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Il re dei re, vol. 4 / Convoglio diretto nell'XI secolo cover

Il re dei re, vol. 4 / Convoglio diretto nell'XI secolo

Chapter 8: VI.
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About This Book

Il racconto segue l'ingresso del re in Italia con un vasto esercito e la formazione di schieramenti locali, concentrandosi sulla contessa Matilde che mobilita vassalli e milizie per difendere il papa. Alternando scene di campo, adorazione religiosa e predicazioni, il testo delinea la disciplina dei combattenti e la vita militare, mentre offre un ritratto della protagonista come figura ascetica, inflessibile e isolata, al centro di dicerie e leggende. Sullo sfondo emergono altre imprese e personaggi che contribuiscono a mostrare il conflitto tra ambizione politica, devozione religiosa e le tensioni popolari.

Irons-nous de l'histoire arrachant les trophées?

Casimir Delavigne.

Ci giova sperare che il lettore non abbia dimenticato un personaggio di questa cronaca che abbiamo dovuto necessariamente lasciare indietro. Per colpa nostra avrebbe obliato uno dei più interessanti uomini dei tempi di mezzo. Parliamo di Roberto Guiscardo. E perchè questi deve di nuovo così gloriosamente ricomparire sulla scena, accenneremo volando volando delle sue cose dopo la presa di Salerno.

Ravvicinatosi con Riccardo di Capua, invasero le Marche d'Ancona e vi fecero gran conquisto di paese. Gregorio irritato dell'affronto, e volendo arrestare l'audacia dei conquistatori, nel concilio di Roma pronunziò contro di loro scomunica e li privò degli Stati. Ma perchè gli anatemi non affettavano uomini di ferro, i quali non conoscevano altra legge che la spada, altro dominio che la forza, mandò loro contro le truppe del marchese di Toscana e li strinse ad abbandonare le terre occupate. Roberto, che aveva invasa la campagna di Roma solamente per far sentire l'energia del suo potere all'arrogante pontefice, si ritirò decorosamente, ed il principe di Capua mandò all'assedio di Napoli. Egli accampò sotto le mura di Benevento.

Questa città, dopo la morte di Landolfo VI, era ricaduta alla Chiesa. Roberto voleva impadronirsene. Ma papa Gregorio, con le solite scomuniche, mandò tali rinforzi di scorte e di truppe che Roberto, fastidito dalle lungherie dell'assedio, lascia un manipolo di soldati al blocco e si reca in Calabria. Morto Riccardo, suo figlio Giordano libera dall'assedio Benevento. Roberto riviene in Puglia, prende Ascoli, Montevico, Ariano, e sul fiume Sarno va a presentare battaglia a Giordano. Desiderio, abate di Montecassino, si interpone, li rappacia. Roberto sottomette ancora Monticulo, Carbonara, Pietrapalumbo, Monteverde, Genzano e Spinazzola, e nulla curando più Benevento, lascia che restasse in potere del pontefice e si contenta di signoreggiare quanto oggi forma il reame di Napoli, meno il piccolo ducato di Napoli, il principato di Capua ed il ducato di Gaeta, dominati da Giordano. E' sarebbe stato lieto, e fortunati i suoi popoli, perchè gran mente aveva nel reggimento civile, ma domestiche sciagure lo chiamarono altrove.

Egli aveva sposata la sua figliuola Elena a Costantino figlio dell'imperatore di Costantinopoli Michele Ducas. Niceforo Botoniate, avendo discacciato Michele dall'impero d'Oriente, lo aveva fatto tosare, confinare in un monistero e castrare Costantino. La miseria della sua figliuola e l'oltraggio penetrano il cuore di Roberto che giura pigliarne terribile vendetta.

Provvede al governo dei suoi Stati d'Italia, poi con la duchessa Sigelgaita, Boemondo, e bell'esercito s'imbarca ad Otranto. Giunti nel 1081 a Corfù, l'invade. Alessio Comneno, succeduto a Botoniate, gli manda tosto incontro formidabile armata; ma in più battaglie rotta, non giunge ad ostacolare il duca, sì che non espugnasse Durazzo, padroneggiasse l'isola, e spingesse le truppe vittoriose fino in Bulgaria. Ridottosi infine a svernare a Durazzo, nel novembre del 1083, ed instruito che Alessio con molti ricchi donativi e larghe promesse andava proponendo all'imperatore Enrico perchè invadesse Puglia e Calabria, mandò a costui in Roma il vescovo di Bovino e l'astuto Boemondo. E questi, facondo dicitore, abbindola Enrico e lo fa chiaro, che dopo lui non eravi chi più travagliasse il cuore di Gregorio fuor di Roberto, e Roberto niun peggio tollerar di Gregorio. Enrico gli pone fede, e si pattuiscono onorevoli convenzioni il dì 30 marzo 1084, il giorno avanti della Pasqua in che Enrico fu coronato.

Ed una sera Roberto, che nulla ancora degli accordi sapeva e di saperli smaniava, dai veroni del castello di Durazzo vede spuntare in alto mare una galea, cui forte vento gonfiava le vele latine ed alla città dirigeva; e dopo non molto ne scorge una seconda che studiava tenerle dietro. Egli manda subitamente al porto per ricever novelle de' suoi Stati, se pur di colà quei vascelli fosser partiti.

V.

Perzho non dei amor ocaisonar
Tam cum los oilliz et cor ama parvenza,
Car li oill sin dragoman del cor,
E ill oill van vezer
Zo col cor plaz retener.

Emblanchacet.

Roberto non s'ingannava. La sua bandiera sventolava su la galea che a vele gonfie entrava nel porto di Durazzo, ed era su quella il suo flgliuol Boemondo. Nell'altra un legato dell'arcivescovo di Ravenna con seguito brillante di cavalieri e di ecclesiastici, e misto a staffieri, paggi e chierici un romeo, che a forza di prieghi aveva ottenuto esser quivi traghettato per poscia condursi in Terra Santa. Quella gente tirò dritto all'albergo del duca, il quale, udito del messo, nobilmente lo accolse. Questi era Rolando da Siena, quell'ardito chierico che in mezzo al concilio di Roma aveva osato intimare a papa Gregorio gli ordini dell'imperatore Enrico. Roberto lo festeggiò di ogni onorevole e lieto accoglimento, imperciocchè, oltre della divisa di oratore, altamente aveva Rolando lasciato dire di sè e nelle guerre di Germania ed in quelle d'Italia, e da sezzo nello assedio di Roma, ove tra i più distinti e valorosi cavalieri si era allogato.

La sera si trascorse a novellare di guerre e di prodi fatti di parecchi cavalieri, che Rolando aveva conosciuti, e di cui Roberto onorevolmente aveva udito favellare. Alla dimane però, come questi si recava nella gran sala per dargli udienza, ed ascoltare del messaggio di papa Clemente, l'araldo d'armi gli annunzia ancora un legato di papa Gregorio che dimandava medesimamente essere a lui presentato. Roberto maravigliato e nel tempo stesso lusingato del doppio messaggio, comanda che, esaminati i brevi di credenza dell'oratore di Gregorio, lo si facesse entrare.

In effetti, perchè tutto a punto si trovò, nel mentre di un uscio spuntava Rolando con seguito numeroso, di un altro, solo e modesto appariva il romeo. Rolando si ferma a due passi dal soglio, coperto da baldacchino, sul quale sedea Roberto involuto nel ducal paludamento, in testa la corona. Ma il romeo procede fino ai gradini di quel soglio, e presa la mano di Roberto per baciargliela, solleva di alcun poco il capperuccio, e con voce sommessa e commossa sclama:

—Messer duca, in nome di Dio! arrendetevi alle parole che sto per dirvi.

A quell'aspetto, a quell'accento, Roberto trasalisce. Mutato di colore, per isfuggire lo sguardo penetrante di Sigelgaita che attenta lo fissava, stringe la mano del romeo, e quasi del troppo ossequio di lui peritasse, risponde:

—Mercè, santo pellegrino! tocca a noi poveri peccatori tributarvi questi segni di veneranza.

Il romeo si alza e trattosi indietro attende che giungesse il suo momento di favellare. Rolando intanto per uno sguardo che aveva qualcosa di schernevole e di curioso lo sta a considerare un tratto, poi voltosi al duca favella:

—Monsignore, il santo padre Clemente v'invia salute ed apostolica benedizione. Penetrato della divozione che avete dimostrato alla Chiesa, malgrado gli oltraggi dell'antipapa Gregorio, non ha voluto soffrire che più lungamente sì nobile guerriero giacesse nell'interdetto. Mastro Ildebrando vi fece gravi torti. Papa Clemente, che da lunga stagione vi conosce ed ammira, mi manda a voi per togliervi la scomunica indebitamente fulminata.

—Gran mercè, ser. Rolando, al papa ed a voi che ci gratificate di questi attestati di amore. Gli è ben vero che Gregorio agì con noi ostilmente. Ei credette poter aggravare la mano, postaci sul collo da Niccolò II, e si allucinò. Doveva rammentare che i tempi non eran più quelli, e che noi non eravamo davvero vassalli della Chiesa, conciossiacchè tali ci fossimo profferiti un dì che la fede dei popoli, da noi conquistati, ci parve vacillare. Spero in Dio però che a quest'ora e' si sia ricreduto; dappoichè, ad onta delle reiterate scomuniche, ci ha sempre secondato sorte avventurosa. Pace dunque allo sventurato; ed abbiate la cortesia, messer Rolando, di esporci cosa mai la santità di Clemente III righiegga, in compenso della benedizione che ci manda.

—Nulla di più, monsignore, di quello che per gli altri pontefici avete fatto. Egli vi accorda investitura degli Stati finora da voi conquistati in Italia, e di quelli che in Grecia saprete conquistare: egli vi richiama nel grembo della Chiesa, e, come figliuolo della Chiesa, vi benedice. Non richiede perciò da voi, monsignore, se non che, come cristiano e come vassallo della sede di Roma, gli giuriate fedeltà e prestiate omaggio.

—Se il mio nobile padre volesse degnarsi di concedermi la parola, sorse a dire Boemondo, io risponderei....

—Cosa risponderesti? domanda Roberto un po' accigliato.

—Io risponderei a costoro, che noi non abbiam conquistato le terre d'Italia per servire ad alcuno: che quelle terre noi affrancammo dal dispotico giogo dei Greci, o sottraemmo all'insolente dominio degl'imperadori di Occidente: che questi soli dovrebbero domandar segno di ossequio da noi, ove noi volessimo accordarne a gente che ben sapremmo ridurre a ragione con la spada. Ma al vescovo di Roma che briga poteri per niuna maniera dovutigli, e ricorre alle armi spirituali da Dio non concesse per profanarle in usi sacrileghi, risponderei....

—Figliuolo, Roberto lo rampogna, il vostro senno si farà maturo cogli anni, ed allora vi chiameremo a darci consigli. Per ora piacciavi di ascoltarci e di apprendere con quale temperanza si governino i popoli.

Sigelgaita, che odiava Boemondo perchè figlio di Alberada, approva della testa. Roberto continua:

—Voi dunque, messer Rolando, risponderete all'arcivescovo di Ravenna, o, se meglio vi piace, a Clemente III, che noi non siamo per verun modo alieni dal profferirgli quei segni di veneranza che ci piacque profferire ai suoi antecessori. Però papa Gregorio vive ancora, nè ancora è decaduto dalla sedia di Pietro. Che perciò noi, fedeli alla Chiesa ed addolorati del suo scisma, ci asterremo dal dar prove di rispetto al novello pontefice per tema che il nostro esempio non seduca altrui. Ma faccia che il consentimento di tutti i prelati d'Europa lo proclami vero pontefice, ed allora noi gli giureremo obbedienza, e torremo qualunque fede ad Ildebrando.

—No, monsignore, lo interrompe il romeo, questo voi non farete, perchè vi condurreste da disleal cavaliere. Lasciate da banda il debito di fedeltà che vi stringe a Gregorio. Rammentatevi solo che, innanzi di esser vassallo della Chiesa, foste cavaliere; e come cavaliere vi urge il dovere di proteggere l'innocente e di soccorrere il caduto. Gregorio VII è assediato nella mole di Adriano. A quest'uomo, monsignore, che, giorni sono, camminava sulle teste dei re, manca il pane per alimento. E voi che siete il più grande di questo secolo, vi stareste come una femminuccia dal soccorrerlo, sol perchè alcuni anni indietro corse briga fra di voi? No, monsignore, voi imiterete il suo esempio e lo gioverete, perchè egli si è volto a voi come al più generoso de' suoi nemici.

—Ah! ah! si ricorda di noi adesso, perchè l'incendio che ha destato in tutta la cristianità è per divorarlo? sclama Roberto. Ma quando favellava di noi in tutti i concilii come di un corsaro, ci scomunicava, con suggestione ci ribellava i vassalli, e ci osteggiava con le armi della contessa Matilde, allora noi non eravamo generosi, nè si parlava di quei fratelli Maccabei tanto predicati. Allora noi eravamo Madianiti, scellerati, schiuma d'inferno; allora non sognava neppure che questo giorno avrebbe potuto venire, che la spada tentata spezzare avrebbe potuto armargli il braccio. Non lo avrebbe pensato allora? Ebbene, che sorba adesso fino all'imo la tazza della sventura, perchè non saremo già noi che gliela verremo ad addolcire.

—Con la vostra licenza, monsignore, il vostro consiglio non è nè cristiano nè nobile, riprende il romeo. Se Gregorio VII vi avesse ricolmo di favori, e voi lo aveste soccorso nelle disgrazie, non avreste che compiuto un dovere. Or vi dimando io, monsignore, che diranno i popoli di voi, se vilipeso, perseguitato indebitamente e messo a bersaglio di ogni maniera di danni da Gregorio, vi levate contro i suoi nemici e dite: ritraetevi, per Dio, quest'uomo difendo io!

—Dicano ciò che lor piace, risponde Roberto alzando le spalle. Noi non corriamo più dietro alla nominanza. E se pure questo solletico ci stimolasse ancora, crediamo aver fatto qualcosa per esserne paghi.

—Certamente, monsignore, continua il romeo, certamente l'avvenire vi ammirerà perchè, disceso in Italia solo e povero, la schiavina di pellegrino addosso, il bordone nelle mani, vi siete levato a tanto alto potere e fatto padrone di sì vasto e bel paese, resistendo in cento battaglie a due imperatori, molti pontefici, e tutti vincendo. Vi ammirerà perchè con tanta sapienza governate e prosperate i vostri popoli, vi rendete loro caro, e temuto ai nemici. Ma i tempi antichi vantano altresì uomini che vi somigliano. Però se violentate il vostro cuore, soffocate la vendetta, e prestate aita al vostro nemico, una voce si leverà allora per li due imperi che vi proclamerà unico e generoso.

—Queste le son vampe da mandare in succhio un guerrier nuovo, ser romeo; me non solleticano.

—Sibbene, monsignore: ma riflettete che l'Italia, la Germania, la Francia, Europa tutta, ha fornito il suo contingente di truppa contro questo ardito pontefice per abbassarlo, e che se voi solo sorgete contro tanta massa di popoli e li sconfiggerete, la vostra gloria non avrà limiti. Il vostro nome suonerà prodigioso dovunque è venerato il nome di prode. In guisa che, se anche per disavventura la vittoria vi fallisse, oltre le benedizioni del cielo e del pontefice ed il soddisfacimento della propria coscienza, ognuno sarebbe sforzato a confessare avervi oppresso il numero, non il valore.

—E questo è quello che noi non vogliamo, ser romeo. Ci darebbero dello stolto, dell'improvvido; ed un fatto solo distruggerebbe l'opera di tanti anni. Noi non siam tali, quel sere, da mettere sui dadi la nostra fortuna. Gregorio suscitò il vespaio: il malanno se l'abbia lui.

—Con la vostra permissione, mio nobile padre, sclama Boemendo, vorrei manifestare il mio avviso.

Roberto lo riguarda fittamente quasi volesse scandagliarlo nell'anima, poi dice:

—Favella pure.

Boemondo riprende:

—Vi dimando perdono, signore, se la mia poca sperienza mi allontana dal vostro consiglio. Il guerriero non numera i nemici che deve combattere, come l'ebreo i pezzi d'oro che presta. L'opera del calcolo non è più l'opera del valore. Il valore sta dove il periglio è maggiore, dove si frappongono gli ostacoli; e fatto di cavaliere non è sicuro coi cento rompere i dieci. Ma se noi soli, noi, figli di una nazione che ha soggiogata l'Europa, andremo in piccolo e risoluto drappello ad urtare l'enorme massa di combattenti accalcata su papa Gregorio, allora il nostro nome sarà distinto nei volumi delle cronache, ed i trecento delle Termopili non saranno più soli.

—Nobile giovane! sclama il romeo di voce commossa e diversa affatto da quella con cui aveva favellato sino allora.

E faceva già un passo verso di lui per abbracciarlo, allorchè vede Sigelgaita, la quale fino a quel momento lo aveva considerato con un'attenzione come se avesse voluto divorarlo, la vide quasi all'insaputa sua sollevarsi dal seggio. E' si arresta. E Sigelgaita, dopo alquanto di silenzio, osserva ghignando:

—Chi direbbe che tanto entusiasmo si annicchiasse in un romeo che mi ha l'aspetto e la voce di una femmina?

—Perdono, madonna, la voce e l'aspetto lo dà Iddio: che può fare l'uomo se ha la disgrazia di altrui dispiacere?

—Proprio così, bel santo! E non è già Iddio che s'incolpa se l'uomo, per ostentare venustà femminile, si taglia i peli del volto, e la donna, per correr libere venture, assume abito virile.

Il romeo resta colpito dalle parole di Sigelgaita, e fisando il suo occhio sereno sovra di lei, che torva ed irata lo contemplava, soggiunge:

—Mi avveggo, madonna, che ho avuta la sfortuna di esserle malgradito. Mi lusinga però la persuasione che ciò non sia per effetto del mio messaggio; perchè chi non sa quanto la duchessa Sigelgaita agogni perigli di guerra ed azioni generose, in cui raccoglie sempre la corona dei forti? Ardisco perciò supplicare ancor lei, che voglia persuadere il suo nobile sposo recarsi a soccorso del pontefice.

—Che ti affoghi la peste, mariuolo di pellegrino! scoppia Rolando che or rosso, or verde nel sembiante si era a mala pena contenuto fino a quel punto. Che domine affastelli tu, con codesti guaiti da sgualdrina, di pontefice e di Gregorio? Per la santa luce di Dio! il pontefice è Clemente, e mi sento prurito di strozzare chiunque voglia venirmi a cantare altra solfa. M'intendi? Ed a dire che ho raccolto con me nella galea quel bel mobile di un tisico!

—Messer legato, voi mi fate ingiuria indebitamente, ed io affido a Dio la cura di dimandarvene conto. Voi avete esposto il messaggio del vostro padrone, ed io mi sono taciuto, perchè ciò mi conveniva. Non so perchè però voi sorgiate ad insultarmi quando io prego di porgere ascolto alle instanze dello sventurato Gregorio. Se non il riguardo di me, messere, perchè pei vinti non v'han riguardi, dovevate rattenervi per quella nobile dama, e per questo giovane, che è nell'età di apprendere azioni civili e generose.

Rolando stava lì per rispondere, ma Roberto gli taglia la parola, tanto più che ferocemente vedeva accigliare il suo figliuol Boemondo, e soggiunge:

—Signori, abbiamo udito le proposte di ambo i pontefici, ed in che modo essi intendano valersi dell'opera nostra. Prima di darvi risposta e' ci è d'uopo riflettere alle condizioni in cui ci troviamo, e ciò che a noi convenga di fare. Udremo ancora i nostri fedeli, e domani sì voi, ser romeo, che voi, messer Rolando, saprete il partito a cui saremo per appigliarci.

—Voi farete il vostro piacimento, monsignore, risponde Rolando, e vi atterrete a quel consiglio che stimerete il migliore. Però gli è bene che abbiate presente, la parte di Clemente esser quella di tutta Europa, e che i scarsi e mal sofferti proseliti di Gregorio tornano esosi ad ognuno come il loro capo. Vi rammenterete inoltre che l'obbedienza cui giurerete a Clemente è garante delle grazie che troverete presso di Enrico, e delle quali, se mal non mi avviso, avete pur d'uopo; imperciocchè questi è in Italia ed alla testa di armata potente, e voi, mentre battagliate in paesi stranieri, lasciaste sguarniti e poco difesi gli stati di Puglia e di Calabria. Voi siete prudente ed avveduto, monsignore; le troppe parole tornano inutili.

—Mercè dunque della pena che vi prendete di dirle, messer legato, risponde Roberto crollando il capo bruscamente. Le considerazioni che dovremo fare ben sappiamo. Voi tentate d'intimidirci con codesto prospetto, ma perciò appunto c'indurreste a correre dal lato opposto, perocchè noi amiamo andar mai sempre contro l'opinione e l'aspettativa d'altrui. Nondimeno, a domani, messer legato.

—Ed io, monsignore, soggiunge il romeo, mi rassegno innanzi al voto che sarete per profferire. Alla perfine, se tutti gli uomini abbandoneranno lo sventurato sacerdote, lo proteggerà Iddio che suol farsi compagno degli oppressi. Tra le sue disgrazie avrà sofferta ancora l'onta del rifiuto, ed il disinganno di aver pensato generoso il nemico. Temistocle non avrà trovato il suo Serse.

—Ser pellegrino, lo rabbuffa Roberto, Gregorio VII, creatura orgogliosa che giammai avventurò nè parole nè opere, sapeva meglio di voi a qual uomo si dirigeva. Andate, ed a domani.

E sì dicendo si alzava, ed i messi, inchinandolo, uscivano.

Dopo un poco di silenzio, Sigelgaita fissa gli sguardi su Roberto e dimanda:

—Messer duca, non conoscereste voi per avventura quel romeo?

Roberto resta sorpreso della dimanda, ed a sua volta considera la faccia di sua moglie fatta pallida. Poi, freddo freddo, risponde:

—No.

Sigelgaita piega gli occhi, e senza dir motto, esce.

VI.

Ben ai omais qeu sospir, e qeu plaigna
Qab parc lo cor non part, qan me recort
Del bel solaz, del ioi e del deport.

Periol D'alvernia.

La notte era inoltrata, tutti nel castello dormivano. Solo il romeo percorreva a lento passo la sua camera, soffermandosi di tratto in tratto avanti la finestra per contemplare il tacito corso della luna, ed il luccicare della marina. Egli aveva gittato il capperuccio dietro le spalle e piegate le braccia sul petto. La luna gli rischiarava il sembiante che, contornato dal nero abito, appariva più pallido ancora. Gli occhi scintillavano, avvegnachè in quel placido meditare della notte languidi e velati dovessero mostrarsi. Egli attendeva qualcuno perchè ogni più tenue susurro la scuoteva di un sussulto, perchè non distoglieva gli sguardi dal cielo se non per guardare all'uscio che si aprisse. In effetti non passò guari ed udì lieve rumore, e la porta si schiuse. Egli corre verso l'uomo ravviluppato nella bianca cappa, il quale lento alla sua volta andava, e tendendogli le braccia al collo sdama:

—Boemondo!

Colui si svolge dal manto, e gittandoselo dietro ai reni in una col berretto, risponde:

—Non è desso, Alberada.

—Monsignore! grida questa, perchè il romeo era appunto Alberada: e tirandosi un passo dietro soggiunge: Monsignore, che cercate qui, a quest'ora? Io aspettava mio figlio.

—Egli verrà pure, Alberada, risponde Roberto lentamente, ma deh! non ti rincresca che anch'io goda un'altra volta la delizia di parlarti liberamente, e dimandarti perdono dell'onta che ti feci.

—Voi non avete bisogno di dimandar perdono, sclama Alberada commossa nella voce, io non vi ho mai odiato, nè mai chiesi vendetta. Iddio mi aveva destinata a percorrere una via di triboli; la sua volontà si è compiuta. Cessate dunque dal dimandarmi mercè. La colpa non è vostra.

—Io fui un forsennato, Alberada, prosegue Roberto, la gelosia mi tolse la ragione. Io ti aveva amata come niuna donna ho saputo di poi amare di più. Andava sicuro che il tuo cuore non avesse mai palpitato per altr'uomo che per tuo padre e per me, che il tuo pensiero non si fosse rivolto che a Dio ed allo sposo. Sapere invece che diverso affetto ti riscaldava, udirlo d'altrui quasi per celia, così, come si racconta di Ginevra e di Lancillotto nelle veglie d'inverno, udir che invita ti recasti al mio talamo, e che era passione per incognito abbietto che ti stendeva nel sembiante quel velo di mestizia e ti faceva trascorrere lugubri giorni! Ah! Alberada, se mai non ti avessi amata, o debolmente, avrei allora posto a scrutinio il fatale racconto dell'abate di Cluny, meditato sulla tua condotta, e non ti avrei vituperata di un ripudio. Ma io bruciava del tuo amore; io faceva eco a tutti i baroni che si dicevano: niuno è lieto di più bella e virtuosa consorte come il Guiscardo! Mi credetti tradito, e preso da impeto insano, nel punto stesso mandai per altra sposa, seguii il messo, aggiustai le nozze, e travagliato da disperazione, da ansietà infernale, da amore, da gelosia, da tutte le passioni che possono far misero un uomo, escogitai la vendetta, ti feci preparare le feste per la novella sposa, e nell'ebrietà del convito ti gittai sul volto il ripudio.... Dio mi ha punito, Alberada, Dio mi ha severamente punito. Perdonami e compiangimi tu pure, o se nol puoi, almeno non disprezzarmi.

—Disprezzarti, Roberto, prorompe Alberada, e due lagrime lucide e lente le solcano le gote, ed hai potuto pensarlo mai! Io non ti ho apposto a colpa che tu m'abbi allontanata da te, perchè vado convinta, in terra non muoversi stelo che a Dio non piaccia. Compresi fin da prima che un'allucinazione ti aveva turbata la mente, e desiderai questo momento di colloquio per giustificarmi teco. Ora tu mi dici che sei sicuro di mia innocenza; ed io ti ringrazio che mi abbi così tornati tranquilli i poveri e vedovi dì che mi restano a vivere. La mia missione quaggiù fu di abnegazione. Mi sono rassegnata da lungo tempo alla parte che Iddio mi ha destinata. Solo che ti sappi felice appieno nel tuo domestico focolaio...! Ma a pochi, o Roberto, è stata concessa la santa facoltà di amare; e questi predestinati sono infelici.

—Sì, Alberada, a pochi fu concessa la virtù di amare con quella pienezza che mi hai amato tu. Ma quei giorni sono svaniti coi sogni della giovinezza. Se sapessi però che cosa ti potrebbe rendere contenta la vita per l'avvenire....

—Il mio avvenire, Roberto, è scritto da lungo tempo. Quando mi discacciasti da te a Melfi io mi ricovrai in un monistero di benedettine a Grotta Minarda, e di là mi sottrasse con violenza Guiberto, sì che fui costretta a tormelo sposo. Egli mi amò sinceramente, ed anche io per riconoscenza l'amai; ma di quell'amore che sfiora il cuore, come fa la brezza della sera passando sugli aranceti da cui lambisce uno sprazzo di odori; di quella passione calma e rassegnata che sa di stanchezza, che cerca tranquillità e riposo. E lo confesso ben essermi violentata a riamarlo meglio per corrispondere a quella specie di frenesia con che egli mi amava. Ma nol potei, perchè una volta sola si ama nella vita, ed un uomo—e fuori di quello ogni nuovo affetto è languido falso. A lui mi tolse il fratel suo Ildebrando, che mi tenne chiusa tanti anni nel fondo della mole di Adriano per divellermi da ogni tenerezza di questa terra, e rivolgermi interamente a Dio.

—Scellerato! sclama Roberto.

—No, allucinato, risponde Alberada. Ho consumata dunque tutta l'ostica tazza che aveva avuta a sorbire! Ora la mia posizione è terribile. Quegli che adesso è mio marito si arma contro il fratel suo che è l'inimico mio, colui che Iddio ci comanda di perdonare e di amare. Io ho perdonato a Gregorio VII. Io mi sono intenerita alla sua sorte da tanta altezza precipitato. Ho veduto il fiero vecchio deciso a morire di stento, ma saldo e altieramente nobile, con quella grandezza di convinzione che Iddio suol concedere solamente ai suoi eletti. Gli ho promesso che sarei venuta ad implorare il tuo aiuto, Roberto. Io non voglio che tu opprima l'uno per l'altro, che ti dichiari contro uno dei due fratelli; mai no. Sarei ingrata, sarei vituperevole. Voglio che ti rechi a Roma ad udire le ragioni di entrambi, e metta pace fra loro. È opera di carità che chieggo da te più che opera di valore. Mi appello in te più al cristiano ed al cavaliere che al guerriero. Non negarmi la grazia di questa tua temuta mediazione. Tu solo puoi stabilire l'equilibrio nelle cose dell'Impero e della Chiesa, e portare la pace in questa desolata Italia. Indi cercherò un chiostro dove morire dimenticata, e spero nella misericordia di Nostradonna dei sette dolori che lungamente non mi voglia lasciare allo spasimo di questa vita. Mi sento stanca, ho bisogno di riposo.

—Alberada! e non speri tu dunque giorni migliori?

—No, Roberto, perchè io non potrei più godere senza far misero altrui; perchè i giorni dell'illusione sono sepolti con quelli della giovinezza. Sol che sappia avventurosi te e Guiberto; sol che sappia felice il mio figliuolo Boemondo, la gemma dei miei pensieri! io non desidero di più. Il mondo mi ha maltrattata; perchè ambire rimanerci più lungamente? E poi, o Roberto, col lungo soffrire tutto acquista una tinta squallida, come l'itterico vede giallo ogni oggetto. Consolami dunque di quest'ultima gioia; fa che ritorni la pace tra i due fratelli, tra i quali mi ha gittato fatale destino a cui presento dover soggiacere; e poi che io muoia, perchè sento di restare inutile ed arida sulla terra.

—Io verrò a Roma, Alberada, ed il tuo volere sarà pago. Tu però non andrai incontro alla sconfortata solitudine che ti minacci. Vi è ancora sulla terra qualcuno che ti ama col delirio dei venti anni, che non trascorre giorno senza consacrarti un pensiero, talvolta una lagrima, cui Iddio accetterà in iscomputo della sua colpa. Tu hai ancora un figlio, un generoso e prode giovane cui sovente ho veduto lagrimare di furto dove occorse favellare di te. Tu hai amici ancora, hai il novello tuo sposo Clemente III, che perciò solamente mi sentirei inclinato a favorire. E costui, e noi tutti che non faremmo per te? Tu devi essere assolutamente una santa, Alberada, che non covi odio contro Ildebrando, e vuoi a lui tornare angelo di conforto e di speranza! Iddio non ti lascerà sconsolata. Tu non andrai a seppellirti in un chiostro a finirvi oscura e solitaria una vita sì nobilmente spesa!

—La mia sorte è decisa, Roberto. Se io fossi stata destinata alla gioia, Iddio non me l'avrebbe interrotta nel più bel punto che la teneva. Le mie condizioni peggiorano ogni giorno; mettiamoci un ostacolo. Soffrirò un supplizio di cuore, ma i fatti crudeli di coloro che per vincoli santi di amore a me si attengono non giungeranno fino alla mia solitudine. Tiriamo quindi un velo sul passato, e diamoci addio qui.

—Alberada, non distruggermi ogni illusione dell'avvenire, sclama Roberto con entusiasmo, prendendole le mani. Io gemo sotto terribile giogo: io non conosco più un'ora di sonno tranquillo: la mia vita è un martirio di cui tu non puoi avere idea. Iddio creò la donna perchè fosse all'uomo angelo di conforto e di pace; ed io.... ah! no, Alberada, non rompermi il fascino incantato che mi fa vivere e palpitare nel futuro.

E sì favellando Roberto si stringerà sul cuore le mani di Alberada, allorchè questa, ad un rumore verso l'uscio, vi volge gli occhi, e sotto l'arco di quello, al debole chiarore della luna, vede come una fantasima nera, che, alta, ritta, immobile contemplava, e da lungo tempo forse! quel gruppo che inconsiderato discorreva di altri tempi, immemore del presente e delle rispettive loro condizioni. Alberada gitta un grido, e Roberto, drizzato anch'egli lo sguardo a quella parte e scorta la fredda figura che non faceva atto di muoversi o di parlare, le va incontro e dimanda:

—Chi sei tu dunque, che osi ribaldamente avvicinarti a queste stanze, a quest'ora?

La fantasima si svolge lentamente dal manto che la circondava, si alza la tocca che le calava sulla fronte, e senza dir parola si fa conoscere. Roberto si ritrae in dietro di un passo, e, non sapendo che si facesse, porta la mano al fianco per cercarvi il pugnale, e pieno di stizza grida:

—Alla croce di Cristo, madonna! chi ti ha dunque fatta tanto ardita di spiare i passi del tuo consorte?

La duchessa Sigelgaita, che ella stessa era il fantasima, non risponde, e raccogliendosi lentamente il mantello attorno la persona, e tirandosi di nuovo la tocca sulla fronte, sta un istante a considerare di occhio freddo ed immobile come quello dell'estatico la coppia infelice, poi piega a terra lo sguardo, volge loro le spalle e parte.

Lungo silenzio successe alla sparizione della duchessa. Alberada tremava tutta di spavento, Roberto di rabbia. Infine Alberada balbetta:

—Guai, Roberto, ella ha udito tutto! Quale terribile donna abbiamo offesa.

E sì dicendo mezzo svenuta si lascia cadere sur una sedia. Roberto non risponde, ed affidatala a Boemondo, che entrava in quel punto, esce dalla stanza.

Lungo, tenero, straziante fu il colloquio della madre e del figlio. Si dissero cento cose, si fecero cento promesse; e d'allora forse il carattere di Boemondo acquistò quell'aria di fredda durezza e quella sterilità di cuore che dimostrò di poi, come condottiero nella prima crociata e come principe di Antiochia. L'alba li divise.... per sempre; che due strade opposte dovevano percorrere gli sventurati.

Al domani, i due legati si presentarono a Roberto nel salone dove soleva tener corte, e quivi fu loro fatto sapere che ei si sarebbe recato a Roma per decidere la questione dei due pontefici. Rolando comprese subito, dall'aria contegnosa del duca, che questi pendeva per Gregorio e che verso Roma muoveva a danno di Clemente. Onde, assumendo modi e parole che al suo carattere di soldato, di legato e di uomo franco ed ardimentoso addicevansi, intíma la guerra a Roberto e parte. Nell'uscire, la duchessa Sigelgaita, che la sua ardita intimazione aveva udita, gli si fa incontro e gli susurra:

—Messer legato, raccomandatemi alle benedizioni di papa Clemente.

Rolando la stette a guardare attento per comprender netto il significato di quelle parole, poi si accosta alla duchessa e le mormora all'orecchio alcune frasi. La duchessa l'ode, poi risponde:

—A Roma dunque, messer Rolando.

Alberada, imbarcata sopra una galea del Guiscardo, partì anch'essa, confortata di speranze per Gregorio, per Roberto trepidante. Vedremo.

VII.

Ya sabeis, vasallos mios
que habrá dos meses y medio
que el Turco puso à Viena
con sus tropas el asedio,
y que para resistirle
unimos nuestros denuedos.
Ben conozco que la falta
del necesario alimento
ha sido tal que rendido
de la hambre à los esfuerzos,
hemos comido ratones,
sapos, y sucios insectos.

MoratinEl cafè.

L'arcivescovo di Ravenna, perchè noi seguiremo a chiamarlo così malgrado la sua sacra pontificia, l'arcivescovo ebbe a darsi a tutti i diavoli quando udì che Roberto Guiscardo, lungi dal giurargli divozione, mandava pel suo legato Rolando ad intimargli la guerra. L'imperatore Enrico era in Lombardia, ma il nerbo dell'esercito stanziava a Roma e nel paese circonstante. Con tutta fretta dunque Guiberto fortifica la città, ripara il guasto delle mura e delle torri, e di blocco più fitto stringe castel Sant'Angelo. Egli imbizzarriva, come ridotta allo stremo di tutto, non per anco quella rocca si fosse resa. Ed in vero il senato ed il console, per aderirgli, avevano fatto intimare al loro castellano Oddo che sgombrasse la fortezza e si constituisse prigione. Però, in segreto, ei lo sollecitavano a mantenersi fedele, a tenersi fermo di dentro, perchè le cose non ancora essendosi ben consolidate, Castel Sant'Angelo e' consideravano quale estremo rifugio pel patriziato e per coloro che rappresentavano il reggimento civile di Roma—vale a dire console, tribuni e capitani della milizia cittadina. Oddo li ubbidì.

Non appena uscita Alberada dal castello, Oddo aveva fatto cadere un verrettone con pergamena tra le penne in mezzo ai soldati dell'imperatore. In quella pergamena e' scriveva, che un mese ancora il pontefice dimandava fosse rispettato il castello, e fornito ciascun giorno di scorte; il qual termine elasso, prometteva uscirne, rinunziare alla sede di Pietro, Enrico assolvere dalle censure, Clemente III riconoscere, perdonar tutti, ed andare a rinserrarsi nel suo prediletto soggiorno del monistero di Cluny. Veramente non gli si prestò ampia fiducia. Però vedendo l'impossibilità di togliere così presto d'assedio la piazza, e volendo sempre più giustificare la nobiltà di sua condotta innanzi al popolo romano, cui ambiva tornarsi divoto affatto, firmò i patti posti dal pontefice e partì.

Il suo luogotenente Guiberto non seguì a puntino gli articoli del trattato. Scarsamente ogni tre dì faceva, col ministero di una corda, arrivar provigioni agli assediati, e, quasi per burla, due volte fece simulacro di scalar la fortezza. Ma quei di dentro, sempre all'erta, precipitarono dalle scale gli assalitori. Infrattanto lo spirare del mese approssimava e di Alberada nulla si sapeva.

Terminò infine, e novella alcuna non se ne ebbe. Allora Guiberto mandò parlamentario alla rocca perchè mantenessero il trattato. Erano stretti dalla parola e dalle circostanze; ma Oddo sperava ancora. Rispose perciò: il pontefice infermare gravemente; nulla ei per sè poter decidere; quegli non trovarsi in istato di essere consultato; dimandare ancora dieci giorni di tempo, compiuti i quali immancabilmente avrebbero sgombrato il castello. L'arcivescovo strabiliò. Concesse però gli altri dieci giorni, e significò loro che, non avendo gl'infermi d'uopo di cibo, si sarebbe astenuto fornirne. Bloccò intanto più strettamente il forte; nè restò dal tentar mezzi per sorprenderlo.

I governatori di Roma, e meglio ch'essi Gisulfo, il quale, riconciliato col papa, dentro Roma incognito e povero aveva vissuto un resto di anni vituperati, subornarono le sentinelle, e provvidero il castello per alquanti dì. Ma in fine una notte Gisulfo fu sorpreso da Rolando, e trascinato nel fondo di cieca muda disfatto miseramente. Per alcune sere si vide ancora un lume di segnale sui baluardi; poi una mattina bianco vessillo vi sventolò.

Si rendevano.

Ildebrando, Oddo, il presidio erano restati due giorni digiuni compiutamente, ma nè l'uno nè l'altro aveva proferito verbo; i soldati non avean mosso lamento. Il conte nel suo cuore impietosiva del vecchio pontefice, questi del fedel castellano. Nullameno niuno dei due parlava di arrendersi. Gregorio, perchè sapeva di qual tempra fosse Oddo, il quale cento volte si sarebbe prima lasciato morir di fame anzi che cedere la piazza; Oddo, perchè immaginava qual crudele sorte avrebbe incontrato il pontefice se si rendesse. Con terrore però ciascuno mirava sul volto dell'altro i segni spaventevoli della fame. Non erano uomini da lagrimare, ma visibile si leggevano scambievolmente sul sembiante la commozione, pensando a qual fine di gran passo tutti procedessero. Nessuno dei due si sovveniva neppure del presidio! Eran vassalli: dunque, carne a dolore, carne a morte. Una mattina infine Oddo tolse dal suo scudo le guigge di cuoio, e dopo averle fatte bollire lungamente, sopra un tagliere di legno andò a presentarle con una divina semplicità a Gregorio. Egli non proferì parola: Gregorio gli fissò sul volto gli occhi lucidi per una lagrima che vi si stese, e dopo averlo un tratto contemplato, si alza da sedere e gli stringe la mano tremante. Tutti e due stettero un pezzo avvinti così, poi Oddo, ritirando la sua ed asciugandosi una lagrima che placida gli solcava lo smunto volto:

—Mi porti il diavolo! proruppe, se aveva mai pianto in vita mia dal dì che andarono a seppellire quella povera vecchia di mia madre, che il cielo abbia in gloria!

Gregorio si torna a sedere lentamente, poi mormora:

—Ella non torna più!

—Che il diavolo si porti ancor lei, scoppia il ruvido castellano. Già è una femmina; e noi fummo ben due pazzi che le prestammo tanta fiducia. E quel gramo di Gisulfo?

—Ma! l'avranno scoperto nell'ufficio pietoso di soccorrerci, e l'avran fatto freddo. Iddio abbia pietà dell'anima sua!

—Amen, risponde il castellano. Sarebbe però meglio se avesse pietà di noi, perchè già.... ma mangiatevi almeno codesti correggiuoli. Non è un lauto desinare, lo comprendo ancor io; però il diavolo mi soffochi...! perdono, santo padre, sa! è la cattiva abitudine. Sicchè io vi diceva che con queste liste di cuoio potrete almeno sostenervi qualche altro dì: poi si vedrà.

—Mangiateli voi, Oddo, se codesta roba è ancora buona a qualche cosa, insiste Gregorio; fateli mangiare a questi poveri disgraziati di soldati. Io mi sento tuttavia in forze. Ed infine, gli è meglio che vi sosteniate voi per difender la rocca, perchè già per me non giova più.

—Noi, noi...! che dobbiamo fare della vita noi? Abbiam pure da pensare ad un mondo noi? Abbiam pure una cristianità sulle spalle noi, una cristianità a cui bisogna conservarsi, e mostrarsi saldo onde non farvi penetrar l'eresia, l'ateismo, l'arianismo e che so io? Andiamo, mangiate in nome del diavolo! chè per noi siamo avvezzi a codeste carezze del nemico. E poi, se la fame ci tira pei capelli, daremo di mano ai sandali, ci tranguggeremo un pezzo del giacco di bufalo; rosicchieremo un pezzo di teniere di balestra o un pezzo di mattone.... pensate a voi. Credete che domani vi riuscirà poi facile mandar giù questa diavoleria! Lo stomaco si chiude, e buon viaggio a chi parte. Io so come vanno queste faccende.

—Ma no, vi dico, mangiateli voi. Io medito sopra un passo del Vangelo: l'uomo non vive solamente di pane, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio.

Oddo si gratta il capo, e dopo un momento di silenzio, soggiunge:

—Sentite a me, pontefice, farete poi il commento a codesto bel passo; ma per ora contentatevi di mangiare queste guigge di cuoio comunque esse siano. Vi ripeto che domani nol potreste più. Se vi vedeste nel volto!... Io non voglio con ciò farvi paura, nè voi siete quel tale che ne avrete mai. Ma udite un mio consiglio. Voi avete bisogno di sostentamento perchè siete più vecchio di noi, e meno uso a questi regali delle guerre. Mi ricordo che al blocco di Pavia quei cani di Milanesi ci fecero stare... non so più quanti giorni digiuni. Figuratevi! Io aveva allora venti anni, ed era ridotto che il peso del pugnale mi gravava. Sa Dio poi cosa ebbero a fare per ristorare quei che sopravanzarono alla resa, chè già parecchi se l'erano colta per l'altro mondo. Dunque...

—Ma infine, Oddo, l'affare non può durare così, sclama Gregorio crollando la testa. Io son deciso: domani mi arrenderò.

—Avete detto, beato padre?...

—Che domani mi arrenderò. Già io non parlo di voi, che anzi metterò per patto alla mia dedizione che voi veniate rispettati e provveduti di viveri, finchè il pieno volere del popolo e del senato romano non vi ordini davvero di sbrattare il castello. Son sicuro che non vorranno fare difficoltà, perchè una volta che mi abbiano avuto nelle mani tutto cangia. Sa Iddio se non mi sarei volentieri lasciato morire di fame qui... Ma trascinarvi alla perdizione con me!... Qual colpa avete voi, uomini generosi, che dobbiate soffrir tanto? Eppure se avessimo potuto reggere ancora una settimana o due, chi sa? Io spero ancora in Alberada. Forse avrò torto, ma...

—Uhm! santo padre, voi non conoscete mica l'umor delle femmine. Sono come quel famoso corvo dell'arca di monsignor Noè. Figuratevi mo che ella voglia pensar più a due poveri vecchi papari, dei quali alla fin dei conti non ha poi tanto a lodarsi, e pensarvi quando, dopo non so quanti anni di prigionia, si trova libera, vicino ad un figlio e ad una mezza dozzina di mariti, con la volontà e la potenza di vendicarsi, senza forse saper che fare o poter nulla fare per giovarci... Bah! Il mondo dovrebbe esser cambiato d'assai, ed il diavolo dovrebbe fare ogni mattina la comunione, perchè colei si curasse ancora di noi. Ed io che le aveva posto amore come a figlia! Ma alla fin fine, ella ha altri doveri che la stringono più da presso, e non può tradir l'antipapa, che l'è marito, per noi che le siamo prossimo, e cattivo prossimo.

—È vero, mormora Gregorio dopo avere alquanto riflettuto. Perciò appunto domani mi arrenderò. D'altronde, io non so poi da chi possa aspettar sussidii. D'oltremonti no; perchè i Lombardi e gl'imperiali guardano le chiuse: d'oltremare potrebbe soccorrermi Guglielmo il Conquistatore dall'Inghilterra; ma colui si è spiegato chiaro che non vuol saperne delle cose della Chiesa, perchè ama meglio consolidare il fatto suo. Vi sarebbe il Guiscardo da Grecia; ma anch'egli ha colà i suoi guai—e poi col Guiscardo siamo a tali termini che, a quest'ora, già contro di noi avrà patteggiato con Enrico, e forse verrà sopra Roma a danno nostro. Sicchè non saprei come Alberada possa fare per porgerci aiuti—a meno che non volesse ricordare l'esempio di Stefania, la moglie di quello sventurato Crescenzio che ha lasciato il suo immortale nome a questa fortezza. Convinciamoci dunque, messer conte, che noi siamo ben folli a sperare, come tutti coloro che sperano altrove fuori di Dio; e rassegniamoci al nostro destino. Domani alzeremo bandiera bianca.

—Siete un famoso uomo se in questo stato di cose, beato padre, conservate ancora la voglia di scherzare, dice Oddo incrociando le mani sul petto e componendo la ciera ad alcun che di ironico.. Resa! resa? Se voi favellate da senno, bisogna dire che la fame vi abbia indebolito il giudizio. Voi lo avete detto che io non posso rendermi, perchè tengo il forte pel popolo e pel senato romano, ed ancora da costoro non mi è venuto ordine di dedizione. Voi poi, quanto a voi non dovreste neppure sognarlo per ombra, perchè, mi porti il diavolo! se quei bravi figliuoli di laggiù non vi taglieranno a ghiado appena vi terranno nelle mani. Così che parmi che valga meglio morire nobilmente qui, e morire martiri, anzi che andarsi a ficcare in mano a quei demonii come un becco che s'incammina al macello.

—Ho resistito quanto ho potuto, Oddo, risponde Gregorio gittando un sospiro: sono giustificato innanzi al mondo. Ora debbo pensare a Dio, e Dio proibisce l'omicidio—cosa che io farei se, restando più lungamente qui, rimorchiassi anche voi altri nella mia ruina. Dio proibisce il suicidio. Mi uccidano essi.

—Ed avete dunque deciso?

—Domani di darmi a discrezione.

Oddo si siede con un moto di disgusto e mirando in volto Gregorio, e tentennando il capo, brontola:

—Udite me, pontefice, perchè la ragione non mi vacilla ancora. Il partito a cui volete appigliarvi è estremo, e comprendo anch'io che un giorno l'altro io stesso debba fare questa pazzia; non già per me, vedete, perchè per me non curo la vita meglio di un'asta spezzata. Ma vedervi languire così... A buoni conti forse dovremo venire al punto di tentare la fortuna della resa. Ma fino allora ci vuole ancora alcun che.

—E di che si vive? l'interrompe Gregorio.

—Di che? sclama Oddo. Abbiamo qui alcune cuoia da rosicchiare, ed io so per esperienza che con questi negozii, se non si fa stravizzo, si campa la vita. Atteniamoci dunque a questo pasto per quanti altri dì potremo, e vediamo come si mettono le cose. Abbiamo sempre tempo di arrenderci, e non giungerà mai tardi. Ma ora... per tutti i diavoli! non fosse che per decoro! Dovranno dire quei poltroni di laggiù: trista canaglia, ghiotti marrani, avevano ancora i sandali da ingoiarsi e non so quanti vecchi giacchi di bufalo; ed hanno alzata bandiera bianca? Vigliacchi del diavolo! precipitiamoli giù nelle fosse. E questo e' direbbero quei furfanti d'imperiali, mio bel papa, se noi cedessimo adesso. E qual frutto ne caveremmo poi? Saremmo svillaneggiati per avere alquanti dì più presto un capestro alla gola, e penzolare ai merli delle torri. Mai no.

—Credete voi dunque ch'essi oserebbero?... dimanda Gregorio.

—D'impiccarvi e d'impiccarci? Magari! l'interrompe Oddo. Due volte piuttosto che una. Or bene; udite me: mangiate questi correggiuoli, e figuratevi proprio ch'e' fossero asparagi. Già tutto è immaginazione. Son sicuro che quel benedetto abate di Cluny si astrarrebbe nelle nuvole di Aristotile e mangerebbe un pezzo di calcinaccio per formaggio. Fate dunque altrettanto voi. Poi si penserà alla resa. Comprendo che voi lo vorreste solo per me. Ma mi porti il diavolo! se io non lo farò per nuda considerazione di voi, quando il tempo a ciò sarà giunto. Che preme al vecchio Oddo se muore anzi di fame, come un lupo caduto in una fossa, che per un ferro di lancia nel petto, o appeso a queste nere mura come un nibbio alla porta di un castello! L'è tutt'uno: si muore sempre. Andiamo dunque, vediamo se codesti bianchi denti sanno fare ancora il loro ufficio.

—Ma a che pro? dimando io; in chi speri tu dunque, messere?

—In chi? mai nel diavolo, in Dio, nella forza degli eventi, nella gocciola d'acqua che fa straboccare il vaso, nel caso; insomma io spero in tutto, in tutti, e non spero più in alcuno. Solo per onor del mestiere non credo giunta ancora l'ora della resa. Ecco tutto. E poi davvero dunque gli uomini sono affatto birbi! E chi sa, quella povera figliuola di Alberada!... Mi dice il pensiero che poco fa noi la calunniavamo. Era così buona, così rassegnata.. no: non si dimenticherà così senza rincrescimento del suo vecchio Oddo, non fosse altro! Partì piena di una fiducia che sembrava inspirata da Dio. Mi si stringe proprio il cuore quando vi penso. Se non mi danzassero sessant'anni sul capo, direi che ne sono innamorato fradicio. Oh! sentite a me; mangiate: ella tornerà.

—Il mio partito è preso, Oddo. Domani mi vado a dare in braccio all'arcivescovo di Ravenna. Non sai tu che colui mi è fratello, messer conte?

—Lo so: me lo ha detto più di una volta Alberada.

—Ebbene, Guiberto è generoso—almeno lo era. Mi getterò in braccio a lui, ed onta sia a questo infame popolo romano che abbandona il suo padrone, onta a tutti i codardi re della terra, che sopportano l'umiliazione di colui che rappresenta il re dei re; e che è loro signor suzzerrino.

—Ma davvero dunque voi volete commettere questa minchioneria?

—Chiamala come vuoi, Oddo, sono in dovere di farla. Dovrei dar conto a Dio se altrimenti mi conducessi. Hai capito? dovrei darne conto a Dio che ha detto: Conserva te stesso—e cadrà sul vostro capo tutto il sangue del giusto che sarà versato sulla terra.

—Giacchè dunque in questo affare vi è entrato di mezzo Iddio, bisogna pensare come cavarcene. Per tutti i diavoli! Chi avrebbe pensato che Dio potesse venire a ficcare il naso in una scodella di cuoio bollito, ed in una rocca assediata! Ma giacchè la cosa sta così, si farà come voi dite. Però dovete lasciarvi regolare da me che m'intendo meglio di queste cose, e mi prometto di non farvi fare bestialità e codardie. La faccenda si condurrà con decoro e prudenza. Restiamo dunque fermi su ciò, e ci penseremo domani.

Ed in effetti, avendo Oddo il domani trovato risoluto Gregorio nel proposito di uscir dal castello, alza pennone bianco, e salito sulle mura dei baluardi dimanda a parlamentare. Ben presto si presenta un araldo dell'arcivescovo. Al quale fatto intendere che e' voleva andare ad abboccarsi con lui onde rendere la fortezza, l'araldo si reca al palazzo di Laterano, e torna subito con la risposta, che papa Clemente III dava sicurtà sulla sua parola per la vita e la libertà del parlamentario, ed al palazzo lo aspettava.

Oddo dimanda che queste promesse Guiberto mettesse in iscritto, e che per lui guarantissero, con la propria firma, anche Ulrico da Cosheim, Baccelardo e Goffredo di Buglione. Al che avendo assentito tutti, l'araldo riviene con la pergamena così foggiata, cui Oddo, da star dalle torri; tira su per una cordicella, e porge a leggere a Gregorio. E perchè ogni cosa andava in regola, il castellano esce, facendogli chiudere alle spalle la postierla, ed al palazzo di Laterano si conduce.

Una folla immensa di popolo e di soldati si strinse a far ressa intorno al castellano, curiosi di vedere da vicino un sì famoso uomo, che solo, con una mano di vecchi balestrieri, aveva saputo tener fronte a tanta truppa, e solo non cedere, mentre tutta Roma soggiaceva all'oste tedesca. E davvero che ognuno maravigliava, segnatamente la marmaglia, perocchè corto, smilzo e laido era il castellano. Così che gliene dicevano attorno delle belle e delle curiose. Ma Oddo non curava nè punto nè assai il cincischiare che gli facevano addosso, perchè in quel momento tutt'altro gli girava pel capo. La folla però cresceva anche peggio presso la dimora dell'arcivescovo. E non vale il dire se i soldati usassero i poderosi argomenti dei calci delle lance per tenerla addietro. Ma la serra aumentava, volendo ognuno guardarlo in viso e dir la sua; chè tra le plebaglie curiose per sè, le più curiose e facete son quelle di Napoli e di Roma. E più di tutti nella calca si addentrava un romeo, il quale, malgrado le punzonate ed i gomiti ne' fianchi che più di una volta gli mandarono manco il respiro, giunse fin presso al castellano, sì che potè zufolargli all'orecchio: Resistete!

E gli cacciò in mano una cartuccia ripiegata.

À quella voce il castellano si volge incontanente, facendo un salto: ma perchè stava per metter piede nella corte, una mano di soldati respinge il popolo a furia di percosse, ed ei si trova divelto dalla persona cui voleva riconoscere. La voce però era la sua; la carta chiudeva già in grembo; ed il consiglio di mantenersi fermo giungeva opportuno e gradito. Oddo cangia di un tratto il suo ultimatum.

Non è a dirsi se l'arcivescovo di Ravenna ed i caporioni dell'esercito di Enrico lo stessero ad attendere. Fu ricevuto per ogni attestato d'onore e di riverenza, come a tant'uomo convenivasi, e come coloro, prodi e generosi anch'essi, solevano verso chi la loro stima meritava. Oddo non si perdette in molte parole. Li ringraziò delle accoglienze cortesi e disse come egli non venisse già per cedere il castello, che avea avuto in consegna pel senato e pel popolo romano e che a costoro soli dovea rendere quando a lui, conte Oddo da Nemoli, sarebbe sembrata ora convenevole; ma per patteggiare la dedizione di papa Gregorio. Un lampo di gioia sfolgora nel volto a Guiberto. Di ogni passata ingiuria e di ogni durezza di Ildebrando e' si sentiva di già soddisfare. Risponde quindi che cedeva a tutte le condizioni onorevoli, col suo grado e con le rispettive posizioni conciliabili, e che ne rimetteva la proposta a lui stesso, conte Oddo da Nemoli, come colui che meglio d'ogni altro sapeva quali fossero i debiti di cavaliere e di soldato. Questo tratto di cortesia e di confidenza imbarazza Oddo. Uomo d'onore, egli conosceva fin dove le sue pretensioni potevansi estendere senza aver taccia di impudente o di sciocco. Dimanda perciò, prima di tutto, che, quanto si sarebbe convenuto rimetteva all'approvazione di Gregorio stesso—anche per aver modo di far leggere quel benedetto scritto datogli da Alberada. Poi chiese: 1.o al papa risparmiata vita e libertà egualmente che a tutti i suoi proseliti; 2.o la causa dei due pontefici è dell'imperatore discussa da venti vescovi e da venti baroni, scelti quindici dall'imperatore Enrico, quindici da lui, Gregorio, e dieci da Guglielmo il conquistatore d'Inghilterra, come re neutrale; 3.o infine, la città di Roma, fino alla decisione finale del giudizio dei commissari, stabilito a Torino pel dì dell'assunzione della Vergine di quell'anno, sgombrata da ambo i partiti e lasciata al governo libero del senato e dei patrizii romani.

I due primi patti furono accettati incontanente; l'ultimo, siccome riguardava ancora l'imperatore che avea occupato la città, e l'imperatore non vi era, ributtato. Del che, essendosi contentato Oddo, che già bruciava leggere la scritta di Alberada, e che sentiva ancora risonarsi l'orecchio di quel resistete, si stese protocollo, firmato dall'arcivescovo e dai capitani di Enrico, ed Oddo al castello ritorna per ottenere l'assenso di Gregorio.

VIII.