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Il re dei re, vol. 2 / Convoglio diretto nell'XI secolo

Chapter 11: III.
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About This Book

The author sketches eleventh-century social and ecclesiastical life, exposing a feudal order in which secular and clerical powers are entangled, and then follows the rise of a reforming churchman who, forged by monastic discipline and intellectual rigor, seeks to abolish lay investiture and elevate papal authority into a theocratic primacy. The narrative outlines his diagnosis of clerical corruption and imperial dependence, his austere character and uncompromising methods, and the political confrontations that erupt as civic independence and feudal privilege clash with efforts to subordinate crowns to the altar. The work mixes broad historical overview with a concentrated biographical portrait to explain motives, strategies, and repercussions of reform.

Canc mais tant nom plac iovenz
Ni pretz, ni cavalaria,
Ni dompnets, ni druderia.

Folchetto da Marsiglia.

Gli è tempo ormai di vedere un po' più da presso Enrico IV, di cui qualcosa abbiamo accennato innanzi, e di cui più spesso dovremo favellare in seguito.

Pochi principi al pari di lui han suscitati più sdegni e spirito di parte, lasciando dir tanto e tanto diversamente di sè. Su di costui hanno pesato i più severi ed i più amari giudizii, le calunnie più infami, i soprusi più codardi; nel tempo stesso che elogi molti gli si fecero per nobiltà di maniere, per generoso sentire, per prodezza in guerra, magnanimità e fasto principesco. Una storia senza passione di Enrico ancora non avvi, perchè a lui si annette grande lite, ed il mutamento che subì la constituzione civile del mondo. E questo mutamento è tale, che le odiosità, anche adesso, non sono ancora cessate, sebbene i tempi e per gl'imperatori di Lamagna, e pei pontefici non fossero più gli stessi. Noi esporremo i fatti, ed i nostri lettori giudicheranno secondo l'indole loro. È storia questa che narriamo, e senza collera, senza affetto, senza passione veruna la narriamo—Io parlo per ver dire. Chi con la storia conserva broncio, salti questo capitolo.

Enrico IV, alla morte del padre Enrico III il Nero era restato fanciullo di cinque anni, sotto la tutela della madre Agnese, e la direzione dei vescovi. L'imperatrice si abbandonò tutta al vescovo Enrico di Augusta. Ella gli abbandonò il governo, e taluni dissero anche la persona. Sia come vuolsi, il favorito stomacò i principi di Lamagna per la sua strabocchevole ambizione e tirannia, e questi, unitisi a consiglio, primi gli arcivescovi Annone di Colonia e Sigofredo da Magonza, trassero dalla loro molti altri e decisero di sottrarre Enrico alla tutela della madre e del cortigiano. Con ingegnoso trovato, che per poco al giovane imperatore non riuscì fatale, l'arcivescovo di Colonia lo tenne nelle sue mani. Ed avvegnachè libero lasciassero le briglie alle passioni di lui, tumultuose, ardenti; pure, perchè severo uomo talvolta quel di Colonia sapeva mostrarsi, venne a fastidio ad Enrico, per tutto sdilinquire a favore di Adalberto arcivescovo di Brema, lo più stravagante ed originale uomo di Germania. Questi, curioso impasto di virtù e di vizii, di grandezze e di buffonerie, lasciava disgocciolare l'imperatore nelle libidini ed in ogni maniera di brutali passioni, onde rassodarsi nel favore di lui e le cariche tornar venderecce, le provincie mettere a ruba, gli onori per sè tutti carpire, i poteri in sè tutti concentrare.

La nazione intanto si sgruppava dalla soggezione con la quale Enrico III l'aveva avvinta; ed apponendo ogni odio di opere alla corruzione del giovane sovrano, si disuniva per levarsi a tumulto. Segnatamente perchè le finanze dell'impero impoverivano sensibilmente, tra per lo scialacquo di Enrico, che non aveva misura nel donare alle chiese e prodigare pei suoi piaceri, tra perchè l'arcivescovo voleva aprirsi agio ad empire in colmo i suoi progetti di signoria. I maggiorenti dell'impero allora si avvicinarono e fecero intimare ad Enrico il decreto di comparire alla dieta universale di Tribur, onde deliberare o di rinunciare allo scettro imperiale, o di levarsi di dosso la mala peste dell'arcivescovo di Brema—con quello stesso decreto posto a bando dell'impero. L'imperatore comparve alla dieta. L'arcivescovo fu cacciato dalla corte tra gli scalpori insolenti della plebe, ed il governo della Germania ripassò nelle mani dei vescovi.

Nel 1067, dell'età di diciassette anni, Enrico sposò Berta figliuola di Ottone, margravio di Susa, fanciulla d'intendimenti soavi, di bellezza incantevole. Queste nozze nel 1056 aveva aggiustate Enrico III, passando per Zurigo. Ma il suo figliuolo vi si era recato mal volentieri, obbligatoci da' principi di Germania, fosse perchè e' gradisse meglio la vita di scapolo in libidini vaghe, fosse perchè davvero, come confessarono entrambi quando dimandarono divorzio, ripugnanza invincibile li straniasse, al segno che insieme giammai non giacquero. Sia come si voglia, questo divorzio suscitò guai e querele molte, ma non mai fu legittimato nè dalle diete dello impero, nè dal pontefice.

I tempi intanto correvano per la Germania forti e calamitosi. In tutto quanto concerneva l'impero, o una parte di quello, tutto ciò che si riferiva ai principi, ai signori, agli Stati generali del regno, quanto aveva rapporto alle constituzioni, alle leggi, ai trattati di pace e di guerra, era stato sempre costume tenerne consiglio coi principi ed i deputati delle province cui più importasse l'esito della deliberazione. E dietro i loro suffragi ed il consenso dei popoli, emanavasi il decreto. Concorreva così, con la volontà dell'imperatore, il voto dell'intiera nazione. E siccome i re, giudici supremi di questa, amministravano la giustizia di per sè, e' non avevano residenza stabile, viaggiando di città in città, e convocandovi le diete generali, alle quali ogni nobile dell'impero aveva obbligo intervenire. Enrico, benchè non si scostasse da tali consuetudini, soffriva male l'annullamento o la temperanza del suo consiglio, conciossiachè poi dall'avviso delle diete giammai disconsentisse. Non pertanto i torbidi sorsero. I Turingi in prima, per non pagare indebita decima all'arcivescovo di Magonza Sigofredo; i Sassoni in seguito, perchè Enrico aveva eretti a cavaliere sui cocuzzoli delle loro montagne innumeri castella, dalle quali, come da ladronaie, calavan giù masnade di soldati a dar lo sperpero e disertare colti e borgate; gli Svevi per ultimo, anch'essi scorrucciati per non pagare insolito tributo, ed altre gravezze di usure e di balzelli.

La rottura di Enrico coll'arciduca di Baviera Ottone II di Sassonia della casa Boimenburg-Nordheim, le male intelligenze con Rodolfo duca di Svevia, e Bertoldo Zahringer che accennavano volersi quando che fosse levare a capi delle rivolture; il trattato con Sveno III di Danimarca, mediante il quale questi si obbligava a sussidiarlo nelle guerre coi Sassoni, egli stracciare dalle frontiere di Germania quel paese che affronta i confini di Danimarca e cederglielo; l'occupazione infine del castello di Luneburg, accelerarono lo scoppio della guerra civile.

Nel 1073, per la prossima festa di San Pietro e Paolo, Enrico aveva invitati a Goslar i grandi di Sassonia ad una dieta onde consultare di affari del regno. Però come i conti, i duchi, i vescovi, gli arcivescovi, gli abati si erano accolti nel palazzo imperiale all'ora prescritta, fu detto loro di attendere un momento ancora, perchè il re giuocava agli scacchi! Quei signori frementi aspettarono fino al tramonto. Allora un sergente del re comparve ed impose all'assemblea di sciogliersi, perchè Enrico già cavalcava parecchie miglia lontano di Goslar. A tanto affronto, i nobili sassoni non si sarebbero rattenuti dallo scoppiare, se la prudenza del margravio Dedi non li avesse acquetati. Ma la notte si accolsero a clandestino congresso in una chiesa, e quivi, rammentando gli oltraggi inflitti ai nobili, le miserie dei borghigiani, il guasto del paese, l'attentata libertà della patria, ruminando cosa volesse significare la guerra bandita già contro Polonia, stabilirono per loro editto convocare in Nockmeslau il popolo, convenirvi essi stessi, e quivi decidere della fortuna delle provincie.

Nel dì prefisso, folla immensa di nobili e di plebe vi trasse. Il duca Ottone di Nordheim, che si era allogato a presidente dell'assemblea, salito sur un poggio, pronunciò gravi parole con le quali le miserie del paese descrisse e degli arbitrii stravaganti di Cesare si querelò.

A quelle franche e magnanime parole si destano altri baroni ed ecclesiastici per accusarlo di più gravi e violenti attentati, e si risolve, o con le armi alla mano perire tutti, o francheggiare la Sassonia di ogni sopruso, e ricusarsi per la spedizione di Polonia. Si toglie quindi uno spicchio di tre di quei gravi senatori della provincia ed a Cesare si manda in oratori a Goslar.

Il resto dei signori di Germania caldeggiava per Enrico. All'arrivo dei legati dei baroni, egli li riunisce a consiglio nella reale corte, ed il sire di Nordheim parla:

—Nobilissimo re, il popolo di Sassonia, non ultimo fra le nazioni dell'impero per la gloria e per la fede, vi supplica a rendergli l'antica libertà del paese, gli antichi privilegii. Uomini stranieri, toltisi dalla bruzzaglia per imbratto di perfide pratiche, la fanno da signori a casa nostra, ed i beni, le persone, la libertà, l'onore trattano come roba da rubello. Monsignore, se voi ci lasciate la integrità delle antiche costumanze e l'onore, saremo il popolo più fedele e divoto delle vostre provincie. Sempre in punto d'armi contro le orde de' Luitici che tribolano le nostre frontiere, vogliamo essere dispensati dalla guerra di Polonia. Vogliamo inoltre tornati a libertà i principi sassoni tenuti prigioni per non giudicata colpa di fellonia. Vogliamo demoliti i castelli dalle vette dei monti nel cuore del paese e sbrattate le guarnigioni; giudicati dalla dieta i principi spogliati arbitrariamente di dominii, e rifatti de' danni gl'innocenti. Vogliamo ancora, monsignore, che anche voi portiate la vostra residenza in alcun'altra delle vostre provincie, perchè la Sassonia vi ha fatte le spese fin da fanciullo: che bandiate dall'impero i cortigiani venali e traditori, i quali pericolano la pubblica salute: che l'amministrazione delle cose dell'impero si affidi ai principi del regno, perchè l'erario non si sperperi, non si corrompano i giudizii: che la corte fosse purgata da concubine, richiamata l'imperatrice, il vostro mal costume, omai maturo di anni, mutato. Di questo vi supplicano i Sassoni, sire, e per quell'eterno Iddio che confessate, vi scongiurano di esaudirli. Imperciocchè se voi incaponito userete della spada contro di loro, essi ancora sanno trattarla, e morire per la libertà e la salute del paese. La nazione vi ha giurato fedeltà, perchè anche voi giuraste reggere i popoli nella giustizia; conservare le leggi ed i costumi degli antenati; proteggere a ciascuno i dritti, la dignità, i beni. Se voi violate il sacramento, in noi cessa l'obbligo di obbedirvi, e subentra il dovere di farvi guerra. E sì faremo, sire, sì faremo, finchè sarà vigore nelle nostre braccia, finchè non vedremo la libertà della patria restituita.

Questo franco ed ardito dire—ahi! troppo ignoto adesso—eccita la collera di Enrico, di temperamento vivo ed avventaticcio. Nondimeno si contiene e con un cotal suo beffardo ghigno risponde:

—Se alla nostra giustizia vi appellate con ragione, vedrete che la nostra giustizia giammai fu appellata invano. Se per la tranquillità dell'impero; l'impero è tranquillo, ed è perciò che noi puniamo i ribaldi ed i rivoltosi, e punimmo i Sassoni i quali di ogni debito di sudditanza credettero francarsi, perchè il vigoroso braccio di Enrico III era ghiadato nel sepolcro. Se poi il popolo che vi ha mandato pretende altra cosa da noi, convocheremo a parlamento i grandi dell'impero, e la sentenza della dieta terrà luogo al giudizio delle armi.

Udita la risposta, i Sassoni, consigliati da Ottone di Nordheim, si reputano vilipesi. E' si levano ad armi, ed in sessantamila muovono alla volta di Goslar, piantando campo intorno le mura. Il vescovo Burcardo di Alberstadt li tiene di assaltare la piazza. Enrico che vi era dentro, spaventato si fugge al castello di Harzburg con la sua corte: ed i Sassoni, tolto il campo di Goslar, sotto le mura di Harzburg vanno a metter le tende. L'imperatore manda Bertoldo di Carinzia, già insieme nei disgusti temperati, onde parlamentare coi nemici, e proporre loro, che la lite avrebbe discussa una dieta dell'impero ove avessero deposte le armi. Ma eglino insistono nel dimandar smantellati i castelli dai monti di Sassonia, aperti e sbertescati i varchi, ristabiliti i privilegii, l'onte pagate, e nulla voler udire di altri principi di Germania, mica sì ferocemente trattati come essi, e perciò a favore dell'imperatore pieghevoli.

In questo frequentare di messaggi e continuar d'avvisaglie infrattanto l'imperatore una notte si fugge dal castello assediato con la corte, i tesori e le insegne imperiali. Egli trae ad Hersfeld, ove i manipoli dei suoi guerrieri ed i suoi nobili si accoglievano. Nel tempo stesso, i Sassoni stringevano alleanza coi Turingi e gli Svevi. Allora si propone novello parlamento a Gerstungen. È accettato. E gl'insorti per tal modo sanno esporre di loro miserie, che i medesimi commissari imperiali si scuotono, dalla loro piegano, e convengono in deporre Enrico ed eleggere imperatore Rodolfo, di stirpe imperiale anch'esso, duca di Svevia e di Borgogna al di qua del Jura, con insegne e nome reale ad Arles, corte sovrana in Zurigo, prode nelle battaglie, savio nei consigli, liberale e gentile nel trattare, al re cognato. Questo però fu concordato segreto, e solamente si pubblicò che i Sassoni avrebbero soddisfatto Enrico pel delitto di fellonia, ed e' i torti contro Sassonia riparati, amnistia concessa.

Gregorio VII allora scrisse lettere ai principi alemanni, ai sassoni particolarmente, e cercò richiamare al suo tribunale la lite dell'impero.

Egli credette preparata da Dio l'opportunità di quell'ora onde iscrollare la vetusta autorità imperiale, e le sue dottrine proclamare. Imperciocchè, se giungeva a misurarsi con la Germania ed al suo sistema la sottometteva, il rimanente di Europa, o non avrebbe affatto o avrebbe assai debolmente resistito.

Poi, tutto sembrava favorirlo.

In Lamagna regnava sovrano di età e di consiglio giovanissimo, guasto dagli ecclesiastici che lo avevano tenuto alle falde, volubile, corrivo all'ira, nell'arte di governo non pratico. Lo attorniavano ministri ladri ed ignoranti, che il paese disertavano di balzelli, le constituzioni dell'impero attentavano. La fede dei principi traballava. Feroce odio metteva in combustione le provincie, di spiriti sempre opportune, la guerra civile accesa, consumata, e a disvantaggio del re vinta. Sicchè dunque Gregorio poteva lavorare: e passassero pure inavvertite le sue opere pel momento, egli avrebbe poi fatto giungere il giorno da cavarne profitto, come aveva praticato coi canoni di Niccolò II.

Ma Ildebrando faceva conti falliti. Imperciocchè alcuno non curò del suo intervento nelle bisogne dello Stato: nè uopo ve n'era. I Sassoni avevano già a Gerstungen strappato ad Enrico, che vedeva tentennare la fede dei suoi, trattato vergognoso, in virtù del quale le fortezze levate in Sassonia erano rase, sgombri i presidii, perdonati i ribelli ed i fautori. I Cesariani però, che per costoro tenevano, stomacano di tanta ostinazione nel non volere nè rimetter le armi, nè dagli articoli da loro proposti per la pace recedere. Passan quindi dalla parte del re novellamente, ed i Sassoni abbandonano. Così che, mentre Ildebrando credeva Enrico prostrato, le fortune di lui ristauravansi.

Egli manda bando per tutto l'impero che agli 8 di luglio 1075 ogni principe di Germania, ecclesiastico e laico, con quanti avessero vassalli e sudditi atti alle armi si trovassero al campo di Breitungen; perdona tutti gli altri nobili ribelli che dalla parte avversa tornassero alla sua. Tanto apparato sbalordisce i Sassoni. Essi fanno arrivare replicate legazioni a Cesare ed ai suoi principi, spediscono oratori alla dieta di Goslar, ed a Magonza, con scritte e con parole dimandando pace, rassegnandosi ad ogni legge di Enrico. Ma questi, oltraggiato nell'onore col trattato di Gerstungen eseguito appuntino, non vuole udire, non vuole veder mai legati di Sassonia, ai suoi nobili e vassalli impone giuramento di troncar coi ribelli qualunque pratica. Così che questi, tirati a capelli dalla disperazione, fanno voto generoso, morir tutti per la patria e per onorata libertà. Si bandisce poscia un digiuno, vestono di scorruccio, e, processionando scalzi e con la fronte affitta al terreno, traggono alla casa del Dio degli eserciti onde implorare grazia e vittoria da lui. Indi corre bando che, tolti seimila da restare a guardia delle fortezze, gli altri che portavano armi le vestissero, e coi viveri per sè si recassero al piano di Lutnitz, il dì che Cesare avrebbe messo campo a Breitungen.

Infatti, al dì prefisso, Enrico con grosse tolte di gente e forti apparecchi si trovava al campo. Ve lo raggiunsero il duca Guelfo coi Bavari, Rodolfo con una condotta di Svevi, Gozzelone coi Lorenesi, Teodorico duca dell'alta Lorena con uno squadrone di cavalieri, i capitani dei Franchi Ripuari con le forti loro schiere, Bertoldo da Carinzia con un corpo d'arcadori, parte montato parte a piedi, un esercito intero di ausiliari boemi capitanati dal figlio del re Wratislao, ed un distaccamento della sua guardia, comandata da suo genero Wiprecht. E poi dei vescovi, conti e marchesi, dei dignitari della corona, di tutti che avevano giurisdizione ecclesiastica o secolare, nessuno mancò. Perchè a nessuno si concesse restare a casa, tranne pochi vescovi svevi impossibilitati, l'arcivescovo di Colonia ad Enrico niente grazioso—perchè nel campo dei Sassoni combattevano il vescovo di Magdeburg suo fratello e quello di Alberstadt suo cugino—ed il vescovo di Liegi in fin di morte. Ma costoro ebbero a mandare le loro condotte con un vicario. L'istesso abate di Fulda, rattratto e perduto dei piedi, che andava con le grucce, dovette cavalcare all'esercito. L'imperatore quindi manda un araldo ai Sassoni per annunziar loro che il domani intendeva attaccare battaglia. A consiglio del duca Rodolfo muove perciò il campo da Breitungen ed il primo dì lo ripone in su quello di Elu, e al domani nei dintorni di Eisenach, poco stante dai quartieri dell'oste. Enrico si era messo a giacere per far la siesta, quando, in sul velar l'occhio, il duca Rodolfo lo sorprende e gli dice:

—Sire, i Sassoni alloggiano poco lungi dalla vanguardia, ed improvvidi del nemico pasteggiano, e fanno combibbie. Ordinate perciò che squilli la regia tromba, ed attacchiamo battaglia, perchè la notte starà ancor molto a calare.

Enrico l'ascolta.

Era giorno di grande caldura. Il terreno polverulento e frastagliato di dumi, incapace di capire tutto un esercito collocato di fronte. Fu partito quindi in cinque ordini; il primo del quale assegnato a Rodolfo con gli Svevi, il quale, per antico privilegio della nazione, avevan dritto formare l'antiguardo ed assaggiare l'inimico; a tergo asserrati gli altri baroni per la riscossa; ai lati Guelfo coi Bavari; per ultimo Enrico con gli eletti. Così serrati si accostavano infatti ad Hohenburg; allorchè nel campo sassone giunge contemporaneamente l'araldo di Enrico—ritardato dalla perversità dei cammini che intimava battaglia—ed il grido delle vedette, che avvisava il nemico gremire già il piano.

II.

Orribili corpi affatturati! uomini-lupi, donne-dragoni . . . .
Quale spaventevole fracasso!

Goethe.La prima notte di Walpurgis.

Abbiam lasciato Baccelardo, ha un bel tratto, ai piedi del San Gottardo. Cortesia vuole che non dimenticassimo alcuno della famiglia in mezzo della quale ci siamo collocati come istoriografi—non pagati e perciò veritieri.—E lo ritroviamo a Zurigo, il giorno di San Martino.

Se un uomo del nostro secolo fosse capitato in quella città a tale giorno, egli avrebbe giurato esser cascato dei piedi dritto in uno spedale da matti, o il carnovale esser venuto colà più precoce di due mesi. Eppure non era così. Celebravasi la Festa dei Becchi.

Noi la descriveremo tal quale usavasi allora, temperando le scurrilità empie e le lordure di che s'interpolava. I concili ed i SS. Padri, per quattro secoli, la fulminarono di scomuniche e proibizioni ma invano. Solamente avvantaggiata civiltà la bandì. Noi l'accenneremo, onde veggano un poco i nostri lettori di che i padri deliziavansi, e quale dose di religione essi avessero. Non ci diano perciò dell'empio. E se qualche tanghero di prete della fabbrica dell'Armonia voglia scandalizzarsi, legga innanzi il Du Cange, il Gioia, il Signorelli, ed altri cento che di tali cose favellano, e si persuada che la storia, e quanto dalla storia procede, non può essere cancellato da Dio, non può essere stuprato dai papi.

In tutt'altra circostanza, questi bravi Svizzeri, i quali allora erano svevi, sarebbero stati curiosi sapere più o meno alcun poco di un cavaliero che entrava nella città loro, a piedi, seguíto da cavallo zoppo e trafelato. Ma in quel dì e' non ci badarono; perchè avevano per le mani faccende ben altre e più serie.

Baccelardo si trovò dunque in mezzo di un popolo trasformato della più stramba guisa. Femmine travestite da canonici; frati in gonne da donna; chi si era mutato in orso, chi in porco, molti da caproni e da buoi, moltissimi da asini. Avevan messi a contribuzione tutt'i vecchi cenci dei rigattieri, le costumanze disusate, ed i colori dell'arco baleno onde sfigurarsi il sembiante. Ed a fianco ad Arabi, che dispensavano benedizioni a foggia di pugni, andavano vescovi, che si solleticavano il naso con la barba di una penna per starnutire. Vicino a matrone, che vendevano ceci arrosto e tortine con noci, camminavano notari che distribuivano agli per agnusdei. E poi giudei che leccavano un pezzo di lardo e ne bisungevano le barbe ai monaci che incontravano. Poi giullari che con enfasi nasale ed ingoiando le parole appiccate ed impiastricciate l'une con l'altre, predicavano il giudizio finale. Poi damigelle scollacciate che con le tuniche inverecondamente rimboccate fino sopra del ginocchio, vendevano salsicciotti di Westfalia. Poi baroni che dimandavano l'elemosina per s. Andrea. Poi poveri che si avevano applicate ulcere per tutte le regioni del corpo e ne offrivano cortesemente parte ai benefattori. E poi tutti i travisamenti possibili di volto, di panni, e di condizioni sociali. E quanti non avevano potuto aggiustarsi strambi vestimenti o sgorbi sulla persona, avevano indossati i panni a rovescio, cacciati i gheroni della camicia, imbrattato il viso di farina, o, avvolti in un lenzuolo, rappresentavano Catone in Utica, l'ombra di Nino, e l'arcangelo Michele, che si asciuga il sudore dopo aver mandato Satanno a tutt'i diavoli. Le maggiori contraffazioni però erano del genere religioso. E vedevasi un bettoliere, grasso ed ubbriaco, rappresentar la Vergine Maria in istato di parto, a cui accorrevano buoi ed asini a far corte in compagnia di angioli e cherubini. I quali cherubini rastiavano placidamente dei denti vicino a brustolita crosta di pasticcio, e che la Madre di Dio mandava a barbariveggoli il più cortesemente possibile. Qui poi un palafreniero che si aveva cucita addosso di rovescio una pelle di cavallo morto e figurava s. Bartolommeo scorticato. Là una cantoniera che sguaiatamente maravigliava di sua tarda pregnanza, e rappresentava s. Elisabetta. In una parola, secolari e laici, plebe ed aristocrazia, uomini e femmine, interamente difformati, avevan gareggiato a comparire nelle guise più strane.

Intanto le campane suonavano a distesa, trombe, ribebe, naccare, tamburetti baschi, mandole, ciannamelle, ghironde, quanti sapevano strimpellavano alla peggio. Ed una confusione, una calca, una pressa, un gridare, un pestarsi, un rimorchiare i passaggieri, un bagordo insomma assordante, confuso, una frenesia di gioia, senza limite di pudore e di riguardi. Trascinato dalla folla, Baccelardo si trova al castello del duca Rodolfo, che a Zurigo aveva corte sovrana.

Vicino alla porta di questo sire però inferociva più lo stringersi, ed un pigiarsi da mandar rotto il respiro, perocchè tutti volevano entrare, ed assistere all'elezione del duca Rodolfo al cardinalato. Ma la beatissima Vergine si era lasciata andare di traverso sull'uscio, e non permetteva penetrare a chicchesia, impacciata da un lembo della sua tunica paonazza accroccata ad un gancio sul portone, dove appiccavansi i nibbi.

—Andiamo dunque per tutti i demonii, madonna Maria, gridava un bestiale s. Pietro che voleva ficcarsi dentro ad ogni costo; ti sei messa là di sbieco come la quaresima nell'anno, ed i bravi figliuoli guardano i profondi abissi del tuo sedere. Levati dunque, o ti accoppo con le mie chiavi.

—Senti, sguaiato rinnegato di s. Pietro, replicava la Sine labe, se capiti un giorno alla taverna, quando mi danza pel capo un gotto di quel di Borgogna, ti voglio torcere il collo come un cappone. Intendi? brutto ceffo di maniscalco.

—Ecco la più male educata Vergine Maria che io mi abbia veduta in mia vita! tutto peritoso e maravigliato sclamava Carlomagno. Ma insomma che si fa?

—Si fa, si fa, che se non mi liberate le falde di questi cenci, cui mi avete cuciti addosso, io ve lo lascio cader qui nel fango il vostro Gesù bambino, e ve lo prenderete inzaccherato come un monello. Già mi manca il respiro. E ti assicuro, per tutti i martiri, che val meglio fare il mestiere di vinaiuolo che della beatissima Vergine.

—Largo, largo a monsignore il vescovo che si ha adattate una coppia di orecchie men lunghe delle sue.

—Monsignore s'intende meglio in adattar corna che orecchie. Vedete là i suoi palafrenieri come li ha tutti conci da buoi!

—Fate riverenza al pievano di Sant'Udda, che ha più cervello negli usatti che nella testa, come ha dimostrato nell'ultima sua omelia sul peccato della gola.

—Magnifica omelia, commentata dal più pingue asciolvere che abbia mai fatto crepar d'indigestione un abate!

—Non è vero, ser pievano?

—Olà, canaglia, indietro, e attenti a me:
Io sono Marco Tullio Cicerone!
Estraggo i denti; taglio l'unghie ai piè;
Ed abolisco i ricchi e la ragione:
Ma perchè non vi manchino i flagelli,
Vi do i preti, le pulci ed i bargelli.

—Bravo monsignor Virgilio! Ma io avrei più caro che voi mi deste la corona di agli che vi circonda il capo, e quel mazzo di porri, che mi andrei a friggere col lardo.

—Indietro, indietro che arrivano i legati del Papa dei Becchi. Fate largo alla riverente pancia del canonico Ifiglo.

—Ed in fatto di pancia, il canonico, a grande edificazione dei suoi confratelli, ne acconcia sempre una somigliante alle sue penitenti.

—Ma ti prenda il gavocciolo, s. Andrea! Vuoi dunque che io ti applichi due calci nel servizio che mi vai sempre tra i piedi?

—Ora, udite questo buffone di Giulio Cesare come è divenuto insolente, da che un bel damigello di monsignor Rodolfo gli ha insegnato a fecondare i terreni di Monna Egelina!

—Pace, pagani! io sono s. Paolo e chiedo che mi lasciate entrare.

—Tu ti aduli, il mio s. Paolo. Tu sei ancora Saulo—e lo so io che all'esazione degli ultimi livelli mi tosasti fino al cuoio.

—Largo, largo al cavalier Vulcano. Egli è forastiere, ed ha la ciera della fame e di s. Giorgio. Fatelo entrare.

—Gli colga la peste! mi ha lasciato andare di un sorgozzone sul capo, che mi ha sciupato il più bel travestimento d'asino! Ora chi porterà la vergine Maria e suo figlio in Egitto?

—Ma! l'abate di Zug, risponde s. Lorenzo.

—All'abate di Zug, di vergine non confiderei neppure la maga di Endor, replicava l'asino malandato di Baccelardo.

—Per asini ed asini poi vi è il reverendo capitolo tutto intero. Lascino fare a me.

—Ecco i commissarii del Papa, largo, fateli passare. Scostatevi, bestie e buffoni. Passate, molto ubbriachi messeri, passate.

Due vicari del Papa dei Becchi entrarono in fatti dietro a Baccelardo; e vi si sarebbe precipitata appresso tutta la folla che intendeva ad allagare il castello, se coi calci dell'aste le barbute del duca non l'avessero mandata indietro. I vicarii però vennero nella sala dove il duca, vestito degli abiti reali, sedeva sur un trono attorniato da conti e da baroni, e gli presentarono una pergamena, perfettamente insudiciata di untume. Il priore Liemaro, cancelliere di Rodolfo, la prese e lesse:

« Ingolfo, Papa Cornardorum et Incornardorum di qualunque nazione e generazione siano o saranno, al diletto nostro figliuolo naturale ed illegittimo Rodolfo, duca di Svevia e sire di Arles e di Zurigo, salute con benedizione della mano sinistra.

« La tua tal quale vita e santa riputazione di buoni servigii nel commentare il mandato del Signore crescete et multiplicate, e per ciò che abbiam fiducia che farai, secondo l'indole della giovinezza e sapienza tua, negli atti dei becchi, ci hanno indotto a conferirti la prolifica dignità di nostro cardinale, onde sappia il mondo che noi siamo Pietro e che su questa pietra posa la felicità e la dovizia dei mariti tolleranti e dei buoni figliuoli. Per lo che comandiamo a nostri amici, inimici e benefattori, i quali di questa vita passeranno o dovranno passare, che ti abbiano a riconoscere come operoso cardinale di nostra chiesa, e ti abbiano ad allogare, stabilire, installare ed investire con cori, corni, cetere, organi e cembali scordati e bene sonanti nel pieno possedimento dei dritti e delle dignità alla tua carica connesse, e farti rallegrare e godere di quante libertà e franchigie ai nostri rassegnati e gaudiosi sudditi accordammo.

« Nel nostro territorio di Zurigo, sub annulo peccatoris, anno pontificatus nostri secundo. Pridie idi decembris, hora vero noctis 17, more cornardorum computando ».

Il duca Rodolfo, in segno di ringraziamento, fece ai legati profondo inchino, voltando loro le spalle, tra uno scoppio di alleluia e di risa universali; indi si ammanta dell'ampio paludamento chermisino, tutto divisato a corna di oro, che gli presentarono i legati. Di poi scende nella corte, monta a cavallo, e si dirige alla chiesa, dove il Papa celebrava già gli uffizi santi. Al vederlo, la folla rompe in prolungate grida di plauso, i buoi muggiscono, ragghiano gli asini, brontolano gli orsi—e tutti ad una voce sclamano:

—Ricordatevi, monsignore, di dar la preferenza alle damigelle di vostra corte nell'esercizio dei vostri nuovi e santi doveri.

Intanto se lo tolgono in mezzo e si recano alla chiesa.

Baccelardo, che aveva fatto rinchiudere il cavallo nelle scuderie e lo aveva provveduto del bisognevole, sparecchia ancor egli lauta colezione, e raggiunge la folla alla chiesa. Allora vi arrivava altresì Rodolfo col popolo.

Le porte erano chiuse. Il vescovo della diocesi si tragge innanzi e bussa. Vulcano affaccia il capo, e dopo a lui Cerbero, e dimandano che domine chiedessero da loro.

Il vescovo risponde:

—Schiudeteci le porte, perchè noi veniamo dal paradiso, con credenziali dell'imperatore Carlo Magno, a causa d'impreveduta e provvisoria indisposizione dell'Eterno Padre.

Allora Vulcano grida. Accorrono tutti i canonici ed i chierici nascosti dentro, vuotano molte bottiglie di vino, in segno di bene arrivati, ed entrano.

Gli uffizii compiuti, l'ora di terza arrivata, tutto era in pronto per la processione. Sopra un asino installano una delle più belle fanciulle di Zurigo, e le cacciano in braccio un puttino di cenci, che figurava il bambino Gesù. Al suo fianco si arrabbattava un vecchio zoppicando, con una mazza in mano, la faccia sporca di carbone; e questi, come sapete, era s. Giuseppe. Però egli si tirava a stento dietro all'asino ed andava borbottando:

—Tanti guai per un scimiotto di putto che mi è piovuto in casa senza saper donde! Però io protesto veh! monna Maria, che se per l'avvenire mi viene ancora tra i piedi codesto tuo arcangelo Gabriello, che fa di tai giuochi ai mariti dell'età mia, io gli rompo le ossa senza complimenti, e poi lo accuso di adulterio allo scabino. Mi hai capito?

—Zitto là, scimunito! chè volta e gira tu sei sempre quell'attacca barruffe di maniscalco che tutti sanno. Guardati però che non ti spezzino l'altro stinco.

—Silenzio, cialtroni, gli sgrida il Papa che andava loro dietro, e pensate a rispondere al coro.

Innanzi a tutti procedeva la croce; poi i gentili; poi i profeti, con grossi torchi in mano; poi i canonici ed i ceroferarii, con la testa avviluppata in bianchi guanciali; poi quattro cardinali, con ciascuno due damigelli che sollevavano le ale del loro piviale; poi il pallio, sostenuto dai magnati del comune, e sotto il pallio la vergine Maria a cavallo dell'asino, con s. Giuseppe, come abbiamo detto; e dietro a tutti il Papa, sotto il baldacchino, ed il popolo. Quattro canonici alzavano i lembi della gualdrappa dell'asino. E come tutto fu disposto in ordine nel chiostro, donde la processione doveva partire, un araldo uscì e gridò tre volte agli spettatori o divoti, facendo prima tre volte il raglio dell'asino:

—Da parte di monsignore il Papa e suoi cardinali vi facciamo sapere, che tutti lo seguano dovunque e' voglia andare, sotto pena di aver tagliata la parte anteriore delle vesti.

Ed il popolo rispose anche esso prima con tre ragli, poi soggiunse:

—Andiamo—noi siamo agli ordini di monsignore.

Allora il coro intuona l'inno.

Hez, Sir Asnes, car chantez,
Belle bouche rechignez,
Vous aurez du foin assez,
Et de l'avoine a planter.

Il popolo risponde con il medesimo ritornello e si parte. Intanto i canonici cantavano della voce più aspra e scordata possibile:

Dalle parti d'oriente
Venne un asino eccellente;
Era forte ed era bello
Ed attissimo al fardello!

Ed il popolo ripeteva:

Hez, sir asino, cantate,
Il bel muso accartocciate,
E tal copia di biada e fieno avrete,
Che piantarne, per Cristo, ancor potrete.

Ed i canonici novellamente:

Era pigro nel cammino,
Ma poi l'ebbe un cervellino,
E col pungolo e il flagello
Fe' volarlo come augello;
Giunse fino a Betlemme:
Visitò Gerusalemme!

Ed il coro ed il popolo proseguivano col solito ritornello—i canonici col rimanente dell'inno.

Sia che carro tragga al corso,
Sia che porti soma in dorso,
Le mandibole dimena
Come Santa Maddalena.
Mangia l'orzo con la pula,
Dai cardoni non rincula,
E in la trebbia, pel villano,
Dalla paglia scarta il grano:
Oh! vedetelo s'è bello
Questo eletto d'Israello!
Mirra, incenso, e pingue dose
D'oro, e pietre preziose....
Alla chiesa tutto ha dato
L'asinesco apostolato.
Oh! vedetelo s'è bello
Questo eletto d'Isdraello!
Amen dunque di', o somiero,
Amen canta un giorno intiero;
E satollo di gramigna,
Mangia, peta, ragghia e grigna;
Chè alla chiesa tutto ha dato
Il tuo santo apostolato.
Hez va! canta hez va! hez va!
Chè il tuo canto al cuor mi va:
Delle orecchie, di pigrizia,
Niun ti avanza di malizia;
Hez va! canta, hez va! hez va!
Chè il tuo canto al cuor mi va.

In questo mentre si ritorna alla chiesa.

In mezzo di essa avevano preparata una fornace, con stoppe e pannilini vecchi, vicino a cui la processione si ferma. Il papa dei becchi, i cardinali ed il vescovo della diocesi si assidono ai loro stalli nel coro, l'asino con la Vergine Maria a cavallo e s. Giuseppe si collocano presso l'altare dal corno del vangelo, e tutto il clero e i componenti della processione si dispongono in due file, dalla porta maggiore della chiesa all'altare, chiudendosi in mezzo la fornace. Poi attorno attorno il popolo, svisato nel voto e nei panni come l'abbiamo descritto. Accanto la fornace, da un lato schieravansi sei gentili, dall'altro sei giudei.

Allora gli araldi, o vocatores, come chiamavansi, si volsero prima ai gentili e dissero:

O gentili, per cui fatto
S'è il negozio del riscatto:

poi ai Giudei:

O giude', per cui sciupato
Ha il Signor parole e fiato,
Come attestano i rabini,
I notari e gli scabini!
Storpi, dritti, grassi e secchi
Cantiam gloria al re del becchi.

A questa intima, i giudei pieni di malumore fanno un atto d'impazienza, e gittandosi un lembo della gialla tunica addosso, si sdraiano per terra presso al fuoco, si grattano il posteriore e le barbe, e sclamano:

Ma insomma qui facciam sempre da gioco!
Vi abbiam mandato un Dio, e ancora è poco?

E gli araldi.

O vos gentes non credentes,
Qui venite confitentes;
E a quei porci cenciosi Galilei
La creanza insegnate e il verbum Dei.

E i gentili.

Vero Dio! re dei re!!
Che lo creda chi ci ha fe'.
Ma il nostro Olimpo più non si avviluppi,
Chè troppi già ne abbiam di quei galuppi.

Allora il papa si alza e grida tutto corrucciato:

Ite dunque all'inferno, o miscredenti,
E monsignor Mosè che si presenti.

Gli araldi, a quest'ordine, si appressano alla sacrestia e chiamano: Tu Moyses Legislator!

E Mosè, vestito di tonaca e cappa bianca insudiciata, lunga la barba, in volto accigliato, sonnolento, due enormi corna in fronte, la verga da una mano e le tavole della legge dall'altra, esce ansante e frettoloso, inchina il papa dei becchi, e dice:

Ch'altri poi vengano dopo di me,
Per dio! qual dubbio, signor, qui vi è?
Ma s'esto è tutto ch'io debbo dire,
Andate al diavolo ch'io vo a dormire.

CoroIste coetus psallat lætus!

Papa—Questa bestia parla schietto,
Ha criterio ed ha intelletto;
Ma le sue profezie si porta il vento,
Ch'ha vecchia moglie, e terminò l'argento

Gli araldi conducono quindi Mosè brontolando dall'altra parte della fornace, poi tornano alla sacrestia e chiamano:

Vieni avanti, Isaia, ma facciam patto
Di parlar chiaro e di non dir bugie:
Se profeta, da furbo, ti sei fatto,
Noi non vogliamo udir castronerie;
Chè ci han bastantemente trappolati,
Con i tuoi logogrifi, e preti e frati.

Isaia esce a sua volta. Egli aveva gli occhi strambi e fisi al suolo, i capelli bianchi, rari ed irti, la barba scomposta come la tunica cenerina. Rossa stola gli cingeva la fronte, pallidissimo aveva il colore. Egli arriva innanzi al papa dei becchi, sta un momento a pensare, poi batte del piede la terra, e sclama: Est necesse virga Iessæ!

Il papa, indispettito che, malgrado le proteste, Isaia era stato, giusta il consueto, anche adesso oscuro, strabilia, e voltosi alle sue genti grida:

—Cacciatemi via codesto buffone, e venga subito Abacucco.

Gli araldi si accostano dunque alla porta della sacrestia e gridano:

Isaia che ha ben pranzato
Da briaco ha profetato:
Ma Abacucco spiegherà
Questa storia come va.

E subitamente dalla sacrestia veniva fuori un vecchio sciancato, vestito di dalmatica gialla, con le tasche piene di ravanelli, cui divora ansiosamente, ed in mano una frusta per percuotere i ragazzi Misac, Sidrac e... non ricordo l'altro, che gli andavano appiccando dietro una coda di volpe. Giunto in mezzo al coro, Abacucco fa uno starnuto e parla:

Che spiegar vi debbo, un corno!
Se ho pensato notte e giorno,
E trovato ho appena appena
Che siam matti da catena?
Ci vuol la virga Iessæ? e così sia:
Basta che abbia misura e vigoria!

E sì dicendo, Abacucco dà un calcio al deretano dei ragazzi, e dondolandosi, e zoppicando si ritrae sollecito all'altro lato della fornace, ed offre una coppia di ravanelli ad Isaia. Il papa lo segue degli occhi, torvo ed accigliato, poi sclama:

Questo vecchio scapestrato
Parla proprio da dannato!
O profeta per pazzia,
O è villana profezia.
Entriam dunque in altro buco;
Venga Balaam col ciuco.

Allora avanzano dal coro due messi del re Balec, che uniti ai vocatores, all'uscio della sacrestia gridano:

Veni Balaam et fac!

E subito si presenta un uomo di grossezza spropositata, a cavallo ad un asino a cui avevan mozze le orecchie e raso il pelo col rasoio. Balaam, del volume del ventre toccava quasi la testa del somaro, mentre le gambe corte e grosse, armati i piedi di formidabili sproni, penzolavano come due salsicciotti. Egli tirava le redini alla bestia, e la frustava e spronava con un'enfasi da strabuzzare gli occhi, e mutare in piombino il rubicondo del volto. Però la restia cavalcatura si avviava alfine, allorchè si presenta un giovanotto armato di spada, che, afferrandola della briglia, la rattiene. Balaam, non volendo udire ragione, diluvia ancora frustate sull'asino, e lo scavezza, e lo sventra per gli sproni; quando questo sgrilla infine e dice:

Ma caparbio, viva dio!
Vuoi che sgangheri ancor io?
Non lo vedi che impacciato
M'ha una bestia di soldato?
Non capisci che sei indegno
Di alcun regno—sopra me;
Perchè a forza di dieta
Son profeta—al par di te?

Balaam a così eloquente filippica del suo ciuco resta percosso e attonito, con la bocca aperta, e si guarda intorno. Quando ecco due angioli che gli danno parecchi forti scappellotti all'occipite. Balaam si rivolge e quelli gli dicono:

—Balaam, non obbedire al re Balec che si diverte a mangiare un profeta arrosto tutte le mattine.

Balaam, allampanato, guarda questi nuovi venuti, e grattandosi dolcemente la nuca risponde:

—Sta bene, miei signori: ma vi prego, un'altra volta, non mi battete così forte al cucuzzolo perchè io patisco di emicrania.

E ciò detto, si va a riunire agli altri compagni. Gli araldi chiamano poscia Elisabetta. Questa, che era vecchia, sorda, esce fuori tutta frettolosa, vestita di bianco, e gonfia come in procinto di partorire, e voltasi ai coristi dimanda:

Quid est rei, quid me mei? L'è una chiesa di casa del diavolo qui, signori miei! Non si può stare neppure comodamente a dire una litania! Insomma, sappiatevi che io ho fame, e che se rimango qui un altro poco mi cadono giù le soffoggiate che mi avete applicate sul ventre, e buona notte al vostro s. Giovanni Battista. Io vi fo una riverenza, monsignori, e vado a casa, perchè io non sono stata mai troppo soda di corpo, ed ora, con le suste e controsuste, e con le compressioni... con vostra licenza, e serva di vostra scioperatezza, sir papa.

Alle parole di s. Elisabetta, il papa dei becchi monta in bestia e grida:

—Vadano tutti all'inferno: ne abbiamo assai di questa laida canaglia di santi e di ebrei. Vediamo un po' se i gentili siano più puliti. Chiamate Virgilio.

Gli araldi gridano all'uscio:

Vieni, Maron, poeta dei pagani,
E insegna il catechismo ai cristiani.

E Virgilio, coronato di cavoli, in figura giovanile, con bella toga ornata di ricami in carta gialla, avanza, e, facendo dignitoso saluto al duca di Svevia, sclama:

Ecce polo dimissa solo.

E senza aspettare ulteriori domande, nè rischiarare la sua risposta, volge le spalle e si ritira vicino la fornace. Il papa fa un moto d'impazienza e dice:

—Ho capito, l'è epidemia! Vediamo dunque se la Sibilla sia più ciarliera. Ma, scommetto, che neppure codesta pettegola saprà cavarsene nette le mani, e sarà parca di parole. Andiamo, via in nome di Dio! chiamateci su quella sgualdrina.

E gli araldi gridano alla porta:

Tu Sybilla, vates illa.

Una viragine dagli occhi scintillanti, pallide le guance, i capelli rossi scarmigliati e sciupata tutta nei panni, viene fuori furibonda. Ella batte forte dei piedi al suolo, si contorce, digrigna, poi con voce ammezzata e sorda, evocata dal fondo del petto come dall'imo di caverna, pronunzia:

Quando le rocce grondan sudore
Viene il giudizio, viene il Signore:
Ma infallibile segno poi sarà
Costanza in donna e in frate castità.

—Almeno costei ha detto qualche cosa, sclama il papa dei becchi dietro alla Sibilla che si ritirava cogli altri. A quanto pare dunque codesto giudizio è ancora assai lontano, se i suoi segni sono infallibili. Conchiudiamo la storia e venga Nabuccodonosor.

Nabuccodonosor si presenta. Vestiva da re, con guazzeroni di damasco porporino orlati di orpelli e sopraccarico di nappe e fimbrie come un buffone, una corona di cartone in testa, lo scettro in mano, e barba lunga lunga di pelle di capra. Lo accompagnavano otto scudieri armati di partigiane di legno, e due ministri in cotta d'armi, che portavano, dentro un piatto, un grosso salomone incuffiato, il quale rappresentava l'idolo. Poi un gruppo di soldati, che si recavano in mezzo i tre fanciulli. Giunti presso la fornace, i ministri si volgon a costoro e dicono:

Huic sacro simulacro!

Quei tre monelli scoppiano a ridere, e dando la berta al sacro simulacro che loro si voleva fare adorare ed ai ministri, spalancando e contorcendo la bocca, rispondono:

—Un bischero! quei seri; deo soli digno coli.

—Furfantelli, sdegnato sclama Nabuccodonosor, che Dio solo mi contate voi: dovete adorare anche me, altrimenti vi squarto in due come lepori e vi mangio a fricassea.

Ma i ragazzi s'incocciano; e Nabuccodonosor, perdendo le staffe affatto, ordina che si caccino nella fornace come lacche di damme. La fornace di stoppa è accesa. Fitta cinta di persone si fa attorno; ed e', cantando Benedictus es Domine Deus, scivolano fra le gambe della gente, e, quasi entrassero in quel rogo, dispaiono. Nabuccodonosor si gratta il naso e dice:

Vedi un po' quei bricconcelli
Come pigliano a trastullo
Un negozio, che i capelli
Fa rizzare anche ad un brullo!
Andar tanto allegramente
Ai diavoli? è imponente!
E perciò si straggan fuora
E che vadano a malora.

E sì dicendo si ritira. I fanciulli escono dall'altro lato della fornace tutti festosi, e la messa comincia.

Al Gloria, al Kirie ed al Credo, prima il sacerdote ragghia tre volte, poi canta. Ed il popolo risponde, cominciando anch'esso dai tre ragghi. Negli incensieri si mettono correggiuoli, pezzi di suole vecchie, e sterco di capra. S'incensa prima il popolo e l'altare di questa roba puzzolente, indi estraggono un grosso mazzo di salsicciotti e fanno atto d'incensarli con quello. Sull'altare frattanto si canta il credo, i profeti ed i pagani giuocano al lanzichenecco, e mangiano una frittata con agli, facendo toast e combibbie sazie e laute. Infine il sacerdote ragghia ancora tre volte e canta: Ite missa est! Ed il popolo, anche tre ragghi, e risponde Deo gratias! Allora il cappellano del papa dei becchi grida:

Silete, silete, silentium habete.

Il papa benedice tutti con la mano sinistra; ed il cappellano proclama:

—Monsignore, bravi borghesi, vi dà indulgenza plenaria di tutti i peccati che avete fatti ed avete buona intenzione di fare, e con essa vi dia il cielo trenta giorni di male al fegato, venti cofani pieni di male di denti, otto ore di colica, una moglie riottosa, ritenzione d'orina e la gloria eterna del paradiso—e così sia.

Quindi si dispongono a processione novellamente, ed il papa dei becchi, vestito degli abiti pontificali, con pastorale, camauro e cappa rossa, a cavallo ad una vacca, è portato al castello di Rodolfo, nella sala del tinello, dove, sedutosi alla più grande finestra, benedice il popolo di nuovo e comincia a mangiare marzapani.

Allora si presentano al duca Rodolfo due araldi, dei quali uno annunzia:

—Monsignore Goffredo di Buglione, oratore del re Enrico.

L'altro:

—Monsignor Baccelardo, oratore di papa Gregorio.

Rodolfo fa inchino al papa dei becchi ed alla corte di lui, e va a ricevere i nuovi suoi ospiti.

III.