Il conte di Craco venne a dare loro un addio. I suoi domestici portarono ai pellegrini il cioccolatte dell'asciolvere. Don Diego andò a risvegliare la Bambina. L'ora della partenza avvicinava.
Bambina si acconciò ed uscì. Era gaia. Si sedè vicino il fuoco e si cioncò il cioccolatte, mentre i famigliari del conte portavan via i bauli ed i pacchi alla corriera. Nessuno parlava.
Bambina cercò il gatto per dargli un pezzetto del suo pan burrato. Il gatto era scomparso. Bambina cominciò a perdere il suo contegno calmo. Il cane restava al suo posto. Il conte gli fece passare un collare per condurselo a casa. Bisognò trascinarlo, strangolarlo, prenderlo in braccio per distaccarlo dalla casa. Non mordeva, gemeva come una Maddalena. Ciò scosse Bambina. I suoi occhi si umettarono. Infine bisognò lasciare quella dimora.
Don Diego ne uscì il primo, a passo fermo ma celere. Non osò voltarsi indietro. Era eccessivamente pallido. Le sue mani ed i suoi labbri tremolavano; la sua parola era male articolata. Bambina fece il giro della casa, ne uscì a passi lenti; ma, varcando la soglia, le sue lagrime esplosero, il singhiozzo la soffocò. Si sentì annichilita. Le parve mettere il piede sul vuoto e rotolar nell'abisso. Il conte le prese paternamente la mano, le diede il braccio, e la tolse via da quella porta ove la era caduta a ginocchio. Don Diego era partito e tirava su senza fermarsi. Premeva la mano sul cuore per reprimervi la tempesta. Bambina, annegata nelle lagrime, disse addio al conte e salì in vettura. Don Diego si fermò un istante per susurrare all'orecchio del conte:
—Al capezzale del mio letto, sotto i mattoni, è la cassa dei mille fucili che sapete. Li farete trasportare a Cammarota, al P. Giuseppe da Saponara, che ne conosce già il destino ulteriore o che gli sarà comunicato a suo tempo da Carduccio. Coraggio e costanza!—Dite a Tiberio di esser prudente. Bisogna esporre la vita, ma non isciuparla per nulla.
—Sarà mia cura. Addio.
—A rivederci in tempi più prosperi.
Don Diego salì nel veicolo e si partì.
La carrozza veniva di Calabria. Vi erano nell'interiore un capitano di gendarmeria e la madre di un giovane di Gerace, che era stato condannato a morte per delitto politico. La povera madre andava a dimandare la grazia al re…. mentre un generale lo faceva fucilare in una corte di prigione!
Il capitano era un padre di famiglia che esercitava il suo tristo mestiere per dar del pane ai figliuoli, bravo uomo, compito, avendo un fratello capo di ripartimento al ministero del Culto, disgustato delle sue funzioni, agendo male, pensando bene. Il capitano Taffa si mostrò pieno di attenzioni per le due signore e cordialissimo verso il prete.
Don Diego non aveva mai viaggiato; usciva per la prima volta dalla sua terra. Il tancheggio della vettura dava il mal di mare a Bambina. Ella si covigliò nel suo canticello, pallida come morta, sentendosi morire, e provò di dormire. Si apersero tutti gli sportelli per darle aria. La signora calabrese se la poggiò sul petto maternamente. Alla prima salita sullo stradale si scese di cocchio, e ciò sollevò Bambina quantunque non stesse bene il giorno intero.
Il fratello della dama calabrese, che aveva ceduto il suo posto a Bambina, ed un cappuccino, occupavano la predella del cocchiere che si appollaiava sulle stanche.
Grazie alle spallette del capitano tutto andò a modo. Il cocchiere camminò bene. Negli alberghi si ebbe pronto e pulito servizio. I mendicanti del cammino accompagnarono la vettura per una mezz'ora solamente, pigolando, assassinando i viaggiatori di Eccellenza! di rinfrescate le anime del Purgatorio! di obbligate la S. Vergine! Il prezzo dei desinari fu discreto. Si ottennero lenzuola nette ai letti, una tovaglia senza chiazze a tavola, dei maccheroni cotti al punto. Le serve spinsero la deferenza verso la cocolla e verso l'uniforme fino a mettere una camicia di bucato, quantunque non si fosse che al venerdì e ne avessero già messa una la domenica. I carrettieri ebbero la delicatezza di cedere un po' di posto accanto al fuoco. Lo zoccolante offrì del tabacco da naso a tutti, non escluse le donne, e si ostinò a voler confessare le serve. Io credo ch'e' si lavò perfino le mani prima di mettersi a tavola; perocchè tutti i viaggiatori della stessa vettura desinavano insieme.
La prima sera si fe' alto a Sala. Aveva piovuto quasi tutta la giornata. Si era in marzo. Il cielo carreggiava dei grossi nuvoloni grigi, neri, bianchi, che voltolavano come le onde del mare sotto il soffio di un freddo rovato. La strada era malinconica, senza orizzonte,—eccetto la catena degli Apennini, l'Alpi, il monte Sireno vicino Lagonegro, che ammantellato interamente di neve, sembrava nondimanco come a scorruccio. Se il cappuccino non avesse intonato di tempo in tempo un Dominus vobiscum! con una bella voce di basso, se il cocchiere non avesse di tempo in tempo zufolato e canticchiato una strofa della canzone Graziella, nulla avrebbe sgrinzita la serietà, il lugubre anzi dei viaggiatori. Ciascuno aveva un pensiero, peggio ancora forse, un dolore che lo ripiegava in sè,—tranne il cappuccino che da un lercio convento di Calabria andava a pascolo nel ricco convento di Eboli. Si riparò a letto di buon'ora, appena dopo cena.
Il domani, aprendo le finestre, si poteva credersi sulle sponde dell'Oceano. La nebbia copriva la pianura di Diano, ed il vento l'agitava come i flutti in tempesta. La notte però aveva nevicato.
I viaggiatori, nel secondo giorno, si mostrarono più comunicativi. Si avvicinavano ancora di una tappa alla meta delle loro speranze. Pochi alberi nella campagna. Sulle colline pietose qualche pianta malaticcia di olivo, lacera per vecchiezza.
La dama calabrese raccontò allora perchè si recasse in Napoli, perchè era vestita a lutto, perchè piangesse in silenzio e non schiudesse le labbra, perchè dei singhiozzi profondi la strangolassero anche quando i suoi occhi erano asciutti. La parola di questa povera madre gettò il terrore tra i viaggiatori. Lo stesso francescano si tacque e sporse la sua tabacchiera alla dama. Il capitano arrossì. Don Diego impallidì. Bambina avvinghiò le sue braccia attorno al collo della povera madre, l'abbracciò e pianse con lei.
Al ponte di Campestrino, il capitano, ad un tratto, chiuse di autorità gli sportelli della carrozza per la ragione seguente.
In questo sito, i briganti svaligiavano spessissimamente i viaggiatori. Il governo vi aveva fatto piantare delle palanche, e su queste si erano esposte le teste mozze dei briganti impiccati. Il capitano volle sottrarre alla vista della povera madre quelle teste di condannati. Ei si curò poco di orbare i viaggiatori dello spettacolo di quel ponte monumentale, uno dei più belli d'Europa, che congiunge due colline, anzi due montagne. L'architetto, secondo la leggenda, avendo domandato a re Nasone, che volle visitarlo stando a caccia a Persano, come trovasse l'opera sua, re Ferdinando rispose:
—Eccellente.
—Sire, ne sono incantato.
—Qualche cosa vi manca però, riprese quel re beffardo.
—Che cosa, sire?
—La tua testa.
Il ponte aveva costato tre milioni. Gittandolo un po' più in su, l'architetto avrebbe risparmiato allo Stato tre quarti della somma. Ma egli avrebbe altresì guadagnato di meno. L'osservazione del re, pur troppo giusta, lo spaventò: quindi a poco morì di paura!
A mezzodì il sole comparve e si salì a piedi l'erta a picco dello Scorzo, altrettanto per alleggerire i cavalli che per sdolenzirsi. Faceva freddo. Le montagne di Postiglione erano belle nelle loro bianche drapperie dorate, da raggi ridenti. L'Olborno abbarbagliava. Il Sele travolgeva flutti torbidi e corrucciati. La foresta di Persano, caccia reale, sembrava un'immensa macchia nera nel mezzo del piano, ove degli olivi grossi come querce secolari, screpolati, fessi, attortigliati, mutilati come invalidi, popolano la campagna di Eboli. Ai lembi della pianura, sulle sponde del mare. Pesto. Alla vetta della montagna di Scorzo, i viaggiatori scorsero in lontananza, come un'immensa lamina arancio ed azzurro, il mare e le montagne di Amalfi.
Ad Eboli il cappuccino si fermò. Il capitano si fermò a Salerno. Però egli scrisse, alla matita, due parole a suo fratello per raccomandargli Don Diego. E grazie a lui, il calesse che doveva condurre i viaggiatori a Napoli fu trovato immantinente, ed il cocchiere fu obbligato a mostrarsi ragionevole e cortese.
Vi sono delle circostanze in cui il despotismo si benedice!
Si giunse a Napoli la sera. Il cocchiere depositò le sue vittime in una locanduccia del Pendino.
Un'ora dopo, il barone di Sanza stringeva la mano del suo compaesano.
IV.
Un benvenuto! che non vale neppure un vatti a fare impiccare!
In Francia, un prete interdetto se ne va a Parigi, e quivi egli è ancora un uomo, un cittadino. Al momento in cui scrivo, vi sono in quella capitale più di ottocento cocchieri di fiacre ex-preti, senza parlare di coloro che trafficano alla Borsa, sono impiegati come garzoni nei caffè, domestici nelle case mobigliate, commessi qua e là e segugi di polizia. In Francia, la dignità dell'uomo è sua mercè, sua proprietà: può conservarla, abbassarla, insozzarla, venderla. A Napoli, non era così in sul finire del 1846. L'uomo non si apparteneva: egli era alla polizia, che l'allevava, lo istruiva, lo contaminava, lo spezzava, lo uccideva senza responsabilità, senza render conto dell'opera sua alla società.
Don Diego Spano si era recato a Napoli. Monsignor Laudisio aveva annunziato quest'arrivo al ministro della polizia con un rapporto particolare, il quale si riassumeva in questi termini:
«Uomo pericoloso, ateo, ex-carbonaro, mazziniano, capace di tutto, uno dei capi della Giovane Italia. Da sorvegliare, da comperare se può esser utile, da neutralizzare ad ogni costo. Sa cose che bisognerebbe strappargli; o ridurlo al silenzio con tutti i mezzi.»
Il ministro conservò per lui questa santa denunzia e dette qualche istruzione al Prefetto.
L'appartamento che il barone di Sanza aveva trovato al suo conterraneo, vico Canalone, all'estremità della strada di Forcella, dava sur uno sporco e scuro chiassuolo circoscritto dalle alte mura di due conventi e di una chiesa. Il fitto non era caro; ma non si poteva immaginar nulla di più lugubre di quell'alloggio.
Don Diego occupava il primo piano, il più a buon patto ed il meno ricercato degli altri cinque appartamenti di quella casa, a causa dell'aria e della luce di cui era completamente orbato. Non essendovi portinaio, la corte apparteneva, di giorno come di notte, ai lazzaroni, ai mendicanti, ai musici ambulanti, alle prostitute, agli animali perduti, ai fanciulli scostumati: era il salone del vizio e della miseria. Un materassaio vi veniva a battere il suo crine e cardar la sua lana, perchè gli accomodava così, non curandosi punto se il rumore e la polvere incomodassero gl'inquilini. Una cagnaccia vi veniva a trafficare del suo commercio di frittura all'olio, e tanto peggio se le esalazioni appestassero gli abitanti del luogo. Un ganascione vi veniva a tosare i suoi barboni, a castrare i gatti ed i porcelli. I cialtroni di tutto il quartiere vi davano la caccia ai loro insetti e vi medicavano le loro piaghe come a casa propria.
Del resto, don Gregorio, l'inquilino del sesto, esciva alle sei del mattino e rientrava a mezzanotte, lasciando almanaccar forte i suoi vicini sulla sua persona e sulle sue occupazioni. Al quinto, dimorava un prete di provincia che sorvegliava l'educazione dei suoi due nipoti e li nudriva del prodotto delle due o tre messe al dì ch'egli andava a rappresentare nei rioni i più opposti della città. Una monaca di casa stanziava al quarto, e questa religiosa a domicilio, giovane e bella, ma molto pia, riceveva il suo confessore,—un frate di Santa Maria la Nuova, da un'ora a sei del pomeriggio, e suo cugino, avendo paura dei ladri la notte, dalle nove della sera alle sei del mattino. Un impiegato alla lotteria abitava il terzo piano in compagnia di sua moglie, sei bambocci, qualche coniglio, molti polli e un cacatoes bianco che ripeteva tutta la giornata la famosa interiezione tanto usata dai romani, alla quale Benedetto XIV voleva annettere l'indulgenza plenaria, e cui io non oso scrivere. Il secondo piano era vuoto.
Eccetto Don Gregorio, tutti gl'inquilini fecero visita al nuovo venuto, quattro o cinque giorni dopo il loro arrivo, secondo l'uso napolitano di quei tempi. Otto giorni dopo, Don Diego restituì la visita, e si cessò di vedersi, limitandosi tutti a scambiare un saluto quando s'incontravano per le scale.
L'alloggio di Don Diego componevasi di due camere da letto, un salone, un gabinetto scuro ed una cucina, che serviva altresì di sala da pranzo. Le mura erano state tinte a terra gialla in colla forse vent'anni innanzi. Il suolo era a quadrelli; il soffitto a travi coperti di carta gialla a gigli turchini. Dei piccoli vetri anneriti dalla polvere oscuravano le finestre, ed i ragnateli tenevano luogo di cortine. Tutto ciò aveva l'aria sinistra e gocciolava la tristezza e la solitudine. Un romito vi poteva pregare; un malfattore scannare e fondere moneta falsa.
Al piccolo mobilio portato di provincia, Don Diego aggiunse alcune sedie, un vecchio canapè coperto di tela di crine e borrato di pietre, una tavola, un vecchio stipo, una mensola a mezza luna, verniciata nero, a marmo bianco smussato. Don Tiberio diede il consiglio di allogar su quella mensola i busti in gesso del re e della regina, e di appendere in qualche angolo del salone un gran Cristo, ch'e' gli somministrò. Bisognava mobigliar quella camera per ricevere la polizia ed i messi dell'arcivescovo di Napoli, e, per conseguenza, alla convenienza di costoro. Del resto, non seggioloni, non tende, non tappeti, non specchi, non orologi, non candelabri: in mezzo del salone, al posto della lumiera, una gabbia con un canarino che non cantava più.
Erano degli avanzi che ornavano una tomba!
Bambina si sentiva soffocata; Don Diego, rotto e schiacciato. Egli, l'ho detto, dava alla sua dimora la toiletta appropriata ad ammortire i sospetti della gente officiale che sarebbe venuta a snidarlo.
La toiletta delle persone fu in armonia. Don Diego pigliò un costume mezzo prete e mezzo laico, non senza una certa eleganza: cappello tondo, cravatta e panciotto neri, soprabito bleu lungo, brache di drappo nero, e stivali che salivano fino al ginocchio, alla scudiera. Bambina si vestì da una beghina di religiosa.
Queste spese e quelle di viaggio avevano assorbito una parte della piccola somma portata da Lauria. Restava nondimeno di che vivere un anno per bussare alle porte della fortuna prima di mendicare.
—E quando tutto sarà finito, disse Don Diego a sua sorella, se non saremo riesciti, tu entrerai in un convento, io…. mi brucierò le cervella.
—Bravo! interruppe Bambina, bruciarti le cervella? Tu saresti ridicolo agli occhi dei napolitani. Tu perderesti la loro considerazione se non ti precipitassi da un quinto piano e ti fracassassi il cranio sul lastrico come un semplice vecchio coccio. Speriamo fratello,—soggiunse ella in tuono più serio. Il barone di Sanza ci aiuterà.
—Noi siamo poveri, figliuola, e tocchi dalla disgrazia. Non abbiamo dunque amici. Gli uomini sono come i cani: abbaiano ai mendichi e si gettano addosso ai più deboli. Si divora il ferito, come tra le bestie feroci. Non hai tu osservato come Don Tiberio si è mostrato glaciale verso di noi?
Don Diego non aveva visto sua sorella arrossire ed il barone di Sanza impallidire, al loro primo incontro, all'arrivo. Bambina si guardò di comunicare quest'osservazione a suo fratello e replicò:
—È vero. Ma noi siamo dei provinciali, e lui… un elegante della città, che frequenta di già ambasciatori e ministri.
Il barone di Sanza, in fatti, venne a vedere i suoi amici di Lauria due o tre volte, suggerì qualche consiglio molto utile; ma si addimostrò in generale freddo e riservato, come un uomo che non vuole svegliare speranze, cui non potrebbe poi realizzare. Non dimandò neppure a Don Diego ciò che voleva fare. Don Diego, del rimanente, sarebbe stato forse imbarazzato egli stesso a rispondere a questa dimanda. E' non sapeva che una cosa, come diceva a sua sorella, che egli era un cacciatore esausto, per il quale ogni selvaggiume era buono.
Don Diego ebbe della pena ad orientarsi nella città. Napoli è vecchia. Le sue strade, i suoi edifizi datano da molti secoli, appropriati alle esigenze di quei secoli ed oggimai un incomodo anacronismo. Strade anguste, vicoli sporchi, oscuri, poco o punto lastricati, ingombri di depositi d'immondizie, in cui sguazzano cani, maiali e monelli. Casamenti altissimi, male intonacati, male aerati, affollatissimi di abitanti malpropri, edifizi tortuosi, sovente guerci. Chiese e conventi che occupano ed attristano due quinti della città, o dei palazzi immensi e solitari che tengono tutta una strada. La vecchia Napoli è infetta, malsana, male abitata, piena di sgorbi, storpia in tutte le membra, senza logica. Un fetore orrendo, cui gli abitanti non percepiscono più, l'avviluppa. Don Diego perdeva la sua strada ad ogni passo o faceva dei lunghi giri. La città gli spiacque. E' sentì, dai primi giorni, la nostalgia dell'aer puro, delle foglie verdi, del cielo e dello spazio. La gente, nondimanco, gli parve buona. Egli non fu in contatto da principio che col popolo, il quale a Napoli è caritatevole, sente e si affeziona. È un cane: ha bisogno di amare qualcuno, o qualcosa, obbedire, consacrarsi; abbaierà talvolta per non importa chi e non importa che, ma non morde giammai. La libertà di già lo corrompe. Il borghese poi è altra cosa; del pessimo, pessimo. Ma Don Diego nol conobbe che più tardi.
Aveva appena terminato d'installarsi che, un mattino, un ispettore di polizia gli si presentò in casa. Quell'uomo ruppe quasi il campanello suonando. Entrò, cappello in testa, senza salutare. Si assise senza scovrirsi il capo, senza esservi invitato lasciando Don Diego in piedi. Squadrò insolentemente Bambina. Incrociò le gambe, rimuginò dello sguardo in ogni angolo e dimandò infine, parlando alto ed in tuono corrucciato:
—Sei tu Don Diego Spani?
—Si, signore, rispose Don Diego alquanto stupefatto dei modi del messere.
—Di Lauria?
—Di Lauria.
—Arrivato a Napoli da alcuni giorni?
—Sì, signore. Ma…
—Giù ai ma! cos'è codesto ma?
—Infine, signore, a chi ho l'onore di parlare?
—Sono io che ti parlo, replicò il poliziotto. Io sono l'ispettore di polizia del quartiere.
Don Diego salutò il destino.
—E vengo ad ordinarti, continuò l'ispettore, di presentarti dal commissario signor Campobasso.
—Non mancherò, signore.
—Eh! vorrei ben vedere che tu mancassi. Hai tu ben compreso?
—A mezzodì, signore, replicò Don Diego con molta dignità.
—Quanto paghi tu qui?
—Non caro, signore.
—Lo credo bene. Chi diavolo ha scoperto questo canile?
—Ciascuno si alloggia come può.
—Tu parli come un almanacco. E quel piccolo gioiello lì è tua figlia?
—È mia sorella, signore, rispose Don Diego, facendo segno a Bambina di ritirarsi.
Bambina salutò ed uscì. L'ispettore la seguì degli occhi, poi si alzò.
—E dire che ciò viene di Calabria! sclamò desso. A mezzodì dunque.
Poi dando un ultimo colpo d'occhio alla casa ed all'uomo, partì come era entrato, senza cavare il cappello, senza salutare. Alla porta però si fermò, mise la mano in tasca, ne cavò fuori una piastra e disse a Don Diego che l'aveva pulitamente accompagnato.
—Potete voi darmi della piccola moneta di questo, per pagare il cocchiere?
Don Diego tirò innocentemente di tasca un pugno di piccola moneta in argento e rame, e la presentò all'ispettore onde prendesse il valore della sua piastra. Il poliziotto intascò la moneta di Don Diego e la sua, non disse neppur grazia, chiuse la porta con fracasso e discese le scale borbottando.
Don Diego restò come allampanato e, testa giù e passo lento, ritornò in sala.
A mezzodì meno un quarto, ei saliva la scala del commissariato del quartiere Pendino, al primo piano di una casa sudicia e scura, al fondo di un angiporto. Nella corte gironzavano alcuni di quei birri ostensibili che lo straniero incontrava nelle strade di Toledo e di Chiaja, bardati di uniforme, un coltellaccio ai fianchi. Gli sbirri reali, i veri, i più numerosi, coloro che menavano la bisogna nei quartieri cui lo straniero non visitava giammai, gli sbirri pel popolo infine, formavano quella categoria a parte chiamata i feroci. Essi vestivano un largo calzone di velluto in cotone grigio, largo, una giacchetta ed un corpetto di velluto di cotone nero, stretto alla vita da una fascia di seta rossa, un berretto di pelle di coniglio o di lontra. Questi manigoldi, che si sarebbero detti da Opera Comica, coi loro baffi neri, e le facce bestiali ed atroci, violenti, grossolani, crudeli, ai quali la vigliaccheria delle vittime dava un potere terribile, erano in realtà degli abbietti vigliacchi. Il primo venuto,—straniero ben inteso,—di un man rovescio ne faceva una pecora, malgrado le sacche piene di coltelli e di pistole e le mani armate di anella e di randelli. Questa roba guardava di un'aria truce le persone che entravano, pronta a stender la mano per dimandare una mancia senza pretesto, se colui che veniva in quella bolgia aveva un aspetto di persona comoda.
Don Diego traversò la corte ciottolata di quei ceffi sinistri. Essi si avanzarono e si scovrirono innanzi ad un signore che saliva le scale nel tempo stesso. Questo signore, vedendosi seguito da un uomo dai lineamenti imponenti e malinconici, si fermò sulla soglia e voltandosi l'interpellò.
—Di chi chiedete?
—Del signor commissario, rispose Don Diego.
—Sono io, disse l'altro. Chi siete?
—Don Diego Spani.
—Ah! fece Campobasso. Vieni
Al suo passar dall'anticamera zeppa di gente, tutti si alzarono. Campobasso tirò innanzi senza salutare e si diresse verso il suo gabinetto.
Un ispettore gli parlò a voce bassa.
—Fatela entrare, rispose il commissario.
Si assise e lasciò Don Diego in piedi in un angolo della camera.
Il commissario Campobasso era un uomo di una quarantina di anni, alto, snello, brunissimo, un po' calvo, gli occhi neri fiammeggianti, i lineamenti pronunziati e duri, avendo mustacchi neri, labbra crudeli, naso aquilino, braccia lunghe, mani grasse ed uncinate, la voce forte, la parola breve. Portava un diamante per bottone di camicia, dei cornetti contro la jettatura per breloques. In una parola, una fisonomia petulante, piena di vita, di violenza, di passioni sensuali, prontissima alla collera. Egli era carnefice, tra i carnefici commissari di polizia in Napoli. È restato come una leggenda.
Conservò il suo cappello sul capo.
La camera era dipinta a verde. Sopra due plinti, i busti del re e della regina in gesso; un Cristo in un angolo; un cattivo canapè coperto di tela gialla e qualche sedia.
Una signora entrò. Era vivamente commossa, pallida, tremante.
—Signora! disse Campobasso lasciandola in piedi dinanzi al suo tavolo, voi avete cacciato di casa vostra una giovane serva a cui noi portiamo interesse. Andrete a riprenderla.
—Ma, signor commissario, ella mi rubava.
—Voi non la pagavate abbastanza.
—Ma, signore, ella restava fuori tutto il giorno, Dio sa dove, mi mancava di rispetto, non faceva il suo dovere, mi dava degli ordini….
—E voi, non avete i vostri difetti, voi!
—I miei pensionari se ne lamentavano.
—Ah! Ebbene, essi avevano torto, e voi avete torto. Scegliete. Domani, o la serva rientra in casa vostra, e voi la compenserete di averla licenziata, o darete congedo ai vostri locatari e non affitterete più camere.
—Ma, l'è la mia sola risorsa per vivere, signor commissario.
—È dunque indispensabile che voi viviate? Ho detto. Uscite.
La signora salutò e si ritirò a ritroso.
Gli occhi del commissario si illuminavano.
L'ispettore rientrò. Campobasso fece un segno della testa, e due minuti dopo comparvero due bei giovanotti di una ventina d'anni. Restarono, cappello in mano, nel mezzo della stanza.
—Avvicinatevi, gridò Campobasso, alzandosi.
I due studenti avanzavano. Campobasso ne prese uno per le orecchie, e gli applicò, senza dir verbo, parecchi schiaffi sul viso. Poscia prese l'altro della medesima maniera e gli regalò la stessa correzione.
—Briganti! gridò egli in seguito, perchè non siete voi andati alla congregazione domenica scorsa?
—Mio fratello era ammalato, rispose il più giovane degli studenti, ed io restai a casa per accudirlo.
—Voi mentite, urlò il commissario. Voi siete due empi e mal pensanti. Il priore della congregazione si lamenta di voi. Non confessione, distratti alla messa, poco rispetto verso monsignor Scotti…. E poi, e poi, cosa sono codeste setole che portate sulle labbra?
I due giovanotti non risposero. Campobasso li riprese per le orecchie e, scuotendoli con violenza, strappò loro come potè la neofita lanuggine delle labbra.
—Dei mustacchi dunque? dei segni di libertini? Peste e sangue! noi vedremo codesto. Don Severio!
L'ispettore chiamato comparve.
—Un barbiere, all'istante. Fate radere fino al sangue questi due galuppi e metteteli in segreta, a digiuno. Andate! soggiunse egli poi allungando un calcio alle spalle dei due disgraziati giovanotti, pallidi come due statue d'avorio.
Dopo ciò, come se nulla avesse fatto, Campobasso si fregò le mani, si riassise e disse a Don Diego: Avvicinati.
Don Diego era tutto in iscompiglio. Delle idee di tutti i colori turbinavano nel suo capo. Ciò che aveva udito e veduto lo annientava. Campobasso impiombò i suoi occhi freddi, ironici, pieni di disprezzo, crudeli, su quel sembiante decomposto e disse:
—Sei tu Don Diego Spani di Lauria?
—Sì, signor commissario.
—Interdetto da Sua Eccellenza Reverendissima monsignore di
Policastro?
Don Diego abbassò gli occhi senza rispondere.
—Perchè quel santo vescovo di monsignore Laudisio ti ha desso interdetto?
—Egli non m'ha fatto l'onore di dirmelo.
—Egli! Egli! tu potresti ben dire Sua Eccellenza Reverendissima, mi pare? Infine, perchè sei tu partito da Lauria, innanzi tutto?
—Perchè non avevo più nulla a fare in quel paese, ed io ho bisogno di fare qualcosa; perchè quel soggiorno non mi era più possibile, dopo la mia disgrazia.
—Insomma, che cosa vieni a fare qui?
—Cercare un posto e del pane. Io sono pronto a tutto. Procurerò di apprendere, se mi chiede cosa che io ignori.
—Quando si sloggia, vendendo tutto ciò che si ha nel paese ove si è nato, si ha uno scopo. Quale è codesto tuo? Rispondi categoricamente.
—Vorrei darmi all'insegnamento.
—Per far ciò, occorre il nostro permesso, che noi non accordiamo, ed il permesso dell'arcivescovo e del presidente della pubblica istruzione, monsignor Apuzzo, che lo rifiutano agli empii.
—Vedrò allora di collocarmi come segretario presso di qualche persona.
—Noi l'impediremo, dando sul tuo conto dei cattivi ragguagli.
—Mi procurerò un impiego come potrò, continuò Don Diego, cominciando a turbarsi.
—Lo Stato non nudrisce i suoi nemici, li schiaccia. Noi respingiamo i carbonari.
—Potrei domandare di scrivere in un giornale, almeno?
—E quale? Non vi sono giornali qui, anzitutto. Se qualcuno ne apparisce, se qualcuno alligna, esso è nostro; e noi ci opporremo. Quali dottrine possono professare gli atei ed i demagoghi? Va poi a fregarti con Scrugli e con Ruffa—due convertiti.
—Ebbene, cercherò di trafficare di una piccola industria.
—Io non ti accordo la patente.
—Procurerò in questo caso di entrare come commesso nel commercio, come prefetto in un liceo, in un seminario….
—Noi noi permetteremmo. Lo Stato e la gente onesta vogliono in codesti posti persone fedeli e non sospette di fellonia contro la Chiesa e lo Stato.
—Ma, signor commissario, se voi mi sbarrate tutte le vie per le quali io potrei utilizzare la mia educazione, e' non mi rimane che divenire commissionario, facchino, ed io sono abbastanza forte….
—Affatto! Ti occorre un autorizzamento che la polizia non è disposta a concederti.
—Signore, e' non mi resta allora che morire di fame quando avrò terminate le mie ultime risorse. Infrattanto, studierò la medicina o altra cosa per espatriarmi di poi.
—Ed il passaporto? Ma hai tu insomma di che vivere qualche tempo!
—Ho di che non morire d'inedia per un anno, signore.
—Tu ti presenterai qui ogni otto giorni. Andrai alla congregazione degli studenti, a S. Domenico Soriano ogni domenica. Ti confesserai a monsignor Scotti. Noi teniamo gli occhi aperti sopra di te. Sovvientene.
Don Diego, fulminato, piegò il capo e partì. Uscita finta, come al teatro. Il commissario lo richiamò.
—Don Diego, nel vostro paese si trovano degli eccellenti formaggi, cui il prefetto gradisce molto, ed io egualmente. Fate venirne un cantaro e mandatemeli. Voi ci direte poi il prezzo.
—Io mi stimo fortunatissimo, signor commissario, di rendervi servigio, rispose l'infelice taglieggiato, ritirandosi.
Nella strada, Don Diego mancò trovarsi male. L'imagine lurida della miseria, l'imagine pura di sua sorella, s'incrociarono nel suo spirito. Egli vide queste due terribili potenze, il clero e la polizia, rizzarsi come due boa innanzi a lui, per assalirlo dovunque e' si volgesse. E' vide le sue facoltà, la sua forza, la sua intelligenza, stritolate, annichilite: la polizia ed il clero gli rubavano tutto ciò che Dio gli aveva prodigamente largito. Gli si lasciava unicamente il diritto di mendicare e di morire.
Rientrò in casa e non disse nulla a Bambina. Delle idee sinistre gli ottenebravano la mente. Ei non poteva neppure sbarazzarsi interamente delle sue spoglie di prete e farsi cantabanco, giocoliere: doveva restare e crepare sotto la corrosiva bardatura.
La sera Don Diego cercò il viglietto di introduzione che il capitano Taffa gli aveva dato per suo fratello, capo di ripartimento, passato pocanzi dalla polizia al culto. Quest'ultima speranza però riluceva appena. Si recò, malgrado ciò, dal barone di Sanza e gli raccontò la sua conversazione col commissario.
—Ma, già! sclamò il giovane, gli è così, ed essi han ragione.
Ciascuno per sè. Ebbene gli è giustamente questa rete infame di prete
e di sbirro, la quale avvinghia la società, che trattasi di tagliare.
Ci pensate voi sempre?
Don Diego sorrise ed uscì.
V.
L'entrata nella vita civile.
Don Domenico Taffa, capo di dipartimento al ministero degli affari ecclesiastici, come dicevamo testè, toccava un mensile di cinquanta ducati—180 lire gravate di ritenute. Egli dimorava al terzo piano di una bella casa alla salita di Magnocavallo, il quartiere elegante della ricca borghesia, e pagava 2500 lire l'anno. L'appartamento, vasto, ben aerato, lindo e gaio, mobigliato con ricercatezza: del palissandro,—allora prezioso ancora,—cortine di seta, tappeti, porcellane, quadri, una bella biblioteca, dei bei cristalli, degli specchi dovunque. Un lacchè in livrea si teneva stecchito nell'anticamera. Una donna confezionava, starei quasi per dire, ricamava la cucina. Una graziosissima cameriera riempiva gli uffici di governante.
All'istante in cui Don Diego si presentò, la tavola non era ancora disservita, ed ei potè intravvedere la bella argenteria, la bella biancheria di Sassonia ed i residui di un ricco dessert.
Don Domenico fiutava e sorbiva il moka nel salone con alcuni amici, e Don Diego rimarcò, quantunque poco conoscitore, il bel servizio di porcellana inglese di Minton e la cristalleria di Boemia. Tutto ciò, mediante 180 lire al mese! Era la ripetizione in permanenza del famoso miracolo dei pani e dei pesci, di cui, a vero dire, gli impiegati di S. M. Siciliana conoscevano tutti il secreto. L'han dessi dimenticato di poi, o non ne han lasciato memoria?
Questa opulenza sembrò quasi regale a Don Diego, ed ei provò una specie di trepidazione involontaria. Ebbe per un momento l'aria goffa ed imbarazzata. Aveva dato il viglietto del capitano Taffa al domestico, ed aveva fatto domandare se lo si poteva ricevere. Cinque minuti dopo, Don Diego era introdotto nel gabinetto di Don Domenico.
Questo personaggio avviluppato in una calda zimarruola, uno steccadenti fra le labbra, entrò quindi a poco e toccò un piccolo campanello per chiamare un domestico che venisse a rimuovere il fuoco del braciere.
Ei navigava fra i cinquant'anni e di già si brizzolava. La sua taglia tendeva all'adipe. Aveva viso aperto, rubicondo, quadrato, minuziosamente raso, da brav'uomo; era lindissimo e si dondolava camminando. Le sue labbra erano carnose, rosse, grosse, i suoi occhi vivaci. Parlava il dialetto napolitano, si fregava le mani ad ogni frase, mirava al concettino, aveva maniere senza ritegno, la voce mingherlina. Egli adorava Pulcinella, al teatro San Carlino, Casaciello, al teatro Nuovo.
La biblioteca era chiusa a chiave, ed alcuno non si avvisava di toccare a quelle opere così bene legate, così bene in ordine dietro i cristalli, come dei mobili appropriati al gabinetto. Il tavolo era coperto di carte, una corrispondenza di larghi dispacci, coi grandi suggelli di cera rossa stemmati. Don Domenico era l'amico ed il confidente di due potenze: il ministro degli affari ecclesiastici, il confessore del Re. Egli provvedeva di vescovi il ministro che s'intendeva col confessore, e costui li faceva approvare da S. M., nel cui nome erano proposti alla Santa Sede.
Ciò spiega l'importanza di Don Domenico e la sorgente della sua fortuna.
Uscito il domestico, chiuse le porte, il provveditore di vescovi che aveva fatto sedere il povero prete accanto a lui, credendolo un cliente, gli dimandò con voce affatto melliflua:
—Vogliate dirmi, signore, qualche parola sulla vostra persona, e che cosa posso fare per voi, perchè mio fratello vi raccomanda a me con interesse.
Don Diego raccontò la sua storia senza nulla omettere, eccetto le sue opinioni politiche e religiose.
Don Domenico cangiò portamento.
—Riconosco ben là mons. Laudisio, diss'egli. Quel diavolo di uomo ci dà più bisogna egli solo che tutto l'episcopato del Regno preso insieme. Gli è un uomo fuori classe quello lì. Doveva essere prefetto di polizia: se n'è fatto un vescovo.
—Il vescovo non ha assorbito il prefetto di polizia, osservò Don
Diego.
—Ebbene, figliuolo mio, ripigliò Don Domenico, giuocherellando col curadenti, io non so proprio, io non so assolutamente che fare per voi. Voi siete povero….
—Poverissimo, interruppe Don Diego.
—E ciò che è peggio ancora, soggiunse l'impiegato, voi sembrate aver del merito, della dignità e dell'ambizione.
—Dell'ambizione propriamente, no, rispose Don Diego. Ma io ho bisogno di vivere e di dare a vivere a mia sorella.
—Diavolo! voi siete afflitto ancora di una sorella?
—Sì, sclamò Don Diego: potrei quasi dire di una figlia.
—Che età ha dunque vostra sorella?
—Non ancora diciotto anni.
—È dessa bella?
Don Diego guardò il suo interlocutore di un'aria malcontenta, esitò a rispondere, poi disse, sospirando:
—È bella come la Vergine Maria, e pura come ella.
—Diavolo! diavolo! incalzò Don Domenico; ciò complica la situazione….
—E triplica la spesa, soggiunse Don Diego, ghignando.
—È dessa maritata, vostra sorella?
—No.
Don Domenico restò qualche tempo a riflettere, poi proruppe:
—In fede mia, no: io non posso nulla fare per voi. Di un cattivo prete, toccato dalla Grazia ed inscritto al Gran Libro, si può ancora, a peggio andare, tirare un vescovo, un monsignor romano, un canonico, un abate. Ma voi avete su di voi gli occhi della polizia e siete povero. Accomodate ciò, se potete.
—L'è proprio così, sì: sorvegliato, pitocco, e non un amico.
—Oh! gli amici poi non si scontano al Banco di Napoli, e non se ne trovano che per averli a pranzo o per farsi mettere a male. Il migliore amico di questo mondo, mio caro, è il re….
—Fosse anche un travicello?
—Fosse anche un re a Statuto, purchè impresso alla zecca su delle rotelle di argento e d'oro.
—In questo caso, sclamò Don Diego, io sono sans-culottes.
—Se voi aveste solamente sei poveri mille ducati!
—Una miseria! che!
—Gli è che monsignor Cocle, dappoi che egli ha quella piccola
Passaro, diviene un baratro spaventevole. E' non trova mai che basti.
—Un confessore di re? pensate mo! Allora?
—Ebbene, dei sei mila ducati, tre mila a monsignor Cocle, due mila a Sua Eccellenza, il mio ministro, e mille per il vostro umilissimo servitore. Gli è per un boccone di pane! E' mi rubano, quei briganti tonsurati. Almeno se mi lasciassero le mani libere! Se quei maledetti vescovi morissero almeno presto! Ora i miei superiori cominciano perfino a trovare la mia mercanzia un cotal poco punticcia. C'è per dio da disgustarsi del mestiere.
—E se io trovassi codesti sei mila ducati? domandò Don Diego.
—Ah! per tutti i santi! procurate di averli e fate presto. Un'occasione superba, in questo momento. Il vescovo di Teramo è morto d'indigestione, disse egli. Il suo posto è a riempire. Il vescovado rende quattro mila ducati l'anno, forse anco cinque mila, rinfocolando un po' la religione. Potete inventare una madonna che guarda bieco che piange…. Insomma, un poco più della rendita di un anno, e voi sarete patta. Voi vedete! gli è per un mille crazie! per un tozzo!
—Ma! gli è precisamente codesto tozzo che mi manca.
—Tanto peggio per voi allora. Io non posso ribatterne un carlino. La piccola Passaro pretende anch'essa cinquecento ducati per le sue spille, adesso, l'orrida cammella! Fosse bella almeno!
—E voi non pensate a farla saltare, eh?
—Perdio! Se ci penso! Ma con un'altra sarebbe la stessa minestra. A meno che io non metta a quel posto una guidoncella di mia conoscenza che per riconoscenza non mi ricatti.
—L'è giusto.
—Ma quel porco grossolano monaco….
—Qual monaco?
—Monsignor Cocle, perdio! che vede pertanto delle belle dame alla corte e passa al bucato la coscienza del re e della regina…. sissignore! egli si è impaniato in quella moresca butterata…
—Che specie di femmina è dunque codesta piccola Passaro? domandò Don Diego, intrigato perchè colui parlasse di codesto, e così liberamente, con lui, cui punto non conosceva.
—Ma l'è di lei che io parlo. Figuratevi un botticello, cremisino, a grosse labbra di mora, senza vita e senza spirito, con un subbisso di ciccia che sbocca ed inonda dovunque, che s'ubbriaca con Monsignore, che mangia quanto lui, vale a dire come quattro uscieri; un compagnone d'indigestione in gonnella!
—E nient'altro che questo?
—Ma! vi debbe essere altresì qualche altra cosa…. ma poco.
—Ebbene, bisognerebbe presentare a monsignore un partner dei suoi piaceri di un altro stampo.
—Ah! se avessi una sgualdrinella parigina sotto la mano! Lo farei marciare il vecchio maiale, veh! Ma non parliamo più di ciò! Quanto a voi, ve lo ripeto, sono impotente. Pas d'argent, pas de saucisses! soggiunse egli ridendo.
—Lo so. Una chiave d'oro, è la sola chiave che apre tutte le porte qui.
—La sola, no. Una bella donna, un segreto di Stato, un servizio reso alla polizia, l'abilità a manipolare un miracolo… che so ancora? No, vi sono altre risorse nel nostro bel paese, grazie a Dio. Laonde non bisogna disperare. Cercate, sappiate cercare, e troverete.
—In un parola, bisogna essere vile ed infame, osservò Don Diego.
—Ah! sclamò Don Domenico come allocchito, se voi apprendete la lingua nei cattivi dizionari, se voi avete dei principj, aprite una finestra e gettatevi nella corte…. Questo mondo non è per i gaglioffi, soggiunse Don Domenico, con umore, alzandosi.
—Scusate, signore, disse Don Diego, accorgendosi d'aver offeso l'impiegato che da una mezz'ora gli parlava a cuore aperto. Perdono, davvero. Non è dei principj che io proclamo qui; è la mia inesperienza di linguaggio che mi fa chiamar oca un papagallo. Arrivo di provincia. Ma mi formerò….
—Oh sì, mio caro, formatevi e poi venite a vedermi. In questo mondo non si vive mica solamente di vescovadi. Voi potete fare altra cosa.
—Ah! se io non avessi a lottare contro la polizia….
—Corbellerie! La polizia non esiste. Voi non avete a lottare che
contro la miseria. Abbiate dei quattrini, e vi si darà il Padre
Eterno. D'altronde, voi sarete ricco quando non avrete più pregiudizi.
Voi avete una mina….
—Sì, rispose Don Diego sorridendo: la mine d'un homme condamné au suicide.
Don Domenico alzò le spalle come un uomo che si dice: Non ci è nulla da cavare da questo idiota! Ed aprì la porta del suo gabinetto.
Don Diego uscì. Era già nella corte, quando il domestico corse dietro a lui e lo pregò di risalire.
Il suo padrone aveva un'ultima parola a dirgli. Don Diego risalì. Don Domenico l'attendeva sulla soglia della porta del suo gabinetto ove era restato a riflettere.
—Udite, diss'egli, un ultimo consiglio. Mio fratello mi ha pregato d'interessarmi del caso vostro….
—Grazie, signore, rispose Don Diego con dignità.
—Mandate vostra sorella a confessione…. Voi dite ch'ella è bella…
—Signore, interruppe Don Diego, mia sorella è straniera ai miei affari, ed io non vedo perchè….
—Infatti! replicò l'impiegato con disprezzo. Ritornate dunque al vostro villaggio ed andate a zapparvi la terra. Io non so perchè siate venuto a Napoli. Io aveva creduto veder lampeggiare sul vostro sembiante altra cosa. Ma, e' pare che la natura si piace talvolta dare al tacchino la forma dell'avoltoio. Addio, signore.
—Scusatemi ancora una volta, signore, riprese Don Diego. Datemi ad ogni modo il vostro consiglio. Voi siete buono in sostanza. Fate come l'agricoltore che getta la sua semenza e non guarda se qualche granello cade sulla pietra.
—Non si semina sul tufo, in generale, replicò Don Domenico con impazienza. Ad ogni evento, ecco ciò che avevo a consigliarvi. Mandate vostra sorella a confessione dal P. Piombini della Compagnia di Gesù ed aspettate. Addio.
E dicendo ciò. Don Domenico volse le spalle al provinciale e rientrò nel salone dove i suoi amici l'attendevano per giuocare una partita di mediatore—una specie di whist bastardo che si giuoca nel napolitano.
Don Diego andò a passeggiare alla sponda del mare, la testa piena di pensieri, il cuore pieno di dubbi. Quella conversazione cinica apriva innanzi ai suoi occhi un nuovo orizzonte. Rientrò tardi, molto distratto e silenzioso. Egli meditava le proposizioni,—cabalistiche allora per lui,—seimila ducati per esser vescovo! un secreto di Stato! un servizio alla polizia! un confessore per sua sorella! una mina!… Ei levò la testa e scorse in faccia a lui Bambina che lavorava. Ei la contemplò lungamente. La vedeva forse per la prima volta. Poi si alzò di balzo e prese la volta della sua camera senza schiudere le labbra.
—Non mi abbracci dunque questa sera? disse Bambina. Cosa hai dunque?
Non mi racconti la tua visita?
—No, rispose Don Diego. Non ti racconto nulla. Questa città è un inferno popolato di vigliacchi e d'infami.
Ed uscì. Bambina sclamò sorridendo:
—Mio caro Seneca, io vorrei che il tuo inferno fosse almeno un poco più caldo, perocchè ti confesso che io agghiado, e ti prevengo che domani bisogna comperar dei carboni.
L'indomani, questa povera famiglia fu risvegliata alle sette del mattino da un birro che veniva ad ordinare a Don Diego di presentarsi di nuovo al commissario di polizia, a mezzodì. E gli estorse due carlini per essersi… scomodato!
—Che mi vogliono ancora? mormorò Don Diego. Non mi sbarazzerò dunque giammai di codesta orrida ribaldaglia.
All'ora indicata, nondimanco, si trovò alla presenza di Campobasso, il quale lo ricevè con un piglio più brutale che mai. Egli intimò alla sua vittima di avere a lasciar Napoli fra quindici giorni, per ordine del prefetto di polizia. Fu un colpo di fulmine per quel disgraziato che aveva appena speso quasi intero il minimo peculio per installarsi su quell'angolo di terra da cui ora lo si espelleva senza pietà e senza pretesto. Se avesse saputo ove andare almeno! se almeno fosse stato solo!
Le lagrime gli rotolavano per gli occhi. Divenne orribilmente pallido.
Barcollò. L'atroce commissario si sentì quasi intenerito.
—Gli è per ordine del ministro, disse egli. Non ci è a recedere.
—Ma che ho dunque fatto? domandò Don Diego con una voce soffocata, che ho dunque fatto che mi si tratta peggio dei forzati?
—Ciò che i forzati non fanno, rispose il commissario. Voi vi mischiate degli affari del vostro paese, della sua morale, del suo governo, di libertà, di dignità e di non so che altre fandonie. Ma quando si ha la perversità di cospirare contro lo Stato, si dovrebbe almanco avere abbastanza spirito per scegliere i suoi complici.
—Ma io non cospiro, gridò Don Diego.
—Contatela ad altri, figliuolo, replicò il commissario. Non sono forse i vostri amici che vi hanno denunziato?
—I miei amici! Ma io non ho amici, io.
—I vostri complici, se vi piace meglio, Insomma, coloro che conoscono i vostri fatti ed i vostri pensieri.
Don Diego parve schiacciato.
—Voi non sapete mica dunque, innocente provinciale, continuò Campobasso, che quando voi cospirate, noi altri, noi, siamo sempre un po' della partita. Cercate bene nella vostra memoria, e vi ricorderete chi ha potuto essere il vostro Giuda.
—Io non ne conosco alcuno, replicò Don Diego con semplicità.
Poi soggiunse, per correggere lo sbaglio:
—D'altronde, io non ho giammai cospirato.
—Davvero! sclamò Campobasso, voi mi fate pietà. Voi avete una natura generosa, senza fiele; io m'interesso a voi. Al vostro posto, io mi vendicherei; ma vi hanno di già sobbillato nel quartiere che io sono un tristo. Perciò rassegnatevi, rendete il bene pel male ed abbandonate Napoli avanti che spiri il termine fisso dal ministro.
—Ma, signor commissario, poichè voi dite che le mie disgrazie vi toccano, non potreste voi suggerirmi un mezzo per far rivocare da Sua Eccellenza l'ordine che mi precipita in un abisso di disastri.
—Io non ne conosco che uno: provare a Sua Eccellenza che le persone che vi hanno calunniato sono vostri nemici e che dessi vendono la vostra pelle per salvare la loro.
—Ma io non li conosco codesti nemici, gridò Don Diego in tuono commiserevole.
—Per Dio! non è poi difficile a comprendere, e' mi sembra. Il ministro ha scoverta la cospirazione di cui voi fate parte. Qualcuno dei vostri complici ne ha parlato caricando il delitto sugli altri. Ora, ei bisogna provare al ministro che voi siete innocente, tutto al più un accalappiato, e che gli altri sono i rimestatori.
Don Diego udì il commissario attentamente, riflettè qualche secondo, indovinò infine la trappola e rispose con calma:
—Io non conosco alcuno, non ho fatto giammai parte di alcuna società segreta. Vedo dunque che la mia sventura è senza rimedio e che debbo soccombere.
—Sta bene, ruggì il commissario sconcertato. Fra quindici giorni, a mezzodì, voi avrete lasciato Napoli. Se no, voi avrete a fare con me.
Don Diego uscì. Gli era troppo: si sentì piegare sotto il peso. Gli si dimandava infamie sopra infamie; lo si circondava di trappole grossolane, cui non si degnava neppure dissimulare; gli si proponeva, senza mercè, ogni specie di cose orribili ed odiose: comprate una carica, siate spia, vendete vostra sorella, prostituitela al confessionale di un gesuita, denunziate i vostri amici, infangate la vostra anima, abjurate le vostre credenze morali e politiche; siate Caino o morite di fame! Il cuore di Don Diego si spezzava e si abbronzava.
Adesso, egli vedeva il suo cammino: solamente aveva a scegliere. Gli si dimandava una metempsicosi infernale. E si trattava forse di un semplice problema di psicologia e di fisiologia sociale? No.
Nella scelta che gli si proponeva era implicata l'esistenza di sua sorella come la sua: la quistione morale si complicava di una quistione di vita o di morte. La scelta sarebbe stata libera, se si fosse trattato da lui solo: non l'era più dal momento in cui l'onore, la vita, l'anima, l'avvenire di Bambina vi erano compresi. Gli si domandava, inoltre, un'eccezione unica alla regola, ovvero quell'abbominevole governo gli proibiva di divenire l'esempio solenne di un prete, colpito dal vescovo ed assolto dalla società, condannato a morte dal potere spirituale e salvo dalla società laica? Il governo si credeva nel suo diritto mettendo in atto l'editto dell'interdetto episcopale, quando non poteva vantarsi d'aver fatto grazia ad un amico, ad un fedele, ad un complice, ad uno strumento.
Don Diego si trovò, senza saper come, nella Villa Reale, assiso sul muro che corre sul mare. La sua testa era abbattuta, le gambe penzolavano, le braccia s'incrociavano sul petto: meditava e piangeva. Sentì le sue guance molli a sua insaputa, quando il tramonto lo fece avvedere che era colà da parecchie ore. Si levò allora, passò le mani sul volto, che si addolcì.
Aveva egli risoluto il suo problema?
Bambina fu stupita a veder suo fratello quasi gaio. Mangiò molto, e si divertì a far delle pallottole di mollica di pane, pensando Dio sa che. S'informò di Don Tiberio e scherzò su i suoi vicini. Infine condusse sua sorella ad udire la musica innanzi al palazzo reale e la ricondusse in carrozza dopo averle fatto bere un sorbetto della regina. Bambina gli disse:
—Come dunque? tu mi vizii adesso?
—Ti do una ricompensa prima di dimandarti un sacrifizio.
—Vedete un po'! E qual sacrifizio don Agamennone degna dimandare a donna Ifigenia?
—Domani tu andrai a confessarti.
—Oh! oh! scoppiò Bambina ridendo. A confessarmi!
—Che vuoi, piccina mia? Siamo a Napoli: ciò è alla moda. Bisogna far dunque come tutti fanno.
—Ed ove andrò a confessarmi, di'?
—Dai gesuiti, dal loro confessore in voga, al padre Piombini che spilluzzica le anime di tutte le dame del gran mondo napoletano.
—E cosa occorre dire a quel rigattiere di cenci d'anime?
—Tutto ciò che ti passerà pel capo. Ma trattasi meno di dire che di lasciar parlare ed ascoltare. Resterai dieci minuti sotto l'alito fetido di quel monaco che t'insozzerà il viso. E che Dio ti riconduca così pura da quella gogna di corruzione come vi sarai andata, tesoro mio.
—Ciò ti farà piacere, fratello?
—Ciò è utile.
—Sia. Andrò e mi divertirò forte a giuocare di astuzia con un gesuita. Poi se non dirà che ha confessato la Vergine Maria, io rinunzio ad esser donna. Buona sera.
Mentre Don Diego se n'era andato alla Villa Reale, il commissario Campobasso si era recato dal prefetto, e questi, in seguito, dal ministro per rendergli conto dell'interrogatorio del prete.
—Ebbene? dimandò il marchese di Sora.
—Eccellenza, è sembrato estremamente abbattuto dell'ordine di espulsione.
—Si è desso lamentato?
—Sì, ma non fino alla bassezza.
—Quale ragione avete voi data dell'adozione di questa misura?
—La denunzia di qualcuno dei suoi complici, che l'ha accusato per mettere in salvo la propria testa.
—E non ha nominato alcuno?
—No, Eccellenza. Assicura anzi non aver complici.
—E poi?
—Si è rassegnato a lasciar la capitale.
—Sta bene. Aspettate miei ordini per dar seguito a questo affare.
—Lo lasceremo tranquillo allora?
—Ora, che uno dei nostri agenti travestiti dia questa lettera ad un commissionario per ricapitarla al suo indirizzo.
Il marchese di Sora prese un foglio di carta e vi scrisse qualche parola in cifre. Poi piegò la lettera in un certo modo, la suggellò senza alcuno stemma e la rimise al prefetto.
—Scusi, Eccellenza, e l'indirizzo?
—Ah! sì, sclamò il marchese. Scrivete.
Il prefetto prese la penna, il marchese dettò:
—Al signor Antonio, mercante di tabacco, Piazza della Carità.
—È fatto. Ora Vostra Eccellenza vuole ella il rapporto della giornata?
—Me lo comunicherete stasera nel mio palco a S. Carlo. Nulla di urgente?
—-No, Eccellenza. Il rapporto del n. 7.
—Datemelo codesto. Barcolla sempre il Reverendo Padre?
—Più che giammai. La Compagnia esita. Cattivo segno.
—Credete?
—È arrivato al Gesù Nuovo un corriere di Roma nella notte ed è ripartito la notte stessa.
—Ed il n. 15 non ne fiata?
—Non ha potuto saper nulla. Tutto si è passato nel piccolo consiglio.
—Sta bene. Andate.
L'indomani alle otto del mattino, il barone di Sanza venne da Don
Diego, e gli disse:
—Andiamo. Vi presenterò ad un uomo che può esservi utile.
Bambina entrò. Lo sguardo di Tiberio le andò incontro.
VI.
Ove si vede le anime del Purgatorio divenir spie.
Seguiamo dapprima Don Diego.
Verso il principio della strada dei Tribunali si trova una chiesa dedicata alle anime del Purgatorio. La chiesa è bruttissima, piccola, imbianchita alle calce. Degli orridi sgorbi tengon luogo di quadri; uno strato di fango tien luogo di solaio. Nondimeno questa chiesa è la più frequentata dalla plebe napolitana.
Dalle sei del mattino all'una del pomeriggio, i suoi numerosi altari sono occupati, senza un minuto d'intervallo, da preti che dicono messe. Avete fretta? volete udire una messa corta, lesta, vispa, alla buon diavolo? Entrate e troverete il vostro affare bello e pronto. Avete udito o visto altrove una metà, un quarto, un quinto di messa? salite le sporche gradinate di questa chiesa, penetratevi, guardate in faccia, a destra, a sinistra, di dietro, e troverete ad un altare od all'altro il complemento della vostra bisogna. Nulla non langue nell'operazione. Il collega attende sotto i guarnimenti per andare a prendere il posto: non bisogna farlo aspettare. Il pubblico è impaziente di far le sue divozioni; non bisogna rattenerlo: le sue occupazioni lo chiamano altrove.
La chiesa del Purgatorio è la provvidenza del prete ridotto all'estremità. Chiunque voi vi siate, indossate un arnese scuro, tendete un po' i vostri capelli alla sommità del cranio, siate sporco a dovere, radete i vostri baffi ed andate. La prima volta vi occorrerà forse un pastor bonus, di cui non si riguarda sì d'appresso la marca di fabbrica, ovvero qualcuno che garentisca, per dieci soldi, che voi siete prete; poi, non più formalità. Entrate. Nella sacrestia si tien pronto un luccaccio nero, che passa di spalla a spalla, e che nasconde i vostri cenci, i vostri abiti un po' laici, i vostri stivali alla scudiera,—per dir la messa bisogna essere in sottana,—vi tuffate dentro, covrite la saiaccia con altri paramenti sacerdotali, prendete il vostro turno, e via! Appena la messa terminata, vi danno due carlini,—18 soldi,—e che Dio vi accompagni. Se ciò non basta al vostro sostentamento, andate in un altro rione lontano della città e ricominciate la rappresentazione.
—Ma gli è un sacrilegio! dissi io un giorno ad un prete.
—Niente affatto, e' mi rispose. Io non consacro che una volta sola; ed il buon Dio non me ne vorrà se mi aiuto in questa guisa. Posso vivere con 18 soldi al giorno?
Ora, qual'è la sorgente di questi numerosi diciotto soldi? Perocchè si spippolano in questa chiesa qualche cosa come duegento messe al dì.
Eccola.
Il Purgatorio è la più felice invenzione finanziaria della chiesa cattolica. Questa specie di dock delle anime, sospeso tra l'Inferno ed il Paradiso, occupa l'entre-sol incomodissimo della salvazione, un lazzaretto malsano, molto angusto, avente nel medesimo tempo le angoscie dell'inferno e l'ansietà del Paradiso cui s'intravede come Tantalo vedeva l'acqua. Per uscirne bisogna pagare i diritti di magazzinaggio, farsi lindo, soffocare ogni minimo germe di contagio: l'anima s'imbucata essa stessa nel fuoco cortese del luogo.
I sopravviventi nel mondo possono pagare il dritto di passaggio nelle mani di un prete che ne trasmette la ricevuta nel cielo. Questa ricevuta sono la messa o le indulgenze.
Le anime liberate così rendono poi ogni specie di piccolo servigio nel cielo a coloro che hanno cooperato al loro affrancamento, e la partita si salda onestamente. Ora qual'è il figlio così crudele che rifiuterebbe a suo padre, a sua madre un aiuto sì utile per cavarle di smania? Qual'è la madre senza cuore, la sposa senza viscere che vorrebbe lasciare il figlio amato, il marito affettuoso cui potrebbe riconfortare? Da tutto ciò, quelle cotali elemosine per le anime del Purgatorio, inventate nel VI secolo, cui i protestanti attaccano così vivamente.
La plebe e la borghesia napoletana, che non sono eretiche, se ne vanno in solluchero per le anime del purgatorio. Si scrocca, si ruba, prostituisce ognuno ciò che può, si fa tutto il male possibile, tutte le ribalderie…. peccato veniale! Si dà il suo piccolo quattrino alle anime del purgatorio; egli è l'affare di codeste anime di dissozzare questi atti e presentarli al buon Dio come delle azioni meritorie. Ed il buon Dio crede ed assolve, sulla parola di quelle animucce. Nè abbiate a temere negligenza ed oblio. Vi pare e' possibile! quelle care anime non si discreditano per così poco, a rischio di restare più milioni di anni nei tini del raffinamento.
Si tratta adesso di rendere il pagamento di questo tributo facile ai fedeli che amano i loro comodi che non hanno il tempo di andare a gittare il loro obolo anonimo nel cassetto delle limosine delle chiese. Il rimedio è bello e pronto. Il parroco della chiesa delle anime del purgatorio mette l'elemosina in regìa, ed uno speculatore ne prende l'impresa a cottimo, per aggiudicazione.
Il concessionario, questa volta, si chiamava Don Lelio Franco, a cui
Don Diego andava ad essere presentato.
Don Lelio aveva divisa la sua commissione fra ventiquattro commissionari, due per ogni quartiere di Napoli, e costoro venivano ogni giorno, tra le tre e le cinque pomeridiane, a pagare la quota quotidiana del loro debito al cassiere dell'intraprenditore generale.
Il cassiere in esercizio era morto. Don Lelio aveva accettato Don
Diego Spani per surrogarlo.
—Le vostre funzioni sono semplicissime, disse Don Lelio al suo nuovo impiegato. Non avrete che a riempire il bianco, alla data del giorno, nel libretto del collettore, e riportare sui nostri registri le partite pagate. Ma ciò non è tutto.
—Debbo tenere inoltre un registro di cassa? interruppe Don Diego.
—Sarebbe un lavoro inutile, rispose Don Lelio. Io piglio la consegna della cassa ogni sera, prima che voi partiate, e voi la trovate vuota l'indomani. Il vostro impiego è soppannato di una funzione morale delicatissima e difficilissima. Voi siete un portavoce maggiore, che avete sotto i vostri ordini altri ventiquattro portavoce.
Don Diego spalancò gli occhi ed ascoltò attentamente. Don Lelio continuò:
—Non è collettore delle anime del purgatorio chi vuole. Codest'uomo, dall'aspetto bonario o sorridente, pulitamente vestito ma senza affettazione, una scodellina gialla alla mano a guisa di coppa, dondolandosi gravemente, parlando a voce dolce, è un compare pieno di astuzie, di unzione, di elasticità, eloquente come dieci avvocati, dicendo mille cose con una parola, indovinando il pensiero del pensiero, sceneggiando l'indifferenza, e spandendo nelle città il soffio che fa battere i cuori, i cervelli, le lingue per ventiquattr'ore. Egli sa a chi deve dare a baciare le anime del purgatorio dipinte sul suo scodellino, a chi bisogna dare una presa di tabacco o un numero alla lotteria, a chi conviene raccontare una storia, a chi bisogna soffiare un consiglio. Egli sa come fare espettorare due soldi a chi non ne dà che uno con stento, chi bisogna far ridere di un motto arguto, chi incoraggiare con un sursum corda divoto, come far sorridere una bella figliuola, come piaggiare una buona madre, come celare una gherminella ora della moglie ora del marito che si lamenta, e come si scongiura un sospetto con una piccola menzogna.
—Infatti! osservò Don Diego, gli è molto più facile fare il ministro.
—Aggiungete, disse Don Lelio, il lato politico del personaggio.
—Il lato politico?
—Sissignore! Noi siamo come la linea di congiunzione tra il popolo e la polizia,—la polizia che ci sorveglia e ci fa sorvegliare, il popolo che abborre la polizia, e che talvolta si lascia scappare una parola, talvolta rivela un mondo di dolori e di speranze con un sospiro o con uno sguardo. Leggere il silenzio, gli è forse il lato meno difficile del mestiere. Ebbene, bisogna che quest'uomo gioviale, buono, tutto occupato di Dio comprenda, indovini, formuli tutto ciò scherzando, motteggiando parlando della vita eterna, e che ve ne renda conto di una parola, mentre voi segnate sul suo taccuino, senza far sembianze di nulla udire e di nulla dire, tirando giù un'addizione di grani e di carlini, in presenza dei suoi colleghi che non debbono comprendere nulla. Voi dovete ascoltare ciò, ritenere il motto, spiegarne il senso e farmi ogni sera, prima che ve ne andiate, contando il danaro incassato, il rapporto dello stato delle anime della città. Voi toccate ogni giorno quei ventiquattro polsi di Napoli e ne tirate la diagnosi di cui mi presentate il bullettino.
—Lo farò, disse Don Diego.
—Questo è il lato direi quasi passivo del vostro impiego. Sappiate ora quale è il lato attivo. Voi dovete trasmettere la parola d'ordine dell'indomani a quella gente, nella medesima maniera, col medesimo accorgimento, facendo mostra della stessa indifferenza.
—E chi mi darà codesta parola d'ordine? domandò Don Diego.
—Io, disse Don Lelio.
—E voi, signore, da chi la tenete, voi?
Questa dimanda, forse inattesa perchè audace nella bocca di un subalterno che parla al suo superiore, turbò Don Lelio.