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Il Re prega: Romanzo

Chapter 20: XV.
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About This Book

La vicenda si svolge in un borgo montano diviso in due rioni e si apre con una minuta descrizione di una casa povera: una sala fumosa condivisa con animali, arredi essenziali e abitudini di parsimonia quasi monastica. Sullo sfondo di un paesaggio aspro e della vita contadina, si prepara la partenza di un personaggio di rango e la giovane Bambina compie i suoi gesti d’addio; emergono attaccamenti familiari, la cura degli animali e la discreta dignità degli abitanti. Il racconto alterna scene domestiche, osservazioni sociali e momenti intimi legati al distacco.

Gabriele s'inginocchiò, senza vedere le immagini senza pregare. Era là, ed attendeva un'idea, l'imprevisto, l'incognito! Non un soffio di aria nel cielo del resto, non un'anima per quei dintorni. Dovunque il silenzio, la solitudine e quel chiaroscuro scialbo delle notti italiane che non è nè le tenebre, nè la luce,—il tiepido del chiarore!

Era assorto e non pensava.

Infine, udì uno strepito dietro a lui. Si volse ratto, si levò. Era un prete di provincia che passava e gli gettava un soldo, rimettendo in tasca qualche pezzo di moneta bianca. La vista di quel danaro dette i brividi a Gabriele. Tutti i suoi istinti si risvegliarono, tutti i suoi desideri lo azzeccarono alla gola e lo strangolarono. Un mondo di luce, un mondo di tenebre, passarono in un attimo innanzi agli occhi suoi. E' corse dietro il prete, si prostrò alle ginocchia di lui e gli disse:

—Datemi quel denaro, padre mio; per pietà! datemi quel denaro.

Il prete, che aveva ceduto al primo impulso di compassione dandogli un grano, non comprese ciò che vi era di disperazione nella voce di quell'uomo, ciò che vi era di misterioso e di terribile in quelle parole sì semplici in apparenza. Credette che il mendicante fosse ubbriaco e lo respinse duramente. Gabriele lo trattenne e reiterò imperiosamente la dimanda. Il prete cominciò a sospettare allora avere a competere con un ladro e gridò. Gabriele si credè perduto.

—Tu mi darai quel danaro, prete maledetto, disse egli. Mi occorre, lo voglio.

Il prete che lottava per tirarsi da quegli artigli, gridò più forte.

Allora, lo spirito di Gabriele si turbò interamente. Con una mano prese il prete alla gola, per sopprimere i suoi guaìti, coll'altra frugò nella tasca per pigliarvi i danari. Il prete cavò il coltello e lo ferì alla coscia. Il dolore della ferita mise il colmo alla follia di Gabriele. E' tolse al prete il coltello e lo colpì al petto. Quindi, coverto com'era di sangue, s'impossessò di un pugno di moneta e fuggì.

L'orologio suonava le undici.

Il possesso della somma che gli bisognava, gli fece obliare per un istante tutto ciò che era avvenuto. Non aveva più nè coscienza nè memoria del suo delitto; non si accorgeva neppure che era inseguito. L'impiegato del posto della lotteria, che vide venire quell'uomo orribilmente pallido ed insanguinato, restò sbalordito. E Gabriele presentava già le sue due piastre maculate di sangue, quando sentì due mani posarsi sulle sue braccia ed abbrancarlo. Allora, in un lampo e' si risovvenne di tutto ciò che aveva fatto, gettò un grido stridente e cadde spossato nelle braccia dei birri.

Qualche ora dopo, si trovò innanzi ad un commissario di polizia.

Gabriele confessò tutto. Non si ebbe mestieri di maltrattarlo per farlo parlare. Egli aveva impietosito il commissario, tanto vi era di onta e di rimorsi nel suo racconto, tanto la sua stessa coscienza aveva avuto poca parte nella perpetrazione del delitto. Era maniaco.

Ma, cosa bizzarra, i cinque numeri giocati da lui, uscirono all'indomani!

Il prete era morto!

Sei mesi dopo, Gabriele era condannato a ventiquattro anni di lavori forzati.

L'indomani dell'arresto, il carceriere in capo delle prigioni della
Vicaria venne a cercarlo per condurlo nella sua camera.

Ecco ciò che era avvenuto.

Concettella aveva studiata la condotta di Gabriele dal dì del duello, con una indifferenza apparente. Gabriele non le aveva mai parlato di sè; ma ella aveva compreso tutta la potenza e la delicatezza della passione di lui; aveva saputo tutto ciò che Gabriele aveva fatto per lei. Ella si era persuasa che oggimai il cómpito della vita di quel giovane era di poterle dire un giorno:

—Tieni, tu sei ricca!

Dalla vendita di tutto ciò che la possedeva, ed anche dei doni di Filippo, ella aveva messo insieme un gruzzoletto e si era presentata all'aguzzino in capo della prigione per comperargli la visita che veniva a fare a Gabriele. Il carceriere consentì e le fece attendere Gabriele nella sua camera.

Gabriele entrò.

Concettella, pallidissima, tremava come un giovane pioppo sotto i buffi del vento. Restò un istante indecisa innanzi a Gabriele che sembrava di ghiaccio. Poi d'un tratto, ella si gettò nelle braccia di lui e vi cadde svenuta, gridando in mezzo ai singhiozzi:

—A te, per tutta la vita.

—Per tutta la vita! ripetè Gabriele: sovvientene!

XV.

Le prime stazioni della via crucis.

Concettella tenne parola.

Sbarazzato del suo rivale, Filippo Rotunno cominciò l'assedio. Fallì l'intento. La passione, inasprita dalla resistenza, si fece persecutrice. Essa non riescì neppure. Filippo minacciò, battè, insultò, denunziò tutti coloro che s'interessavano alla giovinetta, la proteggevano, le davano del lavoro; fece loro tutto il male che potè e li scoraggiò. Concettella cadde in una squallidissima miseria. Il poco che guadagnava non le servì per nudrirsi o per vestirsi, ma per pagare un posto in una barca ed andare a visitare Gabriele al bagno di Procida. Questa fedeltà canina mise il colmo al furore di Filippo. Egli abbordò Concettella una sera e, non potendola oltraggiare, le tirò un colpo di coltello che le lacerò la spalla.

Filippo aveva di già, per la sua tracotanza, acquistato il soprannome di Guappo—rodomonte.—La polizia l'arrestò. Otto giorni dopo però lo rimetteva in libertà.

Vedendo in quell'uomo la fibra delle forti passioni, l'audacia e la bravura, il conte d'Altamura che reclutava le sue bande reazionarie dei sanfedisti, l'aveva reclamato ed ottenuto. Qualcuno sospettò della trasformazione, nessuno però potè affermarla. Il fatto è che Filippo—Uu Guappo, come ora lo addimandavano, era oggimai un birro travestito. Per questa ragione, e' dovè temperare i suoi impeti. Ma la sventura di Concettella era di già completa: Filippo l'aveva diffamata. Ella non potè più trovare lavoro. Non restandole più per vivere che la prostituzione o l'elemosina, ella scelse la mendicità.

Poco dopo, quando i patriotti furono cacciati negli ergastoli, tutt'insieme ai forzati per causa di furto o di assassinio, il conte di Altamura vi guizzò dentro Filippo, facendolo trovar complicato,—col suo consentimento,—in un affare di furto. E' doveva sorvegliare i patriotti, e pigliare l'occasione di qualche rissa sollevata a proposito per sbudellare i più determinati. La sua grazia era già anticipatamente firmata dal re: non restava che a mettervi una data.

Filippo s'imbattè in Gabriele, cui chiamavano adesso Uu paglietta—l'avvocato—perchè imparava a leggere ed a scrivere dal cappellano del bagno. L'incontro dei due rivali fu ostile; perocchè Gabriele conosceva di già le persecuzioni inflitte da Filippo a Concettella.

Il primo danaro che costei toccò da Don Diego, lo spese per recarsi a Procida ed andare ad istruire Gabriele della tregua che il destino le presentava.

Gabriele si mostrò inquieto e contento di saperla al ricovero in casa di quel prete, di cui ella le raccontò qualcuno dei guai, da lei appresi o indovinati. Quando, alla seconda visita, Gabriele la vide affusolata da beghina, chiamandosi non più Concettella ma suor Crocifissa, e' non dissimulò i suoi allarmi e si restrinse a dirle:

—Fa attenzione, Concettella! tu mi hai detto: «a te per tutta la vita!» Se divieni infedele, tu od io dobbiamo cessare di vivere.

Gabriele non temeva a torto. L'animo della giovane aveva cangiato come le sue spoglie. Per sopprimere i commenti, che non avrebbero mancato di assalire la giovane e bella vajassa—serva—del prete, Don Diego l'avea mascherata, secondo l'uso, della livrea religiosa, la quale copriva tutte le ganze dei preti—cappelloni—napolitani.

Don Diego non sospirò più il ritorno di sua sorella in casa, avvegnachè s'inquietasse sempre dell'assenza di lei. Sembrava rassicurato sulla sorte di Bambina, o si sforzava di esserlo; ma avrebbe desiderato sapere ove la si trovava e che faceva. Il vago su questa nozione gli cagionava un malessere indefinibile. Laonde, quando ebbe messo un po' di ordine nel suo interiore, quando ebbe cominciato il gran lavoro che il canonico Pappasugna gli aveva comandato, quando e' si potè credere assicurato contro le violenze della polizia, egli intraprese delle investigazioni sulla fuga di Bambina, neglette, fin lì da lui, a detrimento della sua considerazione.

Un cangiamento considerevole erasi operato in lui da otto giorni. L'equilibrio morale, un momento spostato in seguito di tante minacce, di tanti sospetti, di contrarietà, di malori, si era ristabilito. Il suo spirito, rasserenato, si rilevava. Le funzioni fisiche del suo organismo, depresse sotto l'invasione morale, si esercitavano secondo il destino della natura; ciò che raddoppiava l'elatere degli organi del pensiero. Egli era oramai uomo nella pienezza della vita, e perdeva, per conseguenza, tutto ciò che l'ascete ha di acido, di malsano, di velenoso, di fantastico, di antisociale. La scienza acquistata nelle lunghe letture e nelle forti meditazioni si allargava, si coordinava, assumeva un cómpito umano e salutare.

Immerso nella composizione dei suoi sermoni della Quaresima per il canonico Pappasugna, e' poteva a suo comodo considerare la religione dal punto di vista sociale e farne istrumento di civiltà, di progresso, di libertà, lasciando nei labirinti del medio evo la discussione dei dogmi e presentando la religione come consostanziale della morale e della compage sociale, economica e politica dell'umanità. Ond'è ch'egli si levava ad altezze vertiginose nelle sue considerazioni sulla missione del cristianesimo, ed edificava al cattolicismo un altare,—pagano forse o piuttosto filosofico,—ma conforme alla scienza ed all'unisono con lo stato della civiltà moderna,—frutto dell'analisi.

Al coverto dal bisogno, un po' rassicurato sull'avvenire, sbarazzato dalla ritenutezza materiale cui la purità di sua sorella gl'imponeva, il cuore pago, i sensi soddisfatti, quest'uomo, sì fortemente e riccamente dotato, si sviluppava, prendeva possesso di sè stesso. Una grande dignità, basata sulla coscienza della sua forza, si esalava dalla sua persona, a sua insaputa. Il povero prete di provincia si era liquefatto in quella rimanipolazione dell'anima per mezzo della prosperità, della libertà, dell'amore,—questa trinità della forza virile. La sua testa spaziava più alto che la sua statura. Il suo cuore non aveva più gli aneurismi della miseria, della paura, dell'incertezza, della paternità alla quale sua sorella si era volontariamente sottratta. Egli arrossiva forte altresì delle cause che avevano determinato quella figliuola a lasciarlo. La sua anima aveva avuto un'erisipola gangrenosa, di cui egli era guarito al presente, ma la cui memoria lo attristava e l'umiliava.

Sotto l'imperio di queste circostanze e di queste idee e' si decise a
visitare il barone di Sanza per rischiarare i suoi sospetti, e Don
Domenico Taffa per significargli che non gli accordava la mano di
Bambina.

Il barone di Sanza aspettava da lungo tempo il suo compatriota.

Egli aveva dunque accomodati da un pezzo i suoi nieghi. Non si mostrò stupefatto della disparizione di Bambina, ma indifferente. E' significò quindi a Don Diego il suo desiderio di non essere mischiato in quei loro secreti di famiglia, di cui egli deplorava l'amaritudine.

—Mio padre vi ha raccomandato a me, soggiunse egli. Io ho fatto quantunque era in possa mia per aiutarvi. Ma io non ho l'età di essere tutore, e voi avete passata quella di esser minore. Ve ne supplico dunque, non mi favellate più dei vostri interessi.

—Io non vengo a domandarvi nè aiuto nè consiglio, rispose il prete, ma l'assicurazione che mia sorella non corre alcun pericolo. La sua lettera m'ha data la chiave di questo mistero. La sua sicurezza non m'inquieta, sapendo in quali mani ella depositava il suo destino. L'onor di vostro padre è per me una garentia del vostro. Io non voglio strappare Bambina all'asilo che le avete trovato. Ma voglio esser sicuro che foste voi che glielo procuraste e ch'ella vi è rispettata. Ecco l'oggetto della mia visita.

—Io non ho nulla ad apprendervi, rispose freddamente il barone. Voi dovete sapere quali considerazioni han potuto determinare vostra sorella a fuggire la vostra dimora, ed a quali persone ella poteva indirizzarsi.

—Lo so di già, rispose Don Diego. Ma permettetemi di soggiungere, che io diffido dei giovani di ventiquattro anni che si fanno angioli custodi delle giovanette di diciotto. Gli è chiaro così?

—Avete ragione, signore, di esser sospettoso in simile circostanza, quando i fratelli essi stessi sono dei custodi così dubbii. Ma finiamola qui. Voi arrivate di provincia con la rudezza tenace della bramosia, naturale agli uomini che ignorano il mondo reale. Il successo che si viola è sempre un successo deflorato, e perciò sospetto. Fatevi attenzione. Voi appartenete—oso sperarlo ancora—ad un partito geloso, sospettoso, circondato da trappole, il quale vuole restare incontaminato per quanto lo può. Voi sapete tante cose, troppe cose, facili a trafficare, avidamente ricercate. Voi frequentate uomini che ci danno la caccia, cui noi disprezziamo, abili a far chiacchierare gl'ingenui, promettendo molto e tenendo largamente le promesse. Non vi stupite dunque se vi vedete contrariato, e se vostra sorella ha trovato intorno a lei tutto un partito per difenderla, al suo primo grido di allarme. Addio, Don Diego; e permettetemi, poichè voi siete l'amico dell'eccellente mio padre, di augurarvi che il successo vi rifiuti il suo sorriso troppo precoce.

Il barone si alzò. Don Diego restò assiso e disse:

—Grazie degli avvisi, dei consigli, degli augúri di cui mi onorate. In ricambio sappiate questo e procurate di profittarne. Io non fo parte di ciò che voi chiamate vostro partito. Non sono cospiratore, ma pensatore. Ciò che per voi è una combinazione politica, per me è un assioma psicologico. Ciò che voi credete, perchè Mazzini ve lo afferma, è per me una legge eterna della coscienza umana. Voi potete tergiversare, cangiare secondo gli avvenimenti o le soddisfazioni ottenute o rifiutate; io, io non posso disfarmi che per la decomposizione della mia anima, per l'atrofia della mia intelligenza. Voi non sarete mai che degli scolari; io sarò sempre un maestro. Voi potete esser vinti dall'insuccesso, dalla sventura, dal dolore; io non potrei avere tutto al più che degli smarrimenti. Io respingo dunque i vostri avvisi e vi fo grazia dei vostri augúri. Se voi conoscete meglio di me le pratiche della vita, io ne conosco i principii, i quali non cangiano con la moda. Voi conoscete forse gli uomini; io conosco l'uomo. Io non vi domando dunque d'insegnarmi come si tratta con gli uomini e quali uomini si debbono bazzicare o evitare. Io amo l'arditezza nei giovani; ma diffido dell'oltracotanza, che è sempre soppannata di debolezza e d'ignoranza. Voi mi dite addio. Io vi rispondo a rivederci,—a rivederci al giorno della prova. I piccoli sono severi. Credetemi, bisogna esser grande per esser indulgente, veder lontano ed aggiornare il giudizio.

Don Diego salutò pulitamente il barone ed uscì, lasciandolo immerso in una stupefazione profonda. Era il primo uomo che egli incontrava nel suo partito, dopo il colonnello Colini che ne era il capo.

Don Diego si rese in seguito presso l'impiegato del ministero.

Don Domenico Taffa aveva terminato il suo desinare e digeriva dolcemente, fumando un eccellente zigaro e leggendo tale o tal altro giornale francese, cui la censura del ministero sopprimeva agli abbonati per distribuirli a certi impiegati privilegiati. Don Domenico, anch'egli, aspettava il prete da lungo tempo, e non senza impazienza. E' lo ricevè dunque con una soddisfazione marcata, gli offerse sigari, caffè, liquori, cui Don Diego ricusò, ringraziando.

—Io vi doveva una risposta, disse Don Diego sedendosi: ve la porto.

—Mi portate voi la mia felicità? domandò Don Domenico.

—Forse. Perocchè il peso d'una bella donna gli è la più spaventevole delle cure, per tutt'uomo che non ha a sua disposizione gli eunuchi ed il sacco del Sultano, la Banca d'Inghilterra, od il potere illimitato dello Czar.

—Che volete voi dire?

—Questo: che io vi ringrazio dell'onore che mi avete fatto domandandomi la mano di mia sorella, cui io sono nell'impotenza di accordarvi.

—Voi me la rifiutate dunque?

—Precisamente no, nello stato in cui sono le cose. Ma io non posso darvi ciò che non ho più: mia sorella mi è stata rapita, o piuttosto, ella ha disertato dalla casa.

—Signor abate, gli scherzi sono buoni ma quando essi sono opportuni, rispose Don Domenico con amarezza. L'istoria che mi contate per palliare il vostro rifiuto è assurda. A Napoli, le femmine non si perdono come una spilla nella sabbia, o un piccolo cane che ha smarrito il suo padrone.

—Nonpertanto, signore, la cosa è così: la è arrivata due o tre giorni dopo che io ricevei la vostra lettera.

—E venite a darmene avviso solamente oggi?

—Gli è che, prima di mettere la polizia sulle tracce della fuggitiva, io ho voluto riflettere ed assicurarmi ove ella sia, chi l'ha aiutata a mettere in atto questo colpo di testa, e per quale ragione ella aveva preso quel partito disperato.

—Ed ora sapete tutto cotesto?

—Io ignoro ancora ove ella sia. Ma conosco colui che ha protetta la sua fuga, ed ho indovinato perchè la mi abbia abbandonato.

—Ditemi il nome del complice ed in ventiquattro ore vostra sorella vi sarà restituita.

—Nol posso, nè voglio. Mia sorella si è sottratta da casa mia perchè essa mi vedeva favorevole alla vostra domanda. Io lo era allora. Qualcuno ebbe la malignità o l'accortezza di dirle, che voi volevate sposarla per farne il marciapiede della vostra ambizione e forse della mia. In faccia di questo dubbio, penetrato nel suo spirito, posso io esercitare su di lei un ascendente qualunque, morale o fisico? Ve ne lascio giudice.

—Signor abate, io vedo chiaro in tutto codesto, o se volete, vi vedo più chiaro di voi. Il P. Piombini è passato di colà.

—Che intendete voi dire?

—Mi spiego. Il P. Piombini è stato ferito dalla bellezza di vostra sorella. Non è la prima volta d'altronde che quel R. P. si permette di codeste bazzecole. Egli ha fatto brillare innanzi agli occhi vostri non so quali vantaggi che vi han dato le traveggole; e voi non avete visto così vostra sorella evadersi dal focolare domestico. Ecco tutto.

—La vostra supposizione è talmente bassa ed insultante che io non degno rispondervi.

—E fate bene, perchè io non vi crederei. Anzi soggiungo, per essere più chiaro, che io non sono il vostro merlotto, e che non riceverò l'affronto con indifferenza. Voi avete pensato che il P. Piombini era più potente. Vi siete ingannato. Voi non conoscete chi ho dietro a me che s'interessa al mio matrimonio. Voi avete offeso dei personaggi che possono polverizzarvi con un aggrottar di sopracciglio.

—Voi convenite dunque…

—Di che? che io amo vostra sorella e che io ho dei protettori? Ebbene, e poi? Se voi avete lo spirito sì mal temprato per non comprendere il paese, i tempi, la società in mezzo alla quale vivete, che posso io farvi? Voi avete vissuto della morale dei libri, che rende gli uomini stupidi, e non della morale del mondo che li rende felici. Avrei voluto aprirvi gli occhi mediante l'unzione episcopale che vi preparavo. Voi mi respingete e spezzate i miei piani. Vedremo se sarete stato saggio preferendo l'appoggio della Compagnia di Gesù a quello della Corte. Tali offese non restano mica impunite, signor abate.

—Voi mi fate benedire la sorte, signore, che mi ha sottratto ad una grande tristezza e ad una grande vergogna. Perocchè io scorgo adesso con quali intenzioni voi sposavate mia sorella. Io non sono predicatore di morale, perchè, ahimè! la mia non è senza rimproveri. Io ho avuto, ho tuttavia una grande ambizione. Non rinculerei innanzi ad alcun prezzo per soddisfarla, se quel prezzo si cifrasse per centinaia e migliaia di ducati. Il prezzo dell'onore, come lo pagarono Abramo ed Isacco, mi fa orrore. Nè la mia anima, nè la mia carne non sono da vendere, signore; e se voi avete bisogno di ciò, portate altrove i vostri sguardi. Le vostre minaccie non mi scuotono più che le vostre promesse. La luce, un momento offuscata nel mio spirito, ha ripreso il suo splendore.

—Voi mi sfidate dunque, adesso? Voi vi sentite dunque così bene coperto dai vostri protettori?

—Disingannatevi, signore. Io non ho alcun protettore e non ne desidero alcuno, al prezzo cui voi supponete. Ve lo ripeto: io ignoro dove mia sorella si trovi. Ma lo sapessi pure, lungi dal consegnarvela, la coprirei del mio petto e del mio braccio. Io vi diceva or ora che io non poteva accordarvi ciò che io non possedevo più. Vi dico ora, che ve la rifiuto in modo reciso. Traffichiamo di altro che di cuori innocenti e di corpi puri, signore. Capite? Voi mi avete domandato una somma di sei mila ducati per investirmi di una diocesi. Questa somma sarà pronta fra qualche settimane; ma essa è il salario del mio lavoro, non del mio onore. Non posso dirvene altro. Non siate dunque severo. Reprimete la vostra collera senza ragione. Io non giudico i vostri principii; ma rinunziate a farmeli dividere o ad impormeli. Noi abbiamo tutti un idolo nel cuore; il vostro è d'oro, il mio è d'amore.

—Sta bene. Ringuainate codeste frasi risuonanti, io ne ho lo spaccio privilegiato. Vi accordo otto giorni per riflettere, se n'è tempo ancora. Vi hanno ingannato sull'onnipotenza dei gesuiti. Non vi sono a Napoli che due uomini potenti, più potenti che lo stesso re: monsignor Cocle ed il marchese di Sora. Il primo domina il re per la coscienza; l'altro lo tiene per la paura. Questi due personaggi sono miei amici. Essi saranno i vostri protettori quando lo vorrete. Non aggiungo altro. Voi non siete più un fanciullo. In questo paese nulla si dona; tutto si vende—anche il diritto di vivere. Di quale moneta pagate voi il vostro? Tutta la quistione è là. Riflettete.

—L'è già bello e riflettuto, replicò Don Diego, alzandosi. Io non ho nulla ad offrirvi, e sono felice che voi non abbiate più nulla a prendermi. Mia sorella era la mia debolezza; strappandomela dai fianchi, mi hanno reso forte. Addio, signore. Quando avrò i miei sei mila ducati, avrò l'onore di venirvi a rivedere di nuovo.

—Voi non li avrete giammai. Al P. Piombini non resterà l'ultima parola in questo affare, potete contarci.

La sera, Don Domenico Taffa ebbe un abboccamento con monsignore Cocle.

Don Diego rientrò in casa assai inquieto. L'orizzonte di rosa che cominciava a contemplare, offuscavasi di un tratto. Gli spettri dell'avvenire ricominciavano la loro danza macabra. Pensò distrarsi nel lavoro, questa forza divina che tutto santifica. Prevenne il canonico Pappasugna del pericolo che lo minacciava, assicurandolo che la sua opera non sarebbe interrotta, per quanto ciò fosse possibile. Prese delle precauzioni: si mostrò poco; lasciò uscire Concettella il men che poteva. Avrebbe voluto nascondere la sua ansietà; ma Concettella l'indovinò.

Ella entrava nella sfera d'attrazioni dell'ex-prete e si stabiliva tra loro quella specie di compenetrazione magnetica che precede l'amore. Don Diego la dominava già per quell'appropriamento vorace delle nature lungamente contenute e subitamente sbocciate. I sensi spezzano una volontà lungo tempo prima che l'anima sia tocca. Concettella sentiva dunque l'aria carica d'elettricità, ne provava il rovello e ne dimandava le cause. Don Diego non aveva nulla a rispondere. Solamente la rassicurava che gli avvenimenti nol cangerebbero; e le dava una somma per metterla al sicuro dalla mendicità per un anno.

Prima di affrontare nuovi disastri, Concettella, molto costernata dell'incognito, pregò Don Diego di permetterle d'andare a vedere Gabriele. Don Diego avviluppava il suo cuore, ma Gabriele vi era sempre dentro. Il permesso le fu accordato, quantunque con rincrescimento; ma Don Diego sapeva per teoria, che se si vuole uccidere un amore importuno, non bisogna contrariarlo, ma soffocarlo sotto le concessioni soddisfatte.

Concettella partì. Portò seco una delle chiavi della casa, dovendo restare due giorni assente ed ignorando a quale ora sarebbe di ritorno. Non si conta col mare.

Gabriele, che non aveva giammai visto la sua fidanzata così bella, si mostrò dolente, fosco, sospettoso, minaccevole. Concettella si difese mollemente. Era il rimorso o l'indifferenza che cominciava a morderla?

—Sta in guardia, Concettella, le ripetè Gabriele vedendola partire. Tu mi hai detto: a te per tutta la vita! Guai a te, guai alla persona che tu ami, se tu mi tradisci!

Concettella ritornò a Napoli lo spirito smarrito e colpito da mille presentimenti. Sognava, vegliando, bagno, prigione, coltelli, ghigliotina, sangue, aveva un tremore continuo: il brivido circolava nelle sue vene. Arrivò a Napoli a mezzodì e corse a casa per trovare nella conversazione di Don Diego una diversione al suo delirio interno. Don Diego era uscito. L'aspettò con ansietà. La notte giunse. Don Diego non rientrò. Ecco mezzanotte che suona. Ecco un'ora, poi due, poi tre, poi il mattino, poi mezzodì dell'indomani, poi la notte ancora e mezzanotte ed il giorno e la sera del terzo dì; ma Don Diego non compare. Ella s'informa ai vicini. Nessuno sa dargli il minimo ragguaglio. Concettella piangeva come una grondaia in un acquazzone; si strappava i capelli e lacerava il viso ed i panni; ma Don Diego non appariva. A chi domandare aiuto? a chi indirizzarsi per un consiglio? I giorni passano; poi le settimane. Concettella lo credè partito, scomparso, morto. Cominciò a correre la città come una forsennata, gli occhi dappertutto, il naso al vento, le orecchie tese. Non l'ombra di una traccia. La disperazione la guadagnò.

Infine, circa un mese dopo la sparizione del prete, Concettella udì un mattino un vivacissimo tintinnìo all'uscio.

—Gli è lui, gridò ella barcollando di gioia.

Non era Don Diego, ma una giovinetta prodigiosamente bella che fece irruzione nell'appartamento, come un raggio di sole, dalla porta mezzo aperta, gridando:

—Dov'è? dov'è? Egli non è lì? Non è lì? Lo hanno dunque veramente arrestato?

Concettella gettò un grido a quella parola arrestato. Ella seguì Bambina che correva da una stanza all'altra, picchiando le mura ed i mobili, rimuginando ogni cantuccio, rimuovendo tutto, non vedendo neppure la giovane donna che la seguiva e le domandava:

—Ma chi siete voi, signorina?

—Chi sono io? Sono sua sorella. E voi? Chi siete voi? Che fate voi qui? Da quanto tempo siete voi qui? Come ciò è arrivato? Quando l'hanno arrestato? Come? Da chi è stato egli arrestato?

—Cuore di Maria! sua sorella! gridò Concettella. Io non so nulla.
Arrivai da Procida: non era più qui.

Bambina cadde affranta sopra una sedia, sul seggiolone di suo fratello. Ella gemè forte, pianse, si fece raccontar tutto ciò che Concettella sapeva, tutto ciò che la poverina congetturava. Infine, senza aggiunger sillaba, Bambina si slanciò correndo, fuor dell'appartamento e scomparve.

Concettella restò pietrificata.

XVI.

Il dado è gettato!

—Sì, vostro fratello è arrestato, disse il barone di Sanza a Bambina, che si era recata a pigliar ragguagli da lui. Gli è circa un mese, la polizia secreta di Palazzo gli mise le mani sopra, in pieno mezzodì, nella strada, e lo condusse a S. Maria Apparente. Più di ottocento persone sono state arrestate di poi a Napoli e nelle Provincie. Si crede che vostro fratello abbia…. parlato.

—Menzogna! gridò Bambina con fermezza. Mio fratello, checchè e' si sia, non è mica un uomo…. che parla!

—Gli è questo pure il mio parere personale, riprese Tiberio; sopra tutto dopo l'ultima conversazione che abbiamo avuto insieme. Ma i partiti sono fatti così: guai a chi per il suo portamento indipendente, figlio di una coscienza pura, dà presa ai sospetti.

—Potete voi fare qualche cosa per lui?

—Assolutamente nulla. Passa per spia. Mi perderei io stesso, manifestandogli il minimo interesse, e conservando con lui, o con i suoi, delle relazioni di amicizia.

—Voi mi date altresì congedo, osservò Bambina con calma. Vogliate scusarmi, signor barone.

—Ma no, ma no….. voi esagerate, Bambina. Io vi ho spiegata la situazione. Per voi, io sarò sempre felice….

—Chi rinnega mio fratello, mi rinnega. Se siete persuaso ch'egli è colpevole, gettategli la vostra pietra come gli altri. Se opinate ch'essi s'ingannano, e che lo calunniano, non abbiate la pusillanimità di tacervi. Le nature superiori non accettano il giudizio delle moltitudini senza abburattarlo.

—Voi parlate da donna che giudica col cuore e noi dobbiamo regolarci da uomini che osservano freddamente e decidono colla mente.

—Un partito ove la parte del cuore è soppressa, è un partito condannato. Io non ho più nulla a soggiungere.

Bambina lasciò Tiberio, che non fece alcuna istanza per ritenerla. La sorella lo aveva umiliato al par del fratello.

Arrivata nella strada, la giovinetta si sentì come tuffata nel vuoto: si trovò sola, assolutamente sola. Ella pensò un momento d'invocare l'intervenzione di lady Keith. Poi vi rinunziò per discrezione.

Lady Keith la copriva della sua protezione: ma, annunziandole l'arresto di Don Diego, ella non le aveva offerto di proteggerlo pure. Ella aveva anzi dato ad intendere che l'avevano instrutta della condotta equivoca del prete. Era dunque imprudente, dalla parte di Bambina, di mischiare lady Keith in questa lotta contro la polizia ed i cospiratori, e di metterla forse a portata di apprendere numero di cose, cui valeva meglio ch'ella ignorasse.

Bambina aveva il colpo d'occhio giusto, il giudizio rapido, la decisione subita. Il suo inviluppo intieramente e squisitamente femminino ed infantile, rinchiudeva un carattere maschio, formato al contatto assiduo di un uomo forte, di un pensatore. Ella non andava a tastone nella scelta dei mezzi. Si cacciava dritto nei più energici e nei più sicuri; perchè, in tutto, la non guardava che il segno. In un fatto così grave, quale l'arresto di suo fratello, nulla le sembrava male; perocchè la conoscenza del bene e del male è un risultato di analisi psicologica, ed ella considerava quella disgrazia unicamente col cuore.

In mezzo a quella solitudine ed a quell'abbandono universale, Bambina scorgeva bene una luce,—la sola, l'ultima che fiammeggiasse ancora all'orizzonte,—ma ella ne torceva lontano lo sguardo. L'aiuto del gesuita le era assicurato; ma il P. Piombini metteva a quell'aiuto un prezzo che le ripugnava di pagare. Nondimanco, malgrado la sua volontà, il suo pensiero ritornava sempre a quell'uomo, il quale l'aveva già sì profondamente impressionata, e che era oggimai la sola áncora di salute nel finale naufragio. La ragione gliela mostrava; il cuore la respingeva. D'altronde, l'ora del giorno era già troppo avanzata per trovare il gesuita al suo confessionale. Ad ogni evento, ella non avrebbe voluto vederlo che colà, ove l'uomo era limitato nelle sue intraprese dal luogo e dal mondo circostante.

Bambina ritornò presso lady Keith, ma meditando. Ella discuteva contro la sua ragione e contro la necessaria forza delle cose. La potenza del mondo morale risiede nel sentimento; ma nessuno dei suoi teoremi resiste alla ragione concentrata e persistente. Bambina subiva questo interno combattimento. Tutto ciò che suo fratello le aveva detto, quella sera in cui egli accampò la sua teoria della necessità dell'infamia, le rivenne alla mente, e ciò che allora le era sembrato mostruoso, le sembrava adesso semplicemente fatale. Il dogma della riabilitazione, sanzionato dalla Chiesa cattolica commerciale, vergognoso un dì per lei e per suo fratello, si presentava in questo momento circondato dell'aureola della carità. Ella resisteva contro la necessità della caduta, ma attestando quella necessità.

Lady Keith le dimandò con un interesse assai freddo, ciò che la avesse appreso a Napoli sull'incarceramento di suo fratello. Bambina rispose con una parola: nulla! Lady Keith non insistè oltre. Bambina ebbe il tatto di non soggiunger altro. Ma quell'indifferenza della sua protettrice pesò sulla discussione che seguiva il suo corso nella sua coscienza. Forse, un motto di tenerezza l'avrebbe rischiarata, mostrandole un sentiero in quel deserto ove ella viaggiava orientandosi sulle stelle.

Lo spirito di Bambina era aggrandito, e quindi ella non dava che un valore assai minimo a quelle convenienze sociali, le quali non avevano per base che dei pregiudizi. Il vizio e la virtù erano divenuti per lei assolutamente sinonimi di bene o di male: non male, non vizio! L'istinto contestava, in parecchie occasioni, questa teoria; il sentimento femminile sopratutto protestava ed allegava numerose eccezioni. Ma in tutti i fatti fisici e psicologici vi sono le circostanze attenuanti e le ragioni determinanti. Ciò turbava Bambina. La quistione d'altronde era terribile. Poteva dessa lasciar suo fratello in un fondo di muda, farlo forse condannare al bagno, a morte, quando un sol bacio sarebbe forse bastato per salvarlo e per ornargli forse anco la testa della mitra episcopale? Tutta la sua logica si svolgeva e si spossava su questo problema.

La notte intera non chiuse palpebra. Laonde, appena l'alba spuntò, la uscì nel giardino, e dall'alto delle mura della villa che dominano la Riviera di Chiaia, contemplò lo spettacolo miracoloso del golfo di Napoli e l'aurora. Il mare le sembrò come un immenso cratere di vulcano, ove la lava rossa e scintillante ribolle,—quale la terra dovette essere quando si distaccò dal sole o da qualche altro pianeta. Un vapor bianco, leggermente tinto di violetto, addolciva quelle fiamme rutilanti. Il Vesuvio, la costa che si stende fino a Sorrento, le isole, le apparivano come dei punti e delle linee bagnate di violetto. Un firmamento di cobalto, trapunto ancora di qualche stella in ritardo, copriva quel mondo ignoto come un oggetto di curiosità sotto una campana di cristallo. Tutto respirava l'infinito. Il susurro lontano della vita che si risveglia aggiungeva una nota all'armonia. La rondine, questa piccola fregata dell'aria, chiamava il mondo alato che si sparpagliava nello spazio, come uno scrigno di gioielli rovesciato. Quello spettacolo, quella presenza, quella vita del mondo della luce calmarono Bambina. I suoi pensieri presero un altro colore. Dei nuovi elementi intervennero, all'appello, in quella disperanza; il mondo esteriore s'impose alla considerazione delle intime passioni.

Bambina vagava così pel giardino, provando un sollievo considerevole, quando il cancello ferrato che dava sulla strada si aprì ed il P. Piombino entrò. Essi si videro reciprocamente. Bambina, per evitarlo, volse il passo verso il boschetto del padiglione. Inutilmente. Il gesuita andò dritto a lei.

Il padre Piombini, che l'aveva attesa per delle settimane, che l'aveva forse cercata con ansietà ineffabile, non era disposto a lasciarla ire ora che l'aveva ritrovata. Avendo fatto sorgere a disegno, il dì innanzi, nella sua conversazione con lady Keith, un incidente che esigeva una risposta il dì seguente, egli veniva a portargliela, e veniva precisamente ad un'ora, in cui la vecchia matrona essendo ancora a letto, e' poteva dimandar di Bambina per fargliela comunicare, e così parlare con lei.

—Perchè mi fuggite? diss'egli. Ho fatto io nulla che possa giustificare la vostra paura? Ho avuto forse torto di rivelarvi la storia sinistra che si svolge nel mio cuore; ma non spetta a voi rimproverarmi la mia sventura con la vostra attitudine. La mia anima sanguina altrettanto che il cuore. Oh! non siate senza pietà per coloro che soffrono! Quando Iddio c'infligge queste miserie, egli ha i suoi fini secreti che concorrono all'opera della sua provvidenza e della sua misericordia. Non insorgete contro Dio.

—Padre mio, rispose Bambina arrossendo, ciò che voi dite è forse esatto; perocchè io discutevo in me stessa, in questo momento, se non andrei a vedervi in giornata. Una grande sventura si abbatte sul mio capo.

—Che sventura, figliuola mia?

—Mio fratello è arrestato.

—L'ho appreso ieri. Lady Keith me ne informò, ed io veniva appunto a portarle una risposta.

—In nome del Dio del cielo, signore, gridò Bambina, ditemi ciò che avete saputo su questa catastrofe.

—Una cosa sola, ma assai grave: vostro fratello è stato arrestato per ordine del conte di Altamura che fa la polizia secreta del re. Allora, il male è irreparabile.

Bambina si lasciò cadere sur un banco di pietra: si sentiva svenire.
Il padre Piombini restò in piedi innanzi a lei.

—Abbiate coraggio, figliuola mia, continuò il gesuita. La redenzione arriva sempre quando la perdizione sembra irrimediabile.

—Ma voi dite che il male non ammette riparo, disse Bambina, con voce soffocata nelle lagrime.

—Questa è la risposta che io porto a lady Keith. Alla sorella del condannato io potrei forse, per carità cristiana, fare intravedere qualche speranza. Io non scorgo ancora nulla di chiaro. Non ho avuto ancora il tempo di riflettere a checchè si sia. Non ho potuto interrogare alcuno. Ma la sperienza della vita m'ha insegnato a non disperare giammai. La mia confidenza in Dio m'impone di non dubitare di lui.

—Padre mio, Dio e la polizia non vanno insieme, osservò Bambina. Gli è il conte di Altamura che ha fatto arrestare mio fratello; gli è a lui che mi rivolgerò.

Questa risoluzione turbò il gesuita.

—Figliuola mia, il conte di Altamura porta un altro nome che io non vi ho detto ancora. Gli è più facile di arrivare al re che a quest'uomo, di cui s'ignora la dimora, che è dovunque ed in nessun sito. Una giovinetta come voi non bazzica in quel mondo di banditi e di spie, il cui solo fiato contamina e corrompe. Rinunziate a cotesta idea, irrealizzabile del resto. Quella gente non ha orecchio per la parola dell'innocenza. Essi vi prometterebbero, vedendovi così bella e così ingenua, vi strapperebbero un prezzo inestimabile per una promessa che non terrebbero; voi sareste vituperata ed infelice per nulla, forse anche per accelerare la fine di vostro fratello, il quale potria un giorno divenire un vendicatore.

—Ma che volete che io faccia allora? urlò Bambina alzandosi.

—Lasciatemi riflettere, riprese il gesuita. Venite a vedermi. Io avrò avvisato fra un giorno o due, quando sarò meglio ragguagliato.

Bambina rigettò i suoi capelli dietro la testa, levò la fronte, fissò del suo sguardo gli occhi umidi del padre Piombini, lo prese per la mano con veemenza, e sillabando le parole sclamò:

—Il dado è gittato! Io, io ho avvisato di già. Scegliete: la vostra anima per il mio onore.

Il gesuita ritirò la sua mano dalle mani di Bambina e rinculò. Egli non si attendeva punto ad essere addossato così a questo dilemma del destino. Bambina era trasfigurata: ella si rizzava innanzi a lui come l'angelo della riparazione eterna. E' cercava avvolgerla. Ella spezzava le sue perfide maglie d'un fendente del suo formidabile sentimento del dritto e della giustizia.

—Che volete voi dire, figliuola mia? balbettò il gesuita impallidendo, combattuto tra il desiderio e la paura, tra la speranza e l'impotenza.

Bambina si guardò intorno per assicurarsi se fossero ben soli, se alcuno non li ascoltasse. Le finestre della casa erano quasi tutte chiuse ancora, ed i pochi domestici in piedi si occupavano già dei cani.

—Non è qui che io avrei voluto parlarvi, soggiunse Bambina, ma al vostro confessionale. Però siccome voi avete intavolata questa conversazione terribile, esauriamola, per arrossirne sempre e non ritornarvi mai più.

—Non vi esaltate, mormorò il gesuita. Voi mi fate intravedere il paradiso; non lo velate, ve ne scongiuro a ginocchio, con la caligine del delirio.

—Io rumino questa catastrofe da ieri in qua. Ho tutto considerato. Mi sono piagata il cuore, il corpo, l'anima, a tutti i rovi della situazione. Ciò che vi propongo è la belletta di tutti i miei ragionamenti svaniti. La logica della disperazione ha parlato. Voi mi volete? prendetemi….

—Che?

—Ma io vi voglio; io vi tengo. La posta al giuoco sono la libertà e l'esaltazione di mio fratello. Ei mi diceva un giorno, in un accesso di disperazione, quando un uomo domandava la mia mano per vendermi, che in questo paese infame tutto si traffica e che si traffica di tutto; ma che i valori i più apprezzati erano la coscienza, l'onore, l'oro.

—Vostro fratello aveva ragione.

—La mia coscienza non ha corso in questo affare. La vostra ha un prezzo inestimabile. Non voglio dell'oro vostro per comperare quei miserabili. Ciò che vi domando, ciò che vi abbandono, non si tariffano a ducati. Se io toccassi un valore materiale qualunque, mi disprezzerei, mi ucciderei…. giammai voi non tocchereste la punta di un mio dito. L'onore vuole l'anima: esse si valgono. Io vi dimando la vostra anima.

—Ma che posso io fare insomma?

—Avete voi un secreto di Stato a rivelarmi?—uno di quei secreti, il cui silenzio o la cui rivelazione possono valere a mio fratello la libertà da prima, poi la promessa d'un vescovato?

—Ma voi dimandate più che la mia anima, figliuola mia, voi dimandate la mia vita.

—E voi dunque? Come? voi avete potuto pensare un solo istante che dandomi a voi come il salario di un servigio reso, che uscendo dalle vostre braccia affranta, vituperata, degradata, annientata, io vivrei, io avrei potuto vivere un sol giorno, un'ora sola? Eh! disingannatevi, signore. Il vostro ultimo bacio porterebbe via seco l'ultimo soffio della mia vita.

—Io non potrò dunque sperare giammai d'essere amato da voi?

—Io ho amato, io amo forse ancora un altr'uomo, il quale mi ha rigettata lungi da lui come un'onta, non più tardi che ieri. E' non sarà dunque giammai a me, lo volesse egli un giorno, me ne supplicasse col viso nel fango. Se voi vi foste presentato a me, senza quell'orrida spoglia di monaco, da uomo, da marito, forse il vostro amore mi avrebbe toccato; perchè il vostro accento disperato m'ha commossa. Ma tal che voi siete, nelle condizioni in cui il mercato è posto, voi mi fate orrore. Io mi do a voi, ma come un prezzo. Io ho il dovere di salvar mio fratello, che è stato per me tutto: luce dell'anima e madre! Non mi venite quindi a parlare della vostra vita, della vostra coscienza, del vostro non so che altro. Io vi abbandono tutto; io esigo tutto.

—Ma io non conosco alcuno di quei secreti di Stato di cui voi vi fate un talismano onnipotente.

—Allora, sbarazzate la mia via della vostra persona. Che m'ho io a fare di voi? Servir di origliere alla voluttà di un gesuita? Puah!

—E se io non fossi un gesuita, se io risorgessi il conte Bonvisi? Se facessi di voi la mia consorte? Se vi conducessi lungi di qui, in Francia, in America, in Inghilterra….

—Non cercate d'illuminare le sordide tenebre del presente con gl'irradiamenti dell'avvenire. Aggiornereste voi dunque la ricompensa del vostro servigio?

—Impossibile, gridò il gesuita, impossessandosi delle mani di Bambina e bruciandole del suo contatto. Io vivo di questo amore. Perchè io mi abbia forza di compiere la mia trasformazione, gli è mestieri che io sia sostenuto da questo elisir della vita. Voi non v'immaginereste giammai la devastazione incalcolabile che avete portata in me da sei settimane che vi conosco. Voi avete messo il fuoco al ghiaccio. Io amava quasi il mio stato, benchè me lo avessero imposto. Io ne compievo i doveri. Vi attingevo lo splendore che il mondo mi aveva rifiutato in un'altra sfera. I miei confratelli erano pieni di riguardi, anche per le mie debolezze. Quest'ordine, cui si calunnia tanto, aveva delle tenerezze di madre per i miei stessi smarrimenti. Tutto ciò mi è odioso al presente. Io divengo idiota. Io tradisco il mio ordine, nascondendogli dei fatti, degli attentati che potranno sconvolgere l'Italia, nella speranza che la società di Gesù sia spazzata dall'uragano e che io ritorni alla libertà. Voi avete fatto di me un miserabile. Voi mi domandate l'impossibile, e voi mi parlate ancora di… aggiornamento!

—Allora non mettete in conto l'avvenire e non favellate di amore.
Sapete voi solamente cosa sia l'amore?

—Ahimè! nol so che troppo. Ma voi non considerate dunque che, domandandomi un secreto di Stato, a me, gli è un secreto di confessione, forse, che voi mi chiedete?

—Giustamente perchè lo so, v'indirizzo questa dimanda. Voi non siete certo nè ministro nè re. Ma voi siete il depositario di tante indiscrezioni, di tante rivelazioni; voi ascoltate tutti i gridi delle coscienze ulcerate o dubbie; voi sorprendete, senza ch'altri lo immagini, tanti pensieri sprofondati nelle sentine dei cuori; voi analizzate tanti fatti che, dai briccioli di tutti codesti echi, potete costruire l'edifizio di cui ho d'uopo per dar la scalata alla sorte.

—Ma tutti quei secreti sono inviolabili, figlia mia.

—Che? voi domandate l'onore di una giovinetta, e voi trovate che vi sia ancora qualche cos'altro d'inviolabile? Voi siete allora infame a freddo, ipocrita, o stolido. Continuate la vostra via, mio Reverendo, ed impiccatevi se mi amate. Voi non mi avrete giammai.

—Bambina, figliuola mia, riflettete….

—Basta. Questa conversazione mi ha di già prostituita. Io mi fo orrore a me stessa del linguaggio che tengovi, delle questioni che mi pongo da ieri in qua. L'angelo della mia fanciullezza mi ha abbandonata, dopo che io sono a dibattere il modo della mia infamia. Non è dunque abbastanza? Voi gustate dunque la contaminazione della mia anima prima di pascervi del mio corpo; che insistete tanto ancora sul mercato? Partite. Che non vi vegga più giammai. Io riferirò a lady Keith il vostro messaggio, e…. siate maledetto, voi che avete, il primo, deflorata la mia innocenza.

Bambina proruppe in lagrime e si slanciò nel viale per fuggire. Il padre Piombini la tolse nelle sue braccia.

—Tu non sospetti neppure, figliuola, la grandezza del sacrificio che m'imponi.

—Ed il mio dunque? l'interruppe Bambina.

—Io lo valuto, continuò il gesuita, e non esito più. Vieni a vedermi domani. Io avrò riflettuto. Io avrò trovato forse ciò che può condurti al tuo scopo senza cagionare dei disastri incalcolabili. Noi giuochiamo forse i destini d'Italia contro un bacio. Tu vedi ciò che vale codesto bacio. Se non si trattasse che semplicemente della mia vita, la mia coscienza non avrebbe impallidito un sol minuto. Ma… infine, tu ignori tutto codesto, figliuola; tu balocchi con la testa di un pazzo. Non ci pensiamo più. Vieni domani. Noi saremo più calmi.

Egli baciò castamente Bambina sulla fronte e si diresse verso la palazzina per parlare a lady Keith. Le finestre della sua camera da letto erano aperte.

Bambina sembrò atterrata della sua vittoria. Ella ne abbracciava adesso tutta la portata e tutti i doveri. La giornata e la notte che passò furono più agitate che quelle della vigilia. Lo specchio le faceva paura, mostrandole una bellezza di cui ella aveva fatto una mercanzia. Ella sapevasi venduta di già, si considerava come non appartenentesi più. Tanti vezzi, tanta giovinezza, una vita sì immacolata, strangolate così, e perchè? Perchè! come il suo debito verso suo fratello le sembrò piccolo alla fine; quanto la portata del suo dovere era stata esagerata! Don Diego non avrebbe giammai consentito a questo scambio infame. Il termometro del cuore non sale giammai sì alto per il calore dei sentimenti che sotto il soffio delle passioni. Nondimeno, quando l'ora di recarsi al Gesù Nuovo scoccò, Bambina vi si rese, e trovò il padre Piombini installato di già nel suo confessionale e circondato da penitenti.

Bambina aspettò il suo turno, non senza qualche intimo scoraggiamento. Più d'una volta la fu sul punto di fuggire dalla chiesa. Eppure restò. Ah! se avesse ella avuto un poco di amore per sostenerla! Ah se quel balordo del barone di Sanza non l'avesse così stupidamente indispettita! Ma no, ella era sola. In questo vasto mondo, non vi era che una creatura che l'amasse ancora, l'amasse fino al delirio, quantunque sì tristamente esigente. Ella s'inginocchiò al confessionale ed ascoltò il padre Piombini.

Questo disgraziato non si difendeva più. E' non provò neppure di lottare. Egli comunicò a Bambina un secreto, cui teneva da lady Keith, che era conosciuto solamente da un altro uomo: il barone Colini. Poi e' disse alle altre persone che aspettavano per confessarsi ch'egli era indisposto, e lasciò il confessionale.

Bambina non ebbe la forza d'uscire dalla chiesa. La sua catastrofe era compiuta. Ella teneva già in mano il prezzo del suo onore: bisognava pagare adesso. Pagare? Orrore!

XVII.

Ma! se gli ambasciadori pure se ne mischiano!

Non era poi tutto il possedere un secreto di Stato; bisognava sapersene servire. Un congegno di guerra è una forza quando lo si sa adoperare: un cannone d'acciaio a retrocarica, nelle mani di un selvaggio è un imbarazzo.

Bambina si trovò dunque singolarmente imbarazzata quando ella fu in possesso di quell'arma, di cui suo fratello aveva con entusiasmo celebrato l'efficacia.

Per mettere in moto quella batteria occorreva arrivare fino al re stesso; perocchè e' sarebbe stato forse inutile, forse pericoloso, rivolgersi ai ministri.

Il P. Piombini si era sentito male dopo ch'egli ebbe affidato a Bambina quel terribile sésame ouvre-toi, e da due giorni non discendeva più al confessionale. Ella non poteva dunque dimandargli consiglio. Ella non concepì neppure l'idea di consultare lady Keith, la quale avrebbe certo domandato di penetrare più addentro in quel mistero e l'avrebbe probabilmente sventato. Bambina aveva giurato di non più vedere il barone di Sanza. Ella non aveva giammai visto certe altre persone di cui suo fratello le aveva ragionato: il farmacista Don Grazioso, ed i due amici del marchese di Tregle: il barone Colini e Don Gabriele, che vivevano con lui, in casa di lui. La natura della comunicazione che ella aveva a fare l'obbligava a vedere gli uomini della reazione, cui ella aveva in orrore.

Bambina non era una donna politica.

La donna politica è un aborto di uomo, sovente una donna abortita o una virago che si appropria tutto ciò che il sesso forte ha di più lurido: la crapula, il tabacco, l'assisa, gli andamenti scompigliati, le dottrine fantastiche e velenose, gli odi antisociali, gli entusiasmi balordi, i feticismi ridicoli…. La donna è aristocratica per diritto divino. La sua fibra fina e nervosa, suscettibile unicamente di due crisi: l'esaltamento e l'abbiosciamento, la rende propria ad essere signora o schiava, regina o cortigiana. Ella non è tagliata per la libertà, che è l'equilibrio. Nel focolare domestico, la donna è regina; fuori di lì ella è essenzialmente cortigiana. Ove? quando la donna è libera? Ella è dunque per istinto partigiana del despotismo. Per collera, per vanità, per interesse gualcito, per ambizione calcolata, per amore, talvolta pure per educazione scelta, la donna può appassionarsi per le libere forme del governo e per un più savio organamento sociale. Tuttavolta, questo stato fittizio e sovraposto non modifica la sostanza della sua natura, ma la modalità della manifestazione. L'organo della libertà è il cervello, e propriamente i lobi cerebrali, sede dell'intelligenza e della volizione, secondo Flourens. La donna…. ha un altro organo.

Bambina aveva sovente udito parlare di politica da suo fratello, dal conte di Craco, da Tiberio; ma non si era formata una idea precisa della libertà se non quando avea visto il vescovo Laudisio e la polizia interdire a suo fratello il diritto di vivere. Ella avea allora compreso il despotismo come fatto, ma il suo spirito non si era fermato a scandagliare il despotismo come diritto. Di guisa che ella brancolava in un caos ove i principii si urtavano ed ove il compromesso delle idee monarchiche costituzionali le sembrava poco sicuro ed illogico. La sensazione è sempre più logica che la riflessione. Non conoscendo al giusto ciò che i patrioti volessero, ella non si passionava per loro, e non pesava per conseguenza l'atto cui andava a compiere in vista puramente di un interesse di famiglia. Se ella avesse meglio capito, si sarebbe certamente astenuta. No; ella non avrebbe giuocato il suo onore, la sua vita, i destini d'Italia, come le aveva detto il P. Piombini, contro qualche mese, sia pure qualche anno di prigionia di suo fratello. L'ignoto la terrorizzò.

Bisognava nonpertanto agire. Bisognava ad ogni costo giungere fino al re. Ella aveva dapprima pensato di rivolgersi alla regina. Ma aveva udito parlare con tanto risentimento contro la durezza, l'albagìa, la cattiveria di quell'austriaca, sì fatale ai Borboni di Napoli, che Bambina si spaventò di trovarsi alla presenza di lei. Preferì il re, cui dicevano più accessibile, assai pio, plebajuolo. Ma in che modo prendervisi? Ella ignorava come si dimandassero le udienze: in ogni caso prevedeva d'istinto che anche ottenutala, quell'udienza, l'audizione sarebbe stata ritardata. Ed infrattanto suo fratello soffriva e la sua sorte si decideva forse. Una parola, cui colse al volo in una conversazione degli amici di lady Keith, le servì d'ispirazione.

Si parlava di una manifestazione che aveva avuto o doveva aver luogo contro l'ambasciatore d'Austria principe di Schwartzemberg, cui si considerava come l'istigatore principale della reazione e della resistenza del re ai principii più liberali che cominciavano a farsi giorno anche a Roma! Lady Keith odiava il principe austriaco, considerandolo come l'autore dell'ostilità cui la Corte di Napoli mostrava allora a Pio IX—al Pio IX di fantasia che avevamo fabbricato nel 1847 pel bisogno della nostra causa. Ed a causa di ciò l'antipatia di lady Keith pel re erasi aumentata. Si rallegravano dunque dell'insulto che l'inviato del principe di Metternich stava per ricevere. Non era cotesto un indicare a Bambina l'uomo a cui ella doveva rivolgersi per penetrare fino al re! In ogni caso, le sembrò più facile di abbordare il principe di Schwartzemberg che Ferdinando II.

Gli amori di questo principe con una dama napolitana avevano fatto un certo strepito. Lo si diceva uomo grazioso, che lasciavasi facilmente avvicinare, non altiero che con i suoi pari, cavalleresco verso le donne. Forse se ne esageravano i difetti, le qualità, l'importanza. I popoli schiavi portano sempre gli occhi armati di lenti di ingrandimento. Comunque si sia, Bambina si decise a domandarle un'udienza.

Ella si presentò al palazzo dell'ambasciata alle dieci. Le si domandò cosa chiedesse.

—Parlare al signor ambasciatore.

—Sua Eccellenza è uscita a cavallo, rispose il lacchè.

—Aspetterò.

—Se è per affari dell'ambasciata, bisogna rivolgersi alla segreteria, al pian terreno, a sinistra.

—Mi occorre di parlare direttamente e personalmente al principe.

—Avete voi una lettera di ammissione o di raccomandazione?

—Non ho proprio nulla. Ma debbo intrattenerlo di cose, che non possono essere comunicate se non a lui solo.

—Noi conosciamo cotesto. Tutti i mendicanti che vengono ad importunarci per delle limosine hanno a favellare direttamente con Sua Eccellenza.

—Io non vengo a mendicare, signor lacchè. Vi ripeto che ho una comunicazione grave da fare al principe.

—Diavolo! diavolo! borbottò il lacchè, o che le damigelle della borghesia si mischino anch'elle della partita?

—Io non vi comprendo.

—L'è proprio vero? Il principe riceve molte donne. Le une, per….. voi sapete? le altre per affari di Stato. Voi siete una bellissima donzella, è vero. Lavorate voi per…. conto vostro, o per conto dello Stato?

Bambina arrossì e non rispose. Si assise. All'istesso momento si udì uno strepito di cavalli nella corte, poi un rumore di passi nelle scale.

—È Sua Eccellenza, gridò il lacchè: tiratevi da banda.

Bambina, al contrario, si precipitò verso il ballatoio, e gridò:

—Signore ambasciatore, sbarazzatemi, di grazia, dalla petulanza dei vostri domestici. Ho bisogno di parlarvi, all'istante da solo a sola, per interessi considerevoli.

Il principe di Schwartzemberg si fermò di corto e squadrò attentamente la fanciulla, cui l'animazione rendeva più bella. E' fu colpito dalla voce, dal sembiante, dal contegno, dall'accento, dalla voltura della frase, dalla limpidità cristallina dello sguardo, dall'emozione ch'ella manifestava.

—Entrate, signorina, disse egli infine, salutando pulitamente
Bambina.

Una doppia siepe di lacchè incipriati e gallonati salutò fino a terra. Il principe precede, aprendo la porta per lasciar passare Bambina. Essi traversarono così parecchie sale e saloni ed arrivarono al gabinetto particolare del principe. Bambina non vide nulla, non guardò a nulla. Si fermarono in quella stanzina, che non aveva altre porte. Bambina, senza esservi invitata, si lasciò cadere sopra un canapè. L'emozione l'aveva spossata.—Il principe di Schwartzemberg si assise a fianco a lei, all'altra estremità del canapè e si scoprì rispettosamente.

Vi era nell'aria di Bambina qualche cosa di così serafico che imponeva. Impossibile di supporre in lei la minima cosa di equivoco e di vergognoso. La trasparenza de' suoi occhi riproduceva le più piccole ondulazioni del suo cuore. Il meno osservatore avrebbe affermato, vedendola, ch'ei non aveva a fare con una avventuriera. Poi Bambina possedeva una di quelle bellezze fulminanti che paralizzano l'anima come la scossa della torpedine: si restava da prima abbarbagliato, poi fascinato. Il principe la contemplava senza interrogarla, per paura di vedere l'apparizione dileguarsi troppo presto, e per rispetto. Bambina dal canto suo, vivamente imbarazzata, tacevasi, attendendo per deferenza che l'ambasciadore le avesse diretta la parola.

—Signorina, disse infine il principe di Schwartzemberg per venirle in aiuto: a chi ho l'onore di parlare?

—Signore ambasciatore, rispose Bambina, il mio nome non vi apprenderebbe nulla quando lo avreste conosciuto. Io sono una povera creatura di provincia, cui non chiamano neppure per il suo nome di battesimo, perchè non mi conoscono che con il soprannome di Bambina.

—Nome delizioso! sclamò il principe.

—Ho insistito per vedervi, signore, continuò Bambina, perchè voi solo potete, senza ritardo, introdurmi appo il re.

—Appo il re?

—Gli è a lui ch'io debbo parlare.

—Ma di che si tratta signorina?

—Signore, vi scongiuro di non interrogarmi. Io ho un'intera confidenza in voi; ma voi non potete ciò che puote il re.

—Evidentemente. Nondimeno, per presentarvi a S. M. bisogna che io mi sappia chi io presento, per quale affare io commetto questa grave infrazione alle regole diplomatiche.

—Ecco appunto ciò che è impossibile, signor principe. Per una conseguenza triste e formidabile, io mi sono trovata in grado di apprendere un secreto terribile che riguarda la sicurezza della corona. Io non posso rivelarlo che al re, al re per il primo in vostra presenza.

—Ma avete voi un altro interesse, signorina, rivelando questo secreto, oltre il dovere di suddita fedele?

—Senza dubbio, signore. Credete voi che io farei tante istanze unicamente per salvare la corona di un re, che io non conosco, e che m'inspira pochissima simpatia?

Il principe di Schwartzemberg sorrise. Poi soggiunse:

—La situazione cangia allora, signorina. Dappoichè voi non siete un'eroina….

—Chi ve lo dice, signore? interruppe Bambina con vivacità. No, io non sono una eroina realista. Ma se voi sapeste ciò che questo secreto mi costerà, voi fremereste ed avreste pietà di me. Voi non ammettete dunque l'eroismo che in una sola sfera?

—Perdono, no, signorina. Ma l'eroismo si rimpicciolisce, se non scompare affatto, quando diviene un oggetto di scambio. Ora, ei mi sembra, se ho ben capito, che voi avete qualche cosa a dimandare al re come prezzo di codesto terribile secreto. E, dapprima, che sapete voi che codesto che voi possedete sia proprio un secreto, e che quel che voi credete tale non fosse da noi conosciuto?

—Voi nol conoscete, voi non sapreste neppur sospettarlo. Se poi io mi inganno, ebbene, me ne rimetto alla vostra coscienza, rigettate le condizioni che io propongo.

—Quali sono almeno codeste condizioni?

—Non posso neppur dirvele. Le apprenderete alla presenza del re. Ma, ve ne supplico, non insistete per istrapparmi ciò che ho il dovere di custodire. Io non domando nulla per me. La grazia che otterrò per un altro è un decreto di morte per me. Lo vedrete! voi potete confidarvi a me.

La proposizione di Bambina aveva qualche cosa di così strano, ma altresì di così ingenuo, di così innocente, di così convinto, che il principe di Schwartzemberg restò perplesso. Aveva egli a fare con una Madonna o con una intrigante, commediante perfetta? Egli osservò Bambina con attenzione più concentrata, ed esitò ancora.

—Ciò che voi domandate, signorina, soggiunse egli, è impossibile. Non si presenta al re dei logogrifi. Ciò che potrebbe, tutto al più, un ministro della polizia, in vista della sicurezza pubblica, non se lo può permettere il rappresentante di una potenza estera. Io ho dunque il rammarico di rifiutarvi il mio concorso.

Bambina si alzò. Ella era divenuta pallida ed i suoi occhi navigarono nelle lagrime. Vedeva le sue speranze naufragate, e non un'altra vela all'orizzonte. Aver tanto osato! aver compromesso tante cose sante! calpestato la sua anima ed il suo pudore per metter capo ad uno scacco! Ella aveva i brividi di avere a ritornare al gesuita, e di fargli delle nuove concessioni.

—Perdonatemi, signore, balbettò Bambina con voce soffocata. Io non sospettava la serietà degli ostacoli che intravedo adesso. Non so che farò. Possiate non rimpiangere di non avermi esaudita.

—Signorina, disse il principe, alzandosi a sua volta, vogliate comprendermi bene. Io non insisto per sapere il vostro secreto nè ciò che vogliate in ricambio domandare al re. Ma infine indicatemi, ve ne prego, con quale formola bisogna che io supplichi S. M. di ricevervi!

—E voi, ambasciatore di una grande potenza, dimandate ad una povera creatura di provincia una formola di corte per compiere un atto di sì alta gravità? sclamò Bambina. Io ho sempre udito, nel mio casale, che il motto: salvezza dello Stato! era magico nella bocca dei ministri. Come noi ignoriamo tutto ciò che si attiene ai nostri padroni!…

—Ahimè! se re Ferdinando fosse un uomo da capire la divina poesia della bellezza, io avrei stuzzicata la sua curiosità dicendogli che se egli non apprendesse nulla di nuovo, egli avrebbe per lo meno visto nella sua vita la forma più ideale del bello muliebre. Ma S. M. non comprende che le celesti bellezze della santa Vergine, passando per la bocca lipposa del suo confessore. In fine, io vado ad intrigarlo col mistero lavandomi le mani e lasciandolo giudice se egli debba o no ricevervi. Volete, signorina, farmi l'onore di ritornare qui domani o di lasciarmi il vostro indirizzo?

—Ritornerò. Io abito in casa di lady Keith, al Vomero. Ma, ve ne scongiuro, non mandatemi a cercare: io vi ricevo un ricovero caritatevole.

—In casa di lady Keith? gridò il principe di Schwartzemberg. Comprendo alla fine. Il re vi riceverà senza fallo. Io ve lo garantisco. Forse vorrà desso vedervi stassera stessa.

—No, stassera. Io non avrei alcuna scusa per allontanarmi dalla villa la notte.

—Un'ultima parola, e ve ne prego vogliatemela perdonare. Vi è in tutto codesto qualche cosa di cui avremmo ad arrossire? Una macchia ad una stella….

Bambina si coprì il viso colle mani ed interruppe il principe con un singhiozzo.

—Io non sono una spia, gridò essa. È un sacrifizio di morte che io perpetro e non un'azione infame. Ma al postutto, io non ne so nulla. Io pago un debito…. Se fo del male a qualcheduno, gli è che io non posso altrimenti scongiurare il pericolo d'un altro…. Siate indulgente, signore. Se voi sapeste il decreto fatale che mi pesa sul capo, voi sareste misericordioso come Gesù. No, non mi disprezzate, no: io non sono nè spia, nè venale.

—Scusatemi, signorina, io non aveva alcuno intento di oltraggiarvi.
Sono rassicurato. Credo anzi di avere indovinato.

Il principe non aveva indovinato, poichè supponeva che Bambina avesse sorpreso un secreto in casa di lady Keith, cui si sapeva bazzicata da cospiratori, e che la giovinetta se ne servisse per rendere servigio ad un innamorato. Egli accompagnò Bambina fino all'anticamera e tutto il giorno pensò a lei.

Il re, incuriosito dell'istoria che il principe gli raccontò in modo abile, consentì a vedere Bambina, dopo aver fatto, ben inteso, una certa preghiera, per dimandare l'ispirazione divina. Egli confessò più tardi al principe che la memoria di Carlotta Corday aveva traversato il suo spirito, non ben nudrito di storia pertanto. Fu dunque convenuto che il dì seguente il re si sarebbe recato a Capodimonte e che quivi, incontrando come per caso il principe di Schwartzemberg, questi gli avrebbe presentato la giovinetta. Il principe si astenne bene dal parlare a S. M. della stupenda bellezza della spiona; egli aveva paura di allarmare la pietà di questo sovrano che credeva la bellezza soppannata sempre di uno strato di ovatta diabolica. Il principe fece brillare innanzi agli occhi del re la circostanza della dimora della giovinetta, fin là restata sempre impenetrabile agli agenti della polizia napoletana ed a quelli della diplomazia austriaca.

Il re, dal lato suo, era felice di apprendere qualche cosa, non avesse pure la gravezza che le attribuiva Bambina, un poco per paura della sua personale sicurezza, ma principalmente per umiliare il suo ministro della polizia, il quale si vantava di salvarlo, due volte ogni ventiquattr'ore, e si faceva pagare il salvamento.

Ferdinando II era prodigiosamente avaro.

L'indomani, il principe di Schwartzemberg aspettava Bambina con ansietà; e, per esser veri, e' bisogna aggiungere ch'era la donna anzi che la salvatrice, cui egli sospirava rivedere. Bambina giunse alle dieci. La s'introdusse immediatamente. Il principe gridò, scorgendola:

—Il re vi riceverà a mezzodì, a Capodimonte, signorina. Noi abbiamo quindi un'ora da attendere. Cosa posso io per farvela passare aggradevolmente?

—Se io fossi divota, signor ambasciatore, vi supplicherei di lasciarmi sola in un cantuccio del vostro palazzo per pregare.

—E non essendo divota?

Bambina sorrise dell'interruzione, e ripigliò:

—Ahimè! non essendo divota, oso dimandarvi in grazia di apprendermi come si parla ai re.

—Ai re, è una cosa; a Ferdinando II, è un'altra. Vi dirò dunque in vettura come avrete a comportarvi con quella maestà.

Un'ora dopo, un coupé colle bendinelle abbassate, senza stemmi, col cocchiere senza la livrea del principe, volava lungo la strada di Toledo verso Capodimonte.

A quell'ora stessa, il padre Piombini si recava da lady Keith, per accattare uno sguardo di Bambina e respirare l'aria imbalsamata dal fiato di lei; e Don Diego, il disgraziato Don Diego, passava per le prove più spaventevoli della sua vita.