesso di assistere alle nozze della figlia del cuoco; erano perciò rimaste fuori di casa tutta la nottata.

«Si cominciava a sospettare di qualche grave accidente.

«Il cocchiere, scalato il terrazzino di mezzo a cavaliere del portone, aveva tentato di farsi sentire, picchiando su le persiane con tale violenza da rompere alcune stecche; ma senza frutto. Pareva che in quella casa non ci fosse mai stata anima viva.

«Dimenticavo di dire che il sergente Jean-Roche, con altre sei guardie, mi avea precesso sul luogo, ed aveva già mandato uno dei suoi uomini dal giudice del Circondario per aprire il portone con le forme richieste dalla Legge. Il giudice arrivò da lì a pochi minuti, insieme col Cancelliere.

«Si cercò un magnano, e dovemmo stentare un pezzetto prima che le serrature interne fossero messe allo scoperto e sforzate.

«Assegnate sei guardie per contenere la folla e scelti due testimoni, entrammo insieme con questi domestici, chiudendo il portone dietro a noi. I domestici dovevano servirci di guida e dar gli schiarimenti opportuni.

«Fatti pochi passi, ecco sul primo pianerottolo della scala un'orribile scena. Il portinaio giaceva là quant'era lungo, con la testa appoggiata a un gradino; nuotava nel sangue. Le sue mani erano squarciate da tagli in direzioni diverse. Aveva due ferite alle regioni del cuore, tre in fondo all'addome.

«A quella vista la Luison, una delle cameriere, svenne e fu presa da convulsioni violente. Nichette invece si slanciò su per le scale urlando, piangendo e chiamando a nome la sua padroncina. Gli uomini, allibiti, non pronunziavano sillaba.

«La guardia Maresque fu tosto spedita per un dottore.

«Eravamo appena a mezza scala, quando Nichette, affacciatasi dall'alto della ringhiera, urlava:

«Assassinate! Assassinate!

«La casa pareva presa d'assalto. Oggetti di biancheria alla rinfusa per terra; cassette, cassettoni, armadi, tutti scassinati e messi sossopra. I divani e le poltrone del salone di ricevimento spostati, o buttati a gambe all'aria. Presso il pianoforte, sopra una duchesse, il cadavere della marchesina di Rostentein-Gourny.

«Colpita da una sola stilettata al cuore, era rimasta là, con le mani aggrappate ai capelli, col capo rovesciato indietro sulla spalliera. Una piccola riga di sangue le macchiava la veste.

«Gli usci che dal salone introducevano nella stanza da letto della marchesa erano tutti spalancati. In fondo, per terra, si vedeva una forma di persona avvoltolata tra coperte. Era il cadavere della signora Marchesa. Due guardie lo distrigarono a stento. Parecchie lividure al collo indicavano ch'era stata prima strangolata, poi raggomitolata a quel modo.

«La cameriera giaceva assassinata sul proprio letto nella camera accanto.

«Il dottor Marol arrivato in quel punto, dopo attente osservazioni, constatò che le quattro vittime dovevano esser morte da otto ore, poco più, poco meno. L'atroce misfatto era stato dunque consumato dalle due alle tre dopo la mezzanotte. Evidentemente i malfattori non erano andati là con lo scopo di assassinare. Ma non si penetra di soppiatto in una casa abitata da persone che, non foss'altro, possono urlare al soccorso, senza che l'assassinio sia anticipatamente calcolato.

«Dalla vista dei luoghi non era difficile immaginare quel ch'era accaduto.

«Il portinaio, levatosi per rendersi ragione di qualche insoluto rumore, dovette essere aggredito all'uscire della sua cameretta. Grosso, robusto, coraggioso, si liberò dalle strette degli assalitori e tentò di chiamar gente. Egli lottò con qualcuno dei malfattori (le tracce della lotta sono evidenti) ma gli altri lo finirono a coltellate.

«Penetrati nelle stanze superiori, alcuni eran corsi nella camera della Marchesa, introducendosi probabilmente dalla parte di destra, altri nella camera della cameriera. La Marchesa, sveglia, deve aver avuto appena il tempo di alzare il capo e di aprire gli occhi, ch'era già ridotta in istato da non poter più gridare.

«Forse nello stesso tempo veniva uccisa la cameriera. Giacchè la marchesina ancora alzata, avvertita certamente dallo insolito movimento nella stanza vicina, suonò parecchie volte il campanello, fino a strappare il cordone. Vedendo entrare qualcuno degli assassini, la Marchesina era scappata via, inseguita di stanza in stanza, rovesciando tutto quel che le capitava innanzi, sedie tavolini, poltrone. Ma nel salone, trovatasi circondata da parecchi di quei visacci, si era abbandonata su la poltrona e vi era stata uccisa di un colpo.

«Le induzioni erano queste; ci trovavamo tutti d'accordo.

«Dopo lunga e minuziosa ispezione, potemmo avverare che l'argenteria, le gioie, i valori erano stati violentemente involati con arditezza senza pari.

«Da che parte e con che mezzi gli assassini eran penetrati in quella casa?

«Ecco una difficile ricerca.

«Il portone, solidissimo, sbarrato da spranghe interne e chiuso da un magnifico ordegno inglese di struttura assai complicata, non mostrava guasti di sorta alcuna. Nelle imposte, ermeticamente chiuse all'interno ed all'esterno, nessuna traccia di violenza. Il cancello di ferro fuso che chiudeva l'entrata del giardino aveva la sua serratura a posto. Le mura delle cantine erano intatte. Il piccolo portone in fondo alle cantine, che rispondono nel vicolo Mignon, era chiuso con tanto di spranga. I tetti, le soffitte in perfettissimo stato. Insomma ci trovavamo in faccia ad uno di quei difficili problemi che l'inesauribile astuzia dei malfattori presenta, come una sfida, alla polizia.

«Appoggiato al davanzale di una delle finestre che guardavano nella via Roi Lèopold, io riflettevo da un pezzo, quando tutto ad un tratto.....

— Hem? — fece il signor Van-Spengel, interrompendo la lettura.

E appuntò una terribile interrogazione sul viso della Trosse che si disegnava nel vano dell'uscio tenendo tra le dita un biglietto di visita.

— Ah, l'amico Goulard! — esclamò il signor Van-Spengel. — Stavo per piantarlo. Diavolo! Le dieci e tre quarti? Leggerò il resto più tardi. Mamma Trosse — poi soggiunse con un comico atteggiamento, mettendo in tasca il manoscritto — siamo sul punto di diventar scrittori, romanzieri, come il vostro Ponson du Terrail. Che ne dite?

— Tanto meglio! — rispose la Trosse, senza capire.

— E i nostri romanzi li scriveremo senza fatica, a occhi chiusi, dormendo!

— Tanto meglio!

Il signor Van-Spengel si lasciò spazzolare da capo a piedi, aggiustò tranquillamente gli occhiali che gli si erano abbassati fino alla punta del naso, mise in testa la tuba, prese in mano la mazza e disse alla serva che andava a far colazione dal suo amico Goulard. Il Goulard intanto aspettò fino al tocco, ma invano. Il signor Van-Spengel non si fece vivo in tutta la giornata.

Giudichi il lettore se sarebbe stato possibile indovinare, anche dalla lontana, quel che gli era accaduto.

II.

Il signor Van-Spengel senza nemmeno entrare nelle stanze dell'Ufficio, scese in fretta le scale e attraversato il vicolo dei Roulets, era riuscito a metà della via Grisolles.

Il conte de Remcy, maggiore dei granatieri, che lo incontrò poco più in là del Cafè de Paris e lo fermò alcuni minuti, ribadisce anche lui il racconto della serva intorno alla perfetta tranquillità d'animo del suo amico.

Il signor Van-Spengel era (e come no?) vivamente impressionato dal caso di quello scritto. Fra le poche parole scambiate col De Remcy ci furono anche queste:

«Van-Spengel. Credete voi all'assurdo?

«De Remcy. Anzi!

«Van-Spengel. Ebbene questa sera vi dirò una cosa che vi farà strabiliare.

«De Remcy. Perchè non ora?

«Van-Spengel. Ho fretta.

Il dottor Groissart riferisce altre quattro testimonianze di persone che fermarono il Van-Spengel lungo la via Grisolles; sono dello stesso tenore.

Dalla chiesetta Saint-Michel fino allo sbocco della via Grisolles nella via Roi Lèopold il signor Van-Spengel fu accompagnato dal signor Lebournant, sarto, che tornava a raccomandargli un suo affare. Fu questi che notò pel primo un istantaneo e profondo sconvolgimento sul volto del Direttore in capo della Polizia.

— Ah, mio Dio! Ah, mio Dio! — avea esclamato il signor Van-Spengel.

Sboccando dalla via Grisolles nella via Roi Lèopold, aveva visto una gran calca di gente presso il palazzo del visconte De-Moulmenant, precisamente innanzi al portone della marchesa De Rostentein-Gourny.

«Però, riferisce il signor Lebournant, quel turbamento gli durò poco. Io lo guardavo con sorpresa. Non era mica naturale che un uomo della sua fatta si turbasse per l'assembramento di un centinaio di persone. Sospettai che ci fosse per aria qualcosa di grave. La prima idea che mi si affacciò fu quella di andar a chiudere il mio negozio. Intravvidi le barricate.

« — Permettete — mi disse torcendo a destra per la via Bissot.

«Lo tenni d'occhio.

«Ritornò poco dopo con due poliziotti e insieme con essi s'indirizzò verso la folla.

«Mi mescolai tra i curiosi. Tutti si fermavano domandando di che si trattasse. (pag. 70).

Riconosciuto il Direttore in capo della Polizia, la folla si aperse per lasciarlo passare.

Una scala era appoggiata al terrazzino centrale del palazzotto Rostentein-Gourny; e quando il signor Van-Spengel giungeva davanti al portone, la persona che discendeva diceva ad alta voce:

— Hanno il sonno duro.

Il signor Van-Spengel impallidì. Il riscontro del suo scritto con la realtà era così evidente che anche una testa più solida della sua ne sarebbe stata sconvolta. Bisogna dire che il suo organismo fosse proprio d'acciaio, se potè far violenza a se stesso e padroneggiare fino all'ultimo la sua crescente emozione.

Lascio la parola al dottor Groissart.

«È difficile, egli scrive, indovinar con precisione ciò che accadeva nell'animo del signor Van-Spengel alla terribile conferma data dai fatti alla sua visione di sonnambulo. Il giudice signor Lamère, appena arrivato sul luogo, notò che l'aspetto del Direttore era nervoso. Guardava attorno un pò stralunato; pacchiava con le labbra asciutte, impaziente. Era di un pallore mortale, quasi cenerognolo; respirava affannato. Il signor Lamère gli rivolse più volte la parola senza spillarne altra risposta che uno o due monosillabi.

«Entrarono.

«Alla vista del cadavere del Portinaio, il signor Van-Spengel lasciò sfuggire un oh! prolungatissimo, e si passò più volte la mano su la fronte. Nel salire le scale sudava. Cavò fuori ripetutamente il fazzoletto per asciugarsi le mani e il viso. Nel salone di ricevimento si fermò immobile, davanti al cadavere della marchesina Rostentein-Gourny, tenendosi la testa con tutte e due le mani.

«Il signor Lamère si affrettò a domandargli:

« — Si sente male?

« — Un pochino — rispose.

«E andò verso la finestra che dava sulla via Roi Léopold.

«Quando il giudice lo invitò ad assistere alla perquisizione, il signor Van-Spengel rispose secco secco:

« — Fate.

«E rimase assorto nei suoi pensieri, a capo chino, con le mani chiuse l'una nell'altra, appoggiate al mento ed alle labbra, e le spalle rivolte alla via. (pag. 130).

Il dottor Marol lo trovò in questa posizione. Ma poco dopo, quand'ebbe terminato l'esame della ferita della Marchesina, vide che il signor Van-Spengel, coi gomiti sul davanzale della finestra e il il mento sui pugni, guardava fisso tra la folla.

Stette così forse una mezz'ora. Il giudice signor Lamère, compiute le sue indagini, gli si era accostato per consultarlo sul da fare. Egli credeva che i servitori, che almeno qualcuno dei servitori avesse avuto parte in quel misfatto:

Gli pareva prudente far arrestare senza indugio tutte le persone di servizio. I particolari del delitto mostravano, quattro e quattro fa otto, che là c'era lo zampino di qualcuno di casa.

— Un momento — rispose il signor Van-Spengel dopo alcuni istanti di riflessione.

Andò lentamente a sedersi sul canapè nel lato opposto della camera, trasse dalla tasca del sobrabito alcune carte piegate in lungo, saltò parecchie pagine e si mise a leggere con grande attenzione.

In quel punto l'aspetto del signor Van-Spengel aveva un'espressione stranissima.

Gli abbondanti capelli grigi che gli rivestivano la testa erano arruffati, quasi irti per terrore. Il luccichio dei cristalli degli occhiali, ogni volta ch'egli alzava il capo quasi cercasse una boccata d'aria, accresceva il sinistro splendore della pupilla e del volto. Le rughe della sua fronte parevano tormentate da interna corrente elettrica e comunicavano la loro violenta mobilità a tutti i muscoli della faccia. Le labbra si allungavano, mentre i piedi sfregavano continuamente sul tappeto poggiando con forza.

— Tutti i direttori di polizia sono così? — disse il signor Lamère al dottor Marol.

— Che volete ch'io ne sappia? — rispose questi più stupito di lui.

Passarono dieci minuti.

Il signor Van-Spengel si slanciò verso la finestra dove il signor Lamère ed il dottor Marol erano rimasti ad aspettare.

— Ebbene? — domandò il primo.

— No, — rispose — arrestereste degli innocenti. Attendete. Lasciatemi fare. Maresque! Poisson!

Le due guardie erano accorse sùbito.

— Con permesso, fatevi in là — disse al dottore. — Affacciatevi con me, ad uno ad uno — seguitò rivolgendosi alle guardie — fingete indifferenza. Attenti alle mie indicazioni. Occhio desto!

E si fece alla finestra col Maresque.

Il signor Lamère sentì questo dialogo:

«Van-Spengel. Vedi tu quel biondo accanto all'uscio del gioielliere Cadolle?

«Maresque. Quello con l'abito bigio e il berretto alla polacca?

«Van-Spengel. Bravo! Fissati bene in mente la sua figura.

«Maresque. Lo riconoscerei fra mille, signor Direttore (pag. 250).

Rientrarono.

— Ora, a te, Poisson!

E ripetè all'altra guardia la medesima cosa.

In quel punto il signor Van-Spengel non pareva più l'uomo di pochi momenti fa. Era calmo e impartiva gli ordini con la serietà delle persone del suo mestiere.

— Via! — esclamò all'ultimo, sospirando. — Usciremo dal vicolo Mignon; qui c'è tanti grulli curiosi! Tu, Maresque, ti accosterai al nostro biondino senza far le viste di badargli. Son sicuro che il colore della tua divisa gli urterà sùbito i nervi. Prenderà il largo e tu dietro, da vicino, senza aver l'aria di pedinarlo. Poisson verrà con me. Signor dottore, signor Giudice, fra un quarto d'ora uno degli assassini sarà qui. Abbiate la pazienza di attendere.

— Che dica sul serio? — chiese il Giudice al dottore.

— Ma! — rispose questi, stringendosi nelle spalle.

— Ha detto il negozio del Cadolle non è vero?

— Sì, il gioielliere; eccolo là!

E tutti e due si affacciarono alla finestra tra increduli e curiosi.

Più di tremila persone stavano accalcate in quel piccolo tratto di via, incatenate dalla curiosità di conoscere i risultati delle indagini dell'autorità giudiziaria, coi visi in alto, verso le finestre del palazzotto Rostentein-Gourny, con le immaginazioni riscaldate dai pochi e contraddittorii particolari che andavano attorno.

Il Maresque si era fermato più volte, prima di accostarsi verso il negozio del Cadolle.

Il biondo indicato dal signor Van-Spengel, rimasto tranquillo per qualche minuto, faceva due passi, poi tre, poi dieci verso la piazzetta Egmont, e spariva senza voltarsi. Il Maresque spariva dietro a lui. Il signor Direttore e l'altra guardia li seguivano a dieci passi di distanza. Più in qua della piazzetta Egmont, Poisson si staccava dal Direttore. Dopo questo, il giudice e il dottore non videro più nulla. La loro sorpresa era immensa.

Il biondo, secondo l'espressione del signor Van-Spengel, si era sentito urtare i nervi della divisa del Maresque ed aveva preso il largo con una indifferenza da ingannare il più astuto.

Sui trent'anni, con lunghi e folti baffi rivolti in giù, occhi cerulei, limpidi ma irrequieti, il biondo era uno di quegli esseri sociali che non si sa mai con certezza a quale classe appartengano.

Indossava, con la eleganza che vien dall'abitudine a una vita molle e disoccupata, un vestito di fantasia, accozzaglia di foggie diverse, dal berretto polacco alla scarpa parigina, dalla giacchetta ungherese al calzone inglese e alla cravatta americana; ma questa accozzaglia non stonava, armonizzata dal suo bizzarro portamento. Nessuno, a vederlo, avrebbe sospettato in quel giovane il menomo indizio di un assassino. Poteva esser preso facilmente per un artista un po' matto.

Dal signor Van-Spengel si erano avute parecchie prove veramente sorprendenti di quella lucida, elettrica intuizione — vero colpo di genio — che distingue l'uomo dell'alta Polizia dal Commissario volgare. Si tratta di sorprendere intime relazioni tra avvenimenti che paiono disparatissimi; d'intendere il rovescio d'una frase, d'un motto o d'un gesto che cercherebbe di sviarvi; di dar grave importanza a certe cose apparentemente da nulla; di afferrare a volo una circostanza da mettervi in mano il bandolo che già disperavate di trovare; lotta di astuzie, di finezze, di calcoli, di sorprese che con la sodisfazione del buon successo compensa l'uomo dell'alta Polizia del suo ingrato lavoro.

Ma qui la cosa andava diversamente. Il signor Van-Spengel, letta la seconda parte del suo lavoro di sonnambulo, vi aveva trovato, negli interrogatorii anticipatamente scritti, i più minuti particolari di quel che poi doveva accadere e si era messo, dirò così, ad eseguire punto per punto il programma della giornata, visto che la prima parte aveva corrisposto così bene.

Svoltando a destra della piazzetta Egmont, il biondo s'era avveduto della guardia, con la coda dell'occhio, e aveva capito che lo pedinava. Allungato il passo, vicino al chiassetto dei Trois Fous, avea tentato un colpo ardito. S'era fermato davanti a un portone e v'era entrato in un lampo. La casa aveva un'altra uscita nella via della Reine. Se poteva essere perduto di vista per venti secondi il colpo gli riusciva.

Profittando di alcuni carri che ingombravano la via della Reine verso il Restaurant des Artistes, girò con lestezza attorno ad essi, ritornò sui propri passi mentre il Maresque lo cercava con l'occhio tra la folla, e infilò un vicolo stretto, torto, sudicio, una di quelle tante anomalie che si trovano spesso nel cuore delle grandi città.

Aveva fatto i conti senza l'oste.

Il signor Van-Spengel lo aveva scoperto da lontano.

Il biondo varcò un usciolino sepolto tra le panche di erbaggi di una bottega di ortolano e i cenci di un rivendugliolo ebreo, spenzolanti in mostra dalla tabella.

Il signor Van-Spengel, seguito dal Poisson e dal Maresque, diè un'occhiata allo stabile; poi, senza dir motto, cominciò a salire la scala che principiava quasi alla soglia.

Trovarono un andito largo, una specie di corridoio senza vôlta, col pavimento sdrucito e i vecchi mattoni che vi formavano degli isolotti: un locale freddo, grigio, di aspetto sinistro. Sei usci, segnati con grossi numeri rossi, indicavano sei stanze; ma il perfetto silenzio che vi regnava faceva supporre che i locali fossero allora disabitati.

Il Signor Van-Spengel si accostò all'uscio numero 5, e picchiò con le nocche delle dita tre colpetti risoluti.

— Chi è? — avea risposto una bella voce di uomo.

— La Legge!

Apparve all'uscio un uomo in veste da camera. Pareva di essere su la quarantina. Aveva il volto tutto raso, i capelli neri e molto lunghi, gli occhiali inforcati sul naso e un libro in mano.

— Disturbo? — disse il Signor Van-Spengel con impercettibile ironia, mostrando la sua fascia tricolore.

— Niente affatto — rispose l'altro inchinandosi. — La Legge è la migliore ospite di questo mondo. Ai suoi ordini, signore.

Le guardie scambiarono due occhiate interrogative, scrollando le spalle.

— Caro dottor Bassottin — disse il signor Van-Spengel, appuntando in viso a quell'uomo i suoi sguardi di fuoco. — Caro dottor Bassottin, o meglio signor Colichart, o, se più vi aggrada, signor Anatolio Pardin, scegliete!... (l'altro al sentir pronunziare quei tre nomi avea fatto tre movimenti mal frenati di sorpresa). È provato che la notte scorsa voi, insieme coi vostri compagni Broche, Vilain, Chasseloup, Callotte e Poulain — col mezzo di due ordegni inglesi da voi fatti costruire l'ottobre passato dal Blak di Londra — penetraste, alle due e un quarto dopo la mezza notte, nella casa della signora marchesa De Rostentein-Gourny, via Roi Léopold, numero 157......

L'uomo a cui erano rivolte queste parole lo guardava imperterrito, facendo segni negativi col capo.

— Voi ne usciste l'ultimo — continuò il signor Van-Spengel — richiudendo il portone collo stesso ordegno servito ad aprire. Appena uscito vi metteste a cantare e a schiamazzare insieme con gli altri. Poi vi sparpagliaste per diverse direzioni e vi riuniste dopo mezz'ora in questo locale a dividervi il bottino.

— Ma, signore — interruppe l'altro con un tono calmo ed insinuante, sorridendo — qui dev'esserci uno sbaglio. Io sono il dottor Bassottin in carne e in ossa, medico chirurgo di Bruges. Voi mi trovate tra i miei libri di scienza e i miei strumenti. Non ero preparato a questa visita. Signore..... oh! dev'esser corso proprio uno sbaglio.....

— Signore Anatolio — replicò il Direttore di polizia accostandoglisi all'orecchio. — Io so qualche cosa che i vostri complici non sanno: so dove avete nascosto quel diadema di brillanti che la vostra abilità di giocoliere fece sparire senza che quelli se ne accorgessero!

— Ah! Voi siete il diavolo!.....

E Anatolio si appoggiava al muro, tremante come una foglia.

— Cavategli quella veste da camera — disse il signor Van-Spengel. — Strappategli quella parrucca.

Il Pardin non oppose la minima resistenza.

Com'erano ricomparsi i vestiti, ricomparvero allora anche i capelli biondi del giovane pedinato. Le due guardie, stralunarono dalla sorpresa.

— Se vuol rimettersi i baffi! — disse il signor Van-Spengel seriamente.

E il Pardin, che pareva sotto l'oppressione di un potentissimo fascino, cavati macchinalmente di tasca i baffi finti, se li adattava come li avea prima.

— Ed ora mettetegli le manette.

Il Pardin esitò un momentino a porgere le mani, ma non impedì che il Maresque gliele tenesse unite mentre il Poisson gli stringeva ai pollici il suo piccolo strumento di acciaio.

Il signor Van-Spengel picchiò in vari punti del pavimento, indi smosse un mattone con la punta della sua mazza. Apparve una buca. Poisson ne estrasse parecchie scatole e due involti che depose sul tavolino. Il signor Van-Spengel aprì ad una ad una le scatole osservò gli oggetti d'oro, le pietre preziose, e le richiuse con cautela.

III.

Mentre il signor Van-Spengel eseguiva queste operazioni, il giudice Lamère e il dottor Marol avevano fatte altre e più minute osservazioni su le diverse ferite delle vittime, perdendosi in un ginepraio di supposizioni intorno al modo con cui gli avvenimenti eran dovuti accadere.

Un piccolo episodio li avea commossi.

Erano nella Camera della Marchesina.

— Perchè non l'avevano trovata uccisa là, ma nel salone di ricevimento? La Marchesina era ancor sveglia verso le due e mezzo dopo la mezzanotte. Che cosa faceva?

Il dottor Marol si accorse pel primo d'una lettera restata a mezzo, sul tavolino, ma non osò buttarvi gli occhi. La sua squisitezza di animo gli impediva di violare il segreto dei morti, il segreto di una signorina!

Il Giudice Lamère, invece, trattò quella lettera come un documento del suo futuro processo, e la lesse.

Eccola: fu pubblicata dai giornali belgi di quell'anno.

«Mia cara,

«Sono felice! Bisogna che ti dica sùbito queste due parole; le capirai meglio quando avrai letto fino all'ultima riga. Sono felice! Se ancora me le tenessi nel cuore, potrebbero farmelo scoppiare. Oh! Sarò sempre in tempo a morire. Oggi sono felice! Troppo felice!

«Figurati! Mi son messa a scrivere alle undici e mezzo di sera. È già l'una dopo la mezzanotte, ed ho appena incominciato. Ma in queste due ore e mezzo non ho fatto altro che parlare con te, ad alta voce, come se ti avessi avuta presente. Ah! mia cara!....

«La penna non corrisponde alla foga del mio pensiero, al tumulto de' miei affetti. Perchè le persone che si amano non s'intendono da lontano, senza scriversi nè parlarsi? Ecco: io duro fatica a proseguire, ed ho cento cose da dirti. Via, siamo serie!....

«Egli mi ama!

«Me l'ha detto questa mattina, in salotto, dove ci trovammo soli per due brevi minuti. Io tremavo come una bimba nel sentirlo parlare. Egli tremava più di me. Non intesi bene le prime parole; ma le compresi egualmente e gli risposi... così strampalata! Oh, fu di una delicatezza senza pari! Pareva chiedesse scusa di farmi felice.

«Scesi sùbito in giardino. Non potevo contenermi. Un fremito di piacere mi agitava da capo a piedi e mi rendeva leggera come una piuma.

«Lì tutto sorrideva; tutto era pieno di profumi. I fiori mi salutavano scotendo il capino su lo stelo con grazia indicibile; le acque delle vasche mormoravano mille cosette maliziose che mi facevano provare certi brividi!... Gioia fino allora ignorata!

«Correvo pei viali; mi fermavo; odoravo i fiori, li accarezzavo; agitavo con le mani convulse le acque della vasca...

«Pare impossibile che una parola ci possa rendere così! Volevo esser seria e non riuscivo. Mi sembravo che io profanassi il divino sentimento dell'amore, manifestando la mia allegrezza in quel modo così fanciullesco; ne avevo dispetto.... Ma tornavo a far peggio. Correvo di nuovo, saltavo... Poveri fiori! Quelle mie carezze li maltrattavano, ne guastavano le foglioline e le corolle, li sfogliavano anche; ma!... I felici sono crudeli, cara mia!

«Egli m'ama! C'era proprio bisogno che me lo dicesse? No, no!... Ma pure non vivevo tranquilla; dubitavo sempre, mi torturavo da mattina a sera: mentre ora!...

Il signor Lamère e il dottor Marol avevano le lacrime agli occhi. Il cuore da cui erano sgorgate quelle righe piene di tanto affetto non batteva più!

Il Lamère e il dottor Marol si guardarono in viso stupiti vedendo entrare il signor Van-Spengel seguito dal giovane arrestato, tra le guardie. Il Van-Spengel pareva in preda a un fierissimo accesso nervoso. Metteva paura.

— Cancelliere — disse il signor Lamère, stendiamo dunque il verbale.

— Se ne risparmi la fatica — balbettò il signor Van-Spengel, avanzandosi barcollante, con un sorriso da ebete. — Il verbale eccolo qua!....

E presentava il suo manoscritto, dando in uno scroscio di risa convulse.

Era ammattito!

***

Il libro del dottor Croissart, interessantissimo per tutti i versi (egli è direttore del Manicomio di Brusselle) termina con profonde considerazioni su questo fenomeno di psicologia patologica, degne di esser lette e meditate. Egli conchiude:

«Quando vediamo il nostro organismo mostrar tanta potenza in circostanze così eccezionali ed evidentemente morbose, chi ardirà di asserire che le presenti facoltà siano il limite estremo imposto ad esso dalla Natura?

Catania 25 Marzo 1873.