III.
Don Pio destandosi a giorno chiaro vide la testa di Giorgio affacciata alla portiera dell'uscio e credè che egli venisse ad annunziargli Caruso.
—Pregalo di attendermi un minuto,—disse il principe riacquistando a un tratto la memoria degli avvenimenti della sera precedente, e saltando in fretta dal letto con gli occhi ancora assonnati, andò nello spogliatoio e dopo aver tuffato la faccia in una catinella di acqua fresca, ed avere indossato un vestito di flanella bianca, entrò nel salottino e vedendo Fabio Rosati, invece del Caruso, non seppe reprimere una smorfia di dispetto, nè potè trattenersi dal dire:
—Ah, è lei!
Fabio capì che non era nè atteso, nè desiderato e il sorriso gli morì sulle labbra, ma dominando la pena che gli cagionava quella accoglienza, tolse da un fascio di giornali il Fieramosca, e pose sotto gli occhi del principe l'articoletto sulla cena della sera precedente.
Don Pio lo lesse e poi, restituendolo al Rosati, disse tranquillamente:
—Quando si entra nella vita pubblica, dobbiamo attenderci agli attacchi. Questa asserzione che io non sia capace di svolgere l'idea della stazione in Trastevere, è una asserzione stupida, un mezzo per gettare la sfiducia fra i miei elettori; ma glielo farò veder io se sono capace; glielo farò vedere a questo stupido scribacchino del Fieramosca,—continuava don Pio, cercando in altri giornali se si parlava della sua candidatura.
Fabio non aveva parole; a momenti pensava che Caruso si fosse vantato affermando la paternità di quella idea; ma poi, ripensando a tanti particolari della sera prima, il dubbio svanivagli dalla mente e vi penetrava la sconfortante supposizione che il principe mentisse, mentisse anche davanti a lui, e questa supposizione gli agghiacciava il sangue nelle vene.
Quella benevolenza dimostratagli da don Pio in tante occasioni lo aveva legato a lui con vincoli saldissimi, gli aveva fatto nascere nell'animo una specie di culto per quel patrizio così diverso dagli altri nel modo di trattarlo, e ora che lo vedeva precipitare dall'altare su cui avevalo posto, provava un vero dolore. La serenità non svaniva dal volto di Fabio, ma le sue labbra carnose, non ombreggiate dai baffi, si scoloravano a vista d'occhio.
Don Pio continuava a guardare i giornali e a fare brevi e dispettose osservazioni.
—Questo giornale sostiene la mia candidatura perchè sono caratista; questo perchè il direttore mi deve cinquemila lire; quest'altro perchè sono consigliere della Banca Romana; tutto interesse, nient'altro che interesse!—continuava a dire sorridendo amaramente.—Se non fosse così, tutti mi lapiderebbero, tutti. Ma sarò eletto?—domandò dopo una breve pausa a Fabio, che, ritto dinanzi a una mensola, osservava i ninnoli che vi erano posati sopra.
—Lo spero,—rispose Fabio.
—Ma nulla di positivo mi può dire?
—Io ho ragione di sperarlo,—disse Fabio sorridendo.—Io ho preparato il terreno, a lei sta il lavorarlo.
Il principe fece una mossa d'impazienza; egli era assuefatto dalla madre e da quanti lo circondavano a non conoscere l'impossibile, a credere che con i denari e con un grande nome si giunga a tutto, e il linguaggio che tenevagli Fabio non era fatto per il suo orecchio. Per altro, piegato fino dall'infanzia a non mostrare quello che provava, sorrideva al Rosati e gli diceva di spender pure, di non lesinare sulla pubblicità, di promettere mari e monti, pur di ottener voti; ma mentre parlava, involontariamente lo spingeva verso la porta, come se volesse liberarsi di lui. Fabio, a un certo punto, si accorse del desiderio del principe e si congedò. In quel momento acquistò la certezza che don Pio attendeva Caruso. Egli percorreva a testa bassa la galleria, quando un servitore si staccò da un sedile addossato al muro e fattosi avanti gli disse che la duchessa madre desiderava parlargli.
Fabio si scusò, rispose che non era in abito da visita, che sarebbe andato più tardi, ma il domestico rispose che la signora duchessa voleva parlargli subito, e non potendo resistere a quelle vive preghiere, egli salì le scale che conducevano al secondo piano, pensando sempre con sconforto alla delusione provata.
La duchessa era già vestita, col cappello in testa e il libro da messa in mano, pronta per uscire. Ella, che sapeva sempre quello che voleva, e andava diritta allo scopo, stese affabilmente la mano a Fabio e senza tanti preamboli gli disse, dopo averlo fatto sedere accanto a sè:
—Io voglio che mio figlio sia eletto; che cosa bisogna fare?
Fabio riflettè un momento, ma spronato da quel fare risoluto, vinse la naturale pigrizia del pensiero, e rispose lealmente:
—Oramai il principe si è impegnato troppo formalmente per la stazione in Trastevere, bisogna fare di quell'idea la base della sua elezione e svolgerla, predicarla, affermarla.
—E con quali mezzi?
—Con la stampa.
—Ma io non credo che i giornali, così senza nessun interesse diretto, prenderebbero a cuore la candidatura di mio figlio.
—È vero, ma la stampa non è in floride condizioni a Roma e io farei così per amicarla al principe: C'è un giornale morente, un giornale parlamentare, che era sostenuto da un gruppo di deputati piemontesi e liguri, i quali si sono stancati di non ottenere neppure un posto di segretario generale con tutti i sacrifizi fatti per mantenerlo. Quel giornale, che è La Stampa, tira gli ultimi aneliti, ma non è screditato. Bisognerebbe comprarlo e reclutare fra i redattori dei giornali romani tutta la redazione promettendo loro stipendi che non hanno mai sognati. Bisogna intendersi bene; la scelta è difficile perchè molti di quei redattori, per amore del giornale dove sono, per devozione al direttore, sarebbero capaci di rifiutare, ma fra sei disinteressati c'è sempre l'avido. Ora questo avido con la speranza di migliorare la sua situazione appena La Stampa sarà nelle mani del principe, saprà sostenerne la candidatura, saprà combattere per lui, e l'avere un alleato, un amico in tutti i campi, o almeno una persona che avrà interesse a paralizzare gli attacchi, mi pare un immenso vantaggio.
La duchessa stette un momento soprappensieri, poi disse:
—Quanto ci vuole a comprare La Stampa e ad accaparrarsi la redazione?
—Il giornale m'impegno a farglielo avere con 50,000 lire; per accaparrarsi i redattori bastano 20,000.
—E a far vivere poi il giornale?
—Questo dipende dallo sviluppo che il principe vorrà dargli; ma certo la casa Urbani può permettersi questo lusso.
La contessa fissò per un dato tempo la copertina del libro da messa e pareva che seguisse con l'occhio le cifre che vi tracciava mentalmente, e poi disse:
—Tratti pure e informi me dei risultati delle trattative; a mio figlio parlerò io stessa;—e stendendo la mano a Fabio si alzò per congedarlo con un cortese sorriso.
Fabio scese le scale tutto lieto di quell'incombenza. La sua più viva ambizione era sempre stata quella di essere redattore di un giornale, e di un giornale influente. A forza di portare la notizietta, il resoconto di un ballo, la descrizione di un matrimonio, era riuscito a farsi strada in alcuni giornali, e aveva degli amici fra i redattori, ma non aveva mai potuto mettere il nome di un giornale sulla sua carta di visita, non era mai potuto entrare a un teatro gridando alla maschera il nome di un giornale, non era mai stato delegato a rappresentare un giornale in un banchetto politico, in una commemorazione, in qualche solenne cerimonia. Ora tutte queste aspirazioni stavano per realizzarsi; ora la parte di cronista, come romano, gli spettava quasi per diritto. Eppoi in quel contratto di vendita egli avrebbe guadagnato qualcosa e Fabio aveva sempre e poi sempre in mira l'interesse in ogni atto della vita. Non potendo avere ideali sognava il benessere materiale, l'appagamento di ogni desiderio; egli era nato con l'istinto della mediocrità e quest'istinto si sviluppava in lui sempre maggiore con gli anni.
Sul portone del palazzo e mentre ruminava il pensiero di ottenere il giornale con una somma inferiore a quella detta alla duchessa, s'imbattè nel Caruso, e seppe reprimere il moto di dispetto che gli cagionava quell'incontro.
Capiva che ormai bisognava contare con quell'uomo se voleva che il principe fosse eletto, se voleva che acquistasse il giornale, se aveva a cuore davvero l'esito di quella impresa.
Fabio lo salutò dunque cordialmente, e gli stese la mano.
—Che noia!—disse il Caruso, dopo avergli reso il saluto con il suo fare stanco e spingendo in avanti il labbro inferiore e socchiudendo gli occhi.—Il principe iersera mi ha subito scritto, vuoi vedermi ad ogni costo. Questi gran signori non hanno un soldo di sale in zucca, e si danno sempre il lusso di pensare col cervello degli altri.
Fabio si sentì offeso dalla mancanza di rispetto per tutta una classe, che era assuefatto a venerare, e per don Pio specialmente, ma non rispose altro che con un sorriso, e disse:
—Credo infatti che tu sia aspettato da un pezzo.
—Lo so, ma io non mi scomodo per nessuno e prima delle dieci in camera mia non fa giorno. Addio, Rosati,—e passò davanti al portinaio strascicando il passo, e soltanto sul primo gradino dell'imponente scalone gettò via il sigaro d'Avana, che aveva in bocca.
Per altro, in presenza di don Pio cambiò subito atteggiamento, e seppe incurvare la schiena, seppe farsi umile.
—Scuserà se mi sono fatto attendere, ma affari urgenti da sbrigare mi hanno tenuto occupato sin ora: quando siamo nel giornalismo c'è sempre un ministro o un segretario generale, che hanno bisogno di vederci e ci tempestano di lettere e di ambasciate,—e così svogliatamente cavò di tasca due lettere con il bollo del Ministero degli Esteri e di quello dell'Interno. Però si guardò bene dal leggerne il contenuto al principe. Erano lettere vecchie di due impiegati subalterni, ai quali in altri tempi si era rivolto per domandare notizie.
—Capisco,—disse il principe,—e mi duole di averlo disturbato, ma se non lo avessi fatto col mio biglietto di ieri sera, avrei dovuto farlo stamani. Ha veduto gli attacchi del Fieramosca?
—Sì,—rispose il Caruso,—ma lei deve rallegrarsene. Se il suo nome non intimorisse gli avversari, se non credessero la sua una candidatura seria, non la combatterebbero. La lotta è vita per gli uomini che vogliono conquistare un posto nella politica; senza lotta nessuno si è mai fatto strada.
—Ma come sostenerla con mezzi così disuguali? Essi mi fulminano dal pergamo del giornale, e io non posso battermi con anni eguali.
—Scusi, ma quando non mancano i mezzi materiali, le armi si cercano, si comprano.
—Non ci avevo pensato,—disse il principe.—Del resto queste armi non si creano in un giorno.
In quel momento fu bussato leggermente, e, senza attendere risposta, la porta fu socchiusa e comparve la duchessa Teresa.
—Pio, ho bisogno di parlarti,—disse ella al figlio, senza curarsi della presenza di un terzo.
—Ci vedremo dopo colazione,—rispose il principe, cui premeva di continuare il discorso col Caruso.
—Avrei bisogno di sbrigare subito subito quest'affare,—rispose la duchessa, dando un tono leggermente imperioso alla voce.
Il Caruso, senza aspettare di essere congedato, prese il cappello, s'inchinò alla duchessa, e stendendo la mano al principe si diresse verso la porta.
—Potrebbe tornare qui oggi?—gli domandò.
—Come desidera,—rispose il Caruso col suo fare svogliato, e fatto un nuovo saluto e lasciando il principe nella incertezza sull'ora, uscì.
—Chi è quell'individuo?—domandò la duchessa a don Pio.
—Non lo so,—rispose egli con fare noiato,—nè mi curo di saperlo. È un individuo che mi aiuta a farmi eleggere deputato.
—Tu devi avere un giornale,—disse la duchessa,—e con quel mezzo potrai fare a meno di chiedere aiuto ad alcuno.
—Ma il giornale non lo posso scrivere io e non si fa da solo. Ci vogliono dei giornalisti, e quell'individuo, che è uscito ora, è appunto tale.
—Come mi è antipatico!—disse la madre.
—Anche a me moltissimo,—rispose il principe,—ma quando si ha bisogno della gente non si va a guardare se vi è simpatica o no; si accetta quale è, e si adopra finchè ci serve; poi si getta via come uno straccio vecchio.
—Che cinismo!—esclamò la duchessa, guardando fissamente il figlio negli occhi.
—Vorreste che io mi cucissi a fianco quell'uomo per la vita?
—No, vorrei che tu sapessi farne a meno ora per non doverlo un giorno rinnegare.
—Ora non so farne a meno: in questo momento nelle mani sue sta la mia elezione e io penso all'oggi, soprattutto all'oggi, perchè voglio essere deputato.
—Ma tu sarai eletto non per conto di quell'uomo, ma per opera mia; e non te l'ho forse promesso? Perchè manchi di fiducia in me?
La duchessa cinse il collo del figlio col braccio destro e attirò a sè la testa per baciargliela.
—L'ho promesso a me stessa tante volte che tutto il bene che avrai ti dovrà venire da me, e vorresti che in questa occasione mancassi alla mia parola? Vedi, Pio, io voglio che, quando sarò sparita, tu pensi a me con tenerezza, tu riconosca, per la forza dei fatti, che tua madre non solo ti ha fatto ricco, ma non ti ha negato mai un balocco nell'infanzia, nell'adolescenza, nell'età matura. Per me questa elezione non ha più valore di un balocco; tu lo vuoi ed io te lo voglio procurare. E per procurartelo metterò nelle tue mani un giornale, e col giornale acquisterai importanza come deputato e potrai salire dove tu vorrai, purchè tu sappia scegliere la gente che deve aiutarti.
—Quest'allusione so a chi è diretta, ma ti ripeto, mamma, che quell'uomo, che tu hai veduto uscire di qui, mi s'impone per la forza delle circostanze.
—E tu imponiti a lui con altri mezzi, che non ti possano nuocere; deve essere avido e bisognoso; un uomo ricco ha sempre modo di obbligare uno che non è, e che vuol esserlo. Ora andiamo nella sala da pranzo, perchè la colazione deve esser pronta,—disse la duchessa,—ma non far parola a Camilla di tutto questo tramestio, che ella non può capire, e di cui il suo animo timoroso potrebbe sbigottirsi.
—Camilla è un grande ostacolo, mamma; ella non capisce la vita sotto nessun aspetto.
—Beati i poveri di spirito! Lasciala battere la sua via,—disse la duchessa prendendo il braccio del figlio e guidandolo fuori del suo quartiere.
La principessa, immersa nella lettura di un giornale illustrato, Le figlie di Maria, era ritta dinanzi a una delle finestre della sala, o quando vide entrare il marito e la suocera andò loro incontro, e dopo aver baciato a questa la mano, presentò la fronte al bacio del marito che gliela sfiorò leggermente, e appena sedutosi a tavola continuò con la madre l'interrotta conversazione, non curandosi della presenza di lei, come non si curava dei servitori, che giravano le pietanze e cambiavano piatti e posate.
Quella grande sala con le pareti coperte d'arazzi e i mobili del tempo dell'Impero, dalle forme rigide e dalle dorature sbiadite, era tristissima e fredda.
Pareva che la primavera non potesse farvi penetrare i suoi effluvi profumati, che il sole non osasse spingervi i suoi raggi.
La principessa Camilla mangiava poco e lentamente. Ella non prendeva parte alla conversazione, e soltanto quando udì parlare dell'acquisto del giornale, posò la forchetta e domandò con la voce che diveniva molto nasale quando ella voleva criticare:
—Che cosa te ne farai, Pio, del giornale? Pensi forse a scriverlo da te?
—Se sapessi, sarei ben lieto di prender la penna, ma non so,—rispose il principe in tono allegro.
—Non ti vergogneresti di farti giornalista?
—No, anzi sarei fiero di saper fare qualcosa, mentre così devo sempre ricorrere ad altri, ed è cosa che mi umilia.
—Come sei cambiato, Pio!—esclamò donna Camilla.
—Cammino con i tempi, che vuoi? Se mi ostinassi a tener le mani alla cintola, per fare come fecero alcuni dei miei antenati, tutti mi passerebbero avanti, e io sono della tempra dei cavalli da corsa; non solo non tollero che alcuno mi lasci addietro di una testa, ma neppure tollero di sentirmi galoppare alle calcagna. Ci trovi qualcosa da ridire, Camilla?
—La mia parte non è quella di biasimare; io amo l'ombra, la quiete, e nella quiete medito e prego.
Il principe sorrise ironicamente e guardò la madre. Era ebro, non già per il vino bevuto, ma per le idee che gli mulinavano per il capo, per quella vita nuova nella quale s'ingolfava, e in cui sperava di spendere quella malsana irrequietezza, che lo aveva spinto per il passato a viaggiare di continuo, a gettarsi ora nei piaceri della vita di Parigi e di Cannes, ora in quelli della vita inglese; a cambiare capricciosamente sistema di coltivazione nei suoi possessi, a riformare, senza attendere il risultalo di una prima riforma, l'allevamento delle razze equine e bovine, a disfare per riedificare. A trentacinque anni don Pio era, come carattere, un ragazzo male educato, e la deputazione, la vita politica, si presentava a lui con tutte le attrattive di un nuovo trastullo. Prendevano il caffè quando alla duchessa fu recata una carta sulla quale don Pio gettò gli occhi.
—Pregate quel signore di attendermi un momento.—diss'ella continuando a bere il moka.
—Non sapevo che tu conoscessi il Rosati,—osservò don Pio.
—L'ho conosciuto per giovarti e credo che di quel ragazzo si possa fare un utile cooperatore.
—Ha poche idee,—disse il principe.
—Ma ha molta fede in te, ti è molto affezionato,—disse la duchessa alzandosi.
—Posso assistere al vostro colloquio?—domandò il principe infilando il braccio in quello della madre.
—Sì, amor mio, vieni, vieni pure.
Essi uscirono senza dire una parola a donna Camilla. La piccola signora li guardò mentre uscivano e poi esclamò con accento di dolore:
—Tutto mi allontana da Pio, tutto! Dio mio, datemi forza di sopportare questa orribile solitudine, mandatemi dei figli, dei figli!
IV.
Nella settimana precedente le elezioni generali, ai manifesti di ogni colore che tappezzavano i palazzi, le case, i monumenti di Roma e formavano come una grande cintura intorno all'obelisco di Montecitorio, erano frammisti molti cartelli che ammiravano la trasformazione del giornale La Stampa. Quei cartelli informavano il pubblico che il giornale ingrandiva il formato, portava il prezzo da due a un soldo, avrebbe contenuto articoli d'insigni scrittori, corrispondenze telegrafiche da tutte le parti del mondo, romanzi novissimi; quei cartelli facevano molte altre promesse, che avrebbero lasciato il pubblico indifferente, se fra tutta quella farragine di innovazioni non avesse letto che il giornale trasferiva i suoi uffici al pian terreno del palazzo Urbani. Quella notizia era molto commentata e naturalmente si diceva che il giornale passava nelle mani del principe della Marsiliana, che il principe aveva intenzione di spendere l'osso del collo pur di farsi eleggere e poi divenire ministro.
Nelle redazioni dei giornali i commenti erano più vivi ancora. Tutti i redattori accaparrati dal Rosati per La Stampa, col patto di rimanere per il momento al loro posto e stare zitti, parlavano del giornale e del principe con molta simpatia; gli altri, che speravano di trovare lavoro, di veder migliorate le loro condizioni, di essere accaparrati, chi come cronista drammatico, chi come cronista musicale, o che avevano un romanzo da vendere, approvavano l'impresa di don Pio, e Fabio approfittava di quelle buone tendenze dei giornalisti, invitava a colazione o a pranzo ora questo ora quello, e intanto parlava della elezione del principe, insinuava che l'appoggiassero, paralizzava gli attacchi ed era beato per quell'aureola d'influenza acquistata a un tratto e per le diecimila lire guadagnate sul contratto di vendita della Stampa, di cui un migliaio aveva imprestato ai nuovi colleghi con molto accorgimento.
In mezzo a tutta questa gioia per una mèta raggiunta, Fabio non aveva altro che una amarezza: Ubaldo Caruso. Quell'uomo che stava sempre al fianco del principe, che già aveva presa la direzione del giornale, e faceva la polemica accanita per sostenere l'elezione di don Pio e enumerava ogni giorno i vantaggi che sarebbero nati per il Trastevere dall'aver la stazione, quell'uomo era la bestia nera di Fabio. Con le sue maniere striscianti, parlando poco, promettendo poco e lasciando sperare molto, Ubaldo si era assicurato la collaborazione di un ex-ministro di agricoltura, dei Carrani, uomo fegatoso, inviso al presidente del Consiglio, ma venerato come capo da una numerosa schiera di malcontenti di cui aveva sposato i risentimenti e i rancori.
L'onorevole Carrani aveva capito qual partito politico trarre da un giornale ricco, che gli avrebbe creato popolarità fuori del Parlamento e influenza a Montecitorio, che gli avrebbe permesso di combattere a oltranza il Governo e di profittare di una crisi per rientrare nel Gabinetto, non più a rappresentare una parte secondaria, che non avevagli servito altro che a stuzzicare la sua smodata ambizione e la sua sete di dominio, ma a rappresentarvi una parte principale, come ministro dell'interno e forse più. Considerando tutti questi vantaggi il Carrani aveva dato ascolto alle parole di Ubaldo e aveva subito preso a scrivere articoli pieni di fiele nella Stampa, scoprendo le mene elettorali del governo in favore del candidato opposto a don Pio, che era il ricco mercante di campagna de Petriis. Quel povero Petriis era attaccato in ogni modo: nella sua vita economica come uomo d'affari, che dava capitali a interesse un tantino illegale; come uomo privato per le sue simpatie per una notissima donnina, che si offriva un tempo alla borsa della galanteria per poche lire; come consigliere comunale per la sua opposizione ad ogni spesa che avesse in mira l'erezione di monumenti ai patrioti; come ex-deputato per il suo mutismo durante due legislazioni. E siccome il de Petriis era uno di quei romani, che non si commuovono per nulla, che hanno nel sangue l'indifferenza propria dei popoli che hanno tutto udito, tutto veduto e che sono convinti che tutto sia possibile in un mondo che varia, come il cielo alle falde del Vesuvio, lasciava dire, e il Carrani non cessava gli attacchi. E mentre da un lato Ubaldo faceva propaganda per don Pio sostenendo l'idea della stazione in Trastevere, mentre Fabio tratteneva gli attacchi della stampa di ogni partito interessando i redattori dei giornali, il Carrani demoliva l'avversario del principe con ogni mezzo, onesto o disonesto che fosse.
Don Pio non faceva nulla in tutto quel tramestio; egli pagava soltanto, pagava lautamente. In una settimana aveva speso più di centomila lire, ma siccome la duchessa, che per una antica consuetudine aveva continuato ad amministrare il patrimonio, non gli faceva osservazioni, egli non si curava di quella somma inghiottita in così poco tempo dalla compra del giornale, dalle spese per manifesti, per acquisto di voti; e baloccandosi col giornale, di cui con occhio inesperto e curioso studiava l'ordinamento, ordinava mobili per la redazione, faceva trasportare nelle sale a quelle destinate tutta la ricca biblioteca di casa, e si lasciava persuadere da Ubaldo, col pretesto che non era prudente per un giornale d'opposizione di servirsi di una tipografia che non fosse propria, a ordinare motori, macchine, caratteri e tutto ciò che è necessario per montare una grande stamperia, che doveva esser collocata in un cortile interno del palazzo, che già coprivasi a cristalli.
Il palazzo Urbani non aveva, da cinque secoli che era piantato sulle sue fondamenta, veduto mai un via vai continuo come in quei giorni che precedevano la elezione del principe, e sopratutto non aveva mai veduto uno dei suoi proprietarii scender nelle cantine, conferire con gli architetti, confabulare con gli accollatarii, e incitare gli artigiani al lavoro come se fosse un assistente.
Stanco, egli giungeva in ritardo a colazione e a pranzo, e in presenza della moglie parlava di continuo con la duchessa di quello che aveva fatto e di quel che restavagli a fare per preparare al giornale un comodo alloggio; e intanto esaminava gli articoli comparsi nella Stampa, parlava degli attacchi degli altri giornali, attacchi come di schermitori che tirassero in sala. Ogni tanto, per un affare urgente, il Rosati e l'Ubaldo mandavano un biglietto al principe, ed egli li faceva entrare, offriva loro un bicchiere di Bordeaux o una tazza di caffè, e si parlava di giornalismo, di elezioni, di probabilità di riuscita, e don Pio e la Duchessa prendevano il gergo delle tipografie e delle redazioni, e donna Camilla muta, afflitta, rimaneva estranea a tutti quei discorsi, a quella vita artificiale che ferveva in casa Urbani, dimenticata da tutti, non destando simpatie in alcuno, meno che in Fabio. Egli capiva la solitudine glaciale che circondava la signora, e ogni tanto, nel fervore di un discorso, si volgeva a lei dandole una spiegazione, cercando di associarla a quella vita senza riuscirvi.
Donna Camilla continuava a tenere gli occhi bassi, a mangiare lentamente, e appena riuscivale di schivarsi, se ne andava senza far rumore. Così procederono le cose fino alla domenica, fino al giorno delle elezioni.
V.
La domenica fissata per le elezioni don Pio non ragionava più e il palazzo Urbani pareva diventato il quartier generale di un esercito di popolani. Ogni momento entrava rumorosamente nel cortile una botte e scendeva da quella o il sor Domenico, l'oste di "Muzio Scevola", o Scortichino, l'oste del San Francesco a Ripa, o un altro popolano elettore del principe, e il principe riceveva tutti senza far fare anticamera a nessuno, era prodigo di strette di mano, di sorrisi, di incoraggiamenti, che inorgoglivano quei plebei ai cui occhi il principe ingigantiva, perchè provavano il bisogno di inalzarsi essi pure per opera di lui.
Tutti gli portavano le notizie delle elezioni. Dal seggio non si moveva Fabio; egli sorvegliava la votazione, contava i votanti, sapeva, aiutato dagli amici, chi votava per il candidato governativo e chi per don Pio, per modo che poteva a un di presso fargli il bollettino dei voti ora per ora. Se vedeva che qualcuno su cui contava, tardava a giungere, se un gruppo dal quale aveva avuto promesse di appoggio, non si presentava, spediva uno dei suoi aiutanti di campo in cerca dell'individuo o del gruppo, e l'aiutante di campo girava le osterie finchè non lo aveva trovato e poi tornava al seggio trionfante.
Per quel servizio, Fabio Rosati aveva fissato dieci botti, aveva pagato venti individui, e, calmo in apparenza, non dimenticava nulla, e, sopratutto, pensava al principe e mezz'ora per mezz'ora gli spediva qualcuno. Naturalmente la lotta era viva e in qualche momento la bilancia pendeva in favore del de Petriis, qualche altro in favore del principe. Il Governo aveva fatto consigliare ai suoi di votare per il de Petriis, e quel battaglione ubbidiva alla consegna, mentre i partigiani di don Pio, dispersi nelle osterie, dimostravano, al momento dell'elezione, più simpatia per il vino, che pagavano con i denari del principe, che per il principe stesso. Quelle dieci botti non si fermavano un momento, e Fabio, con quei bollettini vari che si succedevano a breve distanza, manteneva il principe in uno stato di continua ansietà e lo faceva passare dalla speranza al timore.
Alle sette, all'ora del pranzo, il principe fu avvertito che la minestra era in tavola, ma egli aspettava ancora il resultato definitivo dello spoglio, e non pensava neppure a uscire dalla redazione della Stampa, dove l'Ubaldo gli dava speranza, dove continuavano affluire i suoi elettori per portargli le notizie. Verso le otto la duchessa impaziente era scesa dal figlio, e quando Fabio entrò di corsa nella stanza con le braccia alzate e gridando: "abbiamo vinto!" la duchessa prese la testa di don Pio fra le mani e la baciò con effusione, quindi stese la destra ad Ubaldo e la sinistra a Fabio, dicendo loro:
—Se mio figlio è deputato, lo devo a voi due!
Il principe si contentò di sorridere; quella confessione non voleva farla; l'orgoglio di razza si manifestava in lui potente appena gli arrideva il successo, anche se sentiva che quel successo non era opera sua.
—Perchè non andiamo a pranzo?—diss'egli alla madre.—È tardi, e Rosati e Ubaldo debbono aver fame quanto me. Via, signori, salite!
—Grazie,—rispose umilmente Ubaldo.—Mia moglie è giunta ieri da Milano e non sarebbe contenta se io mancassi oggi subito a desinare.
Dacchè era riuscito a farsi dare il posto di redattore-capo della Stampa, l'Ubaldo aveva voluto cancellare tutto il passato che ognuno avrebbe potuto rinfacciargli ogni momento, aveva voluto cancellare almeno quello che si cancella, e aveva chiamato a Roma la moglie e il figlio, e prendendo in affitto una casa di dipendenza del palazzo Urbani, aveva preparato loro un quartiere semplice, ma comodo e da persone per bene.
—La signora Caruso lo scuserà; si tratta di una giornata eccezionale; la faccia avvertire da un usciere,—disse don Pio.
—L'ora del desinare è già passata da un pezzo e Maria starà in pena,—rispose l'Ubaldo, che era ben lusingato di sentirsi pregare.
Fabio Rosati nascose un sorriso, fingendo di arricciarsi i baffi, che non aveva, e quel sorriso non sfuggì a Ubaldo, il quale peraltro fu subito distratto da quel pensiero vedendo entrare sua moglie, che, accorgendosi della presenza di tanta gente, rimase inchiodata sulla porta, senza sapere se doveva avanzarsi o retrocedere.
—Vieni, Maria,—dissele il marito, facendo con molta premura alcuni passi verso di lei.—Mi scuserai del ritardo: capisco, il pranzetto che mi avevi preparato è già guasto; è una giornata eccezionale, una giornata di elezioni.
—Puoi venire adesso?—gli domandò la moglie con premura arrossendo pel sentire tutti gli occhi fissi su di lei.
—Non credo, sono invitato; abbi pazienza per una sera.
Ella abbassò gli occhi mestamente come chi vede svanire una dolce speranza lungamente accarezzata, e non disse parola.
Il principe vedendola, così afflitta andò a lei e le disse:
—Ero io che avevo pregato suo marito di passare con noi questa sera di festa, questa sera della mia elezione alla quale ha tanto validamente cooperato, ma se questo deve far dispiacere a lei, rinunzio al piacere di pranzare con suo marito.
Maria alzò i suoi occhioni verdastri e cangianti come l'onda marina, e arrossì di nuovo nel pensare a rispondere. Era una donnina modesta, semplice e d'imponente non aveva altro che la maestosa persona dritta ed elegante. Di cuore e di mente era una bambina ancora, una bambina ingenua e fresca come una rosa, che la miseria, le privazioni e l'abbandono del marito non avevano ancora sfiduciata.
Nata a Venezia nella povera casa di un pittore, che aveva l'ingegno superiore alla capacità, nata in mezzo a una quantità di fratelli e sorelle, ella si era assuefatta fino dall'infanzia a non temere le privazioni e i disagi, a ritenerli quasi compagni costanti della vita di un artista. Nella povera casa l'allegria e la serenità erano le sole cose che non facessero difetto, e il padre sapeva tener viva nella famiglia la fede in sè, la fede che un giorno o l'altro il suo ingegno avrebbe trionfato, che un giorno o l'altro sarebbe venuto un inglese, un russo o un principe tedesco, e avrebbe pagato a peso d'oro i quadretti che ora vendeva quasi per nulla ai mercanti di oggetti d'arte. Questa speranza e un culto per l'arte in tutte le sue manifestazioni, salvavano i figli dall'abbattimento e mantenevano il loro pensiero in una sfera che non era volgare. Benchè poco còlti, essi avevano un gusto naturale per tutto ciò che era bello; la vista di un bel quadro, l'udizione di un'opera, una visita in una chiesa o in un palazzo sollevavano l'anima loro come una consolazione che a tutti non è dato provare. In mezzo a quella bella e lieta famiglia, Maria rifulgeva come una statua greca del secolo di Pericle in mezzo a un gruppo di statue moderne, e la sua bellezza istessa, unita a una grande dolcezza di carattere, la facevano l'idolo di tutti.
Ubaldo, nonostante che fosse di Pisa, paese dove non mancano i mezzi d'istruzione, era stato mandato alla Scuola Commerciale di Venezia per vedere se là riuscivano a fargli imparare qualcosa, come si mandano i malati di petto da un clima in un altro con la speranza di salvar loro la vita. Ma anche alla Scuola Commerciale studiò quanto aveva studiato in patria, e, uscito da quell'Istituto, non volendo darsi al commercio come il padre, rimase a Venezia facendo il dilettante giornalista e imponendo alla famiglia gravi privazioni per mantenerlo in quella vita di ozio costoso.
Bazzicando nella redazione di un giornale, frequentando il palcoscenico dei teatri, andando ora qua ora là per fare il pezzetto di cronaca, aveva preso una infarinatura di giornalista, aveva annodate molte relazioni, e con questo fardello molto scarso si lusingava di entrare davvero nel giornalismo, magari per la porta umile del cronista, ma di entrarvi, e tanto fece che riuscì in quest'intento. La pertinacia era l'unica virtù che egli veramente possedesse; del resto, gli mancavano e il sentimento della famiglia, l'operosità, il desiderio d'imparare, l'economia decorosa, qualità tutte che sono la forza di chi discende da una schiatta di mercanti. I suoi venivano da Gaeta; da un secolo circa erano andati ad esercitare il commercio a Livorno e il padre di Ubaldo da quella città era passato a Pisa, dove aveva sposata la figlia del proprietario di una fabbrica di tessuti. Prima era divenuto direttore di quella fabbrica e poi proprietario alla morte del suocero.
Il pittore Rossetti era spesso nelle redazioni dei giornali per invitare i redattori a visitare i suoi quadri: il povero artista sperava, facendo parlare di sè, di attirare nel suo studio quei ricchi forestieri, dai quali attendeva la fortuna. Ubaldo Caruso ricevè un giorno il Rossetti e lo assicurò che presto lo avrebbe visto allo studio. Il Caruso era da poco nel giornalismo e non trascurava occasione per farai conoscere, per obbligare quanti si rivolgevano a lui; per questo si affrettò a mantenere la promessa e un dopopranzo, terminata la cronaca, andò dal Rossetti.
Lo studio del vecchio artista era messo con un certo gusto; non vi erano oggetti di valore, ma le stoffe antiche un po' sbrandellate coprivano i muri, le porcellane di Venezia erano posate sui mobili tarlati; e sui divani erano gettati dei tappeti turchi molto vecchi.
Tutte quelle tinte miti si fondevano in un tutto armonioso, che accarezzava dolcemente l'occhio e faceva da cornice a una stupenda figura di giovinetta che, seduta davanti all'artista, sopra un ripiano di legno, servivagli di modella per una Desdemona.
Ella arrossì lievemente vedendo entrare un estraneo e sollevò il capo dai guanciali che le facevano da sostegno.
—Il signor Caruso, redattore del Tempo,—disse il vecchio stringendo la mano con effusione al giornalista.—Mia figlia minore, la mia Maria.
Ubaldo gettò uno sguardo sul quadro, che rappresentava Desdemona in atto di ascoltare il racconto delle battaglie di Otello, lo lodò immensamente e disse che se quel quadro era riuscito così, era merito non solo dell'autore di esso, ma anche della bellezza della signorina.
Il vecchio artista, lieto di quelle lodi prodigate all'opera sua e alla figlia prediletta, non permetteva più che l'Ubaldo se ne andasse. Con quella parlantina tutta propria dei veneziani, ei gli manifestava le sue speranze, speranze che i disinganni non erano riuscite a scemare, gli parlava con fede dell'arte, delle consolazioni che dà a chi l'ama e la coltiva, e ripetevagli sempre:
—Che peccato che il signore non sia artista!
Il Caruso pareva che prestasse molta attenzione alle parole del Rossetti, ma invece guardava molto la bella Maria, la quale lo accompagnava nella visita allo studio strascinando sul pavimento un vecchio vestito di antica stoffa gialla, che aggiungeva maestà alla imponente figura di lei e ne faceva meglio risaltare i nerissimi capelli chiusi nella reticella d'oro. Ella, al contrario del padre, parlava pochissimo, ma la sua voce era così dolce, così carezzevole, che chi l'udiva credeva sempre di sentire susurrare all'orecchio parole affettuose, che scendevano dritte al cuore, e la parola ella accompagnava con un abbassare così lento delle pesanti palpebre da far credere a chi la guardava, che ella capisse il fascino che esercitava, e quasi ne fosse vergognosa.
Ubaldo Caruso s'invaghì subito di Maria, e non potendo dirle quello che gli ispirava perchè la ragazza non si scostava mai dal padre e ogni tanto posavagli in atto carezzevole la testa sulla spalla, la guardava di continuo e le faceva salire a vampe il rossore fino alla fronte e alle orecchie.
Naturalmente l'Ubaldo scrisse il giorno dopo sul Tempo un articolo molto laudativo per il Rossetti e trovò modo di vantare la splendida bellezza della figlia, che aveva servito di modella al quadro di Desdemona. In redazione si burlarono molto di lui per l'ammirazione tributata a un artista invecchiato nell'oscurità, ma i colleghi dell'Ubaldo andarono allo studio del Rossetti e tutti rimasero incantati della figlia. Intanto il pittore dedicò a colui che gli aveva procurato tutte quelle visite di giornalisti una grande riconoscenza. Non si sentiva più ignorato e questo lo doveva ad Ubaldo, e glielo diceva e glielo dimostrava ammettendolo in casa sua, in mezzo a quella numerosa e geniale figliolanza, dove la miseria non era riuscita a offuscare la serenità e l'allegria.
Era d'autunno e a Venezia affluivano molti forestieri del Nord, diretti a Nizza, a Cannes, a Roma e a Napoli. Mercè le preghiere dell'Ubaldo, due altri cronisti parlarono del Rossetti e del suo ultimo quadro, che fu venduto davvero a una signora russa, e l'artista ottenne commissioni da altri forestieri.
La gioia del vecchio non ebbe limiti, come non ebbe limiti il suo affetto per Ubaldo. Lo trattava come un figlio, come il suo figlio prediletto, e non faceva altro che parlare di lui, mentre il giovane approfittava della ospitalità accordatagli in casa Rossetti, per dimostrare il suo amore a Maria, la quale accoglieva quegli omaggi senza entusiasmo.
Non era amore, amore nel senso alto e nobile della parola, quello che ella ispirava ad Ubaldo; era un capriccio, una passione sensuale che, appunto per la impossibilità di esser soddisfatta, si faceva irritante e prendeva del vero amore tutte le apparenze. In quella famiglia onesta, dove le ragazze erano sempre circondate dai genitori e dai fratelli, era impossibile pensare a una seduzione, e Maria, modesta e onestissima, non avrebbe commesso mai un fallo, anche se fosse stata dominata dall'amore, e amore non ne provava per Ubaldo, come non ne aveva mai provato per nessuno. Era stata assuefatta a pensare che una ragazza non deve amare altri che l'uomo che i genitori le presentano come sposo; aveva veduto le sorelle inoltrarsi negli anni, senza mai far parlare di se, senza mai soggiacere a una passione, serbando sempre il cuore al marito, che un giorno speravano le avrebbe tolte di casa per far di loro buone e oneste madri di famiglia, e Maria voleva fare come le altre. Così quando Ubaldo le diceva alla sfuggita qualche parola d'amore, ella abbassava le pesanti palpebre e arrossiva, non già perchè il cuore fosse turbato da quelle parole, ma perchè le parevano un insulto al suo pudore di donna. Ella non osava rispondergli duramente, perchè divideva la gratitudine che il padre aveva per lui, e capiva che quel benessere relativo di cui godevano era opera di Ubaldo, capiva che se le speranze del vecchio e di tutta la famiglia erano state una volta appagate, lo dovevano a lui, ma non lo incoraggiava punto e si manteneva modesta e pudica come era stata sempre.
Quel contegno e il vederla sempre irritavano la passione di Ubaldo per Maria. Egli, dopo un anno di tentativi inutili per farsene una innamorata, avevala chiesta al vecchio pittore il quale avevagli detto:
—Ma prendila, prendila subito, è la più bella cosa che possiedo e sono lieto di dartela.
Il Rossetti nel dir questo non aveva pensato alla famiglia di Ubaldo la quale avrebbe dovuto farsi viva e mandare il consenso, e neppure alla possibilità che Maria rifiutasse l'offerta.
Dalla parte di casa Caruso l'ostacolo fu appianato con una gita a Pisa del figlio, il quale come tutti i figli unici ottenne il consenso quando disse che se non poteva sposare Maria si sarebbe ucciso.
Dalla parte di Maria la resistenza fu più lunga e più seria. Una lotta tremenda si combatteva in lei fra il desiderio di contentare il padre, che tanto desiderava quel matrimonio, e la voce della fede che le diceva di commettere una specie di sacrilegio sposando un uomo che si burlava della religione e al quale sarebbe stata unita soltanto dal vincolo di un contratto civile. Ubaldo si accorse che Maria con lui si sarebbe mantenuta sempre sulla negativa, perchè non lo amava e non si sarebbe mai lasciata intenerire dalle sue preghiere. Allora cessò d'importunarla con suppliche e con lettere, e si mise alle costole al padre, e tanto e così bene seppe raggirarlo, che un giorno il Rossetti con le lagrime agli occhi supplicò la figlia di sposare Ubaldo. Maria non seppe resistere e lo sposò, facendosi per altro giurare che le avrebbe lasciato piena libertà di praticare la religione cattolica e che i figli che sarebbero nati dalla loro unione avrebbero tutti avuto il battesimo e sarebbero stati educati religiosamente.
Ubaldo promise tutto quello che Maria voleva, e Maria lo amò appena sposatolo perchè ella era di quella pasta di donne che non sanno voler bene che al marito. Per due anni quell'unione fu felice, ma poi, morto il padre del Caruso e trovatosi Ubaldo possessore di alcune decine di mila lire, lasciò il posto modesto occupato fino a quel giorno nella redazione del giornale Il Tempo, e volle andare a Milano con la speranza di trovar lavoro più lucrativo in quel campo più vasto del giornalismo italiano.
Quella risoluzione del marito cagionò a Maria un vivo dolore. Ella non era mai uscita da Venezia, non aveva mai lasciato passare un giorno senza andare a casa dei suoi, e ora doveva abbandonare la città, che era il suo mondo, la famiglia che adorava. Nonostante, non importunò Ubaldo con i suoi rammarichi e le sue lagrime. Ella ubbidì senza lamentarsi, poichè l'ubbidienza era la sua virtù, e poichè credeva che la moglie non dovesse avere altra volontà che quella del marito.
A Milano, Ubaldo prese un bel quartiere in via Brera, lo ammobiliò con eleganza, volle che la moglie si vestisse bene, e per i primi tempi non fece altro che le corrispondenze per Il Tempo di Venezia. Questa sua qualità di corrispondente lo mise in rapporto con molti giornalisti; si seppe presto che aveva un piccolo patrimonio e una bellissima moglie, e la sua casa divenne un punto di ritrovo. Tutti gli facevano delle cortesie, era invitato, aveva continuamente palchi per i teatri ed ebbe anche l'offerta di entrare nella redazione della Gazzetta di Lombardia, giornale pettegolo che basava la sua diffusione sullo scandalo, ma che non viveva floridamente e cercava sempre il mezzo per tirare avanti un altro trimestre. Ubaldo Caruso accettò l'offerta e fu ben lieto di poter scrivere di politica e di non sentirsi più chiamare cronista. Però ebbe a pagare a caro prezzo quella soddisfazione. Nei giorni di bisogno il direttore della Gazzetta ricorreva a lui, gli faceva credere che presto gli avrebbe potuto restituire la somma che gli chiedeva, portando a termine questa o quella combinazione finanziaria, e Ubaldo dava senza lesinare, cullandosi nella speranza che alla fine il giornale gli sarebbe rimasto. E su quella speranza basava tutti i calcoli per l'avvenire, si vedeva diventato di punto in bianco un uomo influente, un uomo che i ministri dovevano trattare da pari a pari, che dirigeva l'opinione pubblica, aveva influenza sulle elezioni e poteva aspirare a tutto.
Un giorno la Gazzetta di Lombardia, gli rimase infatti, perchè il direttore non sapeva come tirare più avanti e non poteva rendere al Caruso le somme prese in prestito da lui.
Quel giorno per Ubaldo fu un giorno di gioia, seguito da molti di grande amarezza. Egli tenne gli antichi redattori per avere il piacere di farla da direttore e proprietario con quelli che erano stati suoi colleghi, e dette al giornale un carattere di opposizione al governo, al municipio, alle autorità, sperando di farsi ascoltare, e, sonando sempre a vituperio, di reclutare lettori in tutta la grande falange dei malcontenti.
Ma questo calcolo, che è giusto quando un giornale si appoggia a un partito, e ha molti mezzi per parare i colpi che gli vengono dal governo e dal suoi sostenitori, è sbagliato quando un giornale non ha base politica, non è sostenuto da nessuno, è povero e chi lo dirige non conosce l'arte del ricatto che sfugge all'azione del Codice penale.
Le poche migliaia di lire che restavano ad Ubaldo furono inghiottite in breve tempo dalle spese quotidiane, dai processi per diffamazione, da tutto quel patrimonio di passività che il vecchio direttore aveva lasciato come sola eredità al nuovo.
Ubaldo, non sapendo come rimediare, si dette a giocare alla Borsa; ebbe da principio la disgrazia di vincere, giocò allora con più ardore, perdè, perdè sempre, perdè tanto che a una liquidazione a fine mese non potè pagare le differenze e fu affisso alla Borsa. Senza credito, senza mezzi, senza il giornale, non sapendo a qual partito appigliarsi, fece le valigie e andò in Svizzera lasciando a Milano la moglie e il bambino, che eragli nato da poco più di un anno.
La dolce creatura, che aveva sopportato così serenamente la miseria nella casa paterna, non ebbe una parola di rimprovero nè un pensiero di biasimo per il marito che l'abbandonava. Lasciò che i creditori prendessero tutto ciò che vi era in casa, e si ridusse a vivere in una modesta cameruccia, benedicendo l'uomo che per cinque anni le aveva procurato una esistenza comoda e avevale fatto conoscere i piaceri della vita.
Prima di dar fondo alle poche centinaia di lire che ella economizzando aveva messe da parte, cercò una occupazione. Sapeva dipingere i fiori ed ebbe lavoro da una fabbrica di terraglie. Ma una bella donna come Maria, che per qualche tempo tutti avevano veduta alle prime rappresentazioni ai teatri, alle inaugurazioni e a ogni festa ove il giornalismo è invitato, non sparisce senza che qualcuno non s'informi di lei, non sparisce senza essere rimpianta. Molti amici del marito la cercarono, seppero dove stava, che vita sacrificata ella faceva e vollero aiutarla e consolarla, ma ella onesta com'era, respinse sdegnosamente tutte le offerte, cercò di sottrarsi a ogni persecuzione e lavorò sperando in giorni migliori.
Ubaldo, dopo aver passato alcuni mesi molto travagliati in Isvizzera, ottenne da certi parenti ricchi, che aveva a Livorno, i mezzi per andare a Parigi sperando di divenire colà il corrispondente di qualche giornale italiano, e dopo lungo attendere vi riuscì mercè la sua pertinacia. Ma appena ottenuta quella occupazione egli si lasciò trascinare a far vita dispendiosa, giocò, si indebitò di nuovo fino agli occhi e dovette lasciare Parigi, come aveva lasciato Milano, e venne diritto a Roma, dove capita tutta la gente che non sa che cosa fare altrove; venne a Roma senza mezzi, ma ricco di esperienza acquistata, e ricominciò la vita del corrispondente.
Non era un bello scrittore, ma l'amarezza, il fiele che lo rodevano, lo spingevano a raccogliere tutte le voci che potevano recar disdoro a qualche personalità spiccata, a macchiare qualunque individuo o istituzione. Egli fu presto conosciuto nei ritrovi serali dei corrispondenti al telegrafo; le sue corrispondenze furono lette, ebbe dei duelli con esito favorevole per lui, e fu temuto e guardato dai compagni come un flagello, del quale sarebbe stato opportuno di liberarsi, senza saper come.
I modesti guadagni che faceva non bastavano ad appagare le sue abitudini costose e così cercò di mischiarsi in qualche affare, fece acquistare dei terreni, ma ancora non era pago e cercava, cercava sempre il mezzo di far fortuna, quando credè di averlo trovato la sera della cena elettorale di don Pio. Capì che nel principe l'ingegno era molto inferiore all'ambizione, e che le forze non gli sarebbero bastate per farsi eleggere e poi per sostenere da solo il mandato, e sognò di rendersi indispensabile a lui, di essere la sua mente, l'anima di quell'uomo, che parevagli soltanto un fantoccio animato dalla vanità. Fabio lo aiutò mirabilmente proponendo l'acquisto del giornale.
In quei due anni Ubaldo si era poco rammentato della moglie. Egli sapeva che la povera donna lo avrebbe amato sempre e che la sua onestà l'avrebbe protetta da qualsiasi pericolo. Qualche volta a Parigi uscendo la mattina da una casa di giuoco dopo aver guadagnato alcuni rotoli di monete d'oro, era andato al telegrafo e aveva mandato alla moglie qualche centinaio di lire. In quell'ora triste gli pareva di vedere la sua bella Maria intenta a dipingere terraglie, stanca, assonnata, e quella visione non gli dava tregua finchè il telegramma non era partito; poi non pensava più a lei, afferrato di nuovo nell'ingranaggio delle preoccupazioni incessanti.
Ora l'aveva ritrovata sempre bella e serena, senza che dalla bocca di lei fosse uscita una parola di rammarico per quei due anni di abbandono. E appunto quella dolcezza di cui ella dava prova aveva intenerito il cuore cinico del marito, che, rivedendola, se ne era incapricciato come prima di sposarla. Ma ora ella non ispiravagli soltanto un rinnovamento di desiderio; gl'incuteva anche rispetto, rispetto per la sua onestà e per il suo dolce animo femminile, ed egli la circondava di un culto, credeva in lei come si crede in una idea incarnata in una persona.
Egli non volle in quel momento di confusione prolungare l'impaccio di Maria e prese il cappello per uscire insieme con lei, quando donna Teresa, che aveva osservato a distanza la bella creatura, le si avvicinò e dissele:
—Io non ho il bene di conoscerla, ma dopo i discorsi che ho inteso fare non posso ignorare che ella è la moglie del signor Caruso; perchè invece di toglierci suo marito, non accetta ella pure il nostro invito?
Merla arrossì e alzò i suoi occhioni in faccia al marito.
—Dal momento che la signora duchessa è così cortese di pregarti, accetta pure,—le disse Ubaldo.
In quel momento entrò correndo l'onorevole Carrani, gettò il cappello sopra una sedia e stendendo la mano al principe, esclamò:
—Dunque la posso chiamare collega, dunque abbiamo vinto, vinto, stravinto! Sa che il presidente del Consiglio è su tutte le furie, che ha chiamato il Prefetto e il Questore e li ha rimproverati del loro poco zelo? Ora La Stampa diverrà il primo giornale d'Italia, e l'avvenire è nelle nostre mani.
L'onorevole Carrani parlava con impeto, aveva le movenze pronte e il corpo singolarmente agile e smilzo. Negli occhi gli brillava l'intelligenza e sulla bocca aveva sempre un sorriso sardonico e iroso. Ora l'idea di aver procurato una pena al presidente del Consiglio, che odiava perchè lo aveva voluto escluso dal rimpasto ministeriale, qualificandolo come elemento di disordine, lo consolava di molte amarezze ingoiate con rabbia, e la speranza di combatterlo con piena libertà nel giornale di cui era l'anima, la speranza di abbatterlo un giorno e di esser presidente in sua vece, lo ubriacava quasi.
—L'onorevole Carrani,—disse il principe presentando l'uomo politico alla madre e alla signora Caruso, che erano rimaste a parlare insieme.
—Spero che ella pure vorrà pranzare con noi; stasera è un pranzo giornalistico e tutti quelli che hanno contribuito all'elezione di Pio debbono bevere lo champagne: via, signore, andiamo a metterci a tavola.
La duchessa Urbani infilò il braccio in quello dell'onorevole Carrani, mentre don Pio offriva il suo a Maria e s'incamminava prima attraverso il cortile e poi su per le scale.
Donna Camilla, leggendo un libro di preghiere, aspettava nell'ampia sala da pranzo. Nel sentire aprire la porta si alzò e fece alcuni passi, ma alla vista di tutta quella gente rimase perplessa, e alzò in faccia al marito uno sguardo freddo e interrogativo.
—La signora Caruso,—disse don Pio per tutta risposta.—Sono eletto e ho invitato tutti coloro che mi hanno aiutato in questo lavoro d'Ercole.
—Io non ho fatto nulla,—disse Maria inchinandosi dinanzi alla principessa, che la salutò freddamente.
La duchessa presentò alla nuora l'onorevole Carrani, ed ella appena chinò la testa dinanzi a lui.
Intanto i servitori, diretti dal maestro di casa, avevano apparecchiato per i quattro invitati e dopo cinque minuti don Pio conduceva a tavola Maria, faceva sedere il Carrani fra la madre e donna Camilla, e indicava al Rosati il posto in mezzo alla moglie e alla signora Caruso, ponendosi a fianco Ubaldo, che rimaneva collocato così fra lui e la duchessa.
A don Pio se mancava la cultura seria, non mancava però la perfetta educazione e la scienza di saper ricevere e di fare con garbo squisito gli onori di casa. Nessuno si sentì a disagio quella sera a pranzo a casa Urbani, neppure Maria, che metteva per la prima volta il piede in una casa aristocratica e conosceva allora tutta quella famiglia. La duchessa pure sapeva ricondurre la conversazione sugli argomenti che potevano interessare il Carrani e il Caruso, e avendo sentito dall'accento che Maria era veneziana, le parlava con entusiasmo di Venezia lodando la grazia e la cortesia delle donne di quella città. L'intelligenza della duchessa, il suo talento d'assimilazione, che è un dono di razza e che quasi tutti i gran signori possedono, le teneva luogo di coltura, e, ragionando di politica, d'arte, di affari, ella non si trovava mai a corto di parole e d'idee; quella sera, in cui voleva fare effetto su tante persone nuove, seppe far valere tutte le sue qualità e destò un vero entusiasmo nel Carrani, nel Caruso e in Fabio Rosati, col quale aveva avuto frequenti abboccamenti nei giorni antecedenti.
Don Pio non badava alla madre; egli era sotto il fascino della bellezza di Maria, della sua freschezza d'impressioni, di quella maniera ingenua e schietta di esprimerle, di quella grazia che fa delle veneziane le donne più attraenti d'Italia. Tutti erano lieti a quella tavola, tutti lo dimostravano. Lieti dell'avvenimento della giornata, lieti di quella improvvisata, lieti dei discorsi scambiati, meno che donna Camilla. Pareva che ella non capisse ciò che dicevano, non le importasse di nulla, che biasimasse l'allegria, e l'occhio freddo di lei si staccava a stento dal piatto. Rispondeva con monosillabi se interrogata, e pareva che col suo contegno freddo e compassato dicesse ai convitati: "Stasera vi tollero perchè mi siete imposti, ma non siete miei pari e non ho nulla di comune con voi." La freddezza della principessa della Marsiliana non alterava per altro la generale allegria. Si beveva e si parlava senza badare a lei, e la banda, accorsa nel cortile del palazzo, suonava un pezzo dopo l'altro sperando di avere un bel regalo dal principe, mentre Ubaldo esponeva la necessità di dare un grande sviluppo alla Stampa, di farne un giornale pieno di notizie telegrafiche dalle capitali estere e dalle città italiane, un giornale che non avesse rivali per informazioni. Con molta chiarezza egli esponeva il suo piano. La Stampa doveva accogliere tutte le lagnanze, tutte le accuse contro le amministrazioni pubbliche. Anche se poi fosse costretta a smentirle, pure la sfiducia restava negli animi e bisognava sopratutto sfiduciare il paese, assuefarlo a dubitare del governo e degli uomini che erano al potere, se si voleva rovesciarli e portare al timone un partito più spinto di cui il rappresentante non poteva essere altri che l'onorevole Carrani.
Il deputato progressista approvava naturalmente le parole di Ubaldo ed egli continuava nella sua esposizione.
La Stampa, egli diceva, doveva penetrare in tutti i paesi di provincia, e questo si poteva ottenere interessandosi a tutte le questioni locali, questioni di elezioni comunali, questioni di abusi di funzionari pubblici, pettegolezzi. Doveva inoltre e sempre sostenere tutti i membri dei partito progressista e radicale...
—Radicale!—esclamò la duchessa.
—Sì,—rispose Ubaldo inchinandosi,—perchè oggi siamo progressisti, poichè questo partito, fra quelli ammessi, è il più avanzato; ma domani possiamo essere radicali, se il partito radicale acquista terreno, distrugge la sfiducia che hanno in esso tutte le persone d'ordine...
—Come me,—osservò scherzando la duchessa.
E l'Ubaldo ridendo a denti stretti, rispose:
—Precisamente.
—Sfiducia che io non divido,—osservò l'onorevole Carrani, che era accusato appunto dalle persone d'ordine, di far l'occhiolino a quel partito.
—In fatto di religione,—continuò Ubaldo accomodandosi la lente e senza badare alle occhiatacce che gli lanciava Fabio,—bisogna combattere il Papato con le stesse armi con cui si combatte il governo; far morire la fede screditando chi la predica.
La principessa della Marsiliana, cui nessuno fino a quel momento aveva badato, si era alzata, e, inchinando leggermente la testa, pallida in volto come una morta, si avviava per uscire.
—Camilla!—disse il principe con voce di rimprovero.
Fabio Rosati era balzato in piedi e accompagnava la principessa, senza che ella neppur lo guardasse. Un servo corse a spalancare la porta e la richiuse dietro a lei.
—Mio Dio, che cosa ho mai detto?—domandò Ubaldo guardando in faccia tutti i commensali.
—Niente, niente di male,—rispose il principe ridendo col suo riso cinico.—Lei ha dato argomento alla principessa per dieci confessioni e per altrettanti esercizi spirituali.
—Continui a esporre il suo programma,—disse la duchessa che ascoltava attentamente.
Maria, turbata dalla scena muta di donna Camilla, da quell'atto di scortesia fatto agli invitati, era impallidita e aveva guardato il principe in atto supplichevole.
—Scusi,—le disse don Pio sottovoce stringendole la mano,—tutti abbiamo una afflizione da portare, io ho quella,—e volgeva l'occhio alla porta dalla quale donna Camilla era uscita.
—Poveretto!—disse Maria, non sapendo bene se il principe con quella confessione voleva alludere allo stato mentale della principessa, o alle esagerate opinioni clericali di lei. Ma il dubbio le entrò nell'animo che donna Camilla fosse pazza.
—Inoltre,—continuò Ubaldo,—noi dobbiamo accaparrarci gran numero di lettori solleticando anche le passioni.
—Come sarebbe a dire?—domandò la duchessa che non perdeva una parola.
—Le passioni letterarie,—soggiunse Ubaldo,—e questo si potrà ottenere accaparrando lo scrittore più in voga, che pagheremo lautamente e che scriverà quello che gli parrà. Presentato dal principe egli potrà entrare in tutti i salotti romani. Potrà vedere quello che nessun giornalista vede: svelare Roma aristocratica, Roma vera a tutti gli italiani, e quella cronaca avrà per il borghesuccio, per l'impiegato, per il provinciale una singolare attrattiva. In quanto a romanzi, si debbono pubblicare soltanto quelli di Zola.
—Saranno molto istruttivi per le ragazze e i ragazzi specialmente!—disse la duchessa ridendo.
—Non fa nulla, la nuova generazione è assuefatta a saper tutto, a non scandalizzarsi di nulla. Ora è una ipocrisia quella di far credere che i ragazzi e sopratutto le ragazze non sanno; esse sono più istruite di noi; la Stampa deve distruggere tutte le ipocrisie.
—Il mio amico Ubaldo ha perfettamente ragione ed ha capito la missione di un giornale d'opposizione come nessuno l'ha capita fin qui,—disse l'onorevole Carrani.
Era la prima volta che Ubaldo ai sentiva chiamare amico dall'ex-ministro e gongolò dentro di sè, mentre col capo ringraziava dell'approvazione.
—Ma questo giornale costerà sette o ottocento mila lire l'anno!—disse la duchessa che aveva una speciale disposizione per il calcolo e una grande pratica di affari.
—Se costasse anche un milione,—rispose Ubaldo,—questa somma non sarebbe gettata. La Stampa fra un anno tirerà centomila copie, incasserà duecentomila lire dalla quarta pagina, permetterà al suo proprietario di partecipare a tutte le grandi combinazioni finanziarie e sarà sostenuta dal partito.
—Il nostro è povero,—osservò l'onorevole Carrani.
—È povero ora, ma non sarà più tale fra sei mesi. Noi ci varremo delle vacanze parlamentari per acquistar diffusione, avremo un redattore in ogni luogo di bagni, in ogni stazione climatica, e, mentre ci accaparreremo i lettori fra il pubblico ricco e ozioso, troveremo mezzo di scovare una questione, o più questioni, che destino una eco fra gli italiani di tutte le province; per esempio, chiederemo l'abolizione della tassa sul sale, commoveremo il pubblico col quadro della miseria dei poveri pescatori dell'Adriatico e del Tirreno, costretti a fare il contrabbando di quell'alimento necessario pur non mangiare i fagioli senza sale; faremo il quadro dei miseri abitanti del Veneto, obbligati a mangiare la polenta sciocca, cotta nell'acqua; parleremo della pellagra, della scrofola, di tutti i mali che nascono da quella privazione, e tanto faremo, tanto tempesteremo che al riaprirsi della Camera dovrà farsi una crisi, e se il vecchio canuto, che ora la fa da dittatore, dovrà conservare la presidenza del Consiglio, dovrà accogliere nel seno del gabinetto degli uomini, che noi gl'imporremo, e allora il partito non sarà più povero, allora La Stampa avrà appoggi materiali.
—Ma lei è un Talleyrand!—esclamò la duchessa che non aveva perduta una parola di quel discorso.
—No, signora duchessa, sono un ambizioso, senza mezzi e senza capacità. Appartengo a una famiglia che si è arrabattata in ogni tempo e in ogni luogo, non per conquistare beni ideali, ma per assicurarsi l'agiatezza, e, come se la disdetta che pesa su questa famiglia volesse esercitare su di me la sua legge di continuità, io sono stato sempre schiacciato dalla mancanza di mezzi, dalla mancanza di coltura, dalla mancanza di energia. Per questo io espongo a loro il mio programma perchè se ne impossessino, perchè lo svolgano, e lo applichino salvandolo dalle mie mani incapaci a tanto lavoro.
Ubaldo continuò:
—Lei, principe, ha i mezzi, ha l'intelligenza e ha l'energia,—disse ninnando la testa con fare cortigianesco dinanzi a don Pio,—lei, onorevole Carrani, ha la forza, la coltura, l'influenza. Io non sono, e non voglio essere altro che lo sbozzatore di una colossale statua moderna, loro sieno gli artefici che danno alla statua l'impronta dell'arte, l'impronta del genio!
Alzò la coppa ricolma di champagne e stese il braccio verso il principe e verso l'onorevole Carrani. Tutt'e due cozzarono il bicchiere e la duchessa accostò pure il suo a quello del signor Caruso e degli altri. Maria, con gli occhi luccicanti dalla gioia esultava vedendo il marito dar prova d'intelligenza, vedendolo ascoltato e apprezzato da gente altolocata. Fabio solo taceva umiliato e il sentimento della sua inferiorità gli metteva nell'animo una grande tristezza. Aveva sognato di essere lo scalino del quale il principe si sarebbe servito per salire, e invece vedeva un altro, più intelligente, più esperto, più abile di lui, chinare la schiena volonterosa e offrire a don Pio il mezzo d'inalzarsi.
Le lodi per il discorso di Ubaldo, per la chiarezza con cui vedeva il lavoro da farsi e il premio da conseguire, non finivano più. Il principe, l'ex-ministro, la duchessa bevvero alla salute di lui, poi alla salute della bella signora Caruso, e rimasero lungamente a parlare dopo aver preso il caffè. Don Pio, ora che la principessa aveva abbandonato il campo, raddoppiava le attenzioni per Maria. Scelse le più belle fra le rose che ornavano la tavola e gliene formò un mazzo, e quando ella disse al marito che era ora di andare a casa, don Pio ordinò che fosse attaccato il coupé, l'accompagnò fino in fondo alle scale, e baciandole la mano con molta galanteria, le domandò il permesso di andarla a visitare.
—Mia cara,—disse Ubaldo a Maria quando furono entrambi seduti nel coupé del principe della Marsiliana,—se non faccio fortuna è perchè sono nato sotto una cattiva stella, o c'è qualche iettatore che mi ha preso di mira.
—Come ti voglio bene!—gli disse la buona donna posandogli la testa sulla spalla e pensando solo al trionfo del marito e non al suo.
Donna Camilla, che vegliava nella sua camera solitaria, che non si coricava mai prima di aver sentito uscire Giorgio dalla stanza di don Pio, attese anche quella sera inutilmente il marito, e divorando senza piangere la rabbia che provava per tutti quei cambiamenti sopravvenuti in casa Urbani negli ultimi giorni, per tutti quegli intrusi che erano entrati nel palazzo, e soprattutto per quella bella creatura che attirava tutta l'attenzione di don Pio e nella quale intuiva una rivale, non potè dormire neppure quando fu sicura che tutti si erano addormentati, e non potè pregare. Ella rimase tutta la notte alzata a pensare all'avvenire che l'attendeva, un avvenire molto più triste del passato, un avvenire di completa solitudine e di tremendo abbandono; e spaventata dal quadro che la sua fantasia le poneva dinanzi agli occhi, ripeteva a sè stessa stringendo i denti:
—Sono una Grimaldi, devo lottare, e per il nome che porto e per la razza che rappresento, e non devo abbandonare il mio posto.