XVIII.
Diamo un tonfo nell'inferno.
L'ho detto: Don Diego era stato arrestato alla dimanda di monsignor Cocle. Don Domenico Taffa vedendo i suoi progetti rovesciati, aveva dato a credere al confessore patentato di Sua Maestà, che il prete provinciale li aveva corbellati ed aveva gittata sua sorella nelle braccia del padre Piombini.
Monsignor Cocle aveva di già dell'odio cumulato contro il gesuita, cui si proponeva al re come direttore della sua coscienza reale, meno male in fama che l'attual direttore. La regina, che l'aveva conosciuto a Vienna come ministro del duca di Modena, l'aveva di già consultato in due o tre circostanze, sopra secreti di anima o di Stato ch'ella aveva voluto sottrarre alla cognizione del vescovo di Patrasso. L'aristocrazia, la gente di corte, andavano, di preferenza, a lavare la loro coscienza dal gesuita, anzi che da monsignor Cocle, ciò che stupiva il re. Ferdinando II cominciava a prestare l'orecchio alle accuse contro il suo vescovo, ed agli elogi del gesuita. Si susurravano da orecchio ad orecchio le buone fortune del padre Piombini appo le dame del gran mondo; mentre che il vescovo di Patrasso asciolveva, pranzava e cenava del suo grossolano pasto ordinario,—la figlia di un fabbricatore arricchito. Quest'ultimo colpo,—il ratto di Bambina,—metteva il colmo a l'esasperazione di monsignor Cocle. Egli ne disse accortamente due parole al conte di Altamura, dapprima per scoprire la bella donzella scomparsa, poi per castigare il frate insolente che gli aveva tirata la coppa dai labbri.
Nè il conte di Altamura nè il marchese di Sora non poterono annasare ove si celasse Bambina. Essi non avevano l'occhio in casa lady Keith, quand'anche i sospetti si fossero portati verso quelle latitudini; Bambina non aveva lasciata traccia della sua fuga; la dama irlandese l'aveva spoglia immediatamente della nera guaina di monaca. Il fulmine ricadde allora in pieno sopra Don Diego. Gli agenti del conte di Altamura lo arrestarono una sera nella strada, lo gettarono in una vettura e lo condussero dritto a S.a Maria Apparente,—terribile prigione preventiva di polizia,—incarcerandolo sotto l'accusa di cospirazione contro lo Stato.
Don Raffaele, il carceriere in capo, lo cacciò senz'altro nella più orribile segreta.
L'arresto fu significato al ministro della polizia.
Il marchese di Sora era di già gelosissimo e profondamente ulcerato della parte importante che il conte di Altamura si attribuiva nella polizia del regno e sopra tutto della parte indipendente che vi si era tagliata. Il re gli aveva accordato di agire al di fuori dell'autorità ministeriale. Perocchè Ferdinando II, diffidando di tutti, aveva organizzato nell'amministrazione lo spionaggio mutuo, non perchè l'amministrazione funzionasse meglio, ma perchè non lo giuntassero nella parte ch'ei prelevava sulle ladrerie e sulle mance dei funzionari. Tutti i ministri gli presentavano questa parte del profitto del brigantaggio amministrativo sotto il nome di risparmio.
Ferdinando II dava, dalla sua parte, venti soldi per una messa e pregava Iddio per la prosperità del suo regno. Egli sapeva che il suo popolo era divorato «fino all'osso», come diceva Richelieu. Egli avrebbe potuto ripetere come il reggente: «Se io fossi suddito, mi rivolterei.» Egli ripeteva come il suo bisavolo, Carlo III di Spagna, quando volle sbarazzar gli Spagnuoli dei gesuiti: «Essi sono come i fanciulli: piangono quando gli si netta!»
Il marchese di Sora mandò dunque un suo commissario per cominciare l'istruzione e sottomettere Don Diego all'interrogatorio. Egli aveva un gran desiderio di presentare al re, anche una volta, un arresto arbitrario, avventato ed avventurato, forse per ragioni private, su falsi dati. Ma gli era mestieri che Don Diego risultasse innocente, dopo le prove più spaventevoli per le quali si farebbe passare. Se Don Diego soccombeva, tanto peggio per lui. E' non si trattava qui della sua innocenza o della sua colpevolezza, ma dell'onore e dei rancori del ministro. Il commissario Gravelli non pertanto era umano e discreto. Il marchese di Sora lo sapeva e contava su di ciò.
La segreta, ove avevano immerso Don Diego, era a cinque o sei metri al di sotto del livello del suolo, praticata in un gomito che faceva la cloaca collettrice di tutte le sentine dello stabilimento. L'aguzzino ed il prigioniero discendevano, mediante una scala mobile, in un corridoio stretto, che corre lungo le segrete scavate nel muro delle fondamenta ove sono le porte. Un piccolo abbaino a cancello di ferro tagliato sulla porta dava aria alla muda. Di luce, non era proposito: le tenebre eterne vi regnavano come sulla pelle del negro. Il prigioniero non vi poteva restare nè in piedi nè coricato: in piedi, egli avrebbe potuto considerarsi ancora come un uomo: coricato, egli vi avrebbe forse trovato la ridente illusione del sepolcro. Un'infiltrazione perpetua di un liquido nero, glutinoso, che avrebbe asfissiato il faro del Molo, sgocciolava lentamente, colla regolarità di una clepsidra, e cangiava il suolo in un fondo di pozzo melmoso ove brulicavano degl'insetti cui l'entomologia non ha ancora classificati. Nelle condizioni psicologiche della vita ordinaria e normale, non vi si sarebbe potuto vivere ventiquattro ore. Ma nell'eretismo dell'anima,—in cui debbe trovarsi naturalmente un uomo seppellito in quell'inferno,—la vita acquista un'intensità sovrumana.
Don Diego vi restò quaranta giorni.
Gli si portava una libbra di pane al giorno ed una brocca d'acqua. Egli viveva, agginocchiato, la bocca costantemente applicata allo abbaino sulla porta. Un buco aperto, in un lato, centuplicava l'infezione. I suoi abiti erano saturati dell'orribile distillato della vôlta. Aveva freddo,—il peggiore dei freddi, quello che viene di dentro, e perciò dal cuore e dalla midolla allungata, che si agghiadano a spese del cervello. Impossibile di distinguere nulla in quel sotterraneo da maiali. Non pertanto, quando le pupille, a forza di aguzzarsi, si erano dilatate come due rosoni da cattedrale, si scorgevano ancora delle orride piccole lucertole giallastre strisciar lungo le parete. Il silenzio—un silenzio da steppe—lo schiacciava. Egli non udiva più, degli strepiti della vita, che il tintinnio cadenzato delle vene delle tempia, e la gocciola di umidità che cadeva. Non pensava più; ma dei vaneggiamenti indistinti, dei delirii, delle allucinazioni, dei briccioli d'idee, delle reminiscenze confuse, delle aspirazioni strangolate, venivano a rompersi sotto la volta del suo cranio, come le onde del mare sulla sponda. Se egli avesse creduto giammai alla spiritualità dell'anima,—di un'anima come un gioiello in uno scrigno,—ne avrebbe dubitato adesso.
Otto giorni dopo essere stato macerato così, non vedendo il secondino che ogni due giorni per qualche secondo, e' fu infine trascinato innanzi al commissario di polizia, in una vasta sala, il cui mobilio lo spaventò.
Egli vedeva delle corde pendere da anelli confitti alla vôlta, delle catene ribadite alle mura, dei cavalletti, dei fasci di verghe, degli arganelli di cui doveva apprendere l'uso, una specie di letto da campo, tutto un arsenale di ferraglia, di fornelli. E' credette un istante che, sendosi addormentato nel XIX secolo, si risvegliasse in una sala di giustizia del medio evo. La sua vista si turbò. Sembrogli un momento che la sua ragione vacillasse.
Per fortuna, sospettando perchè lo avessero arrestato, egli erasi tracciato un piano di condotta dall'ora prima in cui era stato messo dentro, ed egli aveva per così dire solidificato le risposte invariabili che avesse a dare. Senza questa precauzione, egli avrebbe forse divagato e la polizia avrebbe abusato della sua indeterminazione.
Per condurlo innanzi al suo giudice, gli avevano messe le manette, e le avevano siffattamente chiuse che le mani sembravano nere. Una mezza dozzina di birri, dai visi atroci, lo circondavano. Un cancelliere temperava la sua penna per scrivere. Il giorno che filtrava in quell'immenso antro da due alte finestre asserragliate, era magro e sucido; lo si sarebbe detto una nebbia a mezzo congelata.
L'aspetto del signor Gravelli era tetro, quasi triste, ma non feroce. Egli contemplava le sue mani ornate di gioielli, anzi che il prigioniero. Era pietà, disgusto desiderio di non atterrirlo? Aveva egli comprese le intenzioni del ministro, ovvero il marchese di Sora aveva formulato degli ordini? Nol so. Il fatto è che il signor Gravelli compiè la sua missione formidabile senza brutalità.
Don Diego traballava sulle gambe. Il commissario lo fece sedere e gli disse:
—Rimettetevi.
Don Diego si assise un istante per dare equilibrio alla circolazione del suo sangue, poi si levò di un tratto ed esclamò:
—Mille grazie.
—Voi sapete perchè vi hanno arrestato?
—No, signor commissario. Io non lo sospetto neppure.
—Voi cospirate per rovesciar la dinastia e cangiar la forma di governo.
—I miei accusatori hanno mentito.
—Abbiamo delle prove.
—Vogliate dunque schiacciarmene. Ma io dichiaro innanzi tratto che voi non potete averne, ovvero che codeste prove sono false.
—I giudici della Corte Criminale statuiranno sul loro valore. Quanto a noi, la loro validità ci sembra assoluta. Si tratta solamente adesso di sapere da voi quali sono i vostri complici.
—Non cospirando io stesso non posso avere dei complici.
—Tutta la vostra vita di prete e di suddito, pertanto, è un'accusa. Voi siete stato interdetto dal vostro vescovo; voi siete fuggito dal vostro contado.
—La mia interdizione è stata violenta, arbitraria, iniqua, ma di carattere puramente ecclesiastico. I vescovi non sono infallibili, e monsignor Laudisio vive di denunzie. Io ho lasciato Lauria perchè, dopo un simile colpo di fulmine, non potevo più viverci.
—Tutti i vostri amici, tutte le vostre relazioni sono in ostilità collo Stato. A Lauria, il conte di Craco; qui, suo figlio, il barone di Sanza, il farmacista di Foria, il marchese di Tregle…
—Da prima non ho amici, signor commissario. Il conte di Craco è stato il mio protettore, ha comperato la mia casa ed il mio giardino. Il barone di Sanza è un aspirante alla diplomazia. Il marchese di Tregle fu medico della regina Urraca. Io ho conosciuto, per domandar loro soccorso e lavoro, Don Lelio Franco, Don Domenico Taffa, il canonico Pappasugna. Sono anch'essi nemici del governo, questi signori?
—E gli altri?
—Io non conosco più un'anima viva.
—Voi siete stato in relazione con comitati rivoluzionari.
—Io apprendo da voi, ed odo parlar qui per la prima volta, di codesti comitati.
—Il sistema di niego cui adottate non vi servirà gran fatto. Tutti i prevenuti seguono questo metodo.
—Se voi esigete delle affermazioni ad ogni costo e non la verità, bisogna indirizzarvi altrove. Io non ho mentito giammai in vita mia. Io non comincerei ad imbrattarmi di codesta onta in una circostanza così sinistra.
—Guardatevi intorno, signore, e rimarcate che noi abbiamo i mezzi di far parlare i muti.
—Voi avete i mezzi di far delirare nel dolore. Ma e' non è provato che il grido insanguinato che voi strappate ad un'anima spaventata, ad un corpo rotto, sia la verità. In ogni caso, fate di me ciò che volete: io non posso rispondervi su ciò che ignoro.
—Io passo allora a precisare fatti, parole, circostanze.
—Precisate, signor commissario; ve ne sarò riconoscente. Io sono come la natura dei Peripatetici: abborro il vuoto!
Questa calma imponeva già al signor Gravelli. E' rimase in silenzio per pochi minuti, poi disse:
—Vi hanno spedito da Sapri due casse che voi avete ricevute a Lauria.
Quelle casse contenevano armi.
—Il guardiano dei cappuccini di Sapri mi ha mandato due casse contenenti camangiari, limoni, aranci, salagioni, qualche libbra di tabacco da fumare e da fiutare, un po' di tela, altri piccoli doni, zucchero, rosolio, caffè. Io ho scritto pel guardiano qualche predica che egli ha recitate nel suo quaresimale a Policastro, con grande soddisfazione di monsignor Laudisio, innanzi a lui ed al suo seminario. Io aveva rifiutato un compenso in denari da quel povero religioso; e si redense con quei regali. In ogni caso se coloro, che asseriscono adesso che le casse contenevano delle armi, ebbero questo sospetto allora, perchè nol parteciparono alle autorità quando era tempo di sorprendermi? Essi furono colpevoli quando si tacquero o sono infami adesso che inventano. Io non sono un trangugiatore di sciabole e di fucili, come i cerretani da fiera; che avrei fatto di quelle armi?
—Le avete celate.
—Ebbene, fino a che non le si saranno trovate, io ho il diritto di proclamare ciò che la mia coscienza mi detta con alta fierezza: mi calunniano!
—Voi avete detto all'arciprete di Lauria: Monsignor Laudisio è una spia, ma non passerà guari e noi gitteremo fuori del regno codesta ed altre lordure: vescovi, ministri, esercito e re.
—Io aspetto che l'arciprete ripeta ciò in mia presenza, e che egli indichi dove, quando, in quale circostanza, in presenza di chi avrei io eruttato simili parole. Ah! signor commissario, mi credete dunque sì goffo, sì idiota, che avendo codeste idee e sì poderosi secreti, io me ne issi a prendere per confidente il più abbietto dei miei nemici?
—Voi siete scaltro in effetto.
—Ebbene, se voi mi fate l'onore di non credermi un gonzo, perchè prendete voi in considerazione codeste inette iniquità?
—Quando don Lelio Franco vi pose in condizione di dare dei buoni consigli ai suoi agenti, voi preferiste rifiutare l'impiego anzi che rischiarar quella gente sulle buone intenzioni del governo.
—Come io so ch'egli è sempre pericoloso parlar di politica e di governo; come non ignoro che la massima di Stato del nostro paese è: de Deo pauca, de rege nihil; come per questa stessa circostanza io scorgo quanto sia facile snaturare i propositi che si tengono, io dissi a quel messer Franco lì, che io voleva andare da lui come contabile e non come institutore, e che, se egli desiderava un impiegato, il quale cumulasse le funzioni di tenere i libri e di propagare le sue novelle, se ne trovasse un altro, perchè io mi reputava incapace di contentarlo.
—Insomma voi negate tutto?
—Io non nego. Io provo la non esistenza delle accuse stesse.
—Tuttavia voi non oserete dire che non conoscete le persone, le quali bazzicano la palazzina di lady Keith.
—Chi è codesta lady Keith, adesso?
—Ve la richiameremo alla memoria.
Il commissario si volse verso uno degli uomini che attendevano nel fondo della sala e gli disse:
—Il torchio.
Il più sdolcinato del gruppo atroce degli sbirri staccò dal muro uno strumento formato di due branche riunite da una chiavarda a vite, terminate alle estremità da due rotelle di ferro come due pezzi da cinque franchi. Quelle due estremità si applicavano alle tempie, e le due branche attaccate alla chiavarda cingevano la fronte. Una chiave stringeva la vite, la quale, rinserrandosi, comprimeva le tempie.
Lo sbirro adattò il congegno alla testa di Don Diego.
Si fece entrare il medico che si collocò al fianco di lui.
—Quando vi deciderete a parlare, disse il commissario turbato indirizzandosi a Don Diego, si aprirà il torchio.—Chiudi, diss'egli poi, indirizzandosi al birro.
Il medico poggiò le sue dita sulle carotidi del paziente per sentirne e valutarne le pulsazioni. La chiave della vite cominciò a girare, e girò, girò, girò sempre. Il viso, dapprima pallido di Don Diego, principiò a diventar rosso, poi purpureo, poi violetto, poi azzurro, poi color di piombo, poi nero. Dopo aver terribilmente chiusi i denti fino a smussarli, egli aperse la bocca come un antro. I suoi occhi divennero prima lucidi, poi iniettati di sangue, poi opachi, infine uscirono dalle orbite, fuori le arcate sopraccigliari. Le palpebre sparvero; le pupille invasero la cornea. Il collo si gonfiò, il naso si profilò. E' tremò sulle ginocchia e si abbiosciò. Il dolore acuto, intenso, spaventevole che aveva cominciato a sentire, lo oppresse. E' perdè la coscienza della sua esistenza. La notte lo avviluppò.
—L'apoplessia si dichiara, disse il medico. Bisogna ucciderlo?
—Disserra la vite, ordinò il commissario.
Il torchietto fu allargato, ma non tolto. Si misero delle compresse di aceto sulla testa del paziente, gli si levarono le manette, lo si strofinò sulle spalle, gli si cavarono gli stivali e si avvicinò il braciere ai piedi, non tanto per infliggergli un altro supplizio, quanto per ristabilire la circolazione. Venti minuti passarono prima che lo sventurato riprendesse coscienza della vita.
—Persistete voi nel silenzio? domandò il commissario.
—Io non ho nulla a dire, mormorò Don Diego con voce estinta.
—Si ricomincierà; riflettetevi, riprese il commissario.
—Voi potete uccidermi; io non posso parlare di ciò che ignoro.
—Rinserrate il torchio, diede l'ordine Gravelli.
—Ei non può sopportare di nuovo questa prova per oggi, disse il medico. Scegliete altro.
—Il fornello, allora, disse il commissario.
Due bravi coricarono Don Diego sur un letto da campo, attaccando le sue mani ed i suoi piedi con due pezzi di legno, i quali avvitati, gli vietavano ogni sorta di movimento. Gli si aspersero i piedi di olio e si approssimò loro il fornello scintillante di brace ardenti. Un grido terribile risuonò nella sala. L'olio, dirimpetto ai carboni accesi, cominciò a friggere ed i piedi di Don Diego cominciarono a rosolare.
—Parlate, disse il Commissario.
—Non ho nulla a dire, ripigliò Don Diego con una voce spezzata dai singhiozzi.
—Se non volete dargli una gangrena alle estremità, osservò il medico, bisogna per oggi cessare anche questo.
Il commissario domandò al cancelliere se egli aveva tutto scritto. Poi ordinò al medico di stendere un processo verbale dell'operazione e fece segno ai bravi di riportare il prevenuto nella sua bolgia. La sera, il ministro ricevè il rapporto del commissario Gravelli.
—Bisogna esaminarlo con altri mezzi, ordinò il marchese di Sora.
Otto giorni dopo Don Diego fu ricondotto innanzi al commissario. Alle interrogazioni che il signor Gravelli gl'indirizzò l'ex-prete rispose sempre per la negativa.
—Voi volete dunque che io reiteri i mezzi di severità? disse il commissario.
—Codesto non è certo il mio desiderio, rispose Don Diego. Voi potete finirmi, ma io non mentirò, nè posso convenire su di quello di cui mi accusate.
—Andiamo, sclamò il commissario, gettando un sospiro: il dondolo.
Gli sbirri attaccarono una tavola alle corde che pendevano dal soffitto. Poi legarono Don Diego sulla tavola, di guisa che i piedi e la testa avanzassero alle due estremità, e misero in moto l'altalena. La lunghezza della corda permetteva che il dondolo toccasse nel suo doppio movimento le due pareti di rincontro; di modo che Don Diego nel suo volo aereo, urtava volta a volta ora della testa ed ora dei piedi ai due muri opposti. I picchi furono orribili. Ben presto, il cranio, interiormente scosso, si lacerò di fuori ed il sangue fluì; i piedi scricchiolarono nelle loro giunture e fecero scricchiolar le ginocchia. Gli urti cominciarono per strappare degli urli terribili al paziente. Poi il silenzio sopravvenne. Dopo che egli ebbe battuto così quattro o cinque volte alternativamente delle due estremità, il medico intervenne.
—Se non volete fratturargli affatto le ossa delle gambe e della testa e dargli una congestione cerebrale mortale, bisogna cessare.
L'altalena si fermò. Il paziente era svenuto. Ci volle circa un'ora per richiamarlo alla vita.
—Persistete voi in nulla confessare? dimandò il commissario.
—Se io avessi qualche cosa a dire, non mi sarei lasciato assassinare così, mormorò Don Diego.
Il commissario fece un segno.
I birri andarono a gittare quel carcame nella sua pozza.
La sera, il ministro ricevè i rapporti del commissario e del medico.
—Ancora una prova, ordinò il marchese di Sora.
II terzo sperimento fa fatto. S'infiltrarono delle cannucce acuminate tra la cornea e la carne nelle unghie delle dita di Don Diego.
Gli spasimi furono atroci.
Il silenzio di quell'infelice fu eroico. Confessando, lo avrebbero tutto al più condannato al bagno. Infrattanto, i suoi amici e complici dicevano:
—Don Diego Spani, parla; e' ci tradisce. S'incarcerano i nostri amici in seguito alle indicazioni ed alla confessione di quel prete infame! I preti sono sempre e dovunque gli stessi.
Il marchese di Sora dette l'ordine che il prevenuto fosse trasferito all'ospedale della prigione e vi fosse curato. Poi apparecchiò una memoria pel re, annettendovi i rapporti del commissario e del medico come documenti in appoggio.
Il re fu colpito dalla narrazione del ministro. Ei sembrò spaventato che dopo tanti anni di regime di clero e di polizia onnipotenti, spuntassero ancora nel suo regno dei caratteri così temperati.
Madama di Motteville diceva, che, ai tempi suoi, i mercanti stessi erano infetti dell'amore del ben pubblico.
—Ove andiamo noi, gridò re Ferdinando, se anche il prete, e dei tuoi preti, si mette della partita!
—Sire, rispose il marchese di Sora, noi andiamo al despotismo illuminato, che io sostengo nei consigli di Vostra Maestà.
Don Diego, convalescente, fu restituito alla libertà. Egli rientrava nel suo alloggio al punto stesso in cui Bambina si sedeva nel gabinetto del principe di Schwartzemberg.
XIX.
Ove si vede l'ultimo campione dei re d'una volta.
Il principe di Schwartzemberg istruì Bambina, in poche parole, in qual modo ella avesse a presentarsi ed a parlare, al re, ma si astenne, naturalmente, di abbozzarlene il ritratto. Non avrebbe potuto farlo, senza mancar di rispetto a quella maestà.
Tutto ciò che negli altri individui è normalmente vizio o qualità, dono o difetto, Ferdinando II lo aveva in caricatura. Aveva una testa d'imperatore romano, un po' Vespasiano un po' Tiberio. Quella testa però barcollava sur un collo troppo corto, spiccava fuori di un tronco di bastagìo, un tronco dalle spalle alte, dal petto rientrato, dalla spina dorsale equivoca, dall'epa protuberante. Le coscie corte, le gambe lunghe, il braccio forte, l'avambraccio esile, terminavano per dei piedi e delle mani da zoccolante. Gli è vero che un cappuccino si era mischiato un tantino alla fusione di questa statua di eroe, come dicevasi, avanti o poi che la fosse in forma.
Ferdinando II era uno dei tre sovrani epilettici dell'epoca, con l'imperatore di Austria Ferdinando e Pio IX. Di quinci il suo colorito giallastro come la scorza del mangustan, quel non so che di sbalestrato nel suo sguardo non mai vellutato. Gli occhi grigi,—che d'ordinario sono espressivi e senza malandrineria,—avevano in lui l'aria degli occhi di un lupo malinconico. La sua fronte pretuberava. Ma lungi dallo indicare l'intelligenza con i suoi bernoccoli la somigliava ad un cercine di carne gonfiata, qualche cosa come quel giro di capelli intonsi che i francescani si lasciano intorno al cranio per imitare la corona di spine del Cristo. La testa aveva così un cotal che di capitello di una colonna di ordine corintio. I capelli tosati corti si rizzavano ostinatamente in tutti i sensi,—segno di pertinacia senza riflessione.
E' non aveva il famoso naso borbonico, indizio di razza come il famoso labbro austriaco degli Absburgo. Regolare alla punta, quel naso reale si conficcava bruscamente fra le due orbite e lasciava un cavo tra le due sopraciglie. La bocca era larga, semichiusa, arruffata agli angoli come per burlarsi dei melensi baffi che la orlavano,—baffi rari, sparuti, malesci,—segno di ferocia. I peli del suo viso erano altresì rari e duri come i sentimenti che gli spruzzavano dal cuore. La sua faccia grassa cadeva a cascatelle, lasciando dei solchi che non rifrangevano la luce. Di guisa che, quella pinguedine che d'ordinario esprime la bonomia spiritosa o stolida, in Ferdinando II addiveniva lugubre e burlesca come un ubbriaco che piange. Il mento avanzava e civettava di una fossetta; la quale, lungi dall'abbellire il sembiante, rassomigliava ad un buco restato lì da una cicatrice. Quel mento poi si sarebbe detto applicato alla faccia ad opera terminata, quasi come cosa obbliata nella formazione generale e quivi incrostato alla carlona, alla guisa di certi ornamenti dei mobili a buon mercato.
La testa si dondolava sul busto ed aveva un'espressione nel tempo stesso funebre e sinistra, sopra un fondo grottesco. Figuratevi Arlecchino rappresentante la parte di Amleto. Camminando ei si dimenava, o piuttosto le sue carni spongiose tremolavano,—altro segno di natura cattiva, quando questo fenomeno si osserva in un giovane corpo. Il suo occipite cadeva in linea retta e piatto sul collo,—e codesto denunziava la sua assenza di sensibilità e la sua freddezza verso la donna. Aveva orecchie immense, dall'interno della conca bizzarramente accidentate. Tutto ciò, impiastrato insieme, produceva un certo che non brutto, che non era maestoso, che non era simpatico, che non era rispettabile, che prestava a ridere e dava i brividi, cui si guardava come un oggetto curioso, e da cui si aveva cura di tenersi in distanza—nel tempo stesso Saturno e Sileno affetti da idropisia. La sua voce era chioccia, fessa come una vecchia campana, una specie di squittìo di scimmia che singhiozza.
Il morale non era poi meno bizzarro del fisico. Ferdinando II era avaro come tutta una sinagoga. La regina Teresa, sua mogliera, rattoppava i fondi delle sue brache. Ed e' prestava alla settimana al Tesoro, il quale non aveva bisogno di mutui, ma che faceva sembiante di averne onde dar dei profitti a S. M. Il bilancio napoletano era il solo in Europa che si saldasse in equilibrio! In realtà, quel bilancio si saldava con un avanzo considerevole; ma il ministro delle finanze portava quel di più al re come un'economia sulle spese del ministero.
Re Ferdinando si credeva il più grande capitano del secolo, in teoria, aspettando l'ora di spiegare le sue brillanti capacità sur un campo di battaglia. Laonde viveva sempre in mezzo a quel famoso esercito cui egli credeva il pilastro del suo trono e cui suo figlio non trovò più quando volle servirsene seriamente contro la patria.
Questo patriottismo fu addimandato codardia e calunnia ed ingratitudine! Imperocchè, egli è ben che si sappia, la fu una spavalderia dei garibaldeschi quella così detta allora viltà dell'esercito napolitano. I generali realisti, i quali ne sapevano lo spirito nazionale, non l'esposero, l'esercito, a pronunziarsi che in due circostanze, sul Volturno ed a Gaeta, ove fece sembiante di battersi per dare una cotale grandezza alla caduta della dinastia,—sul desiderio forse espresso dal conte di Cavour.
Re Ferdinando passava riviste, quando non pregava. Egli era ostinatissimo in ciò che riguardava come suo diritto. Quindi lo si vide tener testa alla Francia ed all'Inghilterra riunite, nel famoso affare del Cagliari, e sbrancar note singolarmente audaci,—scritte tutte di suo pugno. Egli era il botolo nella razza canis dei sovrani. Non avendo alcuno istinto leale, diffidava di tutti,—al punto che, essendo piissimo, ed avendo un confessore reale titolare, e' si confessava a tre o quattro altri frati o preti, presi a caso, un po' dovunque, ove egli andasse. E' divideva e sperperava così la confessione de' suoi peccati. Di modo che la sua partita con Dio era in regola, ma alcun uomo non lo conosceva tutto intero.
Ferdinando II era inesorabile, ma solamente pei crimini di Stato. Il sangue ed i gemiti del delinquente lo esilaravano, quelli del deliquente ordinario non lo allettavano.
La sua istruzione era singolare per un re. Egli avrebbe potuto insegnare teologia al Collegio Romano; ma ignorava completamente la storia, il diritto pubblico, l'economia sociale. Non un sarto di Lamagna avrebbe tagliato un uniforme come lui; ma e' faceva manovrare le truppe a controsenso. Sapeva il Bollandista a menadito; ma e' non seppe mai perdurare nella lettura di un romanzo, di un poeta, di un filosofo, di un istorico. E' chiamava il signor Thiers un compilatore di almanacchi! Aveva in orrore il teatro. Ond'è che accolse con entusiasmo l'idea della regina Teresa, un dì canonichessa a Vienna, brutta e gelosa, la quale propose di tuffar le ballerine in un paio di brache di percallina cilestre larghissime e di cucirle in un canzou chiuso fino al collo.
Egli diceva ad ogni pie' sospinto, come Luigi XVI disse una volta sola, in una circostanza solenne: «È legale, poichè io lo voglio!» Il sentimento della giustizia e del diritto gli mancava organicamente al par di quello del bello fisico e morale. Non comprendeva che l'utile.
Re Ferdinando fu duro verso suo fratello Carlo e verso l'infelice suo figlio Francesco II, cui aveva avuto da una prima moglie. Verso i suoi altri figli e fratelli fu equo e tollerante. E' scendeva di vettura di cavallo per baciar la mano ad un frate o ad un prete che passava; ma si tenne per offeso quando lo tzar Nicola gli presentò a Napoli il conte Orloff ed il suo bel cane come i soli suoi amici! Egli dava un baiocco ad un povero che incontrava; ma dimandava una piastra al suo cavalier di compagnia per fare quella limosina e teneva per sè il resto.
Offriva un sigaro ad un generale, passando una rivista, ma gli prendeva un grazioso scibuk di schiuma ed ambra. Gustava al pane del soldato onde avere il pretesto di trovare il pane cattivo e far pagare agli appaltatori una forte ammenda, cui intascava. Canzonava volontieri i suoi ministri, ma per soggiungere con più famigliarità: «Padroni miei, voi rubate: fatemi la mia parte.» Affettava una grande semplicità di vita, unicamente perchè le pompe reali, le feste, i balli, i pranzi, le caccie, si pagavano dalla lista civile. Non amò che le sue mogli; dapprima, perchè una ganza era per lui una superfluità, poscia, perchè la gli sarebbe costata denari.
Tutto era reale nel suo regno; i lazzaretti, le fogne, il boia, l'ospedale delle donne pubbliche,—tranne il palazzo reale che fu dichiarato nazionale perchè occorrevano due milioni per ripararlo e mobigliarlo. Il debito pubblico esso pure fu dichiarato nazionale,—avvegnachè contratto interamente per pagare tre ristaurazioni borboniche, gli austriaci, gli svizzeri e mons. di Talleyrand, il quale prese 10 milioni per perorare la causa di re Nasone al Congresso di Vienna. Spirito pieno di taccole carattere falso e basso, tendenze sordide e feroci, sussiego militare da caporale avvinato, divozione interessata,—specie di usura fatta con Dio,—oltracotanza senza pericolo, ostinazione senza discernimento, cupidità senza scelta, assenza di gusto, di tatto, di finezza, di nobiltà di sentimenti delicati, di voluttà squisite, di vizii grandiosi, di virtù utili, di sapere politico, di fiuto dell'opportunità, di coraggio di uomo, di tenerezza cristiana, jattanza di forza fuori proposito, di dritto non contestato…. tali erano i tratti principali del sovrano cui Bambina andava a salvare: Falstaff innestato sopra sant'Ignazio!
Il mattino era splendido. Il cielo aveva i riflessi dell'oro stemperato nell'azzurro. Un vapore dalla tinta violetta avviluppava ed addolciva il paesaggio.
Come era stato convenuto, il principe di Schwartzemberg, dando il braccio a Bambina passeggiava nel parco, vicino l'Eremitaggio. E' parlava poco, provava un sentimento indefinibile all'interno trovandosi in contatto sì intimo con una persona la cui condotta era equivoca, il cui scopo era un mistero. Bambina lo comprese e ritirò dolcemente la sua mano dal braccio dell'ambasciatore, facendo sembiante di cogliere il grande fiore di una coccinea color cupo.
—Qual è il nome di questo bel fiore signor principe? domandò ella.
—Io ne ignoro il nome italiano, rispose l'ambasciatore; ma se la memoria non mi tradisce esso si addimanda qualche cosa come lychnis Haageana hybrida.
—Chi sospetterebbe giammai, ascoltando i nomi stravaganti che danno la tortura alla lingua ed alla memoria e cui la scienza infligge al fiore ed all'uccello, chi sospetterebbe mai, riprese Bambina, ch'e' si tratti dei più meravigliosi splendori della creazione? I nomi con cui la società gualcisce talvolta le persone e le azioni hanno sovente questa medesima bizzarria.
Il principe, la di cui anima mormorava, lui inconsciente, i nomi misteriosi di spia, di denunziatrice, di segugio da bargello, comprese la lezione e si tacque. Ma egli non osò offrire di nuovo il braccio alla giovinetta. Il re, che giunse allora, fumando il suo sigaro, li sorprese zozzando fianco a fianco. Ei fece un segno al principe di seguirlo ed entrò nel palazzino in mezzo al parco.
Ferdinando era solo. Il custode dell'Eremitaggio aprì immediatamente il piccolo salotto ai visitatori. Il re indicò al principe di chiudere la porta e disparve.
—Egli va a pregare in qualche angolo, disse il principe a Bambina.
Sovvengavi della piccola lezione che vi ho fatta sui modi della corte.
—Sarà difficile, rispose Bambina: l'emozione mi coglie.
Il re rientrò e restò in piedi vicino ad un tavolo rotondo in mezzo al salotto.
—Principe, diss'egli, indirizzandosi al signor di Schwartzemberg, è costei la donna che desidera parlarmi?
—Sì, sire, rispose l'ambasciadore inchinandosi.
—Che parli allora, sclamò il re.
Bambina restò all'altra estremità del salone, non osando levare lo sguardo. Provò di parlare, ma non una parola si presentò alle sue labbra. Le tenebre invadevano il suo spirito. Il re aspettava. Bambina cadde a ginocchio.
—Parla dunque, disse il re della sua voce rauca esile e nasale.
—Sire, balbettò Bambina, io…. io….
—Rimettetevi, susurrò il principe a bassa voce. Non temete di nulla.
Bambina fece un immenso sforzo sopra sè stessa e tutta tremante soggiunse:
—Sire, mio fratello, Don Diego Spani, un degno prete, è stato incarcerato come cospiratore. Ciò è falso. Non è desso che cospira.
—E chi dunque? dimandò il re, ricordandosi la storia di questo uomo, cui il ministro della polizia gli aveva dettagliata qualche giorno innanzi.
—Io non so, sire, continuò Bambina, rianimandosi a misura che parlava e che l'immagine di suo fratello dominava la sua mente. Io non conosco nè i nomi nè le persone dei cospiratori.
—Ma allora? gridò il re con impazienza.
—Sì, mormorò Bambina ricominciando a turbarsi. Me ne hanno nominato uno.
—Innanzi tutto, dimandò il re comprendendo che bisognava condurre l'interrogatorio da sè stesso e con calma se voleva arrivare ad un risultato,—innanzi tutto chi è la persona che ti ha parlato di codeste cose?
—Ciò non lo dirò giammai, giammai! gridò Bambina levandosi di uno slancio. Io vi porto, sire, un segreto di Stato, non un segreto di donna.
Ferdinando inarcò le sopracciglia e guardò per la prima volta in faccia la giovinetta. Bambina era divenuta rossa, e la collera istintiva che l'agitava faceva brillare il suo sguardo, ravvicinava le sue sopracciglia arcate come la foglia del siry.
—Dite allora l'altro nome, disse il re raddolcito, cessando di darle del tu. Coordinate le vostre idee, signorina.
—Sire, riprese Bambina, la persona che mi ha rivelate queste cose sa tutto. Voi potete crederlo, come credereste il vostro confessore. Egli ha avuto pietà di mio fratello, e, per salvarlo, m'ha messa a portata di render servigio a Vostra Maestà.
—Ma quale è dunque codesto segreto?
—Sire, permettetemi di mettere le mie condizioni….
—Delle condizioni! sclamò Ferdinando rizzandosi sulla persona.
—Sire, senza ciò, continuò ingenuamente Bambina, io non sarei venuta ai piedi di V. M. Io pure ho promesso qualche cosa, io pure, onde ottenere quella rivelazione. Io ho promesso la mia vita. Vostra Maestà mi comprenderà se io esigo una promessa.
—Andiamo. Vediamo codeste condizioni.
—D'altronde, se V. M. trova che il segreto non ha l'importanza cui mi hanno assicurato valesse, V. M. può ritirare la sua promessa.
—Dite dunque, alla fine.
—Sire, voi farete mettere immediatamente in libertà mio fratello, poi, come egli è un santo e dotto prete, lo nominerete vescovo.
Il re guardò il principe di Schwartzemberg, che abbassò gli sguardi sotto il rimprovero degli occhi reali; poi soggiunse di voce sorda:
—Ti hanno fatta una lezione bene audace, quella giovane!
Bambina, che per fortuna non comprendeva nulla alla gradazione degli sguardi, dell'accento, della parola del re, non lasciò presa alla sua dimanda.
—Sire, rispose ella, se V. M. mi rifiuta queste due grazie, io mi taccio. Non ottenendo nulla e non rivelando nulla, io non sono più a nulla tenuta, ed arriverà ciò che la volontà di Dio vorrà. Io vi parlo come a Dio stesso. Io ho detto ad un uomo: l'anima per l'onore! Non usando della sua anima, mi riscatto di mie promesse.
Il re non rispose e si ritirò lentamente nel contiguo gabinetto ove era di già entrato prima.
—Va a pregare di nuovo, brontolò il principe. Io vi comprendo alla fine, signorina, ma le vostre domande sono esagerate.
—Non è egli il re? osservò Bambina. Non vengo io a salvarlo a quel che mi han detto?
Il re rientrò. Infatti, egli era andato ad inginocchiarsi innanzi a non so che immagine, cui si cavava dal petto sotto forma di scapolare, ed aveva invocato l'inspirazione divina.
—Vi accordo la vostra dimanda, disse egli a Bambina, se ciò che state per rivelarmi merita codesta ricompensa.
—Me ne date la vostra parola, sire? insistè Bambina.
—Ve la do, replicò Ferdinando esitando.
—Siate testimone, soggiunse Bambina, volgendosi all'ambasciatore, che
S. M. mi dà la sua parola di far mettere in libertà mio fratello, Don
Diego Spani, e di nominarlo vescovo.
—Parlate adesso, parlate, chiocciò il re impazientito.
—Sire, mi hanno detto che V. M. non ignora forse che si cospira onde strapparle non so che,—una Carta, una Costituzione.—Ma ciò che V. M. non sa per certo, è il luogo ove i cospiratori si riuniscono ed il capo del complotto.
—Credono?
—Io ripeto ciò che mi han detto. Che M. V. ne giudichi del resto.
—Ebbene?
—Ebbene, il sito ove i cospiratori tengono le loro sedute è la villa abitata da lady Keith, al Vomero, ove abito io stessa da qualche settimana in qua.
—E voi avete visto codesti cospiratori?
—No, sire, io non ho visto nulla, forse perchè non è negli appartamenti di questa eccellente ed innocente dama che essi si radunano, ma in un padiglione nel fondo del giardino.
—Ed il capo?
—Il capo, sire, è il vostro ministro della polizia, egli stesso, il marchese di Sora.
Il re e l'ambasciadore si guardarono reciprocamente: il re con sospetto, quasi avesse voluto dire: Siete voi che tramate questa farsa!—l'ambasciatore, con un'aria di trionfo, come se avesse detto: Non avevo io ragione? Seguì un silenzio di qualche minuto. Il re disparve per la terza volta.
—Ancora! borbottò il principe.
Poi indirizzandosi a Bambina, soggiunse:
—Voi portate un'accusa terribile. Voi, vostro fratello, la persona che vi ha consigliata e cui si scoprirà, voi siete tutti perduti se avete mentito.
—Io non so, replicò Bambina. Ma io credo nell'uomo che mi ha rivelati questi misteri.
Il re ritornò. Era turbatissimo.
—Signorina, diss'egli, vostro fratello sarà libero e vescovo, parola di re, se voi o la persona che v'inspira potete provarmi la verità di questa formidabile accusa. Capite?
—Sire, replicò Bambina, io sono un'eco. Io ho ripetuto ciò che mi hanno comunicato. Ma come V. M. vuole ella che io glielo provi?
—Facendomi vedere.
—Ma io non posso nulla, sire. Io non posso che soggiungere questo semplice dettaglio: Lunedì, 27 settembre, vi sarà un'unione generale dei delegati di provincia nel padiglione di lady Keith, e probabilmente il marchese di Sora vi sarà e vi vedrà qualcuno dei capi.
—Ebbene, io voglio assistere a questa riunione.
—Assistetevi, sire. La mia missione è terminata. Che V. M. adesso tenga la sua parola, cui dicono sacra.
—La terrò per fermo quando avrò veduto io stesso, quando avrò il convincimento che non mi hanno ingannato.
—Ah! sire, di già!…
Bambina non terminò la frase. Il suo singhiozzo fece comprendere al re ch'ella diffidava di lui.
—Rassicuratevi, sclamò Ferdinando. Voi abitate la villa di lady
Keith. Voi mi introdurrete…. principe, sarete voi con me?
—Mille grazie di questo grande onore, sire. Io lo sollecito come una grazia.
—Ebbene, signorina, voi c'introdurrete nel padiglione, al momento che i cospiratori delibereranno.
—Ah! sire, nella casa ove questa nobile dama mi accorda un asilo!
—Non temete nulla per alcuno. Verremo soli, travestiti, nessuno soffrirà male. Voglio solo assicurarmi dei miei propri occhi, delle mie proprie orecchie.
—Infine, sclamò Bambina, poichè io debbo morire, espierò per tutti.
—Voi non morrete, osservò Ferdinando. Principe, convenite con codesta signora come questa bella avventura dovrà essere condotta. Vi aspetto domani.
Il re andò a terminare il suo sigaro, pregando ancora una volta perchè alcun malore non lo cogliesse nell'impresa, e l'ambasciadore e Bambina uscirono.
Tutto fu convenuto. Bambina si recò al Gesù Nuovo per vedere il gesuita.
XX.
Eh! ma! per chi li prendevate voi, sire!
Lady Keith, l'ho detto, era ultra-irlandese, ossia ultra-cattolica. Ella provava quindi per Pio IX un sentimento di adorazione da fetiscio ed al centuplo l'entusiasmo che risentì l'Europa intera nel 1846 e 47 per questo papa giacobino,—il quale ieri faceva ghigliottinare Monti e Tognetti. Per la ragione che quel papa era circondato da noi di una aureola liberale, cui non ebbe mai, ma di cui ci tornava utile inghirlandarlo, Ferdinando II, benchè divoto e cattolico fino al cretinismo, non ometteva un'occasione per manifestargli la sua avversione.
Ciò indispettì lady Keith. Malgrado ciò, ella sentì il bisogno di mettere in regola la sua coscienza, consultando il suo confessore e rivelandogli tutti i segreti della cospirazione,—alla quale ella prestava la sua casa sicura come il suolo britannico,—ed indicandogli quali erano i capi cospiratori, il loro scopo, i loro mezzi. E' fu così che il padre Piombini apprese la partecipazione del ministro della polizia alla rivoluzione che covava e lentamente ribolliva. Il P. Piombini non comunicò a Bambina che questo fatto capitale e qualche altro dettaglio, tacendosi sul rimanente che impallidiva innanzi ad una rivelazione di quella importanza.
L'ex conte Bonvisi era liberale,—benchè egli seguisse le istruzioni tutte del suo generale e che compiesse tutte le prescrizioni dell'ordine. Ma perciò appunto che egli apparteneva al partito del Giovine Gesuitismo,—il quale voleva appoggiare la società ed il papato sul popolo e non più sui troni, come il Vecchio Gesuitismo che poi trionfò e trionfa,—perciò appunto, dico, egli tacque al rettore della provincia ed al generale di Roma i segreti cui aveva uditi in confessione. Terribile delitto, di cui vedremo le conseguenze! L'amore era stato più potente che i legami dell'ordine ed il giuramento di socio; perchè l'amore agiva sul cuore mentre che tutti gli altri impegni si riferivano allo spirito. Ed ecco perchè l'educazione dei gesuiti tende precipuamente ad atrofizzare il cuore, il quale permane sempre come un pericolo finchè qualche fibra ne vive ancora e vibra ancora sotto l'umano contatto.
Bambina veniva a raccontargli il risultato della sua conversazione col re, tacendogli però per pudore la circostanza capitale del colloquio: la volontà del re di sorprendere personalmente i cospiratori ed assicurarsi della verità. Ella arrossiva di questa promessa, che la comprometteva direttamente, che l'avviliva e l'abbassava a quel rango di spia e di denunziatrice cui aveva tanto temuto. Ma l'è conseguenza fatale dell'abbiezione: quando si cade in una pozzanghera più vi si dimena più vi si sprofonda. Bambina si sentiva tocca dalla contaminazione, ed ella avea potuto percepirlo dal contegno altero e freddo del principe di Schwartzemberg, il quale, dopo aver preso con lei misure opportune per mettere in atto il desiderio del re, la lasciò alla porta della residenza di Capodimonte, salì in vettura solo e partì senza salutarla. Fin là, Bambina era stata vittima. Ella cominciava adesso a divenire agente. Ma una volta presa in quell'addentellato mortale, ella non poteva più spacciarsene senza lasciarvi dei lembi di sè stessa: corpo ed anima.
Il P. Piombini l'ascoltò senza interrompere; egli era come sotto il fascino terribile degli anestesiaci che calmano i dolori, addormentano ed uccidono. Quando Bambina ebbe finito di parlare e l'odorifera armonia della sua voce ebbe cessato di tintinnare al graticcio del confessionale, il P. Piombini sclamò lentamente:
—Ebbene, angelo mio, io ho tenuta la mia parola.
Bambina fu colpita da quella conclusione. Ella aveva obbliato, nel suo racconto appassionato, la contro-parte del suo obbligo. La parola del gesuita la risvegliava nell'inferno del reale. Ella si tacque un istante, poi rispose:
—Ed io terrò la mia. Ma, non prima che io mi vegga le promesse del re compiute. Accordatemi qualche giorno ancora di vita.
L'accento di Bambina, pronunziando quest'ultima frase, era così commosso, così vero, così profondo, così doloroso, così convinto, che il gesuita si spaventò. Una scintilla glaciale corse lungo la sua spina dorsale e scosse il cervelletto. Comprese i disegni della giovinetta. Ei gridò dunque:
—Ah! Bambina, abbi pietà di me! Io aspetterò tutto il tempo che tu vorrai, e tu sarai sorpresa quando saprai cosa fo per te.
—Grazie, sclamò Bambina. Nella spaventevole solitudine in cui io cammino, io non scorgo ancora che un raggio per guidarmi, che un amico: voi! Il mio cuore si è aperto. Esso è stato passato fuor fuori da tanti colpi diversi, che risente oggimai il più piccolo scuotimento. Fate, di grazia, che io non abbia a considerarvi come il più spietato de' miei carnefici. Io non nego il mio debito. Sono pronta a pagarlo dimani, se lo esigete; ma che vi guadagnereste? Un rimorso che oscurerà la vostra vita tutta intera. Rendetemi leggero il pagamento. Che esso sia il salario della riconoscenza e non il prezzo di una compera sconsigliata.
—Io non vi domando che vedervi ogni dì. È forse troppo?
—Vi consento.
—E cantarvi la cantica del mio amore, soggiunse il padre Piombini.
—Vi ascolterò, rispose Bambina. Ma l'amore che parla, che si esalta, che si querula, non è poi quello che tocca di più.
Bambina ritornò da lady Keith senza andare di nuovo in casa di suo fratello.
Era il giovedì. La riunione dei delegati doveva aver luogo fra quattro giorni. Questi delegati erano sette, fra cui quattro preti! Il che prova che si sarebbe potuto dire del clero dell'Italia meridionale ciò che D'Alembert diceva della Francia: «Essa rassomiglia ad una vipera; tutto è buono, tranne la testa!» Nel clero italiano non vi è di miserabile che l'episcopato, e coloro, fra i preti delle grandi città, che sono più esposti all'azione antipatriottica ed anti-sociale dei vescovi,—lacchè, schiavi di Roma.
Don Diego Spani era il delegato delle provincie di Basilicata e di
Cosenza.
Il marchese di Sora ammattiva oramai per questo prete, il quale aveva subite le prove spaventevoli cui raccontammo, senza smuoversi, sapendo tutto e tacendo. Il marchese fece dividere la sua ammirazione a lady Keith ed al colonnello Colini, con i quali soli comunicava, perchè gli altri membri del comitato ignoravano che il ministro della polizia cospirasse con loro.
Don Diego accolse freddamente l'ovazione che gli fecero uscendo di prigione. Egli aveva acquistato il diritto di disprezzare i suoi colleghi. Lo sventurato non sapeva l'abisso che sua sorella scavava sotto i suoi piedi per salvarlo!
I delegati di Sicilia avevano mancato all'appello, per un equivoco di corrispondenza. I membri del comitato, salvo tre, erano radicalmente inetti, e di qui, i ritardi, la confusione, lo scacco in tutte le intraprese. Il presidente del comitato, il colonnello Colini, avrebbe voluto aggiornare la riunione ed aspettare i siciliani. Il marchese di Tregle opinò di passar oltre, d'intendersi, di agire, salvo a riunirsi di nuovo quando i siciliani arriverebbero, per comunicar loro ciò che avevano deciso e ciò che avevano fatto. Questo avviso fu adottato.
Il marchese di Tregle aveva ragione: ciò che fa periclitare tutte le cospirazioni sono l'esitazione, gli aggiornamenti, ed il gran numero di cospiratori. Perchè Orsini mancò appena di riuscire? perchè era solo e non volle rimettere ad un altro giorno l'esecuzione dell'attentato,—il quale se fosse riescito, uccidendo Napoleone III, avrebbe infallibilmente ucciso l'unità italiana.
Io non biasimo Orsini però. I popoli schiavi a cui si rifiuta la spada, la penna, la parola, hanno il diritto al pugnale.
La dottrina del regicidio è complessa, ed ecco perchè i pubblicisti, i padri della Chiesa, i teologi ed i papi essi stessi hanno espresso delle opinioni diverse. Tale forma di governo, tale avvenimento extra-legale, e quindi tal mezzo di difesa e di attacco dalla parte di coloro che sono colpiti.
Ora gli era precisamente il caso cui stavano a discutere i delegati: bisognava uccidere il re?
Il padiglione ove la riunione doveva aver luogo aveva due piani, sopra un sottosuolo. Un corridoio separava le due camere di ogni piano. Le finestre del primo erano a petto di uomo: si potevano scavalcare e discendere nel giardino, dal giardino si poteva vedere ciò che accadeva nelle camere. Un boschetto di lauro-rosa circondava il padiglione e quasi lo celava. Delle spalliere di rose lo fiancheggiavano. La porta aveva due scalini. Stuoie cinesi proteggevano le finestre contro l'afa esterna. Non vi abitava alcuno. Lady Keith vi veniva a leggere ed a scrivere quando i cani facevano troppo strepito sotto le sue finestre. La sua biblioteca era in una stanza al pianterreno. L'altro piano conteneva il suo piccolo museo di oggetti di arte e di oggetti curiosi di storia naturale. Le pareti erano tappezzate di magnifici quadri antichi e moderni. Tutto intorno, nelle quattro stanze, correva un divano basso, largo, soffice in velluto granata, coverto la state di una sopravveste di tela di Persia. Un fitto tappeto copriva l'inverno il bel mosaico del solaio.
Alle otto della sera, il padiglione intero era rischiarato da lampade avviluppate da globi di alabastro.
Alle nove, i delegati cominciarono ad arrivare. Il colonnello Colini, il marchese di Tregle, il barone di Sanza giunsero insieme come tutte le altre sere, nella carrozza del marchese. Gli altri abituati comparvero a loro volta, come al solito, ed entrarono direttamente negli appartamenti abitati dalla padrona della casa, dopo aver fatto la loro visita ai cani,—maniera graziosa di piaggiare lady Keith, la quale aveva sempre delle storie intime da aggiungere alla biografia dei suoi ospiti e dei suoi pensionari. I delegati delle provincie, secondo le istruzioni ricevute, vennero a piedi, uno ad uno, da direzioni diverse, ma senza travestirsi, perchè quei bravi preti portavano tutti il costume quasi laico che abbiam veduto, adottato da Don Diego. Essi chiesero di lady Keith, ed il portinaio li lasciò entrare. Poi fecero un giro pel giardino, disparvero dietro i cespugli di lauro-rosa e di magnolie, e s'introdussero nel padiglione.
Il comitato sedeva al pian terreno. I delegati salirono al secondo. Il Comitato mandò presso di loro il suo commissario, il barone di Sanza, come il potere esecutivo manda i suoi ministri alle Camere. Alle dieci, ciascuno era al suo posto.
Il barone di Sanza lesse un rapporto che, a guisa di messaggio, riassumeva la situazione. I sette delegati, in piedi intorno alla tavola di mezzo, l'ascoltarono senza interrompere. Tiberio espose lo stato delle relazioni del Comitato con gli altri comitati della Penisola, lo stato dell'opinione pubblica in Italia, le disposizioni dei gabinetti europei,—secondo una lettera epica di Mazzini,—il bilancio della cassa sociale, estremamente povera. Poi abbozzò la situazione degli spiriti nel regno, dietro le relazioni degli affiliati del Comitato centrale, e toccò due parole degli armamenti che si avevano potuto fare in quella penuria di quattrini, e delle comunicazioni con lo straniero che il Comitato aveva aperte. Presentò infine le proposizioni del Comitato su ciò che bisognava intraprendere ed osare per operare l'insurrezione simultanea di tutto il regno, al di qua come al di là del Faro. Questo rapporto, tempestato di frasi ampollose, raccolse l'approvazione generale.
I delegati presero in seguito la parola, ciascuno alla volta sua, per sminuzzolare con più precisione gli affari delle provincie cui rappresentavano, e la discussione giunse a riassumersi in queste due proposizioni:
1.° Bisognava uccidere il re, ciò che avrebbe servito di segnale all'insurrezione generale delle Due Sicilie, delle Marche e della Romagna?
2.° Bisognava intraprendere una sommossa simultanea, nei capoluoghi di tutte le provincie, ovvero concentrare le forze rivoluzionarie a Napoli ed a Palermo e cominciare la rivoluzione dalle capitali?
La seconda proposizione, discussa la prima, fu decisa nel senso sciocco, ed assurdo di cominciare la rivoluzione nelle provincie.
Sulla proposizione del regicidio, le opinioni si divisero. Perocchè, mettendola, il commissario del comitato centrale si dichiarò contrario e quattro dei delegati l'oppugnarono risolutamente. Tre preti furono di avviso favorevole.
Don Diego prese a parlare per loro. Ragionò un quarto d'ora, senza enfasi, senza declamazione tribunizia, senza andare in busca di effetti oratori. Egli appoggiò i suoi ragionamenti sulle dottrine teologiche di Mariana, di Bellarmino, di Santarelli, di Vitelleschi, di Suarez, di Becan. Egli citò San Tommaso, S. Agostino, S. Ambrogio, Tertulliano, S. Giustino….. ricordò come parecchi Papi avessero ordinato o approvato il regicidio: Gregorio VII, Innocenzo IV, Gregorio IX, Alessandro VI, Paolo V, Urbano VI, Gregorio XIV….. e terminò la sua allocuzione con delle ragioni politiche che riepilogò in questa massima: il regicidio è un assassinio presso i popoli liberi, come l'Inghilterra, l'America, la Francia; una rappresaglia presso i popoli schiavi come l'Italia, la Russia, l'Austria, la Turchia: là, un delitto; qui un dovere!
I delegati di Foggia e di Reggio ritirarono la loro opinione precedentemente espressa, ed aderirono alle conclusioni di Don Diego. Tiberio protestò a nome del comitato, radicalmente contrario a questa dottrina. Si passò oltre, si stava per procedere alla scelta di colui a cui incomberebbe l'esecuzione del terribile mandato, quando un grido risuonò nella camera, seguito dalla parola: la polizia!
Tiberio e Don Diego riconobbero Bambina.
Bambina li aveva riconosciuti.
Secondo gli accordi presi col principe di Schwartzemberg, Bambina alle dieci della sera, aveva messa una lampada sulla finestra della sua camera per indicare che la riunione aveva luogo. La sua camera sporgeva sulla strada, ove si apriva il gran cancello della villa. Di dietro la persiana chiusa ella aveva visto venire i congiurati, li aveva scorti circolare nel giardino, poi scomparire nel padiglione, ove i membri del comitato, che visitarono lady Keith, li avevano raggiunti. Da lungi, al cancello mal rischiarato nel giardino avvolto interamente, nelle tenebre, ella non aveva potuto distinguere alcuno, nè fra i delegati, nè fra i visitatori della padrona della casa. Ma quell'affluenza straordinaria di persone, la loro attitudine, le avevano confermato che la riunione si assembrava. Il suo cuore battè con violenza!
Da quattro giorni ella discuteva la sua condotta in sè stessa e traversava tutte le fasi del rimorso e della speranza, del male che probabilmente ella faceva a taluni, del bene che per fermo ella operava in pro' di suo fratello. Ella si era dette tutte le ragioni; ella si era rivolti tutti i rimproveri: ella aveva sentito tutte le torture del dubbio e dell'esitazione, del terrore e del trionfo. Questa lotta tra la coscienza ed il dovere, tra le esigenze della fraternità e l'obbrobrio sociale, l'avevano spossata. Si sentiva affranta, impotente a riflettere ulteriormente, a reagire, a resistere: le rapide correnti del destino la trascinavano. Non pensava più. Si risovveniva degl'impegni presi e li compieva meccanicamente. Ella aveva impallidito e dimagrato.
Alle dieci, Bambina aprì la persiana, posò la lampada sul davanzale, si mise a cucire non so che, ed attese. Passò un'ora. Sperò. Essi avevano forse rinunziato al convegno o lo avevano obbliato.
Ahimè! povera fanciulla, no: eccoli che giungono.
Sulla strada, di rimpetto alla finestra, vicino al muro che cinge la villa, nella penombra che produce il lampione a grande distanza, innanzi l'edicola di una madonna di villaggio poveramente rischiarata da una tisica lucerna, due persone si fermano corto e sbirciano intorno. E' sono venuti a piedi han lasciato la carrozza ben lontano, perchè Bambina non ne ha udito lo strepito. Un momento scorre, poi uno dei due uomini cava un zolfanello chimico in cera, l'accende e l'avvicina al suo viso per allumare il sigaro. L'altro cava di tasca una pezzuola bianca e la porta alla sua bocca.
Eran essi: re Ferdinando e l'ambasciatore d'Austria.
Bambina tenta di alzarsi. Non può; le gambe barcollano. Un secondo zolfanello è acceso; per la seconda volta la pezzuola bianca dà il segnale. Bambina fa uno sforzo potente sopra sè stessa e si precipita per le scale.
La villa aveva una piccola porta, dal lato opposto al grande cancello, sul muro che serviva di parapetto e di riparo al giardino, in una stradella fra due proprietà, dalla quale si discendeva dal Vomero a Chiaia per un cammino scorcio. Una piccola scala addossata al muro permetteva di discendere dal giardino nella strada, separati da un'altezza di cinque o sei metri. I domestici che si recavano a Napoli per le commissioni della villa, prendevano tutti questa via ed avevano perciò quasi tutti una chiave della piccola porta. Bambina ne aveva presa una il mattino per recarsi al Gesù Nuovo, e ritornando l'aveva conservata. Gli era per questa porta che ella doveva introdurre il re ed il principe di Schwartzemberg.
Vedendo scomparire Bambina, il re ed il principe fecero il giro della villa e vennero all'incontro di lei alla piccola porta. Li fece entrare.
L'orologio di S. Martino batteva le undici e mezzo.
—Ebbene? dimandò il re.
—Vi tengo parola, sire; mi terrete voi la vostra? replicò Bambina.
—Lasciatemi vedere da prima.
—Sono lì.
Tutti e tre si avvicinarono al padiglione, camminando dolcemente sopra una sabbia fina che attutiva il rumore dei passi. Quando furono innanzi alla porta videro la luce filtrare a traverso le bandinelle abbassate delle finestre ed udirono il suono delle voci.
—Permettete che vi preceda, disse Bambina, per vedere se le porte sono aperte ed in che modo possiate vedere ed udire.
—Va, sclamò il re.
Mentre Bambina entrava,—la porta era socchiusa,—il re ed il principe di Schwartzemberg si rannicchiarono sotto i lauro-rosa e le magnolie, vicino alle finestre del primo piano.
La curiosità li tentò. Essi sollevarono un po' la stuoia e tuffarono lo sguardo nella camera.
Intorno ad un tavolo si tenevano alcuni dei membri del comitato. Assisi sul divano, in fondo della stanza, il marchese di Sora ed il colonnello Colini s'intrattenevano, parlando a voce bassa, col marchese di Tregle in piedi innanzi a loro.
Era la prima volta che il colonnello presentava il marchese di Sora al comitato, avendo ciò richiesto per sua giustifica. Il marchese vi aveva consentito. Essi avevano aggiornata questa presentazione al momento della riunione dei delegati.
Il re non potè nulla udire di ciò che dicevano il marchese di Sora ed il colonnello Colini; ma dai lembi della conversazione degli altri, egli acquistò la convinzione che quivi si cospirava.
Il re e l'ambasciatore erano lì quando udirono il grido disperato di
Bambina.
Per un movimento inconsiderato, istintivo, lungi dallo allontanarsi dal padiglione, essi si precipitarono nel corridoio e salirono la scala che conduceva al piano superiore. Bambina passò come un'ombra accanto a loro. Ella fuggiva presa da terrore, avendo distinto fra i cospiratori, ch'ella tradiva, suo fratello e il giovane ch'ella aveva amato. Nè il principe nè il re non pensarono a fermarla. Bambina andò a cadere svenuta sul banco di marmo, alla porta del padiglione. Ferdinando e Schwartzemberg si avvicinarono al contrario alla camera ove i cospiratori deliberavano. La porta era restata aperta. Ora quale non fu la stupefazione del re e del principe in trovando che quelle otto persone, cui essi avevan creduto sorprendere in flagrante delitto di cospirazione contro lo Stato, giuocavano tranquillamente al zecchinetto!
Ecco ciò che era succeduto.
Al grido di Bambina, all'annunzio dell'arrivo della polizia, essi avevano compreso in un lampo che sarebbe stato loro impossibile di fuggire, e che la fuga avrebbe servito al contrario come indizio della colpevolezza della riunione.
—Tutti qui! gridò il delegato di Foggia, sedetevi intorno la tavola.
E' tirò allora di tasca un pugno di moneta ed un mazzo di carte.
Quel prete era un formidabile giuocatore, che portava delle carte piene le scarselle, e le carezzava quando non giuocava persino sull'altare, dicendo la messa. In un baleno il giuoco fu in corso e la tavola coperta di danari.
A quella vista, il re ed il principe rincularono senza entrare e discesero. Nel corridoio, il re si imbattè nel marchese di Sora, uscito insieme agli altri al rumore ed al grido di Bambina. Il re si approssimò al marchese e gli disse all'orecchio:
—Venite.
Il marchese riconobbe la voce del re e si sentì preso al cappio.
Nonpertanto e' sorrise e rispose:
—Sono felice d'incontrarvi qui, sire.
Il marchese di Sora, il re ed il principe di Schwartzemberg uscirono. Passando avanti la porta il re riconobbe il corpo di Bambina accasciata sul banco. Egli le si avvicinò e le disse basso all'orecchio:
—Signorina, voi avete tenuta la vostra parola, io terrò la mia.
Vostro fratello è vescovo.
Il re, il principe ed il marchese andarono via dal cancello e salirono tutti e tre nella carrozza del ministro che aspettava all'estremità della strada.
—Sire, disse il marchese, V. M. ha potuto assicurarsi alla fine se io manco di zelo e se temo anche il pericolo personale per il servizio del vostro trono.
—Ah! sclamò il re. E che facevate voi dunque in mezzo ai cospiratori?
—Li sorvegliavo. Io m'ero sguizzato in fra loro come complice, onde sorprenderli e conoscere tutti i segreti loro. L'ordine che ho qui prova a V. M. che io stava per farli arrestare tutti stanotte stessa.
Il marchese di Sora presentò un foglio al re, ove l'ordine di arresto del marchese di Tregle, del colonnello Colini, del barone di Sanza era dato alla data stessa di quel dì.
Ciò era convenuto tra il colonnello e lui, essendosi preveduto un tradimento, e quanto prezioso fosse non compromettere il ministro.
—Se sono scoperto, aveva detto il marchese fin da principio, vi consegno al carnefice, ove non possa altrimenti salvarvi.
—Sia pure, aveva risposto il Colini, purchè meniate a fine l'impresa.
Alla vista dell'ordine d'arresto così in regola, il re guardò il principe di Schwartzemberg e conservò il silenzio. Salendo nella propria carrozza, lasciata più lontano, il re disse al marchese:
—Tu sei un fedel servitore, marchese, ma tu giuochi una partita pericolosa. A domani.
E si separarono.