WeRead Powered by ReaderPub
Il Nemico, vol. I cover

Il Nemico, vol. I

Chapter 7: V.
Open in WeRead

About This Book

A small circle of conspirators meets in a private salon to debate the purpose of their prolonged struggle against an autocratic regime, alternating philosophical doubt about progress and sacrifice with practical planning for resistance. Their discussions shift into cultivated pursuits such as composing and staging an opera, exposing how artistic ambition and social ritual coexist with political risk. Tension between camaraderie and fear, idealism and bodily peril, reveals the personal costs of dissent and the ambiguity of moral justification.

V.

Erano a Mosca.

Dopo un altro colloquio col principe Loris si era deciso prontamente: gli bisognava far saltare il teatro della vecchia capitale, al principio dell'anno, perchè lo Czar vi si recherebbe per inaugurare nel grande museo politecnico l'esposizione dei costumi e degli oggetti necessari alla vita russa d'inverno. L'impresa arrischiatissima diventava impossibile dopo le prime nevi. Ma Loris non se ne aperse ad alcuno. Col principe si erano accordati in ciò solo, che questi fornirebbe i trenta chilogrammi di melinite necessari allo scoppio: sul come prepararlo Loris aveva conservato, anche con lui, il più altero silenzio. Ma non poteva condurre da solo l'impresa. Il suo pensiero cadde quindi su Olga Petrowna, alla quale si era già accorto di avere inspirato un sentimento abbastanza prossimo all'amore: infatti la giovane medichessa, incontrandolo un'altra volta per strada, si era fatta talmente rossa che qualunque altro, anche meno penetrante di Loris, si sarebbe accorto della sua passione.

Questi fu pronto a sfruttarla.

Accompagnò Olga a casa, e la prostrò con un secondo colloquio. Ella, che si aspettava a qualche galanteria, benchè le maniere di Loris non le permettessero punto simile speranza, soccombette alle prime severe parole. Con una brutalità non senza grandezza egli le espose sommariamente il proprio disegno. Olga allibì, ma Loris non le lasciò nemmeno il tempo di aver paura. Parlava freddo e splendido: mai nessun libro, fra i più rivoluzionari, aveva avuto per lei maggior fascino di poesia e di volontà; si sarebbe detto che egli sentisse davvero, nell'effimera piccolezza del proprio individuo, tutti i dolori sociali, di cui parlava.

Olga non aveva tentato nemmeno di resistere.

Loris impressionato di quella muta dedizione le aveva chiesto:

— Accettate?

— Che importa la mia volontà? Essa deve essere spezzata come tutte le altre.

Quindi avevano convenuto che Olga andrebbe a Mosca con lui nella settimana. Ella gli diede l'indirizzo di Lemm, rifugiatosi allora presso Mosca, nel villaggio di Touchino, da una sua zia, piccola mercantessa di tela. Il contratto con Sofia Semenowna non era stato difficile: per quanto la vecchia avara intendesse a sfruttare l'opera della figlia, l'offerta di trenta rubli al mese e l'anticipo di tre mesate la sbalordirono così da impedirle qualunque stiracchiamento; dal proprio canto Olga doveva ricevere altri quaranta rubli mensili e il miglior trattamento nella casa della supposta moglie di Loris. La signora era nel villaggio di Oudin nel governo di Kazan, ma probabilmente dovrebbe cercare nell'inverno clima più mite all'estero; Loris aveva detto a Sofia Semenowna, che in questo caso aumenterebbe ad Olga lo stipendio di altri dieci rubli mensili. Sofia Semenowna aveva risposto, domandando subito altri dieci rubli per sè; Olga presente al mercato arrossiva, ma Loris senza darle tempo d'intervenire aveva tagliato corto rispondendo, che ne avrebbero discusso solamente allora.

In tutta la scena Loris, che aveva detto di chiamarsi Boris Petrovich Strogonoff, si era mostrato talmente gran signore in tutti i particolari della propria vita coniugale, che la vecchia non aveva concepito alcun sospetto.

Olga lo ammirava.

— Vestitevi da signora, le disse Loris.

Olga ne aveva convenuto con segreta voluttà, sentendosi ridiventare donna sotto la sua influenza.

— Eccovi cento rubli.

Olga esitava: ma Loris guardandola severamente soggiunse:

— Ancora una ridicolaggine del vecchio nichilismo, le donne che vogliono parere uomini, e perdono così tutto il valore della propria individualità. Con questi cento rubli vi farete un abito da viaggio, e comprerete due valigie eleganti. V'intendete d'eleganza?

La mano di Olga tremava tenendo il pacchetto dei cento rubli.

— Se potrete ridiventare donna l'imparerete.

Loris a Mosca si era messo subito in cerca d'un appartamento nella piazza del grande teatro. Gli occorrevano due case su vie diverse, comunicanti fra loro pel cortile, una sulla piazza, l'altra in una strada parallela, perchè lo scoppio della mina, sprofondando il teatro, non scrollasse anche quella, dalla quale per mezzo di un filo elettrico intendeva far partire la scintilla. Possibilmente le case avrebbero dovuto appartenere a due proprietari; nella prima si sarebbe installato con Olga, facendola passare per sua moglie; nella seconda starebbe Lemm. Tagliando un muro divisorio, e coprendolo con un armadio a specchio, aprirebbero un passaggio fra i due appartamenti.

La prima giornata fu spesa in ricerche inutili. Quella piazza, fra le più eleganti di Mosca, non aveva appartamenti disabitati. Erano quasi tutti occupati dal ricco ceto mercantile, che vi sfoggiava un lusso sempre più occidentale. Loris non potè visitarne che pochissimi. Una sola casa nella strada di ***, divisa dalla piazza da un grosso corpo di fabbriche moderne, aveva il primo piano vuoto e per un vasto cortile comunicava con un'altra prospiciente sul di dietro del teatro; ma era tutta occupata e da vendersi. Loris apprendendolo dal dwornik s'informò del padrone, un orefice, che della casa chiedeva cinquantamila rubli. Loris entrò in contratto; ciò gli permise di esaminarla minutamente a tutti i piani, domandando se non fosse possibile comprare anche l'altra, che le si univa posteriormente, per ottenere così un magnifico blocco. Gli fu risposto di no; la casa apparteneva ad una famiglia patrizia troppo ricca per disfarsi di un proprio stabile. Un appartamento laterale interno, occupato dalla famiglia di un giudice, comunicava coll'appartamento migliore dell'altra casa, formando il lato meridionale del cortile comune, ma viziandone l'architettura con un loggiato a colonnine di ghisa e a vetri, tutto pieno di vasi come di piccola serra. Loris nell'esaminare la casa ne criticava vivamente l'ordine interno, accennando a modificazioni per disporvi un vero appartamento signorile: il proprietario, tanto offeso dalla giustezza di quelle critiche quanto lusingato dalla speranza di vendere caramente la casa ad un gran signore, che ne pareva incapricciato, si offerse di trattare cogli inquilini per ottenere subito, mediante un grosso compenso pecuniario, lo sgombro di un qualche appartamento. Allora Loris aumentò le difficoltà: la sua signora avrebbe voluto stabilirsi almeno entro un appartamento, da lei stessa arredato; impossibile ottenere questo in una simile casa. La signora, appassionata pel teatro e cagionevole di salute, aveva anticipatamente imposto al marito quella piazza; era un capriccio indiscutibile di dama; quanto al prezzo Loris affettava la più grande indifferenza.

Il proprietario era sulle spine; disse a Loris di ritornare l'indomani e di concedergli carta bianca per ottenere subito l'appartamento occupato dalla vedova del giudice, sul lato sinistro del cortile, e che dava sulla piazza con una finestra, mentre all'interno combaciava colla piccola serra dell'altra casa. La vedova, rimasta piena di debiti, acconsentirebbe facilmente dietro un regalo; agli altri quartieri era impossibile pensare. Loris parve lasciarsi persuadere.

Prima di andarsene si fece mostrare dal padrone quell'unica finestra, dalla quale avrebbe goduto la vista della piazza; era all'angolo orientale. La finestra s'apriva sopra un balcone piccolo, di grevissimo disegno, Loris notò che la doccia, scendente dal cornicione del tetto, lambiva il balcone.

Un lampo gli si accese negli occhi.

— M'accorgo che è impossibile appagare la mia signora. La stagione teatrale comincia fra un mese; se questa vedova acconsente, farò disporre un arredo provvisorio da un tappezziere: per il momento bisognerà accontentarsene. Oggi è lunedì, sabato tutto dovrebbe essere terminato.

Combinarono che prima di mezzogiorno Loris andrebbe a prendere la risposta.

Allora corse subito in cerca di Sergio Nicolaievich Lemm, al vicino villaggio di Touchino sulla strada di Pietroburgo. Loris aveva noleggiato una telega a due cavalli, che andavano come ii vento; non mancava molto a sera quando giunse al villaggio. Fortunatamente riconobbe Lemm, solo, che passeggiava colla testa bassa, a mezza versta dalle prime isbe.

— Sergio Nicolaievich, gli disse rapidamente, sono sicuro che mi riconoscete. Bisogna che veniate subito con me a Mosca; ve ne spiegherò la ragione per strada.

Gli abiti del piccolo ebreo erano anche più laceri. Avrebbe voluto chiedere spiegazioni, ma l'altro si contentò di accennargli che si trattava di un'urgenza rivoluzionaria. Lemm corse al villaggio per avvisare la zia della propria partenza, e ne ritornò con un piccolo fagotto di panni, mentre Loris sulla strada faceva passeggiare i cavalli.

La sera stessa Lemm non era più riconoscibile. Loris lo aveva mandato in un grande magazzino di abiti, perchè vi si mutasse in un signore quasi elegante, dopo averlo costretto a tondersi i capelli e a radersi la barba. L'indomani Loris seppe dall'orefice che per cinquecento rubli la vedova, già decisa ad abbandonare Mosca per ritirarsi a vivere in campagna presso alcuni parenti del marito, era pronta a cedere l'appartamento, magari colla maggior parte dei mobili: questi non erano gran cosa di bello, ma aggiungendone qualche altro e con pochi restauri potrebbero servire provvisoriamente; l'appartamento era munito di tappeti. Loris andò. Un'ora dopo per mille e settecento rubli aveva comprato quell'appartamento; la vedova non ne asportava che gli abiti e la biancheria. L'appartamento, suprema follia del marito morto e per la quale egli aveva contratto gli ultimi debiti, era più che decente: si componeva di sei stanze e una cucina. Nello stesso giorno Lemm, per incarico di Loris, prendeva in affitto l'appartamento vuoto dell'altra casa in via ***, già occupato da un colonnello del 10.º reggimento granatieri traslocato a Pietroburgo; l'appartamento, più vasto e ammobigliato con gusto migliore, comprendeva anche una scuderia e una rimessa in un secondo piccolo cortile della casa.

Loris si faceva chiamare Boris Nicolaievich Perel; Lemm, conosciuto a Mosca da troppi studenti, conservava il proprio nome, spiegando la nuova fortuna col pretesto che la zia gli avesse anticipato in due mila rubli quasi tutta la propria eredità. Egli intendeva farsi dentista, spendendola in quell'impianto, per ottenere più presto una clientela fra i signori.

Lemm potè installarsi il giorno stesso, Loris non ottenne il proprio appartamento che alla fine della settimana. Olga Petrowna arrivò nel pomeriggio dello stesso giorno; alla stazione non v'era che Loris.

— Vi piaccio? gli chiese guardandosi il vestito e tremando in cuore di questo giuoco di parole.

— Questo fiore è troppo vistoso; nessuna signora lo avrebbe messo sopra un cappellino da viaggio.

Quindi le ordinò di scendere all'albergo del Cigno, ove l'indomani verrebbe a prenderla.

Ma risoluto il problema degli appartamenti, ne rimaneva un altro non meno difficile: di quali domestici servirsi? Lemm, abitando un appartamento ammobigliato, avrebbe potuto usare quelli medesimi della padrona; ma come fidarsi di loro? A prenderne altri, nichilisti, la paura di così terribile attentato, del quale solo l'intenzione basterebbe a meritare la morte, poteva vincere l'energia del loro carattere. Lemm stesso non vi era entrato che augurandosi rabbiosamente di morirvi; quindi divenuto improvvisamente guardingo, mentre Loris fedele alla propria massima sosteneva che in un caso simile il colmo della prudenza stava appunto nell'oblìo di ogni precauzione, insisteva per la propria maggior pratica delle abitudini poliziesche sulla necessità di avere almeno due domestici sicuri. A lui occorreva un uomo, a Loris una donna, per non lasciare Olga servirsi da sola, perchè questo sarebbe tosto notato da tutti gli inquilini.

Laonde suggerì a Loris di far passare Olga solamente per la dama di compagnia della moglie lontana.

— Perchè? chiese Olga.

— Non avete l'aria abbastanza signorile.

Loris ebbe un'altra idea: servirsi della figlia o della moglie del dwornik per distogliere i loro sospetti e rendersele amiche con poche larghezze, e sopratutto poterle licenziare di notte. Era sempre lo stesso sistema, cercare la sicurezza nel centro del pericolo. Dal canto proprio Lemm dovrebbe procurarsi un qualunque scimunito; ma siccome Loris intendeva munirsi di una droiska con due eccellenti trottatori pel caso di una fuga, lo si occuperebbe così col servizio dei cavalli, imponendogli di dormire nella scuderia. Quindi convennero di aprire un passaggio fra i due appartamenti: fuori avrebbero finto di non conoscersi.

Tuttavia Lemm non sapeva ancora nulla di preciso sull'attentato. Il piccolo ebreo, dopo il rifiuto di entrare nello tchin e l'abbandono dell'università, ove non aveva potuto compiere gli studi di medicina per mancanza di denaro, era caduto nella più atroce miseria. La vecchia zia, che fingeva di mercanteggiare nelle tele tessute dai contadini nei lunghi inverni, e faceva invece la piccola usuraia, lo aveva accolto malamente; anzichè dargli il danaro necessario ad iscriversi per gli ultimi due anni di clinica, gli aveva rinfacciato il posto ottenutogli per mezzo di un alto funzionario, del quale Lemm si era fatto un nemico irreconciliabile col gettargli sul viso il diploma di scrivano in polizia. Ma realmente quel funzionario lo aveva ricevuto come un mendicante. La vecchia, incapace di comprendere simile orgoglio nella condizione del proprio nipote, ripeteva:

— Lo hai voluto? pensaci tu ora.

Lemm aveva avuto con lei una di queste spiegazioni, quando incontrò Loris.

Al contatto di lui le sue idee rivoluzionarie rifiammeggiarono; poi lo sbalordimento del lusso impostogli, il mistero di quell'attentato, la semplicità grandiosa delle maniere di Loris, lo esaltarono. Quando questi gli disse di spacciarsi dentista, perchè la ciarlataneria della professione intonasse meglio colla nuova ricchezza, Lemm esclamò:

— Ma pensate dunque a tutto?

— A molte cose certo: per esempio, non avete denaro. Eccovi due mila rubli, nella vostra nuova posizione dovete possederne; non li prodigate però. Domani tornerete da vostra zia per dirle che li avete vinti al giuoco, ma che vi pare più conveniente di confessare in pubblico di averli ricevuti da lei, poichè intendete stabilirvi a Mosca come dentista. Ritornate nella mattina; è necessario entro domani aprire la comunicazione fra i due appartamenti.

Quella notte la passò solo nel nuovo quartiere.

Si sentiva entrato in campagna contro tutto l'impero russo. Un immenso orgoglio gli gonfiava il cuore nella solitudine di quella casa, ove nessuno ancora lo conosceva e nessuno lo conoscerebbe nemmeno dopo l'attentato. Oramai il dado era tratto: se anche Lemm ed Olga dovessero abbandonarlo, agirebbe da solo; ma li aveva scelti troppo bene per temere d'esser tradito. Erano due spiriti fanatici. Lemm, polacco ed ebreo, covava nella coscienza tutti i rancori di una razza senza patria e senza libertà; il suo odio, avvelenato dalla educazione, era arrivato da tempo al parossismo settario colla partecipazione indiretta alla lotta dei vecchi nichilisti contro lo czar. I suoi eroi erano i rivoluzionari morti sul patibolo, i suoi veri compatriotti si trovavano in Siberia fra i deportati politici, in quell'immenso esercito di prigionieri accantonato nei villaggi ad enormi distanze, sepolti vivi nelle miniere, dispersi pei deserti nevosi, ma che riunendosi per un magico appello sarebbero bastati a rovesciare l'impero. Olga era un'anima assetata di amore, una popolana tratta da una eguale superbia plebea all'università, e che i dolori di una vita anormale avevano cacciato nell'orbita tragica della rivoluzione. La sua ragione, già squilibrata dalle tempeste della esistenza domestica, era stata travolta alle più terribili negazioni della critica demolitrice delle scuole ribelli, mentre i sentimenti le erano rimasti puri nel fondo del cuore. Credeva di odiare i ricchi, e invece non amava che i poveri; invocava l'esterminio dei potenti, che facevano soffrire, e appena li vedesse schiacciati sotto una rivolta dei deboli, chiederebbe forse la loro grazia. Loris si sapeva troppo adorato da lei per dubitare di poterla sempre dominare.

Finalmente si sentiva preso nell'opera propria. La stanchezza della lunga preparazione era scomparsa: solamente ora gli pareva di comprendere la nullaggine degli studi, nei quali aveva passato tanti anni che ne provava ancora la nausea nell'anima. A che studiare? La vita è opera; prima e dopo l'opera, il pensiero non è che sogno. Un uomo poteva contrapporsi anche solo ad un impero, deviandone la storia: ma nè Mosca, nè il resto della Russia sapevano ancora ciò che egli preparava loro.

Questa esplosione della fantasia gl'impedì per lunghe ore di addormentarsi. A un certo punto dovette scendere di letto per mettersi alla finestra, che dava sulla piazza, guardando la massa bruna del teatro, più vasta in quella tenebra della notte. La fissava come in duello, al momento di abbassare la pistola contro l'avversario. Ma l'immensa massa del teatro dormiva tranquilla nel buio, mentre invece dell'onnipotente indifferenza del giudice, che condanna, egli provava l'incertezza febbrile dell'assassino, che si stanca nell'agguato.

— Sarei anch'io un attore, che quel teatro esalterebbe come tutti gli altri? si disse d'un tratto con quella fredda ironia, che talvolta lo rendeva così terribile.

Si erano finalmente acquartierati.

Olga era stata ricevuta come la dama di compagnia della signora, che non tarderebbe molto ad arrivare. La moglie e la figlia del portinaio, due figure insignificanti, avevano accettato con entusiasmo l'offerta di entrare al loro servizio con uno stipendio provvisorio di dieci rubli al mese, finchè la signora giungesse colle proprie cameriere: ma Olga aveva lasciato intendere che la signora, malaticcia e soggetta ad improvvise e violenti simpatie, era a discrezione della prima persona, che le piacesse. La figlia del portinaio, ragazza di diciott'anni, Matrona Carpowna, non doveva venire che a rassettare l'appartamento e a pettinare Olga; quanto al pranzo, lo avrebbe fornito il trattore più vicino. Olga, di abitudini molto semplici, non aveva quasi d'uopo di cameriera. Per amicarsi la ragazza, dietro consiglio di Loris, cominciò dal farsi accompagnare in un magazzeno da sarta, e le regalò un vestito.

Lemm aveva preso un vecchio soldato, rimasto senza nè mestiere, nè padrone per la triste abitudine dell'ubbriachezza. Lo aveva trovato una mattina passeggiando nel Giardino del Romitaggio: il soldato gli aveva chiesto un mozzicone di sigaro, facendo il saluto militare; l'altro finì col condurselo a casa. Il vecchio, che avendo servito nella cavalleria adorava i cavalli, quando seppe dal padrone il proposito di comprare una pariglia di trottatori, stentò a contenersi: in quella prima effervescenza promise di non ubbriacarsi quasi più.

— Ecco, batuscha, non si può smettere, ma quando si ha un cavallo, non si ha più bisogno di andare alla bettola per cacciare i cattivi pensieri: si resta nella stalla a parlare con lui. I cavalli sono molto intelligenti.

— Bene, bene, Alessio Alexeieff: quando vorrai ubbriacarti, me lo domanderai, disse Lemm sorridendo. Se non avrò bisogno di te per molte ore, te lo permetterò.

Il vecchio s'accarezzò colla grossa mano sudicia la barba incolta, guardando il padrone con simpatia mista di diffidenza.

Questi comprese.

— Ti darò io stesso una bottiglia di vodka, quando potrò permetterli di ubbriacarti, ma ti chiuderò nella stalla. Sei contento?

— Ah! ah.

E per il momento non seppe esprimere meglio la propria approvazione.

L'aprire un passaggio fra i due appartamenti non fu difficile, giacchè il loro muro divisorio costruito in mattoni era solo di due teste: bastò con un pretesto farvi collocare dai servi un armadio in ambo i lati. Naturalmente Loris e Lemm scelsero l'armadio più largo: poi scostati gli armadi nella notte, con uno scalpello tagliarono diligentemente l'intonaco e scopersero il muro. Le prime pietre presentarono qualche difficoltà, dovendo essi servirsi di quelle sole armi per non destare rumore; ma levate le prime, tutte le altre rimasero come slegate: la calce stessa era di pessima qualità. Lemm e Loris lavoravano d'accordo; quando il buco fu così grande che poterono vedersi in faccia, ebbero un sorriso di gioia quasi infantile. Scalpellavano ritti sopra una sedia; Olga aveva steso un lenzuolo sul tappeto, perchè la polvere dei calcinacci non vi penetrasse destando sospetti nei domestici, e guardava i due lavoratori. Bastarono poche ore a compiere un taglio abbastanza largo che vi si potesse passare. Per nascondere i mattoni e i calcinacci, Lemm aveva trovato una magnifica idea; nella cucina del proprio appartamento v'era un pozzo, che non serviva ad altri. Lemm cavò la corda dalla carrucola per evitare anche il pericolo del suo cigolìo, e con un secchio, reggendolo a tutta forza di braccia, calarono lentamente rottami e spazzature nel pozzo. La maggior fatica fu nello scoppettare i tappeti per togliere ogni traccia: poi con una sottile sega da orefice, quasi sorda, tagliarono tre assi dal fondo degli armadi, e li ricollocarono di contro al vano. La breccia era aperta; bastava tener inchiavati gli armadi perchè nessuno la scoprisse.

L'indomani Lemm, dopo aver fatto un segno ad Olga dalla propria finestra, per assicurarsi che Matrona Carpowna non fosse nell'appartamento, v'entrò trionfalmente. Era ilare. Allora Loris gli espose il proprio disegno: il modo immaginato per far saltare il teatro era di una semplicità assurda a forza di essere temeraria. Entrambi lo ascoltavano immobili, senza fiatare; nessuna obbiezione era possibile: o ricusare, o entrarvi quasi colla sicurezza di non riuscirvi. Ma in questo caso n'andava di mezzo la vita.

— Non c'è che dire, rispose finalmente Lemm: tutto è calcolato, ma avremo quasi il cento per cento contro. E voi, Olga?

Ella mormorò tremando:

— Tutta quella povera gente....

— Chi? le si volse Loris con impeto: la corte, l'aristocrazia? Non sono dunque i nostri nemici?

Ma Lemm le venne in soccorso.

— Olga alludeva ai cantanti, a tutta la gente di teatro.

— Vorreste dare una battaglia senza morti accidentali? D'altronde i cantanti sono anch'essi una ragione della miseria popolare: i teatri imperiali costano quanto tutte le università. Tornerò fra due ore a prendere la vostra risposta, così potrete ripartire questa sera stessa, perchè bisogna avere tutte le prudenze, quando non si accettano tutte le temerità.

— Credete dunque che esiti per la paura?

— Esitereste per riguardi alla corte?

— Ma il vostro disegno è impossibile.

— Appunto per questo riuscirà: non si prendono precauzioni contro l'inverosimile. La vostra cooperazione vi sarà però molto minore di quella di Olga.

Essa cercò con uno sguardo sottomesso quello di Loris.

— Nemmeno voi credete alla sua possibilità?

Essa scosse il capo melanconicamente.

— Quindi davanti alla certezza del pericolo vi ritirate.

La voce di Loris tremava. Olga indovinò il dolore di quell'immensa vendetta, cui tutta la rivoluzione tendeva da cinquant'anni, e di una ambizione anche più immensa. Il suo cuore battè: Loris le parve sovrumano di passione.

— No, mormorò con un sorriso di rassegnazione, mostrandogli non solo di averlo compreso, ma di sorpassarlo coll'accettare tutta quella catastrofe forse inutile: sarà la morte di Sofia Perowskaia.

Lemm umiliato titubava ancora.

— È impossibile.... ripetè dibattendosi contro l'evidenza, che gli soffocava la ragione.

Loris gli voltò le spalle per uscire.

— Aspettate, per Dio! perchè volete andarvene per tornare? La risposta ve la do qui: Olga accetta, dunque accetto anch'io, ma saremo scoperti prima, e diventeremo ridicoli. Ecco quello che temo.

Loris si raddrizzò superbamente.

— Nessuno in Russia può sentirsi così forte da ridere di quest'impresa, anche se dovesse fallire, perchè nessuno avrebbe osato nemmeno di concepirla. Sofia Perowskaia, si volse ad Olga, ricusò di salvarsi per morire romanticamente sul patibolo con Jeliaboff, ma quando si è scoperti bisogna suicidarsi piuttosto che lasciarsi arrestare: così il nemico vince, ma non trionfa.

Il disegno di Loris era questo.

La neve caduta in quei primi d'ottobre non era stata che una anticipazione dell'inverno, dopo la quale l'autunno aveva come rifiorito con quella soavità russa, ilare ed insieme malinconica, di cui nessun altro clima potrebbe dare un'idea. Loris aveva subito pensato ad approfittarne, giacchè solo colla prima nuova neve il suo disegno era possibile. Dopo le infelici esperienze di tutte le mine nichiliste, Loris per far saltare il teatro aveva trovato un'altra idea di una semplicità quasi pazza. Bisognava prendere un palchetto alla prima rappresentazione dei due grandi concerti consecutivi, già annunziati per la settimana ventura; restarvi non visti una notte ed un giorno, sino alla seconda rappresentazione, uscendone poi senza essere osservati. Ventiquattr'ore sarebbero più che sufficienti a disporre la mina: questa doveva comporsi di trenta chilogrammi di melinite, divisi in trenta tubi metallici, nascosti ad ogni probabile investigazione sotto l'imbottitura di un divano: i tubi, non più grossi di tre centimetri, rimarrebbero celati dietro la fascetta del sedile. Pochi fili di ferro, tesi a piccolissimi ganci invitati nelle fascette, basterebbero a sostenerli. Nessun inserviente incaricato della pulizia dei palchi avrebbe mai l'idea, scoppettando un divano, di cacciarvi la testa sotto per cercarvi una mina nella intelaiatura. Ma per incendiare i trenta chilogrammi di melinite, bisognava trasmettervi la scintilla elettrica con un filo: qui cominciava la follia. Non v'era altro modo che forare con un trapano sottile il muro esterno del teatro nel vano di una finestra, ove lo spessore fosse minimo, presso una delle doccie discendenti dal cornicione; trapassare anche la doccia, congiungere il filo ai tubi, facendolo passare invisibile sotto il tappeto del palchetto e della corsia sino a quella finestra, e riempire la doccia dei centotrentacinque metri, tanta era la distanza, di filo necessario per giungere alla loro casa. Poi aspettare la notte della prima nevicata; ma se la neve cadesse di giorno alzandosi troppo dal suolo l'impresa andava a vuoto; con un colpo di martello acuminato, passando lungo il muro del teatro, ove la doccia scendeva semiscoperta sino a terra, bucarla; chinarsi rapidamente fingendo magari di scivolare, con un piccolo gancio estrarre il filo, e stenderlo sulla neve sino alla doccia della loro finestra. Un secondo filo scenderebbe da questa doccia forata dall'interno all'altezza del balcone; bisognerebbe bucarla ancora dietro terra, cavarne il filo e congiungerlo coll'altro. Questa era la parte più delicata e terribile dell'operazione. Il filo conduttore, sottile, malleabile e bianco come la neve, sarebbe presto ricoperto da questa così che nessuno lo scoprirebbe più nell'inverno giacchè a Mosca la neve non si spazza mai nelle strade, sulle quali forma un altissimo strato di grossa sabbia candida, presto insudiciata di ogni colore.

Ma le guardie vegliavano sempre nella piazza del teatro, anche di notte. Loris aveva già studiati i loro giri e scelta la doccia: calcolava di non poter avere più di dieci minuti per forarla e stendere il filo; tutto al più si potrebbe con qualche strattagemma attirare le guardie un po' più lungi, e raddoppiare il tempo utile. Egli, Olga e Lemm, basterebbero ad introdurre nel teatro i trenta chilogrammi, i centotrentacinque metri di filo, e il trapano necessario a forare il muro. Olga si avvolgerebbe il filo intorno al corpo sotto le sottane, e nasconderebbe il trapano smontato nel manicotto: essi, uscendo e rientrando negli intermezzi, porterebbero sette o otto tubi per volta nelle tasche interne sotto le pelliccie. Quindi Lemm se ne andrebbe: al momento dell'uscita, quando si abbassano le fiammelle del gas, Loris ed Olga sarebbero già nascosti nel contropalco o in una latrina, dove meglio si potrebbe; e non uscirebbero dal teatro che alla rappresentazione seguente. Un mutamento nel programma teatrale sarebbe bastato a tenerli prigionieri chi sa quanto. Loris evitava di pensarci. In questo caso, se la neve cadesse di notte, Lemm doveva tentare di stendere da solo il filo.

Fra due giorni il principe avrebbe portato i trenta chilogrammi di melinite, fra cinque il teatro si aprirebbe per due concerti colla Sembrich e colla Nilson, i due soprani più celebri del mondo dopo Adelina Patti, e che incomincerebbero così la solita grande stagione teatrale. I concerti venivano dati a benefizio del grande Ospizio dei trovatelli, fondato da Caterina II nel 1762. Il primo era fissato per il prossimo mercoledì, dell'altro rimaneva ancora incerto il giorno.

— Dopo l'esperimento del dottor americano Tanner, Loris disse scherzando a Lemm, i digiunatori sono pullulati da per tutto; un digiuno di quindici giorni ci farà davvero capire quella fame, che uccide tanti nel popolo.

Olga e Lemm non discutevano più. Loris lo incaricò di comprare i centotrentacinque metri di filo in uno dei maggiori negozi di strumenti fisici, presso la barriera Pokrovskaia; poi si pentì. Lemm, offeso che gli si volesse così risparmiare un pericolo, insistè; ma Loris troncò ogni discussione dichiarando di fidarsi più di sè stesso; direbbe al negoziante di voler fare alcune esperienze sulla trasmissione della forza col filo elettrico secondo le ultime scoperte del grande elettricista italiano, Galileo Ferraris.

Infatti dopo due ore ritornò con un rotolo di filo bianco, fatto di tre capi attorti, difesi da un tegumento isolatore; il filo, abbastanza malleabile, era dello spessore di tre millimetri. Aveva comprato un trapano solidissimo di fattura inglese; ma vi mancavano le subbie, perchè quelle solite di fabbrica sarebbero state troppo corte. Ne aveva quindi commesse quattro, della lunghezza di quaranta centimetri, ad un armaiolo molto abile nelle tempre; tale informazione la doveva allo stesso negoziante, dal quale aveva comprato il trapano.

Durante i preparativi Olga e Lemm, ridotti a subalterni senza importanza, rimanevano inerti: la loro reciproca antipatia pareva cessata, senza che le loro maniere ne fossero diventate più amabili. Lemm, villano per natura e per educazione, disprezzava le donne; Olga, in quel primo ritorno alla propria vera natura, si sentiva sempre più impacciata da nuovi pudori fra quei due uomini, che sembravano non accorgersi del suo sesso. Loris le badava appena; Lemm, permettendo quasi sempre al proprio soldato d'ubbriacarsi alla bettola, passava la maggior parte del tempo con lei, quasi senza parlare, finchè Matrona non lo costringesse a scappare per l'armadio. Il suo umore sembrava peggiorare tutti i giorni: era scontento di sè, di Olga, di tutti; ammirava meno Loris, dacchè questi non gli appariva più nella calma della prima superiorità, si affaticava quindi contro di lui in sofisticherie sulla tecnica di quella mina. Qualche cosa la farebbe senza dubbio scoprire prima: allora bisognerebbe suicidarsi.

L'indomani stesso Loris ricevette una lettera del principe, che gli annunziava il proprio arrivo per la sera seguente. Il principe giunse sull'imbrunire alla barriera Miouskaia, in una droiska elegante, tirata da tre eccellenti trottatori: guidava un grosso cocchiere in livrea da campagna. Il principe, vestito da caccia, aveva due fucili chiusi negli astucci, un cane seter ai piedi, nerofuocato, e una piccola valigia di cuoio, robustissima, accanto sul cuscino. Il cocchiere gridò il nome del padrone alla guardia daziaria, che salutò rispettosamente: un sergente di polizia si avanzò nullameno, ma il principe, mostrando le armi e la valigia, gli disse semplicemente:

— Cartuccie da caccia.

Il sergente salutò come la guardia: il principe gettò loro un biglietto da cinque rubli.

Ma, scorgendo Loris poco dopo entro un fiacchero, ordinò al proprio cocchiere di fermare, e scese rapidamente. Loris lo imitò.

— Sapevate dunque che sarei arrivato stasera, gli disse il principe ad alta voce stringendogli affettuosamente la mano: vi ho portato tutto, la doppietta Hamerless e le grosse cartuccie metalliche, che mi avete ordinato.

Qualcuno si era arrestato a contemplare la scena; il principe, osservando colla coda dell'occhio lo stesso sergente, seguitò il discorso a più alta voce, poi ordinò al cocchiere di scendere all'Hôtel de Europe, e salì nel fiacre di Loris. Si erano messi la doppietta in mezzo, Loris teneva la valigia fra e gambe. Oramai annottava; il principe scese, dicendo a Loris, che fra un'ora lo avrebbe raggiunto a casa. Tutti ve lo aspettavano.

Il principe parve di una freddezza glaciale: quando Loris gli ebbe esposto tutto il proprio disegno nei più minuti particolari, rispose lentamente:

— Questo attentato è così improbabile che non può temere nulla se non dal caso.

— Lo aiuteremo, ribattè Loris.

Allora il principe mostrò loro i falsi passaporti, che si era procurato, comprandoli secondo il solito dalla polizia, perchè potessero servirsene nella necessità di una fuga. Loris li dichiarò inutili.

— Comunque riesca la cosa, entreremo subito in campagna: un regicida non può fuggire.

— Voi, disse il principe a Lemm, perchè non avete mutato nome? Forse per non destare sospetti anticipati, essendo troppo conosciuto a Mosca, ma questa ragione, eccellente ora, dopo sarà pessima. Voi sarete l'autore dell'attentato.

— Lo muterò dopo, se ne avrò il tempo.

— E voi, principe, domandò Loris, verrete a Mosca?

— Io stesso uscirò dal teatro per venirvi ad avvisare del momento più opportuno, a meno che, aggiunse con accento strano, non preferiate dar fuoco alla mina quando io pure sarò dentro.

Loris sorrise.

— Restate a cena qui; siamo invitati da Lemm; vi mostreremo il passaggio fra i due appartamenti.

Il principe accettò, ma siccome Olga non aveva ancora aperto bocca, le si volse:

— Voi siete medichessa.

Olga, che sentì l'ironia quasi impercettibile di questa osservazione, rispose piccata:

— Sofia Perowskaia era invece principessa.

Loris guardò Olga con simpatia, ma il principe, forse pentito di aver ceduto alla propria antipatia per tale categoria di donne nichiliste, parò tosto con un complimento:

— Se Sofia Perowskaia non fosse stata che principessa, non avrebbe ispirato a donne come voi la rivalità dell'eroismo.

Quando passarono nell'appartamento di Lemm, il principe non mostrò alcuna meraviglia della breccia mascherata dall'armadio; osservò solo che il prolungamento della distanza dal teatro, per evitare che la casa crollasse loro addosso, non gli pareva sufficiente. Era impossibile poter calcolare i contraccolpi dello scoppio: molti palazzi vicini screpolerebbero; qualcuno, malandato o mal costrutto, potrebbe addirittura inabissare. E guardò Loris.

— Voi concepite la guerra così: badate a non perirvi nella prima battaglia. È questa la stanza?

— No.

Lo condussero in fondo all'appartamento, in un gabinetto, che dava sul cortile della scuderia. Lì avrebbero collocato la pila, essendo la camera più lontana dal teatro. Vi rimasero tutti e tre in silenzio: Olga teneva una candela in mano. Lo stanzino doveva aver servito alla toeletta di una signora, perchè vi restava ancora un vago odore di muschio: nella volta erano dipinti degli amorini.

Improvvisamente si sentirono lontanissimi l'uno dall'altro in quel gabinetto, dal quale per opera loro sarebbe partita la morte di migliaia di persone. Olga guardava un fiore del tappeto, Lemm imbarazzato dalla propria qualità di padrone di casa, ospitando un principe, si era perduto nel sentimento di una solitudine sconfinata ed assurda; Loris e il principe tacevano. Una sensazione insopportabile di risveglio dal sogno tragico, nel quale vivevano da due settimane, li opprimeva. Perchè quell'attentato contro tanta gente? Perchè uccidere in una sola volta due o tre mila inconsapevoli? La vita reale non era così; era piccola, composta d'inezie, cominciava e finiva inavvertitamente. Essi pretendevano invece dominarne tutto il complesso vendicando ingiustizie di mille anni, quando coloro, che le avevano sofferte, erano già morti. Chi erano essi per arrogarsi tale diritto? In quell'appartamento abitava, poco prima, una famiglia felice, ignara di tutto il resto come l'altra gente. Perchè in quel gabinetto, destinato ai misteri eleganti di una signora, volevano mettere una pila per rovesciare un teatro sul capo degli spettatori inconsci? Lemm non lo comprendeva più: si ricordava confusamente, come di un particolare grottesco, che in quell'appartamento egli doveva essere, per quanti lo conoscevano, un dentista.

L'impressione ne fu tale, che si mosse; gli altri lo seguirono. Nella camera da pranzo sulla tavola v'erano molte bottiglie, il samovar, dei biscotti e un periok: Lemm lo aveva fatto comperare da un pasticciere. Non avevano altra cena. L'imbarazzo lo sorprese: tirò un cassetto della credenziera cercando i tovaglioli e le posate; non avrebbe voluto sfigurare in faccia al principe, del quale le maniere aristocratiche gli imponevano.

Anche questa volta Loris lo soccorse, spiegando al principe il perchè di quella cena; bisognava fingere di non mangiare in casa per allontanare i domestici.

La cena diventava sempre più triste. Il principe tentò con un ultimo sforzo di ritornare sui particolari dell'attentato: i nichilisti stessi ne sarebbero meravigliati.

— Ci rinnegheranno, osservò Lemm.

— Il nostro colpo sulla corte e sull'aristocrazia apre la guerra civile, proseguì Loris: se non oseranno accettarla subito per non sembrare assassini, dovranno subirla poi per non diventare nemici della rivoluzione. Avete letto stamane l'articolo di Katkof nella Gazzetta di Mosca?

— No.

— Katkof dichiara che gli Ouriadniki o i Kouriadniki, i mangiatori di galline, come i contadini hanno battezzato questa nuova gendarmeria, peggiorano le condizioni della sicurezza pubblica nelle campagne; i signori presi fra due fuochi, fra i banditi e i gendarmi, non vi possono più abitare. Vedete che le mie previsioni cominciano ad avverarsi; l'esodo della nobiltà dalle campagne aumenta tutti i giorni: una recrudescenza lo compirà. Bisogna impedire a Katkof di ottenere l'abolizione di questa gendarmeria campestre, che per rapacità di saccheggio si associerà ai contadini nella lotta contro i signori. Katkof sente già il pericolo, egli è l'unico uomo politico dell'impero.

— Lo stimate tanto? domandò il principe.

— Katkof ha improvvisato in Russia l'autorità del giornale, cui nessuno avrebbe nemmeno saputo pensare. Colla Gazzetta di Mosca domina l'impero; ha impedito con Pobédonostesf ad Alessandro III di concedere la costituzione ideata da Alessandro II, comanda ai ministeri, destituisce i ministri. Di tutti gli slavofili egli è il solo che sappia nettamente cosa vuole, e che cosa non sappiano volere gli avversari.

Ma Olga, che quella lotta fra Loris e il principe non interessava abbastanza, consultò l'orologio; Matrona non doveva tardar molto a salire per chiedere gli ordini dell'indomani. Se avesse suonato indarno all'uscio potrebbe concepire sospetti. Loris lo comunicò al principe; era tempo d'andarsene.

I saluti si scambiarono nell'appartamento di Loris.

Allora un'emozione s'impadronì nuovamente di loro; forse non si vedrebbero più, giacchè il più piccolo incidente poteva determinare la sorpresa dei tre cospiratori decisi a morire piuttosto che arrendersi. Il principe si sentì ancora più vecchio fra quel gruppo giovanile già sacro alla morte. La sua passione rivoluzionaria, accesa da un odio di marito ingannato, diventava volgare davanti al fanatico sacrifizio di loro, che s'immolavano all'avvenire del popolo.

— Addio, principe, disse Loris tendendogli la mano, sebbene si disponesse ad accompagnarlo.

— Perchè mi salutate? Non ci rivedremo quella sera?

— Forse!

Ma la sua voce squillò alteramente. Il principe strinse la mano ad Olga.

— Signorina, le disse colla inimitabile cortesia dei vecchi gentiluomini, indicandole Loris e Lemm: voi sola potete avere il supremo coraggio di non commettere imprudenze.

Olga commossa lo ringraziò con un sorriso; Lemm aspettava presso la porta per aprire, e si sentì rimescolare dal saluto affettuoso del principe. Appena usciti gli altri, il passo di Matrona su per le scale lo costrinse a nascondersi in fondo all'appartamento.

Matrona raccontò sorridendo ad Olga di avere incontrato l'ingegnere, tale credeva fosse Loris, con quell'altro signore, che le era parso oltremodo brutto. La ragazza, alta e grossa come un facchino, parlava ad Olga con tenerezza di bimba, perchè quei pochi giorni erano bastati ad innamorarla della medichessa. Avrebbe voluto passare con lei tutto il giorno se la mamma, costretta a surrogare spesso il marito nel suo ufficio di sentinella, avesse potuto concederlo. Olga invece la riteneva il meno possibile nell'appartamento. Quella sera Matrona era anche più espansiva, ma l'altra la licenziò quasi bruscamente. La ragazza se ne andò triste.

Olga era tornata nella propria camera, credendo Lemm già uscito; invece le comparve improvvisamente davanti.

— Che volete?

Il piccolo ebreo la guardava stranamente, quindi mettendosi a sedere con una famigliarità, che non piacque alla fanciulla, rispose:

— Che cosa debbo volere? Venivo a fare conversazione.

La sua faccia parve rabbonirsi, mentre i suoi occhi seguitavano ad esaminare Olga più intensamente. Anch'ella era triste.

— Pensate al nostro pericolo?

L'altra scosse la testa.

— Sono persuaso che saremo scoperti prima, così Loris ci avrà uccisi inutilmente; e seguitò esponendole con acutezza tutte le impossibilità pratiche di quel disegno da romanzo. Olga ascoltava distrattamente.

Nella camera abbastanza grande le cortine bianche del letto disegnavano un'altra tenda, sotto la quale l'ombra sembrava salire come un vapore da una coperta di seta azzurro-cupa, mentre l'armadio dorato ed istoriato delle sacre iconi si ergeva dappresso, nell'angolo, come un altare.

Due lampade di vetro cilestro vi pendevano innanzi immobili e spente. Nessuna eleganza femminile attenuava la severità fredda di quella camera. Olga vestiva ancora l'abito, col quale era giunta da Pietroburgo; solo due pianelline di bulgaro bronzato, che le lasciavano scoperto tutto il collo del piede, sembravano il principio di un'altra toeletta più comoda ed intima. Ma Olga non aveva mai posseduto abiti da casa o da notte. La sua graziosa testa bionda, abbandonata sulla spalliera della poltrona, aveva in quel momento una delicata espressione di sofferenza.

Lemm le si avvicinò: un tremito gli agitava il corpo piccolo e sgraziato.

— Vengo da voi questa notte? le disse con voce strozzata.

Ella balzò in piedi; si guardarono! Olga era livida, il suo viso sfolgorava.

— Che c'è? chiese Lemm meravigliato a quella trasfigurazione; ma il viso di Olga si scompose nuovamente in una fisonomia così dolorosa, che Lemm ne fu commosso senza poterla comprendere. Che cosa vi ho detto mai? So che non vi sono simpatico, ma non credo di avervi offesa chiedendovi ciò, che tutti i nostri amici vi hanno chiesto tante altre volte.

Gli occhi di Olga si appannarono di lagrime.

— Ma che cosa avete?

Il pianto di Olga l'imbarazzava: si sentiva ridicolo davanti a quel dolore, che capiva di averle dato, e del quale gli sfuggiva la ragione. Conoscendo Olga da due anni, aveva osato quella brutale galanteria senza troppo sperarvi, perchè si era già accorto del suo nuovo capriccio per Loris, ma non aspettandosi mai a tale scena. L'amore libero poteva permettersi tutto, e Olga diventava stupida mostrandosi offesa.

Egli tornò villano.

— Mi direte almeno il perchè?

— Chi vi ha dato il diritto di trattarmi così?

— Allora siete come le borghesi, che si sentono mancar di rispetto, se un uomo propone loro ciò che la natura esige dai sessi. Mi pare che, invece di piangere, potevate dirmi francamente che vi sono antipatico. Ecco la legge dell'amore: non vi piaccio, non parliamone più.

Ma Olga non si rasserenava.

— Per Dio! gridò finalmente l'altro: non vi ho già battuta, e uscì tirandosi dietro l'uscio.

Olga si rimise a piangere con grande dolcezza: le pareva di ritrovare in quel dolore tutte le delicatezze e le pudicizie di un primo amore. Si svestì, si coricò, avvolgendosi in questa nuova melanconia, come in un'altra coltre più fina, e cercando di addormentarvisi; ma quando intese Loris rinchiudersi nella propria camera, scese dal letto e corse alla sua porta, stringendosi entro la camicia nell'ombra. Vi stette qualche minuto in orecchi; poi la baciò, e tornò a letto.

L'indomani, dopo mezzogiorno, Loris tornò colle subbie, era serio. Mandò Olga a chiamare Lemm e si mise subito a provare una subbia nel trapano; aveva pure comprato i piccoli ganci a vite, una lanternina cieca, un cacciavite e una scatolina di mastice per dissimulare il foro del muro.

Lemm entrò accigliato.

— So quello che vuoi dirmi, ho visti i manifesti.

Olga si sentì stringere il cuore.

Il primo concerto colla Nilson sarebbe per l'indomani sera: Loris aveva già comprato un palchetto al secondo ordine. Non discussero.

Loris, mostrando a Lemm la lunga sottilissima subbia nel trapano, disse che bisognava provarla tosto forando il muro e la doccia del balcone: non dubitava della tempra dello strumento, ma temeva, deviando, di non incontrare la doccia sulla convessità della quale il più piccolo scarto avrebbe impedito il foro. Aperse quindi la finestra del balcone per riconfrontare, colla maggiore esattezza, le misure dall'interno e dall'esterno, e fissare il punto giusto; ma quando gli parve di averlo trovato, siccome bisognava forare all'altezza del pavimento, s'accorse che era impossibile manovrare il trapano. La rotazione della sua maniglia urtava nel pavimento.

Loris s'inasprì seco stesso; Lemm invece sembrava sorridere tacitamente come di un primo trionfo delle proprie critiche. Loris svitò la subbia, nascose il trapano nell'ampia tasca interna del pastrano, e se ne andò dicendo ad Olga:

— Siete libera d'uscire; non tornerò che a due ore di notte.

— Cominciamo male, mormorò Lemm con maligna intenzione, appena furono soli. Non ci voleva molto a capire, che un trapano così costrutto non poteva girare a fior di terra.

— Perchè dunque non l'avete osservato subito?

— Vi dispiace che io constati un suo errore? Spingereste molto oltre la devozione, che avete per lui!

— Non sono devota di alcuno, ribattè la fanciulla già diventata rossa: ma dal momento che non v'accorgeste subito di quel difetto, è inutile che ve ne vantiate adesso.

E voltandogli bruscamente le spalle, andò a chiudersi nella propria stanza; Lemm frenò a stento un'ingiuria.

Nella giornata non si videro. Olga la passò con Matrona, dalla quale si faceva insegnare un punto di merletto, parlandole sempre di lavori donneschi con siffatta ignoranza, che la ragazza ne strabiliava. Olga non sapeva nemmeno cucire in bianco. Lemm si lasciò condurre dal proprio soldato in una bettola presso il Giardino Zoologico, ove si ubbriacarono. Il vecchio soldato, che aveva la sbornia sentimentale, si commuoveva sino alle lagrime raccontando gli incidenti della sua lunga vita nell'esercito: aveva percorso due volte il portico verde, secondo la pittoresca espressione del popolo, passando sotto le verghe, prima che Alessandro II le abolisse.

Egli si cavava ancora il berretto, nominando lo Czar ucciso. Lemm si compiacque ad irritarlo scherzando su quello czaricidio.

— Voi siete dentista, batuska, esclamò il soldato agli estremi: mi avete pagato da bere, e vi dico la verità; quando si ha bevuto, la bugia guasta il vino. Ecco, io avrei strappato i denti ai nichilisti, che lo hanno ucciso, come facevo da ragazzo colle biscie. Ci si mette un pezzo di berretto in bocca, la biscia stringe e si tira: tutti i denti rimangono piantati nel berretto. Sì, batuska, bisognava farlo ai nichilisti, che hanno ucciso il nostro padre, Alessandro II.

— Lo faranno quest'altra volta a quelli, che ammazzeranno Alessandro III.

Il vecchio non s'accorse che a Lemm aveva tremato la voce.

Loris non tornò neppure a due ore di notte. Olga inquieta avrebbe voluto uscire per cercarlo, senza saper dove; ogni tanto le passavano nell'anima indefinibili terrori. Che fosse arrestato? Perchè no? Allora la polizia verrebbe in casa ad arrestare anche lei, troverebbe tutto, la melinite, il filo elettrico, la lanterna cieca.... tutto. Tutto sarebbe perduto. Ella ne provava uno scoramento senza misura, sentendovisi nullameno liberata come dal peso di un'immensa responsabilità: tutta quella povera gente non sarebbe più uccisa. Ma Loris!

Non voleva nemmeno pensarci. A quest'ora Lemm doveva essere rientrato: pensò di andargli a chiedere notizie di Loris; poi non l'osò. Quel piccolo ebreo le avrebbe fatto qualche cattivo scherzo, ora che le teneva il broncio. Ma questa paura le passò a poco a poco. Era impossibile che Loris fosse arrestato; aveva troppo ingegno, era troppo forte per smarrirsi in qualunque congiuntura. La sua fede in lui risfavillò d'amore. Loris ammanettato dai gendarmi.... Eh! via, se ne accorgerebbe prima, li eviterebbe, sfuggirebbe loro come sempre. Loris era un uomo superiore, fatale. La sua missione, maggiore di lui stesso, che gli impediva forse di amare come gli altri uomini, era la sua salvaguardia.

E la fanciulla si pentiva già d'aver dubitato un momento della sua potenza.

Dormiva profondamente da molte ore, quando un raggio di luce sugli occhi chiusi la fece destare di soprassalto; gettò un grido. Loris la guardava a capo del letto, tenendo un candeliere nella mano; il suo volto era raggiante.

— L'ho forata.

Allora ella comprese. Loris era rosso come non lo aveva mai veduto; alcune goccie di sudore gli scendevano lentamente sulla fronte, sotto la quale gli occhi verdi brillavano come due smeraldi. La fanciulla, che scotendosi dal sonno si era scoperta una spalla, abbassò gli occhi arrossendo, e si tirò il lenzuolo sul collo: pareva più bianca sul cuscino, cogli occhi gonfi, le labbra più tumide. Tutto l'orgasmo di Loris si sciolse. Ella lo guardava di sottecchi non osando pensare a nulla per non accrescere fra loro quella difficoltà misteriosa, ma nullameno sentendo che le coperte le disegnavano il contorno del seno, e ricordandosi, come di cosa già infinitamente lontana, che egli doveva avergliene veduta allora allora la sommità.

La fiamma della candela, che Loris teneva in mano, tremava vivamente.

— Buona notte, Olga.

Loris uscì a passo lento: ella cacciò subito il capo sotto le lenzuola, perchè non la udisse piangere.

L'indomani fu lunghissimo.

Lemm dopo una notte d'insonnia entrò nel loro appartamento di buon mattino, per vedere se Loris ed Olga fossero alzati. Era vuoto, con quell'aria di albergo senza nessun oggetto personale, che vi rivelasse una intimità. Le finestre socchiuse lasciavano filtrare una luce fredda e bianca. A poco a poco gli tornò la paura; sarebbe per quella notte! Tutte le disperate difficoltà di quell'impresa, nella quale la volontà di Loris l'aveva travolta, gli si alzavano dinanzi come fantasmi beffardi. Chi era Loris? Perchè gli aveva egli ceduto? Che cosa voleva Loris infine? Era tornato in Russia, ricco del danaro rubato al giuoco, coll'ambizione demente di dominare tutto, rivoluzione ed impero.

Adesso dormiva. Lemm, fermo dinanzi alla sua porta, si ripeteva incerto:

— Dorme?

Ma gli dispiaceva di crederlo: anche l'altra dormiva, o almeno stava a letto ripensando a lui, che era andato senza dubbio a visitarla nella notte.

La collera lo riprendeva sordamente, lentamente.

Loris invece dormiva davvero, mentre Olga era già alzata. Lemm, udendola girare per la camera, battè al suo uscio; Olga già vestita venne ad aprirgli.

— Sono le otto, disse Lemm, non sapendo trovare altro.

Olga lasciò sfuggire un'occhiata verso la camera di Loris.

— Non ho sentito nulla al suo uscio, proseguì l'altro; dormirà.

— Dite piano dunque.

— Uscirete oggi?

— Sentirò da lui: se voi uscite, tornate presto; vi potrebbero essere ordini.

— Ordini, ordini, mormorò l'altro con crescente malumore.

Olga rimase sola: non aveva più alcuna idea precisa. Loris le aveva detto che trattandosi di un concerto, potrebbe portare il cappellino e vestire quello stesso abito di casimiro, semplice e abbastanza di buon gusto, col quale era venuta da Pietroburgo: il giorno innanzi ella si era provato il rotolo del filo elettrico sotto le gonnelle, e aveva acconciato la guaina nella fodera del manicotto per nascondervi i pezzi smontati del trapano. Loris non uscì dalla propria camera che a mezzogiorno; aveva l'aspetto animato e gli occhi febbrili. Salutò Olga con maggiore amabilità del solito, e si mise subito, quasi puerilmente, a fare la rivista di tutti gli oggetti necessarî alla mina dentro al cassetto di un canterano. I tubi della melinite, non più lunghi e più grossi di un pacco da cento rubli in argento, gli trassero sulle labbra un sorriso indefinibile.

— Vedete, si volse ad Olga mostrandoglieli: la polvere ha pareggiato nel medio evo il villano al cavaliere; oggi la dinamite pareggia l'individuo alla massa.

Quel giorno andarono a pranzo nel villaggio di Kolomenskon, fuori della barriera di Serpoukof, a sette verste da Mosca; ma non riuscì loro di mangiare. Loris, contro la sua abitudine, bevve abbondantemente ripetendo parecchie volte ad Olga:

— Avete torto di non mangiare: è possibile che il secondo concerto sia rimandato di qualche giorno.

La sera, entrando nel teatro, rimasero vivamente impressionati della scarsezza del pubblico. Nè Olga nè Loris vi erano mai stati. L'immensa sala, bianco e oro, a cinque ordini, col parapetto sporgente dei palchi, così che le signore vi si vedevano intere, parve loro di una magnificenza solenne; v'era qualche cosa d'imperiale nel suo lusso e nella sua vastità, che nè il popolo nè la borghesia avrebbero mai potuto occupare. Il pubblico di quella sera, rado ed aristocratico, che vi girellava colla disinvoltura di una signorile abitudine, fece loro sentire anche più acutamente di esservi stranieri. Olga ne provò un'umiliazione, Loris un'offesa. Nelle serate di gala, quando tutte le loggie, i balconi, i palchi, la platea e il paradiso, rigurgitavano d'invitati scintillanti nelle uniformi gallonate fra la piena degli abiti femminili e lo scintillìo delle gemme e delle armi, lo spettacolo di quella sala doveva essere anche superiore a quello del palcoscenico, qualunque più fastosa opera vi si rappresentasse per quell'assemblea della nobiltà russa, raccolta intorno allo Czar più potente di tutti i re, e più uomo di tutti i pontefici.

Il grande palco imperiale era vuoto, coi candelabri spenti. Nel mezzo, la massiccia corona dorata della poltrona sembrava una piccola cupola; l'altro palco imperiale, di proscenio, Loris dal proprio non poteva vederlo. Olga non si era ancora affacciata al parapetto. Una calma di atonia si era fatta in lei, dopo quel primo sbigottimento, così che Loris dovette dirle di togliersi la pelliccia, e di avanzarsi per non aver l'aria di nascondersi. Allora Olga si sentì sul ventre la pressione del rotolo, che vi teneva nascosto, come se una stretta misteriosa stesse per soffocarla. Loris aveva cacciato nell'angolo più oscuro il manicotto, pieno dei pezzi smontati del trapano, e nell'ombra della portiera si vuotava le tasche: era riuscito a nascondervi dieci tubi di melinite. Lemm doveva arrivare tra poco, quando lo spettacolo sarebbe incominciato, con altri dieci; nell'intermezzo, tornando a casa in due, potrebbero portare il resto.

Loris si mostrava di una grande tranquillità, ma non parlava.

Il teatro si veniva lentamente riempiendo. Molte signore comparivano ai palchi in cappellino e abito da passeggio; parecchi uomini invece portavano la marsina e il piastrone bianco: giù nella orchestra i suonatori accordavano gli istrumenti. D'improvviso le fiammelle del gas raddoppiarono di splendore, e tutto il bianco e l'oro della sala scintillò, mentre le fisonomie e i colori della gente, uscendo come da una penombra, parvero incominciare lo spettacolo.

Lemm entrò; aveva anticipato.

Olga rimase impressionata del suo pallore.

— Se fossi un poliziotto, gli disse Loris, vi avrei già scoperto.

Lemm, che si riabbassava l'alto bavero della pelliccia, dietro al quale aveva cercato di nascondere la faccia, capì di meritare il rimprovero; ma tutto il suo coraggio non aveva potuto impedirgli di tremare passando per l'atrio del teatro. Nel palco si rinfrancò: erano in tre.

I venti tubi della melinite ammucchiati nell'angolo del divano, sul quale Olga sedeva, avrebbero potuto con qualche luccichio bianco attirare l'attenzione di un altro palco; quindi Loris, mettendosi al parapetto, ordinò a Lemm di passarli tutti sotto al divano. Anche il manicotto fu nascosto così. Appena compita questa operazione, rimasero più imbarazzati; non avevano altro da fare. L'orchestra suonava già la sinfonia del Guglielmo Tell, senza che ne avessero ancora afferrata una nota: quella condizione di spettatore, nella sua semplicità, diventava per essi assolutamente impossibile. Lemm rimase in fondo, presso la porta, invisibile nell'ombra: Loris si mise dirimpetto ad Olga volgendo le spalle al palcoscenico, in atto di ascoltare, ma perdendosi collo sguardo dentro al palco vuoto dell'imperatore. Olga cominciava a notare qua e là qualche signora.

— Avete riscontrato la finestra della doccia? chiese Lemm sottovoce.

Loris scosse la testa.

L'altro non osò proseguire. Come farebbero a trovarla nel buio? Questa difficoltà gli si ingigantì nel pensiero. E se non vi riuscissero? Se dopo tutto quel rischio l'attentato diventasse così impossibile? Quale ridicolaggine!

Ma la Nilson cantava la romanza di Elsa nel Lohengrin «Aurette a cui affido» e la sua voce pura come la musica di quelle parole, saliva da tutto il candore di quella sala, come un'altra luce bianca, in mezzo ad un silenzio così intenso, che nessun'altro della natura poteva somigliargli.

Lemm, poco sensibile alle impressioni artistiche, ascoltava; Olga aveva abbassato ancora più la testa, quasi quella confidenza d'amore, esalata nella notte verso le stelle da un cuore di vergine, la curvasse sotto i ricordi di altri amori, ai quali le stelle non avevano potuto sorridere.

Quando il pubblico sul finire della romanza proruppe in un grande applauso, Loris uscì dal palchetto. Olga e Lemm si guardarono istintivamente sotto la stretta di una medesima paura; dacchè erano entrati davvero in azione, tutto il loro coraggio stava in lui. Perchè Loris era uscito? Involontariamente, non sapendo indovinarlo, pensavano a qualche nuovo pericolo, che li sorprendesse, mentre egli non c'era.

La musica proseguiva passando ai loro orecchi come un indistinto rumore di acque o di fronde, in quella luce di meriggio, fra la sensazione di quel bianco, che evocava al loro pensiero un'altra bianchezza di neve; quando un'altra notte dovrebbero, con rischio anche maggiore, stendere per la piazza del teatro in mezzo ai passanti e sotto l'occhio vigile delle guardie il filo di comunicazione fino alla loro casa, e la neve seguiterebbe a cadere fitta e silenziosa. Il teatro bianco dormirebbe allora tranquillo nel buio sotto la neve, che s'indurirebbe sopra i suoi tetti, intorno alle sue mura, sino a quella sera di gala, che tutta la corte e l'aristocrazia moscovita v'entrerebbero fiammeggianti d'oro e di decorazioni. Essi, invisibili nel fondo del loro doppio appartamento, aspetterebbero il segnale del principe per gettare in aria quel teatro bianco nella notte illuminata da tutti i fanali della piazza, e farne una rovina inimmaginabile sopra quella folla di felici. Era un'immaginazione disordinata ed atroce, che dava loro le vertigini, costringendoli tratto tratto ad incantarsi in qualche particolare del teatro, colla fissazione al tempo stesso torbida ed intensa dei maniaci.

Olga notò al primo ordine una signora vestita di un abito giallo, bellissima. Vi sarebbe quella sera?

Olga lo pensava, quasi senza emozione, ammirando quella sua bellezza di donna destinata al piacere di uomini, che ignoravano ancora di quale odio potessero essere capaci gli addolorati da secoli. Nullameno essere così bella era una gloria incontendibile, che doveva bastare all'appagamento della coscienza. Se ella fosse stata così bella, Loris l'avrebbe già amata. Che importava tutto il resto? Che importa morire, quando si è avuto tutto dall'amore! Quella ammirazione le si fece così viva che dovette parlarne a Lemm; questi si allungò nell'ombra del proprio angolo per vedere la signora.

— Credete che farà molte difficoltà prima di concedersi? le rispose con una allusione ironica alla loro scena.

Allora parlarono. L'orchestra suonava un tempo della Sacontala di Goldmark. Lemm non osava affacciarsi al parapetto, anche perchè non doveva essere conosciuta la sua intimità con Loris ed Olga: questa vi si era appoggiata e guardava giù nella platea, quando Loris tornò.

— La finestra va benissimo: usciamo, disse a Lemm.

Si rimise la pelliccia.

— Mi seguirai a distanza.

La prima parte del concerto era finita: la platea applaudì vivamente, mentre la Nilson sfavillante nell'abito bianco, con un ramoscello di brillanti nei capelli, si presentava alla ribalta, e indietreggiava sorridendo fra gli applausi. Tutta la gente si torse sulle poltrone chiaccherando.

Olga si ritrasse nell'ombra quasi respinta da quella intimità di conversazione.

Ma invece di ripensare all'eccidio del teatro si ricordò molte circostanze della propria vita, un pericolo corso da bimba cadendo nella vasca di un giardino, una sfuriata di busse ricevute dalla mamma per aver rotto dispettosamente un abitino che non le piaceva, la prima penosa impressione all'università, l'angoscia suprema dopo la laurea, quando, rientrando in casa, la mamma le aveva rinfacciato le necessità della loro posizione sociale. Bisognava vivere della professione, cercarsi una clientela, subire la concorrenza schiacciante degli altri medici, la sfiducia del popolo, il disprezzo dei signori, l'ironia delle altre donne educate femminilmente, e che nella sicurezza del proprio istinto comprendevano come quello non fosse mestiere da donna, giacchè una donna vi perdeva colla grazia di ogni ignoranza pudica la seduzione irresistibile del proprio sesso. Valeva meglio fare la sarta: era una professione d'eleganza femminile. La donna non può essere infermiera che per amor di Dio o per amore dell'uomo, ma per amore del danaro mai. E Olga, in quel teatro pieno di signorine, si sentiva ridicola; il primo di quei signori, che andavano pei palchi visitando le dame, l'avrebbe imbarazzata malgrado tutta la sua scienza d'università.

Allora la rivolta tornava a bollire nel suo cuore. Tutta quella gente allevata nel piacere erano i nemici dei lavoratori, giacchè non faceva nessuna delle cose più necessarie alla vita; che importava dunque la loro presenza nel mondo? Loris, più bello e più elegante di loro, li odiava. Olga non aveva ancora visto in quella sala chi lo pareggiasse: ma Loris non amava. Il pallore della sua faccia era freddo come quel bianco marmoreo della sala, mentre la sua parola aveva la luce abbacinante di tutti quei lampadari dorati, che incendiavano l'aria. Olga cominciava ad aver caldo, il volto le si colorava.

Un'idea la fece trasalire. Se la polizia insospettita di lei, sola, così seminascosta nell'ombra del palchetto, fosse entrata per arrestarla, ora che Loris era fuori al sicuro? Loris salvo, ella sarebbe morta per lui, terribilmente bella nella gloria di quell'attentato non riuscito, e nel silenzio sui propri complici, su lui, che la vendicherebbe. Si mise in quest'idea, l'ingrandì, la sminuzzò nei più inverosimili particolari, palpitandovi come dentro una scena vera. Nel teatro grande il chiaccherìo della gente s'intendeva appena; il caldo aumentava.

Erano le nove; alle dieci e mezzo tutto sarebbe finito, ella sarebbe sola nel buio con lui.

Loris e Lemm rientrarono recando il resto. Ella tornò subito al parapetto, come per nasconderli col proprio corpo, mentre rapidamente celavano tutto nel medesimo angolo sotto il divano. Poi Loris la chiamò:

— Saluta Lemm.

Questi non si era tratta la pelliccia; tremava visibilmente. Olga indietreggiò sul divano: non potevano parlare, ma Olga, restando nel pericolo maggiore, si mostrò più coraggiosa.

— Arrivederci, disse semplicemente.

— Ricordatevi le mie istruzioni, ripetè Loris, e d'un gesto lo spinse fuori del palchetto.

Allora sedendosi vicino ad Olga le spiegò come intendeva deludere la sorveglianza dell'inserviente, che rimaneva nel corridoio a ritirare le chiavi dei palchetti. Sul finire del concerto, al momento della massima attenzione, si nasconderebbe nel contropalco, tirandosi contro l'uscio: l'inserviente trovando il palchetto vuoto dopo lo spettacolo lo chiuderebbe a chiave. Quando il teatro fosse deserto, lascierebbero il nascondiglio e riaprirebbero la serratura del palchetto: Loris le mostrò, nella tasca della pelliccia, un grimaldello e la lanterna cieca. Bastava spiare il momento più opportuno; Loris lasciava socchiusa la porta appositamente.

Allora per entrambi cominciò la grande attesa: i loro cuori battevano così forte che l'uno sentiva quello dell'altro. Olga si rimise la pelliccia, Loris non se l'era cavata; ascoltavano il concerto senza comprenderlo, per indovinare quanto durerebbe ancora, dimenticando di averne il programma su cartoncino azzurro. Tutto quel bianco, quasi vaporante nella luce del gas, si confondeva ai loro sguardi in una sensazione intensa di calore; mentre sulle fiammelle dei becchi l'aria si muoveva con un moto regolare di respirazione, e gli spettatori si mantenevano immobili in una attenzione d'incantesimo. Loris, colla mano sulla maniglia della porta, sbirciava nel corridoio.

— Tenetevi pronta.

Rapidamente aveva estratto dall'uscio del palchetto le due chiavi unite da un anello, e aveva aperto la porta del contropalco. Per fortuna nel lato interno di questa un gancio di ferro piantatovi per sostenere gli abiti, avrebbe permesso di tenerla chiusa durante l'uscita della gente. Loris tornò nel palco, rimettendo le chiavi a posto. Nessuno aveva visto. Scrutò ancora nel corridoio; il pezzo, un gran pieno d'orchestra, stava per finire.

— Siete pronta?

Tese l'orecchio, guardò;

— Via! le gridò sottovoce.

Olga si cacciò nel contropalco; egli la seguì.

Erano al buio; la loro prima sensazione fu di sollievo. Nello stanzino angusto, stendendo un braccio, si toccava il muro. Non si udiva più la musica che tratto tratto, come un susurro. Cominciarono ad attendere, ma i minuti non passavano più; quell'ombra sembrava loro così densa, che ne sentivano l'impressione sugli occhi, mentre per una invincibile illusione i loro piedi si abbassavano sempre come dentro un pozzo. Passò del tempo. I loro sensi sovreccitati acquistavano una finezza incredibile. Adesso udivano battere i loro due orologi così distintamente da temere per un istante, che si potesse intenderli anche nel corridoio. In quel lungo attendere non v'era più modo di pensare a qualche cosa, magari ad un espediente supremo, nel caso di essere scoperti; poi quello stare ritti, stecchiti, rattenendo il respiro, dava loro un'improvvisa dolorosa stanchezza.