ATTO PRIMO.
Una stanza ammobigliata riccamente e con gusto; fiori e piante decorative. In fondo una porta a cristalli che dà su una veranda verso giardino. Ampia vista sul fjord. Pendii boscosi in lontananza. Ad ambo i lati una porta; quella di destra è a doppio battente e si trova più verso il fondo. Sul davanti, a destra, un sofà con cuscini e coperte. All’angolo del sofà un tavolinetto e sedie. A sinistra, sul davanti, una tavola e seggioloni tutt’attorno. Sulla tavola una valigia aperta. È una mattina soleggiata d’estate.
SCENA PRIMA. Rita poi Asta.
(La signora Rita Allmers in piedi presso il tavolino, con la schiena rivolta a destra, sta difacendo un baule. Rita è una signora di circa trent’anni, slanciata, bionda. Indossa una vestaglia chiara. — Dopo una pausa entra la signorina Asta Allmers dalla porta di destra. Indossa un vestito da estate grigio chiaro, cappello, paltoncino, ombrellino e ha sotto il braccio una cartella chiusa, piuttosto grande. È snella, con capelli scuri, occhi pensierosi; ha 25 anni.)
Asta (dalla porta).
Buon giorno, cara Rita!
Rita
(voltando la testa verso di lei e salutandola amichevolmente).
Oh guarda! Sei tu, Asta? così per tempo dalla città.... Sin qua in campagna?
Asta
(posa il cappello e il paltoncino su una sedia presso la porta).
Sì, non potevo più starmene. Sentivo che dovevo venire a visitare il piccolo Eyolf, oggi. E anche te. (Posa la cartella sul tavolinetto presso il sofà). E son venuta col battello a vapore.
Rita (sorridendole).
E a bordo hai trovato probabilmente qualche buon amico? Così, proprio per caso, non è vero?
Asta.
No, non ho incontrato nessun conoscente. (Scorge la valigia) Ma Rita, cos’è questa?
Rita
(continuando a disfare la valigia).
È la valigia d’Alfredo. Non la riconosci?
Asta
(s’avvicina piacevolmente sorpresa).
Come! Alfredo è tornato?
Rita.
Sì, immaginati un po’, è tornato improvvisamente col treno di stanotte.
Asta.
Oh, ecco il mio presentimento! Era questo che mi spingeva qui! E non aveva scritto nulla? Nemmeno una cartolina postale?
Rita.
Nemmeno una parola.
Asta.
E telegrafato neppure?
Rita.
Questo sì, un’ora prima del suo arrivo. Molto laconico e freddo (ride). Non lo si riconosce a codesto, Asta?
Asta.
Certo.... Sempre di poche parole con tutti.
Rita.
Ma altrettanto più contenta son stata di riaverlo qui.
Asta.
Me lo posso figurare.
Rita.
Proprio quindici giorni prima di quando l’aspettavo.
Asta.
E sta bene? Non è di cattivo umore?
Rita.
(chiudendo la valigia e sorridendole).
No, anzi, mi è parso cambiato.
Asta.
E nemmeno un po’ stanco?
Rita.
Certo, stanco. Anzi, stanchissimo. Ma il poverino ha viaggiato quasi sempre a piedi.
Asta.
E poi l’aria di montagna sarà troppo rigida per lui.
Rita.
No, tutt’altro. Non l’ho sentito tossire nemmeno una volta.
Asta.
Vedi, dunque! Fu proprio bene che il dottore lo persuadesse a questo viaggio.
Rita.
Già, adesso che finalmente tutto è passato. Perchè, credimelo Rita, per me è stato un tempo terribile. Non ho mai voluto parlarne. E tu venivi tanto di rado da me....
Asta.
Ho avuto torto. Ma....
Rita.
Via.... non parliamone. Avevi da badare alla tua scuola in città. (sorride) E il nostro ingegnere, anche lui era in viaggio.
Asta.
Ah, sta zitta, Rita!
Rita.
Lasciamo pure stare l’ingegnere. Ma tu non ti puoi ideare quanto sentivo la mancanza di Alfredo! Che vuoto per me, quale squallore! Era come se ci avessi avuto un morto in casa!
Asta.
Dio buono, soltanto per sei o sette settimane!
Rita.
Già, ma devi pensare che prima Alfredo non mi aveva mai lasciata. Nemmeno per ventiquattro ore. Mai, in tutti i dieci anni.
Asta.
Appunto, era tempo, mi pare, che si decidesse una buona volta. Avrebbe dovuto andare in montagna ogni estate. Magari lo avesse fatto.
Rita
(con un leggero sorriso).
Ah sì, tu hai un bel parlare. Se io fossi ragionevole come te, allora lo avrei lasciato forse andar prima. Ma sentivo di non poterlo, Asta! Mi pareva che non sarebbe più tornato da me. Lo capisci...? lo capisci questo?
Asta.
No. Forse perchè non sono nel caso di perdere nessuno.
Rita
(con un sorriso malizioso).
Nessuno?... Nessuno?
Asta.
No, che io sappia (stornando il discorso.) Ma dov’è Alfredo? Dorme forse?
Rita.
Nemmeno per idea. Oggi si è alzato presto come al solito.
Asta.
Allora non sarà poi stato tanto stanco.
Rita.
Altro che; ieri sera al suo arrivo lo era davvero. Ma stamane ha avuto Eyolf in camera sua per più d’un’ora.
Asta.
Il povero piccino, così pallido! Ricomincerete a farlo tormentare colla grammatica e coll’abbaco.
Rita
(scuotendo le spalle).
Alfredo vuole così, lo sai bene.
Asta.
Sì, ma mi pare che tu ti dovresti opporre, Rita.
Rita
(un po’ impaziente).
No, credimi; non posso immischiarmi in questa faccenda. Alfredo deve ben capire simili cose meglio di me. E d’altronde di che dovrebbe Eyolf, occuparsi? Egli non può già correre, saltare, fare il chiasso come gli altri ragazzi.
Asta (risoluta).
Ne parlerò io ad Alfredo.
Rita.
Ma sì, fallo pure, cara Asta. Oh, eccoli appunto.
SCENA II. Detti, Allmers e Eyolf.
(Alfredo, tenendo Eyolf per la mano, entra dalla porta di sinistra. Allmers, che indossa un vestito da estate, è un uomo di trentasei o trentasette anni, snello, ben proporzionato, dallo sguardo dolce, con capelli e barba rada e scura. Il suo viso ha un’espressione seria e meditativa. Eyolf porta una specie di uniforme con cordoni e bottoni militari. Zoppica, e si sorregge con una gruccia sotto il braccio sinistro. La gamba è paralizzata. È piccolo di statura, ed ha begli occhi intelligenti.)
Allmers.
(lascia la mano di Eyolf e avanzandosi, piacevolmente sorpreso, verso Asta, le porge ambo le mani).
Asta! Cara Asta! Tu qui! Che piacere, rivederti subito!
Asta.
Ne sentivo il bisogno. Benvenuto di tutto cuore!
Allmers.
(scuotendo ambe le mani).
Hai fatto proprio bene!
Rita.
Non ha magnifica cera?
Asta.
(guardandolo fissamente).
Magnifica! Proprio magnifica! Gli occhi così chiari, così animati! Sei soddisfatto. Certo avrai scritto tanto in questo tempo? (piacevolmente agitata) Forse, hai finito il tuo libro, Alfredo?
Allmers
(facendo spallucce).
Ah il libro? ah, il....
Asta.
Mi ero immaginata che appena messo in viaggio, la penna ti scorrerebbe così facilmente.
Allmers.
Questo me l’ero immaginato anch’io. Ma, vedi, è successo tutto l’opposto. Non ho scritto nemmeno una riga....
Asta.
Non hai scritto!
Rita.
Ah.... così?... Non sapevo spiegarmi tutta quella carta bianca nel tuo baule.
Asta.
Ma, caro Alfredo, cosa hai dunque fatto in tutto questo tempo?
Allmers (sorridendo).
Ho seguito soltanto i miei pensieri, ho pensato, pensato, sempre.
Rita
(posandogli un braccio sulla spalla).
Hai pensato anche a quelli che erano restati a casa?
Allmers.
Certo che l’ho fatto. Anzi, moltissimo. Giorno e notte.
Rita (svincolandosi).
Allora va bene.... va benissimo.
Asta.
Ma al libro non hai proprio lavorato? E ciò non ostante hai l’aria così soddisfatta? Ordinariamente è tutto il contrario quando il lavoro stenta a escirti di mano.
Allmers.
Hai ragione. Prima, sì certo, ero così sciocco. Pensare, è il meglio che si possa fare. Ciò che si scrive non vale molto.
Asta (esclama).
Non vale molto....
Rita (ridendo).
Ma impazzisci, Alfredo?!
Eyolf
(contemplandolo con fiducia).
Ma sì, babbo, quello che scrivi tu, quello vale.
Allmers
(sorridendo e accarezzandogli la testa).
Ebbene, se lo dici tu, allora. Ma credi a me, dopo viene un altro, e fa meglio.
Eyolf.
Ma chi è dunque quest’altro, ah, dillo, babbo!
Allmers.
Un po’ di pazienza. Verrà certo o si farà sentire.
Eyolf.
E cosa farai tu allora?
Allmers (serio).
Allora ritorno in montagna.
Rita.
Oibò! Vergognati, Alfredo!
Allmers.
Su, sulle cime sui vasti altipiani.
Eyolf.
Babbo, non credi che presto starò così bene, da poter venire con te?
Allmers
(dolorosamente commosso).
Oh, sì. Forse, piccino mio.
Eyolf.
Mi arrampicherei con tanto piacere su pei monti!
Allmers
(stornando il discorso).
Ma come sei ben vestito oggi, Eyolf!
Eyolf.
Non è vero, eh?
Asta.
Sicuro. Ti sei messo il vestito nuovo pel babbo?
Eyolf.
Già; ho tanto pregato la mamma. Volevo che il babbo me lo vedesse addosso, l’ho voluto io.
Allmers (piano a Rita).
Non avresti dovuto fargli un simile vestito.
Rita (piano).
Mi tormentava sempre per averlo. Mi ha pregata con tanto fervore! Non mi dava più pace.
Eyolf.
E bisogna che ti racconti anche questo, babbo. Il signor Borgheim mi ha comprato un arco. E mi ha insegnato anche a tirare.
Allmers.
Così va bene, questo è proprio qualcosa per te, Eyolf.
Eyolf.
E quando viene quest’altra volta, gli domando per piacere che m’insegni a nuotare.
Allmers.
Nuotare! perchè?
Eyolf.
Alla spiaggia, tutti i ragazzi sanno nuotare. Io son l’unico che non lo sappia.
Allmers
(abbracciandolo commosso).
Imparerai tutto, tutto quel che ti pare! Tutto quello che ti fa piacere.
Eyolf.
Sai, babbo, cosa mi piacerebbe più di tutto?
Allmers.
Che cosa?
Eyolf.
Più volentieri di tutto vorrei imparare a fare il soldato.
Allmers.
Ah, piccino mio, ci son tante altre cose, che son molto migliori.
Eyolf.
Ma quando sarò grande, bisognerà che faccia il soldato. Lo sai bene.
Allmers
(contorcendo le mani).
Sicuro, sicuro: vedremo.
Asta
(sedendosi al tavolino di sinistra).
Eyolf, vieni qui da me, ti racconto una bella cosa.
Eyolf
(andando da lei).
Cosa, zia?
Asta.
Immaginati un po’, ho veduto la vecchia dei topi.
Eyolf.
Cosa! L’hai vista tu! Ah! non me la dai a bere!
Asta.
Proprio, davvero, l’ho vista ieri.
Eyolf.
Ma dove?
Asta.
Sulla strada maestra, vicino alla città.
Allmers.
Anch’io l’ho vista in qualche luogo, lassù in montagna.
Rita
(che si è seduta sul sofà).
Forse verrà anche qui, Eyolf.
Eyolf.
Zia, non è curioso, che una si chiami la vecchia dei topi?
Asta.
La chiamano così appunto perchè il suo mestiere è d’andare intorno pel paese a scacciare i topi.
Allmers.
Il suo vero nome dev’essere Warg, così ho sentito dire.
Eyolf.
Warg? Ma vuol dir lupo.
Allmers
(accarezzandogli i capelli).
Sicuro, lo sai anche tu, Eyolf?
Eyolf (sopra pensiero).
Allora è forse vero che la notte la si cambia in lupo. Ci credi tu, babbo?
Allmers.
No, non lo credo. Ma ora, piccino mio, devi scendere un po’ in giardino a giuocare.
Eyolf.
Non è meglio che prenda qualche libro?
Allmers.
No, da ora in poi, nessun libro più. Va piuttosto alla spiaggia cogli altri ragazzi.
Eyolf
(un po’ impacciato).
No, no, babbo, oggi non ho voglia di andare laggiù.
Allmers.
E perchè no?
Eyolf.
Perchè ho questo vestito.
Allmers
(corrugando la fronte).
Si burlerebbero forse del tuo bel vestito?
Eyolf.
No, non l’osano; se mai.... li picchierei.
Allmers.
E allora, perchè?
Eyolf.
Ma i ragazzi son tanto cattivi. Mi dicono sempre che non potrò mai far il soldato.
Allmers
(reprimendo il cordoglio).
E perchè credi che dicano così?
Eyolf.
Saranno invidiosi di me. Vedi, babbo, son così poveri che devono correre tutto il giorno scalzi.
Allmers
(piano con voce soffocata dal dolore).
Oh, Rita, come tutto ciò mi strazia il cuore.
Rita
(alzandosi, conciliante).
Calma, soltanto calma!
Allmers (minaccioso).
Quei ragazzi! saprò bene insegnar loro a rispettarti.
Asta (ascoltando).
Qualcuno picchia.
Eyolf.
È certo il signor Borgheim.
Rita.
Avanti!
SCENA III. Detti e La Vecchia dei topi.
(La vecchia dei topi entra adagio e cautamente dalla porta di destra. È una donna piccola, gracile, incartapecorita, dai capelli grigi e gli occhi vivi e penetranti. Indossa un vestito antiquato a fiorellini, una mantellina di velluto, e porta un cappello in forma di cappuccio. Ha in mano un grande ombrello rosso, e al braccio, attaccato ad un cordone, una borsetta.)
Eyolf.
(tirando Asta pel vestito piano).
Zia. È certo lei!
La vecchia.
(fa un inchino dalla porta).
Con buona licenza di lor signori, hanno in casa qualche rosicchiante?
Allmers.
Noi, no, non credo.
La vecchia.
Se sì, io ne libererei la casa, padroni miei, col più gran piacere.
Allmers.
Va bene, abbiamo capito. Ma qui non c’è nulla di simile.
La vecchia.
Che disgrazia! Adesso faccio appunto il mio giro. Chi sa quando ricapiterò da queste parti. Ah, come sono stanca!
Allmers
(accennandole una sedia).
Infatti, ha l’aria stanca.
La vecchia.
Non si dovrebbe mai stancarsi di fare del bene a quei poveri piccini, che son odiati e perseguitati tanto duramente. Invece, ci si stanca.
Rita.
Non vuole accomodarsi e riposarsi un momento, dica?
La vecchia.
Mille grazie (si siede tra la porta e il sofà). Sono stata fuori tutta la notte per affari, sa.
Allmers.
Tutta la notte?
La vecchia.
Già. Nelle isole laggiù (con riso schiacciante). Parola, mi han fatta venire apposta. Dev’esser loro costato proprio uno sforzo. Ma non c’era altro rimedio. Bisognava bene che addentassero la mela acerba. (Guarda Eyolf ammiccandogli). Mela acerba, signorino mio, mela acerba.
Eyolf
(un po’ sconcertato, involontariamente).
Perchè dovevano?
La vecchia.
Cosa, dunque?
Eyolf.
Addentarla?
La vecchia.
Perchè non avevano più da mangiare, a causa dei topi, dei sorci, dei ratti, dei topini e toponi che divoravano tutto, capisce, signorino?
Rita.
Possibile un tale flagello?
La vecchia.
Oh, era un formicolìo, un brulichìo (ride di compiacenza tra sè). Fin nei letti saltavano e rosicchiavano tutta la notte quanto è lunga. Sguazzavano nei mastelli del latte. Sguizzavano e sfrusciavano, in lungo e in largo, sui pavimenti. Ma sopraggiunsi io e un altro. E li prendemmo tutti, quanti erano. Le piccole, care creaturine! Noi due ce la potemmo con tutti quanti.
Eyolf (con un grido).
Babbo, ma guarda, guarda!
Allmers.
Cosa c’è?
Eyolf (accennando).
Nella borsa qualcosa si muove!
Rita.
Mandala via, Alfredo!
La vecchia (ridendo).
Ah, carissima, padrona mia, non abbia nessuna paura di una bestiola come questa.
Allmers.
Che è mai?
La vecchia.
Ma è il mio caro bassotto. (Scioglie il cordoncino della borsa). Vieni pur fuori dalla tua prigione, tu amicuccio del mio cuore! (il bassotto sporge il musetto nero e schiacciato all’apertura della borsa).
La vecchia
(ammiccando e accennando a Eyolf).
S’avvicini pure, mio caro guerriero ferito. Non morde. Vieni, vieni, dunque!
Eyolf
(abbrancandosi ad Asta).
No, no.
La vecchia.
Non trova che ha un visino dolce e grazioso, signorino mio?
Eyolf
(accennando stupefatto al canino).
Quello lì?
La vecchia.
Certo, proprio lui.
Eyolf
(a mezza voce, fissando incessantemente il canino).
Mi pare che abbia il più orribile muso che abbia mai visto.
La vecchia
(richiudendo la borsa).
Oh, no, signorino, vedrà.... vedrà.
Eyolf
(le si avvicina involontariamente e carezza cautamente la borsa).
Lei lo trova bello? proprio bello?
La vecchia.
Adesso è così stanco e spossato il poverino. Ah, molto stanco (guardando Allmers). Perchè una ridda simile, stanca chiunque, lo può credere a me, padron mio.
Allmers.
Una ridda? Come sarebbe a dire?
La vecchia.
La ridda per ammaliarli.
Allmers.
Ah, ah, è il cane che ammalia i topi?
La vecchia (ammicca di sì).
Il mio bassotto d’oro ed io. Noi due insieme. Va tutto così liscio. Vede! Gli passo un cordone al collare. Poi lo conduco tre volte tutt’attorno la casa. E suono lo zufolo. E quando loro lo sentono devono salire dalle cantine e scendere dai tetti e sguisciare fuori dai fori, tutti, tutte quante, le piccole, graziose bestiole.
Eyolf.
E lui li ammazza co’ denti?
La vecchia.
Oh, Dio mi guardi! No, io e il canino andiamo giù sino al battello. E loro ci seguono tanto i vecchi, quanto quelli sguizzati allora allora dal nido.
Eyolf (ansiosamente).
E poi? Via, racconti!
La vecchia.
Poi colla barca ci scostiamo dalla spiaggia. E io dimeno il remo e suono lo zufolo. E il mio bassotto d’oro viene a nuoto (con gli occhi rilucenti). E tutti tutti quelli che sguizzano, scodinzolano, rosicchiano, ci seguono nell’acqua lontano, sempre più lontano. Non possono fare altrimenti.
Eyolf.
Perchè non possono fare altrimenti?
La vecchia.
Appunto perchè non vogliono. Perchè hanno tanto raccapriccio per l’acqua perciò devono avanzare sempre nell’acqua.
Eyolf.
Affogano allora?
La vecchia.
Tutti. E in fondo all’acqua si trovano così nel silenzio, così all’oscuro, come meglio non potrebbero desiderare, i cari piccini. Là al fondo dormono tanto a lungo e così placidamente. Tutti, tutti quelli che la gente odiava e perseguitava (si alza). Già, prima, non avevo bisogno di bassotto. Allora li ammaliavo io stessa. Io sola.
Eyolf.
Ma cosa ammaliava?
La vecchia.
Gli uomini, specialmente uno.
Eyolf (ansioso).
Ah, sì, che uomo era?
La vecchia (ridendo).
Era il mio damo.... Lei, piccolo seduttore. Lei!
Eyolf.
E dov’è adesso?
La vecchia (duramente).
Laggiù insieme con tutti i topi (rabbonendosi). Ma adesso bisogna che me ne rivada pei miei affari. Son sempre in viaggio. (a Rita) Oggi non hanno proprio bisogno di me, padroni? Altrimenti potrei sbrigarli subito.
Rita.
Grazie; non mi pare di averne bisogno.
La vecchia.
Bah, bah, cara signora mia, non si può mai sapere. Se s’accorgessero, padroni riveriti, che qui c’è qualcosa che rode, scricchiola, guizza e scodinzola, facciano chiamar me e il bassotto d’oro. Riverisco; umilissimi rispetti (esce dalla porta di destra).
Eyolf
(piano, ad Asta).
Ah, zia, l’ho vista anch’io la matrigna dei topi.
(Rita esce sulla veranda e si sventola con la pezzuola. Poco dopo Eyolf esce cautamente ed inosservato dalla porta di destra).
SCENA IV. Allmers, Asta e Rita.
Allmers
(prende in mano la cartella sul tavolinetto).
È tua, Asta?
Asta.
Sì, è mia. Ci ho messo una parte delle vecchie lettere.
Allmers.
Le lettere di famiglia?
Asta.
Mi avevi pregata di ordinarle durante la tua assenza.
Allmers
(le accarezza i capelli).
E anche per questo hai trovato il tempo?
Asta.
Oh, certo, l’ho fatto parte qui, parte a casa mia in città.
Allmers.
Ti ringrazio, cara Asta. Ebbene, ci hai trovato qualcosa di particolare?
Asta.
Ah, una cosa o l’altra si trova sempre in queste vecchie carte; lo sai bene. (seria e adagio) Nella cartella ci son le lettere alla mamma.
Allmers.
Quelle le serbi certo per te.
Asta
(vincendo sè stessa).
No. Devi leggerle tu pure, Alfredo. Con comodo, in avvenire.
Allmers.
Non è necessario, cara Asta. No, le lettere di tua madre, non le leggo.
Asta
(posando fermamente lo sguardo sopra di lui).
Allora, una volta o l’altra, così in qualche ora intima ti racconterò io qualcosa di quanto contengono.
Allmers.
Sì, piuttosto così. Tu intanto serba le lettere di tua madre. Già, non hai mica tanti suoi ricordi.
(Porge la cartella ad Asta. Ella la prende e la posa sulla sedia sotto il paltoncino. Rita rientra in scena).
Rita.
Mi pare che quella vecchia di mal augurio ci abbia portato in casa un’aria di funerale.
Allmers.
Qualcosa di mal augurio l’aveva certo.
Rita.
Mi son sentita proprio male, sinchè è restata qui con noi.
Allmers.
Del resto, so benissimo farmi un concetto della forza maggiore di cui parla. La solitudine tra quelle cime e lassù, sugli altipiani, ha qualcosa d’analogo.
Asta
(osservandolo attentamente).
Ma si può sapere cos’è successo in te, Alfredo?
Allmers (sorridendo).
In me?
Asta.
Appunto, qualcosa ci deve essere. Si direbbe quasi una trasformazione. Anche Rita lo ha osservato.
Rita.
Certo, me ne sono accorta subito al tuo arrivo. Ma soltanto in bene, non è vero Alfredo?
Allmers.
Doveva essere in bene. E sarà, lo deve essere pel meglio.
Rita (eccitata).
Per viaggio ti è capitato qualcosa! Non lo negare! Ti si legge in viso!
Allmers
(scuotendo la testa).
Non mi è capitata la più piccola cosa, esternamente, intendiamoci, ma....
Rita (ansiosamente).
Ma?
Allmers.
Che nel mio interno si sia compita una piccola trasformazione, è innegabile.
Rita.
Oh, Dio!
Allmers
(conciliante, accarezzandole la mano).
Tutto pel meglio, cara Rita. Ne puoi essere certa.
Rita
(sedendosi sul sofà).
Bisogna che tu ce lo racconti subito. Tutto, tutto!
Allmers
(rivolgendosi ad Asta).
Sia pure, sediamoci anche noi due. Poi mi proverò a raccontare, meglio che mi sarà possibile.
(Si siede sul sofà vicino a Rita. Asta avvicina una sedia e si siede proprio vicino a lui. Breve pausa).
Rita
(guardandolo con la massima aspettazione).
E così?
Allmers
(guardando davanti a sè).
Quando ripenso alla mia vita passata, al mio destino, negli ultimi dieci, undici anni, mi par di esser vissuto in una novella o in un sogno. A te no, Asta?
Asta.
Certo, in molte cose.
Allmers (continuando).
Quando penso cosa eravamo prima, noi due, Asta. Noi due orfani, privi di mezzi.
Rita (impaziente).
Ah, da allora è già passato tanto tempo.
Allmers
(senza fare attenzione a lei).
E ora vivo nell’agiatezza, nella dovizia. Ho potuto coltivare la mia inclinazione, la mia vocazione. Ho potuto lavorare e studiare a mio bene placito (porgendo la mano). E questa immensa, inconcepibile felicità la dobbiamo a te, cara Rita.
Rita
(dandogli un colpetto sulla mano, metà in ischerzo, metà adirata).
Ma la vuoi finire con questo sciocchezze?
Allmers.
Le ho menzionate, soltanto per cominciare.
Rita.
Ah, sopprimiamo l’introduzione!
Allmers.
Rita, non credere che io sia andato in montagna pel consiglio del medico.
Asta.
Come no, Alfredo?
Rita.
No? e cosa ti ci ha spinto, allora?
Allmers.
La causa era che non trovavo più pace al mio tavolino da lavoro.
Rita.
Non trovavi più pace! Ma, Alfredo mio, chi mai ti disturbava?
Allmers
(scuotendo il capo).
Nulla del mondo esteriore. Ma avevo il sentimento di sciupare addirittura le mie migliori qualità, cioè, le trascuravo, dissipavo il mio tempo.
Asta.
Anche quando lavoravi al tuo libro?
Allmers (annuendo).
Certo, non è quella la sola cosa di cui sia capace. Dovrei saper compiere ben altro.
Rita.
E ti lambiccavi il cervello sempre per codesto?
Allmers.
Principalmente per questo.
Rita.
E per codesto eri tanto mal contento di te negli ultimi tempi? E anche con noi. Poichè lo eri, non è vero?
Allmers
(guardando innanzi a sè).
Mi consumava la vita alla scrivania, tutti i santi giorni. Talvolta anche la metà della notte. Lavoravo sempre al grosso, voluminoso libro sulle: Responsabilità umane.
Asta
(posando la mano sul suo braccio).
Ma Alfredo, quel libro è ben il compito della tua vita?
Rita.
Sicurissimo! questo l’hai pur ripetuto tante volte.
Allmers.
Credevo anch’io che così fosse. Fin da quando ero appena escito dall’adolescenza. (con fervore) Poi, cara Rita, tu mi desti la possibilità di mettermi al lavoro.
Rita.
Ah, sciocchezze!
Allmers (sorridendole).
Tu con i tuoi monti d’oro....
Rita.
(metà scherzando, metà sul serio).
Siamo sempre daccapo con queste fandonie!
Asta
(guardandolo angosciosamente).
Ma il libro, Alfredo?
Allmers.
Esso cominciò in certo qual modo ad allontanarsi da me! E sempre più mi s’impose il pensiero dei maggiori doveri che m’incombevano.
Rita
(afferrandogli la mano con esultanza).
Alfredo?
Allmers.
Il pensiero di Eyolf, cara Rita.
Rita
(lasciando cadere la mano di lui, disillusa).
Ah, sì.... il pensiero di Eyolf!
Allmers.
Il piccolo Eyolf, poverino, mi si è abbarbicato sempre più profondamente nell’anima. Dopo la sua sciagurata caduta che l’ha ridotto... E specialmente, dacchè abbiamo la certezza che tutti i rimedi sono inefficaci.
Rita (persuasiva).
Ma se te ne occupi quanto più puoi, Alfredo!
Allmers.
Come un precettore, sì certo. Ma non come un padre. E da ora innanzi voglio essere un padre per Eyolf.
Rita
(lo guarda scuotendo la testa).
Non ti capisco bene.
Allmers.
Intendo dire che voglio adoperare tutte le mie forze per rendergli l’inevitabile più leggiero e facile che sia possibile.
Rita.
Ah, ma sai. Grazie a Dio non credo che egli se ne accori tanto profondamente.
Asta (commosso).
Oh, sì, Rita, se ne accora!
Allmers.
Convinciti pure, che la sua disgrazia egli la sente.
Rita (impaziente).
Ma che cosa puoi fare di più per lui?
Allmers.
Voglio cercare di svegliare tutte le felici disposizioni che sonnecchiano nella sua anima di fanciullo. Voglio far crescere rigogliosi tutti, tutti i nobili germi che nasconde in sè; essi devono fiorire e dar frutti. (Si alza, animandosi sempre più) E voglio fare anche più! Lo voglio aiutare a mettere all’unisono i suoi desideri, con quello che può conseguire. Oggi pur troppo, tutta la sua ambizione, tutte le sue aspirazioni, si concentrano su quello che in tutta la sua vita non potrà mai conseguire. Ma io voglio destare il sentimento della felicità nell’anima sua (passeggia un paio di volte su e giù per la scena. Asta e Rita lo seguono con i loro sguardi).
Rita.
Dovresti considerare le cose con maggiore tranquillità, Alfredo!
Allmers
(si ferma presso la tavola di sinistra e la contempla entrando).
Eyolf riprenderà l’opera della mia vita. Se lo vorrà, intendiamoci. Oppure deve potere scegliere qualcosa altro, che sia proprio e completamente suo. Anzi piuttosto questo. In tutti i casi, adesso tronco, interrompo l’opera mia.
Rita (alzandosi).
Ma, carissimo Alfredo, non puoi lavorare contemporaneamente per Eyolf e per te?
Allmers.
No, questo non lo posso. Impossibile! Non posso dividermi. E perciò io mi sacrifico. Eyolf deve diventare la corona della nostra famiglia. Far di lui questo, sarà il nuovo compito della mia esistenza.
Asta
(alzandosi e avvicinandoglisi).
Tu devi avere sostenuta una terribile lotta interna, Alfredo!
Allmers.
Senza dubbio. Qui, a casa, non mi sarei mai inteso con me stesso, non mi sarei mai imposta tanta abnegazione. Qui, a casa, giammai.
Rita.
E per codesto sei andato in montagna questa estate?
Allmers
(con gli occhi splendenti).
Sì! E così giunsi lassù nella solitudine infinita. Vidi come il sole gettava i suoi raggi sulle cime. Mi sentii più vicino alle stelle, mi sembrava quasi d’avere qualche comunanza con loro, mi pareva che c’intendessimo fra noi. E lassù l’ho potuto.
Asta
(contemplandolo con orgoglio).
E ora non lavorerai mai più al tuo libro: Sulle Responsabilità umane?
Allmers.
No, mai più, Asta. L’ho già detto, non posso dividermi tra due compiti. Ma intendo dire che compirò la mia responsabilità umana nella vita.
Rita
(con un sorriso).
Credi proprio di potere mantener questi eroici propositi qui in casa?
Allmers
(prendendole la mano).
Col tuo aiuto, lo posso, (stende la mano) E anche col tuo, Asta.
Rita
(ritirando la mano).
Con noi due, dunque? Ti puoi dunque dividere?
Allmers.
Ma, cara Rita!... (Rita si allontana da lui e si mette sulla porta del giardino).