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Il nemico è in noi cover

Il nemico è in noi

Chapter 6: UN BACIO
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About This Book

A collection of linked novellas that probe inward moral and psychological conflicts through intimate episodes: jealousy over a spouse who finds possible autobiography in her partner's fiction; episodes of illness, convalescence, sleepwalking, and ideological struggle; encounters that blur art and life and expose secret passions, misunderstandings, and the artist's semi-conscious creative process. The stories move between domestic crises, medical curiosities, and moral introspection, showing how private impulses and imagined characters invade daily life and reshape relationships, leaving unresolved tensions about identity, responsibility, and the hidden forces within.

UN BACIO

Alla marchesa Bellati era stata data la penitenza di contentare all'orecchio.

— Oh! No, no! si rifiutava!.... Non avrebbe saputo da che parte rifarsi!

E rideva, faceva delle moine graziose, da bimba; ma il direttore del giuoco fu inesorabile. Le porse il braccio e la condusse attorno, aspettando ritto, serio come un ciambellano, che le persone delle quali ella si accostava all'orecchio dichiarassero di contentarsi delle sue proposte di penitente.

Le signore (ce n'era parecchie) si eran contentate quasi subito; la marchesa, senza dubbio, avea saputo indovinare desiderii e aspirazioni che, a quattr'occhi non temevano di scoprirsi. Gli uomini, meno un solo, l'ultimo, erano stati più gentili:

— Si eran dichiarati contenti della sola vista di lei.

Restava il barone Paolo Foli, bel giovane, capo ameno, che tutte le settimane, con tono di tragica serietà, invariabilmente soleva ripeterle:

— Marchesa, è inesplicabile come non siate già pazzamente innamorata di me. Questo però non impedisce che io lo sia di voi!

La marchesa, tutte le settimane, invariabilmente, gli porgeva a baciare con affettata sentimentalità la sua manina di vedova, bianca, vellutata, e rispondeva:

— È inesplicabile!... Ma pure è così!

Nelle serate di casa Bellati il barone Paolo Foli era chiamato l'inesplicabile. La cosa sembrava non andasse oltre i limiti di un semplice scherzo. Infatti fra gli invitati a Borzano, magnifica villa del conte Rampa, il barone quel giorno le avea ricantato il suo ritornello a colazione, in giardino, alla passeggiata, e, poco prima, anche nel salotto dove tutti si erano riuniti dopo il pranzo a terminar la serata ciarlando, facendo un po' di musica e, in mancanza di qualcosa di meglio, svagandosi con giuochi di società.

Il barone, vedendo accostare la marchesa, si era sdraiato su la poltrona con la fiera attitudine di un uomo molto difficile a contentare.

— Oh, sentite! — ella gli disse; — se fate lo schizzinoso, vi pianto.

— Per la grazia di Dio, c'è un direttore in salotto! — rispose il barone.

E additava il cavalier Vergati che se ne stava là, ritto, impettito, a pochi passi, tutto compreso della solennità del suo ufficio.

Il cavalier Vergati s'inchinò profondamente:

— Farò giustizia!

La marchesa, rassegnatasi sedette accanto al barone:

— Vi contentereste se fossi innamorata di voi?

— È poco; questo accadrà un giorno o l'altro.

— Impertinente!

— È sempre poco. Avanti.

— Se vi procurassi una bella moglie, con dieci milioni di dote?

— È troppo. La moglie mi guasterebbe i milioni.

— Dunque i soli milioni?

— Non saprei che farne; sono uomo straordinariamente virtuoso e modesto.

— Dio mio! — esclamò la marchesa impazientendosi e battendo i piedini.

— Parla di me?

— Che grullo!.. E se vi regalassi una cuoca?

— Ne ho già una in serbo, per sposarla in articulo mortis.

— La meritereste!

Andavano per le lunghe. La marchesa avea già fatto una trentina di proposte, ma il barone teneva duro, divagando, rispondendo cose assurde.

— Volete che ve lo dica io quando sarò contento?

— Sentiamo; sarà una stupidaggine.

— No, la cosa più semplice di questo mondo.

— Quando? Via...

— Ma prima bisogna fare una scommessa.

— Vada per la scommessa! Auff! Che cosa dovremmo scommettere?

— Quella mano.

La marchesa si guardava curiosamente la destra additata dal barone, voltandola e rivoltandola, senza capire.

— La vostra mano... di sposa.

— Ah! — fece la marchesa. — E in premio di che?

— Ecco — replicò il barone, accostandosele all'orecchio. — Io sarò contento unicamente il giorno in cui vi avrò dato (notate bene) senza il vostro consenso, senza vostra resistenza, ma tranquillamente, con tutto il mio agio, un bel bacio su la bocca. Volete scommettere?

La marchesa, diventata rossa come una ciliegia, s'era rizzata su la vita.

— Accetto — disse dopo un momento, con aria altiera, sorridendo. — E vi sembra la cosa più semplice? Ma sapete che siete...?

— Il più bel giovane e l'uomo più spiritoso di tutto il creato: è la mia opinione.

La marchesa si levò da sedere.

— Perdoni — disse il cavalier Vergati fermandola. — Il barone non si è finora dichiarato soddisfatto.

— Soddisfattissimo — rispose questi.

E si alzava alla sua volta, per inchinarsi con le braccia incrociate sul petto come un mandarino della China.

— Ooh! — esclamarono tutti.

***

Tre mesi dopo, nel salotto della marchesa Bellati, verso le undici e mezzo di sera non restavano altre persone che il barone Foli e il suo amico commendatore Vanzetti, un ex deputato scartato ultimamente dai suoi elettori senza che nemmeno loro ne sapessero la ragione.

La marchesa pareva stanca dalla fatica e dalla noia di quella serata: c'era stata troppa gente. Avea il capo grosso; si sentiva stordita. Sua madre, la vecchia marchesa, si era già ritirata nelle sue stanze.

— O che questi due signori non abbiano nessuna intenzione di andarsene? Se fosse soltanto il barone, lo metterei subito alla porta, dicendogli senza tante cerimonie che casco dal sonno. Ma col commendatore!

La marchesa chiamò la cameriera e, sotto voce, ordinò le si preparasse il letto:

— Sùbito; non ceno.... E quel commendatore che non si muove! Sembra lo faccia a posta.

Quello ragionava di ferrovie, di esercizio privato, di esercizio governativo, di treni che deviavano, di treni che non arrivavano più...

— Oh, il suo, il treno di quella discorsa non arrivava alla fine davvero!

La marchesa velava uno sbadiglio. Avrebbe voluto alzarsi da la poltrona; ma si trovava come asserragliata tra il commendatore e il barone, e le pareva sconveniente passare in mezzo a loro....

— Se quell'altro l'avesse almeno guardata in viso! Gli avrebbe fatto un segnale. Pareva impossibile! Un uomo di spirito come lui gustava l'esercizio ferroviario con una voluttà!...

E i treni del commendatore continuavano a partire, uno dietro all'altro, senza interruzione. Si scontravano, ammazzavano la gente, non si arrestavano mai....

La marchesa avea una voglia di urlare:

— Cinque minuti di fermata!

Ma il commendatore non lo lasciava respirare; s'infuocava, apostrofava il Consiglio superiore del movimento, se la prendeva col Ministro dei lavori pubblici e gli faceva certe lavate di capo!.... Poi veniva la volta del Parlamento.

— Tutto il marcio era lì! Non c'era più deputati, ma dei saltimbanchi.... dei giuocatori di bussolotti!... E il paese!... il paese!... il paese!...

La marchesa si era sdraiata su la spalliera della poltrona, con gli occhi socchiusi, il viso nascosto nell'ombra che la ventola lasciava cadere dal lato di lei. Si sarebbe detto che quella parola: il paese! il paese! ripetuta dal commendatore nell'entusiasmo della sua perorazione, avesse servito a vincere la resistenza che lei si sforzava di opporre alla forza del sonno. Da lì a poco il ventaglio le scivolava di mano.

Il barone fe' cenno al commendatore:

— Continui a parlare.

E si alzava adagino adagino dalla poltrona.

La marchesa diè un grido e si coprì il volto colle mani.

— Occorreva di un testimone — disse il barone. — Se non vi dispiace, caro commendatore, potrete anche esserlo, fra non molto, del nostro contratto di nozze.

Il commendatore guardava ora lui, ora la marchesa, interdetto.

***

Altri tre mesi dopo, il barone e la marchesa Bellati, diventata quella mattina baronessa Foli, partivano verso le cinque di sera pel loro viaggio di nozze.

Era una serata dolce. L'orizzonte si accendeva ancora delle tinte vive del tramonto con gradazioni delicate.

Presi per mano, i due sposi si guardavano teneramente, commossi, senza dire una parola, da vere persone felici.

Si eran voluti bene tanto tempo, in una maniera stravagante, quasi avessero canzonato!... Ed ora, non era sogno, facevano il loro viaggio di nozze!

La baronessa al dubbio lume della lampada del vagone sembrava una bellezza fantastica, con quel viso che aveva sfumature e delicatezze da pastello e, in mezzo, i grandi occhi neri un po' velati da graziosa indolenza. Lo scialle che l'avviluppava tutta le dava aria di levantina.

Sul tardi, il barone tirò sotto il lume la tendina azzurra. Un'ombra discreta invase il vagone. Poi scoppiò un bacio.

— Ah, cara mia! — le mormorava il barone in un orecchio. — Se tu avessi provato la dolcezza del primo! Quella sera....

— Va là! Non dormivo! Ti volevo bene, e...

— Non dormivi?...

Il barone Paolo Foli rimase male.

Milano, 30 Novembre 1877.