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Il Re prega: Romanzo

Chapter 19: XIV.
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About This Book

La vicenda si svolge in un borgo montano diviso in due rioni e si apre con una minuta descrizione di una casa povera: una sala fumosa condivisa con animali, arredi essenziali e abitudini di parsimonia quasi monastica. Sullo sfondo di un paesaggio aspro e della vita contadina, si prepara la partenza di un personaggio di rango e la giovane Bambina compie i suoi gesti d’addio; emergono attaccamenti familiari, la cura degli animali e la discreta dignità degli abitanti. Il racconto alterna scene domestiche, osservazioni sociali e momenti intimi legati al distacco.

—Seguimi, disse egli. Io potrò forse fare qualche cosa per te.

Volse le spalle e camminò. La mendica esitò. Il suo istinto sollevò in lei non so quale paura vaga come un vapore nero. Ciò durò pochi secondi; poi corse dietro al prete.

Quando Don Diego ebbe accesa la lampada e fu seduto nel salone, la grama tremava, in piedi innanzi a lui. Alcun dei due non parlava: si osservavano l'un l'altro.

—Come ti chiami?

—Concettella.

—Quanti anni hai?

—Ventidue.

Quella parola «ventidue anni» produsse come una specie di fremito nei nervi del prete. Le sue narici si devaricarono. Il suo sguardo prese, malgrado lui, un'altra espressione e divenne più penetrante.

Le nature meridionali sono fosforiche: il contatto stesso dell'aria vi mette il fuoco.

Egli era impossibile di nulla distrigare in quel mucchio di cenci orrendamente sordidi. Il corpo dispariva sotto quell'ombre fetide che lo assorbivano. I lucignoli de' neri capelli le piovevano sul viso ed involavano qualunque espressione dei lineamenti. Non si distinguevano che due immensi occhi bruni dallo sguardo vellutato, che lo rischiaravano. e due fila di denti bianchi, in una grande bocca aperta, come una linea azzurrognola tirata sur un fondo giallo. Poi, una statura media, le membra fine. Che ci può essere sotto codeste ruine? chi poteva dirlo? Che produrrà quello scheletro rivettovagliato di carne? chi avrebbe osato predirlo? La larva sembrava orrida. Don Diego rifletteva. Concettella passava adesso dalla speranza al terrore. Ella temeva di essere oltraggiata ed assassinata.

—Io sono solo, disse infine Don Diego; non ho serva. Vuoi venire ad assettarmi la casa ogni mattina?

Concettella gittò un lungo sospiro e rispose lentamente:

—Signore, voi non avete dunque osservati i miei stracci?

—Li ho osservati. Gli è ciò solo che t'inquieta?

—Mi hanno cacciato di dovunque a causa di ciò. Sarei sì felice di lavorare.

Don Diego andò a rovistare nella camera di Bambina e venne fuori con una bracciata di vecchie camicie, vecchie calze, vecchie gonne portate dalla provincia. E' le mise religiosamente nelle braccia della mendicante e riprese:

—Con questo, pulendoti attentamente, tu non desterai più la ripulsione in coloro che vogliono darti del lavoro. Più tardi, se il tuo servizio mi addà, ti farò qualche anticipazione e ti affusolerai meglio.

Concettella si gettò ai piedi del prete e glieli baciò.

—Hai tu parenti?

—No.

—Sei tu maritata?

Concettella si tacque un momento e poi disse:

—No. Ma non mi appartengo più.

—Non importa. Vieni domani. Ove alloggi?

—Non so. Mi rannicchio dietro la prima porta che trovo aperta e che mi offre un poco di sicurezza.

Don Diego aprì l'uscio e la mendicante uscì invocando su lui tutte le benedizioni del cielo.

Alle otto, il domani, Concettella tornò. Don Diego ebbe della pena a riconoscerla. Ella era andata a fare la sua teletta alla riva del mare, la notte stessa. La speranza di un avvenire più clemente le aveva dato del coraggio. Aveva ammassati i suoi capelli in un lembo di vecchia pezzuola rossa e si era coverta degli addobbi di Bambina. La civetteria,—l'anima della donna,—si risvegliò. Con i sei carlini che Don Diego le aveva regalati, ella aveva comprate delle ciabattelle, del sapone, non so che domine altro; l'acqua aveva fatto il resto.

Mentre Concettella scopava la camera e spolverava i mobili, Don Diego la seguiva di uno sguardo lento e meditabondo.

Quando lo ebbe finito, e' la mandò a comperare qualche cosa per preparare di desinare. Quando ebbero terminato il pranzo, Don Diego replicò la domanda:

—Ma ove andrai tu a coricare ora che sei un tantin più pulita?

—Dio ci penserà. Qualche anima caritatevole mi permetterà forse d'accovacciarmi in un canto. La povera gente di Napoli, signore, è piena di cuore.

Don Diego non uscì ed andò a rimestare nella camera di sua sorella.
Egli meditava qualche cos'altro che il panegirico di S. Luigi.
Sembrava inquieto, scontento di sè, incerto, in collera. La notte
dormì male.

—Che diavolo avevo io bisogno di serva? borbottava. Il mio vecchio carcame merita bene delle blandizie, davvero!

E' si volse nel letto e cercò di dormire. Il sonno tenne il broncio.

—E ciò non è tutto, pensò egli. Dopo avere raccolto questa povera donna, dopo averla raffusolata, e' non è più caritatevole rimandarla a coricare così al sereno….. o peggio ancora. Bisogna pagarle un buco, darle….. che so io? un pagliericcio, una sedia, una coperta….. Diavolo! la non finirà più. No, vale meglio alloggiarla qui….. quando l'avrò meglio conosciuta. Chi è dessa? Mi sembra di buona indole. La sventura….. ah! la sventura ne fa ben delle altre, va!—se ella ha male agito. E perchè no, al postutto? No, io non toccherò nulla in camera della Bambina….. Ebbene le metterà un pagliericcio nella cucina. Ciò accomoda tutto. Io non debbo render conto ad alcuno, al presente.

Don Diego nudriva questo progetto; egli lo carezzava quasi….. due giorni dopo; otto giorni più tardi, aveva paura di vederlo respinto. Malgrado ciò, lo propose. Concettella l'accettò. Don Diego si turbò pentendosi d'aver fatto un'offerta, cui un'ora innanzi era in ansia non fosse rigettata. Nondimeno, disse:

—Allora, dimani comprerai la tela pel pagliericcio.

Quando la tela fu comprata ed il saccone cucito, Don Diego rimise al dì seguente la compera della foglia di grano turco e poi ad un altro giorno quella delle coperte. Egli aggiornava il termine di aver quella giovane sotto il suo tetto. Questa lentezza aumentava la confidenza dell'onesta serva, la quale non ne comprendendo la vera causa, diceva:

—Questo santo ecclesiastico ha paura delle cattive lingue; dunque egli è un galantuomo.

Ed il suo desiderio di avere un ricovero onorevole, sicuro, onesto, cresceva d'intensità. Don Diego risentiva, al contrario, una pungente perturbazione. E' credeva da prima profanare la dimora ove sua sorella aveva vissuto, ove ella indubitabilmente un giorno ritornerebbe.

Poi, quell'uomo, avvegnacchè all'età di quaranta anni, contrariato dalla miseria, ritenuto dal suo dovere di prete, preso nelle catene d'oro delle lucubrazioni mentali, non aveva conosciuto fin qui la femmina che nelle sue funzioni di madre e di sorella. Egli non aveva osato conoscerla altrimenti, sentendo dal brontolamento interiore del suo istinto e del suo organismo, quanto la passione sarebbe in lui imperiosa. Egli aveva evitate le occasioni. Egli aveva distolta la corrente dei sensi e schiacciata la visione, che gli pingeva il fiore siderale dell'amore. Ora, ecco che la tentazione si getta su lui,—su lui disarmato, indebolito, disingannato, rimasto solo, in prospetto di un orizzonte più glorioso, assetato di tenerezza, esaltato dalle provocazioni della vita in una grande capitale; si getta sopra lui, il di cui cuore era tutto amore e la fibra affatto sensuale. L'incognito lo attirava. La passione lo fascinava. Quell'abbisso magico, detto amore, l'assorbiva.

Egli assisteva alla danza dei delirii che spruzzavano sul suo cuore come gl'insetti dai mille colori si slanciano dalle lagune. La verginità è come il ghiaccio dei mari polari, che scricchiola sotto un buffo caldo, e che, frangendosi, rivela i profondi di un mare di smeraldo popolato di maraviglie. Egli non aveva la verginità psicologica, che è pura e sterile, ma quella del corpo, che è offuscata da tutti i desiderii fantastici, eterei, mostruosi, impossibili come l'assurdo, malaticci come l'estasi, stupefacenti come l'ubbriachezza dell'oppio, cui l'asceta costruisce nelle sue notti d'insonnia. Trent'anni di purità forzata si rivoltarono e si scatenavano sopra di lui.

Questo spirito ardito che aveva scandagliate tutte le audacie dell'anima con Fichte, Hegel, Kant, Schelling, che aveva traversato tutti gli empirei della poesia con Schiller, Byron, Victor Hugo, Shakespeare, ignorava la sorgente di tutte le realità della vita: l'amore! si spaventava innanzi la donna,—sacerdotessa del gran mistero di Osiride. Pertanto, si vedeva sul punto di essere traripato. Le forme esterne cui la tentazione prendeva, calevano poco. Che Concettella fosse brutta, egli l'avrebbe appetita egualmente. Il magnetismo della giovinezza che si sprigionava da lei, bastava ad inspirargli una rabbia sorda di mordere al frutto proibito. Il sesso agiva sul sesso. L'immaginazione apriva innanzi a lui il suo scrigno di meraviglie, ove ogni pietra preziosa si animava e pigliava la figura di una fata esaltata come una baccante. D'altronde, egli sentiva vagamente che il primo bacio è come l'albero della scienza vera;—prova gli asceti che sono stati tutti dei vaneggiatori, dei pazzi mali imbastiti, per difetto giustamente, di quel cotal bacio.

Avendo questa gioia negli occhi e nello spirito, il mondo cangiava di aspetto. La natura parlava oggimai un linguaggio che egli comprendeva. La sua potente virilità, che fin qui era stata tenuta a musoliera, in una gabbia di ferro, come il tradimento del cardinale La Bilue, spezzava tutto e s'irradiava. Quella tetra testa di prete e di pensatore diventava raggiante. I lineamenti prendevano un'anima ed esprimevano la parte che ciascuno compieva in questo destino: tutti avevano il proprio accento nel grande inno della vita universale,—in cui ogni individuo è una strofa, una nota, un colore, una parola. La maturità diveniva potenza; l'ansietà, poesia. Il ritardo nell'effettuazione accentuava la esplosione. Una nebbia nera, non pertanto, si levava a certe ore e velava il paesaggio incantato.

—Chi era questa donna che egli stava per introdurre sotto il suo tetto e mischiare alla sua esistenza? Che era stata quella mendica?

Un uomo rotto ai piaceri non si sarebbe arrestato a questa considerazione. Egli avrebbe accettato il fatto compiuto, e se la coppa aveva della feccia al fondo, egli avrebbe gettato la feccia o spezzata la coppa. L'amore è essenzialmente effimero: la natura l'ha voluto così, imponendoci la remora dell'età e presentandocelo come il saldo di conto che paga la giovinezza all'infanzia ed alla vecchiezza. Ma Don Diego abbordava l'amore senza preparazione precedente. Egli non apportava nella sua parte nè disinganni, nè aspettazioni inutili, nè stanchezza, nè sazietà, nè speranza lungamente carezzata. Egli cadeva in piena soluzione, senza avere analizzata la sua tesi. Tutto diveniva dunque grave e si modellava sul suo spirito serio. Il primo amore ha sempre delle proiezioni sull'avvenire. Gli amori che seguono, s'abbanchettano al presente. Don Diego s'inquietava dunque di questo fatto considerevole, che egli stava per installare in casa sua una straniera, di cui egli ignorava la storia, ch'egli apriva forse il suo tesoro d'amor cumulato ad una pezzentella sconosciuta che poteva essere una infame. E se Bambina ritornava?

Prima dunque di aprir tutte le cateratte alla sua passione, prima di lasciar Concettella pigliar possesso del suo alloggio e del suo cuore, la vigilia, la sera, quando la lampada non era ancor accesa, quando la luna non filtrava ancora qualcuno de' suoi raggi furtivi nell'ombre spesse della dimora, egli le disse:

—Infine chi sei tu? che sei stata?

Concettella si attendeva forse un giorno a quest'interrogazione. Forse pure ella non ne vedeva la necessità, ignorando il dramma del pensiero di Don Diego, che aveva varcati tutti gli spazi. Il fatto sta ch'ella si turbò alla dimanda. Perchè aprire la tomba della sua vita a questo curioso che non aveva alcun diritto di rimuginarvi? Egli dava il benificio; ella, il lavoro: la partita era salda. Perchè dimandare questa mancia esorbitante: lo squarcio dei veli del passato, ad una donna il cui passato si compone di sventure e di dolori? Ella esitò dunque a soddisfare la curiosità del prete,—la curiosità! credeva ella. Don Diego insistè, e la sua parola risonò di maniera, la sua esigenza si colorò così vivamente, che Concettella, benchè poco intelligente, concepì il sospetto ella stessa che la intimazione del prete implicasse un interesse più grave, forse un dovere.

L'idea dell'amore di quell'uomo per i suoi stracci non le venne punto. Quel prete aveva forse una missione più elevata che doveva esercitarsi sulla vita di lei. Ella cedè allora, si assise per terra, come fanno le donne del popolo napolitano nelle chiese e raccontò confusamente ciò che noi ci faremo a riassumere, a coordinare ed a completare nei due capitoli seguenti.

XIII.

Come si diviene lazzarone.

Vi è un giorno nell'anno che è un giorno di beatitudine per i trovatelli di Napoli.

Il 25 marzo, li ripuliscono, li vestono, si astengono dal farli morir di fame e dal troppo bistrattarli. Il sorriso, esiliato da queste giovani teste trecentosessantaquattro giorni dell'anno, sboccia sulle loro labbra: è il giorno della speranza dopo tante settimane d'abbattimento. Della gente onesta e povera che non ha figliuoli, dei miseri operai che non trovano una compagna nella società legale, vanno a visitare lo stabilimento dei trovatelli dell'Annunziata, aperto a tutti il 25 marzo: l'uno vi cerca un figlio, l'altro una sposa. I figliuoli della Madonna sono esposti: Dio riparerà l'ingiustizia degli uomini.

Un operaio, maritato da dieci o dodici anni, non aveva figliuoli. I due coniugi ne desideravano uno: diventavano vecchi, e si sentivano soli. Nel 1818 si decisero dunque ad adottare un figliuolo della Madonna.

Fortunella avrebbe voluto una ragazza, Giovanni volle un garzoncello.
Ne scelsero uno dell'età di cinque anni chiamato Gabriele.

L'operaio era stato soldato della Repubblica Partenopea. Era stato di coloro che arrestarono la marcia di Championnet su Napoli, che non ha nè forti nè mura per resistere allo straniero, ma parecchie castella per schiacciare le sommosse del popolo. Nel 1820 Giovanni si aggregò naturalmente fra coloro che forzarono re Nasone ad accettare la costituzione.

Al ritorno di quel re, in mezzo all'esercito austriaco, Giovanni fu cacciato in galera e non si udì più parlare di lui.

Restata sola con Gabriele, un monello di circa otto anni, senza risorse, senza risparmi, senza attitudine speciale e senza lavoro,—perchè, onde non incorrere i fulmini della polizia, alcuno non osava dar lavoro alla vedova del condannato giacobino,—Fortunella mendicò. Gabriele si mise a vagabondare sotto pretesto di fare delle commissioni.

A Napoli non si vive positivamente di aria e di maccheroni conditi dall'incomparabile spettacolo del Vesuvio e delle sue eruzioni. I romanzieri, gli autori di opere buffe, certi viaggiatori di appendici han detto ciò; il mio amico Jules Janin ha persino traversato a nuoto la Riviera di Chiaja; ma ciò non è poi così incontestabile come il quadrato dell'ipotenusa. Tuttavia la vita non vi è cara¹; ma altresì i salari sono bassissimi, eccessivamente esili.

¹ Io parlo dell'epoca prima del 1847; il lettore non obblii questa data in tutti i dettagli.

Le limosine che Fortunella raccoglieva non sarebbero bastate a far vivere una donna sola; ella aveva un garzoncello per soprassello. Ciò che questo monello guadagnava, se guadagnava qualche cosa, lo spendeva di nascosto, sia per andare a vedere i pupozzi di Don Gabriele al teatro di Donna Peppa, sia per pagare il vecchio che raccontava sul Molo le avventure di Rinaldo e di Bradamante, sia per comperarsi di quelle stomachevoli leccornie chiamate franfellicchi. Il pane era dunque tutto a carico della povera donna.

La quistione degli abiti non fu mai una quistione per Gabriele. La natura avendolo provvisto di una magnifica capigliatura nera, come gli augelli del cielo sono provveduti di piume, Gabriele non aveva bisogno di coppola. Le belle lave del Vesuvio, che lastricano le strade di Napoli, avendogli indurito l'epidermide dei piedi, come gli animali erranti, egli non sentiva la necessità delle scarpe. Il freddo del clima di Napoli non essendo intenso, un giubbetto non era indispensabile. Egli è vero che il pudor pubblico, checchè ne abbia scritto lady Morgan, non avrebbe tollerato che egli andasse attorno senza camicia e senza calzoni. Ma che quel pantalone non arrivasse che fino al ginocchio, che i suoi squarci a bocca aperta lasciassero vedere ciò che avrebbero dovuto nascondere, che quella camicia fosse un cencio così pittoresco come i deliziosi stracci dei cialtronelli di Murillo, poco importava. La morale pubblica era salva, la società pudica soddisfatta; la coscienza della gente caritatevole restava quindi senza rimorsi. La nettezza poi era affare di Gabriele. Quando la sua biancheria era sporca, egli la gittava al mare. E frattanto ch'egli succhiava delle conchiglie, il sole ed il mare s'incaricavano dell'imbiancatura di sua signoria.

Neppure la quistione dell'alloggio non era stata giammai una per lui. Egli avea fisso il suo domicilio al terzo scaglione della gradinata della chiesa di S. Teresa, a Capodimonte. Il proprietario non gli dimandava mai il pesone, come il popolo napolitano chiama il fitto della casa.

La parola dice la cosa.

Ma l'inverno? domanderete voi. L'inverno? Ebbene, fra tutte le calamità sociali che affliggevano la città di Napoli, la Provvidenza le ne aveva risparmiata una che forse le valeva tutte. A Napoli non vi erano portinai, o piuttosto non ve n'era che uno solo: lo svizzero del re! L'inverno dunque Gabriele si cacciava in un cortile, s'appollaiava dietro una porta, in una rimessa, in una stalla. A giorno, cominciava a battere le strade, se gli restava ancora qualche soldo, ovvero andava a vedere sua madre, nel suo orribile buco al mercato, se aveva fame.

Questa esistenza spensierata e nomade era il suo apprendimento della vita. La famiglia naturale l'avea rigettato, la famiglia adottiva era stata disciolta dal potere politico: orbo di padre e di guida, egli vagava alla mercè del caso, e si dava a lui tutto intiero.

Il caso è l'istinto.

Sua madre un giorno lo sgridò: credo anzi che lo battesse un tantino. La povera donna voleva tirarselo dietro in una chiesa, ed il galuppo preferiva di restar fuori, al sole. Gabriele se la spulezzò, e per due o tre giorni non comparve al tugurio. Però, come Fortunella gli aveva parlato di religione, ei si fece pitturare sul braccio delle belle anime del purgatorio che si voltolano nelle fiamme, e si tenne per aggiustato col cielo.

In questo mentre, il lastrico della città gl'insegnava non poche cose.

In contatto col mondo, messo a limite nelle sue inclinazioni, subendo di già la legge del più forte, alle prese con i bisogni e con le aspirazioni che sorpassano sempre le latitudini della miseria e si slanciano in quelle del lusso, costretto ad osservare, a riflettere, ad attendere, egli studiava la città come il selvaggio studia le savanne.

Egli apprendeva a pensare senza accorgersene. E le lezioni non gli mancavano, perocchè il vizio, quando non è il delitto, e mica ancora la brutalità, diviene un gran maestro di scuola.

Il vizio è la lotta che si stabilisce fra quello che è regola per molti e quello che è ostacolo per taluni. Gabriele non conosceva la regola, perchè alcuno non gli aveva insegnato ciò che sia dovere e ciò che sia diritto; ma egli subiva l'ostacolo ed assottigliava la potenza del suo spirito per demolirlo.

Due fatti colpirono il suo spirito.

Un giorno, passando davanti al convento di Santa Maria Nuova, e' vi vide accalcata una cinquantina di persone, vecchi storpi e cenciosi, e fanciulli di sette od otto anni sparuti e nudi. Tutta questa gente aveva un coccio smussato sotto il braccio. In aspettando, recitava il rosario ed uccideva i pidocchi. I fanciulli acchiappavano le mosche. Quello spettacolo divertì Gabriele: si fermò. Ad un tratto, la porta del convento si aprì, e vide comparir sulla soglia un frate estremamente grasso ed oleoso, il volto acceso ed inzaccherato di tabacco, di brodo e di vino. Due altri fraticelli, egualmente sporchi ma più giovani ed il viso più raffilato, seguivano fra Gaetano. Essi trascinavano un'immensa caldaia, nella quale si erano riuniti a sghimbescio i residui del pranzo di centosettanta monaci, formando così un pappalecco senza nome nel pandemonio culinario, di un colore indeterminato, di una forma indecisa e di un gusto cui la fame sola poteva far trovare tollerabile. Alla vista del pajuolo, i pater e le ave si perdettero in un cospettare sommesso scambiato tra i mendicanti, tarabussandosi a chi passerebbe il primo.

Su questo brontolare assordante, risuonò il vocione di fra Gaetano, che gridò:

—L'anima vostra! volete tenervi la lingua tra i denti?

E ciò dicendo, sollevava il suo scettro,—il lungo e profondo cucchiaio di cui si serviva per distribuir la pietanza.

La vista di quelle scodelle tese, risvegliò l'appetito di Gabriele. Egli vide passare i mendichi l'un dopo l'altro, ed avanzando insensibilmente, a misura che quelli che si allontanavano lasciavano posto, si trovò in faccia di fra Gaetano. Gabriele non aveva scodella; ei non distese la mano. Fra Gaetano lo sbirciò senza cospettare, poi lo sbirciò ancora grattandosi l'epidermide del collo. Ei prese da un paniere due pezzi di pane e di carne, e glieli gettò, dicendo:

—Ritorna domani.

Gabriele trovò il pane eccellente, la carne squisita, il monaco strano; osservò sulle labbra dei due fratocci un sorriso ch'e' si permise di qualificar stupido, e se ne andò facendo capriole.

L'indomani e' si disse:

—Poffar dio! poichè mi si dà un così buon pranzo per nulla e mi s'invita con tanta gentilezza, perchè non accetterei io l'invito di padre Gaetano?

Ed andò al convento.

Appena che fra Gaetano lo scorse, gli fece segno di aspettare e sollecitò a dispensar la brodaglia. Poi, quando Gabriele fu restato l'ultimo, fra Gaetano cavò fuori di sotto la tunica un bel pezzo di pane bianco ed un groppone di cappone non male in carne, e l'offerse all'avidità del garzoncello, carezzandogli paternamente la testa. Poi gli disse:

—A domani, piccolo.

Allettato in questa guisa, accolto di così buona grazia, attirato con tanta premura, carezzato, festeggiato, Gabriele ritornò il terzo dì. Fra Gaetano gli sorrise. Quando tutti furono partiti, anche i due monaconzoli, fra Gaetano mise avanti gli occhi del figliuolo un piccione arrostito ed un pane bianco come l'ostia.

Gabriele entrò nel convento.

Scorse un minuto, e in un baleno lo si vide uscire, gittare ciò che il frate gli aveva regalato e salvarsi a gambe.

Gabriele non mendicò più.

E' si accomodò di un altro mestiere.

Eravi a quell'epoca, in una piccola casa accosto al teatro di san Carlino, un uomo conosciutissimo chiamato llu si' Michele.¹ Questi era intraprenditore di ladrerie, brevettato dalla polizia,—sì, brevettato dalla polizia, pagando patente!

¹ Il sor Michele.

Un prefetto della polizia di molto buon senso si era detto:

—Il furto è il sistema normale del governo napolitano. Eccetto il re che non ruba,—regnava allora Francesco I cui non bisogna confondere con Ferdinando II,—tutti gli altri rubano. In una società, bene o male organizzata, il furto è inevitabile, ed in una grande città come questa, impossibile ad evitare. Il furto è l'anarchia; io vado a governarlo. Il furto è indipendente e perciò degno di forca; io vado a farlo realista, a forzarlo a subir le leggi dello Stato ed a pagargli tributo come ogni altra cosa; la prostituzione, per esempio! Quando il furto sarà legale, sarà morale; quando esso sarà produttivo per il fisco e protetto dal fisco, esso non sarà più giacobino.

Egli tirò allora dal bagno un uomo che passava per aver del genio in questa categoria di delitti, lo fece trasferire a Napoli e gli disse:

—Ascolta. Ti lascio tre mesi per studiare la piazza e scegliere il tuo personale. Dopo questi tre mesi, tu sei responsabile di tutti i furti che si commettono nella città.

—Io?

—Sì, tu. Adesso ecco le condizioni che ti pongo. Io autorizzo il ladroneccio, ma non al di là del numero di furti commessi fin qui. Io ti do giurisdizione piena ed intera per impedire e reprimere le ruberie che non saranno commesse dai tuoi agenti; ma qualunque di cotesti agenti si lascierà sorprendere in flagrante dalla polizia, sarà severamente punito e perderà l'impiego.

—Io accomoderò codesto. Avviserò la polizia che avrà cura di allontanarsi.

—Ascolta il resto. Sul prodotto delle operazioni, sarà prelevato il cinquanta per cento per la nostra amministrazione. Sugli altri cinquanta, venticinque per te, venticinque per l'agente. Se c'inganni, la prima volta che ti prenderemo in frode, sarai impiccato. Ecco le mie condizioni. Accetti?

—Ma chi constaterà la frode? domandò Michele.

—Noi. Accetta o torna in galera.

—Accetto.

Tre mesi dopo, l'uffizio di Michele era istituito, e sei mesi più tardi, la sua amministrazione funzionava a meraviglia. Era l'amministrazione modello negli Stati di S. M. Siciliana. Il prefetto di polizia aveva legalizzato il furto.

Gabriele fu ammesso come soprannumero, da prima nella banda di coloro che vigilavano, poi entrò nel ripartimento dei furti di pezzuole da tasca. Ora, ecco cosa avvenne.

Gli austriaci che avevano occupato Napoli dopo il 1821, erano partiti nel 1827. I mercenari svizzeri li avevano sostituiti. Un giorno, un capitano svizzero passeggiava nella strada Toledo, ove Gabriele era di servizio. Il capitano aveva nella tasca un magnifico fazzoletto di seta delle Indie, a fondo bianco e larghe strisce rosse sui lembi ed una punta di quell'arnese usciva a civettar dalla saccoccia; stuzzicando l'avidità, da agente provocatore. Gabriele lo notò o lo fece notare al suo collaboratore, un giovincello di tredici o quattordici anni come lui. Questi disse a Gabriele:

—Sta in guardia, seguimi, io vado a fare il colpo.

E si slanciò. Gabriele guardava intorno.

Il ladroncello si avvicinò, passò di dietro allo svizzero, ed in un batter d'occhio la pezzuola fu tratta fuori. Ma restò aderente alla tasca dell'uniforme.

Il capitano, a quanto pare, più di una fiata rubato aveva attaccato il moccichino con una spilla all'uniforme. Infatti, dacchè si accorse che se ne andava, allungò la mano e prese pel braccio il piccolo delinquente.

Il capitano gli fece fare un mezzo giro e se lo menò d'incontro. Lo considerò un istante senza parlare, come se lo giudicasse mentalmente, poi piegò il ginocchio sinistro a terra, pose sull'altro ginocchio piegato ad angolo retto il braccio del giovanetto, l'innalzò, l'abbassò con forza sulla rotella. Il braccio del disgraziato era rotto in due come un ramo di legno morto! Il monello gittò un grido e cadde svenuto. Il militare si rialzò tranquillamente, scosse la polvere del suo calzone, guardò con aria soddisfatta le persone che gli avevan fatto capannello attorno, portò la mano allo shakò, salutò tutti e si allontanò in pace. Il popolo si disperse, il cuore stretto, e mutolo. Uno sbirro, che aveva tutto visto come gli altri spettatori, raccolse il fanciullo, lo trasportò alla prefettura di polizia, ove il commissario gli fece infliggere venticinque colpi di frusta, in seguito di che l'infermo fu mandato all'ospedale.

Gabriele, anch'egli, aveva tutto visto, anche i colpi di verga. Egli fece giuramento di non mai più rubare, di guisa che un frate mendicante lo corresse dal vizio della mendicità, un mercenario gli apprese il rispetto della proprietà: due violenze gli indicarono due doveri.

Gabriele aveva sedici anni.

Quando si è lazzarone, e non si ruba e non si mendica, non si ha altra risorsa che il lavoro. Ora, che può fare un lazzarone?

Si è scritto, e lo si ripete ogni dì, che tra il lazzarone ed il lavoro vi è incompatibilità e ripulsione naturale. Ciò non è esatto. Tra il lavoro del lazzarone ed il lazzarone non vi è equilibrio di salario, e per conseguenza il secondo è disgustato del primo. Ciò è molto, ma ciò non è ancora tutto.

Per compiere un lavoro qualunque, occorre che la natura e la società si diano la mano. La natura aveva tutto fatto pel lazzarone. Il lazzarone era forte, intelligente, sobrio, paziente, sopportava tutto, era abile, proprio a tutto, capace di tutto, anche di essere onesto! Col lazzarone non si aveva neppur bisogno di parlare: un segno, un muover d'occhio, ed egli aveva capito. La natura era stata larga per quest'organizzazione primitiva. Ma la società? Madrigna!

Non scuole, non conservatorii, non istruzione, non associazioni, non opifizi, non maestri, non assistenza, non asili d'infanzia, nè casse di risparmio, non istrumento di lavoro, non istruzione professionale…. nulla, nulla per rilevare l'uomo sopra il livello del produttore della forza bruta, la macchina. La società incivilita gli aveva venduto una gerla, ed ecco tutto.

Ora, questa gerla—la sporta—era tutto un mondo pel lazzarone.

Aveva bisogno di portare un fardello? la gerla gli serviva di carrettello. Pioveva? la gerla gli serviva di paracqua. Aveva sonno? la gerla gli teneva luogo di origliere. Voleva sedere come un sibarita? e' si faceva una poltrona della gerla. Vi si coricava dentro, vi dormiva sopra, vi si nascondeva dietro per procurarsi dell'ombra…. L'uomo e la gerla si completavano, s'identificavano talvolta; erano inseparabili.

Vi sono degli uomini, le cui funzioni sociali sono limitate a produrre la ventesimasesta parte di una spilla, od a girare una ruota per tutta la loro vita, e finiscono per diventar bruti. Perchè quest'altro bruto, il lazzarone, che era aggiogato per tutta la sua vita ad un fardello ch'egli doveva portare sulla testa o sulle spalle, perchè diveniva esso filosofo? Imperciocchè, se il lazzarone non sapeva leggere, e' pensava; quando lo si credeva addormentato, meditava; quando lo si credeva indifferente, sentiva. Del resto è presso a poco la legge generale di tutti gli schiavi e di tutti i servi; essi non fanno che recitare la parte dello stolido. Ecco perchè il lazzarone ragionava poco, parlava per imagini, almanaccava molto. La folle du logis era sempre all'erta in quel cervello ben costruito e mal intonacato.

Il lazzarone non esiste più. Domani sarà elettore.

Ma ritorniamo a Gabriele.

I viaggiatori che arrivavano di provincia, mettendo il piede nella capitale, erano innanzi tratto sicuri di avere a sostenere una lotta col lazzarone. Quando la carrozza passava la barriera della gabella, una mezza dozzina di lazzaroni vi si aggrappava attorno come bruchi, sostenendosi ad ogni punto di appoggio che la vettura offrisse loro. Circondata da questa guardia del corpo, la carrozzaccia entrava trionfalmente in città. Il cocchiere andava dritto alla sua locanda e depositava le sue vittime sul lastrico. Ma queste povere vittime, appena sottrattesi all'imperio del cocchiere, cadevano immediatamente sotto il potere del lazzarone.

Il potere del lazzarone sulla sua pratica era così esteso, così irresponsabile come quello dello Czar su i suoi sudditi; non vi era che l'insurrezione che lo limitasse. Con un colpo d'occhio rapido ed intelligente il lazzarone giudicava il suo cliente, lo valutava come se lo avesse conosciuto da vent'anni. Dopo questo apprezzamento e' si disponeva ad agire. La conclusione di questo ragionamento era del resto assai semplice: aver dei danari con o senza accompagnamento di busse.

Le busse non entravano in conto: erano una cosa sì abituale, che col tempo era divenuta natura.

I lazzaroni che avevano accompagnato la vettura si gittavano dunque immediatamente sul bagaglio e si distribuivano i colli. Che l'uno o l'altro pigliasse una pesante valigia, un sacco da notte, un bastone, un porta-capello o una canna di pipa, importava poco. Era una buona o una cattiva fortuna, ecco tutto. Ma colui che si era impossessato del bastone si guardava bene di caricarsi per sopra più del paraacqua. Ciò sarebbe stato un invadere i dritti del compagno, un violare il dritto di proprietà, il dritto al lavoro, il dritto al salario….. ed il lazzarone, che non aveva alcun dritto, li rispettava tutti.

Quanto al viaggiatore, e' non poteva più toccare alle sue cose: lo avrebbero bastonato. Imperciocchè ciò sarebbe stato «un rubare la povera gente la quale non aveva che quello per vivere!» Se il viaggiatore aveva l'aria un po' determinata, gli si faceva la grazia di lasciargli scegliere il suo albergo. Diversamente, il povero provinciale doveva stimarsi felice di correre a tutte gambe dietro ad una mezza dozzina di lazzaroni che, essendosi impadroniti dei suoi bagagli, lo avrebbero condotto in America. Lo conducevano ove volevano—e sempre male.

Arrivati a destino, i lazzaroni, sempre rispettosi fin là, prendevano una cert'aria di dignità. Se erano sei, uno solo entrava nella camera, gli altri restavano alla porta. Il viaggiatore faceva un calcolo più meno giusto e pagava. Ei credeva pagar tutto. Il lazzarone guardava la moneta ricevuta, la voltava e rivoltava nella palma della mano, squadrava la sua pratica dalla testa ai piedi, alzava infine le spalle con disprezzo ed usciva. Il viaggiatore respirava.

Ma ecco che il secondo si presenta.

—Eccellenza…..

—Cosa è?

—Ebbene!, ma io vi ho portato il vostro sacco da notte, io.

—Eh! ma io ho pagato il tuo camerata per tutti. Domandagli la tua parte.

—Che cosa mi riguarda ciò, a me? Conosco io forse il mio camerata, io? Vi aveva io detto di dargli la mia parte, io?

Il viaggiatore pestava, e poi pagava ancora e respirava di nuovo.

—Eccellenza, il povero facchino che ha portato il vostro baule.

—Come, il mio baule? Ma io ho pagato. Ne ho anzi pagato due.

—È impossibile, ma me no, eccellenza.

—Te, te, te ho pagato per tutti. Va al diavolo.

Il lazzarone che aveva cominciato per dar dell'eccellenza al suo paziente, abbassa di un grado i titoli.

—Ma signore, io non posso andare al diavolo prima che non mi abbiate pagato. Io mi sono slogato le ossa per trascinare il vostro miserabile cassettone. Credete che ciò sia per i vostri bei baffi da carbonaro, eh?

—Io non do più un soldo. Fuori di qui!

Tu ti burli di me dunque eh! il calabrese? Io ho gittata la mia anima a carreggiare il tuo lurido cataletto, e tu mi pagherai.

—Io non pagherò più nulla, no, no. Esci all'instante, se no…..

—Ed io ti ripeto che tu mi pagherai o per la Vergine del Carmine, il sangue va a scorrere a lava.

Il viaggiatore cospettava ancora e pagava.

Il quarto si presentava. E là, nuova disputa sul prezzo, mista a bestemmie, a gesticolamenti, a minacce, a lazzi, ad ironie fine ed insolenti dalla parte del lazzarone che è il minchionatore il più fino e il più insolente che io mi conosca. Egli aveva inoltre un disprezzo imperiale per tutte le genti della provincia, cui addimandava di un sol nome: calabresi. Come per gli antichi romani, tutto ciò che non era della loro capitale era barbaro.

In una parola, il viaggiatore doveva pagarli tutti, subire i loro insulti, talvolta le loro busse. Ma egli arrivava altresì qualche volta che il viaggiatore si ribellasse e desse un calcio o uno schiaffo. Allora un combattimento in regola s'impegnava. Egli era insorto troppo tardi! Così, tutti coloro ch'egli credeva partiti ritornavano, ed un tafferuglio cominciava, in cui si rompeva tutto, compreso la testa del viaggiatore.

Ma come fare, mi domanderete, per evitare questo inconveniente?

Il metodo era semplice. Bisognava dare uno schiaffo, senza fiatar sillaba, al primo che toccava al vostro bagaglio prima di ricevere i vostri ordini. Il lazzarone capiva all'istante che egli aveva a fare con un militare, con un pezzo grosso del governo, o con un uomo determinato che conosceva i procedimenti onesti, e diveniva umile come agnello. Egli era sovente anche rubato dal suo cliente.

Gabriele faceva quel mestiere al Ponte della Maddalena, da dove arrivano i Calabresi, gli uomini i più irruenti delle provincie del regno. Gabriele si caricava raramente di un mobile pesante: per conseguenza e' correva più ch'altri il rischio di ricevere un pugno od un calcio, quando si presentava l'ultimo per domandare il prezzo del porto di una frusta o di una bottiglia vuota. Ora, ciò gli arrivò così spesso ch'e' finì per prendere il mestiere in disgusto. Imperocchè, se la polizia non interveniva punto per proteggere il viaggiatore contro l'aggressione dei lazzaroni, essa interveniva meno ancora per proteggere il lazzarone contro le batoste e le scroccherie del viaggiatore. Poi, Gabriele divenne adulto, ed una rivoluzione morale si era operata nel suo carattere.

Egli amava.

XIV.

E come si diviene galeotto.

Ed anzi tutto Gabriele era un bel giovanotto.

Egli aveva nei suoi occhi corvini un non so che di malinconico che correggeva la regolarità severa dei suoi tratti, il fosco del suo colorito, il portamento della testa fieramente accampata sur un collo svelto. I suoi capelli neri irrompevano a ricci da un berrettino color bruno a lembi rossi, che gli accerchiava la fronte in modo grazioso. Portava il petto nudo, il collo nudo, le braccia ed i piedi nudi. Perocchè tutte le sue vesti si riassumevano in una camicia ed in un paio di brache di cotone giallognolo strette alla taglia da una fascia bruna.

Egli amava una povera figliuolina chiamata Concettella, il cui padre era pescatore.

Concettella non era ciò che si dice una bella ragazza. Ma il suo sembiante esprimeva la grazia che cerca sedurre ed una vivacità che si comunicava e rimbalzava immediatamente nel cuore di chiunque l'avvicinava. Poi, ella era civetta.

Gabriele faceva delle canzoni per lei, perchè Gabriele era poeta ed aveva l'istinto dell'armonia.

Chi ode per le vie di Napoli, la notte, le cantilene selvagge, bestiali, disarmoniche, intollerabili del popolo napolitano non sospetterebbe mai che i lazzaroni avessero la loro accademia e le loro corti d'amore, precisamente come Clemenza Isaura. Quei Pelli-Rosse dai guaiti sì discordanti ed offensivi avevano le loro sfide di poesia e di musica, che terminavano non raramente in una sfida al coltello. Si dava un tema. Il primo cominciava e cantava la sua strofa; un altro rispondeva, ed alternando così le strofe come i pastori di Virgilio, si continuava per lungo tempo. Il primo che si arrestava, senza dare la replica, metteva fine alla lizza. Però costui era schernito talvolta battuto, e costretto a spulezzarsela. Non si crederebbe giammai che ricchezza di poesia e di viste ingegnose quei bardi dai piedi nudi prodigassero in quella ginnastica di scienza gaia.

Ogni anno si cantava a Napoli una nuova canzone popolare. Chi ne aveva trovata la melodia? chi ne aveva indicato il concetto e composte le parole? Tutti se l'attribuivano—tutti coloro che sapevano infilare crome e semi-crome, tutti coloro che sapevano far rimare amore e core, bene e pene. Ma l'autore vero, lui, non dubitava neppure d'aver dato vita ad un vero capolavoro che correva le cinque parti del mondo come, per esempio, l'

    Io te voglio bene assai
    E tu nnu pienzi a me.

Ora ecco come avveniva l'istoria di quella canzone.

La notte che precedeva la famosa festa di Piedigrotta, cioè la notte dal 7 all'8 settembre, il popolo poteva entrare e trattenersi nel giardino pubblico,—la Villa Reale. Gli altri giorni, la plebe, in giubba o senza, non vi aveva accesso. In quei viali, a riva del mare di Mergellina, si riunivano i giovanotti, lazzaroni, operai, artigiani, contadini dei dintorni di Napoli, con le ragazze degli stessi ceti. Quindi, tutta quella gioventù se ne andava in gazzarra, cantando e danzando la tarantella, dal lato della grotta di Posilipo.

La grotta è un lungo tunnel del tempo dei Romani che fora la collina di Posilipo. Vi si giungeva tra mezzanotte ed un'ora del mattino, con delle torce accese, avendo ciascuno al suo braccio la sua giovine sposa o l'innamorata, cui non bisogna confondere con la ganza. Lì, si faceva circolo. I trovatori che si portavano candidati alla nuova canzone dell'anno si presentavano. Quelle dugento o trecento persone rinsaccate in quell'intestino si arringavano del loro meglio ed a suffragio universale si nominavano i giudici del concorso. E bisogna soggiungere, che raramente si prendeva sbaglio nella scelta. Nel 1846, Gabriele, cui addimandavano Gabriele Uu pienseruso, era uno dei candidati. Filippo Rotunno, suo rivale, ne era un altro. In tutto erano sei. In un batter di occhio il silenzio si fece. Quattro parrucchieri musici si collocarono nel centro, innanzi ai giudici. Essi suonavano il flauto, il violino, la chitarra ed il mandolino. Il cantante dava il tuono. Tre concorrenti, che non avevano buona voce, si fecero surrogare dai loro allievi.

Noi passiamo oltre quattro di quelle canzoni, quantunque con rincrescimento; perchè ve ne fu una sopratutto, di un gobbo merlettaio, che fu molto bella e che, ritoccata poi, fu ricevuta due anni più tardi,—la canzone del Mastrillo. Ma noi non possiamo omettere quella di Gabriele nè quella di Filippo, che furono il punto di origine di tante sciagure. Entrambi avevano cantato la stessa donna, quella stessa Concettella che era con Gabriele ed aspirava a Filippo. Gabriele era bello; Filippo, ricco. Ora, la donna è inesorabilmente logica. La natura dà la bellezza; l'uomo deve dare gli ornamenti.

Filippo aveva inoltre una tale rimarchevole voce di tenore, che avrebbe valso dei milioni, se Filippo fosse stato cantante in luogo di essere marinaio e padrone di due barche. Gabriele aveva una voce di baritono, armonica ma molto meno bella. Egli era il quinto e cantò:

«Quando eri ammalata, io mi teneva vicino al tuo letto, Concettella. Io udiva il tuo cuore battere con violenza: io ti compresi, mi tacqui, ma ti amai.

«Adesso tu sei guarita, e sono io che da tre giorni sono infermo. Ma quando si è innamorati bisogna passare per questi guai.

«Rinfresca col tuo fiato odoroso, rinfresca la mia febbre; ma non dire, Concettella, oh! non dire che io sono piagnoloso e ti attedio.

«Imperciocchè se vedessi la Vergine che mi ammiccasse per invitarmi a salire al Cielo, io volgerei lo sguardo, per contemplare unicamente il sorriso della tua bocca. Sorridimi, Concettella!

«Ma se nel tuo sorriso si dovesse trovare un lampo di scherno o di compassione, torci il capo, Concettella, torci il capo, come io l'avrei fatto con la Madonna.

«E quando tuo padre sarà di ritorno dalla pesca, dimandagli se il mare è ben profondo dal lato di Miseno e mandavelo a pescare.

«Io sarò quivi, in mezzo ai fiotti schiumanti, come fra le lenzuola del nostro letto nuziale; io sarò quivi, disteso sur uno scoglio, come avrei dovuto esserlo fra le tue braccia.

«Perchè il mare, che ha più cuore di te, fanciulla senza pietà, se tu gli getti un innamorato, esso ti rigetta per lo meno un cadavere».

Quando Gabriele ebbe finita la sua canzone, da me pessimamente proseggiata dal dialetto napoletano, i suoi tratti, sotto l'imperio della commozione, erano splendidamente animati. Ma l'uditorio era anche più commosso di lui. Perocchè la sua melodia, sì tenera e sì triste, aveva un accento che andava all'anima come un dolore.

Il suo avversario Filippo Rotunno divenne estremamente pallido. Egli aveva letto nello sguardo di Concettella che la parola di Gabriele l'agitava ed il suo cuore era lacerato dalla gelosia. Egli aveva impallidito altresì perchè aveva sentito il fremito che la cantilena di Gabriele aveva fatto correre fra gli spettatori. Ed egli apprezzava tutte le bellezze di quella poesia e di quella melodia di una soavità ineffabile. Erasi fatto pallido infine, perchè egli aveva paura e dubitava di sè. Egli sapeva che ciò che avveniva colà avrebbe deciso dell'amore di Concettella. Fece uno sforzo sopra sè stesso e si avanzò. Volgendo lo sguardo agli assistenti, per leggere sul loro sembiante come fossero disposti a suo riguardo, si accorse che essi erano ancora sotto la malìa della canzone di Gabriele. Allora volendo aprire un'altra corrente alla loro emozione, fece suonare la tarantella. Quindi, quando gli sembrò che l'uditorio fosse sotto un'altra impressione, diede il suo tuono alla musica e principiò:

«Vè una piccola giardiniera chiamata Concettella, la quale discende ogni giorno dallo Scutillo per venirmi a stuzzicare.

«Ella possiede un piccolo giardinetto ove fiorisce la rosamarina….
Concettella, ascoltami, non venire a svegliarmi di così buon mattino!

«A vederti con le tue guancie di foglie di rosa, con i tuoi occhi che hai rubati alla notte, io potrei credere che il mio sogno non è bene ancor terminato. Io ti ho visto femmina, e tu sei per me regina… Concettella, ascoltami, non venire a risvegliarmi di così buon mattino!

«Perchè vedendoti entrare nella mia povera cameretta, io credo che vi entri l'aurora; e come apro le pupille alla luce potrei aprire a te le mie braccia… Ed allora ti darei più baci che il cielo non ha stelle… Ascoltami, Concettella, non venire a risvegliarmi di così buon mattino!»

A questa strofa, l'entusiasmo degli spettatori fece esplosione. Due o trecento bocche accompagnarono in coro il bizzarro ritornello della scherzosa canzone. La melodia era adorabile: essa zampillava, scintillava, spingeva le gambe alla danza, a bocca al canto. Non si potè più restar quieti. Giammai hustings inglesi ebbero più acclamazioni tumultuose per un candidato favorito, che quel pubblico di teste calde napolitane e di cuori entusiastici non ne prodigò alla canzone di Filippo.

Essa fu proclamata la canzone dell'anno.

Gabriele era scomparso.

Egli aveva visto Concettella staccarsi poco a poco da lui, inclinare verso il suo rivale, infiammarsi, esaltarsi, cader mortalmente bella e sbocciata nelle braccia di colui. Era fuggito.

Il dì seguente, Gabriele assiso a terra, le gambe incrociate, i gomiti sulle ginocchia, il mento fra le mani, stava ascoltando il vecchio che sul Molo declamava l'Ariosto.

Dopo che aveva preso in uggia il mestiere di facchino delle carrozze, Gabriele aveva principiato il commercio delle frutta. Un mercante gli confidava un cesto pieno di fichi, di pesche o di uva, egli percorreva la città, li vendeva al minuto, guadagnava dieci soldi in qualche ora, e passava una parte del giorno alla riva del mare, a vaneggiare a baloccare. La sera andava ad udire la musica sulla Piazza Reale; nel dopopranzo alternava le ore tra il Filosofo e Rinaldo.

Il Filosofo era un vecchio antidiluviano che insegnava la morale. E' smaltiva le massime e gli apotegmi dei filosofici stoici, li commentava con storielle adatte al soggetto e ne tirava la moralità.

Il governo non aprendo alcuna scuola pel popolo, un mendicante fondava una cattedra di etica. I corsi del Filosofo erano frequentatissimi.

Noi abbiamo visto spessissimo, sullo stesso Molo, da un canto il Filosofo insegnare, dall'altro Rinaldo raccontare le imprese dei Cavalieri, in un angolo Pulcinella e Colombina sbizzarrirsi alle farse le più spiritose, e lì lì da presso un gesuita o un liquorista, salito sur un banco, predicare l'inferno od il giudizio finale. E dobbiamo confessarlo, il circolo meno affollato era proprio quello del predicatore.

Gabriele ascoltava dunque il racconto della lotta di Argante e Tancredi. Il vecchio cantava un poco, ma in generale declamava i versi del Tasso in maniera vivissima e pittoresca, animandosi col gesto, modulando le inflessioni della voce onde far delibare la melodia di quella seducente poesia. Gli spettatori seguivano le peripezie del poema con passione intensa.

Quando la lettura fu terminata, Gabriele mise nella mano del vecchio tutto il suo guadagno della giornata. Egli non aveva sentito il bisogno di mangiare; era stato assorbito in un'idea tutto il dì. Di là, se ne andò a cercare uno dei suoi amici e gli disse:

—Filippo ed io, non possiamo più vivere nella stessa città. Bisogna ch'egli mi uccida o ch'io l'uccida. Va da lui. Egli si batterà meco, o lo assassino. Io non vorrei pertanto assassinarlo! Gli dò la scelta: le pietre, ovvero il coltello.

—Io accetto le une e l'altro, rispose Filippo all'amico di Gabriele.
Quando? dove ci batteremo noi?

—Domani, alle otto, dal lato di Porta Nolana.

—Sta bene. Quante pietre?

—Dodici, se tu vuoi. E poi il mollettone (coltello a molle ferma).

—Accetto. Io porterò i coltelli, voi le pietre. A domani.

—Grazie.

Vi era a quell'epoca un prete famoso chiamato don Placido Baker. Costui trafficava in grande l'articolo miracolo. Egli passava le sue notti a tu per tu con la Vergine o con qualche altro santo del Paradiso in viaggio pel nostro pianeta. Quei celesti touristes s'intrattenevano col prete di ogni sorta di bisogna, delle molestie di casa del detto D. Placido o delle virtù domestiche della regina Teresa. Poscia, accomiatandosi, gli davano il permesso di rivelare i secreti della conversazione,—di dir perfino che quel giorno il signor S. Pietro aveva la barba mal pettinata, e messer S. Luigi, il gesuita che non aveva mai guardato in viso sua madre, la marchesa di S. Gonzaga, aveva fatto l'occhiolino a Santa Filomena.

D. Placido rappresentava la sua messa e raccontava queste cianche intime al popolo nella sua chiesa del Gesù Vecchio, due ore prima dell'alba. La chiesa, rischiarata solamente da sei piccole candele sull'altare era suffusa nelle tenebre, e si commettevano lì più turpitudini che i primi cristiani non ne attribuirono mai ai pagani. Il popolino frequentava moltissimo il Gesù Vecchio e si divertiva a scialo di quelle storie pittoresche e straordinarie.

Gabriele, come gli altri napoletani, aveva più superstizione che religione. Tutta la sua pietà si limitava all'impressione delle anime del purgatorio sul braccio, a portare al collo lo scapolare della Madonna, a far magro tre giorni la settimana. Ed ecco tutto. Fanciullo, era ito alla chiesa per rubare le pezzuole: più tardi, per incontrarvi una innamorata ed udirvi della bella musica. Vi andava adesso, per veder Concettella in veste da domenica. Ma sul punto d'intraprendere una lotta mortale, e' volle pregar Dio, onde invocarlo a giudice della buona causa, che ei credeva esser la sua. Entrò dunque nella chiesa del Gesù Vecchio all'alba, e pregò. Pregò senza sapere nè come nè perchè. Dopo, raggiunse l'amico e partirono insieme pel luogo del duello.

Si era conservato su questo affare il più grande secreto. Prima dunque di giungere a Porta Nolana si separarono per non farsi osservare insieme. Si prendevano queste precauzioni onde mettersi al coperto dalle conseguenze del combattimento, nel quale uno per lo meno doveva soccombere. L'amico di Gabriele aveva scelto nel letto del Sebeto ventiquattro pietre della grossezza di un uovo, ben levigate e ben rotonde. Ei ne fece due parti, e lasciò la scelta al padrino di Filippo. Questi aveva portato due coltelli a molla, cui i lazzaroni chiamano crocifissi, a lama fina, lunga, scanalata, acuminata come un ago, tagliente come un rasoio, della lunghezza di circa dieci pollici. Il testimone di Gabriele scelse.

—Comincieremo dalle pietre, disse costui.

—Come vorrete, disse Filippo.

—A cinquanta passi?

—Sia pure.

—Senza fionda?

—Senza fionda.

—È permesso schivarsi?

—Poichè a questa sfida deve succedere quella del coltello, io credo che si possa accordare il diritto di non restare immobile sotto i colpi dell'avversario.

—Sta bene. Giuochiamo a chi tirerà il primo. Si giuoco al tuocco.
Gabriele guadagnò.

Il combattimento alle pietre era il combattimento favorito del lazzarone. Aveva luogo d'ordinario per bande di quindici o venti giostratori, ed anche di più. Era una zuffa sovente pericolosa. Del resto, basta rammentare i lazzaroni del 1799, i quali fecero indietreggiare la cavalleria di Campionnet e sostennero a Ponte-Rosso tre ore di lotta, quasi unicamente alle pietre.

Filippo, che aveva un pastranello, lo cavò. I due duellanti si posero alla distanza convenuta in una cotale attitudine ch'ei non presentavano al nemico che il profilo sinistro, avvegnachè avessero la faccia volta l'uno all'altro, onde seguire con fissità ed attentamente i movimenti dell'avversario.

Noi non specificheremo le peripezie di questo combattimento, il quale esigeva l'agilità della scimmia, dei muscoli di acciaio, un colpo d'occhio rapido come il baleno, un'elasticità incredibile delle membra onde saltar d'ogni banda, piegarsi in tutti i sensi, appiattarsi, alzarsi, girellare su di sè stesso, slanciarsi, spiegare in una parola tutte le risorse della ginnastica, usare di tutti i mezzi di cui la natura ha dotati gli animali delle foreste per attaccare e difendersi.

Il lazzarone, non era esso il selvaggio delle latitudini incivilite?

In questo attacco, Gabriele fu colpito tre volte, senza molto male: Filippo due, anche senza pericolo, benchè ricevesse una ferita alla testa. Ma ei si limitò a stagnare il sangue con un pugno di terra, e continuò. Questi preliminari non dovevano servire che ad eccitare la collera dei combattenti. Il duello a morte cominciava.

Il duello al coltello è un'importazione siciliana a Napoli, spagnuola in Sicilia,—il combattimento alla navaja. Ma è altrettanto micidiale a Napoli che a Palermo ed in Ispagna.

I due avversarli si avvicinarono. Dai loro occhi schizzavano scintille feroci. Non vi si vedeva più il bianco: erano due punte di diamante a fiamma fosca e penetrante circondata da un'aureola rossa.

I due testimoni li collocarono di maniera che la luce del sole fosse egualmente divisa.

Filippo e Gabriele si approssimarono ancora, ciascuno d'essi guardando fissamente il nemico per trovargli negli occhi un segno di paura. Non ve n'era. Essi accostarono i loro piedi sinistri di modo che le dita dell'uno toccavano il tallone dell'altro. I loro corpi non offrivano che un sottilissimo profilo, converto dal braccio piegato e ravvicinato al petto, pronto a parare il colpo. La lama del coltello era appoggiata al braccio ed il manico chiuso nella destra come in una morsa. A vederli così, si sarebbe giurato che al primo colpo quelle due lame andrebbero a conficcarsi nei due petti e che si raccoglierebbero quivi due cadaveri.

I due combattenti fecero qualche finta per provare le loro forze. Gabriele si accorse che Filippo era agilissimo, e che se egli avesse voluto limitarsi alla difesa per profittare del di lui primo sbaglio, questi avrebbe potuto prevenirlo ed ucciderlo. Risolse dunque di sconcertare quell'attività inquieta con un attacco che obbligava Filippo a difendersi, e di fargli esaurire così, nella difesa, tutte le sue forze d'iniziativa. Gli era uno stornarlo e perderlo. Passarono pochi minuti in questi finti assalti, senza fiatare, gli occhi dell'uno ribaditi alla lama del coltello dell'altro.

Fu un terribile momento.

Gabriele mirava alla gola, Filippo al ventre. Si vide infine Gabriele proiettare in avanti il suo braccio sinistro, levandolo alto onde allontanare il coltello di Filippo od esserne ferito solo al braccio che gli serviva di scudo. Ma nel medesimo tempo avanzò il suo coltello dritto al cuore del suo rivale. Questi comprese questo colpo terribile, ed anzi che cedere alla tentazione di ferir Gabriele, fece un rapido movimento in avanti, di guisa che il colpo che andava a ferirlo giusto nel mezzo del fianco sinistro non gli traversò che la carne del dorso, scivolando sulle costole.

—Ci sei? disse Gabriele, senza pertanto uscire di guardia.

—Una scalfittura di spilla! rispose l'altro, senza parimenti turbarsi, sapendo che la minima agitazione poteva cagionargli la morte.

Si dice nondimanco, e lo si ripete ad oltranza, che i lazzaroni sono codardi. Giorgio Sand lo ripeteva ancora non è lungo tempo.

Si rimisero in guardia come avanti. A questo secondo assalto Gabriele ebbe il braccio sinistro forato da parte a parte; Filippo, l'alto della spalla sinistra traversato ed il deltoide quasi portato via.

I testimoni volevano far cessare il duello; i combattenti si opposero.

—Non prima della morte! gridò Gabriele.

—Prendi dunque! rispose Filippo.

E ciò dicendo, si precipitò su di lui a corpo perduto, offrendogli il petto, ma mirando nel tempo stesso a conficcargli il coltello nel vacuo delle clavicole.

Gabriele scivolò quasi sotto il braccio levato di Filippo, poi si raddrizzò alle di lui spalle, basso il coltello e gli fendè il braccio dritto dalla spalla alla mano, sì che il coltello cadde dal pugno di Filippo.

Alla mercè di Gabriele, disarmato, pallido come la morte, egli si volse e disse:

—Uccidi!

Gabriele alzò il coltello sulla testa dell'avversario, due volte l'abbassò, due volte lo rilevò con esitazione convulsiva. Alla fine, lo gettò lontano da lui e gridò:

—Quando sarai guarito.

E fuggì a tutte gambe.

Si condusse Filippo allo spedale dei Pellegrini, dicendo che era stato ferito in una rissa, da un incognito con cui si era ubbriacato.

Perchè questi due popolani che avevano guardato la morte in faccia con tanto sangue freddo, e non l'avevano temuta; perchè se un signore avesse dato loro uno schiaffo,—e ciò arrivava ad ogni istante,—questi due uomini avrebbero abbassata la testa senza dir verbo o sarebbero partiti borbottando una bestemmia orrenda?

Gli è che il lazzarone tirava la sua sussistenza dal borghese. Se il borghese diffidava di lui, se non lo trovava assai umile, e' cessava dal fargli fare le sue commissioni, come nel 1848, ed il lazzarone moriva di fame. Ecco perchè quei plebei, che avevano resistito all'esercito francese della Repubblica, si lasciavano battere dal popolo grasso, dominare dalla polizia, mettere a partito da tutti. Un signorino napolitano si sarebbe creduto disonorato se egli avesse trattato un lazzarone come un uomo, se gli avesse dato del voi, se gli avesse parlato altrimenti che con disprezzo, se lo avesse comandato con dolcezza, se fosse stato giusto, se avesse per lo meno sospettato che il lazzarone era suo eguale innanzi a Dio, al mondo ed alla legge, se avesse tollerato un'osservazione, se avesse risposto altrimenti ad un lamento di lui che con un calcio od una ceffata, se lo avesse toccato altrimenti che col bastone, se ne avesse avuto pietà, se lo avesse compreso in fine e l'avesse rispettato nei suoi sentimenti, nel suo onore e nella sua dignità. Il lazzarone era pel borghese un ignobile bruto, impastato di vizi e di laidezze,—res nullius!—e lo è ancora.

Il governo trafficava del borghese, questi del lazzarone. Homo homini lupus! Il borghese però lo respingeva: il re se ne impadronì.

Ma ritorniamo a Gabriele.

Egli fece medicare il suo braccio ed andò a visitare Concettella. Non le disse sillaba di ciò che aveva allora fatto per lei. Ma nella sera, ella ne fu istruita.

Io delineo la situazione di questa giovinetta con una parola: ella sarebbe divenuta con gioia la ganza di Gabriele, se Gabriele glielo avesse domandato: ma ella voleva essere la moglie di Filippo.

Ella amava Gabriele, valutava Filippo.

Ella sentiva troppo per non indovinare qual godimento doveva esservi nell'amore di quel bel giovanotto. Ma ella calcolava altresì che varietà, che durata di piacere doveva esservi nel divenire la moglie di un giovane ricco, cui si accordava dello ingegno, cui si stimava, ed in cui vi era la stoffa di un capo-popolo. Ella non sarebbe stata più chiamata la sì Concettella, ma la majesta, proprio come re Nasone chiamava la formidabile regina Carolina.

Laonde ella non esitò, il dì seguente, a recarsi a visitare Filippo all'Ospedale. Questa visita per l'uno, questo silenzio per l'altro dei due innamorati diceva tutto. Gabriele lo comprese, come egli aveva compreso l'estensione delle inclinazioni di Concettella per lui. Una rivoluzione si produsse nel suo spirito.

—Se io fossi ricco, si disse, Concettella sarebbe a me. I miei cenci sono il mio delitto. Più di cenci dunque. Abbiamo una giacca di velluto, delle scarpe, dell'oro!

L'oro a Napoli è alla portata di chiunque ne vuole. Non si tratta che di aver fortuna: aver qualche ducato ed indovinare tre numeri. L'era semplice. L'era più che semplice, era tentante. La lotteria è il frutto proibito del popolo.

Si era al giovedì. I numeri del lotto si tiravano il sabato.

Vi erano a quell'epoca, e vi sono forse ancora, dei monaci famosi appo il popolo a causa della scienza della divinazione dei numeri del lotto. La polizia accreditava la loro reputazione, perchè questa credenza sviluppava il gusto pel giuoco e quindi i profitti dell'erario. Il più rinomato allora era un fra Giuseppe del convento di San Pascale a Chiaja.

Fra Giuseppe era un diavolaccio tagliato sul tipo di un tamburo maggiore. Uomo di quaranta anni, rosso, forte, gli occhi a fior di fronte, un collo di toro raso, abbastanza sporco, mediocremente astuto, superlativamente ignorante, e dottore nei sette peccati capitali. E' godeva, malgrado ciò, di una moltitudine di dimestichezze assai bizzarre e che riesciranno affatto incredibili ne' paesi protestanti e volteriani. Indico i meno impudichi e ne chieggo scusa ai lettori, cui son costretto guidare per questi cunicoli da cloaca. Egli imponeva le mani nude sul ventre delle donne incinte per facilitare loro il parto. Egli componeva dei filtri abbominevoli per le fanciulle che volevano farsi amare dai giovani farfallini,—filtri di cui lasciamo parlare, con beato dilettamento, i moralisti cattolici, sopratutto i gesuiti Sanchez, Escobar, Benedetti, e cui non citeremo neppure in latino, come Burchard e Martene. Egli cacciava le mani, con un pezzo della tunica di S. Pasquale, nel seno delle donne, di cui il latte non fecondava le glandole deliziose. Egli abbracciava, per mandato del suo patrono, le ragazze che volevano maritarsi nell'anno. Egli benediceva non importa che, dal crocifisso alla pentola della minestra per farla bollire più speditamente. E' dava dei numeri alla lotteria. Ne dava uno, raramente tre. Ora, come e' dava questi numeri in numero progressivo, arrivava sempre che cinque fra i novanta numeri dati, uscissero dall'urna e che cinque persone guadagnassero un numero. Questi magnificavano la scienza cabalistica del frate.

Gabriele andò a trovare fra Giuseppe.

—Padre mio, diss'egli, io sono al colmo della disperazione. Se voi non mi venite in aiuto, io commetterò un malanno.

—Da bravo! susurrò fra Giuseppe, essi sono tutti in quello stato lì quando vengono qui. Vediamo; cosa hai?

—Ebbene, padre mio, ho bisogno di dodici mila ducati, al manco; e voi me li farete trovare.

—Saresti tu matto senz'altro, figliuolo? Come vuoi tu che io ti dia questa piccola bagatella, eh?

—E S. Pasquale? ma io non sono degno di un miracolo. Datemi tre buoni numeri al lotto e i denari per giuocarli.

—Peste santa! come ci va!

—Mi bisognano ad ogni costo.

—Vediamo, figliuolo, ragioniamo. I tre numeri… ciò si puote ancora. Pregherò S. Pasquale d'ispirarmi, e forse, se tu sei bene in istato di grazia, il buon santo non ci rifiuterà questo piccolo servigio. Ma il denaro? Hai tu obbliato che noi siamo mendicanti? Si trattasse, magari! di un pezzo di pane….

—Ma a chi volete voi che m'indirizzi allora per aver dieci piastre e giuocare i vostri numeri? Io non ho un tornese. Non si vorrebbe prestarmi questa somma sulla mia parola, nè sulle mie promesse. Vendendo quanto posseggo, non metto insieme dieci grana. I miei amici sono più miserabili di me… Bisogna dunque ch'io rubi? bisogna dunque ch'io uccida? Vi domando quella piccola somma a mutuo…

—Ascoltami, figliuolo: io non ho tempo da perdere. È mestieri che io vada in chiesa a cantar vespero. Ma uscendo tu incontrerai una donna che ride e forse un asino che raglia. Va dritto loro e ripeti tre volte: Guai a chi non crede!

E ciò dicendo, fra Giuseppe gli volse le spalle. Ma Gabriele correva già più celeremente di una freccia, ruminando nel suo spirito le ultime parole del monaco che contenevano la sua fortuna. Imperocchè l'era così che quei negromanti davano i loro numeri. Gabriele corse dunque da un postiere per consultare la Smorfia,—quel libro di lotteria che marca di un numero ogni parola. Dal piccolo fervorino del frate, ei trasse i numeri dalle parole da noi segnate in corsivo. Giuocò il biglietto a credito. Occorreva adesso adesso dare almeno due piastre—10 lire—perchè il viglietto fosse valido e giuocato—e ciò prima della mezzanotte di quello stesso giorno, venerdì, 23 agosto 1846. Noi rinunciamo a descrivere ciò che fece Gabriele per raccogliere quella somma sì minima in apparenza, e la disperazione d'onde fu dominato non essendo riescito. Quella piccola somma era tutto per lui. E' vi scorgeva la ricchezza, l'amore, l'avvenire, il trionfo sul suo rivale, la felicità: quella somma conteneva il Perù, era un paradiso, la realità ed il vaneggiamento… venti quattro mila ducati di guadagno e Concettella!

E quella somma gli mancava… l'abisso!

Il sangue affluì al suo cervello e lo rese ebbro di desiderii e di progetti, mentre la disperazione traboccava dal suo cuore. La sua immaginazione stravagava: era quasi folle. Le sue tempia battevano con un crepitamento sensibile all'udito. Malgrado ciò era pallidissimo.

E l'ora avanzava.

Gabriele picchiò a tutte le porte. Nessuna si aprì; nessuno venne in suo soccorso. Non sapeva più dove dare del capo. Non gli restava più che la violenza.

Sotto il dominio di questa idea fissa ed unica, l'universo era scomparso dai suoi occhi: anzi, l'universo si rizzava incontro a lui come un ostacolo cui bisognava rovesciare o spezzare. Egli errò simile ad un forsennato, tutta la sera. L'orologio della chiesa di S. Maria a Costantinopoli suonò le dieci. Quei dieci colpi di orologio gli diedero la vertigine.

E' saliva allora quel vicolo che dalla porta di Costantinopoli, conduceva alla piazzetta deserta, ove era il collegio di medicina. In un chiassuolo adiacente vi era un orribile affresco che figurava la Passione. Innanzi a quelle tre figure sconcissime del Cristo e delle tre Marie bruciava una lampada che dava più fumo che luce.