Don Lelio era paglietta. Egli aveva avuto non so che baruffa con la polizia, a causa di un processo di ladri, nel quale egli era risultato un po' manutengolo.
Dopo di allora aveva giurato, diceva egli, un odio a morte al governo dei Borboni, al dispotismo, alla polizia, alla chiesa che aiuta la polizia, alla magistratura che è instrumento docile dell'una e dell'altra. Si era intromesso tra i liberali ed era divenuto una specie di gallo dell'alba, cui alcuno non avrebbe osato sospettare.
Bell'uomo del resto, faceto, generoso, gran mangiatore, gran libertino, forte al bigliardo, ripetitore di bei motti, conoscendo tutti, conosciuto da tutti, non avendo nemici, troppo famigliare, gradasso a parole, paterno all'occorrenza, senza rancore verso i giudici di cui si faceva volentieri l'agente o il depositario delle mance a toccare dai litiganti dopo aver guadagnato il processo. Egli era l'agente corruttore di quell'eterna prostituta che addimandasi magistratura. I clienti s'indirizzavano a lui per arrivare a colpo sicuro al commissario relatore del loro processo o al consigliere influente nella votazione.
Oltracciò, quarant'anni, marito di una moglie brutta, padre di famiglia orrida. Figura aperta, grassona, ben rasa, a doppio mento, bocca sorridente, occhio penetrante, intelligenza svelta, ateo rimpinzato di una messa al dì.
Il suo imbarazzo a rispondere non durò che un attimo. Tutt'altri, meno intelligente di Don Diego, non se ne sarebbe avveduto.
—Io? sclamò Don Lelio, voi mi dimandate ove io attingo le mie inspirazioni? Ditemi anzi tutto, voi, da parte di chi venite qui, che specie di uomini sono coloro che vi hanno raccomandato a me ed introdotto in casa mia?
—Io non ne conosco che uno, rispose Don Diego: il barone di Sanza, mio compaesano.
—Rispondete voi di lui?
—Io arrivo di provincia.
—Egli ha risposto di voi, nondimanco!
—Suo padre, il conte di Craco, che mi conosce dall'infanzia, gli avrà forse scritto di aiutarmi.
—Voi siete dunque ben sospettoso, o, se meglio vi piace, ben prudente, per non osare rispondere apertamente del barone.
—Io non dico ciò, al contrario! sclamò Don Diego allarmato. Ma rispondere di che?
—Di che! ghignò Don Lelio. Ebbene, poichè noi ci conosciamo sotto la guarentigia del barone di Sanza, restiamone lì, e non cercate indovinare il senso e lo scopo di ciò che io vi dirò e cui voi comunicherete ai miei collettori. La nostra posizione è complessa. Una parola imprudente, ed ecco messo su uno svegliarino che non si sa più dove si fermerà. I miei sotto appaltatori non sono tutti dello stesso colore. Se io ne avessi racimolato un mazzetto di giacobini, il prefetto di polizia avrebbe aperto gli occhi e le orecchie molto più che nol fa attualmente.
—Comprendo anche ciò, disse Don Diego.
—Che fortuna! riprese don Lelio celiando. Ora, come noi non sappiamo la rivoluzione che si opera nell'animo di quella gente, ogni giorno, sotto il soffio di tante cause e di tanti agenti diversi, egli è prudente, mi sembra…
—Di tacersi, interruppe Don Diego.
—Un avvocato che si tace? donde diavolo sbucate voi zzi prè! Cesare aveva paura del silenzio di Cassio. Il marchese di Sora, il nostro ammirabile ministro di polizia, non ammette neutri.
—Ma allora….
—Ah! allora gli è mestieri essere accorti. Noi siamo degli uomini di affari qui e non dei missionari che esercitano un apostolato, come dice il nostro grande messia Giuseppe Mazzini. Io traffico elemosine e messe; io sono intermediario tra il cielo e la terra per la pesca delle anime del purgatorio che cacciamo in paradiso. I miei azionisti, che hanno accomanditato questa santa tratta, non capiscono un'acca di costituzione, di unità italiana, di costituenti, del diavolo e di sua moglie. Essi mercanteggiano anime di trapassati, non di cittadini del regno costituzionale delle Due Sicilie. Bisogna restar fedeli al mandato. Servire i nostri amici, ma non solleticare la folgore assopita dei nostri nemici. Davvero! noi saremmo proprio bene avanzati se chiudessero la nostra bottega. Capperoni! e le anime che bollono nel fuoco vendicatore e redentore? Ed i nostri padri, le nostre madri che ci tendono le braccia dal fondo della loro caldaia di zolfo? Ser abbate, vi do quattro carlini al giorno. Se ci f….. in gattabuia, e' non sarà il barone di Sanza che ce ne caverà e che vi darà soltanto tre calli.
—Volete farmi la grazia, signore, disse Don Diego dopo un istante di silenzio, di spiegarmi chiaramente e senza considerazioni indirette, la natura delle mie funzioni morali, oltre il conto materiale del danaro. Io non vi comprendo, perchè ho paura d'indovinar troppo.
Don Lelio appiccò i suoi occhi scrutatori sul viso del suo interlocutore e lo sbirciò lungamente. Don Diego, a sua volta, lo guardò negli occhi intrepidamente. Essi si squadrarono come due persone che vanno a battersi, cercando di pesarsi mutuamente, scandagliarsi, leggere l'uno nel pensiero dell'altro. Infine Don Lelio ruppe il silenzio.
—Siete voi ricco? dimandò egli.
—Sono un ciompo.
—Vi do allora otto giorni per trovarvi un altro posto. Questo qui, è al di sotto del vostro ingegno e della vostra coscienza.
—Voi mi mandate dunque via prima d'avermi messo alla prova?
—Io vivo troppo in mezzo ai preti perchè non mi abbia a sbagliare sul loro carattere. Io li detesto cordialmente, auguro loro tutti i gaudi nel paradiso e la galera in questo mondo. Voi siete prete, in dissidio con la chiesa, in uggia della polizia, fulminato dal vescovo, seguito alla pesta dal commissario del quartiere. Io non vi avrei mai scelto per mio contabile. I vostri amici, miei amici, vi hanno lanciato qui. Non vi respingo, ma non vi accetto per direttore della mia intrapresa. Coloro che hanno il diritto di parlare possono sapere ciò che dicono. Voi non avete che a ripetere come un pappagallo. Ripetete, ripetete, e rinunziate a comprendere. Ecco il vostro dovere. Voi ignorate il valore delle parole. Voi non sapete se, dicendo: viva il re! ciò non significhi bello e buono: giù coi Borboni! Voi non siete del comitato, ch'io mi sappia.
—Io son nulla di nulla.
—Voi siete, in ogni caso, un mangiatore di pane—fruges consumere nati; e con quattro carlini al giorno potete regalarvi altresì di maccheroni. Questo scanno alla taverna della vita non è da schifiltare. Domani voi sarete forse un'altra cosa. Nessuno s'immagina di domandarvi una responsabilità. Io stesso, io, non ne prendo alcuna. Io subisco la legge del più forte, e gli fo le fiche.
—Certo, rispose Don Diego, ma intendiamoci in modo che non vi siano poscia malintesi e che non abbiate a dirmi: vi siete ingannato! mi avete ingannato! Voi appartenete al partito liberale e lavorate sotto gli occhi della polizia.
—Proprio così.
—Ambedue esigono da voi dei servigi. Ambedue vi somministrano il loro contingente di agenti.
—A meraviglia.
—Voi non potete nè contentarli nè ingannarli, meno ancora accordarli tutti e due.
—Non m'incaricherei di codesta bisogna.
—In questo caso, per quale di loro optate voi?
Il colpo era diretto. Don Lelio lo parò.
—Quando si tratta della mia persona unicamente, io opto pel mio partito. Quando si tratta degli interessi della società ch'io rappresento, rifletto.
—Ma, ogni riflessione fatta?
—Che fareste voi, voi?
Don Diego si turbò, esitò, cercò la risposta.
—Certo, sclamò desso infine, non si possono recider così liberamente gl'interessi degli altri.
—Ma se foste obbligato a un dovere simile? Se vi fosse interdetto perfino di consultare codesti interessi, senza compromettervi, senza comprometterli? Se cedendo il vostro posto voi siete una vittima, senza cangiare la vostra situazione,—perocchè un'altro farà ciò che voi rifiutate? Se il diavolo non fosse poi così nero come lo s'immagina? Se i nostri amici fossero dei gnoccoloni o dei troppo scaltri? Se, restando un semplice organo di trasmissione, senza iniziativa, si facesse del bene agli uni senza mettersi in lotta contro gli altri? Se vi restasse dimostrato che il partito democratico è l'ingratitudine stessa?
—Insomma, voi siete gli organi della polizia.
—Voi ci offendete, l'abbate! Noi facciamo il cabotaggio del paradiso e punto di politica. Noi aspettiamo senza comprometterci. Noi fiutiamo su quale fetta di pane il burro è spalmato. Noi diciamo agli uni ed agli altri ciò che intendiamo per rischiararli. Noi suoniamo l'aria che ci puntano sulla nostra lanterna magica,—basti che la non sia l'aria d'una marseillaise troppo accentuata.
—Infine, voi siete… come direi io ciò?… degli osservatori piacevoli.
—Noi diamo del pane a delle migliaia di parasiti unti e bisunti come voi di un olio santo rancido, ser abbate, a delle migliaia di randagi sottrattisi all'aratro ed alla zappa, che si addicono all'utile delizia di pregare per la gente che non ha alcun bisogno delle loro preghiere. Ecco tutto, sere abbate. Ci siamo capiti. Voi avete troppo spirito, per questo semplice posto di cassiere, ch'era stato domandato per voi. Fatevi vescovo o presidente degli Stati-Uniti. Voi deperite qui. Io non voglio dissipare un gran cittadino nelle umili funzioni di un osservatore gradevole.
—Allora, voi mi mandate via senza altro?
—Ma!
—E non mi accordate neppure ventiquattro ore per riflettere?
—Oh! eccovi là, signore abbate. Ci siamo, sclamò Don Lelio con tuono severo, alzandosi da sedere. Quando non si rigetta un'infamia come quella che io vi propongo, con uno slancio d'indignazione, quando si cerca di riflettere, si vuole transigere. Transigere gli è tradire. Addio. Ci siamo compresi. Vi farò grazia di tacere questa conversazione ai nostri amici, perchè siete un disperato. Dite che il salario ch'io vi aveva offerto è troppo smilzo e che avete rifiutato il posto. Non vi smentirò, perchè non so fare il male. Venite a dire delle messe alla nostra chiesa, che abbiate o no il pastor bonus del vostro vescovo. Vi raccomanderò al parroco.
Don Diego uscì di casa Franco la testa giù, l'anima all'agonia, confuso, rimpicciolito ai suoi propri occhi. E' si sentì preso alla trappola da un miserabile che non avendolo potuto reclutare per la polizia, vedendosi smascherato, provava a farlo passare per un uomo pronto a capitolare. Questa evoluzione lo stordiva. Egli toccava con mano la sua inferiorità morale nel male. Quello spione l'aveva richiamato alla probità ed ai principii, accordandogli il suo silenzio come un atto di magnanimità onde assicurarsi del suo silenzio, di lui, Don Diego, verso il barone di Sanza. Egli rientrò col lutto nel cuore.
Bambina era già di ritorno dalla chiesa del Gesù Nuovo.
VII.
Come il P. Piombini confessava le giovinette.
Il Padre Piombini era stato nel mondo il conte Alberico Bonvisi.
La sua famiglia era di una buona nobiltà: aveva avuto dei cardinali, dei grandi uffiziali al servizio della Spagna, parecchi vescovi. Suo padre aveva servito nell'esercito del principe Eugenio, vicerè d'Italia, e lui, Alberico, aveva rappresentato il duca di Modena presso la Corte di Vienna. Una catastrofe aveva provocato la sua ritirata forzata dal mondo e la sua vocazione obbligata di entrare nella Compagnia di Gesù.
Giovanissimo, aveva sposato una damigella più attempata di lui, ma di una bellezza meravigliosa. La madre della giovinetta era una camerista tedesca della duchessa di Modena, ed il padre era, susurravasi, una società anonima di cui Francesco IV passava per gerente responsabile. La fidanzata portò in dote il brevetto che nominava il conte Bonvisi ministro del duca a Vienna.
La civetteria è la compagna indivisibile della bellezza. L'onestà si guizza talvolta nel corteggio di questa regina per diritto divino, ma vi occupa di rado il primo posto. La contessa Bonvisi, partendo per l'Austria, obbliò di farla imbaulare, codesta onestà, nei suoi bagagli. Ond'è che ella ebbe alla Corte e nella città buon numero di avventure, e fece scandalo, anche accosto dell'arciduchessa Sofia.
Per isventura, il conte Alberico amava sua moglie, ed era geloso.
Provò di correggerla e di non più amarla. Non riescì.
I successi inebriarono la contessa e la resero audace. Ella disputò all'arciduchessa il duca di Reichstadt ed il barone Jellachich. L'arciduchessa s'irritò e ottenne di non più fare invitare il ministro del duca di Modena al burg. Il cordoglio del Conte Alberico non ebbe più limiti. Cadde ammalato.
Il suo medico era un amico, un olandese, a cui il conte Alberico non celava le sue miserie. Ebbero anzi parecchi colloqui su questo soggetto, non senza profitto. Il conte raddoppiò di poi il suo affetto per la moglie. Egli fu indulgente; ella cessò di cacciare nelle riserve arciducali. L'accordo si stabilì sur un equilibrio di gherminelle permesse al marito e di gherminelle tollerate nella moglie, come una necessità di posizione. E tutto andava pel meglio, quando il rumore si sparse che la contessa Bonvisi era tocca da una malattia di petto complicata da una bronchite. L'amore del conte sembrava più violento che mai. Egli vegliava tutte le notti sulla sua donna, respingendo qualunque aiuto straniero per un così sacro ufficio. L'era commoventissimo. Tutta Vienna ne parlava. La contessa prometteva a suo marito una riforma sincera e riconoscente, se guariva. Ma, una notte, una circostanza la colpì.
Era assopita. Il conte la credette addormentata. Il piccolo rumore di una carticina gualcita le fece aprire gli occhi. La contessa vide suo marito disuggellare una cartellina, versare sulla pezzuola di batista una polvere di cui ella non distinse il colore, avvicinarsi al letto e presentare la pezzuola alla bocca di lei. Respirando ella doveva aspirar naturalmente la polvere stessa sul mocicchino. Era la prima volta che suo marito si addiceva a quella manovra medica? La contessa nol sapeva. Per questa volta, la si contentò di fingere di dormire e di voltarsi dall'altra banda. Ma l'indomani ella scriveva a sua madre: «Vieni, ho paura di essere stata avvelenata.» L'ex-camerista mostrò la lettera di sua figlia al duca. Il duca consultò in termini vaghi il suo medico, il quale, dopo aver preso contezza dei sintomi della malattia, rispose:
—Altezza serenissima, la malattia sulla quale mi fate l'onore di consultarmi può essere naturale e può essere inoculata. Nei due casi, essa è mortale. Le cause della malattia naturale sono numerose; ma Vostra Altezza non mi sembra disposta a subire una lezione di nosologia, e per conseguenza mi astengo dal noverarle. Le cause extranaturali sono dovute tutte all'avvelenamento. Parecchi tossici possono dare la bronchite e la tisi: sostanze gassose, minerali, vegetali. I Malesi ne hanno una terribile, comune, difficile a constatare, di un effetto sicuro. Il pelo corto e nero che avviluppa il nodo del bambù verde produce la corizza cronica, la bronchite o la tisi, secondo che lo si alloga nelle fosse naturali, nei bronchi nei polmoni.
—Sta bene, disse il duca. Silenzio su questo consulto.
Il dì seguente la madre della contessa Bonvisi partì per Vienna.
Quindici giorni dopo il suo arrivo, sua figlia era morta.
Il conte Alberico fu richiamato.
Francesco IV era quel famoso duca di Modena che non volle giammai riconoscere Luigi Filippo, col quale aveva cospirato contro l'Austria per essere re costituzionale d'Italia. Egli aveva per consigliere intimo il famoso ministro di polizia napolitano il principe di Canosa, cui la Santa Alleanza e lo stesso re Francesco I di Napoli trovavano troppo energumeno. Francesco IV cospirò per impedire che Carlo Alberto arrivasse al trono di Piemonte. Era una mischianza burlesca di Falstaff, di Shylock, di Don Chisciotte: un bey di Tunisi clericale innestato sur un arciduca austriaco corsaro. Egli ricevè il conte Bonvisi nel suo gabinetto e lo fulminò con queste parole:
—Assassino, perchè hai tu uccisa tua moglie?
Il conte, esterrefatto, restò silenzioso un momento, poi gridò:
—Perchè io l'amava, ero geloso, ed ella mi aveva disonorato.
Il duca riflettè lungamente, poi si levò e disse:
—Dovrei farti impiccare: ma non voglio che quegl'infami carbonari abbiano a dire che il nostro partito formicola di miserabili e di briganti. Scegli dunque: o una galera a perpetuità, o il ritiro in una casa di gesuiti, portando loro in dote tutta la tua fortuna. Ti lascio ventiquattr'ore per riflettere: otto giorni per entrare al bagno o in religione.
Gli occhi di Francesco IV dardeggiavano lampi omicidi. Di un cenno della mano e' scacciò il conte Bonvisi, che si guardò bene rispondere. Si rinchiuse in casa, accorgendosi d'altronde ch'era sorvegliato da presso. Riflettè lungo tempo sulla scelta che il duca gli aveva lasciato, e si decise. Non avrebbe avuto che un varco a fare per uscir dagli Stati del duca di Modena e penetrare in Lombardia, in Toscana, in Piemonte, negli Stati del Papa o nel Parmigiano. Egli poteva facilmente deludere o comperare la sorveglianza della polizia e fuggire. Anzi gli fu proposto; la cecità della polizia era stata perfin mercanteggiata. Il conte Bonvisi rigettò codesto salvamento.
Otto giorni dopo, l'alta e bassa società di Modena ripeteva «che la grazia avendo toccato il cuore del conte Alberico Bonvisi, a causa della morte prematura di sua moglie,» egli andava a farsi gesuita e portava alla società un patrimonio di un milione e trecento mila franchi.
Si può immaginare se i RR. PP. furono contenti di questo acquisto. La fortuna entrava per qualche cosa nella loro gioia. Però il rumore della conversione, la posizione sociale, le funzioni riempite, il carattere dell'uomo, li incantavano anzitutto. Essi non ignoravano i rumori che correvano sull'assassinio della contessa, gli ordini di Francesco IV sì terribilmente motivati. Ma ciò aumentava al contrario l'importanza della presa, «ed il trionfo della religione sull'autore del male.»
Il diavolo, «l'autore del male», era desso veramente vinto? Ahimè! no. Quando la madre del conte Alberico impegnava suo figlio, con le lagrime agli occhi, a fuggire ed andare ad attendere in uno Stato vicino la revoca del decreto ducale.
—No, rispondeva egli. Io non ho ricevuto dagli uomini che del male. Voglio vendicarmi di loro. M'ingaggio fra i gesuiti e vado a lavorare all'opera loro!
Egli non conosceva ancora i RR. PP. e li giudicava come la gente volgare, che se ne fa stolidamente una befana.
Non già ch'ei non avesse qualche pentimento, qualche cordoglio, qualche rimpianto, durante i tre anni che mise a girare intorno al Capo a Tempeste del noviziato, esatto della regola di Sant'Ignazio. La navigazione fu difficile. Ma ciò fu tutto. Una volta trasformato nel P. Piombini, un mondo nuovo si aperse innanzi ai suoi occhi: quel mondo della notte, popolato di fantasmi e di stelle, che addimandasi il dominio delle coscienze, l'ultramontanismo, il partito cattolico, il clericalismo, il gesuitismo, di cui i profani esagerano tutto,—la profondità, l'estensione, la potenza, le tristizie, l'influenza, la capacità, l'azione, la presa sulle anime.
Il segreto della forza e della persistenza maravigliosa del gesuitismo, è semplicissimo: la Società, lungi dal soffocare, lascia lo slancio libero all'esercizio delle capacità. Segue ciascuno la sua vocazione. La Società non dimanda che ciò che ciascuno può dare col minore sforzo e con la maggiore precisione ed efficacia possibile. Ora, d'ordinario, si fa sempre bene ciò che si ama fare, e non se n'è mai stanco. I gesuiti che han tradito la Società sono rari, per la ragione che la Società diede soddisfacimento alle loro inclinazioni.
Il P. Piombini era bel parlatore, conosceva il mondo, aveva bazzicato nelle corti, era nobile, era abile nel maneggio degli uomini e degli affari. La sua parte era dunque bella e tracciata; ei se la tracciava da sè stesso: la predica e la confessione sur un gran teatro. Napoli essendo la città più considerevole d'Italia, il P. Piombini fu installato nella casa di Napoli. La Società non si mostra severa ed esigente che con i mediocri: gli uomini fuori linea vi sono padroni e la loro potenza si puntella e soffulce di tutta la forza passiva dei loro confratelli.
Il P. Piombini non avrebbe violato in nulla l'armonia generale dell'ordine, se non avesse avuto la passione fatale delle femmine. Si limitarono a raccomandargli la prudenza e lo si lasciò libero. Ora, la prudenza era facile in uno stabilimento che occupa un paio d'ettari di suolo nel cuore della città, forato di una dozzina o due di uscite secrete, un quadrato in un'isola fitta di case, in una città di un mezzo milione di abitanti, mal rischiarata la notte, con una polizia compiacente per tutto, tranne pel liberalismo, dai costumi facili e liberi, dallo spirito timorato, senza alcun organo di pubblicità, sottomessa come schiava all'autorità clericale, complice e sostegno dell'autorità reale.
Forse taluno credè riconoscere, sotto un travestimento laico, per una notte silenziosa alle ore avanzate, il padre Piombini, uscendo o entrando nei dintorni del Gesù Nuovo. Ma come assicurarlo? Ond'è che ognun si taceva o si comunicavano il sospetto dall'orecchio all'orecchio.
Quanto il resto, il reverendo padre era irriprovevole. Egli accettava la Società tale quale era. E' non trovava nulla a ringiovanire, a riformare, a rischiarare, a rilevare, a democratizzare, come il suo intimo amico, il padre Buzelin, che rappresentava la Società a Parigi. Egli era conservatore per indifferenza. Lavorava per spandere l'influenza morale della Compagnia, aumentarne la ricchezza, moltiplicarne i membri, soggiogarle la potenza laica. In parecchi negoziati, sopra tutto in occasione della famosa captazione dell'eredità del marchese Mascara e della morte dei tre ultimi eredi di costui in due mesi, il padre Piombini aveva spiegato una capacità meravigliosa. In parecchie contestazioni con la polizia e con la corte, il padre Piombini aveva ridotte le querele al silenzio, sopratutto quando si trattò di togliere ai reverendi padri la censura dei libri, perchè…. troppo liberali!
Quando il padre Piombini predicava, l'immensa chiesa del Gesù Nuovo rigurgitava di tutto ciò che la città contava di più eminente per nascita, ingegno, posizione sociale, ed egli incantava gli spettatori a causa dell'assenza completa di teologia dai suoi sermoni e dell'audacia delle sue vedute sociali. La Società brillava e dominava, mediante lo splendore di quest'uomo. Tutte le forze vive del paese si aggruppavano intorno a lei o mettevan capo in lei, non fosse che per odiarla. I gesuiti che sono i meno gelosi di tutti i monaci, s'inorgoglivano del padre Piombini, il quale, dal canto suo, riconoscente della libertà che gli si accordava, lavorava con amore per la Società, era modesto e famigliare con tutti, misuratissimo verso i capi, non brigava alcuna autorità nell'ordine, non danneggiava alcuno con lo spionaggio mutuo stabilito dalla regola di S. Ignazio, dava il suo consiglio con riserbo, non dimandava giammai spiegazioni, si mostrava pronto a tutto,—anche a credere! e si conformava anche a ciò che la sua educazione laica e filosofica gli presentava come assurdo. Il padre Piombini era hegeliano!
Ecco l'uomo a cui Bambina andava ad aprire le porte della sua coscienza.
Don Diego dissimulò a sua sorella il resultato del suo abboccamento con Don Lelio Franco, poi disse:
—Ebbene, e tu?
Bambina, tristissima, meditava non so che; era distratta e come abbattuta di fatica.
—Per me gli è un altro paio di maniche, sclamò dessa. Io ho confessato il mio confessore.
—Diavolo! leggere nell'anima di un gesuita del calibro del padre
Piombini l'è famosa. Raccontami ciò.
—Sarà difficile. Come richiamarmi a memoria le gradazioni infinite di un linguaggio, le cui bianche trasparenze avevano dei baleni sì foschi.
—Di' ad ogni modo, e lascia lì le antitesi.
—Infine, tu comprenderai forse meglio di me: io ho creduto intravvedere un mondo spaventevole.
—Insomma?
—Quando io giunsi, di già, a partir dai due abbaini graticolati, i penitenti si erano schierati intorno al confessionale in due emicicli. Io ho quasi chiuso le due branche e compiuto il mezzo cerchio, che guarniva di un doppio ordine di palafitte il casotto del confessore. Gli uni erano assisi, gli altri a ginocchio o piuttosto accoccolati. Tutti sbadigliavano più o meno, con decenza e contrizione. Vi erano parecchie femmine in toilette splendide, degli abiti neri tempestati di decorazioni, degli uniformi militari, i di cui portatori mi sembravano diabolicamente vogliosi di trovarsi altrove, giovani e vecchi, poche donne vecchie, ed io la più plebea. Gli era un salone di ministri nei giorni di ricevimento, stando a ciò che ricordo aver letto nei romanzi. Io occupava il centro di questa udienza e per conseguenza di prospetto alla porta del confessionale, in faccia al confessore. Ero quindi altresì l'ultima ad essere ricevuta, poichè il confessore alternava le sue udienze da destra a sinistra per ordine di posto. Ognuno chiaccherava più o meno al vicino, e le dame avevan molto da fare onde tener discosti i cani, i quali andavano a fiutare le loro belle vesti con delle intenzioni indiscrete.
—Perchè non avevan messo un cartello con il motto: qui non si fa lordure! sclamò Don Diego.
—Non vi sarebbero dunque che i cani che sappian leggere in questo paese? disse Bambina. Infine, il P. Piombini comparve. Tutti gittarono un sospiro di sollievo. Io spalancai gli occhi quanto largo potei per contemplarlo. Bisogna convenirne: mi attendevo altra cosa. Un gesuita? poh! Ebbene, no. Egli porta la sua grande statura molto dritta, la testa alta e lo sguardo in avanti, quantunque gesuita. Cammina con grazia, malgrado la sua laida sottana. È calvo sulla fronte e rigetta indietro il resto di una capigliatura bionda e soffice. Ha l'occhio grigio vivissimo, alterissimo, arrogantissimo; è pallido, il che rileva la bianchezza dei suoi denti e le rose ardenti delle sue labbra grosse ed umide. Il suo naso dritto s'insorge un cotal po' all'estremità. La sua bella mano carezza perpetuamente un mento un po' puntuto e sostiene la fronte, che s'inchina sotto il peso del pensiero. Breve, egli ha una fisonomia seria, ove il sorriso sembrerebbe straniero, se il fremito delle labbra non lo lasciasse spuntare; dei lineamenti, di cui la gravità non altera la bellezza.
—Ciò spiega una parte del suo prestigio. Tu ne sei rapita…. direbbe taluno.
—Messer taluno s'ingannerebbe. E non pertanto questa è la minore delle sue seduzioni. La sua voce gitta un turbamento indefinibile nell'anima: essa ha la dolcezza insinuante di un timballetto d'oro e l'armonia oleosa, se posso esprimermi così, delle corde del violoncello. Egli fila la sua voce come la seta e ne fa ciò che vuole…
—Siamo intesi! la calugine del velluto, e la corda tessuta di seta e di oro, con cui la regina Giovanna impiccava suo marito, interruppe Don Diego.
—Tu sei più nel vero che non pensi. Io era dunque inginocchiata, affatto rimpetto a lui. Ho potuto esaminarlo a mio agio; perocchè io non pretendo, malgrado la beghina di monaca che trascino, di trascinare altresì il mio sguardo nel fango. Io guardo in faccia uomini e Dio. Che ti direi? noi ci siamo studiati così per tre ore. Imperciocchè, tenendo sempre il suo orecchio incollato al graticcio, di destra o di sinistra, il reverendo Padre non ha cessato un solo istante di squadrarmi. Si sarebbe detta una sfida di fascinazione reciproca! Io sono stata vinta. Ho abbassato gli occhi. Infine, la mia volta è giunta.
—Ah! la comincia bene, sclamò Don Diego. Vediamo.
—Io mi sono avvicinata alla lamina di ottone forata a grattugia. Io mi aspettava che il reverendo padre usasse meco come con gli altri, vale a dire non accostasse al graticcio che l'orecchio; tutto al più, io temeva di sentire il mio viso appestato dall'alito di un frate che digerisce male. Il mio sembiante era inondato di un soffio caldo, sano, giovane, profumato. Le mie idee cominciavano a turbarsi. Io non trovava più nè il teatro nè l'attore sui quali io aveva concepito il mio sistema di attacco e di difesa. L'incognito mi imponeva una nuova strategia. La quale…?
—Sì, la quale?
—Io era venuta decisa a parlare; presi immediatamente la risoluzione di ascoltare. Ciò mi dava il tempo di riflettere. Bisognava però che io aprissi il fuoco. Dopo aver biascicato un non so che, che aveva l'aria di un confiteor, gli dissi:
«Padre reverendo, io vengo qui per obbedire agli ordini di colui che mi vi manda, ma io non so proprio che dirvi.
«Chi è che vi ha ordinato di venire, figliuola mia? domandò il P.
Piombini.
«Mio fratello, un prete come voi, che non transige sul compimento dei doveri religiosi.
«Egli ha ben ragione, figliuola. Ma non desolatevi se non siete preparata. Vi confesserò senza ciò. Ed anzi tutto, perchè indossate voi codesta tunica religiosa?
«Perchè la è la livrea meno costosa per le donne povere.
«Non avete dunque alcune vocazione per lo stato claustrale?
«Assolutamente alcuna.
«Non vi fate in questo caso alcuna violenza. Dio non ha creato la donna per la preghiera sterile e per la solitudine disperata. Egli l'ha creata per concorrere con l'uomo alla festa della vita.
—Ah sì! sclamò Don Diego, la bella festa che è la vita! Ma continua.
—Dopo essersi informato del mio nome, e della mia età, del mio paese, della nostra condizione, del nostro stato di fortuna, delle nostre risorse e di altri dettagli, sui quali ho risposto con prudenza, il padre Piombini mi ha domandato:
«Hai tu un amoroso, figlia mia?
«Oh no, per fermo, ho sclamato io vivamente, sentendomi oltraggiata.
«Non vi offendete, figlia mia, ha ripreso il gesuita. L'amante è il principio del marito. E se talvolta egli non può essere il marito, gli è sempre il profumo che Dio dà a quei fiori divini che si chiamano giovinezza e beltà. Ora, figlia mia, negligere o disprezzare i doni di Dio, l'è un peccato. Non avete voi dunque di quegli avvertimenti misteriosi che si addimandano i sogni?
«Sì, ho dei sogni.
«Quali specie di sogni allora?
«Ma veramente non saprei troppo. I sogni? sono così fantastici.
«Qualche volta. Ma il più sovente essi sono lo specchio dell'anima e di Dio: Dio ci avverte; l'anima si rivela. Non bisogna dunque trascurarli. Vediamo. All'età vostra, non si hanno che due aspirazioni: l'amore ed il piacere. Nel sonno, l'immagine carezzata di un giovinetto che le disse una parola soave, che l'ammaliò di un languido sguardo, riviene alla fanciulla e l'agita. Ella prova allora delle sensazioni vaghe, dei desideri misteriosi, se ella è ancora innocente, se ha l'anima così vergine come il corpo. Ella subisce un'attrazione irresistibile, il suo cuore batte, il suo sangue bolle o si agghiaccia, degli spettri luminosi traversano innanzi ai suoi occhi e le danno dei brividi. La donna si risveglia, o nasce in lei, la fanciulla cessa: il bacio invisibile della fecondazione morde le sue labbra. Ella ama di già. Ebbene, figliuola, avete avuto voi di codesti sogni che non sono un peccato, ma una rivelazione?
«Giammai, risposi io arrossendo.
—Tu menti adunque! obiettò Don Diego.
Bambina non rispose all'osservazione insensata di suo fratello e continuò:
«Avete voi amato? amate voi qualcuno, figlia mia? soggiunse il padre
Piombini.
«Non ancora, ho io risposto con voce molto commossa.
—Perchè commossa? domandò Don Diego.
—Ma, rispose Bambina esitando, perchè la domanda…. mi sembrò strana. D'altronde non mi era io proposto d'andare a burlarmi di quel frate e di andare a rappresentare la parte di ingenua? Egli insistè:
«All'età vostra, le giovanette han d'ordinario cessato di esser fanciulle. Un cugino, un vicino, un tale che passa, un ballerino, un libro, che so ancora? han loro appreso i misteri della vita e l'uso dei tesori della bellezza di cui Dio le ha dotate. Alcuno dunque, figlia mia, non vi ha detto all'orecchio: Voi siete bella, io vi amo? Alcuna lettura non vi ha rivelato il cómpito della donna nel mondo?
«Sì bene, ho detto io. Ma non vi ho messo più attenzione che alle brezze delle mie montagne che folleggiavano la sera con le anella delle mie trecce. Io sono povera.
«Le donne povere amano pure e si maritano anch'esse, ha osservato il
Padre Piombini.
«Gli è possibile, ho osservato io, ma l'amore che batte i denti non vive guari.
«Come, figliuola mia, nella notti d'insonnia voi non avete giammai pensato ad un marito? Sola, nella vostra alcova verginale, non avete voi giammai considerato che, un giorno, un uomo sarà colà, a fianco di voi, amato forse, forse subìto, per…..
—Per! domandò Don Diego a Bambina che si era interrotta.
—Io non ho compreso, diss'ella, diventando purpurea. Egli ha detto tante cose, con una voce sì dolce, sì commossa, sì tenera, che io mi sentiva svenire sotto il soffio di quell'alito che mi bruciava il sembiante a traverso il graticcio.
«Non vi capisco, ho detto io. Io non ho insonnie nè idee di marito.
«Ecco il pericolo, figlia mia, ha ripreso il gesuita. Le giovanette si perdono per l'ignoranza. Ora, il nostro dovere, di noi ministri della Chiesa, egli è di istruirle. È mestieri che veniate a vedermi, a vedermi sovente, figlia mia; è mestieri che io vada a vedervi. Un confessore è un padre, meglio ancora, egli è una madre che può con mano sicura alzare i veli dell'innocenza senza squarciarli. Quando avrete conosciuto il pericolo, voi sarete forte nel combattimento del mondo. Eh, mio Dio, un prete, un gesuita, un santo è un uomo appo tutto, egli conosce la vita e ne prova le pene ed i desiderii. Non vi spaventate della mia severità.
—E che hai tu risposto? chiese Don Diego inquieto.
—Nulla. Egli mi ha interrogato in seguito su altre corbellerie, se io mentiva, se aveva mangiato carne di venerdì, se aveva dell'orgoglio, se…. io teneva le braccia in croce sul petto la notte, se diceva male del prossimo, quali cure igieniche io prendeva della…. mia persona, se io avea… che so infine? poi ha soggiunto:
«Io non vi do l'assoluzione oggi; ritornate fra due giorni. Io mi interesso, non solamente all'anima vostra, ma alla vostra sorte. Se vostro fratello avesse dell'abilità letteraria, io lo raccomanderei ad un canonico che ha una voce magnifica, una memoria stupenda, il gusto del predicare e punto d'ingegno per comporre i suoi sermoni. Egli è ricco altrettanto che vano. Se il vostro fratello potesse scrivere prediche, dei piccoli trattati pii per il canonico, costui sarebbe una miniera per lui. Ed arrogi che il canonico sarà vescovo…. quando sarà un po' più attempato ed avrà sbarbato dal suo cuore un amore sciagurato. Perocchè, figlia mia, noi pure sappiamo amare, al pari dei laici, e di che amore, Dio mio! A dopo domani dunque.
—E tu hai promesso di ritornare?
—Ho promesso. Fratello, gridò poi Bambina con voce disperata, ta avevi ragione. Io non sono più la Bambina di stamane, innanzi la confessione. Dalle letture, io aveva intravisto un mondo d'ombre laide o raggianti che s'incrociavano nel mio cervello come le rondini nel cielo del nostro giardino di Lauria. La parola di questo gesuita ha messo il fuoco ai miei fantasimi e ne ha fatto un rogo. Io ho la febbre. È il paradiso o l'inferno che costui ha aperto innanzi ai miei occhi? Codesto frate mi ha dato venti anni di vita in un'ora. Sono invecchiata.
Don Diego si alzò di soprassalto dalla sedia, e senza baciare sua sorella sulla fronte come di uso, senza dire una parola, andò a coricarsi. Bambina restò a vaneggiare.
Il diman l'altro, ella tornò al Gesù Nuovo!
VIII.
Infrattanto….. il re prega.
Alle otto del mattino Don Diego si presentò in casa di Don Domenico Taffa. Il degno galantuomo terminava di radersi, e per rimettersi della fatica centellava una tazza di cioccolata alla crema, cui la sua bella governante, sufficientemente scollacciata, gli presentava.
—Ebbene! dimandò Don Domenico, quando la sua Ebe in grembiule si fu ritirata.
—Ebbene, io ho seguito il vostro consiglio, disse Don Diego. Ho mandato mia sorella a confessarsi dal P. Piombini.
—Ah! alla buon'ora. Cominciate a divenir ragionevole. Ed allora?
—Codesto gesuita è un miserabile.
—Hum! eccoci li ancora. Un miserabile! Cosa ha egli fatto insomma?
Don Diego raccontò la confessione di Bambina.
—E voi chiamate miserabile un uomo che vi propone una miniera, un canonico da mettere a partito, un uomo cui io farò vescovo quando vorrà darsi l'incomodo di comperare il pastorale? In verità, abate, voi farneticate.
—Ma voi non comprendete dunque qual prezzo dimanda quello scellerato dei suoi benefizii?
—Or neh! che dritto avete voi ai servizi di altrui, dimando io? Chi domine siete voi che esigete ch'altri s'incomodi per nulla onde tornarvi gradito? Ma il mondo vive di scambi, mio brav'uomo! Senza la reciprocità della pena e del piacere non vi sarebbe società, quel sere! Io non scorgo nulla nelle proposizioni del R. P., il quale è dei miei amici, che possa offendervi. Ma, infine, se egli mettesse un prezzo al suo favore… per Giove! io lo trovo naturalissimo. Voi potete accettare o rifiutare; non avete il diritto di lamentarvi e d'insultare. Io non so che diavolo venite a fare in casa mia allora.
—Voi sapevate dunque che cosa quel gesuita voleva proporre, consigliandomi di mandare mia sorella a confessione da lui?
—Non lo sapevo, ma come non ignoro che in questo mondo non si fa nulla per nulla,—ex nihilo nihil fit—io ne sospettava un pochino.
—E voi pensavate….
—Ah! gnocchi! voi mi annoiate, l'abate. Perchè andate voi dal barbiere se non avete voglia di farvi la barba? Ma ella è dunque così bella vostra sorella? Ella è così bella che n'è venuto l'acquolina alla bocca perfino al Reverendo Padre?
Don Diego uscì senza salutare. Don Domenico lo richiamò.
—L'abate, disse egli in tuono serio, non fanciullaggini. Le occasioni sono calve all'occipite, ha detto Rabelais; non le si acchiappano più quando sono passate. Ascoltatemi dunque. Mio fratello mi ha scritto di nuovo da Salerno per chiedermi ciò che avevo fatto per voi, malgrado le vostre stranezze. Io vado a parlar oggi al ministero con qualcuno che potrà forse darvi del lavoro. Andrò a vedervi in casa stasera, prima delle dieci, perchè io pranzo precisamente col canonico a cui sembrami il P. Piombini abbia fatto allusione. Egli dimora, presso di voi…. la notte. Tasterò ancora il terreno da questa banda. Basta che la polizia vi lasci tranquillo.
—Ah! ecco giustamente ove è la pietra d'intoppo.
E qui Don Diego raccontò un poco del suo colloquio con Don Lelio
Franco.
—Infatti, infatti! che volete? disse Don Domenico. Don Lelio potrebbe bene essere un poco l'agente del conte d'Altamura… voi sapete? il capo della reazione, l'agente segreto ed onnipotente del re. Vi sarebbe forse qualcosa a fare anche da quel lato lì. Ma voi siete un mulo sì ombroso…. Andate. A stasera.
—Che geenna che è questo paese! sclamò Don Diego andandosene. Non si esce di polizia che per cader nella chiesa, e non si spania dal prete che per imbrodolarsi nel birro! Ah! se io fossi solo! Popolo vigliacco ed infame, va!
Ho bisogno di dire che le ricerche promesse da Don Domenico erano
false e che egli aveva inventato questo pretesto per andare a vedere
Bambina? In fatti, alle nove della sera e' suonava alla porta di Don
Diego.
Che costui sospettasse o no dello scopo della visita, il fatto è che Bambina si trovò nel salone, vicino alla tavola, e che ella aveva spogliata la beghina di monaca di casa. Don Domenico salutò profondamente la giovinetta, si assise sul canapè a fianco al prete e cominciò a versargli la cervogia anestesiaca delle menzogne cui aveva preparate. Tutto andava bene, molte promesse, un avvenire pieno di fiorenti prospettive…. ma nulla per il momento. Infrattanto, il futuro segretario generale del ministero per gli affari ecclesiastici s'inebbriava della contemplazione di Bambina.
Ella era più bella della madonna di Sassoferrato, cui somigliava. I suoi capelli, un po' in disordine, le cadevano sul collo e sul petto, cui un fazzoletto mal fermo lasciava intravedere. La luce del candeliere la rischiarava dal su in giù, di guisa che le linee del suo viso, fortemente bagnate di raggi e di ombre, si staccavano sul fondo scuro della sua veste e sul color chiaro della pezzuola con un rilievo potente. La sua mano, tirando l'ago, sembrava una colomba che folleggiava su bianca nappa. Il respiro un po' ansioso, a causa del visitatore e di ciò che costui raccontava, dava alle labbra un fremito elettrico. Don Domenico non le indirizzò la parola. Ella levò appena gli occhi e li portò appena su di lui. Don Diego ascoltava. Ad un tratto, l'impiegato salutò la giovinetta, tese la mano a Don Diego ed uscì dal salone. Nell'anticamera, Don Domenico sclamò con voce saltabeccante:
—Signore, vostra sorella è dessa fidanzata?
—Non mica.
—Volete maritarla?
—Le giovinette sono al mondo per codesto, io m'immagino. Ma mia sorella non ha dote.
—Insomma volete voi maritarla?
—Non ho alcun partito preso in contrario.
—Buona sera.
Don Diego lo rischiarò fin giù delle scale,—non vi era lampada,—e risalì senza soggiungere motto.
Don Domenico Taffa correva come un uomo che scappa dal fuoco.
Don Diego non ripetè a sua sorella il supplemento di conversazione che aveva avuta col suo visitatore.
Il dì seguente, Bambina ritornò al confessionale del P. Piombini. Suo fratello visitò qualche conterraneo, principalmente un farmacista della strada Foria, il quale gli diede una lettera del marchese Tiberio di Tregle. E quel marchese non era altri che il già dottor Bruto Zungo, di cui avremo a parlare più oltre.
La sera, Don Diego ascoltava con ansietà il racconto della seconda conversazione del gesuita con sua sorella, quando il barone di Sanza arrivò. Bambina impallidì e si tacque di un tratto. Don Diego gli narrò il risultato della sua visita all'intraprenditore delle limosine per le anime del Purgatorio, della sua visita al capo di ripartimento del ministero, la visita che costui gli aveva reso, la gita a confessione di Bambina, tacendogli però parecchie particolarità rilevanti di tutti quei colloqui. Il barone si mostrò più freddo e riservato che mai, si limitò a constatare che Don Lelio era stato a parlargli. La conversazione si spegneva, allorchè il campanello della porta suonò vivamente. Don Diego andò ad aprire. Era l'uomo alla livrea di Don Domenica Taffa che portava una lettera del suo padrone.
—Bisogna una risposta?
—Non so zzi prè. Vedete.
Don Diego rientrò nel salone ove era il lume, lesse e restò come stupido. Bambina e Tiberio lo guardavano con curiosità. Don Diego rilesse la lettera, poi rovistò precipitosamente nelle sue tasche, ne cavò qualche monete bianche, e dandole al lacchè disse:
—Di' al tuo padrone che gli porterò la risposta io stesso.
Cosa era quella lettera? che diceva essa?
Ritorniamo su i nostri passi.
Con suprema stupefazione di Antoniella,—la vispa governante di Don Domenico Taffa,—questi, di ritorno dalla sua visita a Don Diego, invece di coricarsi a mezza notte e dormire come un priore, secondo il consueto, aveva passeggiato nell'appartamento fino alle due del mattino ed aveva passato una notte insonne molto agitata, scattando dei monosillabi diretti a tutti i mobili. Levandosi alle sette all'indomani, si era tagliuzzato radendosi, aveva trovato Antoniella noiosa e seccante, il cioccolatte troppo denso, la camicia male amidata, gli stivali poco lucidi, aveva mandato tutti al diavolo ed era uscito alle nove, in carrozza, gittando per indirizzo al cocchiere:
—A S. Pasquale ad Aram.
Arrivando al convento dei cappuccini aveva chiesto di monsignor Cocle.
—È uscito, rispose il frate portinaio.
—Ha passata la notte qui?
—Sì.
—Al palazzo reale, gridò Don Domenico al cocchiere, risalendo in vettura.
Monsignor Cocle aveva tre domicili. Il domicilio di ostentazione, nel suo convento, a San Pasquale ad Aram a l'Infrascata, perchè egli era zoccolante. Il domicilio utile, alla Corte, perchè egli era confessore del re. Ed il suo Parc-aux cerfs, in casa di Lusetta, perchè egli era uomo e cappuccino. Quando cenava e passava la notte con la sua ganza, egli diceva alla Corte che andava a raccogliersi e meditare al convento, ed al convento, che dormiva alla Corte. La notte precedente però egli aveva realmente dormito nel suo bel nido al monistero, ed il mattino, dalle sette, si era recato a Palazzo.
Ferdinando II di Napoli non poteva far manco di due cose, e perciò le voleva sempre alla portata della sua voce: il boia ed il confessore. E' non usava molto del primo, checchè se ne sia detto. Ma e' faceva un consumo spaventevole del secondo. Doveva presiedere al consiglio? eccolo dapprima ai piedi del confessore. Doveva passare una rivista?—perchè egli era un gran capitano di riviste,—e' vi si preparava colla confessione. Doveva recarsi al teatro? ei domandava dapprima perdono a Dio del peccato necessario cui andava a commettere. Andava a pranzo? ei prendeva un centellino di confessione come vermuth. Voleva abbracciare la regina? si metteva in lena con un atto di contrizione. Si purgava? compieva i doveri sacri della toilette? divideva i profitti delle ladrerie con i suoi ministri? misurava un paio di brache nuove,—ciò che non gli succedeva spesso? scappellottava i bimbi?… la confessione, sempre la confessione, la preghiera, i sette salmi penitenziali, prima o dopo. Il confessore era il suo Spirito-Santo, il suo uomo per ogni bisogna. E' lo alloggiava dunque presso di sè, onde non far languire il regno…. e la regina. La sera però, quando questo confessore aveva rilasciato al re il suo permesso di abbracciare, e' cavava fuori non so che pretesti di divozione per rientrare in convento e guizzarsi in casa di Lusetta.
L'ex cappuccino non capiva gran che intorno ai comodi ed allo splendore di un domicilio. Malgrado ciò, il re albergava realmente il suo spirituale decrotteur, il solo istrumento ch'egli avesse di reale, dopo la mannaia,—lui così spilorcio!
Se avete letto in mastro Rabelais il ritratto di fra Gianni degli Entommeurs,—salvo il coraggio,—voi avrete il ritratto di fra Bartolomeo Cocle, vescovo di Patrasso: «giovane,—quarantacinque anni circa,—galante, fresco, svelto, forte di mano, ardito, avventuroso, deliberato, alto, magro, ben fesso di bocca, ben avvantaggiato in naso, gran disbrigatore di salmi, grande sbarazzatore di messe, bel nettatore di vigilie: per tutto dire sommariamente, vero monaco se unqua ne fu, dopo che il mondo monacante monacò delle monacherie: del resto chierico sino ai denti in materia di breviario.»¹
¹ «Juenne, galant, frisque, dehait, bien à dextré, hardi, adventureux, dèlibérè, hault, maigre, bien fendu de gueule, bien advantagé en nez, beau déspecheur d'heures, beau disbrideur de messes, beau déscroteur de vigiles; pour tout dire sommairement, vrai moine si onques en fut, depuis que le monde moinant moina des moineries; au reste, clerc jusques és dents en matiére de breviaire.» RABELAIS.
Il suo colorito rubicondo, la sua barba nera, i suoi occhi a fior di testa, le sue labbra a cercine, il suo doppio mento, le larghe narici, i bianchi denti, il comodo adipe, il pelame arruffato e nero, indicavano bene che la natura aveva tagliato quest'uomo e lo aveva destinato ab eterno ad essere zoccolante e confessore di re. Appetiti formidabili, scrupoli smilzissimi, desiderii irresistibili, organi poderosi, stoffa da corazziere sciupata in tonaca, tonaca portata da tagliacantone, croce di vescovo a mo' di bandoliera…. ecco mons. Cocle. Con ciò, vernice di corte, potenza di volontà per domare le sue inclinazioni, voce resa dolce dal volere, l'olio episcopale per rendere scorrevoli gli incastri e le ruote di questo ordigno di ferro, ipocrisia rappresentata con maestria.
Questo aspetto marziale ed apostolico aveva sedotto un re marziale e devoto. Monsignor Cocle faceva il ménage della coscienza reale con magnanimità: egli metteva il re sempre a suo comodo con Dio. Ferdinando II non domandava altro. Conosceva egli la pratica del suo confessore con Lusetta? Io penso che sì; ma «passatemi la sena ed io vi passo il rabbarbaro.»
Mons. Cocle terminava il suo asciolvere quando il suo amico ed associato Don Domenico Taffa fu introdotto da lui. Erano della medesima provincia e terra, si conoscevano dacchè il vescovo non era che semplice novizio, ed il capo di dipartimento un povero soprannumero con cinquanta lire l'anno per tutto soldo. Don Domenico piegò il ginocchio innanzi al vescovo e gli baciò la mano. Si principiava sempre così.
—Pigli caffè, don Dumi! domandò monsignore levandosi da tavola ed entrando nel salone.
—Ringrazio V. Ecc. Rev.ma. Ho preso or ora un cioccolatte abbominevole che mi strangola ancora. Il mondo va a tutti i diavoli. Oggidì, non è più possibile di essere ben servito che al monistero.
—L'è naturale, mio Dio, poichè codesti infami liberali proclamano i diritti dell'uomo! Se si avvisassero un giorno di proclamare altresì i diritti del monaco, buona notte! noi saremmo così mal serviti come i borghesi.
—Ciò arriverà, voi lo vedrete. Al passo con cui andiamo?… Ei parlan perfino del diritto al lavoro! Trono di Dio! il lavoro? Se domandassero almanco il diritto di non lavorare!… A proposito di non lavorare, io arrivo da San Pasquale ad Aram. Voi avete dunque dormito al convento la notte scorsa, monsignore?
—Non me ne parlate! Sì, ho dormito al convento.
—Comprendo codesta predilezione, monsignore; vi siete più tranquillo.
—La peste s'abbia la tranquillità! Le campane, il mattutino, i canti, la gente che gironza pei corridoi, che cospetta, che tossisce, che brontola, a mezzo addormita, gli sciocchi che sbagliano la porta, gli ubbriachi che piagnucolano sui rigori dei mariti, i gatti che danno dei cattivi esempi, la puzza del refettorio…. Laus deo! amo meglio altra cosa. Infine, perchè sei tu andato fino al convento?
—Ah! ecco. Si tratta, monsignore, del successore del vescovo di
Teramo che ha avuto il buon senso di morire.
—Ebbene, codesto successore si presenta egli?
—Io ho dissotterrato una perla, monsignore. Un sant'Agostino, là!
—E tu chiami ciò una perla, imbecille? Gli era già ben troppo che avessimo dei vescovi birri. Darcene dei santi e dei dotti, adesso? Triplice idiota!
—Prego V. E. Rev.ma di permettermi di spiegarmi.
—Spiega, spiega. Se tu sapessi che bisogna mi danno quei galuppi nel ripartimento dell'anima del mio penitente! Corrispondono con lui direttamente e gli propongono i casi di coscienza dei sudditi assolutamente come se il re fosse il papa, o il ministro della polizia. E' riassumono la confessione di tutta la popolazione della diocesi. Abbozzano dei progetti di miracoli per soffocare la peste del liberalismo e scongiurare l'indifferenza religiosa. E' dimandano soldi per costruire chiese e conventi. Si lamentano che li borghesi insegnino a leggere ai loro figliuoli ed alle loro figliuole. Propongono stragi di carbonari. E' dimandano dei carcami di santi che fanno miracoli…. Che so ancora? E sono io che debbo sbrogliare tutti codesti patatì e patatà.
—Io compiango V. E. Rev.ma di tutto cuore. Nettare una coscienza reale di tutto codesto verminaio è un lavoro eroico. Ma e' non si tratta punto di codesto col mio S. Agostino.
—E di che dunque, allora?
—Egli ha degli scrupoli, delle delicatezze, degli sgomenti di onore, delle virtù, delle sensibilità, ma tutto codesto è mondano: nulla di religioso e politico. Egli puzza, al contrario, il filosofo ed il liberalastro a cento miglia. Ciò è nulla. La cappa violetta del vescovo coprirà tutte quelle screpolature della coscienza e dell'onore. Ma vi sono due altre difficoltà a sormontare; e' non ha quattrini, ed ha una giovine sorella di una bellezza angelica, come voi non avete giammai visto, monsignore, nè nel mondo, nè in pittura, nè vegliando, nè in sogno.
—Oh! Oh! tu l'hai dunque vista, tu? Ne saresti tu dunque innamorato!
—Io l'ho vista ieri sera.
—Ma, non ha quattrini…. ecco lì!
—Si, ecco lì. Io gliel'ho detto. Cosa importa a noi, a noi, la splendida bellezza della figlioccia? Tanto più, che, a quanto sembra, il P. Piombini, confessore della bella madonnina si mette in uzzolo di correr la gualdana. Noi abbiamo, noi, la nostra grassa Lusetta. Laus Deo! Quella roba lì si tocca, almeno; la si palpa, la mangia, cospetta, beve, strepita, conta gli scudi, ci cerca taccoli per darci poscia i gaudi del raccomodamento. La ha della schiena, delle groppe, della ciccia, l'alito forte, le braccia tarchiate e…. il resto.
—Birbo, brigante! Ringrazia Dio che stamane io mi senta di buono umore! senza ciò, ti raccomanderei mo' mo' al marchese di Sora e ti farei rimpedulare il cervello nel bagno come liberale.
—Io dimando mille volte perdono a V. E. Rev.ma. Io non aveva alcuno intendimento di spiacervi. Gli era un paragone involontario con quella tosa di diciotto anni, svelta come una colonna gotica, bianca e diafana come il vapore dell'alba, l'occhio languido dell'amore che si risveglia, la bocca di rose che scoppietta baci, una Venere sotto la pelle d'un cherubino, che dà la vertigine dell'amore anche….. ad un capo di ripartimento!
—Ti veggo venire, il mio libertino. E poi?
—Ma, ecco tutto. Io sono troppo, troppo povero per appropriarmi quel diamante incomparabile. Codesto non può ornare che una corona, una tiara o una mitra.
—Avresti meglio fatto a cominciar dalla mitra, giacchè suo fratello vuole esser vescovo.
—Ma e' non l'è mica ancora, poichè non ha i sei mila ducati, e poichè la sua piccola Vergine Maria non si mette al Monte di Pietà. Allora, ei sarà ciò che sarà. Noi abbiamo la nostra Lusetta propria a tutto, che ci ammalia con i suoi occhi stupefatti, col suo appetito, col suo fiato…. A proposito, fuma dessa, monsignore?
—A fe' di Dio! non lo so mica, urlò monsignor Cocle ridendo. Ad ogni modo, cionca del rhum. Ma che diavolo vuoi? Ho il tempo per cacciar le colombe, io? La vi era, nel tempo in cui la confessavo come semplice monaco, la vi è restata. Ma tu sei il suo nemico, tu, perchè ella ha domandato la sua mancia su i tuoi affari. Ciò è giusto però, e' mi sembra.
—Che V. E. Reverendissima mi scusi. Io non sono il nemico di Lusetta, ma il servitore rispettoso e devoto di monsignor di Patrasso. Ora, poichè il fratello non ha denari e che io non posso fargli alcuna anticipazione sul pegno prezioso che e' possiede….
La porta si aprì. Il re entrò. Don Domenico rinculò fino al fondo del salone. Monsignor Cocle si alzò. Il re andò dritto a lui e gli baciò la mano.
—Io vado a far saggiare qualche cannone, fuso ed apparecchiato a Pietrarsa. Vogliate ascoltarmi in confessione, disse Ferdinando II con l'aria di chi non ha tempo da perdere.
—Avete voi fatto il vostro esame di coscienza, sire?
—No.
—Io vi ho lasciato in istato di grazia ieri sera, a dieci ore. Ma la notte, sire, il diavolo va intorno: i cattivi spiriti scaricano sopra di noi le loro emanazioni pestifere; nel sonno, l'anima non è in guardia; la carne regna; le tenebre maculano…. Vogliate, sire, prepararvi un istante. Infrattanto io riconcilio il mio vecchio penitente ch'è colà, e gli do l'assoluzione.
Il re, obbediente come un fanciullo, andò ad inginocchiarsi ad un inginocchiatoio in un angolo del salone, e Don Domenico Taffa s'inginocchiò ai piedi del vescovo.
—Ascolta, disse monsignor Cocle a voce bassa. Tu sei uno scellerato affezionato, ed io ti parlerò con tutta franchezza, come sempre, poichè tu conosci tutti gli affari miei. Intrattieni la speranza nel fratello e non lasciar cader la sorella fra le unghie del gesuita. Una bellezza di quel calibro è un agente potente cui non bisogna far cadere nelle mani dei nemici. Io rifletterò… ho a riflettere su tante cose.
—Ho paura che non ci prevengano.
—Ecco appunto ciò che bisogna evitare. Io non ti nascondo che sono diabolicamente stufo di Lusetta.
—Lo credo bene.
—Tu non dubiteresti mai che quella cialtrona m'abbia gittato l'altra sera un candeliere alla testa!
—Bah! una testa di vescovo è oliata! il liquido della lampada non vi fa macchia.
—Se il re non fosse lì, io ti darei del mio piede tu sai dove.
—Io riceverei con riconoscenza codesto segno d'amicizia di Vostra
Eccellenza Reverendissima.
—Dunque, io sono deciso a romperla con quella figlia di Satana, tanto più che la diviene di una esigenza intollerabile, che la città comincia a cianciare su queste mie pratiche, e che le si vanno a proporre affari, cui ella m'impone sollecitare. Tu vedi dunque, che bisogna ad ogni costo che io la lasci.
—Allora, voi sareste deciso a dare un vescovo alla chiesa di Teramo per nulla ed a compensare i condivisori?
—Parleremo di ciò più tardi. Tu vedi che il re attende.
—Che attenda. Io sono qui al tribunale della penitenza, e non spreco i sacramenti. Dunque voi v'incaricate del fratello. Ma io non ho detto ancora a Vostra Eccellenza Reverendissima che bisognerà pensare altresì ad un altro, forse….
—A chi dunque?
—A ciò che ho potuto capire, vi è sotto cappa un fidanzato. Cosa ammirabile! Un marito? una bandiera che copre la mercanzia!….
—Che diamine è codesto fidanzato che tu metti in scena adesso? Posso farlo mandare in galera?
—Non ne so nulla ancora. Ne ho inteso parlare. Gli è a vedere. Gli è ad intendersi…. Voi comprenderete che un marito non può solamente subire le perdite nell'affare….
—Ma se penso al marito, posso ben dispensarmi di pensare al fratello, e' mi pare! Ora, io preferisco colmare il marito…. capisci!
—Il turba-feste! comprendo a maraviglia. In questo caso, io mi metto in campagna con prudenza e spero….
—Diamo scacco al gesuita. Io trovo quei rettili sotto tutti i miei passi.
—Lasciate che io dia questa prova della mia devozione a Vostra
Eccellenza Reverendissima.
—Ego te absolvo in nomine patris et filii et spiritus sancti…. borbottò a voce alta monsignore, dando l'assoluzione e squartando dei grandi segni di croce.
Don Domenico si alzò, baciò la mano del vescovo, piegò il ginocchio innanzi al re ed uscì a rinculo.
Il re andò a sua volta a mettersi ai piedi del santo uomo.
Don Domenico si recò al ministero e dette ordine che non lo si turbasse, avendo un lavoro importante a fare per il ministro. E' si mise allora al suo tavolo e cominciò a riflettere ed a scrivere.
Ei minutò e lacerò per lo meno venticinque bozze, alzandosi, passeggiando, affacciandosi al balcone per ispirarsi alla vista del cielo e del mare. Ei si battè la fronte, fiutò il tabacco, fumò una dozzina di sigari, si prosciugò la fronte come un uomo che suda, infine mise alla luce le linee seguenti:
«Gentiliss. e riveritiss. sig. Abate,
«Le persone di spirito sopprimono i preamboli: esse s'intendono di una parola. Io non vi scriverò dunque che questa parola: io sono stato fulmineamente colpito di amore per la signorina vostra sorella. Ve la dimando in matrimonio. Voi conoscete la mia posizione. Il mio ministro, e S. Ecc. Reverendissima, mons. Cocle, assisteranno al contratto. Io non voglio dote. Io m'incarico della felicità della signorina vostra sorella e del corredo di nozze, non che dell'avvenire della famiglia. Accogliete, vi prego, la mia domanda con la semplicità ed il disinteresse con cui io ve la indirizzo, e rendetevi interprete presso vostra sorella di tutti i miei sentimenti devoti ed ardenti. Qualunque sarà la vostra risposta, voi mi permetterete di dirmi sempre
«Napoli, il 2 maggio 1847.
«Vostro amico sincerissimo
«Domenico Taffa,
«Capo di Rip. al ministero del culto.»
Questa lettera gittò Don Diego nello stupore. Egli contemplò sua sorella con un'attenzione ostinata, come se avesse voluto scovrire nei tratti della giovinetta la sorgente di quei miracoli, poi gridò come un uomo stordito, indirizzandosi a sua sorella ed al barone di Sanza:
—Io non posso contenermi. Bisogna che vi legga la lettera.
E la lesse. Bambina si coprì il viso con ambo le mani per nascondere la sua commozione. Tiberio sorrise leggermente senza manifestare il minimo turbamento.
—Che mi consigliate voi, amico mio? dimandò Don Diego.
Il barone si levò, prese il suo cappello e rispose:
—Io conosco quell'uomo. Egli vuol essere consigliere di Stato, segretario generale del suo ministero, forse anche ministro. Bambina è il prezzo di quei posti.
Ei salutò ed uscì, udendo Don Diego che mormorava come atterrato:
—Suicidarmi, divenir spia, prostituire mia sorella: ecco la mia sorte! No: Dio non c'è!
Bambina che accompagnava il barone di Sanza, gli susurrò a voce bassa:
—Avrei da parlarvi.