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Il Re prega: Romanzo

Chapter 27: XXII.
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About This Book

La vicenda si svolge in un borgo montano diviso in due rioni e si apre con una minuta descrizione di una casa povera: una sala fumosa condivisa con animali, arredi essenziali e abitudini di parsimonia quasi monastica. Sullo sfondo di un paesaggio aspro e della vita contadina, si prepara la partenza di un personaggio di rango e la giovane Bambina compie i suoi gesti d’addio; emergono attaccamenti familiari, la cura degli animali e la discreta dignità degli abitanti. Il racconto alterna scene domestiche, osservazioni sociali e momenti intimi legati al distacco.

XXI.

Qualche ritocco al ritratto del re che prega.

Quando furono soli nel loro coupé il re si volse verso l'ambasciatore e gli dimandò:

—Principe, qual è il vostro avviso su tutto codesto?

—Sire, io non posso esprimere a V. M. che quale è la mia impressione, rispose Schwartzemberg.

—Ebbene?

—Ebbene, io persisto nell'opinione sovente manifestata a V. M.: il marchese di Sora è un traditore. Le spiegazioni ch'egli ha date a V. M. sono un'antica astuzia di polizia, frusta, logora, lacera dal tempo, di cui alcuni sovrani e alcuni ministri furono creduloni, ma il pubblico mai.

—Nonpertanto…..

—Sire, regola generale: i cospiratori sono sempre meno balordi dei ministri. I cospiratori agiscono per convincimento o per interesse; i ministri, per dovere: prima ragione d'inferiorità. I cospiratori giuocano la loro vita; i ministri si espongono tutto al più a dire una menzogna ai loro sovrani ed a subire qualche rimprovero: seconda ragione d'inferiorità. I cospiratori sono d'ordinario persone di mente e di cuore,—a loro modo, ma incontestabilmente,—sopratutto i capi, uomini scelti; i ministri spuntano al sole del favore della corte, all'azzardo, come Dio li mena, fiore o legume: terza ragione di inferiorità. Passo oltre le più gravi. Io non nego però il merito del marchese di Sora.

—Questo è incontestabile, certo.

—Sire, in questo mondo non vi è di certo che le tasse e la morte. Però qualunque sia il merito del marchese, il colonnello Colini ed il marchese di Tregle non sono mica sì candidi da lasciarsene abbarbagliare e domare. Ora, delle due cose l'una: il colonnello Colini ed il marchese di Tregle sono complici del vostro ministro della polizia e tradiscono il loro partito, o il marchese di Sora è complice del colonnello e tradisce V. M. Il vostro ministro respinge naturalmente quest'ultima imputabilità. Ma siccome io non posso in guisa alcuna dubitare nè dell'intelligenza nè del carattere dei cospiratori, io mantengo la mia accusa: il marchese di Sora è un ministro sleale.

—Ma allora noi siamo perduti! sclamò il re.

—Vi domando scusa, sire. Il pericolo era certamente grave ed immenso quando V. M. riposando con fiducia sul ministro, questi poteva scavarle sotto i piedi l'abisso, dandole a credere che V. M. camminava sulle rose. Ma adesso, che grazie alle rivelazioni interessate della piccola spia, V. M. è stata messa in guardia, il pericolo è scongiurato, io m'immagino.

—Ed in qual modo?

—Ma, in modo semplicissimo. E poichè la Maestà Vostra mi fa l'onore di dimandarmi il mio avviso, eccolo qui. E' bisogna far sembiante di credere senza riserbo alle spiegazioni date dal marchese di Sora, lodarlo, ringraziarlo come un salvatore, ricompensarlo ed assopirlo. Infrattanto è mestieri farlo sorvegliare attentamente e con sagacità, e controminare le sue mine. Poi, quando V. M. possederà tutti i piani della cospirazione, quando V. M. avrà apparecchiate le sue forze, i suoi uomini, i suoi mezzi, piombar come il fulmine sopra quegli infami e schiacciarli tutti, tutti, senza riguardi, senza pietà. All'occorrenza si potrebbe tender loro una trappola, per sbarazzarsene più presto. Le cospirazioni che van per le lunghe sono sempre pericolose: esse ingrandiscono e si consolidano vivendo.

—Pensate voi, principe, che convenga tener parola alla piccola spiona, come voi la chiamate?

—Salvo l'avviso opposto della M. V., io penso che la parola di un sovrano debba esser più infallibile che quella del papa. Questa avventura sarà nota. Vi è lì sotto l'amore di un personaggio misterioso e potente cui bisogna portare in chiaro. Perocchè l'individuo che conosce i più intimi segreti del marchese di Sora non può essere il primo venuto, ed il governo di V. M. sarebbe colpevole di non scandagliarne e d'ignorarne i disegni, lo scopo, il carattere e le opinioni. Ebbene, se la storia delle promesse scambiate tra V. M. e la giovinetta sarà conosciuta, e che si sappia in seguito che la M. V. l'ha giuntata, chi cederà più mai alla tentazione di rivelare di simili segreti e di confidarsi alla parola reale? Bisogna che quel Don Diego Spani sia libero.

—Egli lo è di già. Ed è un terribile uomo, a giudicarlo dal supplizio spaventevole che ha subito senza lasciarsi sfuggire la minima confessione.

—Ragione di più, allora. Bisogna che quell'uomo sia vescovo,—salvo a giudicarlo e vedere se sarà utile servirsene o spezzarlo.

—Gli è precisamente l'avviso mio. Io nominerò il vescovo del diavolo; ma il diavolo non ne godrà.

L'indomani, il re fece chiamare il conte di Altamura nel suo gabinetto.

Il conte Altamura¹ si chiamava adesso il cav. Spada. E' si era evaso dalla prigione della Vicaria, vestito da gendarme, accompagnando un altro prigioniero innanzi la corte,—mediante una ricompensa al carceriere in capo,—in mezzo al silenzio di tutti i suoi compagni di camerata, i quali lo avevano veduto cangiare di assisa. Egli aveva preso in seguito altre spoglie, adulterando il colore dei suoi capelli, della sua pelle, dei suoi baffi, dandosi parrucca ed occhiali, bernoccoli sul naso, una gamba a strascico, un tremolio da barbogio in tutte le membra ed un accento tedesco fiorito di dolcezza e di bonomia, con un leggero difetto di pronunzia dell'r. La sua ganza non l'aveva riconosciuto. Ma e' non si nascondeva ai suoi amici, ai suoi complici nelle nuove intraprese a cui mise mano. In questo frattempo un generale, amico del principe di Schwartzemberg, inspirò al re di organizzare la sua polizia segreta di palazzo onde sorvegliare la polizia generale del regno.

¹ Vedi il Sorbetto della Regina.

La polizia segreta era stata un poco negletta, in mezzo ai vagheggiamenti guerrieri di questo re gran capitano. L'avvenimento di Pio IX al pontificato, il risveglio d'Italia, l'inquietudine della Francia, il carattere del marchese di Sora, fecero sembrare opportuno agli amici del re di vivificare la polizia del gabinetto di S. M. e di farla agire attivamente. Bisognò un capo abile. Il generale Vidal, che conosceva da lunga pezza il conte di Altamura, lo propose, lo stimò e lo garantì.

Il conte venne alla corte.

Si trasfigurò. Si dètte dei peli rossi, un sembiante di gobba sul dorso, delle lentiggini sulla pelle, due pollici di statura di più della sua, una voce chioccia, una glandola lagrimale rossa e gonfia, un dondolìo curioso del corpo, mal portato da due gambe troppo fesse. Ebbe sempre il sigaro o la pipa alla bocca. Si fece passare per tedesco,—della Toscana, impiegato nella segreteria particolare del re a compor cifre diplomatiche per la corte di S. M. siciliana e decomporre le cifre degli ambasciatori. Perocchè S. M. aveva una rabbia irresistibile di conoscere ciò che le sue poste reali portavano ai gabinetti stranieri. Il cavaliere Spada del resto si mostrava poco: era misantropo!

Sotto questa direzione, la polizia segreta del re funzionò, come funzionano tutte le polizie,—non sapendo nulla, cioè mostrando al padrone di tutto sapere, salvandolo due o tre volte per settimana, usando civilmente della sua lista civile, perseguitando la gente dabbene, facendosi dar la berta dai bricconi, non distogliendo alcun complotto, organizzandone uno di tempo in tempo onde regalarsi la soddisfazione di sorprenderlo. Fouché diceva: quando vi sono tre persone che conoscono una cosa, il segreto è impossibile. Ora il segreto della polizia particolare del re era conosciuto da parecchi: il Marchese di Sora non poteva ignorarlo. E' piaggiò nonpertanto il re, mostrandosi di una grande discrezione in proposito, facendogli comprendere nello stesso tempo ch'egli si sapeva sorvegliato.

Il dì seguente, il conte di Altamura fu rudemente maltrattato ed umiliato, quando il re gli apprese il complotto scoverto da lui la notte precedente, al di fuori delle sue due polizie, ed alla loro barba.

Il conte esaltò la perspicacia ed il coraggio di S. M. e disse: che come gli era vietato di avere gli occhi e le mani nelle dimore di certi stranieri, egli non poteva evidentemente indovinare ciò che vi si ordiva, e che perciò egli non era colpevole di aver ignorato ciò che accadeva in casa lady Keith. Il re lo malmenò forte, malgrado ciò, lo minacciò, gli rimproverò il danaro ch'egli sciupava per nulla e conchiuse:

—Ora, bisogna avvisare.

—Vostra Maestà mi faccia la grazia di esprimermi i suoi desiderii, rispose il conte, ed essi saranno compiuti a capello.

—Vi è un uomo straordinario che ha rivelato ad una certa Bambina Spani un segreto del marchese di Sora. Voglio sapere chi è codest'uomo.

—Io posso in questo istesso istante rivelarlo a V. M. Gli è il padre
Piombini della società di Gesù.

—Come! egli avrebbe dei segreti che tace ai suoi superiori,—i quali ce li avrebbero certamente comunicati,—e cui rivela ad una sgualdrinella? I gesuiti sarebbero anch'essi contro di noi, per avventura?

—I gesuiti, sire, fanno come l'Inghilterra: accettano tutti i fatti compiuti. Per essi il diritto è a colui che lo esercita. Quanto al padre Piombini, egli ama quella fanciulla di una bellezza incantevole.

—L'ho vista, interruppe il re.

—Allora V. M. può giudicare della potenza del fascino che quella ragazza ha gettato sul suo confessore. In un altro secolo la si sarebbe bruciata viva come stregona. Nel nostro la si giudica come cantoniera, scroccona ed intrigante. Ella si reca ogni dì presso di quel confessore. Il padre Piombini va a vederla in casa lady Keith. Il vostro confessore esso stesso, sire, il santo vescovo di Patrasso, ha corso il pericolo di essere ammaliato da quella sirena. Ma egli ha rifiutato di vederla. Ella ha un fratello che la vende e che cospira contro lo Stato,—in questo momento a Santa Maria Apparente.

—Egli ne è uscito. Ed io debbo adesso nominar vescovo il fratello di quella cortigianella. Lo debbo: ciò avrà luogo stamane stessa.

—Sono io, sire, che lo avevo fatto imprigionare come cospiratore.

—E sono io che, dietro il rapporto del marchese di Sora, l'ho fatto mettere in libertà. Ma non si tratta più di ciò.

Il re si tolse dagli occhi del conte di Altamura ed andò ad inginocchiarsi nel suo gabinetto e pregare. Qualche minuto dopo rientrò e continuò la conversazione.

—Quel Don Diego Spani è un cattivo prete. Egli sarà un abbominevole vescovo. Ora, siccome sono io che introduco nella Chiesa questo lupo pericoloso, debbo esser io a cui incomba preservare l'ovile dalle sue scelleratezze. Ho dato la mia parola di nominarlo: è mestieri ch'egli sia vescovo. Ma io non ho promesso ch'egli godrebbe di un posto cui mi ha fatto estorquere.

—V. M. non ha bisogno di dir altro. Solamente io supplico la M. V. d'inspirarmi ove questa esecuzione della giustizia di Dio debba aver luogo, a Roma, dopo la consacrazione, ovvero a Napoli, dopo il suo ritorno?

Il re si allontanò per pregare, poi ritornò e disse:

—A Napoli, con abilità e mistero, dando alla punizione il marchio dei gastighi di Dio: il terribile e l'inatteso.

—Quelli che spiacciono al re non son essi nemici di Dio? Non mercè di sorte dunque.

—Ma di ciò a suo tempo. Per il momento, concentra ogni tua attenzione sul marchese di Sora. Ho degli ordini speciali a darti su questo soggetto.

Il re fece un segno. Il conte di Altamura s'inginocchiò, baciò la mano del re ed uscì.

La notte precedente, il colonnello Colini, il marchese di Tregle, il barone di Sanza e tre dei delegati delle Provincie erano stati arrestati. Essi lo sapevano. Il colonnello Colini n'era instrutto; perchè, come ho detto, era stato convenuto tra loro che il marchese di Sora, trovandosi in pericolo essendo scoverto per uno di quei casi imprevisti che accompagnano le cospirazioni, farebbe arrestare i suoi complici onde assopire la rivolta e salvarli poscia in un modo o nell'altro.

Il barone Colini aveva altresì contezza del mandato di arresto che il ministro della polizia portava sempre, tutto all'ordine, nel suo portafogli. Egli die' quindi sesto alle sue carte, rientrando dalla villa di lady Keith. Il marchese di Tregle fece altrettanto. Gli altri presero eguali precauzioni. Tutti si coricarono ed aspettarono. Alle tre del mattino essi erano tutti in gabbia, non nelle prigioni della polizia, ma nel castello S. Elmo,—quella magnifica fortezza che corona così pittorescamente il paesaggio di Napoli.

Il ministro spiegò al re perchè egli si fosse comportato in quel modo.

Egli fece un quadro dello stato degli spiriti nel regno, che spaventò re Ferdinando. Poi lo consigliò di esiliare quei prevenuti, anzichè aumentare l'eccitamento dell'opinione pubblica con un processo che avrebbe un eco immenso in Europa. Una scintilla su quella polveriera poteva perder tutto.

Parecchi ambasciatori stranieri parlarono al re nello stesso senso. Ed il principe di Schwartzemberg gli fece inoltre osservare, che non si avrebbero prove, che sir William Temple aveva di già minacciato una tempesta diplomatica sulla violazione del domicilio di un suddito inglese, anche cortese e regale come la si era compiuta.

Il re dimandò tempo a riflettere. Lasciare una preda di quell'importanza! si minchiona dunque?

Don Diego aveva portato seco sua sorella.

Egli non fu arrestato.

Il marchese di Tregle gli mandò don Gabriele per avere delle spiegazioni; perocchè e' fu accertato da lady Keith che Bambina aveva introdotto il re e l'ambasciatore d'Austria nel padiglione. Don Diego aveva tutto appreso da sua sorella. E' negò tutto.

Egli aveva ricevuto la mattina stessa la lettera del ministro del culto, il quale gli partecipava, che il re aveva degnato proporlo vescovo di Noto, in Sicilia, e ch'egli avesse a presentarsi al ministero. Don Gabriele, che apprese codesto dal suo amico Fuina, ne portò tosto la notizia al castello S. Elmo.

Ahimè! essi ignoravano gli ordini che re Ferdinando aveva dato il mattino al conte di Altamura, e la conversazione che S. M. aveva avuto la vigilia col principe di Schwartzemberg!

Una carrozza a due cavalli infrattanto si fermava, tre o quattro giorni dopo, verso mezzodì, alle sponde del mare alla punta di Baia. Le due persone che ne discesero erano: il conte di Altamura, travestito da viaggiatore inglese, ed il commissario di polizia addetto al ministro, Fuina. Una barca condotta da sei rematori li aspettava.

Quel sito è desolato. Il promontorio di tufo giallo, forellato come una spugna, corroso, incrostato di uno strato di sale dall'evaporazione marittima, tigrato qua e là da un ciuffo di erba grigia a filamenti ossei, animato solo da un formicolaio di piccole lucertole color piombo, intaccato da ogni lato, non esprimendo nulla, avendo dei bernoccoli insulsi, dei crepacci ciechi, dei gibbi muti, questo promontorio, dico, non ha nulla di poetico, nulla di bello, nulla di terribile nè di assolutamente lugubre. Esso giace sopra un letto di sabbie grige, che lo contornano di un lembo triste e terminano l'arco del golfo come un braccio mutilato.

Nessuno abita la spiaggia. Alla cima del promontorio, che dal lato di Baia declina a dolce scoscesa, torreggia una ruina, un dì casotto di doganieri, ora (1847) abbandonato e demolito. La si direbbe, questa punta di Baia, un dente cariato spezzato.

Il mare era cattivo. Il cielo losco. Le onde sonore si frangevano con alacrità sulla spiaggia e lasciavano sulla sabbia un collare di schiuma giallastra mista di brandelli di alga. Procida, dall'altro lato del canale, si abbozzava appena sopra un fondo di vapori cenerognoli. L'aria era pesante, densa; punto di vento. I gabbiani e gli smerghi non pigliavano posa. Malgrado però il rumore dei fiotti e l'animazione degli esseri viventi, si sarebbe creduto trovarsi immersi nella solitudine e nel silenzio.

—Il tempo è cattivo, osservò Fuina.

—No, rispose il più anziano dei marinai: e' porta il broncio, forse brontolerà un poco stanotte, ma nulla di serio. Il mare dorme al fondo. Fa un cattivo sogno e l'epidermide si corruga un tanto.

—Possiamo avventurarci alla traversata?

—Senza alcun pericolo. Non isseremo vela e forse arriveremo un poco più tardi: ecco tutto.

—Tutto?

—Tutto. Salite.

Il conte di Altamura dette ordine al suo cocchiere di venirlo ad aspettare allo stesso sito, l'indomani, alle nove, e s'imbarcò.

Il padrone aveva detto vero: le onde grosse, frante, capricciose, dettero loro non poco rovello, ma non si corse alcun pericolo. Nondimanco, le barche dei pescatori rientravano. Il canale di Procida è perfido e nasconde delle situazioni drammatiche imprevedute. Voi ammirate un lago pagliettato di oro? ad un tratto, la superficie dell'acqua si oscura, trema, fa brutto ceffo, si screpola, ringhia, ed il diavoleto comincia. L'è un mare nervoso, soggetto a degl'increspamenti interni. Non rotola desso forse, del resto, sopra un cratere vulcanico?

Bentosto si cominciò a distinguere l'isola. Bentosto si distinse spiccatamente quell'edifizio bianco, un dì castello reale, ora ergastolo. Due ore dopo, sbarcavano.

Fuina conosceva la terra. Ma l'avesse pure ignorata, il caso lo avrebbe servito con compiacenza: incontrò il comandante del forte con cui avevano a fare. Il maggiore Scalese conosceva Fuina. E' l'abbordò.

—Noi veniamo da voi, maggiore, disse Fuina.

Il maggiore squadrò il travestimento all'inglese del conte di Altamura e dimandò:

—Partita di piacere, eh?

—Forse, sclamò Fuina. Andiamo nel vostro alloggio.

—Ripartite voi stasera? Non ve lo consiglio. Il mare è minaccioso.

—Restiamo.

—Allora voi resterete con me. Milord accetta?

—Senza complimenti, rispose il conte con un accento britannico vigoroso.

Il maggiore comperò qualche provvigioni, poi salirono alla fortezza.

—I vostri canarini van bene? domandò Fuina, indicando con quella parola i galeotti.

—Si bezzicano di tanto in tanto. Milord sarebbe per caso uno scienziato che coltiva questa parte dell'istoria naturale?

—Un poco, rispose d'Altamura.

—Milord, non sarebbe per avventura un emissario di lord Palmerston che viene qui per fare un rapporto in segreto?

—E se ciò fosse? mi mettereste alla porta? domandò il conte.

—Per chi mi prendete voi dunque, milord? Venendo col mio amico, il commissario Fuina, voi dovete conoscere i regolamenti della casa. L'è un affare di tariffa un pochino più caro per le mercanzie straniere. Ma altresì, se voi pagate un maggior prezzo, voi vedrete le cose più segrete e curiose, che noi riserbiamo per gli amatori di filantropia stranieri.

Arrivarono, così cicalando, alla porta esterna della fortezza. Una donna la traversava al punto stesso,—una monaca di casa, tutta in lagrime, in disordine, singhiozzando e torcendosi le braccia per disperazione.

Era Concettella, ora suor Crocifissa, al servizio di Don Diego Spani, e sua ganza.

Ecco ciò che era succeduto.

XXII.

Nel bagno di Procida.

Io ho notato già che Filippo Rotunno era stato introdotto nel bagno di Procida come spia,—perchè re Ferdinando aveva fatto gettare in quella bolgia i patrioti insieme coi ladri e gli omicidi. Dotato di un coraggio reale, rialzato da una smargiasseria di apparato che gli aveva procurato il soprannome di Guappo, Filippo aveva subito scalato il potere. Poi con un colpo di camorra, si era impadronito della dittatura in quella repubblica del delitto e della catena, ove tutti i condannati sono eguali, dopo la sentenza della Corte di Assise.

La camorra è una chiesa massonica, ove gli associati non lavorano, e prelevano una decima considerevole e forzosa su coloro che lavorano proteggendoli.

Qualunque traffico, qualunque mestiere, qualunque industria, se voleva prosperare tranquillamente, si metteva sotto la salvaguardia di questa Santa-Wehme, cui nessun governo e nessuna polizia han mai potuto dissolvere. Bisognava, bisogna ancora, pagare la sua quota di assicurazione, sotto pena, per coloro che ricalcitravano contro l'occulta potenza, di essere battuti, insultati, uccisi pur anco, e d'incontrare ogni specie di ostacolo nelle loro intraprese. Solo, contro una società formidabile, il pacifico lavoratore subiva la legge fatale, pagava e paga la decima del signore alla camorra, come paga i balzelli dello Stato. La mano della camorra era dovunque: sulla piazza pubblica, alla chiesa, nel bagno, alla Corte, nelle strade, nell'esercito, al convento, nel carcere, ed illaqueava la società. Re Ferdinando era il gran maestro dell'associazione. Imperocchè egli toccava la sua parte in tutte le operazioni di questa misteriosa potenza. Era mestieri pagare un livello così per ottenere un portafogli da ministro e trafficarne a suo bell'agio, come per vendere zolfanelli per le strade e raccogliere mozziconi di zigari.

Un certo numero di guappi erano i collettori di questa imposta. E quei bravi appartenevano pressochè tutti alla polizia, in qualità di birri o in qualità di spie. I profitti filtravansi al ministero della polizia, donde prendevano il volo ascendente per arrivare fino al re, sotto il nome di risparmi sui fondi segreti, o dei famosi: ed i miei zigari? cui re Ferdinando dimandava in tutti gli affari, agli intraprenditori, alle regie, agli appaltatori, agli aggiudicatarii, ai ministri, ai vescovi, alle fabbricerie.

Al bagno di Procida, la camorra prelevava la sua contribuzione sopra coloro che volevano vivere tranquilli, che avevano qualche fortuna più degli altri, che volevano essere esenti da certi servizi obbligatorii, che volevano godere dell'aria, della loro povera pietanza, del passeggio nella corte, del sonno, andare al parlatorio per vedere la moglie od i figliuoli, in una parola, fruire del dritto di vita cui la sentenza della Corte delle Assise aveva lasciato loro. I più determinati, i più disperati, i più facinorosi si appropriavano questo balzello di assicurazione, facendo, ben inteso, la parte del leone al comandante del bagno, al cappellano, ai carcerieri, al ministro della marina che portava i suoi risparmi a S. M. Laonde non si aveva più il diritto di lamentarsi di checchè sia,—neppure del nutrimento abbominevole e della lurida casacca gialla che gli appaltatori somministravano, gli appaltatori avendo pagato il loro balzello di franchigia ed acquistato il diritto di rubare impunemente quei miserabili.

Filippo llu guappo si era costituito capo della camorra nella sua camerata, in relazione coi capi delle altre sale. Gabriele aveva ricusato di far parte della camorra, ma lo si era esentato da ogni pagamento e da ogni servitù, conoscendolo capace di resistere ad ogni costo. I politici erano ammucchiati in quella camerata. Gabriele li avvicinava. Gli si era appiccato il soprannome di paglietta perchè aveva imparato a leggere ed a scrivere dal capellano del bagno, e perchè, in tutte le contestazioni, lo si consultava e lo si prendeva per arbitro. E' faceva tutto il bene che poteva, e si asteneva dal male cui avrebbe potuto rendere a quelle nature perverse, le quali accattavano brighe con tutti coloro che tentavano rialzarsi.

Ciò che chiamasi il male non è un prodotto sociale, ma un elemento naturale dell'universo,—di cui Iddio sarebbe l'autore ed il gerente responsabile, se Dio fosse al di fuori di questo universo ed altra cosa ch'esso stesso.

Gabriele e Filippo non erano amici al bagno più che non lo fossero stati nel mondo. Ma siccome Gabriele non opponeva ostacolo di sorta all'agente del conte di Altamura, e viveva in un circolo d'idee e di sentimenti al di fuori del bagno, Filippo non lo stuzzicava punto e nol provocava giammai. Più ancora, egli fece qualche sollecitudine per ravvicinarsi all'amante ora preferito di Concettella. Gabriele si tenne sul riserbo e mendicò la compagnia e la confidenza dei politici.

Ma anche in codesto Filippo gli antistava.

Come costui manteneva numerose relazioni al di fuori e si atteggiava a capopopolo, liberale, nemico dei Borboni, sospirando la Carta,—di cui ignorava il significato,—i condannati politici si servivano di lui per mandare i loro messaggi al di fuori e riceverne. Come lo si comprende bene, questi messaggi, all'uscita ed alla entrata, passavano sotto lo sguardo del conte di Altamura. Filippo era ricco e generoso, ed i politici erano quasi tutti poveri. Egli era turbolento e feroce, ed i politici desideravano vivere in pace e non confondersi cogli altri. Filippo li proteggeva. E' divenne per conseguenza ben presto necessario a quest'aristocrazia dell'ergastolo e si fece amare da lei. Egli ecclissò dunque Gabriele anche in codesto.

Un avvenimento decisivo doveva ravvicinarli.

La mattina stessa che il conte di Altamura partiva da Napoli per venire a Procida, i forzati si sollazzavano nella corte, al sole di ottobre,—sì vivificante e salubre nel mezzodì. Gli uni davano la caccia agli insetti nei loro cenci gialli; gli altri passeggiavano; altri, coricati supini, guardavano nel vago infinito: questi parlavano, quelli fumavano, mangiavano, si querelavano. I politici in un lato, formavano un gruppo, intorno al quale Gabriele girava, in mezzo al quale Filippo diceva dei lazzi. Alcune figure sinistre e brutali restavano a parte o abbordavano gli altri con cinismo, sapendosi temuti.

L'espressione generale di quei sembianti era l'indifferenza. E' sapevano tutti che per parecchi anni la terribile quistione del giaciglio e del pane quotidiano era risoluta per loro. La vita nel mondo era stata per costoro più miserabile, il pane più duro ed incerto, il covo più immondo. I legami di famiglia si spezzano innanzi ai cancelli della prigione. Si cangia di mondo. Si trovano in un altro medio, in un'altra atmosfera, in un altro sistema; prendono altre abitudini, altri sentimenti, altro linguaggio: la vita ha un altro scopo. Moglie, figliuoli, cessano di essere un carico, una risponsabilità, un bisogno, un'utilità; il muro della tomba s'innalza tra loro avanti l'ora. Questi oggetti amati un giorno si veggono adesso raramente, forse non si riveggono giammai; non si ode di loro che una voce: il lamento,—lamento cui il prigioniero è impotente a lenire, e che quindi gli giunge come una ferita che lo tortura. Si sentono ristucchi, si soccombe, si diventa insensibili. E tutto ciò, quando si ha fame, quando si ha freddo, quando si è quasi nudi, quando si è battuti di qua, scroccati di là, quando le ore della vita non sono più nelle mani di Dio, ma alla mercè di mille accidenti sinistri, di mille odii, di mille collere!

Coloro che avevano una speranza nel cuore mostravano dei visi più animati o più tristi. Il loro tipo era più individualmente marcato. Ma anche i più giovani avevano quell'aria di caducità, cui la mancanza di cure igieniche, del magnetismo femminino, dell'aere battuto e rinnovellato di lontano, del sentimento della lotta nella società, stempera sulle fisonomie. L'indifferenza è un terribile deprimento fisiologico.

In generale, si parla basso. Rari canti. Si canta talvolta in prigione, ma quando si è soli o si può isolarsi anche in mezzo della folla. Il sorriso era ammalato; e se era fragoroso, gli era un ringhio convulsivo. Non atmosfera per le idee; si ripete stamane ciò che si era borbottato ieri, forse in un tuono più alto o più basso. La parola sembra incolora, malgrado il fitto buio della tinta del gergo. La voce istessa perdeva la sua individualità accentuata e diveniva un'eco monotona del tuono generale del bagno. Si vedevano degli occhi spenti fiammeggiare di un lampo e riestinguersi subitamente come un razzo che cade nell'acqua. Tutti si lamentavano. Nessuno accoglieva il gemito di altrui per addolcirlo, alleviarlo, o consolarlo. La conversazione era stupida come un dizionario. Imperciocchè se qualcuno ha un pensiero vivente, lo nasconde e lo rumina sul suo origliere, o lo susurra all'orecchio di un complice come un secreto. Al bagno non vi hanno amici: non si ha che complici del medesimo sovvenire o della medesima speranza: ieri o dimani! L'uomo che vive all'altra estremità della catena che li lega, è un incubo spaventoso, abborrito, intollerabile; il bagno li fa gemelli della disperazione e dell'odio. Trascinare dietro a sè un altro quando si ha appena un me, gli è il supplizio di Mesenzio che ribadiva i vivi ai cadaveri. Non potere astrarsi, gli è un sentirsi vuotato di anima, espropriato di sè stesso. La vita, impantanata, di già, diventa fetida e mortale. Malgrado l'aria aperta, si respirava male, ed un odore nauseabondo ed indefinibile si sprigionava da dovunque e da chiunque,—dalle mura, dai cenci, dai corpi, dagli sguardi, dagli aliti.

I politici essi stessi subivano questa putrefazione del morale sotto l'abbiosciamento del fisico. Ciascun d'essi era accoppiato con la catena ad un condannato per delitto comune. Di guisa che, e' non potevano neppure più abbandonarsi all'attrazione reciproca: la corrente era franta da questi corpi repellenti. Il loro ascendente di educazione, di fortuna, di nascita, si annientava: essi non aveano alcuna presa sopra quelle nature inaffini. L'uomo addimestica le creature più feroci del deserto, della savanna, delle jungle; egli non addomestica mai il sentimento dello schiavo: l'uno è un istinto; l'altro una volontà.

Il gruppo dei politici, incrostato di quella ganga involontaria, ascoltava i rumori del di fuori, cui Filippo aveva acciuffati alla grata da un parente che era venuto a vederlo. La polizia terrorizzava Napoli. Dei numerosi arresti avevano avuto luogo. L'Austria faceva avanzare un esercito negli Stati del papa. L'Inghilterra brontolava. Il signor Guizot si faceva piccino piccino per scivolare tra le dita dell'Austria. Pio IX tuonava. Carlo Alberto stava in agguato, in aria torva e selvaggia…. e che so ancora. Tutto ciò abilmente frammisto a speranze onde provocare a terrore, onde paralizzare l'azione.

Gabriele si ravvicinò. Filippo parlava alto; non vi era dunque indiscrezione ad udire. I politici commentavano quelle novelle, ciascuno secondo il suo criterio;—ciò che Filippo desiderava anzi tutto. Il bagno era per la polizia il termometro dell'opinione pubblica al di fuori. Tutto ad un tratto, Filippo si rivolse a Gabriele e gli disse:

—Paglietta, io ho ancora qualche novelluccia per te.

—Per me? rispose Gabriele; tu t'inganni. Io non ne attendo alcuna.

—Ed ecco appunto perchè essa viene.

—Di chi dunque? Io non ho padre, io non ho madre, io non ho nè fratelli nè sorelle….

—Ma tu hai una moglie….

—Alto là! gridò Gabriele levando fieramente la testa. Sta attento,
Filippo!

—Attento a che? rispose la spia. Se tu non vuoi udire, vattene. Io parlo a questi signori.

—Tu ne hai già dato ad intendere troppo. Bisogna tutto dire adesso, e senza riguardi.

—Io non vorrei pertanto farti della pena.

—Parla, parla. Ti fo grazia della compassione.

—Non vedete voi che triste carattere di uomo! Io non pensava al postutto che ad aprirgli gli occhi, ad evitargli il più grande dei cordogli. Ciò che è grave oggi, potria divenire irreparabile dimani.

—Ti sbellicherai tu, alla fine? urlò Gabriele divenuto pallidissimo.

—In fin dei conti, che mi importa tutto codesto? me ne mischio forse io?

—Ma che dunque? che dunque?

—Ebbene, me lo hanno detto, io lo ripeto. Certo, non l'ho mica visto io di qui, ed io non sono uomo da inventare simili infamie, sopra tutto a proposito di una giovane che un giorno amai.

—Ma, per il sangue di Cristo! che vuoi tu dire di Concettella? Non è a lei che tu fai allusione?

—Ebbene, signorsì. Del resto, l'era previsto, e tu stesso avresti dovuto attendertelo ed impedire il male quando tempo n'era. Comprendete voi, signori? si lascia una giovine, ancora bella, entrare al servizio d'un prete di quarant'anni, tagliato come una statua di fontana pubblica; essi abitano insieme, giorno e notte, solo a sola. La giovane è saggia, io l'ammetto; la giovine ama un altro uomo, ne convengo; ma quest'uomo è lontano, è là donde non si esce a piacere, di dove ei non manda nulla. La giovane ha una piova di stracci addosso, non ha anima che le dia un buon consiglio e la sostenga. Il prete non ha scrupoli. Egli è arso dall'astinenza; subisce le tentazioni. Essi si parlano oggi, poi la sera nel crepuscolo prima che si accenda la candela, poi si conversa dopo cena. Si rivangano i malanni; si confessa una storia d'amore; la testa si riscalda; il cuore si apre; l'immaginazione galoppa; si favella più basso, più basso ancora; s'impallidisce Dio santo! cosa volete? si è infine stanchi di resistere; si ha un momento di obblio; la preoccupazione dello avvenire sopravviene; la fame è immorale; i cenci sul corpo di una bella fanciulla sono una negazione di Dio; non un ricovero pel verno che picchia; non una buca per la notte; mendicare, mendicar sempre; tutte le porte chiuse. La ragione parla, il cuore sanguina, ma insomma la testa pensa; si chiudono gli occhi; si trangugiano le lagrime, ma alla fine….

—Ma alla fine? replicò Gabriele cogli occhi sbarrati, i pugni convulsi, l'alito sospeso, le narici frementi, divaricate…. ma alla fine?

—Ahimè! è l'istoria di tutte le fanciulle. Dopo aver lottato, l'anima si accascia, il corpo soccombe senza avvedersi… e Concettella diviene la ganza di Don Diego Spani.

—Tu menti! gridò Gabriele.

E nel tempo stesso si avventa di uno slancio sopra Filippo e lo percuote al viso.

—Sangue di Dio! urlò Filippo a volta sua, tirando di sotto la giubba un lungo coltello e precipitandosi sopra Gabriele.

Gabriele non si mosse. Gli astanti s'interposero.

—Io beverò il tuo sangue! continuò a gridare Filippo dibattendosi tra le braccia delle persone che lo attorniavano.

—Quando vorrai, rispose Gabriele; ma tu hai mentito. Concettella ha potuto subire delle tentazioni, ma ella è rimasta fedele.

I politici si tenevano a parte ed indifferenti. Gli altri galeotti appoggiavano Filippo, avvegnachè lo odiassero tutti.

—Filippo, gridò di botto Gabriele, per la misericordia di Dio! di' di' che tu hai voluto scherzare, ed uccidermi. Non è vero? no, ti hanno mentito. Tu sei innocente; io ho avuto torto di essere brutale e percuoterti ma confessalo, confessalo dunque, che tu credi che ti hanno ingannato. Concettella….

—È la concubina di quel prete, interruppe Filippo.

—Te ne supplico, per le sette piaghe di Gesù Cristo, Filippo, continuava Gabriele, non torturarmi così. Lasciatelo dunque, voi altri; ch'egli stermini il mio carcame che non sarà più nulla se ho perduto quella donna. No, oh! no; non è vero, Filippo, che la persona che ti ha raccontato questa storia non merita alcuna fede? Tu l'hai amata quella povera figliuola, tu non puoi calunniarla. Vedi, te la cedo; sì, Filippo, lo giuro per tutte le sante reliquie! te l'abbandono, e convieni innanzi a questi signori che tu ti sei ingannato. Che vuoi tu che io divenga dopo codesto! Tu puoi uccidermi, va. Un prete! è ciò possibile, ciò! Ella avrebbe soccombuto ad un prete, ella che ti ha resistito, a te che l'amavi, un così bel giovane, la gloria e l'orgoglio del popolo di Napoli, un uomo che ha fatto le più belle canzoni!…. e credereste voi codesto, signori? Un bel signore che l'avesse compra, abbagliandola con dell'oro…. ciò si è visto, ciò succede ogni giorno…. Ma un prete arrugginito, che l'ha affogata in una vecchia spoglia di religiosa…. ah! Filippo, l'invenzione non è brillante.

—Ma gli è proprio ciò, brigante, gli è proprio codesto, te lo giuro per tutte le statue dei santi del tesoro di San Gennaro. Ella si è data a quel Don Diego Spani, ella è la ganza di quel Don Diego Spani. Come bisogna dirtelo dunque? La persona che mi ha raccontata questa infamia ne fremeva, e si congratulava meco che fossi sfuggito a questo vitupero. Non s'inventano codesti orrori; si ripetono perfino a voce sommessa…. Io voleva trattarti con riserbo….. ma, per la passione di Nostro Signore! tutto il sangue tuo non basta adesso per lavar l'oltraggio che mi hai fatto.

—Io ti darò tutte le soddisfazioni che vorrai; tu mi ucciderai come un cane se ciò ti gradisce…. che m'importa la vita a me? Io viveva per lei…. Se fossi fuori, avrei a vendicarla…. Ma passeranno degli anni, prima che io mi sciolga da questa catena…. Allora, tu lo vedi, tu farai di me ciò che si fa di una carogna. Io non dimando che una cosa.

—Nessuna condizione! gridò Filippo interrompendo.

—Non si tratta di condizioni: te le lascio mettere tutte. Io non voglio che questo: voglio vedere un'ultima volta Concettella. Fammi grazia di questa dilazione. Ella verrà, oh! sì, ella verrà ancora, colpevole o no. Mi diede tanti giuramenti! Ha tanto sofferto! voglio sapere come ha soccombuto; fino a quale fondo d'abisso è rotolata. L'è la passione di Gesù Cristo che quelle cadute! si ha il suo Calvario prima di morire. Io sento che se io fossi al tuo posto, ti accorderei la dilazione cui ti dimando. Ci batteremo poi anche una volta al coltello, tu sai che io non ho paura, e che non può essere per paura che ti dico: Aspetta ancora qualche giorno. Io non ebbi gioia o dolore che per lei. Comprendi tu che giorni d'inferno saranno questi di aspetto per me? Sarà la tua vendetta, questo mio supplizio dei giorni prima che rivegga quella donna. E la vedrei poi…. Orrore! no, no, uccidimi all'istante. Lasciatelo dunque. E' sarebbe troppo soffrire.

—In guardia allora, gridò Filippo, cui gli altri forzati lasciarono libero, mettendosi in parata.

In quello stesso momento, dal fondo del cortile la voce di un carceriere gridò:

—Gabriele Esposito, una donna ti domanda al parlatorio.

—Ohè! Gabriele Esposito! si gridò da tutti i punti.

Gabriele ricevè come un colpo al cuore. Quella donna non poteva essere che Concettella. Dio gliela gittava sotto la mano perchè egli la giudicasse, al momento stesso che la si accusava. Ella era innocente. Ma, innocente o no, egli la rivedrebbe un'altra volta. Ah! sventura a Filippo se egli l'aveva calunniata! Se costui era stato ben ragguagliato e che Concettella fosse veramente rea, a che gli servirebbe la vita, poichè e' non poteva vendicarsi? Trascinare questo martirio nella mente per degli anni! nudrire questo avoltoio dei briccioli del suo cuore! contemplare questo spettacolo, notte e giorno, nel sogno e vegliando, quel prete e quella giovane tanto diletta, allacciati come la Fede e la Carità, traversare la vita come Francesca da Rimini e Paolo traversano l'eternità nel magnifico quadro di Scheffer! Ciò era insopportabile. La morte era l'obblio, la pace. Egli guardò dunque Filippo con aria grave e severa, e, cessando dal supplicare, gli disse:

—Vieni.

Filippo esitò. Un mormorio scoppiò infra i galeotti, e l'un d'essi, un politico, gli disse:

—Se non l'hai calunniata a disegno, bisogna andare. La vittima ha la parola.

Filippo celò il suo coltello sotto la giubba e rispose:

—Io prendo Dio a testimone che io ho ripetuto ciò che mi hanno detto. Ma se la calunnia vi è, io ucciderò il calunniatore, e felice quanto lui dell'innocenza di quella giovane, offrirò a Gabriele la riparazione che esigerà.

Filippo prese il braccio di Gabriele, il cui passo barcollava, e lo trascinò al parlatorio. I galeotti li seguirono in massa.

Si permetteva agli uomini ed ai fanciulli di entrare nelle corsie e nel cortile per vedere i parenti: le donne erano ricevute in una piccola sala, divisa in due da un duplice cancello, separato da venticinque o trenta centimetri d'intervallo. Potevansi vedere, parlarsi, darsi la mano, passare dei piccoli involti, ma ecco tutto. Delle massicce porte corazzate di ferro, armate di gattaruole ove vigilava un aguzzino, erano praticate dai due lati della sala, l'una che si apriva al di fuori, l'altra nel bagno.

Il luogo era vuoto, di guisa che Concettella si trovò sola. Ella attendeva con ansietà.

La porta si aprì. Gabriele, seguito da Filippo e da una frotta di condannati, irruppe nello spazio riserbato ai prigionieri.

Quella vista, quel corteggio inusitato, agghiacciarono di terrore la giovane donna. Ella abbassò il velo di religiosa, cui aveva appena rialzato aspettando Gabriele.

XXIII.

Vi sono dei giudici in galera.

Concettella aveva lasciato Napoli la vigilia.

Don Diego, uscendo dalla prigione in uno stato di convalescenza poco avanzata, aveva ricevuto da Concettella quelle cure intelligenti e devote cui due categorie di donne sanno dare solamente: la madre e l'amante quando ama.

Nella devozione della donna maritata e della sorella, comunque angelica essa sia, si sente il dovere; nella devozione della madre e dell'amica domina l'abnegazione.

In quel frattempo, il conte di Craco gli aveva mandato i pieni poteri di delegato delle due Provincie presso il comitato centrale.

Il conte di Craco, più serio, migliore conoscitore degli uomini che suo figlio Tiberio, non aveva ritirata la sua stima a Don Diego. Egli non lo aveva giudicato sulle apparenze o l'irritamento delle passioni di un momento; non aveva punto diminuito la sua credenza nell'alta nobiltà d'animo di quel prete. Egli aveva quindi scritto a suo figlio di mettere maggior gravità nel giudicare gli uomini.

Quando il marchese di Sora raccontò al colonnello Colini l'ammirabile contegno di Don Diego nei tormenti, l'ammirazione aveva ceduto il posto al dubbio ingiurioso, e Don Diego aveva raddoppiato quel sentimento di rispetto e di fede con la sua modestia, non menando parata di martirio, non esigendo riguardi di sorta, e non ambizionando altra parte che quella cui volevano assegnargli. Egli aveva ricominciato il suo lavoro pel canonico Pappasugna all'Ospedale, e lo conduceva innanzi alacremente. La prova della muda e dell'aculeo l'aveva purificato. I disegni infami che aveva formati sulla sua sorella, in un momento di eccitamento cerebrale, gli rodevano il cuore, annegato nel rimorso. Non carezzava dunque che una speranza, ritrovarla, rassicurarla, restituirla alla sua casa.

Ma qui una nuvola nera si sollevava sovra i suoi sogni color di rosa. Poteva egli far convivere sotto lo stesso tetto Bambina e Concettella, il petalo bianco dell'innocenza e la camelia rossa gualcita?

Egli amava di già Concettella come amano gli ascetici,—i quali, all'età di quarant'anni, incarnano in una donna venticinque anni di visioni edenitiche, dei desideri incomprensibili, delle voluttà divine, una rabbia inscandagliabile dei sensi. I sensi, il cuore, il cervello, il cervelletto, l'anima, la midolla spinale, il giudizio, la immaginazione, tutti gli organi del pensiero e della vita sono presi ad un tempo in questo amore-Sahara: l'incantesimo divino del godimento s'innesta alla malia infernale del delitto. Un amor simile per un prete è un anatema. Come mai si sarebbe egli dunque separato da Concettella? Ma vi era altra cosa ancora.

Concettella era stata amata, aveva amato, aveva patito moltissimo, ma era caduta pura nelle braccia del prete. Ella aveva rotolato a traverso tante avventure, malori, sofferenze, ma il suo candore muliebre non si era incespato all'onta. La sua immaginazione più che il suo cuore si era esaltata nella brama di sposare Filippo, nel suo giuramento di fede eterna a Gabriele. Ella diligeva costui come un fratello violentemente ammirato, ma non come un amante irresistibilmente desiderato. Questa circostanza aumentava la passione di Don Diego. Egli aveva scandagliato il cuore della giovane e vi aveva letto, non ancora l'amore per lui, ma quel turbamento immenso che precede la passione tempestosa, quell'insurrezione della vita che rompe tutte le dighe, invade tutto, trascina tutto colle sue forze oceaniche. Egli spiava ed attendeva lo scoppio.

Ora, ecco che una sera, la sera più solenne della sua esistenza, egli ritrova quella sorella fuggita dal nido, incontra Bambina quasi svenuta sul banco del padiglione di lady Keith. Gettarsi su lei, serrarsela fra le braccia, coprirla di baci frenetici, sovvenirsi in un lampo di tutto il loro passato, di tutti i suoi torti, di tanto affetto, indirizzarle mille domande di una sola parola, colmarla di carezze, slacciarle il busto per darle aria, esprimere mille terrori… fu l'affare di qualche secondo. Vedendola là, e' comprese tutto. Una parola, che il marchese di Sora disse all'orecchio del colonnello Colini, e cui costui ripetè a Don Diego ed agli altri congiurati lo fece tremare. Egli prese sua sorella fra le sue braccia, la trasportò fuori la villa, la portò fin dove potè trovare una carrozza e più non parlò. Aveva paura al presente.

Il re alla villa di lady Keith? tutti arrestati stanotte? Bambina in mezzo a questo diavoleto? ella, che probabilmente aveva introdotto il re, dar poscia l'allarme? che dramma! quali tenebre gittate di nuovo sulla sua condotta! qual delitto compiuto o quale nuova sciagura toccata! Egli rinculava, spaventato, innanzi alle spiegazioni. Ma le spiegazioni non dovevano farsi aspettare.

Bambina comprese il silenzio e l'ansietà, di suo fratello. Il delitto è un'equazione di cui non si afferrano i termini che quando essa è risolta. Allora si scorgono tutti quegli anelli, fin là distaccati, formare catena, di cui si consideravano con terrore il peso, la lunghezza, la solidità. Le membra divengono corpo.

Bambina ebbe un'intuizione completa dell'opera cui aveva compiuta. Ella sentì l'onore di suo fratello compromesso, il proprio perduto. Ella vide la croce episcopale al collo di suo fratello come un anello della gogna; il proprio viso cauterizzato dai baci sacrileghi del gesuita; un abisso! E la scandagliò tutta questa visione infernale, durante il subito silenzio ch'era succeduto allo slancio affettuoso di Don Diego, nel tragitto dal Vomero all'angiporto della via Campanile. Bisogna dirlo? Ella non si spaventò. Una voce intima le susurrava dolcemente, solennemente: tu hai fatto il tuo dovere! l'infamia che ne spruzza ricade sopra coloro che ti han messa in questa necessità, prima, e che ne profittano, dopo. Laonde, quando ella si trovò ancora una volta assisa nel piccolo salone del suo alloggio, in faccia di suo fratello che la squadrava con aria severa, rischiarata appena da una smilza candela, quando la ebbe rimandata fuori con un segno altero della sua testa Concettella tremante, ella disse con voce calma e sorda:

—Diego, tu sei libero e tu sei vescovo!

Don Diego balzò sulla sua sedia come trafitto da mille serpenti, si rizzò di tutta la sua altezza e gridò:

—Vescovo! vescovo! vescovo!

Bambina squadrò a sua volta suo fratello con occhio freddo. L'irradiamento subìto da quell'uomo l'umiliava. Ella comparava la sua grandezza morale a quella di suo fratello, e lo disistimava. Si vide più grande di cento cubiti che quell'uomo cui aveva sempre considerato come un gigante. Un istante ancora, e le lagrime stavano per inondare il suo viso. Bambina si alzò e, senza aggiunger sillaba fuggì nella sua camera e vi si chiuse.

Don Diego non la trattenne. Un tremuoto aveva scosso la sua natura di bronzo. Egli ebbe uno di quei colpi di metempsicosi violenta, che nei conclavi dei papi si chiama Spirito Santo, e che trasforma un porcaro come Sisto V, un lanzichenecco come Odescalchi, un barcarolo come Giulio II, in vicario di Cristo, un frate in re! Una tempesta equatoriale si scatenava in quello spirito: vi furono flutti furiosi, vertigini, scosse spaventevoli, fosforescenze terrificanti, abissi mostruosi, sollevamenti all'altezza delle Andes, distruzioni, creazioni… Don Diego non si potè risolvere ad andarsi a coricare, e restava assiso, a chiamare Bambina o Concettella per rompere la malia del delirio. Passeggiò nella camera tutta la notte, dopo avere spenta la candela per non vedersi, ed aperte le finestre per dare più aria ai suoi polmoni dilatati.

Dal palpitar delle stelle si sarebbe detto che la notte avesse ambascia come lui!

L'indomani, Bambina gli raccontò tutto.

Egli aveva bisogno di parlare liberamente a sua sorella, di rimuginare in tutti i dettagli di questo affare annerito da tante orride peripezie. Vedeva Bambina in disagio. Leggeva nello sguardo della giovinetta, portandosi da Concettella a lui, un rimprovero pieno di dolore. La sentiva offesa, vituperata. Dette a Concettella due giorni di congedo, le parlò basso nella cucina e la mandò a Procida.

Concettella si sentì colpita. Ella si credeva sì ben penetrata in quella famiglia, così identificata a quell'uomo, e la si trovava tutto ad un tratto essere un'intrusa, una straniera! Ruppe in lagrime. Don Diego la consolò. L'amore è comunicativo e leniente. Ella si lamentò. Il prete la calmò. Al suo ritorno, all'indomani, la situazione sarebbe chiarita, regolata, giustificata; Concettella sarebbe ammessa ed accettata, o Bambina sarebbe stata collocata altrove.

Bambina non era più la stessa: ella si era atteggiata a giovane indipendente.

Ahimè! Don Diego non aveva compreso ciò che aveva di grande e di eroico quella nuova attitudine di sua sorella!

Bambina che doveva tenere la sua promessa al gesuita, Bambina che vedeva l'amore di suo fratello per Concettella, non voleva impedire il libero esaltamento di quella passione e non voleva contaminare suo fratello, caricandolo della responsabilità della sua condotta verso il P. Piombini. Lo rendeva felice e lo purificava, riserbando per sè sola tutte quelle macchie che mordevano come ferite, tutti i sacrifizi, tutti i rimorsi e tutti i dolori.

Rassicurata, consolata, Concettella partì per Procida sulla barca a vela che faceva il tragitto giornaliero tra l'isola e Napoli. Ella vedeva ciò non ostante tutto confuso nel suo avvenire. L'amore per Don Diego aveva fatto esplosione in quella crisi; Bambina l'attirava; sentiva una pietà fraterna per Gabriele…. Come accordare tutto ciò? ecco il problema. Ella riflettè a codesto lungo il viaggio, malgrado il mal di mare, la notte nell'albergo di Procida, ove arrivò tardi la sera ed ove il sonno rifiutò visitarla. Ella vedeva nondimeno due speranze brillare in quell'oscurità: Bambina si mariterà, pensò ella; Gabriele non saprà nulla. E quando poscia egli uscirà dal bagno, noi saremo morti o saremo così vecchi, così vecchi…. L'alba la rinfrancò. Concettella si addormì.

Risvegliandosi alle undici, tutta spaventata ancora dei sogni insanguinati che aveva traversati, Concettella mangiò una bocconata e corse all'ergastolo. Il suo cuore batteva a tutto vapore. Un presentimento confuso l'avviluppava di un'atmosfera di terrore e di ansietà. Gli avvenimenti hanno le loro scariche elettriche come gli uragani. Concettella accelerò il passo per uscire il più presto possibile da quel vago incognito e pungente. I secondini la conoscevano: ella aveva inspirata tanta compassione e simpatia a tutti! Il permesso di vedere Gabriele le fu concesso immediatamente.

Ed eccola al cancello.

Alla vista della faccia scompigliata di Gabriele, dell'aspetto satanico di Filippo, del contegno di tutti quei forzati presenti, in modo insolito, al suo convegno col fidanzato, Concettella fa presa da tremore. Cosa significava codesto? che si voleva da lei? che aveva dessa? Arrossì, impallidì sotto il suo velo abbassato; un vapore ghiacciato le saliva dai piedi alla testa. Avrebbe voluto parlare per mostrare sicurezza di sè, avendo pur dei rimorsi; ma la sua lingua era paralizzata, i suoi denti fortemente serrati, il suo cervello inerte. Ella guardava con degli occhi enormemente devaricati e provava di comprendere.

Gabriele anch'egli tacevasi.

Infine Concettella fece uno sforzo, allungò la mano e porse un inviluppo.

Gabriele non si mosse, non lo prese. Concettella lasciollo cadere. Poi si appoggiò al cancello, cascò sur un banco ed i singhiozzi si precipitarono. Gabriele s'intenerì, afferrò il fardellino, lo baciò, stese la mano e gridò:

—No, non è vero. M'inganno io, Concettella? Si porta contro di te una terribile accusa. Quel Filippo lì ha dichiarato innanzi a tutti costoro che tu mi tradisci, che tu hai un damo, che tu sei la concubina di un prete, che chiamasi Don Diego Spani, che tu hai fatto questo, che tu hai fatto quello, e patatì e patatà. No, non è così, Concettella? No, ciò non è vero, hanno mentito, ed io vado a scannare quel Filippo lì che ti ha calunniata.

Concettella non rispose. Il suo singhiozzo raddoppiò.

—Ma parla dunque, riprese Gabriele; getta dunque, in faccia di quell'uomo la tua giustifica. Non si serba il silenzio innanzi ad un'accusa simile, non si sprezzano quelle contaminazioni lì! Tu devi comprendere alla fin fine che tutto codesto mi mette il cuore a brani. Non torturarmi dunque così. Perchè ne ameresti tu un altro? Il mio amore non è forse grande come il mondo? Esso non ti era bastato fin qui; perchè non ti basterebbe ancora? Cos'è dunque codesto prete che ti ammalierebbe adesso? Un prete? bah! codesto prega, ma non ama. D'altronde, non ho io la tua promessa? No, tu non l'hai violata. Quando si ha sofferto ciò che tu hai sofferto; quando si è passato per le prove che tu hai traversate…. non ci è modo di più separarsi: noi siamo incatenati dalla sventura. Di' dunque cotesto a quei signori che aspettano la tua risposta. Hai tu paura di parlare? Non temer nulla: non ti chiameranno una sfrontata; tu ti difendi, tu racconti come le cose sono avvenute. La Santa Vergine anch'ella si difese, quando San Giuseppe l'accusò. Del resto, io non ho bisogno che di una parola sola da te. Non voglio la tua giustifica; io ti credo sur un semplice no che tu pronunzi. Di' dunque, Concettella amatissima mia, di' alla presenza di questi signori che ti hanno calunniata.

Concettella continuò a tacere ed a singhiozzare. Gabriele la guardava istupidito e turbato. Aveva freddo, si dimenava, si afferrava al cancello.

—Ma insomma, ma insomma, riprese lo sventurato, una parola è dunque così difficile a dire? Tu non ti rendi dunque conto che quel silenzio sarà interpretato come una confessione? Una confessione! sangue della madonna del Carmine! una confessione? Ma ancora uno si difende. Vi sono delle circostanze attenuanti; vi sono delle ragioni, delle scuse, delle menzogne, che so io? Si dice a tutto andare una qualche cosa. Tu piangi. Piangi? tu ti penti dunque? tu hai dunque dei rimorsi? Dei rimorsi di che? Ma parla, parla. Tu lo vedi, questo doppio cancello che ci separa: di che temi tu? Esso ti protegge, questo cancello; io non ti ucciderò; io non ho neppure un'arma. Oh! abbi pietà di me! non lasciarmi soffrire così. Uno ragiona seco stesso; quando ha ricevuto il colpo, si rassegna, si uccide, discute, disputa, dice addio o si raccomoda…. che so io? si fa qualche cosa infine, si prende un partito. Ma davanti al dubbio? ma in presenza di quel silenzio?… non vi è che a sbranarsi il cuore, ecco tutto. Vuoi tu parlare, alla fine? vuoi tu spiegarti? Tu finirai col farmi mettere in collera. Tu lo vedi, io sono calmo. Non ho nulla contro di te. Gli è Filippo, che ti ha calunniata, che pagherà tutto. Non ti ha desso calunniata?

—Ebbene, sì, gli è vero, gridò Concettella, cadendo a ginocchio innanzi al cancello e sollevando le sue mani congiunte per implorar misericordia.

Gabriele aggrappò quelle mani ne' suoi artigli a traverso i ferri.

—Gli è vero? tu dici? gli è vero? urlò desso. Comprendi tu dunque ciò che vuoi dire? Gli è vero? tu mi hai dunque tradito? Quel prete è il tuo ganzo? Tu non sei più l'innocente giovane che mi disse nella prigione della Vicaria: a te per tutta la vita! Gli è vero? che irrisione! Si potrebbe ciò? Non vi è dunque più onore, più fede, più virtù nel mondo? Ed un prete ancora! No, no. Tu non hai giammai avuto molta mente; tu non afferri l'importanza di quel: «gli è vero!» Ma insomma come è ciò avvenuto? Io perdo la testa. Tu non mi ami dunque più? Si cangia dunque di cuore così? No, io non posso trovarmi nel medesimo cuore con quel prete, lo mangerei colla mia sola presenza. Se tu sei sua, tu l'ami allora? Ma come hai fatto tu per amarlo? Ma spiegatemi almeno codesto, voi altri. Non vedete che quella donna è idiota?

Egli lasciò le mani di Concettella cui aveva agglomerate, peste, insanguinate.

—Ebbene, ripeti allora che Filippo non ti ha calunniata. Perchè, infine, io ho oltraggiato a torto quell'uomo e bisogna ch'egli mi uccida. È il cuore che ti ha spinta? è la solitudine? è la miseria? è la fame?

—Tutto codesto, balbettò Concettella.

—Tu menti. Gli è don Gabriele del teatro di donna Peppa che ha inventate codeste scuse. Quando si ama, si muore di fame, non si prostituisce. Non ho avuto forse fame, io? non ho io fame, non ho fame ogni giorno, perennemente? Ah! io comprendo le infamie del cuore; ma non crederò giammai alle infamie dello stomaco. Dio mio! chi dunque ti ha corrotta così? Tu credevi nella Vergine Maria pertanto! Perchè quel prete sarebbe egli andato a cercarti, poichè vi sono tante cantoniere a Napoli? Non vi è più dunque carità nel mondo, un pezzo di pane costa sì caro che se ne dimanda per prezzo l'onore di una fanciulla? Perchè dimori tu con lui, insomma!

—Perchè io non aveva tetto ed aveva freddo le notti d'inverno, e perchè i passanti m'insultavano la state, quando mi trovavano accovacciata all'angolo di un muro, rispose Concettella asciugandosi gli occhi. Perchè io ero nuda sotto i miei cenci, e le persone non mi davano più lavoro. Perchè io aveva orrore di mendicare e di udire dei propositi infami. Perchè….

—Tutto codesto non è una ragione, interruppe Gabriele. Tu servi quell'uomo che ti ha offerto un ricovero, il pane, un abito….: perchè gli hai dato tu il tuo onore per soprassello? Una donna non si dà ad un uomo che in due circostanze: quando l'ama, o quando ne subisce la violenza materiale o la violenza morale. Spiegati dunque: l'ami tu?

—Io non lo amava.

—Allora quale violenza ha esso esercitata sopra di te?

—Era sventurato come me, sclamò Concettella: ebbi pietà di lui.

—Ed io dunque? sono io felice, io?

—Il tuo destino è fisso, riprese Concettella: la polizia non può fare più nulla contro di te. Per degli anni e degli anni tu hai del pane, tu hai un tetto, tu hai un qualche cosa che ti copre la persona. Il birro non ti può angariare. Tu non sarai più soldato. La polizia non ti strapperà una sorella od una moglie che ti farà poi trovare vituperata ed infame. Non ti metteranno in prigione e ti daranno i tormenti. Che cosa ancora? Conosco io forse fin dove si estende il terrore della polizia? Si dice che il re egli stesso ne ha paura. Tu sei più del re, allora. Ma egli, quel povero disperato! la polizia gli ha rapita la sorella e gliel'ha restituita spia. La polizia gli ha strappato dalla bocca la bricciola di pane che vi portava ogni qualvolta si provò guadagnarsela. La polizia lo ha sepolto a S. Maria Apparente per delle settimane, nei pozzi della cloaca, e l'ha torturato quanto tutti i martiri del calendario. La polizia l'ha rivomitato infine quando non era più che un mucchio di ossa frante e di piaghe imputridite. Quando mi è ritornato in quello stato…

—Tu l'ami, Concettella, tu l'ami, gridò Gabriele. Io sono perduto; tu sei perduta per me. Ah! sciagurata!

—Non obbligarmi ad interrogare il mio cuore, Gabriele, ripigliò Concettella: io non lo voglio. Che posso io farci? Non si è padroni di dire al proprio cuore: non intenerirti? E poi vi sono tante altre ragioni ancora. Un giorno, io non mi sono più trovata la stessa. Si è operato in me qualche cosa d'incomprensibile e di sorprendente: io ho conosciuto un amore tutt'altro che quello cui avevo provato fino allora, se tuttavia gli è amore quella immenso divampamento che io ho sentito. Non mi scuso, vedi! ho fallito; condannami. Non sono io che l'ho cercato. Non sono io che l'ho voluto. Ciò arrivò come una febbre in piena salute. Io non ho civettato. Mi sono anzi ingiuriata, ho pianto prima di soccombere: ho provato di sostenermi colla ragione. Nulla mi è valso: non ho resistito.

—Oh! sì, il mio male è irreparabile, sclamò Gabriele. Ebbene, io non mi rassegno. Io so che di qui non posso far nulla: ma il cuore vuole una soddisfazione qualunque, oggi di speranza, domani di sangue. Io veggo chiaro in questa situazione: tu sei stata il ferro, colui la calamita; tu hai scivolato, egli ti ha tirata. Tu hai subito la violazione della pietà avanti la violazione dell'amore. È colpa tua se non sei stata più forte? La tua forza era l'amore; tu non mi amavi più. Ecco la tua parte in questa catastrofe. Ora bisogna regolare i conti: tanto per te, tanto per lui.

—Nulla per lui, osservò Concettella. Sono io che ho mancato ad un impegno; sono io che sono stata debole. Io non invoco più alcuna scusa, poichè tu vuoi giudicarmi e non compatirmi. Se tu mi avessi amata per me e non per te, tu avresti pianto sulla mia caduta e mi avresti aiutata a rialzarmi. Poichè la pietà, i riguardi, le considerazioni giuste e generose sulla mia posizione sono messe fuori discussione, resta pure severo ed intero e non occuparti della parte degli altri. Tu non hai a fare che con me. Non ho io ragione, signori? dimandò Concettella alzandosi e rivolgendosi al giurì dei galeotti che li ascoltava.

—Sia, signori, sclamò Gabriele, volgendosi alla sua volta ai suoi compagni di bagno. Poichè essa v'invoca come giudici, giudicate il caso.

Un sordo bisbiglio circolò nel gruppo dei forzati.

Quegli uomini, cui la giustizia aveva colpiti come felloni contro la società, erano incaricati di pronunziarsi sur un fatto che implicava la vita o la morte di quattro individui: Don Diego, Concettella, Filippo e Gabriele. Essi sembravano respingere il mandato.

—In nome della misericordia di Dio, signori, sclamò Gabriele, voi sopratutto che non siete qui nè per omicidio nè per depredazione, signori, siate giudici del nostro fato. Voi sapete di quale grave bisogna e' si tratta; e voi non ignorate cosa debba inevitabilmente seguirne. Mettiamo solamente i termini del fatto nel suo pieno giorno. Quella donna era mia fidanzata; ella si è data ad un altro. Le ragioni, o piuttosto le fatalità che l'hanno trascinata, ha ella detto, sono state: la miseria, la pietà. La miseria e la pietà sono state, ne convengo, i complici; ma chi è il colpevole responsabile in questo delitto?—ella che non aveva il diritto di soccombere, lui, quel prete infame, che non ha respinta la tentazione ed ha abusato della debolezza di quella sciagurata?

Mettere la questione così, dallo stesso interessato, gli era un assolvere anzi tratto Concettella. Forse gli è questo appunto che Gabriele desiderava. E' vi fu un bisbiglio generale nel gruppo dei galeotti. Tutti si favellavano a voce sommessa, l'un l'altro. Gabriele erasi lasciato cadere in un angolo come affranto, aspettando il verdetto paventato. Concettella, afferrata alle barre del graticcio, guardava Gabriele con ansietà. Infine Filippo gridò pel primo, con voce alta e ferma:

—No, non è la donna che è colpevole.

—Sì, gli è il prete che è colpevole, gridarono tutti di una voce sola.

Gabriele si alzò e passeggiò un istante dietro al cancello. Poi disse in tuono solenne:

—Riflettetevi bene, signori; perocchè la è una sentenza di morte che voi pronunziate a quest'ora. Io non so quando, come, da chi, questa sentenza sarà messa in atto; ma certo è che il prete morrà. Filippo, voi tutti, vi siete interessati; senza che, il bagno sarebbe la tomba. Ciò che mi succede, può succedervi. Noi siamo solidali della vendetta, onde significare al mondo che il galeotto è ancora un essere vivo di cui è mestieri inquietarsi.

Un momento di silenzio seguì il secondo appello. Poi tutti replicarono ad una voce:

—Si, noi lo attestiamo innanzi a Dio: gli è il prete che fu colpevole.

Gabriele si concentrò per un momento, poscia volgendosi ai suoi camerati, disse:

—Grazie. Io credo che il vostro giudizio è secondo giustizia…. secondo il cuore.

Rivolgendosi quindi a Concettella, soggiunse:

—Donna, io ti rendo il tuo giuramento: noi non siamo più nulla. Non ritornare più qui; io non ti riceverei altrimenti. Noi siamo oggimai stranieri. Ti perdono il male che mi hai fatto. Rubare al prigioniero il suo raggio di speranza, gli era come un rubare al prete l'ostia consacrata sull'altare: ma t'hanno assolta. Tagliare il filo che attaccava questo sciagurato al mondo; avvelenare il soffio che gli arrivava ancora dalla società; rituffarlo nell'ergastolo dell'ergastolo, gli era un infliggergli la solitudine nelle tenebre; ma ciò ha trovato grazia nella considerazione di questi signori. Io mi associo a loro; io ti assolvo e ti scaccio. Sii felice, se lo puoi. Io te l'auguro. Esci adesso, va via subito, non torcere il capo, non guardare più da questa banda…. e' sarebbe un insultare la sventura.

Concettella scoppiò in un impeto di singhiozzi, e senza osare profferir verbo, fuggì. Gabriele si mise a ginocchio davanti a Filippo, e sclamò:

—Fratello, io ti ho insultato, io ti ho offeso: Vendicati!

Filippo cavò il coltello dalla tasca e guardò intorno—i galeotti dopo Gabriele. I politici si copersero il viso delle mani e picchiarono alla porta per sottrarsi alla vista di quell'assassinio. Gli altri forzati indietreggiarono, lasciando uno spazio libero tra loro ed il galeotto inginocchiato e quello che teneva il coltello levato sul capo della vittima. Filippo sostò un istante, arrossì della sua ferocia. Egli ebbe forse orrore dell'atto cui la collera dello schiaffo ricevuto gl'inspirava. E' piegò dunque il mollettone, lo nascose di nuovo, e rispose:

—Vivi. Io ti perdono, Gabriele. Noi abbiamo adesso una vendetta a pigliare insieme.

Un bravo! prolungato, seguì queste parole. Gabriele si alzò con impeto, e stringendo Filippo fra le sue braccia, gridò:

—A te, per la vita e per la morte: tu sei mio fratello.

In quel momento, il carceriere in capo comparve e disse a Filippo che il direttore lo chiamava. E' lo condusse seco.

Era il conte di Altamura che lo chiamava. Innanzi al conte, Filippo divenne umile come il soldo innanzi al milione.

—Filippo, disse il conte, fra qualche giorni io avrò bisogno di te e di un altro individuo determinato ed energico, cui si possa all'occorrenza condannare alla ghigliottina. Occorre pescarmi ciò in qualche sito.

—Ho il vostro uomo.

—Fuori?

—Qui stesso. Ma egli è condannato.

—Lo si farà evadere. Tu hai sempre la tua grazia.

—A che opera dobbiam noi lavorare?

—Affinchè la sorpresa non paralizzi il vostro braccio quando il momento sarà giunto, io te l'annunzio fin d'ora. Trattasi di sbarazzarmi d'un… di un qualche cosa come un vescovo. Un colpo solo, secco, netto, subito come il fulmine, al cuore, alla nuca…. e dileguarvi come un soffio di vento. Assuefatevi a codesta idea. Non sorpresa nè scrupoli. Un vescovo che spiace al re, che cospira contro lo Stato, è meno che un uomo, gli è un cane arrabbiato. Se la polizia vi acchiappa, tanto peggio per voi. Io non posso proteggervi.

—Sarà fatto secondo il desiderio di V. E., signore. Ma voi ci proteggerete, spero, come premio del servizio che vi renderemo, e del pericolo a cui ci esporremo, in un altro colpetto che ci riguarda personalmente, il mio collega e me.

—Un furto.

—Non mica, un omicidio: un prete da spedire a Dio…. per servir di diacono al vescovo di V. E.

—Un prete non è un uomo, sclamò il conte di Altamura…. egli è…. un prete! Siate quindi pronti al primo appello…. e silenzio. Capisci? silenzio.

Il conte volse le spalle ed uscì. Poi tornò su i suoi passi e soggiunse al galeotto ancora curvo nel suo rispettoso saluto: