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Il Principe della Marsiliana / Romanzo romano cover

Il Principe della Marsiliana / Romanzo romano

Chapter 15: IX.
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About This Book

La narrazione segue un principe romano il cui tentativo di ottenere un seggio si intreccia con la politica di quartiere, le lealtà popolari e la delicata reputazione della moglie. I capi campagna e gli avventori delle osterie di Trastevere discutono strategie, propongono di organizzare una cena pubblica per guadagnare il favore popolare e mediare tra i salotti patrizi e i circoli popolari. Attraverso scene in osterie, palazzi e sale di comitato si esplorano pratiche di clientela, il contrasto sociale fra élite e popolani e il modo in cui immagine pubblica, pettegolezzo e rituali civici influenzano le fortune politiche. I rapporti fra i personaggi mostrano gentilezza, ambizione e i compromessi pratici della vita elettorale.

VI.

Sul di dietro del palazzo Urbani, e dove un tempo sorgeva un gruppo di case destinato ai famigliari della antica casa, ora inalzavasi un edifizio, nel quale il ferro e il cristallo rappresentavano una parte importantissima. Le colonne, che servivano di ornamento fra una finestra e l'altra, i terrazzi, i pilastri, tutto era in metallo, mentre le immense superfici di cristallo, collocate una accanto all'altra facevano somigliare quella casa a un acquario.

Una sera, sette mesi dopo che don Pio della Marsiliana era stato eletto deputato, quella casa, che nel centro della facciata portava scritto a caratteri dorati La Stampa, scintillava di luce. Sul cornicione correva un filo di fiammelle di gaz e quell'ornamento luminoso si ripeteva lungo tutti i terrazzi, giro giro alle tre porte grandiose, una delle quali metteva alla redazione, una all'amministrazione e la terza alla tipografia, che occupava tutto il sottosuolo e dalla quale si sentivano partire i boati delle macchine in azione. Quella sera, ogni momento giungevano carrozze che deponevano invitati e signore sotto l'ampia tettoia di cristallo, e molti uomini in cravatta bianca salivano continuamente lo scalone coperto di tappeti e ornato di piante.

In tutta la città erano stati diramati inviti per l'inaugurazione della prima casa che un giornale possedesse a Roma, ma quegl'inviti più specialmente erano stati accettati dai deputati, dagli artisti e dai giornalisti.

Gli onori di casa erano fatti da Ubaldo Caruso e da Fabio Rosati, i quali pareva fossero fra loro pane e cacio, benchè, gelosi com'erano uno dell'altro, si disputassero continuamente alla sordina il dominio sull'animo di don Pio.

Il redattore-capo e il cronista, tutti e due in giubba e cravatta bianca, stavano in cima alle scale, in un salottino che metteva nella grande biblioteca, e lì salutavano quelli che giungevano, si presentavano scambievolmente le persone che non conoscevano; e se arrivava una signora, erano pronti a offrirle il braccio per condurla in sala, dove Maria, seduta sopra una ottomana fra la moglie dell'onorevole Carrani e donna Teresa Sorani moglie di un ex-presidente del Consiglio, accoglieva col suo fare schietto e disinvolto le signore che le venivano presentate, e sapeva farsi ammirare da loro, come si faceva ammirare dagli uomini. Ella indossava un vestito di merletto nero, non aveva altro che due perle agli orecchi, e in testa un grande cappello Rembrandt, dalla tesa spiovente, coperto di lunghe penne di struzzo. Con una mossa di persona freddolosa, che le dava tanta grazia, ella si riportava ogni tanto sulle spalle la pelliccia di velluto amaranto guarnita di martora, e quella mossa la faceva somigliare a una donna impaurita, che cercasse rifugio in qualcuno, in qualcosa.

In fondo all'ampia sala, la cui pareti erano rivestito di scaffali, dove don Pio aveva fatto collocare la biblioteca di casa Urbani, era preparato un pianoforte a coda per gli artisti dell'Apollo e del Costanzi, che dovevano cantare dopo il ballo. Don Pio, dritto in un angolo, parlava con due principi, onorevoli come lui, e con altri tre o quattro deputati meridionali appartenenti al patriziato. Appena il principe era in mezzo a giornalisti, voleva far loro capire che non li considerava suoi pari, e se poteva circondavasi di antichi conoscenti. Anche quando era negli uffici di redazione, gli piaceva di far da principe, di far sentir la distanza che correva fra lui e i plebei, e Fabio Rosati, che aveva capito quella debolezza, si era affrettato a trattarlo d'"Eccellenza" e i nuovi redattori venuti da altri giornali avevano fatto altrettanto. Soltanto Ubaldo aveva continuato a chiamarlo "Principe", e non perchè gli costasse fatica a pronunziare quella parola di cui si abusa nel mezzogiorno d'Italia, ma perchè gli pareva a sua volta di stabilire una distanza fra sè e gli altri redattori della Stampa, trattando il principe della Marsiliana con maggior familiarità.

In quei sette mesi Ubaldo aveva scossa la naturale inerzia, e si era dato ad applicare il programma di don Pio, e nell'applicazione di quel programma aveva dato prova di una grande pertinacia. La Stampa non era giunta a tirare centomila copie, ma già da tre era salita a quarantamila, cifra altissima rispetto agli altri giornali della capitale. Nei teatri, nei caffè La Stampa era nelle mani di tutti, e il pubblico si interessava alle polemiche violente che vi si facevano anche per le quistioni più insignificanti. Messi sulla via dell'opposizione a oltranza, tutti i redattori pareva che avessero acquistato nuova energia in quella battaglia continua in cui l'on. Carrani e Ubaldo si sostenevano, il primo trattando le quistioni di politica interna, e soprattutto le quistioni di economia nelle quali era competentissimo; il secondo attaccando la politica incerta del Governo rispetto all'estero, e le quistioni municipali. Il principe discuteva, approvava, era soddisfatto della influenza che gli dava il suo giornale, e pagava, soprattutto pagava. L'edifizio per la redazione della Stampa gli era costato ottocentomila lire, e il giornale in sette mesi ne aveva ingoiato altre trecentomila, ma ora aveva una tipografia bellissima, quattro macchine rotative, aveva abbonati, lettori e credito in tutte le parti d'Italia.

Le notizie che a caro prezzo La Stampa si procurava nei Ministeri, qualche volta avevano l'onore di una smentita ufficiale, o di una rettifica e allora don Pio gongolava, e il signor Caruso più di lui. Egli voleva che il giornale incutesse timore ai governanti, voleva che non movessero foglia senza pensare alla censura accanita della Stampa, e a questo in parte era riuscito. Come era riuscito a farsi, che un'antica lite fra il Municipio e la famiglia Urbani per la sistemazione di una strada laterale al palazzo, fosse composta all'amichevole, e che il Municipio pagasse per l'espropriazione di una striscia di terreno due milioni sonanti, che avevano coperto le spese di costruzione, e le spese vive del giornale, senza che il patrimonio Urbani ne risentisse nulla.

Incoraggiato da quel primo successo, don Pio non sognava altro che speculazioni. Ubaldo gli aveva fatto intendere che Roma doveva prendere maggiore sviluppo edilizio, gli aveva fatto intravedere che a Roma sarebbero accorsi abitanti da tutte le parti d'Italia, e che conveniva preparare abitazioni per questa nuova popolazione. Don Pio non aveva fatto il sordo; aveva comprato ovunque, e specialmente fuori di Porta Portese, dove nel progetto che sostenevano col giornale, avrebbe dovuto sorgere la nuova stazione ferroviaria. E non solo aveva comprato terreni, ma aveva messo mano a costruire diversi villini, dentro un parco cinto di mura, villini che guardavano il Tevere da un lato e avevano allo spalle il Gianicolo. In questo disegno di acquisto di terreni, di costruzione di grandi case operaie, e nello stesso tempo di case signorili, don Pio era sostenuto da Fabio, il quale aveva un fratello ingegnere, giovane senza clienti; egli sperava di poterlo occupare presso il principe.

La duchessa, donna accorta, aveva messo in guardia don Pio contro la febbre di acquisti e di costruzioni che lo aveva invaso, ma il principe era ormai su quella via sulla quale non si ragiona più, dove gli ostacoli non sono visibili per l'occhio che è fisso sull'avvenire, ed è abbagliato dal guadagno che la speranza gli promette. Il patrimonio ereditato dal padre, tutto in vaste tenute nella pianura, in ricchi possessi in Sabina, in Maremma e nell'Umbria, in Abruzzo, in palazzi, in case, non pareva a don Pio che costituisse la ricchezza. Era un patrimonio che non si poteva alienare dall'oggi al domani, di cui godeva soltanto le rendite, ma non era la ricchezza, non i titoli di rendita, i fogli di Banca, i conti correnti negl'istituti di credito, tutto quello che permette a chi ne è possessore di levarsi tutti i capricci, d'ingolfarsi in tutte le speculazioni, di giocare non con l'avversario davanti, ma di giocare sul tappeto verde mondiale della Borsa, dove le poste sono spaventose e le differenze a fine mese possono mettere in mezzo di strada, anche un principe della Marsiliana. Quella era la ricchezza che sognava don Pio, e Ubaldo promettevagli che l'avrebbe acquistata con La Stampa e con la speculazioni edilizie. E l'on. Carrani si guardava bene dal contraddire il giornalista, poichè egli aveva bisogno di un giornale sostenuto da un uomo ricco per ritornare al governo, e voleva tornarci a ogni costo.

I redattori della Stampa, che si consideravano fortunati di aver raddoppiato lo stipendio e di stare in un giornale dove non si sentiva mai parlare di miserie, dove l'amministrazione pareva un piccolo ministero delle finanze, dove nessuno era povero, dal proprietario agli uscieri, e questi avevano modi rispettosi come i domestici delle grandi famiglie, non sarebbero mai andati da don Pio a dirgli che faceva male a spendere, a profonder quattrini nel giornale e nelle speculazioni.

Per Roma si diceva da tutti che don Pio si rovinava se continuava di quel passo, si facevano i conti addosso a lui e al giornale; tutta la città parlava della sua pazzia, ma nessuno osava biasimarlo in faccia e molto meno dargli consigli; questo ardire non lo aveva altro che donna Camilla.

Ella, ogni sera, aspettava il marito alzata, e don Pio se la vedeva comparire in camera quando Giorgio era uscito. Si metteva sulla poltrona accanto al letto di lui e ogni sera facevagli lo stesso fervorino:

—Ti rovini e ti danni con quel giornale. Le mie preghiere non basteranno a salvarti. Pensa al nome che porti, pensa all'anima tua!

Qualche volta don Pio era di buon umore e allora si voltava verso la moglie e la pregava d'imparare a mente un'altra esortazione, ma di cambiare, per carità, di cambiare. Donna Camilla non rispondeva agli scherzi, ma neppure abbandonava la camera prima di aver recitato tutte le preghiere serali per la salvezza dell'anima del marito e avergli toccato la fronte e le labbra con una reliquia della Croce.

In altre sere, quando don Pio era assonnato, stanco o noiato di quella insistenza, rispondeva sgarbatamente alla moglie:

—Al patrimonio mio e alla mia anima voglio pensar da me; lasciami in pace.

Allora donna Camilla, quasi si fosse imposta di tormentarlo, si sedeva, al solito, accanto al letto e pregava più lungamente e più insistentemente; ella esortavalo a separarsi da quegli scomunicati, che combattevano, dileggiavano la religione e il rappresentante di Dio in terra. Allora donna Camilla si faceva eloquente nel difendere la causa della religione, e riassumeva tutti gli argomenti che aveva sentito addurre contro La Stampa nelle case clericali, che avevano continui rapporti col Vaticano, e nelle quali ella andava. Nè cessava dal parlare o dal recitar preci altro che quando vedeva don Pio addormentato e capiva che le sue esortazioni erano sprecate.

Quella creatura, che non aveva mai amata d'amore e alla quale non lo univa neppure il vincolo dei figli, gli era divenuta così antipatica come donna e come essere pensante, che si sarebbe ribellato se ella gli avesse chiesto una carezza, come si ribellava ai consigli che gli dava. Non capiva come aveva fatto a sposarla e trattarla come una compagna.

La sera prima del ricevimento inaugurale, donna Camilla entrò in camera del marito dicendogli, con quella voce aspra che si faceva nasale quando ella era in collera:

—Mi hanno detto oggi in casa Bernielli che tu ricevi domani sera alla Stampa; spero che non sia vero.

—È verissimo,—rispose don Pio tirandosi le coperte sulla testa e facendo atto di voler dormire.

—Ma Pio, Pio!—diss'ella senza sedersi e posando su di lui uno sguardo di rimprovero.—Non capisci che deroghi al tuo nome, che tu t'infanghi mescolandoti col fango della strada?

—E qual'è, sentiamo, questo fango col quale mi piace insozzarmi?

—Il Caruso. È un uomo screditato anche fra i giornalisti; è un uomo pericoloso e ti porterà alla rovina.

—È un uomo abile, intelligente e io ho bisogno di lui,—disse don Pio. Poi, mettendosi a un tratto a sedere sul letto, aggiunse con tono secco e imperioso:

—Io non ti domando, Camilla, quali sono i tuoi consiglieri, i dispensatori delle tue carità; non mi occupo mai degli affari tuoi e tu non occuparti dei miei; questo desidero, questo voglio. La sera fammi il piacere di non venirmi più a turbare, ti dispenso da questa visita che non fa altro che irritarci maggiormente. Conosco la tua ostinazione e per mettere un ostacolo materiale alla tua venuta, mi chiuderò dentro.

Donna Camilla si conficcò i denti nelle labbra, e rispose senza lasciare il suo posto:

—Pio, tu mi hai molto trascurata dacchè mi hai sposata; per mesi e mesi ti sei dimenticato di me e io ho taciuto e pregato; pregato Iddio che riconducesse il tuo pensiero sviato a tua moglie. Ma anche in quel tempo in cui la tua mente correva dietro a altre donne, tu non eri mai scortese con me, rammentavi sempre di essere un signore di fronte a una signora. Ora tu lo dimentichi, ed è perchè pratichi male e perchè non hai più un capriccio che svia il tuo pensiero, ma una passione colpevole, che ti occupa tutto e ti trascina al male. Prega Iddio che io non abbia in mano la prova di questo tuo amore, altrimenti faccio uno scandalo, e di noi s'ha da parlare per un pezzo: rammentalo.

Don Pio la fissava meravigliato mentre ella usciva dalla camera con passo celere senza guardarlo, ed ebbe allora la convinzione subitanea che sua moglie era gelosa, gelosa della bella Maria, che, davvero, occupava tutto il suo cuore ispirandogli un amore timido, uno di quegli amori che tolgono tutto l'ardire, tutta la sfrontatezza a un uomo, benchè assuefatto alle avventure galanti, e fanno di lui un bambino supplichevole, un essere senza volontà e senza energia. Ma quell'amore, che la bellezza di Maria e soprattutto quel suo fare schietto e franco, gli avevano ispirato, era tutt'altro che una passione colpevole. Maria non era una di quelle donne che cedono, che subiscono il fascino della colpa; ella amava il marito, e nel suo cuore non c'era posto per altro affetto. Così ella aveva dapprima figurato di non accorgersi delle attenzioni, delle premure di don Pio; ma quando egli incominciò a parlarle del suo amore apertamente, non se ne era adombrata, ma ne aveva riso, riso schiettamente come di cosa impossibile e nello stesso tempo aveva evitato di trovarsi sola col principe, e di quell'amore aveva avuto la delicatezza di non far sospettare nulla al marito, per non creargli una falsa situazione.


VII.

Don Pio in quell'estate non aveva fatto altro che brevi assenze da Roma per accompagnare la principessa a Sorrento e poi a Saint-Moritz, ma col pretesto delle costruzioni era rimasto alla capitale e ogni settimana quasi aveva condotto Maria Caruso e Fabio Rosati a far delle gite col suo break nei dintorni della città. Nel mondo giornalistico e in quello aristocratico l'assiduità del principe presso la bella donna, che tutti ammiravano, aveva dato da ciarlare, e quelle ciarle erano state ripetute da Alberto Grimaldi alla sorella. Don Pio si faceva pure vedere al teatro nel palco della signora Caruso e non trascurava occasione di stare con lei.

Se donna Camilla non avesse conosciuto Maria non avrebbe dato peso alle ciarle; ma la conosceva, aveva avuto campo di ammirarne la stupenda bellezza, la grazia infinita e capiva che se don Pio era innamorato di lei non poteva trattarsi di un amoretto, perchè Maria lasciava una impressione così profonda in quanti la vedevano che, una volta subitone il fascino, bisognava amarla, amarla sempre. E la durata di quell'affetto la sgomentava appunto. Don Pio non sarebbe più tornato a lei, mai: tanto se Maria gli resisteva, quanto se cedeva. Ma la resistenza donna Camilla non l'ammetteva di fronte al marito. Le pareva addirittura irresistibile perchè a lei sfuggiva sempre ed ella non sapeva resistergli dal momento che doveva implorare una attenzione e una carezza; per lei era un idolo e che cosa si nega agli idoli quando avviene che scendano dal loro piedestallo per farsi nostri eguali?

Non capiva donna Camilla che con Maria era il caso inverso; Maria era l'idolo, e il principe il devoto, il supplicante, l'entusiasta, l'innamorato.

Dopo la risposta sprezzante del marito, la povera donna, sgomenta di aver lasciato scoprire la gelosia che la struggeva, si era rinchiusa in camera sua e aveva lungamente almanaccato per mandare a monte quella serata alla Stampa, che autorizzava la sua rivale a far gli onori di casa per un ricevimento che dava don Pio, per un ricevimento dove avrebbe figurato l'argenteria, la livrea di casa Urbani, e dal quale ella era esclusa e per le sue idee e per la posizione ostile, che aveva presa la sera della elezione del marito.

Non potendo impedire quella festa, voleva conoscerne l'esito nei suoi minimi particolari e per questo pensò a Fabio Rosati, che le ora parso più modesto e più rispettoso di tutti gli intrusi, com'ella li chiamava. In quel giorno appunto la principessa era stata pregata di fare ammettere all'Orfanotrofio di Termini, dov'era impiegato il padre del Rosati, un bambino di un antico servitore di casa Grimaldi, e ella aveva pensato d'incaricare don Pio di quella faccenda. Invece, dopo la scena avvenuta nella camera del principe, donna Camilla stabilì di scrivere al Rosati e di pregarlo di passare da lei il giorno successivo, servendosi del pretesto dell'Orfanotrofio per amicarselo e avere da lui tutte le notizie che desiderava sul giornale e su Maria. Nel piccolo cervello della duchessa l'amore del principe per la bella veneziana era diventato un'idea fissa, dolorosa e martellante. Prima di coricarsi infatti, non volendo scriver lettere, tracciò sopra un biglietto di visita poche righe d'invito e chiuso il biglietto in una busta andò da sè a portarlo sulla tavola dove mettevano le lettere.

Il biglietto fu recapitato e alle due Fabio si faceva annunziare alla principessa, la quale, per fargli dimenticare lo sgarbo della sera del pranzo e per confessarlo a suo agio, fu con lui cortesissima. Fabio promise l'appoggio del padre per il protetto della signora e con quella servilità che i romani della borghesia hanno nel sangue per tradizione, e che li fa parere sempre clienti quando sono in faccia ai principi, soddisfece pienamente la curiosità di donna Camilla.

—Venga dopo il ricevimento,—gli disse nel congedarlo e stringendogli la mano,—e si rammenti che voglio saper tutto; chi c'era, di che cosa si è parlato, com'erano vestite le signore; io sono curiosa e mio marito e così parco di parole ora che ha tanti affari per il capo.

Fabio capì benissimo che la curiosità della principessa della Marsiliana nascondeva una grande gelosia, e non potendo essere quello che voleva per il principe, ora che Ubaldo rappresentava presso di lui la prima parte, si propose di mantenere desta quella curiosità, di dirle quel tanto che poteva renderlo indispensabile a donna Camilla, senza tradir mai un segreto, senza mai compromettersi.

Egli aveva giudicato sinistramente Maria fino dal primo giorno; l'aveva creduta complice del marito nei raggiri e nelle astuzie, e riteneva che quella sincerità di cui ella faceva vanto non fosse altro che un mezzo per meglio accalappiare la gente. Non sapeva nulla del passato di lei, dei suoi sacrifizi, della sua grande virtù, ed era convinto che ora ella si valesse della sua bellezza per rendere il marito onnipotente presso don Pio. Fabio non aveva l'intelletto del cuore; gli mancava la finezza del sentimento e la fede nella onestà assoluta. Tutto era relativo per lui, e pur essendo persuaso che Maria non accordava nulla al principe, riteneva che ella fosse onesta con lui soltanto per meglio dominarlo.

Egli spiava di continuo la bella donna perchè voleva impossessarsi di un segreto, credendo che il possesso di un segreto sia sempre un capitale che un giorno o l'altro si può rendere fruttifero, e quella sera della festa, appena potè abbandonare il suo posto di ricevimento, non la perdè un momento di vista, ora col pretesto di aiutarla nel dare il thè, ora per mantenersi vicino alle signore che le facevano corona.

Don Pio, dopo il concerto al quale presero parte i due massimi maestri di Roma e le prime donne in voga, nonchè Maurel, Maurel che entusiasmava nell'Amleto, si accostò a Maria e le presentò i suoi colleghi della Camera, con i quali era rimasto a parlare tutta la sera.

—Che cosa divina è mai la musica!—esclamò la bella creatura parlando al principe Buontalenti e al duca di Sermano,—io capisco quale attrattiva abbia per il popolo. Tutte le altre arti vivono rinchiuse negli studi, nei musei, nelle biblioteche, non sorridono altro che a quelli che le amano, ma la musica si espande, si fa popolare e consola tutti. Chissà quanti poveri non sono ora aggruppati qui sotto, attirati dalle note soavi; chissà come essi tollerano meglio la loro miseria stanotte e come domani essi vedono la vita meno triste!

Ella parlava presto presto, quasi le parole le volassero dalle labbra per andarsi ad annidare nel cuore di chi l'ascoltava.

Don Pio era tutto occhi e tutt'orecchi.

—A Roma, a Milano la musica è un godimento dei ricchi, ma da noi a Venezia, e, come mi dicono, anche a Napoli, è un godimento per tutti; si canta nelle strade, si canta in gondola, si fanno serenate sotto gli alberghi; i ricchi pagano, ma il popolo gode.

—Che ne direbbe,—domandò don Pio fissandola,—se uno di questi ricchi avesse in animo di costruire un teatro popolare, dove si dessero la opere italiane specialmente e dove un grande lubbione permettesse al popolo di udirle pagando venti o trenta centesimi?

—Direi,—rispose Maria.—che quel ricco è un benefattore, un uomo che capisce la carità meglio di tanti filantropi.

—Ed io voglio essere quel banefattore,—rispose don Pio,—Fra un anno, qui accanto, dove ora non sono altro che macerie, sorgerà un teatro popolare e lei avrà il vanto di avermi suggerito quest'opera di carità.

Tutti approvarono il disegno del principe, tutti fecero plauso alla sua idea, e un momento dopo nelle sale della Stampa non si parlava d'altro che del principe della Marsiliana e del nuovo teatro.

—Come si deve chiamare?—domandò il principe a Maria quando gli elogi furono cessati.

—Come vuole; il nome non fa nulla.

—Lo chiameremo "La Fenice" in memoria della sua Venezia,—rispose il principe.

Fabio ebbe cura che i servi portassero subito lo champagne e si bevve al nuovo teatro, al principe ed alla bella madrina.

—Io spero,—le disse il principe a bassa voce,—che ella accetterà un palco in quel teatro e che io potrò farglielo addobbare in modo che ella si creda lì nel suo salotto e possa ricevervi i suoi amici.

—Sarà il palco della Stampa,—rispose Maria, che aveva sempre l'abilità di schivare le attenzioni troppo premurose del principe, e sapeva tenerlo a distanza, senza offenderlo.

In quel momento venne a far circolo alla bella signora una folla d'invitati che erano nelle altre stanze, e una piccola francese, molto vivace e molto intelligente, che cercava dopo la morte del marito di conservare la posizione che egli avevale fatto, dandosi per protettrice delle arti e del giornalismo, prese le mani di Maria e le disse:

—Mia cara, mi hanno detto che a lei si deve se il principe si è impegnato formalmente a costruire un teatro; non poteva essere altri che la figlia di quel caro Rossetti, una creatura che ha imparato ad amar l'arte nascendo, che si faceva protettrice delle arti.

—Lei conosce mio padre?—domandò Maria con premura.

—Lo conosco, e col povero Filippo—(Filippo Mariani era il defunto marito che la signora Adriana nominava venti volte al giorno)—e col povero Filippo abbiamo spesso visitato il suo studio. Suo padre è un artista del vecchio stampo, un vero artista italiano nel senso più bello della parola, e io sono lieta di veder qui a Roma la figlia di lui.

Tutto questo era detto a voce alta, e a un tratto il povero Rossetti, che era un Carneade per tutti i conoscenti di Mario, divenne, mercè le lodi della vedova del grande conoscitore d'arte, un artista di prim'ordine. La signora Adriana Mariani sapeva, come tutti, dell'amore che Maria aveva ispirato al principe, e lodando lei voleva adulare chi la amava.

Maria, bella e cortese com'era, non fu da quel momento conosciuta soltanto come la moglie del signor Caruso; ebbe anche lei il suo patriziato artistico, non fu più una ignota sbalzata a Roma dalla incerta posizione del marito, fu la figlia di un artista di merito.


VIII.

La mattina dopo tutti i giornali avevano un lungo resoconto del ricevimento alla Stampa, che doveva inaugurare i sabati invernali, e tutti parlavano della promessa del principe della Marsiliana rispetto al teatro, e della bellezza e della grazia con cui la signora Maria Caruso aveva fatto gli onori di casa.

Il dovere d'ospitalità aveva fatto tacere tutti i risentimenti partigiani, aveva ucciso tutte le polemiche. La Stampa, con l'inaugurare il grandioso edifico in cui si era insediata, era divenuta ipso facto il primo giornale di Roma.

—Eccellenza,—diceva il Rosati umilmente entrando il giorno di poi nel salotto di donna Camilla,—il suo protetto è accettato all'Orfanotrofio di Termini. Mi farà un favore se vorrà ricordarsi di me ogni volta che le occorre qualcosa e associarmi alle sue opere di carità.

—Grazie, mille grazie,—rispondeva la principessa stringendogli l'indice e il medio della mano, come faceva con tutti, quasi le ripugnasse ogni contatto,—ma si accomodi, la prego, e mi racconti come andò ieri sera.

—Benissimo. Fu un trionfo continuato per il principe e una approvazione generale per la sua splendida promessa.

—Che promessa?—domandò donna Camilla.

—Non lo sa? avremo un teatro mercè sua e si chiamerà "La Fenice".

—Perchè quel nome?—domandò sollecitamente la principessa.

Fabio, accorgendosi di aver commessa una imprudenza, dovette narrare com'era sorta l'idea del teatro e il perchè del nome. La principessa si morse le labbra, ma non tradì il dispetto che provava altro che dando alla voce una intonazione più aspra e più nasale del consueto, e, dopo aver domandato al signor Rosati quali erano gli artisti che avevano cantato, quali signore v'erano, stette qualche momento pensosa, con gli occhi volti a terra e poi gli disse:

—Io presiedo l'Opera per le Povere Madri Lattanti, e di quella associazione fanno parte quasi tutte le signore romane e molti signori, ma mentre essi mi danno molto appoggio per riunire offerte, mi abbandonano tutto il lavoro più duro, che è quello di visitare a casa le povere donne, per assicurarsi se sono veramente miserabili, e di domandare informazioni sul conto loro nel vicinato. Io non posso accudire a tutto; vuole aiutarmi in questa opera di carità? Bisogna lavorare anche per l'anima.

Fabio accettò con riconoscenza e la principessa lo pregò di tornar da lei il martedì venturo.

Mentre Fabio, tutto lieto di entrare in una associazione aristocratica e di poter andare in casa Urbani come non ci andavano i suoi colleghi della Stampa e neppure Ubaldo, che diventavagli antipatico ogni giorno più, scendeva le scale del palazzo patrizio, la principessa, a denti stretti, esclamava:

—Voglio anch'io gettar fango su questa odiosa famiglia che mi disprezza, voglio anch'io imitare mio marito, voglio anch'io che tutta Roma parli di me e ne parli male, purchè del male io non ne faccia, purchè davanti alla mia coscienza io non abbia da rimproverarmi altro peccato che la vendetta!

Donna Camilla appoggiò la fronte ai cristalli e guardò Fabio, che traversava la strada; poi, come se la sua esaltazione cessasse a un tratto per dar luogo a un grande sfogo di dolore, disse, nascondendo il viso fra le mani:

—Ma che cosa ho mai fatto per non ispirare affetto in nessuno? Non ho conosciuto mia madre; sono stata trattata con freddezza da mio padre e dai miei fratelli; Pio mi ha sposata senza amarmi, non si cura di dimostrarmi la sua antipatia; non ho figli, non ho nessuno e dovrò vivere sempre così sola, così abbandonata, così dimenticata da tutti?

—A questa domanda il suo cuore rispose con un singhiozzo tremendo, che le squarciava il petto, come certi fulmini che squarciano il cielo e non sono accompagnati dalla pioggia. Gli occhi di donna Camilla rimasero asciutti, poichè ella non sapeva piangere, ma il suo dolore era più straziante che se avesse avuto per lenimento le lagrime.

A pranzo ella era fredda e compassata come al solito e salutò il marito, che non aveva veduto prima in quel giorno, come se non fosse mai corsa fra loro una parola aspra.

La duchessa aveva portato in sala, dal suo quartiere, tutti i giornali che parlavano del ricevimento, e disse al figlio con grande espansione:

—Mi pare, Pio, che ormai il tuo giornale abbia il primo posto qui a Roma e che tu faccia di tutto per conservarglielo: il progetto di creare un teatro è una idea stupenda e credo che quest'impresa ti frutterà anche dei denari.

—So che è stata accolta con molto entusiasmo,—disse donna Camilla.

—Chi te lo ha detto?—domandò don Pio.

—Il signor Rosati stamane.

—Non sapevo che tu degnassi parlare con uno dei miei intrusi.

—Il Rosati è romano, di buona famiglia; è un bravo giovine, mentre gli altri....

Don Pio non rispose per non fare un battibecco in presenza della servitù, e per non sentir vilipesa Maria; ma da quel momento nutrì sospetti contro Fabio e promise a sè stesso di sorvegliarlo supponendolo ligio alla moglie e capace di riferirle quello che non voleva ella sapesse.

Con la riapertura della Camera La Stampa era entrata in un periodo di ostilità continue. L'onorevole Carrani, don Pio della Marsiliana e il gruppo di deputati che tutto speravano dal ritorno dell'ex-ministro dell'Agricoltura e Commercio al potere, tempestarono il Governo d'interpellanze. Ogni piccolo avvenimento dava loro occasione d'impegnare una zuffa; la guerra la serbavano alla discussione dei bilanci. Oggi servivano loro di pretesto a una interpellanza i mali trattamenti usati dalle autorità austriache a una barca da pesca chioggiotta, domani le prevaricazioni di un ricevitore del registro, e poi la morte di un soldato in seguito a una marcia, un disastro ferroviario, un maestro comunale rimosso.

E quella scaramuccia, che i deputati amici della Stampa incominciavano alla Camera dei deputati, era continuata nelle colonne del giornale con una violenza di cui non si serbava memoria nel giornalismo italiano. La tattica della Stampa era quella di sollevare le quistioni dal basso, agitare, agitare finchè esse non giungevano a molestare i ministri, e sopratutto il presidente del Consiglio, punto di mira di tutte le polemiche, bersaglio di tutti gli attacchi. I giornali che sostenevano il Governo avevano un bel ribattere le accuse; La Stampa aveva più diffusione da sola che essi tutti riuniti, ed era per questo più ascoltata, come quella che meglio poteva farsi udire da maggior numero di persone. C'erano poi tutti i politicanti, che hanno bisogno dell'imbeccata del giornale per formarsi una idea delle questioni, e quei politicanti lo leggevano, come lo leggevano gli avversari per combatterlo o biasimarlo.

Don Pio della Marsiliana non era certo considerato alla Camera come uomo di valore, perchè anche là come in tutti i consessi la forte mente e i forti caratteri s'impongono, e anche se un deputato non è oratore, anche se non prende mai la parola, i compagni sanno apprezzarlo, a qualunque partito esso appartenga, per i lavori degli uffici, per le discussioni in seno delle commissioni, per i mille mezzi che anche dentro al Parlamento sono offerti all'attività intellettiva di un uomo per estrinsecarsi. Ma anche non essendo considerato un valore, egli godeva di una situazione speciale formulatagli dal gruppo, che rappresentava il giornale, e dal giornale stesso.

Da principio quel gruppo non aveva altro nucleo che l'onorevole Carrani, ma in breve, quando gli altri quattro capi dei diversi gruppi del partito progressista incominciarono a vedere che quel gruppo diveniva preponderante, si riunirono ad esso, calcolando che potevano, mercè la generosità di don Pio della Marsiliana, risparmiare tutti i danari che sarebbe costata loro la guerra al governo, dal momento che c'era un principe che faceva tutte le spese all'organo battagliero. Fu un calcolo economico che ebbe un risultato politico. Si sapeva che quei cinque uomini non simpatizzavano tra loro, si sapeva che tutti miravano a farsi accettare nel gabinetto che combattevano, ma questi screzi, che non erano un mistero per gli uomini politici e per i giornalisti, non eran noti al pubblico, il quale vedeva un forte partito capitanato da cinque duci, armati da capo a piedi per combattere il governo, e sperava da quegli uomini, che mostravano spiriti così battaglieri, una guerra in tutte le regole. Il pubblico non si accorgeva che tutti e cinque erano pronti a passare separatamente nel campo nemico, purchè il premio della divisione fosse un portafoglio importante.

Quella parte di Giove pagante che il principe della Marsiliana sosteneva di fronte agli uomini dell'avvenire, unita alla naturale albagia, lo aveva reso così orgoglioso di sè e del suo potere da far credere che egli avesse adottato per la sua persona il dogma dell'infallibilità. Non ascoltava più consigli da nessuno rispetto ai suoi affari, neppure dalla madre, che con tanta accortezza aveva amministrato per diversi anni il suo patrimonio. Egli non faceva altro che comprare terreni ovunque ne trovasse. I primi avevali pagati un prezzo mite, ma in seguito quando non fu più il solo a comprare, e la compra divenne una vasta speculazione, allora dovette pagarli prezzi altissimi, e per far fronte a quelle spese esorbitanti, chiedeva milioni alle Banche, dando ipoteca sul suo vasto patrimonio. E in quei terreni fabbricava senza tregua, e per fabbricare occorrevano altri capitali, che novamente chiedeva al credito, dando una seconda e una terza ipoteca sui suoi possessi. Intanto più ingegneri lavoravano al progetto della stazione in Trastevere, fra i quali il fratello di Fabio Rosati; intanto a Roma non si parlava d'altro che delle vaste speculazioni di don Pio. Il popolo, i borghesi lo consideravano come un portentoso esempio di attività, come l'ideale dei principi secondo le idee moderne; nel patriziato lo consideravano invece come un reprobo, un pazzo, e erano convinti che un giorno o l'altro si sarebbe pentito di aver derogato alle tradizioni della sua casta.

Ma La Stampa andava a vele gonfie, aumentava diffusione e tiratura tutti i giorni; ma anche costava sempre più denari a don Pio, il quale cullato dalle promesse di Ubaldo, dai discorsi dell'onorevole Carrani e più di tutto dal grande fatto di aver riunito all'ombra del labaro del giornale tutte le forze del partito progressista, sognava già di essere un giorno ambasciatore a Berlino o a Parigi, o anche ministro degli esteri, e per questo pagava senza contare. Il giornale, amministrato bene, sarebbe stato una fonte di guadagno, ma amministrato con i criterî e con le tradizioni delle case principesche romane, era invece un pozzo senza fondo che inghiottiva nella sua immensa bocca capitali su capitali. Un amministratore generale, tre sotto-amministratori della tipografia, della pubblicità e del giornale, prendevano laute paghe e avevano ai loro ordini uno stuolo d'impiegati. La redazione pure costava un occhio. Ubaldo non aveva meno di dodici redattori e una ventina di corrispondenti stipendiati; poi c'era la parte letteraria che si pagava salata, poi gli avvenimenti straordinari che chiamavano da un capo all'altro d'Italia e talvolta d'Europa il Rosati, il quale sapeva farsi rimunerare, c'erano i regali agli abbonati che costavano più del prezzo complessivo annuo del giornale e così gli associati lo avevano per niente; c'erano i romanzi d'appendice, c'era tutta una rete di calcoli sbagliati a bella posta e che empivano le tasche di tutti, mentre vuotavano quelle del proprietario, che non sapeva neppur trarre dal giornale quel partito che avrebbe potuto.

In tutte le grandi operazioni finanziarie che si compirono nel primo anno che ebbe vita La Stampa don Pio non ebbe alcuna parte; era troppo gran signore per andare nelle anticamere dei ministri e nei gabinetti dei capi di grandi stabilimenti di credito a far valere l'appoggio del suo giornale o mercanteggiare almeno il silenzio di esso. Ubaldo invece, del quale era stato dimenticato il passato con quella facilità con che a Roma si dimentica tutto, aveva saputo guadagnare in molti affari e ora non era più l'uomo che non possiede nulla, che non sa come vivrà domani. Egli aveva titoli di rendita e calcolando abilmente si permetteva il lusso di speculare alla Borsa, valendosi delle notizie che aveva prima di molti altri, e siccome ritirava i titoli invece di pagare le differenze, oppure col credito che aveva acquistato li depositava alle Banche, così non perdeva mai, e sempre aumentava il suo capitale. Inoltre speculava anch'egli in terreni, ma comprando per rivendere subito, perchè l'istinto commerciale dicevagli che qui, come prima a Vienna e poi a Berlino, il giorno del krach doveva venire, e che era impossibile che su tutti i terreni che si levavano all'agricoltura per farne terreni fabbricativi, sorgessero case, e quelle case dessero un guadagno.

L'attitudine alla speculazione che può non rivelarsi in gioventù nei figli e nipoti di mercanti, si manifesta sempre in essi con l'andar degli anni, speculazione meschina se le condizioni dell'esistenza assegnano loro un campo ristretto, speculazione vasta se il campo che possono esplorare ha grandiose proporzioni.

Ora che Ubaldo aveva sentito tutti gli strazi della miseria, tutte le punture continue e dolorose dei sacrifizi, si era fatto accorto, non sprecava più, non sacrificava nulla alle apparenze. Maria viveva comodamente, ma viveva come il giorno che da Milano era venuta a Roma, quasi le sole risorse della famiglia consistessero nella paga di Ubaldo. Per questo nessuno, nè quelli che erano addentro alle cose della Stampa, nè i curiosi che facevano parte degli altri giornali e di tutto quel mondo della politica, dell'arte, della Borsa che forma attorno ai giornali una vasta rete, poteva dire che il principe della Marsiliana era l'amante di Maria e le faceva doni costosi. Quello che ella spendeva per la sua toilette era compatibile con i guadagni palesi del marito; gli occulti erano ignorati dal pubblico e dagli amici di Ubaldo.

Maria non aveva neppure un coupé per fare le visite o per andare a Villa Borghese e soleva accettare l'offerta che le faceva ogni tanto la signora Adriana Mariani di condurla seco. Questo modesto contegno di Maria, che il mondo sapeva adorata dal principe, le aveva accaparrato le simpatie e la stima generale, perchè il mondo, che è composto d'individui che ogni giorno per conto proprio si burlano della morale, la vuole rispettata e grida e sbraita quando qualcuno la offende.

La principessa della Marsiliana, ròsa dalla gelosia, dimenticata dal marito, non credeva alla onestà della sua rivale. Quel teatro, che ella vedeva ogni giorno inalzarsi maggiormente, le diceva che Maria non avrebbe accettato dal principe un paio di orecchini di brillanti, nè un paio di cavalli, ma che aveva tanto potere su di lui da ottenere, con una parola sola, che egli facesse spese che neppure un re si permette. Questa convinzione di avere nella bella Veneziana non una rivale avida, una rivale che non si contenta con l'oro, la rendeva pazza dalla disperazione. Finchè ella non aveva veduto don Pio correr dietro altro che a donne che s'incontrano oggi per abbandonarle domani, senza rincrescimento, e che non considerano l'uomo altro che come mezzo per appagare le loro brame di lusso, non era stata gelosa e aveva dato prova di quella tolleranza che sanno avere tutte le signore di nascita illustre per i peccatucci degli uomini.

Ma appena aveva capito che don Pio era innamorato seriamente di Maria, e che quello non era un amore che svanisse tanto presto, si era attaccata al marito con quella insistenza propria di chi vede sfuggirsi un bene al quale ha diritto, e aveva provato tutti gli strazi, tutte le angustie della gelosia. L'orgoglio di razza rendeva anche più acuti quei tormenti; ella vedevasi preferita una plebea, e conscia della propria inferiorità dinanzi alla rivale, inferiorità che non era soltanto fisica, ma anche intellettuale, non vedeva nessuno scampo e non sperava altro sfogo che nella vendetta.

Quando la mattina ella usciva per andare ai conventi o alle associazioni di beneficenza, dove la chiamava l'abitudine, e vedeva gli operai lavorare al teatro: quando verso sera tornava dalla passeggiata o dalle visite e vedeva che neppure la notte il lavoro cessava in quell'edifizio inalzato da suo marito per appagare il desiderio di Maria, provava una rabbia sorda, e stringeva nelle piccole mani nervose i nastri del cappellino, si metteva fra i denti il fazzoletto di batista, strappava le rose che ornavano il davanti del coupé e fremeva come una fiera rinchiusa in una gabbia. Col viso sconvolto, con le ciglia aggrottate ella si presentava a colazione e a pranzo, e, se don Pio si faceva aspettare, se invece di pranzare in famiglia passava già vestito dalla sala da pranzo per dire che era invitato, ella non mangiava nulla, trangugiava grandi bicchieri di acqua fredda e non rispondeva neppure con monosillabi ai discorsi della suocera, la quale non sapeva rassegnarsi al silenzio, e la lasciava appena terminato il pranzo per salire nel suo quartiere, dove sempre era visitata dalle amiche e dai conoscenti di gioventù, e dove trovava modo di dare sfogo alla sua loquacità, raddoppiata ora che il figlio faceva cose così insolite per un patrizio, e che davano agli amici della duchessa argomento a frequenti domande e ad osservazioni.

E mentre don Pio passava le serate alla Camera, dava una capatina nei teatri o nei ritrovi eleganti, e fluiva per andare alla Stampa, dove si vegliava molto tardi e dove era sicuro d'incontrare Maria, la signora Carrani e Adriana Mariani, e ogni sera più s'invaghiva della bella donna, la principessa della Marsiliana stava sola nel suo salotto a rodersi dalla gelosia. Ogni tanto, desolata, si gettava bocconi davanti a un grande Cristo d'argento, dono di suo padre, e gli parlava con voce interrotta dai singhiozzi dolorosi, gli domandava perchè le aveva dato un gran nome, le aveva dato le ricchezze e le aveva negato tutte le attrattive della donna, non l'aveva fatta nè bella di volto, nè bella di corpo, non le aveva dato i vizii, che pure hanno il loro fascino, nulla, nulla; e, senza accorgersene, ella passava dalla preghiera al rimprovero. E quando donna Camilla rientrava per un momento in sè stessa, era pentita di quello che aveva detto, e umilmente con la faccia appoggiata ai piedi inchiodati del Cristo, la schiena curva, supplicava la santa immagine di perdonarla, di aver pietà del suo dolore.

Poi, dopo quegli sfoghi ai rialzava da terra, ricomponeva il volto, ricomponeva le vesti e sedeva dinanzi al tavolino coperto di lavori incominciati e destinati ai poveri, con le piccole mani scarne si dava a lavorare frettolosamente, mentre il cervello anch'esso lavorava, lavorava a cercare un mezzo per vendicarsi doppiamente del marito, coprendolo di vergogna; e staccandolo per sempre da Maria.

Dopo ognuna di quelle serate angosciose, donna Camilla trovava un pretesto per scrivere a Fabio, per invitarlo a andare da lei la mattina seguente. Ora il pretesto glielo forniva l'invito a una adunanza da spedire alle patronesse dell'opera pia delle Madri Lattanti, ora un'informazione da assumere, ora un sussidio da elargire. E quando Fabio la mattina dopo era da lei, ella lo interrogava su quello che facevano alla Stampa, sui lavori del teatro e per ultimo su Maria. Fabio Rosati era troppo accorto per far vedere alla principessa che capiva la sua gelosia e i suoi strazii, e fingeva sempre di credere che quella premura di lei per sapere notizie della signora Caruso fosse frutto della curiosità pura e semplice, e le parlava dei trionfi che riportava in ogni festa al Circolo dei Cittadini e al Circolo degli Artisti la bella Veneziana, e come d'intorno a lei si formasse una cerchia di ammiratori, che ogni sera popolavano le sale della Stampa per il solo piacere di vederla e di sentirla parlare.

Come tutte le donne gelose, la principessa desiderava di veder Fabio per udir parlare di Maria, e dopo che lo aveva veduto era più che mai straniata dai tormenti che impone quella malattia del cuore, più che mai era desiderosa di sapere.

Intanto in anticamera, negli ozii della guardia, i servitori parlavano molto delle attenzioni che don Pio usava alla famiglia Caruso col mandare la caccia che giungeva dai possessi di Maremma, le piante e i fiori delle serre della villa a porta Salaria, i latticini che arrivavano dalla Sabina e i vini dell'Umbria, ma non parlavano meno dei biglietti che la principessa scriveva a Fabio Rosati, e ogni volta che lo vedevano salir le scale del palazzo, mentre uno dei servi lo accompagnava alle stanze della signora, gli altri, rimasti in anticamera, ridevano e dicevano nel loro linguaggio triviale:

—Il principe e la principessa fanno il comodo loro.

Due o tre volte don Pio aveva incontrato Fabio nella galleria, mentre si avviava al quartiere della principessa, e sempre lo aveva salutato con molta freddezza, con una freddezza che faceva morire al Rosati il bonario sorriso sulle labbra, e dopo, quando lo rivedeva in redazione, fingeva di non accorgersi di lui, e non c'era caso che gli rivolgesse per un pezzo la parola.

Il principe non aveva nessun sospetto ingiurioso per la principessa, ma credeva Fabio il cronista particolare di lei, alla quale, non riconosceva attrattiva di sorta, e la relegava nel numero di quelle donne che, quando non destano repulsione, lasciano freddi e indifferenti quanti le avvicinano.

La freddezza del principe per Fabio non influiva sulla posizione di lui alla Stampa, poichè don Pio non s'ingeriva mai dei particolari e lasciava piena indipendenza ad Ubaldo, il quale, sapendo che in certe occasioni il Rosati era un eccellente corrispondente e un cronista prezioso, gli dava spesso degli incarichi, che Fabio accettava volentieri, perchè gli procuravano conoscenze, e guadagni superiori a quelli ordinari.

Don Pio si sarebbe consolato facilmente della vita triste che menava in famiglia, del risentimento di cui dava prova la principessa ogni volta che gli dirigeva la parola, delle preoccupazioni economiche che non gli accordavano tregua, dopo che aveva seppellito tanti milioni nell'acquisto di terreni che non riusciva a rivendere e per i quali sborsava un forte interesse agli istituti di credito, che gli avevano prestati quei milioni; si sarebbe anche consolato nel vedere che La Stampa non gli dava i lauti guadagni che aveva sperato, purchè Maria lo amasse, purchè Maria fosse sua. Ma di fronte a lei, egli, così ardito, non aveva volontà, non aveva ardimento di sorta. Il vederla sempre in mezzo a gente, il non poter sfogare mai con lei la tenerezza che gl'ispirava, faceva del suo amore un tormento continuo, un supplizio da dannato. Le attenzioni, le premure più delicate, che sono un lusso dei ricchi, egli le aveva tutte per Maria. Non c'era sera in cui ella non trovasse nel cantuccio del salone della Stampa dove soleva sedersi, una quantità di fiori e i dolci che ella preferiva. Maria lo ringraziava con effusione, era cortesissima con lui, ma nulla più, e le stesse parole le usava con tutti quelli che ad imitazione del principe, offrivano a lei i loro omaggi.

Una seconda estate era trascorsa e la principessa non si era mossa da Roma per assistere il proprio fratello, che, cadendo da cavallo, si era piuttosto gravemente ferito, e in quella estate ella si era fatta vedere così spesso fuori col Rosati, lo aveva così spesso ricevuto, che la ciarla che ella lo amasse dal palazzo Urbani era giunta nella redazione della Stampa e anche alle orecchie di Maria, la quale aveva risposto al Suardi, che la informava di quel fatto:

—Io non ci credo; la principessa è una santa donna!

—Se è una santa lei, Fabio non è un santo, e quando la santità manca da un lato c'è sempre pericolo che la parte peccaminosa guasti l'altra. Voi non sapete che il peccato, secondo la scienza moderna, è di natura infettiva e ha il suo bacillo?

—Con la vostra strana maniera d'argomentare avete in certo modo ragione,—disse Maria.—Quando un uomo si mette a far la corte a una donna fa sempre con lei la parte del corruttore, ed ella si lascia corrompere se non ha il sentimento del dovere, che è il più potente antisettico, per esprimermi come voi fate, che si conosca.

—Ben detto!—esclamò il Suardi ridendo.—M'indicate dove si vende quell'antisettico, del quale pare che voi possediate tanta copia?

—In nessun luogo disgraziatamente—rispose Maria cui non era sfuggita l'allusione.—Alcuni sono tanto fortunati da averne scoperta una sorgente e finchè quella non si esaurisce, sono al coperto dalla infezione; se la sorgente diviene sterile si ammalano subito.

—E voi siete sicura che la vostra non si esaurirà mai?

—Sì—rispose ella arditamente.—Sì, perchè la mia sgorga in un terreno che, date certe circostanze speciali, l'alimenta sempre.

—Come si chiama di grazia questo terreno?

—Il giardino della riconoscenza.

—Mia bella signora, voi parlate come una pastorella di Arcadia.

—E voi come un pastore, che navighi di continuo sul fiume del Tenero.

—Se ci sentissero, riderebbero per bene alle nostre spalle,—osservò il Suardi che passava per lo sguaiato e il cinico della redazione, ed era in fondo il più ingenuo e il più illuso fra i suoi colleghi.

La principessa voleva che parlassero male di lei, voleva compromettersi, voleva incanagliarsi, come diceva a sè stessa nelle sere di spasimo, affinchè il marito lo sapesse, affinchè al marito parlassero di quel fatto, ma in quest'intento non riusciva. La duchessa madre, che poteva essere la sola che riferisse quelle voci a don Pio, era assente da Roma, e gli altri non avevano col principe della Marsiliana tanta confidenza per permettersi uno scherzo; essi attaccavano piuttosto Fabio, ridevano con lui dell'amore che aveva ispirato, ma al principe non dicevano nulla, e il principe pensava il meno possibile alla moglie.


IX.

Durante l'estate, per non trovarsi solo di fronte alla principessa a pranzo e a colazione, don Pio aveva invitato un vecchio professore, molto noto come bibliofilo, a riordinare l'archivio di famiglia, e lo tratteneva sempre ai pasti e con lui impegnava lunghe discussioni sugli antenati e sui fatti storici cui essi avevano partecipato. Così la principessa non aveva modo di far quasi mai sentire la sua voce, e appena preso il caffè fuggiva indispettita lasciando il marito a discutere con l'Onorati.

In quell'estate il teatro "La Fenice" fu condotto a termine e don Pio non solo si occupava di farlo addobbare all'interno con tutta l'eleganza possibile, ma pensava pure a procurargli per le tre stagioni invernali, tre compagnie di canto, che assicurassero alla Fenice la sua reputazione.

—Prima costruttore, poi giornalista, ora impresario! Quante trasformazioni vedremo ancora?—dicevano i vecchi e i giovani patrizi, che non perdevano d'occhio il principe.

Alcuni di essi avevano tanta fiducia nella malleabilità del carattere di don Pio, che speravano ancora, dopo aver fatto il mangiatore di preti e l'irriverente verso la dinastia, di vederlo di nuovo al Vaticano, nelle anticamere papali o forse con l'uniforme degli esenti della guardia nobile addosso.

Verso i primi di novembre, quando la gente era in parte ritornata a Roma, don Pio volle inaugurare il teatro con un ricevimento ai giornalisti, al mondo politico e agli amici.

Gl'inviti furono diramati dal principe istesso, e siccome il teatro conteneva circa quattromila persone, così furono dispensati un po' in tutte le classi sociali e l'aristocrazia ne ebbe la sua parte.

Donna Camilla, informata da Fabio di quel fatto, stabilì di assistere alla festa, ma non disse nulla al marito di questo divisamento, e neppure alle parenti e alle amiche, che la tempestavano di domande.

—Non mi occupo degli affari di mio marito,—rispondeva ella sdegnosamente a quante le parlavano della Fenice—"Cela ne me regarde pas."

E pareva infatti che ella non si curasse per nulla di ciò che faceva don Pio, tanto la mossa con cui accompagnava quell'asserzione era sdegnosa, e il tono della voce, sprezzante.

Invece appena era sicura che don Pio era fuori di casa e che Giorgio, il fido cameriere, era a pranzo o non poteva andare nelle stanze del marito, ella vi penetrava furtivamente, rovistava fra le carte, nelle tasche degli abiti, cercava, cercava quella prova della colpabilità di Maria, quella prova che doveva facilitarle la vendetta.

Un giorno ella trovò sulla scrivania di don Pio un paio di lunghissimi guanti da donna e sorrise a denti stretti, come se quello fosse un indizio che una volta o l'altra il marito avrebbe dimenticato una lettera, una prova, come aveva dimenticato quei guanti, e li guardò, li odorò lungamente e poi si diede a fissare la scrivania supponendo che in essa stesse rinchiusa tutta la corrispondenza di Maria. Se la forza le fosse bastata, con un colpo avrebbe volentieri fatto saltare quel cassetto, che credeva le nascondesse uno scambio di sentimenti, una ardente passione, che la defraudava di tutto, anche delle rare e misere gioie concessele dal suo matrimonio.

Ella fu sul punto di portar via quei guanti, ma poi ebbe paura della collera di don Pio, e li ripose dove li aveva trovati; ma quel giorno stesso scrisse al Rosati pregandolo di passar da lei in serata.

La sera, prima donna Teresa era tornata in città dopo un lungo soggiorno a Perugia, e la nuora prima del pranzo andò nel quartiere della duchessa per consegnarle le gioie che aveva tenute in custodia durante la sua assenza. Mentre le due signore parlavano, la madre esaltando l'attività di don Pio, che aveva in così breve termine condotto a fine il teatro, la moglie biasimando le azioni del marito: entrò il principe con i guanti in mano.

—Credo,—diss'egli dandoli alla madre,—che ieri sera tu li abbia dimenticati in carrozza quando venni a prenderti alla ferrovia.

—Sono appunto un paio di guanti che stamane ho fatto tanto cercare alla cameriera,—disse la duchessa gittandoli in una coppa di Sassonia.

Donna Camilla fissava con rammarico quei guanti. Dunque Pio non dimenticava nulla di Maria, non avrebbe mai dimenticato nulla, non si sarebbe mai tradito?

La presenza della madre rendeva don Pio espansivo durante il pranzo, e quella sera, quando furono seduti a tavola, non rifiniva più di parlare. Pareva che a lei sentisse il bisogno di narrar tutto, e donna Camilla soffriva essendo certa che con lei non provava un bisogno uguale. Alla madre narrò che per sè nel nuovo teatro aveva riserbato la barcaccia di destra al parterre, e che per la Stampa aveva fatto preparare quella di fronte. Disse che tutti e due quei palchi avevano un salottino dietro per fumare, e che il teatro era riuscito elegante e carino quanto mai.

—Tu avvezzi male i tuoi redattori,—disse ridendo la duchessa,—li tratti da principe.

—E tratta le loro mogli meglio della principesse,—disse donna Camilla senza alzare gli occhi dal piatto.

Don Pio non rispose per non lasciarsi sfuggire di bocca l'offesa, e finse di non aver capita la maligna allusione.

Prendevano ancora il caffè, quando alla principessa fu recato in un vassoio d'argento il biglietto di Fabio.

—Fate entrare il signor Rosati nel mio salotto e ditegli che vengo subito,—ordinò la principessa.

—Tu ricevi i plebei come i principi,—disse don Pio sorridendo nel vederla alzarsi prontamente, senza neppur terminare il caffè.

—Ricevo chi mi pare e come mi pare,—rispose ella sgarbatamente, e fatto un cenno di testa alla suocera uscì.

—Come è nervosa Camilla; benedetti quei nervi!—disse la duchessa che aveva sempre preso la vita dal lato pratico e non sapeva che cosa fossero i tormenti dell'anima.

Il principe dette un'occhiata in giro alla sala e vedendo che i servi erano usciti, disse sottovoce alla madre:

—Non sai che vorrebbe farmi ingelosire del Rosati?

—Camilla è pazza; la gelosia, la rabbia la divorano. Ma ha forse ragione di esser gelosa?—domandò la duchessa al figlio con fare insinuante.

—Non ha purtroppo nessuna ragione. Maria è di una onestà rara, di una onestà antica e io non ottengo nulla da lei.

—È un miracolo,—sentenziò la duchessa.—Ma ancorchè Camilla non abbia ragione di esser gelosa, guardati da lei; ora che la rivedo dopo una lunga assenza noto che la sua fisonomia ha preso una espressione sinistra.

—Dunque ti pare anche imbruttita?—domandò il principe ridendo.

—Sì, prima era soltanto brutta, ora ha qualcosa di cattivo; guardati da lei.

Mentre madre e figlio così parlavano nella sala da pranzo, la principessa aveva messo sotto gli occhi di Fabio certi conti dell'Opera delle Madri Lattanti, ma non sapeva come fare a dirgli che sperava egli l'accompagnasse alla inaugurazione della "Fenice". In quel momento in cui stava per chiedere un favore a un uomo, che non considerava suo eguale, che per il passato aveva sempre tenuto a distanza, tutto l'orgoglio di casta combatteva in lei una lotta tremenda e le parole le spiravano sulle labbra.

Fabio ebbe presto esaminati i conti e alzatosi dalla piccola scrivania della principessa, s'inchinò e le chiese se aveva altro da comandargli.

—Dica, Rosati,—domandò la principessa evitando di rispondere,—si fanno grandi preparativi per l'inaugurazione della "Fenice?"

—Immensi. A Roma tutti i fiori sono incettati per quella sera, e non si parla d'altro.

—Sarà contenta la signora Caruso di vedere la sua idea tradotta in opera con una prontezza favolosa?

—Non si può credere quanto la signora Maria sia felice. Ella assicura che il principe non poteva meglio spendere le sue ricchezze che facendo la carità di una consolazione artistica ai poveri.

—La signora Caruso deve aver conosciuta la miseria?—domandò la principessa.

—Pare che la miseria e la casa Rossetti fossero come i due fratelli Siamesi, e che soltanto la comparsa del Caruso in quella casa cacciasse la brutta ospite,—rispose Fabio.

—E allora la signora dovrebbe avere molta gratitudine per il marito?

—E l'ha infatti. Ella è una moglie modello e la sua volontà è sempre sottoposta a quella di Ubaldo.

La principessa fece udire un piccolo riso stridente e acuto.

—Io metto in dubbio tutta quella gratitudine e tutta quella sommissione.

C'è negli uomini un sentimento innato di cavalleria, che li spinge a difendere le donne quando le sentono accusare dalle rivali e a difendere specialmente le belle, quelle che danno per gli occhi un godimento al cuore e che tutti guardano con un segreto desiderio di possederle.

Quel sentimento spinse il Rosati a farsi il paladino di Maria.

—Ne è forse innamorato anche lei?—domandò la principessa con dispetto.

—No,—rispose egli sinceramente,—ma la giustizia mi fa parlare in favore della bella donna.

—Ci siamo troppo occupati di lei e non menta il conto di perdere il tempo,—disse la principessa accennando al Rosati una poltrona,—mi parli piuttosto del teatro e me lo descriva.

Il Rosati, che aveva in tasca un piano della "Fenice" per farlo riprodurre in zincotipia e poi pubblicarlo nel giornale, lo mostrò alla principessa, e si trattenne a lungo a spiegarle com'era decorata la sala, com'erano i palchi, il foyer, i camerini degli artisti e le sale da fumo.

—E il loro palco com'è?—gli domandò la principessa.

—Non lo so; il principe ha dato ordine severo che nessuno vi sia ammesso prima della sera inaugurale, e io come gli altri sono ròso dalla curiosità.

—Lei assisterà alla festa?

—Anche se non volessi assistervi, non potrei. A me spetta di fare il resoconto della serata; io debbo essere al mio posto.

Donna Camilla stette un momento silenziosa guardando la pelle d'orso bianco su cui poggiava i piedi, e pareva che la domanda che si sentiva prima tant'ardimento di fare al Rosati non potesse pronunziarla.

—Se non ha niente da comandarmi,—disse Fabio,—io vado via perchè in famiglia mi aspettano; mio padre è ammalato.

—Senta,—gli disse la principessa alzandosi pure e fissandolo imperterrita negli occhi,—mi vuole accompagnare alla inaugurazione della "Fenice?"

La domanda era così strana che Fabio non seppe rispondere altro che un:

—Sono sempre ai suoi ordini.

—Allora venga a prendermi, passeremo dalla comunicazione interna, che c'è fra il palazzo e il teatro. Venga alle dieci.

Tutto questo fu detto in tono imperioso di comando, quasi ella volesse far capire al Rosati che si serviva di lui come ci si serve di un inferiore, di una persona che ha l'obbligo di ubbidire senza chiedere il perchè.

—Alle dieci verrò a prenderla,—rispose il Rosati sbalordito, inchinandosi.

—Buona sera,—dissegli la principessa e mentre sempre gli stendeva la mano, quella sera incrociò le braccia e chinò soltanto la testa per congedarlo.

—La principessa mi vuol far perdere il posto,—pensava Fabio turbato scendendo le scale.

Si trattava di cosa tanto delicata che egli non sapeva con chi sfogarsi, con chi consigliarsi. Capiva benissimo che egli in tutta quella faccenda non era che un istrumento di vendetta, ma se la principessa voleva compromettersi, perchè non sceglieva a complice uno dei suoi nobili parenti, un giovane del patriziato, perchè gettava gli occhi su di lui?

Gli venne il desiderio di darsi per malato, di scrivere scusandosi, ma come faceva a disertare il suo posto quella sera appunto in cui doveva tutto vedere, tutto osservare per iscrivere uno di quei racconti brillanti nei quali mancavano soltanto l'ortografia e la sintassi, che il Suardi aveva cura di aggiungervi prima di mandarli in tipografia?

Fabio era mezzo sbalordito da quel pensiero e tutti se ne accorsero quella sera alla Stampa. Il Suardi specialmente, che tanto volentieri non gli dava requie, lo burlava, assicurandolo che non aveva mai scritto con più spropositi. Il principe, giungendo, udì i motteggi cui era fatto segno Fabio, e squadrandolo gli disse in tono sarcastico:

—Caro Rosati, lei fa troppi mestieri a questo mondo; si contenti di fare il cronista della Stampa, e avrà la testa più a segno.

Quell'allusione che conteneva una tremenda offesa, annichilì Fabio. Egli non ebbe il coraggio di fiatare e uscì dalla stanza di redazione per andarsi a rifugiare nella sala, non ancora popolata come dopo l'uscita dai teatri.

Il Rosati si gettò sopra una poltrona e rimase lungamente con gli occhi chiusi a pensare a quel fulmine, che gli cadeva sul capo, senza veder mezzo di schivarlo, e mentre era così sgomento e perplesso, sentì battersi sulla spalla e udì la dolce voce di Maria, che gli domandava con premura:

—È ammalato, signor Rosati, vuole che faccia qualche cosa per lei?

In quel momento Maria gli apparì come l'angiolo salvatore, come la sola persona che potesse consigliarlo.

—Non sono malato, non ho bisogno di nessuno, mi occorre soltanto di confidarmi con lei, di dirle quello che mi accade.

—Io sono pronta ad ascoltarlo,—diss'ella facendoselo sedere accanto,—e le prometto che farò quanto starà in me per darle un consiglio saggio.

Quelle parole pronunziate con schietto accento di simpatia consolarono Fabio, il quale narrò a Maria i pretesti addotti dalla principessa per indurlo a andare da lei, le domande che gli rivolgeva per sapere quello che facevano alla Stampa, le narrò tutto, senza allontanarsi mai dal vero, perchè infatti egli non aveva nulla da rimproverarsi. Non le disse però che quelle risposte evasive non erano state dettate da un sentimento di ritegno e di delicatezza, ma soltanto dal bisogno di condursi abilmente tenendo i piedi in due staffe, e per ultimo le narrò quello che esigeva donna Camilla da lui, e l'offesa lanciatagli poco prima dal principe.

—Che cosa debbo fare? mi consigli lei, mi consigli come consiglierebbe in un caso simile un fratello, un amico.

Maria, che leggeva chiaramente nella condotta della principessa, che capiva quanto fosse gelosa e quanto fosse sospettosa di lei, rimase un pezzo prima di rispondere. Non aveva fatto mai soffrire nessuno a questo mondo e le doleva, le doleva immensamente di avere, senza colpa, inconsciamente, esposto una donna alla torture della gelosia.

Dopo una lunga pausa, ella disse con voce strozzata dalla commozione:

—Il principe lo sospetta non di essere innamorato della principessa, nè di cedere a un sentimento, ma di commettere un'azione bassa. Me la lasci dire la brutta parola; lo sospetta di spionaggio. L'unico mezzo per riabilitarsi agli occhi di lui è di chiedergli un abboccamento stasera subito, e di dirgli francamente quello che vuole da lei la principessa; l'avrà questo coraggio?—domandò Maria volgendo su Fabio uno sguardo fermo e scrutatore.

—L'avrò,—egli rispose senza esitare.

In quel momento don Pio precedendo un gruppo di deputati amici entrava, discutendo, nella sala; nel veder Fabio seduto accanto a Maria e impegnato con lei in una conversazione seria, affrettò il passo per mettere una certa distanza fra sè e quelli che lo seguivano, e accostandosi a Maria le disse con tono sarcastico:

—Se vuol accettare un mio consiglio, non ascolti quello che le dice il Rosati; io credo che egli muova troppo la lingua.

Fabio impallidì, ma seppe dominarsi e sentendo fisso su di sè lo sguardo di Maria, ebbe la forza di dire: