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Il passaggio: Romanzo

Chapter 8: LE CAROVANE.
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About This Book

A first-person lyrical exploration of a woman's inner life and transformations, centered on solitude, memory, and the tensions inherited from her parents. The prose alternates contemplative silence and vivid nature imagery—rivers, sea, gulls—to mirror shifting emotions, while reflecting on impulses of tenderness and rebellion, the desire for moral growth, and the creative urge. Fragmented episodes and introspective passages examine how encounters with others shape identity, and the ongoing struggle between belonging and autonomous self-expression.

LE CAROVANE.

Le stagioni si seguono, ritornano identiche, c'è qualcosa che cresce, qualcosa con leggi che paion diverse, oscure — e quanto vivrà se intorno ebbe, mentre si formava, tanta mutabilità di cieli?

Fibre di donna sanno la lentezza solitaria del tempo che inturgida un grembo, ma agli innumerevoli attimi ritmati dal duplice cuore c'è un termine fisso. Chi invece potrà dirmi se quest'opera mia sarà compiuta fra un anno o fra altri dieci, essa che dovrà poi intangibile restare, opera mia, polvere stellare?

E la traversa il vento, odor di pane caldo, odor di muricciuoli muscosi, odor di trucioli sotto la pialla. L'investe, essa sospesa come veramente disgregati atomi, il vento di volontà strane.

Incominciata credendo ugualmente lontane quelle che invece rombano rombano, che folgorando lacerano l'aria. Creazione incominciata come si prega, attimo brividente della concezione, come per il figlio, e tutto il resto è più soltanto travaglio, travagliata sorte.

Morte e vita folgorano.

Tocco del sole al rintocco di mezzogiorno sui muri sulle altane sugli orti delle case tante che a mezzo il giorno m'ebbero. Vento di sera su le palpebre, sulle ciglia degli occhi che han pianto dianzi, vento dolce.

Travaglio, tormento, e fresche solitarie perle. Case ferme, nuvole fluenti.


Una pagina di bravura: scritta come fu vissuta: con dura volontà, e così poco per me! Ch'io ho in cuore tutt'altro, che par trabocchi e non posso ancora assolvere.

Compatta, stagliata bravura.

Bimba, mi separavo nettamente dal gioco per il còmpito, come un corpo stillante dall'onda s'avvolge nella rena. Poi fra gli operai di mio padre, centinaia, nell'ansito enorme dei forni — è rimasto nel mio sguardo un poco della vampa e dell'incandescenza della materia fusa? — mi sentivo innestata pulsante in quell'attività, a gara quasi con il cervello di chi la dirigeva e con i muscoli degli altri. Ho allineato cifre, diritta ho sorvegliato le opere manuali, ho portato per ischerzo dei pesi sulle braccia che qualche anno dopo reggevano il mio piccino. Figlia di padroni. Tanta forza da spendere, tanta per giungere, esangue, ad intendere la libertà lieve d'una linea di montagne azzurre, là giù....

Compattezza, assai tempo più tardi, di povere necessità, quasi inavvertite aggiunte esterne al dolore fedele: la misura del soldo, il cibo preparato con le mie mani, la vana tentazione d'un frutto o d'un poco di profumo: il lavoro per quel soldo, fatica greve di spogliar giornali di sfogliar riviste, occhi su bozze d'estranei, pennino che traduce volumi e volumi, stolidità, mesi, anni....

Le cime delle mie dita son come petali tuttavia.


Apologia di Socrate, scoperta una sera, compenso d'infinite biografie cenciose!


Vidi passare carovane. Continuano il loro andare, certo.


Donne in sale d'ospedale mi porsero i loro piccoli, migliaia di donne, poveri lineamenti duri, aride labbra. In ore mattutine ch'erano talune terse e fragranti miseramente migliaia di piccole membra nude mi si mostrarono, e le loro condanne.


Vidi luridi sacchi d'indigenza, nei fondi e nei sobborghi, ch'erano stati figli di popolo, avevano indifferentemente lavorato e rubato, ora fuorusciti di galera impassibili s'ammucchiavano.


Intorno alla città lo spazio s'apriva interminabile per la fuga. Grandi ombre al suolo. Suolo dell'Agro Romano, erano gli intenti cirri nel cielo d'oro. Tutte le forme apparivano per stamparsi così brune a terra, nomadi bassorilievi. E il bruno e l'oro, la rasa pianura e il cavo velario del tempo cantavano.

Fu un'estate, od un inverno, non so. Vidi quella maestà deserta avvallarsi come certi sguardi: e insospettate, nei campi d'ombra dove l'umano pareva remoto, bruire vite. Cose di creta, ancora o di già? M'interrogavano: «Donde vieni? Come sei bianca!».

(Dolore, dolore d'oggi e di sempre, non ti vinco, sei presente. Le imagini che richiamo nulla tolgono nè aggiungono al sapore di terra che ho in bocca. Ma, nata signora, e guerriera, scrivo, con la stessa mano che leggera ha portato ieri un tralcio di rose al giovine ferito che m'ignora. L'ha baciata egli con senso strano, e bello era il tralcio fra quel sommesso stupore e il mio sorriso di lontano).

«Donde vieni?»

Indicai Roma, come un giardino di cristallo che stesse appena sorgendo sullo sfondo di quell'immensità.

Una singhiozzante letizia, un attimo, può creare una rude legge di anni.

Mio divenne tutto il terreno di chi una volta aveva colonizzato il mondo: più mio che se a cavallo a galoppo lo percorressi sconfinato dall'adolescenza: dominio aureolato; e accanto a me videro giungere quanti con Andrea trascinai; dai villaggi di paglia e di mota e dalle imprevedute caverne, dubbiosi s'affacciarono all'arrivo della nuova gente, dei maestri, dei libri: il suolo più e più s'avvallava, verso mare, verso monte, o tutto polvere o tutto acquitrino, luccicava febbrile, mi risollevava in viso grandi occhi di rugiada, certe albe che un'improvvisa melodia chiomata di pini s'accordava al volo alto d'un'allodola.

Risero e piansero i più vecchi imparando a compitare — questo è il ricordo più sicuro di quella mia lunga opera: esso vale ch'io non lamenti la forza e la passione che le diede.

Terree dita tremanti che apprendevano una ormai vana per loro scienza, come una musica soltanto ormai.

E quivi era la giustizia: nella realtà e nella tenuità di quella gioia, loro e mia.


Parvi arruolata per sempre fra coloro ch'han l'esistenza riempiuta così, fondano scuole ed ospizi, si scambiano patetiche visite, fidano in un ordinato avvenire sociale.


Un fantasma sopraggiunge, ha il passo scalzo, ha un caro gesto.

Francesco, santo della mia valle.

Se ancora questa mente lo riceve, vadano ancora sempre trascurate le bige ironie.

Come se posta io alla sua sinistra avesse egli, quando chi sa, cancellato le braccia in modo di croce, messo la mano diritta sul mio capo, e dettomi con dolce riso, come al suo Bernardo: «andando e stando».


Andando e stando, amore.

Gioia di dare, gioia di ricevere, senza saper nulla del domani, senza nulla attendere.

Dov'era sostanza grigia di roccia, uguale e tutta bruciante, ecco freschi rivoli, colorati giochi.

Con Francesco si son rese sensibili le primavere d'Italia. Le mura si son dipinte. Per le lande s'è cantato. Oh Siena, oh Ravenna!

Mistica libertà, sapienza spaziale della mia terra, realtà insolvibile ed universa.

Andando e stando.


Fu in quel tempo che il mio povero libro ramingò per il mondo.

E c'è una zona torbida — ho detto che lo difendevo? — scisso da me il mio valore, e la cifra oscura dibattuta, aspramente: io senza quasi più respiro, che pur m'ero spogliata per immergermi nuova nelle acque e nei venti. Zona torbida, che chiamarono quasi gloriosa, zona amara, sapore ingrato.

Le donne, quelle che scrivevano, perchè non comprendevano?

Non ho dimenticato. Ma siano perdonate. Piansi su loro.

Dove giungeva senza data, ivi soltanto viveva.

Posterità. Pagine lette con certezza di spirito, messaggio di lontano, nome non importa se mai prima udito, parola che s'inserisce per sempre. Io son forse già sepolta da secoli. E quando mi s'incontra per le strade della vita da quelli che m'han letto così, mi si trova reale e remota quanto l'effige d'un affresco o d'un sarcofago, oppur la figurata in un poema, Calipso o Antigone o Isotta. Vecchi e fanciulle mi guardano con identico abbandono. Madri mi chiedono del mio bambino come s'egli avesse in eterno sette anni. Han vegliato con il mio libro su le ginocchia, hanno creduto. Tante t'han cullato, figlio!


Passavano uomini fieri, uomini scaltri, uomini semplici.

Mi consideravano in silenzio nella mia inaudita fedeltà all'amico povero e deforme.

Uno solo, una volta — aveva una voce che vibrava intensa e bellissima, nessun'altra sentii mai così sospesa nell'aria della sera, palpitante potenza — osò dirmi: «Non vi fa paura la felicità che date? È un dono terribile, e quegli che l'ha ottenuto non lo sa».

Dov'è, com'è la sua voce ancora, che non l'ho mai più udita? Che cos'è questa lucidità del mio ricordo, questa brezza ch'io se voglio sommuovo a tanta distanza di tempo, parole che dinanzi a me sola, allora, s'alzarono nella sera, e chi le pronunciò, se dovrà qui incontrarle, non saprà forse più che furon sue?


Carovane, tante.

Lunghe righe equivalenti.

Vanno, e non è vero che la terra rotea, tutto è rettilineo, non c'è vortice, tutto è separato sebben s'equivalga, carovane, tante, scalpiccìo sordo, magnetismo pesante, e soltanto a notte, quando s'accendono le fiaccole nel momentaneo ondeggiamento, simile a quando imperiale lo scirocco confonde isole e mari, io minuta sperduta ritrovo vertiginosamente il senso delle sfere, libera lanciata in preghiera, che l'indomani una danza s'allacci fra il serrato mio tormento e l'anima gioiosa del sole, oh silenzio, silenzio che aspetti!


Com'era intento lo sguardo, palpebre abbassate, di Psiche il giorno che l'interrogai.

Avevo navigato per molte ore con l'ansia unica di rivederla. Meravigliando in me stessa che mi soccorresse il ricordo di un marmo in quel ritorno ch'io facevo da paesi distrutti, gli occhi pesi di tanto spavento altrui, esausta in ogni membra e nel cuore.

La nave riportandomi traeva per sempre con me a riva frantumi di visione: una strada di ferro e di selce smossa, interminabile, percorsa un plenilunio, coi piedi feriti, tra lo sciabordio della spuma attorno a scogli d'erto incantesimo e l'ululato dei cani all'appressar d'ogni villaggio squarciato, alternandosi odore di zagare e fetore di cadaveri: una sete atroce un'altra notte, noi stesi sul pavimento d'un carro bestiame in una stazione, e voci in agonia dalle baracche e dalle ambulanze ad implorare una qualunque stilla da bere; il viso dei disotterrati vivi, il viso d'un piccino estratto dopo una settimana, che pareva alitandovi sopra dovesse doventar mucchietto di polvere; gli scoppi di risa gagliarde immemori, macchie di sole stridenti sulle rovine; e ancor dolceamaro fluttuar d'azzurro, nomi dolciamari, Scilla, Palmi, ombrie folte d'agrumeti, selve antiche d'ulivi, il candore alto dell'Aspromonte, un fermo aspetto d'eternità....


Palpebre abbassate, lucente seno, Psiche ascoltò.

Le ero dinanzi, e l'ansia permaneva. Le ero dinanzi come cosa ivi spinta da una lontananza maggiore di quella che supponessi. Già la nave andavo obliando e le terre sconvolte — e l'ansia cresceva. Una passione, una desolazione più segrete. Sentivo tornare sui mari la calma, le rovine sui lidi già coprirsi di verdura, e nuovi flagelli prepararsi, guerre divampare fra l'umana gente provvisoria....

Psiche, Psiche!

Quel suo torso, spezzato e perfetto quale l'avevo agognato, splendeva. Sommersa ogni memoria di mito. Ma forma di consapevolezza ineffabile, ecco la statua ricreava per me l'atmosfera di concentrato spasimo ond'era sorta.

Così mi rispondeva.

Una invisibile polla di viva acqua ci trasmutava l'una nell'altra. Ella ritornò per qualche attimo materia scalpellata, alitata: io mi sentii composta in linee sovrane, virtù e genio espressi musicalmente, fuor della storia e d'ogni speranza....

(Debbo morire. Finchè avessi saputo portar in me sola il ricordo di quell'istante sarei stata immortale. La divinità ci tocca, non esita ad entrare in noi, perchè conosce che non possiamo non staccarci da ciò che di più grande ci fu donato. Peso insostenibile di ciò che fu più lieve e ci rapì ogni gravame, peso da gettare poi che debbo morire, anima, rivelata bellezza!).