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Il Re prega: Romanzo

Chapter 17: XII.
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About This Book

La vicenda si svolge in un borgo montano diviso in due rioni e si apre con una minuta descrizione di una casa povera: una sala fumosa condivisa con animali, arredi essenziali e abitudini di parsimonia quasi monastica. Sullo sfondo di un paesaggio aspro e della vita contadina, si prepara la partenza di un personaggio di rango e la giovane Bambina compie i suoi gesti d’addio; emergono attaccamenti familiari, la cura degli animali e la discreta dignità degli abitanti. Il racconto alterna scene domestiche, osservazioni sociali e momenti intimi legati al distacco.

IX.

La tempesta si addensa.

Bambina restò sotto le armi tutta la giornata seguente; il barone di
Sanza non comparve.

Don Diego uscì di buon'ora volendo evitare una spiegazione con sua sorella, e non rientrò che la sera. Egli vide Don Domenico Taffa, lo ringraziò dell'onore che gli aveva compartito, chiedendogli la mano di Bambina; accettò la proposta condizionatamente; dimandò una settimana di tempo per presentarlo a sua sorella, quel tempo essendogli necessario per sciogliere la sua parola col conte di Craco che destinava la giovinetta al barone di Sanza; disse che costui non gli sembrava punto tenero della sua fidanzata: promise che Bambina non andrebbe più a confessarsi…. breve, mischiando vero e falso, accomodò le cose in modo che gli si accordarono di buona grazia alcuni giorni per riflettere. Don Diego voleva penetrare i disegni altrui, dissipare il caos della sua anima e della situazione, scandagliare Bambina, pesare la sua risoluzione.

La serata fu triste e silenziosa. Don Diego trangugiò prestamente la pietanza che, preparate pel desinare, servì di cena. Bambina succhiò qualche ciliegia. Il tempo della miseria rassegnata e lieta della provincia era passato. Essi subivano al presente la miseria preoccupata ed ambiziosa, avvelenata da tentazioni colpevoli e da brame disoneste. Non dissero una parola sul pensiero che li preoccupava, non fecero un'allusione alla lettera della sera precedente: il pensiero del fratello e della sorella nonpertanto non volgeva che su quella. Il filo che metteva in comunicazione questi due esseri era spezzato. E' si ripiegavano in sè stessi, adesso: ciascuno aveva il suo mondo di visioni a contemplare.

Oppressa da quel silenzio. Bambina andò a coricarsi di buon'ora. Don
Diego ronzò pel suo alloggio fino ad un'ora del mattino. Che pensava
egli? Egli giudicava la società, in mezzo alla quale e' viveva, come
Regolo nella sua cassa guarnita di punte di ferro.

Alle sette del mattino, udì picchiare. Era una serva con una lettera del canonico Pappasugna, che lo pregava di passare da casa sua, prima delle undici, essendogli stato raccomandato dal padre Piombino.

Bambina non era ancora alzata. Don Diego si vestì ed uscì senza vederla. Bambina aspettò il barone di Sanza fino a mezzodì. Poi, ruppe in lagrime e, senza riflettere a ciò che facesse, un'ora dopo si trovò inginocchiata innanzi al confessionale del padre Piombini. La chiesa immensa del Gesù Nuovo era deserta.

—Io vi aspettava, disse il gesuita.

Questa parola dette a Bambina la coscienza di sè stessa. Un nuovo accesso di lagrime la prese, il singhiozzo la soffocò. Il gesuita provò di consolarla e, parola per parola, frase per frase, le carpì il racconto della lettera di Don Domenico Taffa, del commento del barone Sanza, della sclamazione desolata e terribile di suo fratello, del ritrovo domandato e non ottenuto del giovane conterraneo a cui essa desiderava indirizzarsi per un consiglio.

Il gesuita intravvide un innamorato nel barone di Sanza, e quindi un terribile ostacolo a demolire.

Il colloquio fu tempestoso, quantunque Bambina distratta ed affannata non rispondesse che per monosillabi. Il padre Piombini, esaltandosi per gradi, obbliandosi, cieco, inconsciente quasi, fece in fine esplosione:

—Io ti amo! disse egli con voce strangolata. Sei tu contenta adesso che mi hai strappata questa terribile parola? Perchè sei tu ritornata? Io godeva della pace da parecchi anni. Io credeva che il mio cuore fosse disseccato. Tu vi hai messo tutte le fiamme dell'inferno. Io non sono stato sempre gesuita. Io era il conte Bonvisi. Io fui marito di una donna amata. Io fui alla corte di Vienna ambasciatore del duca di Modena. Io era ricco di un milione…. Io aveva gittato tutto ciò in una tomba. Tutto ciò può risuscitare. Vuoi tu essere mia? Vuoi tu avere pietà di me?

Bambina si alzò e si slanciò fuori la chiesa come una colomba morsicata da un serpente. Era stata ella colpita?

Il barone di Sanza che si presentò da lei verso le cinque, la trovò ancora tutta sconvolta. Ella si guardò bene dal dirgliene la ragione, e, cosa più grave ancora, ella tacque altresì a suo fratello questa visita fatta al gesuita. La devastazione si operava nella sua anima. Ella aveva tanto desiderato l'abboccamento col suo compagno d'infanzia di Lauria, ella aveva provato un'ansietà malaticcia pel ritardo di lui, ed ora che colui era quivi per ascoltarla ella ne sembrava contrariata. Ahimè! Bambina aveva cessato di essere fanciulla e la sua coscienza non era più vergine. Il confessore aveva violata quell'innocenza come un calabrone profana la corolla della rosa. Ah! se le madri avessero il pudore dell'incredulità e dell'empietà, quante più fanciulle entrerebbero nella stanza nuziale col candore dell'infanzia!

—Scusatemi se ieri non mi sono recato al vostro appello, disse il barone di Sanza. Io sospettai perchè avevate desiderato parlarmi e voleva avere qualche cosa a rispondervi.

Questo tuono cerimonioso e solenne mise il colmo al turbamento di Bambina. Ella, che l'anno scorso ancora chiamava il barone corto corto Tiberio, ed egli che le dava del tu! Quale accidente si era dunque rizzato tra loro e li aveva cangiati così? Bambina portò gli occhi sul giovane onde assicurarsi se era proprio lo stesso, che l'anno scorso, alle vacanze, a Lauria, le aveva susurrate di così dolci parole e che aveva aperta alla sua fantasia la porta dei sogni d'oro.

Sì, mia povera figliuola, gli è bene lo stesso individuo, ma non è più la medesima maschera, non è più la medesima scena, non sono più le medesime circostanze. Lo studente in via di divenir diplomatico, che dalla capitale cade in provincia e che incontra nella casa di suo padre questa perla di bellezza e di purità, si sarebbe creduto disonorato se non le avesse spippolato qualche madrigale,—sopra tutto dopo aver passato i begli anni dell'infanzia insieme a cercar nidi, a giuocare a mosca cieca e dar la caccia alle farfalle il giorno ed alle lucciole la sera. Ma a Napoli, ma essendo uno dei lions della moda, ma penetrato di già nel tempio di Iside della carriera diplomatica, ma in faccia alla poveretta affagottata in un astuccio di monachetta, lui, il barone di Sanza, tu la figlia del sarto…. ah! povera figliuola, di', di' dunque, è questi il medesimo uomo? Se il barone di Sanza non fosse stato un giovane d'onore, egli avrebbe, tutto al più, divisato di far di Bambina un tastullo d'amore. Ma egli rispettava ciò che suo padre stimava: il carattere del fratello, l'innocenza della sorella.

Tiberio aveva ventitrè anni, ma sembrava più attempato. Portava tutta la barba,—quel primo getto della giovinezza, soffice e vellutato, che s'imbeve di sole e corrusca di quel color d'oro tanto caro a Tiziano cui ammiriamo nel ritratto di Carlo V. Aveva occhi verdi, ma vivi, ciò che ne faceva scomparire la fredda ferocia; la pelle bianca lenticchiata, ciò che toglieva alla sua costituzione i sintomi della debolezza. I suoi lineamenti erano belli, somiglianti a quelli di Cesare Borgia. Era alto e ben proporzionato, ciò che aumentava l'eleganza del suo portamento e delle sue maniere. La sua solennità affettata mascherava la lentezza della sua intelligenza, la quale aveva bisogno di riflettere per comprendere. Il suo cuore, anch'esso, si commoveva con calma. La natura lo aveva dotato di un'organizzazione linfatica; ma il barone di Sanza aveva avuto la scaltrezza di farsi un merito di questa opacità e di far passare questa indigenza di vitalità per l'opera della volontà.

La sua istruzione non era estesa, ma era solida. Aveva il giudizio dritto, il sentimento della giustizia, l'amore della libertà, benchè non ripugnasse alla monarchia. I suoi costumi si modellavano su quelli dell'aristocrazia inglese o piuttosto quella parte dell'aristocrazia inglese che si dà alle pubbliche funzioni. Ascoltava bene, conservava il segreto con fedeltà, aveva il coraggio dell'uomo che si stima e che ha la coscienza di fare il suo dovere in tutto ciò che fa. Aveva avuto due duelli con due ufficiali svizzeri, cui aveva feriti. Il mondo lo ricercava. Le giovanette ne almanaccavano come di un buon partito, benchè il barone fosse relativamente povero.

Per isventura, egli non sentiva il bello,—al di là della forma essenzialmente plastica. Avrebbe avuto un'eccellente stoffa di magistrato. Ma gli mancava la penetrazione subita, necessaria, anzi indispensabile al diplomatico. Dava le traveggole però in modo rimarchevole, per la composizione attenta del suo viso ed il riserbo delle sue parole.

Bambina non conosceva questa faccia del suo amico d'infanzia, il quale avrebbe creduto, essendo giovanotto, di derogare se non fosse stato galante. Tanto peggio se Bambina aveva capito altrimenti. Ella si trovava adesso in presenza della disillusione. Ma che importa? lo stupore è l'ostinazione dell'anima.

—Signor barone, disse ella biascicando le parole, vi domando scusa di avervi incomodato. I provinciali hanno una facilità deplorevole ad ingannarsi sulla natura delle convenienze sociali. Io aveva confuso il barone di Sanza di Napoli col Tiberio di Lauria.

Bambina aveva nell'accento un'amarezza che non isfuggì al barone. E' rispose:

—Confondeteli sempre quando l'uno o l'altro possono rendervi qualche servizio. Io sono venuto per questo.

—Grazie. Io non ho più bisogno di nulla. Voi diceste un motto l'altra sera che gettò il terrore nel mio spirito. Volevo dimandarvi qualche spiegazione per guidarmi nella mia decisione. Adesso ho riflettuto ed ho preso un partito da me sola. Non sono forse ben sola?

—Ne ho paura, replicò il barone. Vostro fratello insorge contro il destino e contro l'ordine naturale delle cose. Egli ha delle ambizioni forse precoci. Egli bazzica con persone spregevoli. Egli vi espone a delle dimande in matrimonio che sono un marchio d'infamia per una giovinetta come voi. Bambina. Egli patteggia col male. Don Lelio Franco ha diffidato forse dei suoi principii e l'ha eliminato pulitamente dal suo ufficio. La polizia non insiste più per rinviarlo da Napoli. Egli….

—Basta, gridò Bambina con alterezza, alzandosi. L'è noto: la sventura e la miseria sono criminose. Se questo disperato si strascina sulle mani e su i piedi per salvarsi dall'oltraggio dell'ingiustizia, egli ha torto: si sospettano le sue vedute, si crivellano le sue parole, si anatomizza la sua anima come un cadavere per osservarvi la causa della morte. Che bisognava fare? Egli si annega. Ha desso il diritto di trovar sporca la mano che si sporge per salvarlo, quando le mani bianche e guantate si ritirano per paura di sporcarsi toccando dei cenci? Povero fratello!

E ruppe in lagrime. Il barone volle prenderle la mano. Ella la ritirò.

—Io non voleva affliggervi, disse il barone dopo un istante di silenzio, ma rischiararvi e spiegarvi il mio riserbo e la mia esplosione poco misurata dell'altra sera. Non mi fate l'ingiustizia di credermi indifferente al vostro destino.

—Il mio destino è nelle mani di Dio. E' non mi resta che lui. Un giorno io ebbi forse l'ingenuità di sognare che un altro se ne sarebbe incaricato. Ho abbandonato quel delirio. Noi lottiamo tutti per nostro proprio conto.

—Se è un rimprovero che m'indirizzate, signorina, io temo forte ch'esso non sia ingiusto. Tra i sentimenti che noi proviamo, veri, profondi, santi, ed il soddisfacimento che possiamo dar loro, si frappone il mondo con le sue esigenze, le sue regole e le sue convenienze. Tiberio esiste sempre, ma egli è subordinato al barone di Sanza ed alla società che lo attornia. Ve lo confesso in tutta sincerità: io non ho trovato sul mio cammino della vita alcuna giovinetta più bella, più pura di voi. Nessuna delle fanciulle che ho strette sul mio cuore al ballo, a cui ho indirizzato una parola in società, non m'ha tocco più di voi. Io non amerò forse giammai una donna, poichè non ne incontro alcuna che vi rassomigli. Ma io sarò forse obbligato di rinunziare alla felicità che ha incantati tanti giorni della mia vita.

—Voi mi renderete giustizia, almeno, sclamò Bambina, che io non ho nulla fatto nè per darvi nè per togliervi codesta felicità.

—Io vi rendo questa giustizia. Voi non siete nè civetta nè ambiziosa. La fantasia può esaltarvi; ma voi ignorate il calcolo. Voi non avete dunque nulla a rimproverarvi, e voi non mi rimprovererete nulla, voglio lusingarmi con questa speranza, quando saprete la situazione precaria in cui vivo, in cui parecchi fra noi vivono. Io sono impegnato in una mischia terribile, nella quale giuoco tutto, fortuna, avvenire, vita e felicità. Io non mi appartengo più. Che io esiti solamente e sono disonorato. Qualunque distrazione è un tradimento. Posso io, di' Bambina, Bambina dei giorni raggianti della nostra infanzia, posso io caricarmi dei destini di una donna, nel cratere di questo vulcano? Io non aggiungo altro. Ho forse il torto di averne già troppo detto. Ciò che succederà all'indomani del trionfo o all'indomani della dirotta, Dio solo lo sa. Ma dirotta o trionfo che la sorte ci appresti, un abisso ci separa. Tu non puoi essere nè la moglie di un forzato, nè quella d'un ambasciatore.

—Perchè no, la moglie di un forzato? replicò Bambina.

—Perchè ti offrirebbero la vita, la libertà dì tuo marito in cambio del tuo onore, e che tu l'ameresti troppo per non trovarne il cambio esorbitante.

Seguì un momento di silenzio. Bambina intravide un altro aspetto della vita. Ella non osò quindi domandare: Perchè no la moglie di un ambasciadore, poichè ambasciadore vi è? Rispose invece in tuono umile:

—Io mi rassegno; e non è un merito, avendo mai sempre sperato sì poco. Solamente, ve ne scongiuro, non mi lasciate nel vago. Voi avete accusato mio fratello e l'uomo che domanda sposarmi. Formulate le vostre accuse. Io debbo pigliare un partito.

—Ebbene, non precipitate nulla. Gli avvenimenti incalzano ed essi vi rischiareranno. Quel Don Domenico Taffa è un miserabile senza dubbio. Ma egli vi ha vista; perchè non si sarebbe egli violentemente acceso di voi poichè altri lo furono?

—Infatti! sclamò Bambina sorridendo con amarezza.

—Se il suo amore è vero, egli persisterà, continuò Tiberio, deciso a non comprendere le illusioni di Bambina. D'altronde io lo farò sorvegliare.

—Che tristo mestiere! proruppe Bambina. I birri ci sorvegliano per salvare la società; son dessi meno orridi per ciò?

—Allora, io mi asterrò. Quanto a vostro fratello….

—Ah! fate attenzione….

—Quanto a vostro fratello, si diffida di lui. Il suo pensiero è malato: le sue tendenze non sono buone. Ma alcun atto, fin qui, non è stato allegato contro di lui. Io lo difendo ancora. Il suo carattere fosco, la sua aria incerta, il suo approccio poco simpatico, la sua timidezza, giustificatissima del resto, possono occasionare qualche equivoco. Ciò è di già troppo al suo posto. Tutto ciò, preso insieme, gli nuoce, vi nuoce, m'impone una grande circospezione. Voi vedete allora. Bambina, perchè….

—M'avendo detto l'anno scorso: io ti amo! interruppe Bambina, voi mi dite quest'anno: tu non puoi essere la moglie nè di un forzato nè di un ambasciatore! Il cuore non ha nulla a vedere lì dentro, non è vero? Perchè codesto monello si mette desso ad amare senza consultare l'almanacco di Gotha ed il termometro politico? Correre il rischio di amare la sorella di una spia? orrore! Ebbene, signor barone, davvero, quando voi sarete ministro, bisognerà stabilire un lazzaretto per i cuori nella situazione… del mio. Vi si vedrà chiaro almeno, dopo aver purgata la contumacia. Ma non parliamo più di ciò. La questione è esaurita. Io sono libera.

—Della calma, Bambina, della calma, disse Tiberio alzandosi. Non si gettano gli amici dalla finestra con tanta leggerezza, per un dispetto inopportuno. Mia madre e mio padre vi amano; io vi ho sempre cara più che sorella. Malgrado il vostro risentimento io m'interesserò dunque a voi. In tutte le peripezie della vita, voi non avete che a dire una parola per vedermi presso di voi. Non ci diciamo addio dunque. D'altronde io ho il convincimento che i sospetti che sorgono contro vostro fratello, si dissiperanno.

—Non una parola di più su mio fratello, ve ne supplico. Torturatemi tanto che vi piace, ma non sporcate, neppure col pensiero, questo sventurato che lotta in mezzo al naufragio. Voi non eravate crudele un tempo. Parlategli, spiegatevi con lui, dimandategli ragione della sua vita, della sua anima, scandagliate quel cuore che è un abisso di dolore. Ei non vi nasconderà nulla.

—No, figliuola mia, ciò non si può. Io non sono il suo giudice d'istruzione. Io vi ho riferite, come un fratello a sua sorella, le terribili insinuazioni che corrono sul suo conto. L'avvenire lo giudicherà, ne son certo. Ma io non posso dimandargli ch'ei si difenda. Dovrei cominciare per significargli i suoi accusatori ed i suoi giudici,—ciò che io non posso. Nel nostro partito, noi giudichiamo gli atti. Ebbene, ch'egli cessi di frequentare Don Domenico Taffa e di mandarvi a prostituire l'anima al confessionale di un gesuita.

Quest'ultima parola cadde come il fulmine sul capo di Bambina. Ella divenne cadavericamente pallida, ed articolò appena le parole:

—Addio, Tiberio.

—No, cara piccola sorella, a rivederci. Mia madre piangerebbe dei vostri guai come dei miei.

—Oh! ditele, ditele pure, gridò Bambina piangendo, che io l'abbraccio dal fondo del cuore.

—Io le manderò questo bacio, rispose Tiberio, baciandole castamente la fronte.

Ed uscì. Bambina sentì come qualche cosa che si spezzava in lei. Il cielo radioso della sua infanzia e della sua adolescenza si tinse di nero. Più nulla indietro di lei; innanzi a lei, il fantasma mostruoso dell'infinito. Ella restò parecchie ore in quello stato di ammutolimento, senza pensare, ma provando mille dolori invisibili ed incogniti, come se avesse galleggiato in un'atmosfera in cui ogni molecola è una punta d'ago. Il grido disperato del gesuita e l'addio di Tiberio si precipitarono sopra di lei come due flutti spaventevoli che la faceano roteare a guisa di un granello di sabbia preso in una tromba nel deserto. Ella avrebbe pregato, se glielo avessero insegnato.

Povera fanciulla, il turbine scherza con un bricciolo di lolla!

Don Diego entrò.

X.

L'esplosione.

—Tu vai a spiegarti, non è vero? gridò Bambina gittandosi al collo di suo fratello. Tu mi proverai che ciò è falso, non è vero?

Don Diego si trovava nella situazione di spirito la più dolorosa e la più contrastata. Aveva subìti nuovi affronti e nuovi disinganni.

Dopo aver lavorato tutto un giorno ed aver messo a luce un capolavoro sotto le strette della disperazione, un balordo gli aveva dichiarato che la sua elucubrazione era un'assurdità. Il canonico Pappasugna, a cui il gesuita l'aveva raccomandato, gli aveva dimandato un panegirico sull'Ascensione. La cosa urgeva. Don Diego si era rinchiuso nel gabinetto del canonico ed aveva composto un magnifico pezzo di eloquenza pieno d'imagini nuove e poetiche. Egli aveva seguito di pianeta in pianeta, di stella in stella, d'empireo in empireo, il Cristo ancor uomo che si eleva nei cieli sur uno strano veicolo, perde a poco a poco la vista del suolo, percorre gli spazi infiniti seminati d'astri e scorge infine Dio,—l'immensa armonia,—come il centro di queste armonie… Ma non uno dei luoghi comuni stupidi, consacrato dalla rettorica dei vecchi predicatori, non una parola di teologia, nessuna trivialità.

Il canonico non aveva gustato la novità, riserbandosi nondimeno di apprendere e di recitare il panegirico e di giudicarlo in ultimo appello dall'effetto che produrrebbe sull'uditorio, il 21 maggio prossimo. Ei non aveva pagato il prete di cui si appropriava il lavoro. Ne aveva criticato l'ortodossìa, la lingua, lo stile, le imagini scientifiche e laiche, le ali dell'ode che aveva date al discorso. Vivamente contrariato, Don Diego aveva lasciato il canonico senza salutarlo, ridendogli sul muso con sprezzo e dichiarandogli ch'egli non lavorerebbe mai più per lui, ad alcun prezzo. Nella strada, egli era stato urtato da un birro, che lo aveva poscia inseguito ed apostrofato coprendolo di villanie. Al canto del vicolo una giovane donna in cenci, dimandandogli l'elemosina con ansietà febbrile, gli aveva detto:

—Voi siete felice, soccorrete la miseria!

Tutto ciò aveva portato l'esasperazione di Don Diego al diapason della rabbia. La bordata con cui Bambina l'accolse arrivava male a proposito. Ad ogni modo, non la comprese, poichè dimandò:

—Spiegare che cosa? provare che cosa?

—Ma, bontà di Dio? essi dicono che tu sei un traditore, una spia, che so ancora? e che tu mi vendi.

La misura traboccava. Don Diego si fermò di un tratto, prese sua sorella dalle due spalle, l'inchiodò sul luogo, fissò su di lei due occhi elettrici iniettati di sangue ed urlò:

—Chi? chi dice ciò?

Bambina non aveva giammai visto suo fratello in uno stato simile d'eccitamento. Ella tremò e balbuziò, non volendo tradire il segreto della visita di Tiberio, come gli nascondeva pure la sua visita al gesuita.

—Lo si dice… la città ne parla… una lettera anonima che ho gettata al fuoco… qualcuno che mi ha avvicinata in istrada…, infine, l'è così: ti sospettano.

—Sciocca! tu hai visto il barone di Sanza, rispose Don Diego, lasciando sua sorella che piegava sotto la sua pressura. Non mentire: tu l'hai visto. Ebbene, sia.

—È dunque vero?

—Non lo è ancora, ma lo sarà.

—Oh fratello, fratello! gridò Bambina singhiozzando.

—Silenzio, bimba. Non son io che l'ho voluto; non sei tu che l'hai provocato: l'abisso invoca l'abisso; ebbene cadiamoci.

—Tu mi riempi di terrore.

—Stolidezze! Noi siamo in questa città una eccezione balorda, e vi facciamo scandalo. Ecco perchè, non potendoci accusare, ci sospettano. Che ci accusino allora, e tocchiamo almeno il prezzo dell'infamia, poichè ce ne affusolano la livrea. Ah! io tradisco? ah! io ti vendo? Dio e fulmini! sia. Io tradirò e ti venderò.

—Tu deliri, dunque, Diego?

—No. Io ho delirato fin qui, quando ho creduto che l'onore e la virtù avessero un prezzo presso gli uomini, quando ho pensato che la miseria poteva essere una sventura e non il bersaglio agli oltraggi. Io comincio a ragionare alla fine. Io frango il mio guscio di provincia. Io sputo sulle mie idee barocche di probità e di fedeltà. Io mi burlo del vecchio guazzabuglio della distinzione del bene e del male, che io aveva appreso dai filosofi, nella storia e nella vita. Voi lo volete? ebbene, io sarò come voi: a briganti, brigante e mezzo.

—Ah! Diego, se nostro padre e nostra madre sorgessero dalla fossa e ti udissero!

—E' comprenderebbero perchè sono crepati, l'uno sarto tisico, l'altra tessitrice alla giornata, per rammollimento della midolla spinale. Io, io morrò vescovo; tu, tu morrai grande e ricca dama.

—Ma chi dunque ti ha pervertito così in qualche ore?

—Essi, essi! per Dio! Io non avrei dimandato nulla di meglio che di restar tranquillo e miserabile nel fondo della mia provincia, nella nostra povera casa, vivendo nel mondo ideale dei libri, reprimendo l'ambizione, i desiderii, i bisogni, facendomi oscuro e piccolo, sorvegliando il tuo candore e non sperando null'altro in vita mia che vederti maritata ad un artigiano laborioso come i nostri parenti. Chi è che mi ha sbarbato da quella terra madrigna, da quella casa crollante, dal suo onesto focolaio? Chi è che ci ha trasportati qui? Un vescovo, il quale, col medesimo colpo, mi strappa il pane dalla bocca, l'onore, la pace, il presente per me, l'avvenire per te.

—Ah! gli è pur vero! balbettò Bambina.

—Qui, io avrei ben voluto vivere del mio lavoro, del mio mestiere, fare il mio dovere nell'oscurità, darti il pane, il ricovero, la prosperità, la gioia del cuore, la pace per il momento… Chi è che si è gittato a traverso del mio cammino? La polizia. Tu non dirai la messa; tu non insegnerai; tu resterai perpetuamente sotto i nostri artigli; tu denunzierai; tu prostituirai tua sorella; tu farai getto della tua anima; tu propagherai la corruzione nel popolo; tu spierai i guaiti dell'infortunio e ne formulerai un rapporto per il ministro della polizia… ecco! Voglio io resistere? mi si tende una trappola ove noi cadiamo senza onore, feriti, gualciti, infamati anzi tratto, dileggiati, soli, sotto i piedi di accusatori infami. Voglio io lottare? non ho armi.

—Mio Dio, mio Dio! che abbiam dunque noi fatto a Dio, che ci tratta così?

—Lasciamo Dio e pensiamo agli uomini. Son dessi che fanno il male, ed è ad essi che occorre renderlo.

—No, no: restiamo vittime, sclamò Bambina. Sovvienti, Diego, delle parole di nostra madre, accanto al nostro povero fuoco, quand'ella non poteva più lavorare: Coraggio, figli miei, diceva la povera donna, Dio non paga il sabato.

—Nè la domenica, nè il lunedì, nè alcun giorno della settimana…. Io attendo il mio salario da quarant'anni. Giammai. Il dado è gettato. Io voglio esser vescovo. Io l'ho promesso a mons. Laudisio. Io me lo son giurato. Mi domandano seimila ducati. Non li ho, non li avrò mai a meno che non vada ad arruolarmi come brigante nella banda di Talarico. Se io avessi un segreto di Stato a mettere a partito,—uno di quei segreti che fanno marciare i complici, che s'impongono al re, di cui si traffica come d'un diamante, quando il coltello od il veleno non saldano la reale riconoscenza…—Ah! se io avessi un segreto di questa natura… io forzerei il pastorale a venirsi a collocare fra le mie mani. Ma non vi sono che i ministri ed i grandi confessori che posseggono di cotesti segreti, ed essi ne usano per loro proprio conto. Che mi rimane allora? Te, Bambina, te mia pura, bella, fragile e santa creatura.

—Me! e come? sarebbe dunque possibile? sarebbe dunque vero?

—Ascoltami bene, figlia mia. Io ho capito infine il gioco di quel Don Domenico Taffa che ti domanda in matrimonio. Il barone di Sanza aveva ragione. Egli è un uomo infame, un ambizioso abbietto, e che vuol essere segretario generale o consigliere di Stato e che trafficherebbe di te per il suo unico profitto. Ed io! io resterei gocciolone come prima.

—Avevan dunque ragione?

—Avevan ragione, ma s'ingannavano su questo: poichè bisogna assolutamente che tu sii il prezzo dell'ambizione di qualcuno, tu lo sarai della mia.

—Diego! no, non sei mica tu che parli così.

—Son io, proprio io. Io sono deciso e tu mi salverai, Bambina. Io non so troppo ancora ciò che farò. Io mi aggiro come un cieco in mezzo di quest'orrido mondo, mi smarrisco. Io non conosco ancora la via dell'infamia dorata, vado a tastoni, scandaglio… Ma, sii tranquilla; finirò per orientarmi. Solo, non posso nulla. Poi, un uomo che cade, cade per sempre; la sua perdita è irreparabile; il tempo lo sprofonda sempre più, nulla nè alcuno non lo rilevano. La macchia dell'uomo è incancellabile: la porpora di re o di cardinale, i ciondoli di diamanti, la mozzetta di papa, la livrea di ministro, l'uniforme di generale… nulla vale! l'infame resta infame. Se i contemporanei taccionsi, la posterità grida con tanta più veemenza. Io mi perderei con un profitto minimo e lo spettro del mio delitto m'avvilupperebbe del suo eterno riflesso. Gli stolidi! E' paventano ch'io li tradisca? Ho troppo spirito per non precipitare sì a fondo, per non darmi a mercè per così poco. Io penso, al contrario, impormi loro e soppannarne la mia fortuna.

—Tu mi sollevi di un gran peso, Diego, sclamò Bambina. Rinunzia però al resto.

—No, Bambina, tu non mi abbandonerai nel mio naufragio. Tu sola, tu puoi salvarmi, salvarci. La caduta di una donna non lascia tracce indelebili. Si ha pietà di lei. Si obblia, si perdona, si compatisce, si spiega l'infortunio, lo si circonda di tutte le circostanze attenuanti… Poi, un marito si presenta e tutto s'ingoia in quel baratro che assorbe la donna, che ne cancella perfino il nome. Questa tavola di marmo, allogata sur una cloaca, la cangia in altare.

—E la coscienza?

—Non parlare di ciò che tu ignori, fanciulla. La coscienza non è il pentimento, ma il rimpianto. Ora, tu non hai nulla a rimpiangere. Tu soccombi, tu ti sacrifichi, tu mi salvi…, il tuo cuore, i tuoi sensi, la tua volontà, la tua scelta, il tuo piacimento…, e' non vi sarà nulla del tuo. Che rimpiangeresti tu dunque? Ma una vita nuova ti sorriderebbe. Io lavorerei per te, per costituirti una dote. Io risparmierei. Brillerei. Avrei dello zelo…. Sorella di un vescovo! dotata della tua bellezza! all'età tua! sotto un altro cielo! Bambina, il tuo cuore si aprirà. Tu amerai. Tu potrai pretendere a tutto. Un giorno di lutto e di sacrifizio sarà presto obbliato: il sole dell'avvenire l'assorbirà. La colpa… l'è poi una colpa? si perderà nel silenzio.

—Cessa Diego: tu mi fai orrore! urlò Bambina coprendosi la faccia delle mani.

—Bambina, te ne scongiuro a ginocchio, non lasciarmi solo a portar questa croce. Non sono io che vi ho pensato il primo. Non sono io che ti forzerei se fossi sicuro che potremmo sottrarci a questo destino. E' son tutti congiurati contro noi, contro te. Il tuo barone di Sanza v'intingerebbe il dito. La polizia ci spinge, il vescovo ci spiana la via, Don Domenico Taffa c'invita, il tuo gesuita ti attira e ti prepara alla caduta… fino a monsignor Cocle sarebbe della partita, per quanto mi è sembrato comprendere dal discorso del capo di ripartimento. Possiamo noi sottrarci a questa marea di fango che ci assedia da tutti i lati, che c'inonda e che ci coprirà infallibilmente? Colpevoli e balordi ad un tempo! Ah! no, no, giammai. Io voglio cader nella fogna, ma su i miei piedi, non esservi precipitato la testa in giù.

—Oh madre mia, madre mia, gridò Bambina, non udire tuo figlio a quest'ora di demenza: e' non sa ciò che dice.

—Ahimè! e' non lo sa che troppo. E se tu potessi leggere nel mio cuore, io non ti farei orrore, ma pietà. Come? io ti avrei sorvegliata piccina, ti avrei guardata giovinetta, sarei stato per tanti anni fiero della tua bellezza, della tua innocenza, sarei stato geloso della brezza che folleggiava nei tuoi capegli, avrei fremuto contro il vento che scomponeva le pieghe della tua gonna, avrei spiato il tuo sonno, avrei letto nella tua anima, avrei ascoltato i battiti del tuo cuore per sorprendervi lo sveglio della donna, per circondarti delle mie cure, e tu puoi pensare che io ti consegnerei delle mie proprie mani, senza sentirmi schiacciare sotto il peso del cielo e della terra? Come? tu che mi hai visto impallidire leggendo la istoria del padre di Ifigenia, tu credi che io non morrei di dolore sapendo che tal giorno, alla tale ora…. Bambina, cara figliuola, cara sorella, avvelenami. Io sono un mostro.

—No, fratello: è una terribile ubbriachezza che tu traversi in questo momento. Ritorna in te; calmati. Se tu sapessi quanto io t'amo! se tu sapessi quanto ti compiango….!

—Ma non comprendi tu dunque che ciò ch'io ti domando è inevitabile? Che io mi astenga, e altri commetteranno il delitto egualmente ed a loro profitto esclusivo. Tu non comprendi che l'è decisa? Io mi contorco da due giorni a pensare come sfuggire la rete: e mi trovo impossente. Io mi aspetto ad ogni minuto esser ciuffato dalla polizia, e te… alla loro mercè! Dovunque, l'uomo si appartiene più o meno; qui, in questo infame paese, sotto questo governo, negazione di Dio, l'uomo appartiene alla polizia. Che voglio io insomma? prevenirli. Ah! se potessimo fuggire all'estero! Io mi sento abbattuto, atterrito…

—Mio Dio, mio Dio! ma infine che vuoi tu! dimandò Bambina gittandosi alle ginocchia di suo fratello.

—Io l'ignoro ancora, io stesso, te l'ho detto. Ma vi è una cosa a cui io sono deciso: esser carnefice piuttosto che vittima, avere un prezzo dell'infamia, poichè non posso evitarla. Vescovo! io voglio esser vescovo: bisogna che io mi vendichi.—M'hai tu capito?

Bambina se ne fuggì nella sua camera e vi si chiuse a chiave. Ella pianse e pregò tutta la notte, mentre che suo fratello, spossato dalla sua tensione di spirito sì violenta, sì continua e diversa, cadeva sopra il canapè come un ebbro fradicio e vi si addormiva. Ei passò la notte così.

Quando il giorno imbianchì i vetri del salone, ei si svegliò, e dopo alcuni minuti di stupore, si risovvenne della strana conversazione che aveva avuto la sera con sua sorella. Arrossì e levò gli occhi indegnati contro il cielo. Chi malediceva egli? Era ancora tutto vestito. Tuffò il capo in un secchio di acqua per rinfrescarlo, perchè la sua fronte bruciava di febbre e provò di coordinare le sue idee. La rivelazione era fatta: il più difficile. Egli aveva gettato la goccia d'olio che ora andava a spandersi ed allargarsi da solo. Che bisogno aveva egli d'insistere fino al momento della catastrofe? Ma, altresì, come subire lo sguardo ancora puro della vittima cui aveva colpito a morte la vigilia appena, senza temperamenti, senza ambiguità, senza pietà, leccando di una lingua avvelenata il sangue cui vedeva spuntare? Don Diego si affrettò ad uscire di casa, prima che sua sorella si fosse alzata, onde non arrossire innanzi di lei, non attenuar la portata dei suoi propositi nè tornarvi su.

Bambina l'udì uscire. Erano le otto del mattino, Ella non aveva dormito un sol minuto in tutta la notte. Aveva pianto molto; virilmente riflettuto. La sua risoluzione era presa. La situazione, d'altronde, non ammetteva ritardi. Non aveva nulla a sperare. Se avesse avuto un carattere meno ben temprato, l'era perduta. Imperciocchè, a traverso i soprassalti del lungo perorare di suo fratello ella aveva scorto la persistenza nel suo disegno. Bambina si alzò dunque subitamente ed uscì.

Se il P. Piombini non l'avesse, il dì innanzi, spaventata colla sua dichiarazione disperata, ella sarebbe andata a cadere ai suoi piedi e dimandargli soccorso. Adesso, ritornare a lui, e' sarebbe stato come un gittarsi nelle sue braccia, alla mercè di lui. Chi le restava?

Il barone di Sanza aveva lacerata malabilmente la tela incantata dei suoi sogni delle notti d'inverno, ma egli rimaneva ancora onesto, anche nel suo ridicolo. Poi, Bambina non conosceva alcun altro. Poi, Tiberio, quantunque sì bruscamente estirpato dal suo cuore, vi lasciava ancora le impronte di un passato che mai non si cancella,—la confidente famigliarità dell'infanzia. Bambina si recò da lui, non preoccupandosi neppure se ciò fosse o no convenevole.

Il barone di Sanza occupava un elegante piccolo appartamento nella salita Santo Spirito. Un vecchio cameriere piemontese, per nome Carlo, lo serviva da parecchi anni. Tiberio pranzava al caffè. Carlo conosceva Bambina, avendo accompagnato il suo padrone a Lauria, ed era lui che aveva scoperto il famoso appartamento cui Don Diego occupava in questo momento. Egli annunziò Bambina al suo padrone, che faceva colazione, con un certo mistero e non senza stupore. Tiberio fece entrare Bambina nel salone e corse a lei, dubitandosi che una disgrazia, una grandissima disgrazia, fosse già occorsa.

—Salvatemi! gridò Bambina, vedendolo e correndo al suo incontro senza preoccuparsi della presenza del domestico.

—Salvarvi di che? di chi? sclamò Tiberio.

—Non m'interrogate, ve ne supplico, continuò la giovinetta. Io non posso darvi alcuna spiegazione. Solamente, fate in guisa che qualunque traccia di me sia perduta per qualche tempo.

Tiberio stette qualche minuto a riflettere, poi disse:

—Comprendo tutto. Io aveva ben ragione di temere. Ebbene, siate calma, signorina, e rassicuratevi. Io conosco il ricovero che conviene. Sono sicuro che non vi sarà rifiutato. Solo, e' conviene che io vada a prevenire quella dama del servizio che le domando, o piuttosto che le dimandiamo, perchè io vado all'istante dal marchese di Tregle per condurlo meco.

—Io mi getto nelle vostre braccia come in quelle di mia madre: Dio ve lo renderà.

—Aspettatemi qui, disse il barone, infrattanto Carlo vi servirà da asciolvere. Verremo a prendervi.

—No, rispose Bambina. Bisogna che io ritorni in casa per l'ultima volta, poichè siete sicuro di procurarmi un ricovero. Ho della biancheria da prendere; ho una lettera da scrivere. Poi, ritornerò.

Bambina partì. Il barone uscì, guardando Carlo in certo modo e mettendo l'indice della sua mano a traverso le labbra per significare: Silenzio!

Bambina rientrò. Suo fratello non vi era. Ella fece un piccolo fagotto di biancheria, poi scrisse le linee seguenti:

«Caro fratello, non essere inquieto della mia sorte, nè fare delle ricerche per trovarmi. Io ritornerò quando la bufera sarà calma. Io non ho collera contro di te. Perdonami. Che nostra madre sorvegli dall'alto dei cieli i nostri passi in questo deserto; ch'ella addolcisca i tuoi cordogli e secchi le tue lagrime. Addio… no, a rivederci presto, caro, caro fratello. Perdonami, se per la prima volta in mia vita io ho dubitato di te. Tu sei malato. La vertigine ti porta negli spazi del male. A rivederci;… a bentosto… Bambina.»

Bambina suggellò la lettera e la collocò bene in vista sulla tavola. Ella poggiò le sue labbra sul suggello e la carta sul cuore. Le sue mani tremavano. Le sue gambe barcollavano. I suoi occhi erano ripieni di grosse lagrime che si gonfiavano, si spandevano e non colavano.

Ella entrò nella camera di suo fratello ed abbracciò gli origlieri del suo letto confidenti di tante ansietà, di tante agonie. E la accomodò il letto, i mobili, riempì la brocca, preparò le pantofole, la vecchia giubba che gli serviva di veste da camera, cucì un bottone ad una camicia. Poi fece il giro dell'appartamento. Il suo cuore se ne volava fibra a fibra. Per la seconda volta ella abbandonava quella sacra cosa che chiamasi il focolare domestico. Quell'orribile luogo le sembrava quasi una residenza reale. Tutto le ricordava la presenza di suo fratello, il quale, per lei, era tutto. Al di là di quella soglia l'incognito, la solitudine! Diciotto anni di vita si sbarbicavano dal suo cuore, svellendosi da quella casa. Che diventerà egli, il povero uomo abbandonato! Che diventerà anch'ella, questa povera foglia svelta dalla sua quercia natia? Questa cucina senza fuoco! questa dispensa, vuota! Questo fosco eterno! Questo spazio senza eco! Egli non vivrà più che di pan secco. La polvere lo soffocherà. Nessuno che attenda al suo ritorno e medichi le sue ferite. Che vuoto immenso! Che silenzio solitario ed interminabile!

Ella chiuse la porta della camera da letto per non più guardarvi dentro. Eccola nell'anticamera. Ancora uno sguardo Una lagrima ancora. E la mise al suo posto una sedia, che poteva urtarlo, se rientrava al buio. La sua mano era al lucchetto. Un passo indietro. Un momento d'esitazione suprema. Uno sforzo sublime. La porta si apre. La porta è chiusa. Ella è fuori. Più nulla! Nulla più! Sola! Dove va dessa? Ella si ferma. Rientriamo, sì rientriamo. No. Uno sforzo disperato. Ella discende precipitosamente le scale ed eccola nelle strade.

Un'ora dopo, assisa nell'elegante carrozza del marchese di Tregle, questi a lato di lei, il barone di Sanza in faccia, i cristalli della carrozza chiusi, traversarono la strada di Toledo, il largo Mercatello, la salita degli Studi, l'Infrascata, Tarsia, e si diressero al Vomero alla villa Belvedere.

Che cosa divina il cielo azzurro di quel paese! Che primavera radiante! Che epopea canta la natura sotto i baci dell'amore! Che ville, che fiori, uccelli, insetti iridati, brezze imbalsamate, mare di cobalto! quante memorie solcano quel golfo!…. E l'uomo?

Continuiamo.

XI.

La metempsicosi di Bambina.

Due parole di politica—Due parole soltanto!

Dopo ciò che ho visto in tutto il resto di Europa, avrei torto di esser severo coi miei compatrioti. Mi limito a non trovarli stimabili.

Un despotismo stupido, assiso sopra due istituzioni: la Chiesa e la Polizia, schiacciava Napoli. Napoli cospirava. Quella cospirazione mise capo alla proclamazione d'una costituzione, nel 1820 e nel 1848. Ed occorse che il principe di Metternich mandasse degli eserciti per ristaurare i Borboni in qualità di re assoluti; che il glorioso Piemonte fosse vinto a Custoza ed a Novara; che la Repubblica Francese mandasse un esercito a Roma,—perchè l'assolutismo, da quelle cospirazioni minato, regger potesse.

La cospirazione, comunicatasi a tutta Italia, perseguitata, insanguinata, restò malgrado tutto in permanenza. Ecco ciò che ho scritto altrove¹:

¹ Histoire Diplomatique des Conclaves, Vol. IV, pag. 430.

«Dopo la larga ecatombe del 1821, la forca restò in permanenza. Ho sotto gli occhi i registri della polizia napoletana. Ne riassumo qualche pagina.

«Nel 1823 si scovrì la società segreta repubblicana, detta Nuova riforma di Francia. Dugento diciassette affiliati furono arrestati, vent'uno condannati, di cui quattro appesi e tre mandati ai lavori forzati per non aver denunciata la setta. La società repubblicana degli Edenisti dette quindici vittime,—non novero più gli arrestati,—due impiccati. La setta degli Scamiciati, repubblicana anch'essa, somministrò tre corpi al patibolo, quindici al bagno. Un'altra società, scoverta ad Ischia, mandò un uomo a morire di Capestro. Gli Amici, di Nola, ventisei condanne, tre a morte. I Liberali decisi, nel 1824, produssero sei impiccati, nove al bagno. I Pellegrini bianchi, nel 1823, repubblicani come gli altri, due appesi, quindici all'ergastolo, un tal Catenacci condannato a tre mesi di esercizii spirituali nel convento dei Giovani. La società di San Nicola Arcella, militari: due fucilati, tre esiliati, trentasette relegati in un'isola, altri condannati a pene minori; ai denunciatori, un anno di soldo. I settari della provincia di Bari, che agivano sull'esercito, dettero cinque vittime alle forche, molte al bagno; a Inghingolo, che non aveva denunziato, diciannove anni di lavori forzati; alla spia, 660 ducati. La società degli Egizi dormenti e dei Filantropici: molte vittime al bagno, nel 1826. Nel 1827, molte condanne d'altri affiliati: per quelli dei Beati Paoli, cinquantasei condannati, di cui tre alla ghigliottina; quelli degli Oppressi ma non vinti, tre a morte, una trentina all'ergastolo e parecchi alla prigione ed all'ammenda.

«Nel 1828, gli Eremiti fedeli, due fucilati, una trentina ai lavori forzati ed alla relegazione. I Filadelfi, che fecero la rivoluzione del Cilento, ottocento arrestati di cui, dopo diversi giudizii, cinquantatrè fucilati o impiccati, circa duecento al bagno, gli altri condannati a pene inferiori. Poi, tre villaggi rasi, un gran numero di insorti uccisi sul luogo, all'istante, onde non ingombrare le Corti marziali.

«Nel 1830, la cospirazione dei fratelli Peluso riesce a tre condanne capitali, tre all'ergastolo a vita, ed un gran numero ai lavori forzati. Nel 1833, si scopre un'altra cospirazione, che dà un condannato a morte, un relegato all'isola di Ponza, nove esiliati. Nell'istesso anno, la cospirazione militare di Rossarol: questi e Romano cercano di uccidersi fra loro: Romano resta morto, Rossarol ferito gravemente: tre altri condannati a morte e commutati di pena. Sommossa a Cosenza nel 1837. Di centosettantacinque accusati, sei furono condannati ad essere fucilati, altri—non conto più—all'ergastolo a vita ed ai lavori forzati. A Penne, lo stesso anno, al Vallo, a Napoli, cospirazione militare,—settecentosettantadue accusati: undici fucilati, un grandissimo numero al bagno. Nel 1838, la Giovane Italia dà il suo primo contingente di diciannove vittime alle galere nel distretto di Taranto.

«Nel 1841, saggio di rivoluzione ad Aquila: otto condanne capitali. Nel 1843, una quindicina di ottimati di Napoli, sono cacciati in castel Sant'Elmo; ne uscirono poi, furono più tardi ministri, deputati, sono oggidì martiri, vale a dire alti funzionarii. Nel 1844, altro saggio di rivolta a Cosenza: vent'uno condannati a morte di cui sette fucilati ed un gran numero al bagno. Molti erano periti nella mischia, come ad Aquila. Nell'anno stesso la Giovane Italia dava sei altre vittime, i Bandiera; poi le vittime di Reggio, nel 1846, poi quelle di Siderno e Bianco nel 1847. Dopo il 1848, non si conta più: il sangue soffoca la stessa polizia ed inonda l'esercito.»

Cosa singolare! tre ministri della polizia, a Napoli, sono stati esiliati come troppo liberali: Canosa, Intonti e Delcarretto! I Borboni, l'ho già detto, non hanno avuto del genio che per la polizia!

Dunque si cospirava. Il capo del partito rivoluzionario era il colonnello barone Colini. Il marchese di Tregle, il barone di Sanza, facevano parte del comitato. La controrivoluzione aveva per capo il conte di Altamura, evaso di prigione e residente ora alla Corte sotto il nome di cavaliere Spada. La regina Teresa inspirava questo partito di cui facevano parte monsignor Cocle, monsignor Laudisio, mons. Scotti, Campobasso…. ed il padre Piombini, che si era insinuato nella combriccola per ordine del suo generale, e che si limitava a conoscere ciò che gli altri intraprendevano, sottraendo meticolosamente alla loro conoscenza come a quella dei suoi superiori, ciò che apprendeva al confessionale. Così, tutti spingevano al movimento: gli uni per rovesciare il trono; gli altri per avere un pretesto di sgozzare i liberali.

La sede della controrivoluzione era a Palazzo. Il quartier generale della rivoluzione era alla villa Belvedere, al Vomero, presso di lady Keith.

Lady Elisabeth Keith era irlandese, e perciò più cattolica che il papa e i monarchi di Spagna. Ella era vedova. Suo marito, scozzese, ufficiale superiore nell'esercito della Compagnia, era morto alle Indie. Dopo questo avvenimento, lady Elisabeth aveva stabilito il suo domicilio a Napoli, il cui clima le sorrideva. Ella aveva adesso sessant'anni. Nella sua giovinezza era stata una meraviglia di beltà, in quella stessa Inghilterra ove la bellezza della donna è una meraviglia. Lord Palmerston, si diceva, aveva fatto delle follìe per lei;—ciò che non stupirebbe punto, perchè quel lord, bellissimo egli stesso, ebbe una giovinezza altrettanto tempestosa che quella di lord Castelreagh. Il fatto è che lord Palmerston covrì della sua protezione lady Keith con la più grande energia, in una circostanza che fece strepito nella stampa e nei gabinetti europei.

Re Ferdinando, curiosissimo dei fatti e del pensiero dei suoi sudditi, volle un giorno annasare ciò che si faceva in casa lady Keith. Un ispettore di polizia, trasvestito, guizzò nella casa sotto pretesto di carità. Fu riconosciuto. Lady Keith lo fece randellare formidabilmente dai suoi lacchè e gettare per disopra le mura del giardino alte due metri. Il re ordinò l'espulsione della dama. Sir William Temple, fratello di lord Palmerston, ministro d'Inghilterra a Napoli, chiamò la flotta inglese da Malta e la fece sfilare sotto il palazzo reale, poi dichiarò al ministro degli esteri napoletano, che al primo insulto che si sarebbe fatto a lady Keith, egli avrebbe abbassato gli stemmi e fatto bombardare il palazzo.

Ch'ella avesse o no avuto una fantasia per lord Palmerston, egli è incontestabile che lady Keith amò suo marito. Giudicatene. Lord Keith aveva un gusto particolare per i cani e credeva nella bella dottrina della metempsicosi. Sua moglie, lady Keith, detestava i cani, ma professava i medesimi principii filosofici di lui. Dal momento che lord Keith morì, lady Elisabeth si disse:

—Mio marito amava i cani. Dunque egli era stato cane prima d'esser uomo o doveva divenir cane dopo essere stato uomo. Che la sua anima fosse stata in un cane o che vi abbia poscia emigrato, il cane è un membro della nostra famiglia.

Ciò bastò. Lady Keith riunì nel più bello appartamento del suo palazzo due o trecento cani, i più belli di ogni razza, già s'intende, perchè suo marito era stato un bell'uomo: e li trattava come altrettanti principi delle Asturie. Nè ciò era tutto. Come lord Keith poteva, per un capriccio della sorte, trovarsi alloggiato in un cane rognoso, arrabbiato, vagabondo, tutti i cani che passavano innanzi al cancello della sua villa, erano invitati da un lacchè postato quivi appositamente, ed erano lavati, pettinati, nutriti, accuditi, godendo quell'ospitalità amica fino al momento in cui il padrone non fosse trovato. Il suo veterinario particolare andava in città a portare i soccorsi del suo sapere a tutti i cani per i quali si reclamava l'assistenza della ricchissima e nobile lady. Ogni mattina, ella faceva una toiletta come avesse dovuto recarsi a corte, ed andava a visitare i cani.

Voi potete immaginarvi quale festa rumorosa ella ricevesse. Ogni cane, entrando da lady Keith, prendeva il nome del santo del giorno iscritto al calendario, ed ella ne celebrava la festa, portandogli dei doni: a questo, un collare d'argento, a quello, una pellegrina di velluto, ad un altro, una nicchia in tappezzeria, ai più ghiotti, delle leccornie, agli amorosi un tête-à-tête, in un gabinetto particolare con i più belli o le più belle di una razza collaterale. I più attempati, o i più gravi, erano riuniti in una sala a parte ch'ella chiamava il suo senato. Ella aveva altresì la sua camera dei deputati: i gridatori, i collerici, gli accattabrighe, gli intriganti. Il terribile sovrano di questo piccolo Stato di Monaco era un bull-dog, grosso come un bisonte, cui ella chiamava Ferdinando II dopo che si ebbe brighe con questo principucolo.

Avanti, da perfida albionese, lo chiamava Napoleone. Numerosi domestici sorvegliavano la corte di questa Semiramide. I cani avventurieri avevano alloggiamento a parte. E lady Keith degnava visitarli del pari come l'imperatrice Eugenia andava a visitare i colerosi. Gli è così che colse la rogna di cui il marchese di Tregle la guarì.

Ella chiamò di Tregle, perchè l'ex dottor Bruto era il solo che fosse marchese fra i medici napoletani.

I cani di Terra Nuova, maestosi come un concistoro di cardinali, i cani del nord, meditativi come dei consiglieri di Stato, occupavano delle camere speciali. L'impertinente Lady chiamava i botoli i suoi paggi ed i suoi poeti, e, nella collera, i suoi gazzettieri.

Lady Keith era una donna alta, magra, pallida,—un erpice formidabile di denti capricciosi fra due cascate di ricci di capelli rossi, provenienti da Edinburgo. Poi degli occhi neri e dolci, velati da lunghe ciglia nere come nelle Malesi. Altera e fiera in certe circostanze e con le classi elevate, era la bontà e la carità in persona nelle relazioni comuni della vita. La sua immensa fortuna apparteneva ai poveri. Le sue elemosine passavano per le mani del P. Piombini, suo confessore,…. e non vi restavano.

Ella aveva scelto questo confessore perchè era conte ed era stato ministro plenipotenziario. Naturalmente, il suo banchiere era il barone Rothschild. Se ella avesse vissuto ai giorni nostri avrebbe potuto darsi dei domestici, tutti più o meno commendatori dei SS. Maurizio e Lazzaro… ed anche degli ex-ministri. In tutti i casi, il suo pedicure cumulava gli ordini di san Gregorio Magno e d'Isabella la Cattolica. La voce di lady Elisabetta era infantile e carezzevole come le sue maniere, quando nulla non la turbava. Il fondo della sua natura era affettuoso. La vita non l'aveva inacerbita. Lo spirito ed il cuore non erano vuoti, e per conseguenza turbolenti.

Bambina era stata condotta presso di lei.

Le donne che sono state sempre brutte, detestano la bellezza delle altre. Quelle al contrario che furono belle e cui il tempo solo svaligiò, vi si riguardano come in uno specchio, e si sovvengono con rammarico senza dubbio, ma senza rancore, dei gaudi della loro giovinezza e delle feste inebriate dell'amore. La vista di Bambina, quel viso infantile, quell'occhio profondo velato di tristezza, quelle labbra che imboccavano la rugiada dell'amore, quella tinta lattiginosa, somigliante ad una vernice formata dal trasudamento dell'anima, ricordavano a lady Elisabetta la via lattea della sua giovinezza. Ella si sentì madre.

Senza dubbio, dimandandole la sua protezione per Bambina, il marchese di Tregle le aveva toccato qualche parola dell'istoria della giovinetta. La pietà rinforzava dunque l'attrazione. Lady Keith ebbe la delicatezza di non fare alcuna allusione a questa storia; Bambina, la discrezione di non spiegarsi. Ella passava tutto il giorno con la dama irlandese, asciolveva e desinava con lei, quando lady Elisabetta era sola. Ma la sera Bambina restava nella sua camera: la sua posizione l'esigeva.

Una mezza dozzina di amici venivano ogni sera a pigliare il the con lady Keith ed a giuocare al wisth. Gl'immancabili erano, il colonnello Colini, il marchese di Tregle ed il barone di Sanza. Si parlava liberamente,—intendo dire, senza paura di esser spiati. Del resto, le porte del boudoir erano chiuse e si parlava inglese o francese. Innanzi ai domestici si chiacchierava di teatri. Lady Keith riceveva i giornali inglesi, e la polizia napoletana soffriva questa enormità onde risparmiarsi l'umiliazione che la dama non se li facesse venire all'indirizzo di sir William Temple. Si discuteva dunque molta politica e si preparavano i piani della rivolta che qualche mese più tardi scoppiò nel Cilento e nelle Calabrie.

Per esser veritiero, è mestieri soggiungere che si discuteva molto e si agiva poco, che si correvano enormi rischi per risultati minimi. Ma infine si mostrava al re ed all'Europa che il paese non subiva bestialmente l'abbominevole despotismo della chiesa e della polizia che l'insozzava, e che desso non vi si rassegnava.

Il cristallo sfidava l'urto dell'obice di acciaio!

Un mese passò così. Bambina trovò una tregua ai soprassalti della vita, se non acquistò la pace del cuore e dello spirito. Nulla di malsano giungeva fino a lei; ma si compieva in lei un lavoro psicologico analogo alla fermentazione, la quale passa per la putrefazione prima di divenir creazione. L'aria pura infrattanto, la luce, un nutrimento sano e scelto, la tranquillità, la rivelazione del culto della bellezza, mediante le pratiche igieniche sì meticolose appo le inglesi e sì poco adoperate dalle donne italiane, quell'aureola tutta femminina che la circondava,—lei che aveva fin lì vissuto in un'atmosfera virile,—quelle mille delicatezze della donna, così particolari al bel sesso delle classi elevate, quella rarefazione dell'etere femminino in cui ella repirava, le gentilezze che lady Keith le prodigava, per un tal qual traripamento di tenerezza concentrata in questa donna che aveva avuto un marito troppo grave e non figliuoli:—tutto ciò operò una tale epurazione, una diafanità, un tal cangiamento insomma che Bambina, la quale era di già una bellezza maravigliosa, divenne una bellezza miracolosa. Ella non era quasi più una donna, ma una creazione eterea,—una materia luminosa saturata di spirito.

Lady Elisabetta le aveva fatto spogliare la beghina di monaca di casa e le aveva regalato degli addobbi da donna, da giovinetta modesta ed elegante, dagli scuri colori, come gli esigeva la sua posizione. Di guisa che tutte le perfezioni sculturali del suo corpo di Dea, cui la sua trista sajaccia di pinzocchera imbacuccava, si rivelavano allo sguardo stupito come una apparizione ideale, ed inoculavano il delirio. Una camelia bianca che squarcia il suo inviluppo!

La bianchezza della sua pelle si era rischiarata ed aveva i riflessi della piuma dell'eider. La sua vita si era assottigliata, ed ogni piccolo movimento ne denunciava la flessibilità serpentina che prometteva un eden di voluttà. Il suo collo sembrava forse un po' lungo, ma le linee pure che costituiscono l'ellissi deliziosa dalla base della testa all'inizio delle spalle, senza corde tese, senza penombre, la bianchezza trasparente della pelle, la cui grana fina si saturava di raggi, fermavano lo sguardo incantato e gli sottraevano il difetto. Si vedevano infine i suoi piedi, forse un po' lunghi altresì, ma di una forma squisita e di cui l'istantaneo inarcarsi dava il barbaglio di un piè dei più delicati. La trasformazione, in una parola, era completa.

Questa metempsicosi divina fa interrotta da due avvenimenti che vennero a rannodare il dramma, cui la povera figliuola aveva tentato di scongiurare con la sua fuga.

Una bella mattina del mese di giugno lady Keith era discesa a Napoli per delle compere. Mezzodì avvicinava. Pensando che milady non tarderebbe a venire, Bambina traversava il salone onde andarle incontro nel giardino. Ella aveva però dato appena qualche passo, con aria distratta e guardando ai balconi, che si sentì allacciare alla vita da due braccia vigorose e coprire il sembiante di baci frenetici. Bambina gettò un grido: si trovò in braccio del P. Piombini, che attendeva lady Elisabetta nel salone e che l'aveva riconosciuta.

Nulla può esprimere il terrore della fanciulla sorpresa da quella folata d'uragano. Ella si svincolò dalla stretta. Ma prima di fuggire nella sua camera ella potè udire il P. Piombini che le diceva:

—Prendi la mia vita, prendi la mia anima; io sono pronto a tutto. Io farò l'impossibile. Io non posso più vivere così….

Bambina andò a tuffare il suo viso nell'acqua fredda: credeva essere stata marchiata da un ferro rosso. La freschezza rivenne. Ma il contraccolpo che aveva ricevuto nel cuore vi dimorò. Quelle labbra di uomo trascinate così sul suo sembiante, quell'alito represso che l'aveva avviluppata, come il vapore che scappa via da una caldaia di locomotiva, sibilante e bruciante, quelle braccia che l'avevano stretta alla vita dove il cuore alberga, quel petto di monaco che aveva sfiorato il suo casto seno…. tutto ciò prese le forme vaghe di un incubo che ottenebrò le sue veglie e perseguitò i suoi sogni, mischiando terrori vaghi a sussulti indefinibili. Ella nascose l'avventura a lady Keith, credendosi vituperata dal selvaggio assalto di cui era stata vittima. Il gesuita se lo sapeva bene.

Lo scuotimento di quell'attentato non si era ancora rassettato, allorchè, una settimana dopo, ebbe luogo l'altro avvenimento.

Una mattina, a colazione, lady Keith leggeva il Times, quando, percorrendo la lettera del bravo corrispondente di Napoli, un movimento di sorpresa le scappò. Bambina era presente.

—Ma, il fratel vostro non si chiama egli dunque il signor Diego
Spani?

—Per lo appunto, signora, rispose Bambina. Perchè?

Lady Keith si tacque. Poi sclamò, quasi malgrado lei:

—Lo sospettavano dunque al torto!

—In nome del Dio della misericordia, signora; gridò Bambina, di che si tratta? Io muoio di terrore.

—Ebbene, io ne sono felice, riprese lady Keith abbracciando Bambina.
La polizia ha fatto una razzìa di dodici liberali accusati di
cospirazione e li ha sprofondati nelle segrete di S. Maria Apparente.
Vostro fratello è fra coloro.

Bambina gettò un grido e svenne. La misura traboccava.

XII.

Presto tardi, egli arriva sempre, il brigantello.

Don Diego era restato tutto il giorno a contemplare il mare,—secondo il suo costume quando la tempesta infuriava nell'anima,—ed aveva ruminato la terribile conversazione tenuta la sera innanzi con sua sorella. La calma era ritornata nel suo spirito. La luce aveva riscaldato di una fiamma più pura il suo cervello maltrattato. Egli rientrava in casa, gli occhi nuotanti nelle lagrime, col proposito di gettarsi ai piedi di sua sorella e dimandarle perdono e l'obblìo della sua infamia. Egli trovò appiattata, nel medesimo angolo oscuro, la medesima giovane che la vigilia, dimandandogli l'elemosina, gli aveva detto: Voi siete felice! Infatti non era forse egli fortunato di possedere in casa quell'angelo di candore che, col semplice buon senso e la rassegnazione, gl'imponeva la virtù e riaccendeva il suo coraggio? Don Diego fece l'elemosina ed accelerò il passo.

La notte era caduta. Arrivato alla sua porta, suonò. Poi, come si tardava a venire ad aprirgli, cavò di tasca la sua chiave particolare ed aprì. Non lume. Chiamò Bambina. Non risposta.—Ella è uscita per qualche spesuccia, si disse Don Diego; ed accese la candela. Entrando nel salone, gli sguardi caddero sulla lettera di Bambina. E' la sentì, prima di averne vista la scrittura. Egli l'aveva letta, prima di averne rotto il suggello. Esitò a prenderla. La guardò lungamente prima di toccarla, di leggerla. E' girò lo sguardo stupefatto intorno alla camera, cercando negli sfondi delle ombre qualche cosa che si muovesse; tese l'orecchio, bramando uno strepito che lo rianimasse. Quando ebbe letto, il foglio gli cadde dalle mani. Si lasciò cascare su una sedia e la fronte battè al marmo della tavola.

Il cervello, accasciato da pria sotto l'invadimento di un mondo di memorie e di pensieri in insurrezione, rimase insensibile: quell'intensità di luce senza rifrazione creava l'opaco. La sua energia vitale si arrestò di un tratto. Si sentì orrendamente stanco: non avrebbe potuto nè camminare, nè vedere, nè parlare. La sua respirazione si rallentò. Questo stato di annichilimento durò un quarto d'ora. Poi, un riflusso vulcanico di sangue precipitò la febbre e, con la febbre, la coscienza vertiginosa della situazione. Egli passò pel medesimo stadio di passione percorso da sua sorella. Il passato fu implacabile nelle torture che gl'inflisse.

La prosperità non lascia nel cuore degli stigmati così profondi, come il modesto malore e la miseria oltraggiante. Ed ecco perchè le rappresaglie delle rivoluzioni sono giustizia, e quelle delle ristaurazioni vendetta. Gli anni passati con Bambina, nel pungente denudamento dei lari paterni, sfilavano innanzi ai suoi occhi come i cavalieri della gualdana, lo colpivano, lo laceravano. Egli sentì ruinar sulla sua testa l'anatema del terribile vae soli! Andò a frugare nella camera di Bambina senza sapere che si facesse, cosa cercasse, e s'impregnava dell'emanazioni della fanciulla che vi restavano ancora. Ei passeggiò tutta la notte per l'alloggiamento solitario. Il battere delle ore all'orologio di una chiesa l'assassinava.

Abituato, dall'escita del seminario a vedersi circondato di cure, di cui egli neppure sospettava, si trovò eccessivamente misero quando gli occorse preoccuparsi di quei mille dettagli, cui la presenza della donna rende dei nonnulla, e la lontananza, un mondo di privazioni e miserie. Un disgusto supremo di tutto lo invase. Non si nudrì più che di pan secco. Di rado cangiò di biancheria. La polvere lo soffocava. I suoi abiti non ebbero bentosto più bottoni. Ciò che prima aveva l'aria di una povertà industriosa, divenne la nudità in cenci di un mendicante. Entrava tardi. Si coricava senza accendere il lume. Fuggiva dal suo giaciglio appena levatosi, come se una mano invisibile lo avesse cacciato. La sua sporcizia gli faceva orrore, ma e' la lasciava spessire. Egli udiva il lazzarone burliero sclamare sul suo passaggio: ecco un abate arrugginito a punto! Lo scoraggiamento lo sopraffece.

Egli aveva avuto una volta o due l'ispirazione di andare a scandagliare il barone di Sanza ed il gesuita, che sospettava complici della fuga di sua sorella, ma dopo matura riflessione se ne astenne.

Non gli avrebbero nulla appreso e lo avrebbero schernito o maltrattato. Sapevano essi in seguito a quale discussione Bambina lo aveva deserto?

Una sera, ei trovò sotto la sua porta una lettera. Egli ebbe uno stringimento di cuore. La sua pelle divenne madida in un istante.

—È forse di lei! si disse egli, accendendo il lume.

Non era Bambina, ma il canonico Pappasugna che lo chiamava con altissima premura. Non vi andò. La sera seguente, un'altra lettera. Novella speranza. Nuovo disinganno. Era ancora il canonico che lo sollecitava a passare da lui, per un affare importante. Don Diego gualcì e gettò la lettera e non rispose a questo meglio che all'appello precedente. La mattina seguente, alle sette del mattino, e' chiudeva la porta per uscire, quando il canico Pappasugna l'abbordò. Don Diego non l'invitò ad entrare. Questo disdegno, lungi dallo sconcertare, esaltò il canonico.

—Voi non avete dunque ricevute le mie due lettere? dimandò egli, seguendo Don Diego che scendeva le scale.

—Le ho ricevute.

—E perchè non siete venuto a vedermi?

—Perchè non voglio vedervi.

—Io ho dodici ducati a rimettervi pel vostro panegirico dell'Ascensione.

—Potete tenerveli.

—Ma Come? voi non volete lavorare più per me dunque?

—No.

—Ma ciò è impossibile!

—Bisogna pertanto che ciò sia.

—Ma voi non v'immaginate dunque l'effetto prodotto dal panegirico! È un avvenimento. Napoli, da otto giorni, non parla che di ciò. Mi hanno applaudito alla chiesa come la Frezzolini a S. Carlo. Gli era un delirio. Dava la febbre. Il cardinale arcivescovo si teneva a quattro per non gridar come gli altri: bravo! bravo! E' me l'ha detto.

—Io sapeva ciò che facevo, rispose Don Diego.

—Ma ciò non è tutto. Il re m'invita, per autografo, a predicare alla cappella reale per la quaresima. L'arcivescovo desidera che io predichi alla cattedrale. Ho ricevuto trenta proposizioni siffatte. Non so a chi dare la preferenza. Mi attendo da un momento all'altro l'invito del cardinale vicario per andar a predicare a S. Pietro.

—Ebbene, che cosa m'importa tutto codesto?

—Come! che cosa v'importa? Ma, chi dunque farà i miei sermoni? A chi debbo io questa valanga d'inviti? Signor Gesù! ma io conto su di voi, sono perduto.

—Voi volete che io vi nomini vescovo? Ve lo rifiuto.

—Oh! no, no; ciò non si può. Gli è un assassinare un uomo!

—Ne assassinano ben altri, va!

—Imponete le condizioni che vi piacciono, fissate il prezzo che esigete. Accetto tutto da prima e senza discussione.

—Quale guarentegia mi date voi?

—Quella che meglio vi conviene.

—Allora, ascoltate. Voi otterrete dalla polizia che cessi dal vessarmi e dal tenermi sotto la sua mano in un vita senza domani. Io ho bisogno di pace, di sicurezza, di stabilità nell'esistenza onde lavorare senza preoccupazioni. Io sono un cittadino pacifico.

—Ve lo prometto. L'arcivescovo parlerà al ministro della polizia.

—Depositerete presso un notaro seimila ducati ch'e' mi consegnerà contro presentazione di ventiquattro sermoni, cui scriverò prima della fine di settembre.

—Sarà fatto.

—Mi darete la somma che vorrete come regalo, ed io vi offro un panegirico di San Luigi per mille crazie.

—Accompagnatemi fino a casa ed io vi presento una polizza di 200 ducati sul Banco.

—Allora, monsignore, io sono a Vostra Eccellenza Reverendissima.

Il canonico s'irradiava.

Questa ricchezza però, questa prospettiva siderale dell'avvenire, lungi dall'abbarbagliare, schiacciarono Don Diego. Che gli importava oggimai tutto ciò? egli era solo. Si pentì di avere accettato.

Si proponeva di andare il dì seguente a restituire la somma ricevuta e di tagliar corto al contratto. Tanto meglio se gl'insetti lo divorassero. Che la polizia lo cacciasse pur via: egli troverebbe sempre una fogna ove lasciare il suo carcame maledetto. Che bisogno aveva egli di tanto danaro? Pagarsi una diocesi per benedire ed edificare il popolo? Egli detestava il genere umano. Si era sprofondato nel brago: bisognava perirvi. Queste considerazioni, ed altre ancora, lo avevano assalito ed avevano attristato il suo vagabondar della giornata. Egli viveva come chiuso nella camera nera del suo pensiero, e, cosa da considerare, e' cominciava a compiacersi in quel fatalismo dell'annientamento! L'istoria del cattolicismo somministra di questi esempi d'inebbriamento e di voluttà prodotti dall'abbassamento.

Don Diego rientrava la sera in quelle disposizioni di spirito quando la mendica dell'angolo del vicolo l'abbordò. E' non l'udì. Ella lo seguì, accentuando i lai. Don Diego si rivolse. La luce del lampione battè in pieno il viso della poveraccia. La parola dura che fremeva sulle labbra del prete, si addolcì. Egli la squadrò attentamente.

—Ma insomma, mia povera donna, perchè non lavori tu? Tu sei giovane.

—Non trovo da lavorare. Mi respingono. Sono nuda, peggio ancora, sono in cenci.

Don Diego riflettè. Era alla sua porta. La strada era deserta. L'ora avanzata. La casa scura e senza portinaio. Egli aveva del denaro addosso. Doveva restare a casa e scrivere, se non poteva romper gl'impegni….

—Se mi dessi una serva? si disse egli, o piuttosto questa idea traversò innanzi ai suoi occhi.

Un nuovo colpo d'occhio sulla giovane lo decise.