LE NOTTI.
Una notte, a Cogne, bianca come le nevi delle montagne mirate il giorno innanzi.
Fra le strette pareti di legno eco di torrenti.
Profetica notte.
Anni da venire, misteriosi, con movenze libere, con intensi riposi. Prossimi o lontanissimi da venire, però miei. Non il desiderio li suscitava, ma, stranamente, quel vuoto insonne, quella lenta attesa d'alba quali fantasmi chiedenti d'incidersi nella memoria. Le cime di ghiaccio mirate nel sole, e il cammino per giungervi, abeti e larici, larici ed abeti, poi erbe e brevi cerchi d'acqua azzurra, azzurri occhi, e il mio pianto, nuovo, vena d'alpe, riasciutto indi lassù, dove Prometeo, spezzate le catene, fermo restava, placato ma non saziato — tutto questo, concretezza lucente, aveva preceduto. Bianca e profetica ora la notte.
Anni da venire. Segnati inverosimilmente da ritornelli di risa, risa schiette come certe galoppate di carminio traverso la nuvolaglia nei cieli marini, improvvise. Tanti paesi, tanti volti. Di bimbi, di vecchi, di amanti, di stanchi. E viole innumerevoli ai miei piedi, per quando nessuno mi vedrà, per me. «Sarai perfetta ogni volta che vorrai esserlo per te sola». Anima che Eraclito chiamava umida! Chi le darà dunque il tono che la morte le ha ricusato? La solitudine con tutti i suoi fragranti capelli?
Ah dolce, dolce levarsi, muovere incontro al tripudio dei prati di smalto, dolce su la fronte la fascia raggiante del mattino, in alto!
Ah forte, forte l'andar della Dora, verde schiumante tra ripe di rocce! E in alto il suo lago, il bel Combal, per un poco ne arresta il vergine tumulto e con cheto mistero l'assorbe, le insegna il sapore profondo della terra.
Ah puro, puro nella sera l'erto altare di ghiaccio, e le sette stelle in alto!
Puro d'odio il mio cuore.
E, senza più veli, l'idea dell'umano dolore.
Credetti, come già dinanzi al torso di Psiche, di poter contemplarla immota. Nell'attimo stesso mi raggrappai alla vita, e nell'attimo di poi l'idea dileguava in cielo, io riprendevo a battere contro l'opaca realtà, a tentare di trasformarla violentando col mio amore i segreti divini.
Parlo di me come d'una senza nome nè terra.
Non ho memoria di me, ne ho la visione.
Valgo se vi sollevo come fossi un atto silenzioso, una silenziosa ora densa che trabocca carezze spasimose, e la stretta vi lascia stupore e forza, gli spazi s'incupiscono scintillano, tacita alata la persuasione li corre.
Ridisceso il corso della verde fiumana, cui giacevano a lato tanti tronchi di betulle come nudi di ninfe snelle, parve giù al piano ch'io venissi dall'aver toccato in sogno qualche cattivo regno pagano.
Le nubi rimarono tra loro, serrate.
Sul mio volto il colore perdette lume.
Quanta libidine di bruttura, ebete libidine, giù fra la gente nel piano! Non sanno imaginare raggi, non sanno intendere le realtà altere, le vaste sincere innocenze, pestano pestano il suolo, sentono unicamente quella poca polvere cui interi aderiscono.
Qualcosa di definitivo accadde, se ben sordamente.
Il mondo da cui già un tempo m'ero staccata e che poi m'aveva, con obliqui lenti modi, ritessuto intorno le sue parvenze protettrici, ora d'improvviso mormorava vedendomi novamente transfuga, mormorava e s'indignava.
Ma questa volta il patto di libertà era senza remissione. Non sarei mai più rientrata nel buffo arabesco della società — (la società che all'ombra d'un suo crocifisso vuole in perpetuo che tu mentisca e ti lascia finanche morire se non rubi o non vendi.... Quale mio antenato ebbe le unghie ladre, sì che me ne vennero quei quattro danari onde m'aiutai sino a ieri? Oggi, poichè mai non cederò a far mercato del mio bacio e nei duri impieghi della mano più non reggo, dovrò trarre il pane da ciò che è forse più gelosa cosa ancora che il dono fisico, da queste mie parole, grumi di pietà....).
Se il giudizio del mondo più non ti attinge, anima, che cos'è quest'anelito ancora d'intendere d'intendere e questa speranza pur sempre d'imbatterti in autorità che tu possa venerare?
Vuoi continuare a credere negli individui, e sì, esistono, ma pur i migliori, i raffinati i sapienti, non sono che guasti frammenti della volta celestiale. Non ti stancherai mai? Dovrai anche credere al paradosso, a volontà mascherate, a compiacenze maliziose e tortuose, ad espressioni bastarde. Perchè sei nata bene, perchè da piccola sei cresciuta in un giardino, anima, e nelle notti inconsapevoli qualche usignuolo certo t'accompagnava il respiro, può darsi che la tua perfezione non possa ora compiersi se non conosci se non ammetti gli a te opposti destini, le creature che procedono dall'incerto, radici che seppero la sete, e dunque tu ancora umìliati, così vicini sono umiltà ed orgoglio, così Iddio gioca. Finito il tempo di confessarti. Devi ascoltare le confessioni altrui, e senza stramazzare. L'uomo, stupefacente giustificatore, vuol essere assolto mille volte per una volta ch'abbia assolto te. Non può sopportare il femineo viso bagnato di lagrime nè il profondo sguardo, e la storia del tuo dolore egli mai accoglierà come un dono, sempre in petto, quando non con aspra voce, ti rimprovererà d'aver gravato su l'anima sua con tutta te, ma ben chiede le tue pupille aperte su le mille pieghe che gli fanno in un sol giorno infinite maschere, su i modi innumerevoli del suo affanno, su quel sordido gorgo della vita fisica nel mezzo del fiume della sua spiritualità, su quella sua carne ch'egli detesta, sana o piagata e detestando ne aumenta l'acre dominio. Guarda, ammetti, cammina. Più tardi, questi anni ti parranno istanti. Pieni di significato. Ci fu un mattino di maggio, fervorose eran le vie della città, e due, andando senza toccarsi e fissando il suolo, si parlavano. Da quale delirante somma di parole non dette, e di parole vane od esitanti od oscure, giungeva quell'ora? Una campana suonava a distesa: «Chi vuole la verità non vuole la vita». Ma un dei due, la donna, vedeva più lungi. Magnifico il dettame virile, loico e stoico. O come dunque fervono tuttora intorno le vie terrestri? Negli occhi di Sibilla non può essere cinismo. Voler il miracolo, ecco la virtù perenne. Non morire, di là d'ogni conoscenza. Offrirsi, offrire la tentazione e il perdono, l'ombra che le belle membra fanno allo spirito e volta a volta sparire, senza morire. Nessuno sospetta. Costei non stramazza mai. Un giovine una notte le riscalderà col fiato i poveri piedi agghiacciati, col fiato commisto al pianto, ed ella troverà compensato da quell'unico gesto di bontà il lungo incredibile tempo trascorso accanto al giovine stesso, da tutti ritenuto suo amante, che non l'ha mai posseduta, che un misterioso tremore ha arrestato nel desiderio, tremore, malore fosco, lungo incredibile tempo di tortura, piedi che han seguito l'infelice nel suo passo oscillante, in un ugual ritmo di violenza e di disperazione, sui lastrici dove sorgevano bieche ossessioni, attrazioni deformi, imagini di brancicamenti sessuali, curve linee oscene. Non fermarti a dire. C'erano anche allora nei vesperi tante ali a sollevare il cielo. Purezza, linee caste della fronte in questa donna, molto più tardi, da un altro con perdizione adorato e pianto, saranno considerate furentemente: «Aspetto vergineo, inganno, perchè?». Maggior clemenza le verrà da sguardi di prostitute, in selve umane lontane, che saluteranno taciturni in lei il sorriso di mestizia e di grazia di sua madre giovine: dove sua madre non avrebbe mai osato penetrare: in selve ipnotiche; tra danze e sgargiar di lampade e di specchi, tra fumo e orli spumanti di tazze, la fisseranno occhi rossi di cocainomani: «Aspetto vergineo, di là di tanta stanchezza: forma d'alba, quale apparirà oltre i vetri fra poco: non le chiederemo che va cercando, come non lo chiederemo al chiarore rosato, tra poco». Il pullular della vita sarà ovunque un alfabeto segreto, dove persone e dove alberi, dove anche arena soltanto con traccia di onde. E i bimbi in braccio alla nutrice avranno sempre anche loro negli acini chiari tra le palpebre parole indecifrabili, mansuete e gravi come la luce stessa. Sibilla? Ella si sente senza nome nè terra. Nessuno sospetta, ma tutti son turbati. L'uomo, gli uomini, vorrebbero da lei il disprezzo dopo che le han parlato, dopo ch'ella ha saputo ascoltarli. La sua compassione li esaspera, che li identifica e li amalgama, venuti così di lontano, l'asceta come il guerriero, il giocatore come il costruttore. Fuggono, quasi inseguendo frenetici il proprio individuo. A taluni avviene di rifugiarsi in un bordello. Quando ti si dice, donna, di superare la tua natura e tu brava rispondi sì, ti si chiede, tra infiniti assurdi, anche questo, ammirare come i maschi sensi abbiano ordinato tali disumanate case nel mondo. Tu repugni, creatura amante, senti come un male sacro in tutte le membra, vorresti essere una cosa da nulla, che ti si schiacciasse più presto, e il fiato della notte invece non cessa di premerti, grande. Esseri da nulla, passivi oggetti, sono pur stati tanti corpi più o meno simili al tuo, seni e fianchi, fra le mani stesse che ti tengono. Ti sembra avvenga una trasmissione mostruosa, nelle vene in febbre ti pesa tanto sangue non tuo. E ancora l'uomo vorrebbe che tu lo disprezzassi ma non che soffrissi. Egli ti giura che non ne è degno, e qui parla per tutta la specie, sommesso e torvo. Allora — anche il tuo spirito è fatto drammaticamente per contraddirsi — vedi riemergere i lineamenti particolari di colui che nell'istante t'ama: e la sua povera storia, e la povera storia del vostro amore: tutto ciò che in sua umiltà lo separerà pur sempre in te da ogni altro, il colore, il tono dell'essenza sua accanto a te o di te vivendo: quale lo scorgesti per sempre la prima volta, quale egli stesso si ignorava, nato per ristante vostro....
Dicono i grandi viandanti di riconoscere paesi a guardarne il cielo.
E quando d'improvviso tu ritrovi per le strade della vita gli uomini che il tuo tragico istinto un tempo elesse, le rimembranze son solo d'alto, disegni di nubi o di cirri, velari turchini intensi o pallidi, che s'impressero nella tua retina come in nessun'altra — e questa è la tua gloria.
Donna di fede.
Più d'uno fu verso te — e verso sè? — spietato. Ti disse: «Va' con le tue gambe, cammina, tu sai andar sola, va'». Più d'uno che aveva avuto sorrisi incantati al tocco della tua voce, e la gioia era stata bella nei vostri sguardi, la sola cosa che ancor esistesse di là dal nodo unico di fuoco.
«Parti. Lavora».
Il viatico, sì. Quello che non si dà alle altre. Il saluto.
Vi fu chi ti coperse la fronte, su la fronte ti trasse le ciocche dei capelli, mormorando: «È troppo vasta».
Ma tu stessa un inverno in una città di nebbia nera — il freddo bussando metteva intorno ai tuoi occhi ombre mai ancor viste — non ti sgomentasti dinanzi allo specchio? La vita che non avevi temuto trasformava il tuo viso, ch'era stato di rosa, in pietra e vi lasciava da grande artefice un brivido d'eternità.
Gridasti verso chi peccava di paura. Col petto che ti doleva gridasti che non eri tu la tradita, ma che tradito era l'amore. Sapevi la silenziosa ed impotente realtà di chi fuggiva quel tuo aspetto di volontà e di luce e quel tuo insostenibile sguardo. L'uno tornava alle femmine che con rosse labbra dicono motti turpi — non ti mostrò scritte le parole di una, e ti parve d'assistere costretta? e pure vi circondavano statue, crete abbozzate dal suo pollice, un'atmosfera di travaglio, l'ansia della materia volta a vita. — Un altro si richiudeva in un suo dileggio astioso.
Doni ch'io non ebbi, sagacia, astuzia, abilità! Virtù sottili che mi mancate! Talora giungo sino a desiderarvi, a scrutare se mai vi veda inerti nella mia sostanza, se mai con la forza stessa delle mie passioni che non voglion rassegnarsi io vi possa suscitare al loro soccorso, per la loro vittoria. Ingenuità suprema, o mia anima esule da non sai quali più ariosi lidi, anima che hai ali ma non armi, o destinata a librarti sopra le tue sconfitte!
Nessuno ha mai sacrificato nulla per me.
Piccola che si chiamava Rina. Come se io avessi ancora il suo volto e il suo puro presentimento d'adolescente, libera è la mia vita dal peso d'un qualunque bene che sia costato ad altrui una rinuncia, vera o fallace. Nè una sposa nè un'adultera amante, nè un vizio nè una teoria. E nessuno s'è ucciso od ha ucciso per me, neanche se sentiva nel suo cuore che un delitto così compiuto sarebbe stato forse santificato.
Forse. A chi mi chiedeva, acre e misero, se dunque volevo il suo sangue, «forse» fu la risposta.
Selvaggia?
In lucido rapimento vivo, come scrivo.
E se la tua tempra, uomo, è affine alla mia per gentilezza o per generosa follia, ma logora mentr'io sfido ogni usura, non vuoi che mi avventi feroce contro quella tua lamentosa parola? Tu ripeti: «Troppo tardi». Snodo le mie trecce e con esse sferzo la chimera perpetua. Ti s'aprirono mai intere le vene, ti si rinnovarono veramente mai? Tu ti sei sfinito in esperienze mediocri, con spiccioli d'anime, rinunciando all'assoluto del fervore e della fede. Ti si uncinò nel petto un torbido peso, la condanna che subisci e vorresti farmi subire. Non t'attesto nulla, così stravolta e terribile? Vedo dèmoni, laddove dovrebbe agire Iddio: e mi ribello, oh lampeggiante disperazione! poi la mia voce ti grida: «muoio per amore». Puoi negare tu ch'io agonizzi, anche se sai e livido dici ch'altre volte per altri già credetti morire? Altre volte, è vero, è vero. Come ora mi davo tutta, fino al respiro estremo. Forse per ciò solo ho potuto sempre rinascere. Offrivo alla creatura in olocausto il mio bramoso dolorante intelletto, offrivo il mio spasimo di creazione, questo che s'alza perennemente nuovo nel tempo come il salmo del credente.
Io servo la vita con la mia agonia più di te che sogguardi rabbrividendo.
Più cara d'ogni altra alla vita la parola che le solleva contro implacato l'amore.
Implacato se anche ogni volta io risorga.
Con le mani giunte, stesa a terra, sempre mi trova l'ora, imprevedibile improvvisa, che mi sento alleggerire di tutta la mia volontà e anche di tutta la mia speranza, l'ora che le mie labbra in un soffio pronunziano: «così sia». Con le mani giunte, o forze segrete dell'universo, avendo fatto tutto quanto era in mio potere ed oltre.
Vengo soccorsa allora da cose che par rivaleggino con quel mio stato di lievità, con quel mio respiro che appena s'ode: dalle più tenui, petali, aromi, ombre di voli. Per mezzo talora di genti rozze ed ignare; che m'hanno porta una tazza infusa di fior di tiglio in un villaggio della Provenza; una brocca d'acqua per tuffarvi il viso, nella quale macerarono la notte stellata di Pentecoste a Capo di Sorrento foglie di rose; un rametto di violacciocche in riva ad un lago lombardo; di gente che mi vede giungere romita e ripartire assorta, mi fa intorno per istinto il silenzio, ed il gesto delle rudi mani piegate a gentilezza opera inconsapevole il miracolo nell'istante esatto oltre il quale più non reggerei.
Riprendo stupita il mio passo, d'ogni mio tempo, rapido agile saldo. Qualcuno per via mi dice: «cent'anni cent'anni di vita felice!». Perchè questa mia grazia che si fa più e più sicura, questa trasparenza dell'anima appena io l'alzo sopra la crudezza della sorte? Un vecchio contadino m'ha fermata un giorno nel mezzo d'una strada alberata: «Non avete figli? Vuol dire che il seme era cattivo» e ha scosso il capo, grave, con rammarico religioso.
Sì, forse avrei potuto divenire la donna forte dell'antico Testamento.
Invece cammino nel mondo cercando l'espressione d'un fantasma o ripetendo sommessa a me stessa il motivo felice di qualche mia pagina d'angoscia.
Se m'incontrassi, piangerei, forse.
Lontana è la pietra coperta di musco e di polline di pino, nella foresta dall'ombra bionda dove, stendendomi una volta, sentii comandare repentinamente da me a me: «Fermati, ferma un minuto, un minuto basta per attestar che hai vissuto». Lontani i tanti rifugi che mi cercai. Li credevo rifugi, isole, vigne del Signore in mezzo al mare, e la vita con me vi penetrava. Con me la mia necessità, con me la mia legge. Umili, come umiltà è negli orizzonti che sconfinano tacitamente, umili ma inalienabili. Vi penetravano idee ed imaginazioni, e realtà da ingrandire o da scrollare. Ovunque era un poco d'argilla per le mie prensili dita. E ogni spazio si riempiva del mio ansito. «Tutta l'aria intorno a noi — mi si disse — la respira la tua bocca». Provavano a crearsi, certo si creavano, in quelle volontarie distanze da ogni popolata spiaggia, cerchi d'intendimento, gorghi d'armonia. Ma l'animazione della mia volontà non bastava a perpetuarli. Lontani sono quei luoghi che a chi mi mirava parvero fuor del mondo, folti di lumi sotto larghi di stelle....
Deserte roseoazzurre le sere scendono su la mia libertà.
Passano vele, allegorie, passano canzoni. Le rupi dentate lambono il cielo e lo fanno più chiaro.
«Sera, sera dolce e mia!».
Quegli che lontano sospirò di me così dopo avermi respinta, stava dinanzi al suo mare come uno squallido verso dell'Ecclesiaste, stava con occhi che or non vedono più, i più febbrili e cupi che m'abbiano fissata, occhi per il getto totale della vita mia....
Per lui, che il giorno primo che ci parlammo m'afferrò, mi singhiozzò l'anima sua, si torse sotto il cielo come una fiamma supplicandomi di strapparlo alla donna che da tanto l'inviliva, io diedi ben addio a qualcosa che sarebbe stata quasi la felicità, la ridiedi a Dio. Un fanciullo m'amava, migrante arcangelo, in vertigine di luce spada bella, e lo vidi colpito piegarsi, accettar la sorte, accettar di sparire. Per l'uomo malato e legato, per l'incanto di quel suo sguardo avido d'illudersi, d'affiorare a rive verdi, nulla con più tremanti adoranti mani potevo svellere ad olocausto, nulla di più mio e puro. I baci del fanciullo avevano inseguito brividi: vento, sole, notturni silenzi: avevan fatto convergere gioia e canto nel mio petto. Intorno erano mirti fra dure lave. Pronta scontai la superbia di tanta rinuncia. Un'unica ora il mondo parve trasfigurarsi per la tetra anima virile, poi che gli dissi ch'ero sua: sconfinati al pensiero s'apersero i mari e dorati; fummo una sola certezza, una sola prodigiosa attesa. E qualcuno bussò. (Ecco, mentre rievoco guardo sur un'acqua ferma lo svolìo d'uno stormo di rondini, è perlaceo, ma mutando d'un colpo la rotta si confonde con la ferrigna superficie). Qualcuno nella notte rivoleva il proprio bottino. Nella perduta stanza di locanda dove fui lasciata sola, convulse grida giunsero di creatura, di donna: sorella mia? A grado a grado s'acquietarono.
Le sere scendono su la mia libertà.
Io violava con il mio amore il dolore dell'uomo. Io aggiungeva al suo dio il mio.
Quando, attraverso gli evi, l'uomo ha detto d'agognare all'eterno femminino, auto-inganno è stato. Il maggiore ed il più bello di quanti gli si sian formati nella coscienza. Che può far egli d'una integrante forza creativa, egli già così gravato e tormentato? Noli me tangere. Un solo si volse realmente per ascoltare e per conoscere, e Diotima gli rispose. Era giovine allora Socrate? V'ha un punto, il momento della esistenza intatta, che unico rende il maschio capace d'accogliermi come spirito. L'iniziato adora tutta la sofferenza che m'ha fatta ricca, può adorarla così tessuta nella dolcezza della mia carne e nella dignità della mia mente, io gli esalto la pienezza della vita, la sapienza ultima della vita ed egli sente che m'appartengo, il mio dono e il suo forse ci trascendono....
Spazi ineffabili!
Addietro restano tutte le cose che si riprodurranno, le dure cose, le appassionate, le urlanti.
Tornerò ad esse, irresistibilmente tornerò, e ad esse moverà incontro con dolente fierezza il vergine fino a ieri, dalla voce di cristallo, che non mi tratterrà.
Disgiunti, spiriti reduci per sempre entrambi.
Più che mai i tristi uomini compiuti diranno alla mia apparizione: «Troppo tardi». Diranno: «T'abbiamo troppo attesa. Or ci vendicheremo su te per tutto ciò che non ricevemmo dalle altre». Anche soggiungeranno, come stanca elemosina: «Dovevi nascer maschio, saresti stata o un santo o un castigo d'Iddio....».
Ed ecco dorsi di monti brulli, ampie linee semplici, valichi e valichi, stagioni che indugiano e stagioni precoci. Ecco pianeggianti giardini, fontane, magnolie in fiore, e anche grigi sogni di pietra, castelli grigi tra rami spogli stillanti di pioggia contro il sole come portentose ragnatele. Ecco fiumi su cui navigano insensibilmente grandi ninfee di ghiaccio. E strade, strade, strade.
Fatiche e tedio nelle rughe del mondo, e immensa grottesca stoltizia.
Poter sanarle, suscitarvi espressioni gagliarde, generosità e pensiero!
È tale l'impetuosa fantasia ch'io sospetto quasi sian suoi frutti quei beni che vedo di quando in quando alzarsi come vapori o stendersi come campi di lino azzurro, suoi frutti, invenzioni del desiderio, quegli atti e quegli affetti che inattesi e delicati mi si palesano, sorridenti di fresca arguzia o soffusi d'alta intuizione, amicizie, austere fraternità, rapporti pieni di timidezza e d'abbandono e altri in cui son regina, in cui impongo sensi di grandezza, oh semplicemente perchè sono umana, e raccolgo meraviglie di devozione, pianti d'anime veraci, baci sulla mia mano taciti veloci, parole brevi di accordo, beni, beni!
Come fossero discesi dal genio, dall'antico coro tragico o da un canto leopardiano. Come fossero dolci arcate di chiostri tra i massicci delle città. Quella marea urbana che talora mi parve affiorare colla mia spoglia sola e col vaneggiante mio ansito di morte si dissolve. L'onda è in me, nella sensibilità che tutto attinge, ch'io quasi una millenaria ho affinata per ogni verità della creazione, per i doni come per le offese. Signore.
«Signore, fammi diventare grande e brava» pregavo da bimba.
Vengono i profondi compensi, le stellate ghirlande, a me fuggitiva, a me per le selvagge vie.
In primeve forme, nitide, per me sola suscitate.
Gioie per sempre.
Vengono come le rinascenze dopo i più sparuti e bruti cicli.
Assolta, riconsacrata, la semplicità eroica dell'essere femineo, senza nome nè età, va libera ardita ridente.
Squillanti incontri di bei volti maschi, ferma bellezza di fisionomie imprevedute, sussulto segreto all'istantaneo avvertimento del desiderio virile, sussulto così simile al brivido mortale della voluttà, istinto di fuga, ansito d'esser rincorsa, stupita violenza di magìa, uomo e donna, piante di foresta a un sol vento sorprese e squassate.
Torsi d'atleti armoniosi, vive forme sante come immortali bronzi.
Intende taluno che accarezzo — per un'ora, per mille, per un innumerato tempo quale nei sogni — intende ch'io reco in quell'atto lo stesso illuminato cuore delle mie più solitarie contemplazioni? Vi sono spiagge dove nessuno prima di me s'è soffermato ad alzare un suo inno: e c'è questo corpo perfetto d'Adamo il cui valore me soltanto veramente conquide, con la sua sicura rispondenza all'anima che vi abita, nell'opera nel sonno nell'attesa, questo ricco corpo così forte così fervido così caldo, fascio d'erba odorosa, architettura di nobiltà essenziale, Adamo, Adamo, bacio solare.
Tutta io mi sento fiore immersa nella lussuriante natura. Per un'ora, per mille, in un innumerato tempo....
Potenza divina di gaudio sotto il cielo, divino splendore dei motivi di gaudio!
Portentosa bilancia se la memoria è onesta!
Ch'io superbamente lo affermi.
Per tutte le cose orrende che ho veduto e saputo, io che ho pagato per tante donne, io su cui l'uomo s'è vendicato di tante. Per le lividure finanche che il mentecatto lasciò su le mie membra bianche, ch'io guardava bruciante attonita, ed egli sghignazzava stridulo sinistro ed aggiungeva vituperi e sputi. Per le rose che furono calpestate presso l'orlo della mia veste. Io ch'ero la vita e che ho veduto dove l'uomo giunga quando odia la vita.
Portentosa bilancia se la memoria è onesta!
Uscii un giorno da un carcere, dove tra le sbarre un viso sciagurato m'invocava, sovrano viso che mi chiedeva perdono, caro ahi caro viso ritrovato e per sempre riperduto. Più tremenda la mia solitudine mi parve di quella stessa prigione dove si gemeva e dove almeno qualche carceriere assisteva. L'aria lucida, il bel settembre, la gloria candida d'una montagna all'orizzonte, ed io sullo spiazzo, tra il frusciare dei platani, al limitare della cittaduzza ignota, io con nessuno, libera di morire, libera di vivere, nel vento, il vento buono su le ciglia ancora umide. Era l'acquisto di tutta la mia esistenza o il sigillo improvviso? Non in mio potere il rifiutarlo. Dall'invisibile, in un tempo remoto, m'aveva ben detto una voce: «Ricordati d'aver ascoltato la tua legge». Sì. Tremenda intorno al capo la vastità ariosa popolata di parole ch'io sola sento. Pure, così sbalzata fuori d'ogni strada dopo tanta strada percorsa, sbalzata dall'umanità se umanità è legame e soccorso tangibile, il mio sconfinamento ebbe lo sfolgorante aspetto della pace. Ho visto una sola volta, nella piega profonda attorno alla bocca d'una grande morta, qualcosa d'altrettanto ricco e strano. La montagna all'orizzonte fu inondata di rosa, poi ch'era il tramonto; sospeso il vento, il giorno senza avvenire oscillò, solo, per non so quale lunga ora ancora. Alle mie spalle stava la mole della fortezza, il segno di quanto si tenta quaggiù in malvagità e mai realmente si compie. Il fratello condannato si raccoglieva certo in un'irreale soavità, come ancora baciandomi le mani traverso le sbarre. La notte sarebbe scesa su lui racconsolato, s'anche fosse l'ultima della sua espiazione. Ed io seppi quel che non sa il suicida. Il queto annegare delle stelle nelle notti estive può solo darne imagine. Rigano il firmamento, s'avventa dalla terra sulla loro molle scìa il desiderio d'infinite costellazioni di occhi, il desiderio, il voto.... Nulla di più vivente.