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Il passaggio: Romanzo

Chapter 6: IL NOME.
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About This Book

A first-person lyrical exploration of a woman's inner life and transformations, centered on solitude, memory, and the tensions inherited from her parents. The prose alternates contemplative silence and vivid nature imagery—rivers, sea, gulls—to mirror shifting emotions, while reflecting on impulses of tenderness and rebellion, the desire for moral growth, and the creative urge. Fragmented episodes and introspective passages examine how encounters with others shape identity, and the ongoing struggle between belonging and autonomous self-expression.

IL NOME.

L'umiltà m'avvolse.

Profonda come le ombre violette nella valle coronata da nubi d'argento.

Io son nata a mezzo agosto in Piemonte. Ma forse in cielo in quel mio primo mattino stavano sospese grandi fantasime bianche, e nella lontana campagna d'Assisi, dove mia madre era passata da sposa, nella chiara conca di paese dove vorrei morire, forse tutta la soavità della terra si vestiva di viola.

Umiltà, senso di donna, veramente senso materno. Cima dell'essere che si è espresso in tutta la sua potenza e s'è trasceso. Vittoria estatica. Se l'orgoglio fu necessario, ahi! triste, ora è scomparso. Le inquiete ali dell'anima si ripiegano.

«Son vostra» scrissi ad Andrea. «Ma fate di non ingannarvi, amatemi nella verità, qualunque sia».

L'ora estiva sfavillava. Come oggi, a nessuna sorella avrei voluto augurare sorte uguale alla mia, che tuttavia con nessuna avrei voluto cambiare.

Poi una sera, l'una accanto all'altro per la prima volta dopo la confessione, egli mi disse: «Ho sentito stanotte che mia madre, se ci fosse ancora, sarebbe contenta». Mi disse: «Sei bella. Intendi? Sei tutta bella». Mi chiese: «Scriverai a lui di questa giornata?». Al mio reciso, un poco rauco: «No, questo non lo riguarda più», le sue piccole pupille brune sorrisero un attimo crudeli.

Ricorda egli? Nel cavo della sua mano teneva il mio cuore. «Ti custodirò» diceva. «Sento che è per sempre» susurrò un'altra sera. Palpitante e raccolto il mio cuore lo pregava: «Non dire, non dire. Io non so nulla del domani, non voglio sperar nulla. Son tua di là d'ogni attesa. Non promettermi alcuna cosa. Resta libero. Ti amo grande».

Esser per lui un momento di riposo.... Può il genio averne? La terra rotea. Fra miriadi di punti luminosi il mio sguardo d'amante non può trattenerlo che per un attimo. Esser per i suoi vaganti occhi una minuta scintilla, una stellina senza nome, silenziosa.... Quando sono stata accesa? Quali larghe zone iridescenti mi scopre egli intorno?

Estate, stagione colma, e il mio volto di rosa in preghiera, preghiera di grazie.

Panieri di pesche, fragranze e colori, brusio di piccole faccende al mattino per le vie borghesi, stridìo di rondini la sera oltre i rami della piazza. Nella sua stanza fra le sue braccia, quando giungevo egli mi chiamava Letizia, mi chiamava Chiara, mi chiamava Vittoria. Da singulti sentii scosso il suo povero torso, il pallido, magro, quasi di crocifisso, petto, dopo che vi ebbe premuto il mio di Eva, un meriggio che mi parve allo spirito ricominciar davvero la storia umana, nella calda ombria del letticciuolo, ricominciar con la nostra redenta coppia. Un figlio, un figlio! Alla vita che è buona, alla vita che è grande. Il patito volto dell'uomo, quei suoi lineamenti senza grazia, terrei, si trasfiguravano, la donna con il suo amore li penetrava d'euritmia, tutte le trasparenze del mare, tutte le radiosità dell'etere adunate squillavano nell'abbraccio. Un figlio. Con sensi trascendenti, con labbra e con mani per baci e carezze musicali ad attimi animati, a creature sorte dal respiro del cuore, a visioni ebbre di fede....

Chiara, Letizia, Vittoria. Ed un giorno, sul rovescio d'un dei foglietti dov'io nella notturna pace della pineta gli susurravo delle mie estasi, egli scrisse: «Sibilla». Nome di mistero, che doveva restarmi, nome del mio destino fiero ed altero, nome che non ho mai amato ma che ho portato come un dono periglioso, Sibilla, fiorito inconsapevole di sua durata quando un solo ancora m'ascoltava.

«Tu sei più un'ammiratrice che un'amante della vita» doveva dirmi molt'anni di poi un giovine definitore, ed io stupita assentire.

Ma in quell'estate d'oro uno solo ancora m'ascoltava, uno solo ancora credeva di conoscermi.

In tutto il mondo egli soltanto per qualche tempo potè accostare il suo orecchio a sentirmi crescere.

Rondini stridevano in cielo, vette di eucalipti rosseggiavano, fontane nel vento dilatate c'investivano. Terrazze di caffè, sotterranee trattorie, polvere degli sterrati oltre mura, ciuffi di castagni sulle cime albane in vista dei minuscoli laghi, glauchi occhi, e dell'incandescente filo di mare all'orizzonte.... Ero vestita di mussola bianca ed egli mi ripeteva: «sorridi». Tutti i temi di quello che fu il nostro canto s'accennarono. Mi mise in mano volumi e ancora volumi. Analogie singolari mi richiamavano l'infanzia, l'educazione paterna. Per esse forse con brivido tanto lucido descrivevo la bimba ch'ero stata? Ad una selvaggia venivo paragonata, una selvaggia che adoperasse con sicuro istinto i più delicati strumenti della civiltà. Già al principio della nostra amicizia egli m'aveva riconosciuto uno stile, di slancio e di dominio insieme. Ora chiedeva: «Che influenza avrà su te la mia vicinanza? Non vorrei nè turbarti nè mutarti». E con uno di quei moti contradittorî che non sapevo ancora tanto infrenabili in qualsisia cervello virile, immediatamente soggiungeva: «Ma il tuo libro avrà il mio suggello». Maschio amalgama, maschia tempra, scorza cavernosa, e il mio fluido spirito a permearla in quell'estate dorata come nella mia puerizia, o similmente alle nuvole che veleggiano sui dorsi dei monti assumerne le forme via via ad istanti, proiezione in cielo delle dure cime. «Tu non guardi gli aspetti del mondo, hai gli occhi rivolti sempre al di dentro....» Rose, in verità io vi aveva viste sin allora soltanto come parvenze che non fosse necessario fissare, nominare, distinguere, rose, eravate inserte nella luce della vita come le gradinate di pietra, come le correnti vetture di metallo di legno di vetro, come i balenanti denti di bocche giovanili, rose, biondi pallori d'aurora, ondulamenti d'acque, seni di statue, remoti folti di astri.... Vi eran state notti in cui mio padre m'additava talune costellazioni, ed io amavo smarrirle in quel lassù forse tumultuoso del quale sapevo non mi sarebbe mai giunta l'eco. C'è bisogno di guardare ciò che splende? La mia attenzione andava unicamente, sì, alle cose invisibili: andava agli inafferrabili accordi della mente, ai loro riflessi sulle fisionomie umane, brividi di polsi, pause dense intense.... Non il creato mi stupiva, ma l'uomo, il portatore nel creato d'una nascosta fiamma. Con prona passione spiavo nella sua coscienza la volontà dell'universo, il secreto ordine dinamico. Spiavo, sorprendevo. Oh solitudine! L'uomo mi s'erge dinanzi come se veramente io facessi parte dell'inconsapevole: come fossi fiore, nido, stella: e di tutto il suo interno travaglio, dell'assalto ch'egli mena temerario alle ragioni e alle forme, d'ogni concetto e d'ogni architettura neppur in minima guisa io son complice: donna, sotto la specie dell'eterno, immota, contemplante lontana.

«Sorridi»!

Con il sapore del mio bacio ingenuo e del mio sorriso io gli trasmettevo fede. Trepida attendevo un dono più grande del mio.

«Mia creatura» mi diceva, e pur talora si dissolveva come un bimbo fra le braccia della madre al buio, oh quanto umano, col terrore e il rancore del bimbo scampato all'incubo.... Povero, povero caro! A mia volta lo chiamavo per nome, in spasimoso impeto aderendo a quella sua realtà bisognosa. Fiori passavano dal mio sangue al suo, tutte le cose festevoli che la sua infanzia non aveva avuto, la baldanza candida della sanità e della ricchezza, quasi il bel color sulle guance. Si persuadeva, vedeva giardini dov'eran state paludi, e la figura di sua madre fra le aiuole smaltate m'assomigliava, le labbra aperte al canto.

Gioia, eri come un dipinto che sbocciato dalle mie dita io venerassi.

Lo intese Felice il giorno che ci rivedemmo, e fu l'ultima volta che ci rivedemmo, il giorno ch'egli mi trovò accanto al letto di Andrea ed il pomeriggio era mite; Andrea posava convalescente fra i bianchi cuscini dopo settimane di malattia. La malattia s'era abbattuta pesante nella stanza del mio secondo battesimo, m'aveva dato in balìa totale la carne e i nervi del mio amico, forse non per altro era stata mandata, perch'io mi sentissi necessaria dove mi credevo alto giuoco. L'infermo guariva alle mie cure. Indicibile metamorfosi dell'amore in tenerezza, passaggio incalcolato dalla libertà alla schiavitù, volere in ombra, ticchettìo dell'orologio, ticchettìo uguale dell'orologio. E Felice, che dopo l'accettazione frenetica del sacrificio m'aveva scritto e riscritto delirando di rimpianto, come un bendato che fosse stato condotto attraverso regioni in sole, protestando che non voleva rassegnarsi, giurando di riprendermi, Felice venuto acre e tremante per coglier agli angoli della mia bocca un fremito irrefragabile, stette fra noi due un'ora, un'ora che neppur alla sua anima certo egli mai potè raccontare, fra la zona azzurra della mia grave soavità e la zona rosso-bruna dell'uomo sicuro, sostò, viandante com'egli amava chiamarsi; forse non parlammo che d'ali migranti, poi ch'era settembre....

Vespero di settembre, in cui non vissi il mio dolore! Quegli che s'allontanava disperato e persuaso non fu seguito neppure dal mio pensiero silenzioso. M'afferrò il gorgo d'un'altra sofferenza, lo stupore per l'improvviso tormento fosco di colui che fra i guanciali pareva voler inabissarsi, nascondeva la fronte, mi mostrava soltanto le spalle e le mani contratte. Morbo fin allora sconosciuto, che respirai, atroce gelosia del passato, fame di spettri! E rantolava: «Egli è bello, devi averlo amato più di me....». Ah uomo, uomo! Venivo da un limbo dove i moti irriflessi dell'istinto m'avevan per tanta parte della mia giovinezza colmata di disgusto; ora credendomi balzata nella sfera dei viventi, nel dominio d'un dei pochi che sanno o cercan di sapere perchè son nati, volevo giustificare anche ciò che più ingenerosamente mi colpiva. Lasciatemi dire, aiutatemi a dire. C'è una creatura fresca come l'istante che sboccia sul prato o sul greto, che non ha nulla dietro a sè, non appoggi, non esempi, e sporge la fronte rotonda. Che le dovrebbe importare l'istante di prima e quello di poi? È fatta per darsi, e per cantar la gioia che dal suo donarsi viene a splendere sul volto del mondo. In che la possono toccare storia e religione, poichè è l'innocenza? Ali violette di ciclami, ali rosate di conchiglie l'appagano. Ma quegli che il seno nudo di lei trova più dolce di qualunque riviera carezzata dal tramonto in un paese felice, non si contenta tuttavia. Forse ha torto, ma la potenza che lo trascina a tormentarsi, la terribile manìa dagli infiniti aspetti gli soverchia l'anima, e la fresca creatura dalla fronte rotonda comprende questo, ella è intelligenza ed amore, soffre ma comprende, giglio della valle vestito di luce, allodola salva da ogni uragano, fatta per cantare è costretta a meditare, a coltivare in sè facoltà senza grazia, oh polverosa memoria, oh asmatica logica!, è costretta ad analizzare e a notare, a trovar senso nei nomi astratti, senso nella categoria dei valori, nell'asceta come nel guerriero.... Asceta e guerriero, per voi! Voi affermate che siete spirito e ch'io sono natura, e forse non v'ingannate. Se io, immolandomi, con la tenacità d'uno sforzo che non saprete mai quanto tremendo, vi provo che posso riconoscer tutto di voi, con le stesse parole che vi foggiaste, catene di piombo per me, se vi do la testimonianza lucida di come la mia vita di donna fu attenta ai vostri modi e ai vostri fini, non riaccosterete voi nella vostra lealtà i due termini che con frusto orgoglio dichiaraste inconciliabili? Poi venga, forse un'alba forse una sera, come l'improvviso fior bianco di Espero contro cieli di viola e di fiamma, qualcuno con squillante riso, una giovine meraviglia, una divinità duplice, e ci annienti nel suo abbraccio, oh sapore di vita conclusa!


Ali di ciclami, ali di conchiglie. Foreste dall'ombra bionda, dune lunari. In un giorno di tempesta, senza traccia in cielo di colore, scorsi d'improvviso il più vago iride in un breve lembo di schiuma lasciato da un'onda sulla rena. Specchio istantaneo del celato sole, evanescente imagine dell'invisibile.

Brage infuocate all'estremo orizzonte, in tramonti d'ogni stagione, per le mie mani, amore!

E il fondo della stanza s'irradia, la stanza coi muri bianchi lassù presso la pineta, coi muri bianchi qui dove a quel tempo penso. Fra i due schermi in attesa tutto ciò che s'è proiettato mi sfida. Immensità, ti si vive, ma non ti si rende.

Un ponte.

«Per te» dicevo all'effigie di mio figlio. Ma non era per lui soltanto e già mormoravo: «Se egli non m'intenderà, questo che faccio non sarà tuttavia vano».

Vedo quel tempo, di là dal ponte. Tutto ciò che non scrivevo: l'alito autunnale, l'affiorar dei colchici, il deserto a losanghe staccionate, le agnella che nascevano fra le greggi nomadi. Certe ore sospese, quasi riverse nello spazio, la terra invadendo il cielo. Il ritmo che sovrasta, me inconsapevole, tutte le mie energie: che, certo, prometteva di palesarmisi, fosse pur fra dieci anni, prometteva di non smarrirsi se anche non gli avessi porto orecchio: ch'era, di già, nel mio passo e nel mio sguardo, in quelle ultime camminate per la strada dominante Roma. La città dove il mio destino pareva inciso in pochi rudi tratti: devozione all'opera, devozione all'amico: poi, forse, intorno al capo stanco le braccia del figlio. Rudezza, oscurità, coraggio. Bruni scendevano taluni pomeriggi ad avvolgere la casa solitaria, la pioggia mutava in nubi i campi, il freddo m'interrompeva la fatica.... Brividi, fors'anche di febbre. Se qualcuno m'avesse detto «Che cosa hai?» non avrei udito. «Perchè ti batte così forte il cuore? Che vedi? Sembra che tu non abbia mai conosciuto nè dolore nè gioia o che tu abbia tutto dimenticato, sembra che la tua vita non sia che una spoglia, qualcosa che non t'appartenga, e il tuo respiro ha la violenza dell'acqua e del vento....»