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Il Re prega: Romanzo

Chapter 31: XXVI.
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About This Book

La vicenda si svolge in un borgo montano diviso in due rioni e si apre con una minuta descrizione di una casa povera: una sala fumosa condivisa con animali, arredi essenziali e abitudini di parsimonia quasi monastica. Sullo sfondo di un paesaggio aspro e della vita contadina, si prepara la partenza di un personaggio di rango e la giovane Bambina compie i suoi gesti d’addio; emergono attaccamenti familiari, la cura degli animali e la discreta dignità degli abitanti. Il racconto alterna scene domestiche, osservazioni sociali e momenti intimi legati al distacco.

—L'essere venuto io stesso qui t'indica di che importanza è la commissione che ti do. Fedeltà, silenzio…. o un cappio spicciativo.

XXIV.

Da Napoli a Roma.

Parecchie circostanze ritardarono la partenza di Don Diego per Roma ove doveva recarsi a ricevere la consacrazione episcopale. Nel regno delle due Sicilie, il re designava e nominava i vescovi, il papa li passava all'olio.

I Borboni avevan tenuto sodo a questa prerogativa reale, perchè per un articolo del concordato del 1819, il vescovo aveva, oltre le sue funzioni spirituali, la missione di vegliare sullo spirito pubblico della diocesi e di riferire alle autorità laiche,—vale a dire, che il vescovo era il luogotenente del ministro della polizia in ogni diocesi. Bisogna dunque aver degli uomini capaci, investiti della fiducia del governo, onde spacciare la bisogna episcopale secondo il cuore del re.

La mancanza di danari e la malattia di Bambina furono le due cause principali del ritardo del viaggio.

Bambina aveva soccombuto a tante scosse e fuvvi un momento in cui la morte aleggiò ben vicino sul capezzale di lei. Concettella l'accudì come una madre. Il padre Piombini, chiamato da Bambina, venne a vederla. E' fu allora che il gesuita e Don Diego ebbero un colloquio di parecchie ore, con grande soddisfazione di quest'ultimo. Che gli disse? Molte cose sullo stato sociale, sullo stato politico di Europa, sulla situazione degli spiriti, sulla rivoluzione che si era operata nella coscienza delle masse, sull'essenza del principato al XIX secolo. Ei gli fece la diagnosi della religione, gli schizzò il carattere del gesuitismo e del papato quali erano, quali avrebbero dovuto essere, come alcuni spiriti intuitivi dell'avvenire e dei riformatori li consideravano. Il P. Piombini non disse che una parola sul conto di Bambina, se viveva, parola che calmò l'inquietudine del fratello.

Don Diego ebbe a volta sua una considerevole conversazione col marchese di Sora, di cui egli conosceva oggimai le vere tendenze. Il marchese ignorava naturalmente le pie intenzioni del re intorno a quel «vescovo del diavolo». Il marchese era libero pensatore o volteriano, come egli diceva.

—Io ho questo vantaggio su di voi, signor marchese, rispose Don
Diego: io sono panteista.

—Io non discuto la religione nè come filosofo nè come teologo, osservò il marchese, ma come ministro della polizia. Crediate o non crediate, ciò non mi riguarda punto. Teologi e filosofi han bottega di teorie e di principii; paghino dunque patente al governo e traffichino liberamente di loro derrate. Ma, come strumento di governo, l'atteggiarsi della religione m'incombe, e la deve essere ortodossa a modo mio.

—Ma! ecco dove per l'appunto tutti i governi s'ingannano, rispose Don Diego. Essi credono che il prete sia uno dei congegni dello Stato. Il prete, quale voi l'escogitate, quale lo avevate fatto, è al contrario direttamente ed indirettamente un lievito di rivoluzione. Il popolo soffre, ma esso comprende l'azione della polizia: quello schiacciamento è logico. Però lo spionaggio, la compressione, l'abbrutimento, la violenza, la corruzione, la servitù per mezzo del prete, rivolta il sentimento del popolo: questa missione del prete è anormale. Ecco perchè i governi a marchio clericale, sono i più abborriti ed i più minati dallo spirito rivoluzionario!

—Nonpertanto, interruppe il marchese, il papato, l'Austria, la Spagna, che hanno questa tempra ultramontana e clericale, durano da secoli.

—Gli è che il principio vitale di questi Stati non risiede nella religione. Il papato dura in virtù della coalizione di Europa; l'Austria, per l'antagonismo delle nazionalità rivali dell'impero e l'unità dell'esercito e del centro goverativo: la Spagna, per la corruzione dei costumi, l'atrofia intellettuale, e la sequestrazione dallo spirito nazionale: la Spagna è l'Africa dell'Europa! D'altronde, gli Stati romani, l'Austria, la Spagna sono un anacronismo¹: e' vivono dei secoli passati. La società rinnovellata nel 1789, non vi si è ancora organizzata. Ma guardate la Francia. Napoleone procede al dispotismo interno mediante la ricostruzione previa della chiesa ed il restauramento del papato. Però, quando al momento del supremo pericolo egli fa appello alla nazione, la nazione si è dileguata ed ei si trova solo. Carlo X cercò l'appoggio clericale; fu spazzato via. Guizot carezzò il clero come un elemento ed un istrumento del partito conservativo; egli traballa sulla sua base. Il popolo non vuol sentire altrimenti la mano del clero che per benedire coloro che credono,—per soccorrere la sventura e la miseria. Presentarglielo sotto altra forma, sotto la forma di ceppo al movimento, al pensiero, al progresso, allo sviluppo sociale,—che si addimanda rivoluzione quando scoppia—; fargli vedere il prete come alleato naturale del re, del prefetto di polizia, del gendarme: gli è un farglielo odiare ed un far odiare nel punto stesso il governo che se ne serve; gli è un precipitare la rivoluzione mediante la ruota stessa del freno. Ecco l'azione indiretta della religione sulla rivoluzione. L'azione diretta gli è il dispotismo assoluto, senza controllo, senza appello, del vescovo sul prete, cui ribadiscono i governi che riconoscono la libertà della Chiesa. Tutti i preti, in forza di ciò, sono rivoluzionarii nell'anima. Coloro che non si pronunziano, sono trattenuti dalla paura, dalla vecchiezza, dall'imbastardimento, dall'interesse, dall'imbecillità, perchè temono di compromettere un lucro, ovvero perchè la violenza li schiaccia. Voi avete quindi il prete o nemico, o organo tiepido nel vostro cómpito, o pronto a disertare al primo incontro.

¹ Si ricordi che siamo nel 1847.

—Ma allora a che dovrebbe servire, secondo voi, la religione in uno Stato? dimandò il marchese. Perchè la religione essendo un elemento della forza governativa uno Stato non può negligerla.

—Certo, no, riprese Don Diego. Ebbene, se voi desiderate che la religione sia un elemento di forza e non un elemento deleterio di governo, gli è mestieri lasciarla negli strati del popolo e non mischiarla alla gerarchia amministrativa. Più voi innalzate la religione verso il potere, più ne neutralizzate l'efficacia. Compromessa, essa vi domanda un'indennità, essa si impone a voi, diviene esigente e vi procura degl'imbarazzi, senza rendervi alcun servigio. Lasciata come una funzione puramente sociale, come la medicina, la giurisprudenza, l'agricoltura, la religione diviene un moderatore democratico, il parafulmine del trono. Non più clero, ma il prete. Non più episcopato, ma il vescovo. Non più papato, ma il decano dei vescovi. Non più Chiesa nello Stato e fuori dello Stato, o Chiesa-Stato, ma una dottrina morale che segue o subisce le evoluzioni della civiltà per mezzo della scienza, come la filosofia, la chimica, la fisica, l'astronomia, l'antropologia, la storia naturale. La religione è una faccia postuma della vita generale del mondo. Ecco come io la comprendo, questa religione. Ecco ciò che intendo fare nella mia diocesi, io. Ecco l'attitudine che io prenderò di rimpetto al papa e al re. Io sarò il centro di tutti i raggi di un cerchio; non sarò nè il cerchio nè i raggi. Io sono popolo e resto con lui.

—Codesti sono vaneggiamenti, sclamò ghignando il marchese di Sora. Il clero è la gendarmeria delle coscienze; noi non andremo a scioglierla con cuore leggero ed orbarci di un aiuto. Solamente e' bisogna capovolgerne la missione. La religione fu sin qui un istrumento del dispotismo: bisogna farne un istrumento di libertà.

—Ecco l'illusione eterna della democrazia. Dove è corpo, vi è organismo; ove è organismo, vi è centralità: dove è concentrazione di vita e di forza, vi è dispotismo inevitabile. Voi lasciate l'ente clero? esso sarà mai sempre una ruota della forza governativa, che la fonde in quell'altra ruota più assorbente ancora, la burocrazia. Clero e democrazia, burocrazia e democrazia, corpi costituiti nello Stato e libertà, saranno sempre delle antinomie. Il popolo si governa con altra legge: l'affinità della razza e la coesione sociale degli interessi. I vostri organismi parassiti esterni, alla superficie, saranno sempre un intoppo, una difficoltà, una causa di ritardo al progresso. Perchè le scienze vivono e progrediscono? perchè sono un prodotto individuale al profitto dell'interesse sociale. La religione deve avere la medesima essenza, la medesima natura, il medesimo carattere. Io non ne farò altro.

La conversazione fu interrotta. Il re chiamava il ministro, e Don
Diego non potè entrare negli sviluppi pratici delle sue viste.

Re Ferdinando voleva sapere precisamente qual fosse l'opinione del marchese di Sora sul carattere, i principii, i costumi, del nuovo vescovo.

—Sire, disse il marchese, Don Diego Spani è un liberale, un riformatore, ciò che si chiama un rivoluzionario, ma e' non sarà mai un traditore. Gli spiriti limitati, che non hanno nè spedienti, nè vigore nell'anima, nè elaterio nella intelligenza, tradiscono. Le nature potenti, i caratteri riccamente mobigliati, le anime tuffate nel bronzo come quell'uomo lì, sono essenzialmente generose. Essi pigliano corpo a corpo la malattia, non il malato; essi correggono l'amministrazione, non frangono i re e le dinastie; essi fanno della religione un tonico non un veleno. Si può confidare in tali uomini. Essi sono, per la loro intelligenza, più sicuri degli amici, i quali mascherano il loro interesse sotto il nome dello zelo. Sire, io dico altrettanto di Don Diego Spani che di me. Io so che ho la sventura di non goder più la fiducia di V. M. Ma la mia resistenza salva il trono; la servilità stupida degli altri intercetta il giorno agli occhi della M. V., la quale non vede allora nè il male, nè la conseguenza del male.

—Voi andate al di là della questione che io vi ho posta, marchese, crocidò il re. Il vostro avviso dunque è, che noi non commettiamo mica un'imprudenza, confidando la direzione di una diocesi ad un uomo che ha poca fede, poca morale, niuna simpatia pel nostro sistema di governo e niun affetto pel nostro trono?

—Sire, rispose il ministro, questo nuovo vescovo, con cui ebbi or ora un serio colloquio, ha certo poco o nulla di tutto ciò che V. M. ha enumerato. Ma io auguro alla M. V. parecchi vescovi di quella tempra. Non avremo noi allora a preoccuparci nè delle mene dei rivoluzionarii, nè dell'attitudine del papa, nè degl'invadimenti dell'Austria: la rivoluzione non avrebbe base nel Regno, e V. M. potrebbe tenere contro l'Austria e gli altri principi d'Italia la parte che essi provano di tenere contro la M. V.:—essere il più liberale fra loro ed attirarvi le simpatie degl'italiani, che si agglomereranno un giorno o l'altro intorno ad una dinastia italiana. V. M. non sarebbe più allora il re di uno Stato, ma il re di una nazione.

—Voi divenite visionario, marchese, sclamò il re con aria leggera, accendendo un mozzicone di sigaro spento. Io non sono ambizioso. Io non mi trovo male abbottinato di già con nove milioni di sudditi?

—Sire, si tratta di non farseli strappare. V. M. non dice come Luigi XV: «Basta che ciò duri quanto noi!» Ora, non è questione del presente, ma dell'avvenire.

—L'avvenire riguarda Dio, marchese…. ed il nostro esercito.

—Ahimè! sire, sclamò il marchese, io dirò a V. M. come il cavaliere Folard: «Le potenze d'Europa hanno dei ben cattivi occhialini per non vedere l'uragano che le minaccia!»

—Mi consigliereste voi per avventura di sguinzagliare la grande vague, come Necker chiamava gli Stati generali? Voi vorreste che io accordassi una Carta, per esempio!

—Sire, un giorno o l'altro bisognerà bene passar sotto quelle forche, al passo con cui camminano le cose di Europa. Perciò io reputo più saggio prevenire che esservi forzato.

—Giammai! gridò il re. Voi vi obbliate, signore. Uscite.

Il re fece un gesto imperioso ed il ministro uscì. Ferdinando andò ad inginocchiarsi ad un angolo e pregò.

Il marchese sentì la disgrazia pesar sul suo capo, e si rassegnò. Egli non voleva passare per traditore; si era deciso quindi ad essere imprudente.

Quell'attitudine del marchese di Sora precipitò gli avvenimenti.

Io non voglio narrare la storia di quella melensa rivoluzione e biascicare altra politica. Proseguo dunque lo sviluppo del dramma che vi si trova intralciato.

Dopo le indicazioni somministrate da don Domenico Taffa a monsignor Cocle e da costui al conte di Altamura, e' fu facile scovrire la parte che il P. Piombini aveva avuto nell'affare di Bambina, dell'episcopato di suo fratello, e della sorpresa del complotto rivoluzionario per parte del re. Il tradimento del gesuita divenne evidente: tradimento contro il governo del re, a cui egli aveva celato il segreto; tradimento contro il capo del suo ordine,—se tuttavia quel capo non era un traditore egli stesso,—a cui il segreto era stato egualmente involato; tradimento contro la regola dell'istituzione, oltraggiata dall'amore di quel confessore per la giovinetta. Bisognava precisare quel crimine, denunziarlo al generale dell'ordine e querelarsene. Il re scrisse direttamente una lettera privata al Padre Rothaan.

Quella denunzia sì grave, sì dettagliata, venendo di così alto, portata in quel modo intimo, cadde come una granata sulla testa del generale. Egli conosceva meglio del re lo stato delle cose del regno e dell'Europa, e ne prevedeva le conseguenze. Imperciocchè non vi è rivoluzione presso un popolo cattolico che non si abbatta innanzi tutto sulla Società di Gesù. Per la sola circostanza della situazione politica dell'Europa, al mese di novembre 1847, la colpa del P. Piombini pigliava le proporzioni immense di un delitto di leso-ordine. Il padre Rothaan rispose immediatamente al re, che una soddisfazione terribile gli sarebbe data. E' mandò un agente segreto alla casa di Napoli per istruire.

Il carattere del padre Piombini era di già conosciutissimo sul proposito delle sue tendenze verso le donne. Ma il segreto di Stato nascosto al suo capo e confidato ad una ganza, rivelava un'altra faccia di questa figura: egli simpatizzava per la rivoluzione, vezzeggiava la caduta dei Borboni, l'unità italiana, l'abisso della Società di Gesù, e ne violava le regole fondamentali,—la rivelazione assoluta dell'anima al capo di questa Società. Per il padre Piombini una concubina passava dunque innanzi al generale, al re, agl'interessi del papato, alla sicurezza dell'Austria, alla salute dei principi italiani, all'esistenza della Compagnia di Gesù? L'istruzione del processo del padre Piombini fu condotta con prudenza, segreto e riguardi. Ei non ne seppe nulla, ma ne ebbe il sospetto e non ne fece caso. Ciò prese tempo; però si venne a capo della verità.

Quando il generale fu padrone di tutta codesta verità, egli ordinò qualche misura contro il fratello ribelle, ma sempre con calma, moderazione e saggezza. Il padre Piombini aveva portato all'ordine dei milioni ed era uno dei quattro o cinque membri che ne formavano lo splendore. Al primo avvertimento, cui il padre Piombini ricevè dal rettore di Napoli, egli gettò affatto la maschera e tagliò corto alle pratiche. Scrisse al generale e gli significò la sua intenzione di abbandonare la società e di secolarizzarsi. Questo colpo scosse il padre Rothaan. La secolarizzazione portava seco la restituzione della fortuna che il conte Bonvisi aveva legata all'ordine. Un processo forse. Un immenso rumore nel mondo. Della luce. Uno scandalo spaventevole. Il generale riunì la grande congregazione dell'ordine per avvisare.

E avvisarono.

Infrattanto, la dimanda di secolarizzazione del padre Piombini seguiva il suo corso.

In questo intervallo, Don Diego arrivò a Roma. Il colonnello Colini, che era in comunicazione col marchese di Sora, aveva saputo da costui tutti i dettagli dell'impresa di Bambina. La non partecipazione di Don Diego nel tradimento era stata accertata, e forse si era saputo anche ciò che la libertà e la dignità episcopale del fratello costava alla sorella. Si sentì l'ingiustizia di tramutare in delitto pel prete la pietà santa della giovinetta. Don Diego fu dunque bene accolto dagli esiliati napolitani a Roma,—e fra loro, dal colonnello, da Tiberio, e dal marchese di Tregle.

Pio IX era stato istrutto dal nunzio di tutto ciò che concerneva Don Diego. Egli ebbe per conseguenza un momento la velleità di opporsi all'unzione del vescovo. Le osservazioni dell'ambasciatore del re l'addolcirono, forse gli fecero riflettere che non era quello il momento di creare degli ostacoli e delle cattive intelligenze tra il trono e la tiara, tra i principi italiani d'Italia ed il papato. Il re aveva impegnata la sua parola: Don Diego doveva essere vescovo ad ogni costo, salvo a corregger poscia l'errore della ragione di Stato con la severità della giustizia. Il papa conobbe egli l'intero pensiero del re? Vi è luogo di crederlo. Vi è luogo a dubitarne. Ad ogni modo, Pio IX non volle ricevere Don Diego, e la consacrazione fu compiuta dal cardinal vicario o dal decano…. Don Diego non se ne informò neppure.

Don Diego non si preoccupò nemmeno del contegno di Pio IX. Egli aveva contribuito la sua buona parte alla creazione di questo idolo,—il Pio IX rivoluzionario che riscaldò l'immaginazione della democrazia europea nel 1847. Egli conosceva dunque il valore intrinseco del poticke del papato liberale. Si fermò qualche settimana a Roma per visitare le antichità, i musei, le chiese,—dal punto di vista dell'arte,—e s'intrattenne con i numerosi liberali accorsi a Roma da tutti i punti d'Italia e quivi riuniti, chi per adorar ficuli truncus, chi per metterlo a partito, chi per studiarlo, ed altri—gli esiliati—per scandagliarlo. Don Diego vide allora ciò che gl'italiani non han compreso di poi che Roma in quei dì era la loro necropoli e non la loro capitale; che non vi erano più romani ma sudditi del papa, salvo qualche eccezione, e che quella città non potrebbe aver vita, se pur vivesse, che mediante la trasfusione del sangue delle altre città italiane.

Le nuove della salute di Bambina lo rassicuravano; prolungò il suo soggiorno. Egli non vestì la sottana cremisina episcopale onde essere più libero. Vide moltissime persone. Parlò con franchezza; ed avvegnachè spiato, e lo sapesse, non si celò. Egli aveva compreso immediatamente, trovandosi in contatto con la genia curiale romana ch'egli era arrivato a porto, che aveva attinto l'apice a cui potesse sperare, e che qualunque fosse la tesa delle sue ali, eragli interdetto d'innalzarsi più su. Egli era radicalmente incompatibile col mondo romano vaticanesco. Si sentì allora umiliato di aver covato tanta ambizione, d'averla per sì lungo tempo carezzata, per così poco. Egli si ricordava, arrossendo, la notte fantastica che aveva passata quando Bambina gli disse: Tu sei vescovo! povera diletta! promettere il cielo ed ottenere in iscambio uno steccadenti! Fortunatamente che….

Egli ruminava codesto, contemplando in S. Pietro la statua di Giove umiliata a rappresentare il principe degli apostoli. Il rumore di due grucce risuonando sulle lastre di marmo della chiesa gli fece volger la testa. Riconobbe il colonnello Colini, in compagnia di don Gabriele, l'ex-attore dei pupazzi e di un gesuita francese chiamato il P. Buzelin. Parlarono di arte, di religione, di politica. Don Diego sembrava ritenuto dalla presenza di quel gesuita, amico del colonnello, ma cui egli non conosceva. Non dissimulò pertanto il suo giudizio sulla basilica di san Pietro. Egli trovava che il berretto di Michelangelo era troppo grande per covrire il papato per la grazia dei re, quale era escito dal congresso di Vienna,—una Chiesa cattolica sotto la protezione e la sorveglianza della polizia e della gendarmeria dell'Austria. Sembra un vaneggiamento! L'Austria del 1847 fu poscia surrogata dalla Francia. E questa nazione tiene oggi nel mondo morale il posto della Spagna e dei principi italiani di quell'epoca! C'è da ghignare al muso del progresso. A quel tempo, malgrado ciò, non si parlava ancora della Francia. Berryer non aveva ancora strappato dalle canne di Rouher il famoso jamais! che fece palpitar di gioia il cuore cosmopolita della mogliera del vincitore nobilissimo di Solferino. Thiers non aveva ancora dichiarata la guerra in petto all'Italia, recitando innanzi allo specchio la parte di un Goffredo del papato. Don Diego trovava altresì che san Pietro era troppo grande, per ripercuotere per fino gli echi di una assemblea nazionale italiana. Di maniera che quel monumento sorpassava le proporzioni del suo destino presente e futuro.

—Ah! soggiunse poscia il vescovo di Satana, ah! se la Chiesa cattolica divenisse un giorno la chiesa democratica, senza papa ma con dei concili periodici, voce di libertà, elemento di civiltà, forza del progresso, andando di pari passo con la scienza, armonizzando i suoi dogmi con la ragion pura, rigettando tutta la scoria ridicola dei passati secoli, una chiesa cristiana filosofica, insomma non più la Chiesa romana…. oh! allora S. Pietro sarebbe un tempio degno del Dio qualunque che vi si adorerebbe.

—Avete ragione, sclamò il P. Buzelin. Ma ciò non sarà mai. Il trono uccide l'altare, e l'altare rovescia il trono: ecco la legge dell'avvenire. I re che mangiano del papa, come della santa ostia, muoiono arrabbiati; ed i papi che maledicono alla resurrezione dei popoli, al soffio del libero pensiero, crepano idrofobi.

—Tanto meglio allora, gridò Don Diego, perocchè vi è una cosa che mai non muore: il popolo il quale sarà sbarazzato da queste due barriere, Gregorio VII e Carlo Magno….

Si lasciarono. La polizia romana, che sorvegliava tutti i passi di Don Diego, riferiva al ministro di S. M. siciliana i sentimenti sovversivi ed i gusti poco ortodossi del neo-vescovo. Il ministro fece significargli ch'egli avesse a partir di Roma il più presto possibile, poichè la diocesi reclamava la sua presenza. Se Don Diego non avesse contratto dei debiti col canonico Pappasugna, se avesse avuto un po' di fortuna per vivere indipendente, se a Roma stato vi fosse un posto per lui, egli avrebbe certo chiamato Bambina e Concettella appo di sè e non sarebbe più tornato a Napoli. Ma i suoi impegni, la sua povertà lo spronavano. Bisognò decidersi a partire. Ne fissò dunque il giorno e dimandò un'udienza al papa.

Pio IX non potè dispensarsi dal riceverlo, senza gettare della sconsiderazione sopra sè stesso, sconsiderando il vescovo appena consacrato in nome suo. Ma, d'altra banda, volendo evitare lo scandalo, lo ricevè la sera, in privato, a tu per tu. Pio IX, a volta sua, era curioso d'intrattenersi con un vescovo mazziniano, come egli diceva, nominato da un re che gli portava il broncio.

L'aspettativa del papa fu ingannata.

Don Diego si mostrò rispettoso per quel papa-travicello, diceva egli, e severamente discreto. Imperocchè, a certe altezze, l'aria è talmente rarificata che la percezione dei suoni si perde. Ai rimproveri di Pio IX, egli oppose il silenzio. Pio IX non avrebbe compreso la sua giustificazione. Perchè, partigiano della consustanzialità come un papa deve essere, egli non avrebbe ammesso giammai che Don Diego fosse uomo e vescovo nel tempo stesso, ch'egli potesse lasciare libero giuoco ai congegni individuali e compiere le funzioni episcopali con la dignità e la severità cui il rispetto di sè stesso gl'imponeva. Questa dualità nel prete, riconosciuta dai protestanti, respinta dai cattolici, è inerente alla natura umana, e salverà forse il cattolicismo, il giorno in cui essa non sarà più contestata. Don Diego si restrinse a dire partendo:

—Santo Padre, io farò il mio dovere, secondo Gesù Cristo.

La partenza doveva aver luogo il dì seguente. A quell'epoca si viaggiava per la diligenza che faceva il servizio della posta due volte per settimana. Per non compromettere il vescovo in faccia alla corte napolitana, nè il barone di Sanza, nè il colonnello Colini, nè il marchese di Tregle andarono a dirgli addio all'uffizio della diligenza. Gli mandarono i loro complimenti per mezzo di don Gabriele, il quale, avendo accompagnato il marchese di Tregle in qualità di cameriere o d'intendente, aveva ottenuto il permesso di ritornare a Napoli.

Don Gabriele aveva la nostalgia dei suoi pupazzi. Egli aveva provato di far gustare ai romani il suo teatrino ambulante che dava il farnetico ai napoletani, ma non aveva avuto alcun successo. Aveva quindi preso Roma in uggia.

Si caricavano già i bagagli sulle vetture, i viaggiatori erano già riuniti, quando il P. Buzelin arrivò. Egli cercava degli occhi Don Diego. Lo scorse in fatti, ma favellando col segretario dell'ambasciata di Napoli. Ebbe un movimento di viva contrarietà. Don Gabriele che gironzava intorno alle carrozze, sorvegliando il carico del bagaglio del vescovo, riconobbe il gesuita, cui aveva sovente visto in compagnia dei suoi amici. Si avvicinò dunque e gli dimandò:

—Padre riverendissimo, avete bisogno di qualche cosa da Napoli?

—Che? partite anche voi?

—Ah! per bacco, sì! sclamò don Gabriele, e cominciò a zufolare il ritornello di una canzone napolitana in voga: «Napole bello mio!»….

Il gesuita restò pensieroso un momento, poi riprese:

—Vorreste rendermi un servigio?

—Due, tre, e tutta la mezza dozzina, se posso farvi piacere.

—Ascoltate. Io ho una lettera da mandare ad uno dei miei amici del Gesù Nuovo. Non voglio confidarla alla posta. Vorreste voi incaricarvene?

—Datela qui.

—Ma il servizio ch'io vi chiedo è questo qui. Appena metterete il piede sul lastrico di Napoli, voi non andrete a casa vostra, fosse pur vostra moglie, vostra figlia, o vostra madre che vi aspettino. Prenderete una vettura e vi renderete immediatamente alla chiesa del Gesù. Se il padre Piombini è al suo confessionale, voi vi avvicinerete senz'altro a lui e gli darete la lettera dicendogli: «Leggete all'istante, più presto che all'istante!» Se la chiesa è chiusa, andrete al parlatorio e lo farete chiamare dicendo che voi vi nomate Marco Savelli. Egli verrà immediatamente, e voi gli rimetterete la lettera.

—Io compirò punto per punto il vostro desiderio.

—Me lo promettete voi?

—Voi potete contare su di me come su i vostri amici, il colonnello ed il marchese.

Il gesuita si tacque un momento e riflettè se doveva o no soggiungere altra cosa, poi sclamò, gettando un profondo sospiro e dando la lettera:

—È quistione di vita o di morte. Compite esattamente le mie istruzioni.

—Voi stesso non fareste nè meglio nè più presto, rispose don
Gabriele.

Si fece l'appello dei viaggiatori. Don Gabriele si arrampicò all'imperiale; il P. Buzelin restò immobile a guardarlo. La vettura si mise in moto. Il gesuita fece un segno a don Gabriele come per dirgli: «Ricordatevene: quistione di vita o di morte!»

Don Gabriele rispose al segno e scomparve.

XXV.

L'appuntamento della mezzanotte.

Il P. Piombini sentiva qualche cosa di fatale pesare sul suo capo.

L'atteggiamento dei suoi superiori e dei suoi confratelli non era punto cangiato in apparenza. Non gli avevano fatto alcun rimprovero. Gli profferivano gli stessi riguardi. Gli si lasciava la stessa libertà. Esercitava le medesime funzioni. Solamente il rettore lo aveva avvertito che la sua condotta era stata segnalata a Roma ed aveva provocato dei reclami. Bisognava quindi circondarsi delle più grandi precauzioni, ritenersi un cotal poco.

Il P. Piombini aveva accolto l'avvertimento con umiltà; aveva risposto che la sua coscienza non provava alcun rimorso, ed aveva formulato la dimanda di uscire dall'ordine, poichè aveva perduto la confidenza e la stima dei suoi superiori.

La calma si ristabilì; ma l'emanazione magnetica delle anime che lo circondavano agiva su di lui e lo penetrava. Un nugoleto nero si abbassava poco a poco, si addensava, si restringeva e lo rinchiudeva in qualche cosa di cieco e senza uscita che gli tagliava il respiro. Egli conosceva la storia segreta della Società. Egli ne conosceva le regole, la procedura, il codice, i mezzi di profferire e di eseguire le sentenze. Egli sapeva che la sua posizione si aggravava a causa della grossa fortuna portata in dote alla compagnia, per ordine del duca di Modena.

Egli sospettava dunque tutto, spiava e studiava tutti gli sguardi, ascoltava tutte le parole bisbigliate, osservava tutti i passi e tutto ciò che lo circondava, dormiva poco, si svegliava a sobbalzo al minimo rumore, mangiava e beveva tremando, parlava di raro, fuggiva il consorzio dei suoi confratelli ed accelerava la sua messa in libertà—la secolarizzazione.

Questo stato di spirito, questa situazione minaccevole, la malattia di Bambina, avevano prodotto una certa diversione al compimento delle gioie del Padre Piombini, ma tutto ciò non aveva di guisa alcuna diminuito il suo amore. Al contrario, questo amore ingrandiva in ragion diretta dello sforzo, del pericolo, delle difficoltà, dei ritegni, dell'aggiornamento, ed avendo cominciato da un semplice appetito dei sensi aveva finito con l'estasi dell'anima.

Il ritorno alla salute di Bambina, la risposta del P. Rothaan che la secolarizzazione sarebbe accordata se il socio persisteva a dimandarla dopo più matura riflessione, avevano precipitata la crisi. Il P. Piombini aveva reiterata la dimanda di lasciar la Compagnia di Gesù, senza fare la minima allusione alla sua fortuna, onde scartare gli ostacoli e le lungaggini, ed era uscito due volte per andare a vedere Bambina.

Quest'ultima circostanza era stata comunicata per corriere espresso a Roma, ed il P. Rothaan aveva consultato il consiglio dell'ordine, se bisognasse per sopire lo scandalo, prevenire il male, evitare un danno alla Società, e, ad majorem Dei gloriam e per l'onore della chiesa, lanciare il fulmine sul capo della maliarda.

La maggioranza del Consiglio aveva opinato, con aggiustatezza, che la morte della giovinetta aumenterebbe ed aggraverebbe il parossismo; che l'amore non muore che di pletora e di sazietà; che, Bambina morta, il P. Piombini odierebbe la Società la quale l'aveva uccisa e cercherebbe farle il massimo male; che il delitto poteva essere provato…. insomma, prevalse l'avviso che bisognava lasciare in vita la ragazza ed il P. Piombini libero, onde guarisse il suo amore con l'amore, salvo a….

Quel salvo a, restato in bianco nella decisione del Consiglio, era la fatalità di due vite.

La partenza di Don Diego, il dolore di Concettella,—divenuta tetra e funebre, sapendo qual sorte si librasse sul capo del suo amante,—immersero Bambina nella solitudine. Le visite del P. Piombini non l'avevano sollevata. Il gesuita aveva svegliato in lei la donna, egli le aveva fatto intravedere dei pianeti incogniti nell'infinito dell'amore, ma non l'aveva sedotta. Bambina sarebbe stata felice di averlo per amico; come amante, lo abborriva.

All'età di Bambina, nello stato verginale del suo corpo, nell'ignoranza dei misteri del piacere, l'amore è ancora un fiore ed un incanto dell'immaginazione. Gli è più tardi ch'esso sconvolge il cuore ed i sensi. Bambina non poteva dunque concepire l'amore sotto la forma, sotto le vesti di un gesuita. D'altronde non aveva essa carezzato il fantasima, sotto l'immagine del barone di Sanza, bello ed elegante giovanotto? Il gesuita non possedeva la lingua immaginosa della passione falsa o superficiale. Il suo amore profondo e vero lo rendeva laconico. Un uomo che ama sinceramente, potentemente, non trova altra cosa a dire che: Io ti amo! Un amore gassoso si spande in frasi, tropi, immagini, eccessi, si inebbria non potendo identificarsi.

Ma il P. Piombini portava in lui una significazione terribile: era una scadenza! La sua presenza ricordava a Bambina il motto spaventevole che aveva pronunziato: La vostra anima per il mio onore! Il gesuita le aveva abbandonato l'anima. Bambina non ignorava ch'egli aveva compromesso ancora più: la sua vita, la sua considerazione, il suo dovere, e che correva formidabili pericoli. Ed ella? aveva ella tenuto la sua promessa? Il delitto, il male, hanno anch'essi il loro onore. Ella mancava all'onore ingannando quell'uomo, che avrebbe potuto esigere un pagamento anticipato,—ed ella avrebbe pagato,—e se n'era rimesso alla lealtà di lei. Abusarne non era dunque infame? Ella aveva presentato la sua mano all'addentellato, la macchina l'aveva acciuffata; era mestieri passarci tutta intera.

Ecco ciò che ruminava Bambina nella sua scura cameretta e sul suo letto della febbre, non osando confidarsi ad alcuno per alleviare il suo cervello oppresso ed irritato, non mangiando, non dormendo che con l'aiuto di una pillola di morfina, cui Concettella andava a cercarle ogni sera. Giammai creatura umana non sospirò tanto la morte per affrancarsi. La morte era una soluzione.

La sua innocenza le celava la gravità della profanazione materiale della sua persona. Ella non scorgeva nel pagamento del suo debito che un'idea vaga, indefinita, incommensurabile pertanto: la deflorazione morale dell'anima! Ciò aggravava la sua catastrofe e la spingeva alla disperazione.

Bambina infine era guarita. Si era alzata. Lo si crederebbe? La prima volta che uscì andò ad inginocchiarsi al confessionale del P. Piombini.

Ella non trovò nulla a dirgli; e non fu anzi che ascoltando la voce profondamente commossa del gesuita, il quale le domandava conto di sua salute, ch'ella si avvide ove fosse. Tremò e pianse. Il P. Piombini non le fece la minima allusione al suo amore. Bambina si limitò a ringraziarlo. Di che? Perchè? Eccoli alla quistione. Il gesuita ringuainò la sua logica e le disse per addio:

—Figliuola mia, attendo oggi o domani il risultato di una pratica gravissima che ho fatto. Domani sera, a mezzanotte, verrò a parteciparvelo. Ciò ci riguarda.

—A mezzanotte! sclamò Bambina. Ma Concettella è là.

—Che importa? rispose il gesuita. Quando si spianano delle montagne,—ed è questo ch'io sto facendo,—non si guardano i piccoli mucchi di terra che le talpe innalzano in un giardino.

—Ma che avete voi a dirmi!

—Nulla, in questo momento; perocchè io non sono sicuro di nulla.
Forse una notizia inebbriante domani a sera. Verrò.

E senza aspettare altra risposta dalla giovinetta, il P. Piombini chiuse lo sportellino del graticcio ove era Bambina ed aprì quello del graticcio opposto per udire un'altra confessione.

Le ore che seguirono, fino alla mezzanotte del dì seguente, furono spasmodiche per la giovinetta e pel gesuita,—per la giovinetta sopra tutto. Ella si credeva intimato il pagamento del suo debito. Il momento di confidarsi a Concettella era arrivato.

Bambina raccontò tutto alla concubina di suo fratello, piangendo, desolandosi. Concettella pianse con lei e provò di consolarla. Che poteva ella? indorò il malanno e, per pietà, glielo presentò sotto un aspetto cui Bambina non aveva neppure sospettato. Concettella non riuscì ad ammaliare lo spavento di Bambina, ma ne scongiurò gli spettri fantastici.

—Tutte le donne passano per codeste prove, disse Concettella. Fra mille, non vi è forse che una sola giovinetta che si dia; le altre tutte subiscono la violenza della sorte sotto il nome di marito punto amato o di amante che le circostanze c'impongono. Lo scioglimento del dramma o dell'idillio dell'amore si fa sempre nelle lagrime che colano o che si bevono, raramente sboccia nella gioia. Poi segue la rassegnazione, celando il male, e si spera la liberazione, l'amore-amato, l'amore-amante.

—Giammai, gridò Bambina.

—Che volete che io vi dica, allora? sclamò Concettella. Io vi racconto la mia storia e quella di qualche persona che ho conosciuto. Io sono una ignorante. Vi sono forse delle scappatoie più accettabili e più gradevoli. Non lo ricevete dunque.

—Lo posso io? gridò Bambina con accento lacerante. Non sono io impegnata?

—Allora, ascoltate le sue proposizioni e aggiornate, aggiornate…. chi sa? Bisogna credere ai miracoli poichè la nostra santa madre, la Chiesa, ci crede. Volete voi che io gli parli, a questo innamorato frettoloso?

—No. Non inganni ignobili. Gli parlerò io. Io sarò sola con lui. Io non posso sperare qualche cosa che dalla sua generosità. Se naufrago…. ebbene, io so, dal primo giorno in cui mi promisi, come affrancarmi con una forza maggiore da una forza maggiore. E' mi vuole? egli m'avrà…. se l'osa.

—Ah! se vostro fratello fosse qui….

—Mio fratello? egli è vescovo. È meglio poi che egli sia a Roma che qui. Io vorrei pertanto vederlo ancora una volta!….

Ella ruppe in un dirotto pianto ed andò a rinchiudersi nella sua cameretta.

Bambina non era pia, tuttavia ella pregò, ella sperò.

La notte venne. L'orologio della chiesa vicina cominciò a snocciolare le ore. Ogni colpo di martello batteva al cuore della povera creatura e lo piagava. Infine, mezzanotte suonò pure. Al punto stesso, l'appartamento risuonò di un tocco discreto del campanello.

—Eccolo! gridò Bambina, balzando dal seggiolone, come se fosse stata toccata da un ferro rovente.

—Eccolo! ripetè Concettella. Che bisogna dunque fare?

Bambina riflettè un istante, poi ordinò a Concettella:

—Entra nella mia camera e tienti svegliata. Se grido, accorri.

Concettella si rinchiuse nella stanza di Bambina e questa andò ad aprire.

Era infatti il padre Piombini vestito da laico.

Se egli non avesse detto con una voce penetrantissima: Grazie! oh grazie! Bambina non lo avrebbe riconosciuto. Sembrava bello e giovane. Egli prese la mano madida della giovinetta e la sentì tremare. Egli appoggiò le sue labbra sulla fronte di lei, e la sentì fremere. Bambina lo condusse nel salotto cui aveva illuminato meglio del solito. Il lume raddoppiava il prestigio meraviglioso della sua bellezza. Ella fece sedere il gesuita sul canapè e restò in piedi. Si guardavano entrambi stupefatti. Bambina vedendo il conte Bonvisi, ed il padre Piombini vedendo la donna sotto il riflesso magico che le dà quasi dell'ideale, la luce delle fiaccole. Infine, il gesuita gridò con tuono precipitato, quasi avesse avuto fretta di annunziare le sue belle nuove:

—Figliuola cara, io sono felice. I miei negoziati sono riesciti. Un naviglio da guerra americano è giunto in rada stamane. Uno dei miei penitenti mi aveva di già ottenuto dal ministro americano un ordine d'imbarco. La pratica è stata condotta col più grande segreto, al confessionale, per istornare l'osservazione de' miei confratelli. Il ministro americano mi aspetta in casa sua…. che dico? ci aspetta, dimani sera…. nella notte di domani. La sua carrozza sarà nella strada S. Sebastiano, alla mia porta, ai miei ordini. La sua vettura è inviolabile ed il segretario dell'ambasciata vi si terrà dentro. Costui è pure ai miei ordini. Io uscirò dal Gesù Nuovo alle undici e verrò qui alla porta. Io voglio essere qualche ora con te, essere tutto a te, averti tutta a me…. Poi ti presenterò al ministro americano come mia moglie. Io abiuro. Io mi fo protestante. Ci mariteremo innanzi al console americano. Partiremo per l'America sul naviglio da guerra che è nel porto. Rinnovelleremo il nostro matrimonio solennemente a New York. Ecco ciò che ho potuto fare. Vostro fratello è istrutto delle mie pratiche. Io non ho che questo a dirvi.

Vi era nell'accento del padre Piombini qualche cosa di così penetrante, di così toccante, che Bambina non trovò nulla a rispondere. Ella vedeva quell'uomo sotto una luce nuova, al fisico come al morale. Il gesuita non esisteva più che quasi come una memoria benefattrice. L'ammirazione, il rispetto, la riconoscenza, un fascio di sentimenti femminini nuovi, qualche cosa di incognito e d'indefinito che circolava nelle sue vene ed ossidava il suo sangue, un'aureola iridata e vagabonda che solcava il suo guardo interiore, paralizzavano la sua lingua, precipitandovi motti incoerenti e tumultuosi. Il gesuita interpretò quel silenzio in cattiva parte. Credette comprendere che ciò che aveva fatto non bastasse per la giovinetta e soggiunse:

—Nel mondo, io era un giorno il conte Bonvisi. Se ciò vi sorride meglio che il pastor protestante, noi possiamo fermarci in Inghilterra. Io reclamerò la mia fortuna. Lasciando la Società, la mia fortuna considerevolissima mi ritorna, io farei qualche sacrificio per evitare un litigio. Il padre Rothaan è savio. Egli preferirà conservare alla Società cinque o seicentomila franchi e restituirmi il resto, facendomi passare come partito per la missione della Cina o del Giappone,—là donde non si ritorna mai o si ritorna carcame di martire. Egli sa che può fidarsi di me. È uomo da comprendere una passione. Nondimeno, se l'avidità lo accieca…. ebbene, tanto peggio; lo scandalo ricada sulla Società. Al postutto, io ho ragione.

Bambina taceva sempre ed ascoltava. Il Padre Piombini continuò:

—Voi trovate forse che io non ho fatto abbastanza per voi. Piaccia a
Dio non troviate un giorno che ho troppo fatto.

—Come ciò? sclamò Bambina provando come una scossa al cuore.

—Ebbene, sì, che m'importa alla fine quantunque ei si facciano, purchè io mi abbia una settimana, un giorno, un'ora di amore, che io mi sia felice ancora una volta nella vita mia, che io vi lasci felice e ricca? Io vi porterò domani una donazione di tutti i miei beni per assicurare, ad ogni evento, il vostro avvenire. Io li conosco. E' non mi lasceranno godere di ciò che essi addimandano il mio tradimento. I miei giorni sono contati. Ma io non me ne curo. Dovunque noi andremo, ci scopriranno e ci acciufferanno. Io non ho paura che per te. Consentiranno essi che tu viva, sapendoti mia erede? In America, in Inghilterra, in Francia, ai poli, nel fondo delle miniere dell'Altoi…. essi saranno dietro a noi. Il loro braccio è lungo, essi raggiungono tutti, dovunque, infallibilmente. Non sono stato io loro istrumento nell'affare del marchese Mascara? cinque persone di una medesima famiglia sterminate in meno di sei settimane per appropriarsene l'eredità, e la giustizia restò immobile e cieca! Ma io sono rassegnato anzi tratto. Io ti amo. Averti a me, non fosse che per un giorno, e poi morire guardandoti, stringendoti sul mio cuore, santificato dall'alito tuo che sarà come l'aura delle ali degli angeli. Dio mio! se io potessi ascoltar la tua voce che mi dicesse: io ti amo! se io potessi sentir le tue labbra sorbire l'anima mia con l'ultimo mio sospiro!

—E voi avete affrontati simili pericoli per amor mio? mormorò Bambina, quasi parlasse a sè stessa, con voce sommessa e lenta. Voi correte di codesti rischi per amarmi? Ed io che mi credeva eroica!

—Bambina, non farmi soggiungere parole che all'età mia, nella mia persona, nella bocca di un uomo non amato sembrerebbero vaneggiamenti, e che turberebbero la tua anima, se tu mi amassi. Ordina ciò che debbo fare per piacerti. Esprimimi il desiderio più esorbitante cui un altro uomo potesse soddisfare,—fosse anche il re, fosse, più ancora, il generale dei gesuiti…. sarà esaudito: e deduci da ciò la grandezza, e l'immensità dell'amor mio. Il sacrifizio della mia vita non è il sacrificio più grande ch'io ti fo. Tu mi hai dimandata la mia anima? io te l'ho prostrata sotto i piedi. Non sono io apostata? vale a dire, non ho io mancato alla mia parola di prete, al mio onore di gentiluomo! Io non metto in conto la religione cattolica: io ne ho un'altra. Mi forzarono ad entrare nell'ordine, ed io mi ebbi la vigliaccheria di preferire la vita ad una menzogna. Ma la mia lealtà di uomo, la mia parola di gentiluomo sono ora maculate. Io ho tradito la loro confidenza. Ebbene, credi tu, figliuola mia, che il sacrifizio del tuo onore, quando anche me lo avessi tu fatto, sarebbe stato più grande del mio?

—Oh! no, no, gridò Bambina esaltata. Prendimi: eccomi a te.

—Che? sclamò il gesuita, levandosi di soprassalto poi ricadendo. Oh! no: non slanci di entusiasmo. Io non mi vanto di quello che ho potuto fare. La sola gioia della mia vita è di avere avuto qualche sacrifizio a metterti ai piedi. Come ho io riposato tranquillo di poi! come mi sono sentito alleviato! come mi sono trovato autorizzato a dimandarti qualche cosa,—un tesoro, un mondo! l'amore. L'amore? io ne conosco il prezzo. Tu saprai un giorno ciò ch'esso mi ha costato in giovinezza, quando io era uomo del mondo. Fregare il mio zamberluccaccio di frate alla veste serafica della tua verginità…. oh Bambina! io sono il niente.

—Io vi attendo domani sera, susurrò Bambina: voi mi troverete alla vostra altezza.

—Diletta figliuola, diletta figliuola, gridò il gesuita cadendo ai ginocchi della giovinetta e baciandole le mani, le vesti, i piedi: non mi dare il delirio. Che? tu mi amerai un giorno? Che? la mia lugubre sottana non ti ripugna e spaventa? Che? tu consenti a dividere la mia esistenza, la mia gioia, i miei pericoli, le mie speranze? Che! tu vuoi identificarti con me? essere a me tutta intera, senza riserbi, senza apprensioni, senza ritardo, spontanea, del tuo cuore? Oh, mio Dio! grazia. Lasciami vivere un giorno solo nelle sue braccia, e poi disponi del mio corpo e dell'anima mia!

Bambina lo rialzò. Egli l'attirò sulle sue ginocchia e la coperse di baci, diventando fanciullo, sciogliendone le treccie, esaminando le mani di lei, e gli occhi, volgendo il di lei viso per lambirne l'espressione varia secondo i riflessi della luce, chiudendone la vita fra le sue quattro dita, palpando la finitezza dei capelli, sorbendo la soavità dell'alito, l'armonia del profilo, l'attonita, profonda, immensa, limpida espressione dello sguardo, e sclamando ancora:

—Bella, bella, divinamente bella!… E tutti quei tesori sono miei, non è vero, Bambina? a me, a me solo, a me il primo? Il tuo cuore mi ha dunque compreso? esso ti ha dunque parlato? tu non ami più quel meschinello di barone che ti squadrava dall'alto del suo empireo del quarto piano? Domani sera…. no, io verrò alle undici, se posso. Passeranno desse queste ore di agonia? Come sei bella! diletta figliuola; oh! come io ti amo, ti amo, ti amo a morirne. Non lo senti tu che io ti amo? Ma tutti, tutti hanno ciò letto sulla mia fronte, negli occhi miei: è una corona di fiamme.

—Ditemi che non correte alcun periglio; ho bisogno di averne la certezza. Sarei dunque io che vi ucciderei, se coloro vi assassinassero, sarei io? sarebbe a causa di me…. di'?

—Non pensare più a ciò, fanciulla diletta. Io l'ho obliato. Ove tu sei. Dio è, ed io non veggo neppure la mano della morte. Che m'importa di essi oggimai? Che mi pugnalino, che mi avvelenino, che mi strangolino…. cosa è codesto? che mi fa ciò, se io ti ho sentito nelle mie braccia come ti sento ora, se io ho baciato i tuoi occhi, le tue guance, le tue labbra? Morirei mio Dio! ma e' sarà la gioia che mi ucciderà, non coloro.

—Ma insomma, insistè Bambina, preoccupata, non accorgendosi neppure che il suo amante la divorava di baci,—ma insomma, senza me, senza questo amore, voi non correreste alcun rischio? Me sparita, vi lasceranno essi vivere?

—Diletta, diletta figliuola, non pensare più a codesto. Non te l'ho io detto? Essi sono impotenti a colpirmi al cuore se io ti avrò avuta un sol giorno, uno solo, che io avrei passato tenendoti sul mio petto. Ebbene, sì. E' mi assassineranno per conservare la mia fortuna. Ma se io la lascio loro? Saranno forse soddisfatti. Ma che mi uccidano pure: io ti amo, e morrò vicino a te. Io avrò goduto le feste divine del cielo. Il paradiso è amore.

Bambina appoggiò il suo capo sulla spalla del conte Bonvisi e gli bisbigliò all'orecchio:

—Ti aspetto domani.

Il padre Piombini se la strinse sul cuore e sentì le labbra di Bambina palpitar sotto le sue. E' si levò subitamente: la vertigine lo guadagnava.

Un quarto d'ora dopo e' partiva, e Bambina restò immersa nei sogni. Poi, tutto a un tratto, ella si alzò e corse nella sua camera ove Concettella si era addormentata. Bambina la mandò a coricarsi e frugò nei tiratoi del suo stipo donde cavò fuori una scatoletta cui aprì. La scatoletta conteneva una quindicina di pillole di morfina, cui ella aveva fatto comprare per darsi ogni sera un poco di sonno e cui aveva conservate. La scatoletta scomparve nella sua tasca.

Bambina si coricò e dormì.

Ella aveva preso una risoluzione.

Bambina passò la mattina del dì seguente a scrivere a lady Keith, al principe di Schwartzemberg ed a suo fratello. Era quel giorno appunto che la diligenza di Roma arrivava a Napoli ed in cui Don Diego sarebbe giunto se non si fosse fermato a S. Germano per visitare il famoso monastero di Monte Cassino. La lettera a suo fratello era la più corta. Essa spiegava in una parola la crisi che si era operata nel cuore della fanciulla e la di lei grandezza d'animo.

«Caro fratello, diceva quella lettera, Concettella ti dirà tutto ciò che è occorso. Io ho amato, in un secondo; io ho amato per qualche ora. Mi sono data a lui con estasi. Ho voluto renderlo beato; conoscere io stessa l'amore. Ma come, me vivente, i gesuiti lo avrebbero ucciso, io ho cessato di vivere, affinchè lo lascino vivere e gli perdonino. Io non potevo fare meno per lui che per te: a te l'onore, a lui la vita. A dio! in dio!»

La giornata scorse nella massima calma. Bambina mangiò, rise, scherzò, confessò il suo amore pel gesuita a Concettella, parlò di lui, fu sfrontata di curiosità femminile da far arrossire Concettella. Ella voleva piacere, dare in due ore tutto ciò che l'amore può dare in dieci anni, godere, ubbriacare, inebbriarsi ella stessa di quell'incognita che addimandisi voluttà, morire nella febbre, nel delirio nella follia.

La notte giunse. Bambina sollecitava le ore coll'ansietà.

Dalle dieci, si mise alla finestra per vedere arrivare la vettura che lo conduceva a lei. Tutto l'appartamento era vivamente illuminato, ornato di guastade di fiori. Ella si era vestita il meglio che aveva potuto e saputo, quasi che il fiore splendidissimo ed effimero del cactus grandifloris avesse avuto bisogno dei cenci di una cucitrice. Si scollacciò senza modestia, si profumò. Voleva tutto offrire, tutto mostrare, tutto dare, senza riserbo. Non si apparteneva più. E non sapeva tenersi cheta.

Alle undici, come il conte Bonvisi aveva detto che sarebbe forse giunto a quell'ora, Bambina si pose alla finestra, ed una fiamma le salì dai piedi alla testa, le scese dalla testa ai piedi. Il desiderio dell'infinito illuminava la sua serafica bellezza. Alle undici e mezzo il vico era deserto, il silenzio dovunque, i passanti rarissimi nella strada di Forcella, all'estremo dell'angiporto. I dodici colpi di mezzanotte vibrarono. Allora Bambina rientrò e chiuse la finestra. Ella mandò Concettella a coricarsi e ritornò nel salone. Un rumore lontano, una vettura che passava nella strada di Forcella, arrivò a lei. Bambina saltò in piedi, cavò fuori la scatola della sua tasca ed inghiottì una dopo l'altra le quindici o sedici pillole di morfina che conteneva. Ella respirò alla fine.

—Ho quattro o cinque ore di vita a dargli, mormorò essa—poco esperta in tossicologia—tutto a lui, tutto, tutto, tutto. Dio, mio Signore, non turbare la mia gioia con le torture della morte.

Ella si assise, tese l'orecchio ed…. aspettò.

Il Padre Piombini non venne.

XXVI.

Peste sia degli artisti!

Don Gabriele era arrivato alle dieci del mattino, quel giorno stesso che doveva terminare in modo così lugubre per Bambina. La diligenza aveva anzi guadagnato due ore sui suoi arrivi abituali. Mettendo piede sul bel lastricato di Napoli, al Largo del Castello, una cosa colpì l'ex-giocoliere di pupazzi.

Ma, ritorniamo un passo indietro.

Il dottor Bruto, fulminato dalla morte terribile della sua fidanzata nel boudoir della regina Urraca, aveva fatto giuramento di non ammogliarsi. Aveva poi violato quel giuramento per una vecchia di sessant'anni, la marchesa di Tregle. Questa dama, non avendo parenti e sotto il pondo di un confessore gesuita, aveva legato l'immensa sua sostanza ai Reverendi Padri. La morte subita del marchese Mascara ebbe luogo.

Il marchese Mascara, volendo diseredare suo fratello e suo nipote, aveva disposto di una fortuna di cinque milioni di franchi in favore dei gesuiti, ma dopo la morte di sua moglie, molto più giovane di lui e, per conseguenza, avente la probabilità di sopravvivergli. Un mese dopo del testamento, il marchese morì. Tre settimane più tardi, la marchesa lo seguì nel sepolcro. Il fratello del marchese oppugnò il testamento, attaccò la donazione ai gesuiti. In meno di sei settimane, questo fratello, il figlio e la sorella di lui soccombettero¹. Un grido di allarme e di terrore si levò in massa nella società napoletana. Re Ferdinando sopì il rumore, soffiò sul processo, e dette la proprietà dei Mascara ai Reverendi Padri.

¹ Storico, salvo qualche dettaglio che mi è sfuggito di memoria.

Questo esempio terrificò la vecchia marchesa di Tregle. Ella non osò lacerare apertamente il testamento, ma ne distolse il senso. La marchesa soffriva di una malattia disgustosa, di cui il dottor Bruto le aveva alleviate le molestie con molto coraggio e devozione. Si prese di affezione per lui e volle attestargli la sua riconoscenza. Gli propose quindi di sposarla, ma in un modo delicato. Pregò il dottore di fare il giro d'Europa, per tre o quattro anni, lasciando la sua procura al colonnello Colini. Fu dunque il colonnello che sposò la marchesa per procura, mentre il dottor Bruto Zungo, cangiato oggimai in Tiberio,—Bruto era troppo rivoluzionario per un marchese di Tregle,—gustava le delizie del matrimonio nelle braccia di una lorette a Parigi.

La marchesa aveva investito Bruto di tutta la sua sostanza per irrevocabile donazione ed era andata a pregare il re di conferirgli e riconoscergli il titolo di marchese di Tregle. Ciò fu fatto. Il nuovo marchese tornò a Napoli dopo la morte della sua protettrice. Il colonnello Colini e don Gabriele, che abitavano di già la casa del dottore, ebbero le loro camere nel palazzo del marchese ed il loro posto alla sua tavola, come l'avevano nel suo cuore¹.

¹ Vedere su questi personaggi due altri racconti dell'autore, o piuttosto due altri episodi di questo racconto, intitolati: Le notti degli Emigrati a Londra. Il Sorbetto della Regina.

Don Gabriele avrebbe potuto bellamente fare a meno di rappresentare le sue farse con i pupi nelle piazze di Napoli e nel teatro di donna Peppa. E' provò. Il primo giorno gli parve esser felice.

Passeggiò per le strade di Napoli, dopo un eccellente asciolvere, le mani dietro il dorso, un bastone accoccato ad un bottone del suo soprabito,—il brigante si era accordato un soprabito color zucca,—andando a zonzo deliziosamente, gettando degli epigrammi ai passanti, dando la baia ai cocchieri di carrozzelle, entrando nei caffè e facendosi servire fuoco, acqua, ed il Giornale ufficiale gratis.

Il secondo giorno ricominciò la storia, ma sbadigliò forte. Il terzo gli prese il ghiribizzo di andarsene in campagna, e trovò che il sole lo importunava, la polvere lo faceva starnutar molto, il canto delle cicale gli dava la nevralgia, il gorgheggiare degli uccelli era un'insipida invenzione del poeti.

Rientrò la sera stanco, malcontento.

Il quarto giorno si disse: ah! se dormissi? che cosa divina un letto comodo! Si coricò dopo la colazione. Le mosche lo tormentarono; le pulci lo irritarono; le zanzare gli dettero terribile rovello. L'incubo si mise della partita. E si disse: eh! e se mi ammogliassi? Come! animale bruto, all'età tua? Sì, rispose egli stesso. Bah! usciamo. Il mondo gli sembrò stolido. Sbadigliò. Cercò per un'ora nelle sue tasche il moccichino che un monello gli aveva portato via delicatamente. Andò allo spettacolo, ove cominciò per irritarsi contro il suggeritore e finì per addormentarsi. Il quinto giorno si sentì malato, fu di pessimo umore, dichiarò che non digeriva più…. Breve, otto giorni dopo il marchese di Tregle avendo pietà di questo artista rientrato in un borghese, gli disse:

—Don Gabriele, i napolitani vogliono lapidarmi perchè io ti ho portato via dalle strade della città cui riempivi di brio e di gaiezza. Va dunque a divertirli un paio d'ore al giorno.

Ciò fu la liberazione per don Gabriele. Il marchese lo tirava dal limbo come un tempo il Cristo ne aveva tirato il re Davide e compagnia. Don Gabriele credeva compromettere l'onore della casa di Tregle continuando a fare l'istrione. Guarì a vista. I napolitani lo rividero con gaudio far dare le batoste al frate dal marito geloso ed allo sbirro da Pulcinella. Don Gabriele però si dette un allievo, quando cominciò a rappresentare una parte politica. Ma quello allievo, ahimè! non aveva la divina scintilla dell'improvvisazione del maestro, i suoi tratti arguti e vivi, le sue risposte scintillanti. Don Gabriele se ne desolò dicendo:

—Mille miserie! l'arte morrà con me!

Egli accompagnò il marchese a Roma, da fedel Servitore, non da esiliato. Provò d'introdurre le marionette a Roma.

Da prima i romani non compresero le arguzie del gergo napolitano,—ciò che desolava don Gabriele non vedendo il suo spirito gustato,—poi la polizia del papa trovò che doveva esser il monaco a bastonare il marito geloso e metterlo alla porta e non il contrario. Smise il teatrino ambulante. Visitò chiese e taverne. Si mise a fare una corte platonica alle trasteverine ed a dare la berta alla gente del ghetto. Nulla valse. La flirtation alle trasteverine gli attirò busse da un canonico di S. Giovanni. La nostalgia dei pupazzi lo riprese. Il marchese ebbe pietà di lui e lo rimandò a Napoli con una scusa.

Ed eccolo di ritorno.

Don Gabriele si era ripetuto lungo tutta la strada:

—La prima cosa che farò sarà di portare la lettera al P. Piombini. Quell'altro ha detto che si trattava di vita o di morte. Caspita! non bisogna mica pigliarla a gabbo e rimetterla al quinto atto. Poi vado a casa, tiro dal soppalco la mia baracca ed i miei piccoli e vado a fare una burla al mio allievo, installandomi al Molo. «Chi è dunque codesto galuppo, dirà egli, che si mischia di far concorrenza all'allievo unico di don Gabriele? voglio proprio vederlo.» Ed io a ridere ed a dargli la berta, richiamare a me i suoi spettatori, e provargli ch'egli è un fiero animale.

Don Gabriele ruminava ancora questo progetto quando, discendendo di diligenza all'angolo della strada S. Giacomo e del Largo del Castello, si trovò faccia a faccia col teatrino del suo allievo che spippolava ad un magro uditorio non so che scipida cantafera. Don Gabriele corse ad udirlo. Fremè, la bile gli arrossò il naso ed i bernoccoli. Assistè all'anelito estremo dell'arte e disperò. Di un tratto; egli salta dietro il casotto in tela, morde la gamba del suo allievo e grida:

—Discendi, brigante, tu non sei neppur degno di essere priore a S.
Maria la Nuova.

Salvatore, l'allievo, gettò un grido, riconoscendo la voce e i modi di don Gabriele, e si precipitò su di lui per abbracciarlo. Don Gabriele lo respinse. Afferrò le marionette, salì sullo sgabello, fece lo zufolo d'uso col suo piccolo fischietto e cominciò ad improvvisare una mattezza a screpolare la pelle dal ridere, sul suo ritorno, sulle sue scene con la polizia romana, su i suoi riboboli in napoletano che i romani avevano capito di traverso, in una parola, un'odissea scompigliata, fantastica, buffa, saltabeccante, libera, che contorse le costole degli spettatori per due ore.

L'estro del vecchio artista faceva esplosione.

Allettato da questo enorme successo, egli corse sul Molo.

Il ritorno di don Gabriele fu un avvenimento. Tutti lo conoscevano. Tutti avevano sentito la sua assenza, tutti lo sospiravano. Il successo fu frenetico. Don Gabriele s'inebbriò. Trottò senza mangiare, senza bere, senza pigliar fiato, al Largo delle Pigne. Gli fecero un'ovazione. Lo avrebbero acclamato presidente della Repubblica, se vi fosse stata ancora una repubblica partenopea. Perchè no? mons. Thiers l'è bene della Reale ed Imperiale Repubblica francese! La sera giunse. Don Gabriele s'installò al teatro di donna Peppa e vi guadagnò il suo Austerlitz. A mezzanotte, egli dava la sua terza rappresentazione della serata. Si sentì sollevato. Trovò sè stesso, perchè i romani avevano cominciato a farlo dubitare di sè. Ed e' fu soltanto allora, ch'egli si accorse di aver fame, sete, sonno. Si pagò una carrozzella e ritornò al palazzo del marchese di Tregle. Spogliandosi per coricarsi, cercando non so che nelle sue tasche, trovò la lettera e si risovvenne che egli non aveva adempita la commissione di cui aveva tolto impegno.

—Animale che sono! gridò don Gabriele dandosi un grande schiaffo. E l'altro che mi aveva raccomandato di portar questa lettera immediatamente! Al postutto, che si possono dire due gesuiti? prega Dio per me, io prego Dio per te, preghiamo Iddio per tutti coloro che ci lasciano la loro fortuna e non ci chieggono nulla della nostra. Andiamo, su! dormiamo adesso. Gli è un ritardo della diligenza, che mo'! un cavallo crepato per via! un postiglione preso da un colpo di apoplessia! un incontro di briganti che so io? Vi è stato malore in viaggio. Io porterò la lettera domani mattina alle nove.

In questo frattempo, il corriere del padre generale Rothaan divorava la via. Egli non era partito il dì seguente, come avea supposto il P. Buzelin, ma due ore dopo la diligenza. Egli prendeva i cambi lasciati da questa. Gli era un piccolo uomo segaligno, giallo, bilioso, che dava doppia mancia per arrivar presto, che non mostrò il suo debile corpo vestito di nero che una sola volta, a Fondi, per trangugiare un paio d'uova e che si impazientava borbottando ma senza parlare. Arrivò a Napoli alle dieci e mezzo e si fermò a Porta Nolana, ove pagò il suo postiglione lasciando la sedia da posta. Salì in seguito in una carrozzella e disse al cocchiere.

—Va.

—Dove?

—Tira sempre dritto innanzi a te.

Alle undici, egli entrava nell'immenso stabilimento del Gesù Nuovo per una porta di cui aveva una chiave,—porta che dava nella retrobottega di un mercante di vino della strada Cisterna dell'Olio, un gesuita in borghese che vendeva il vino della Compagnia.

Il P. Piombini, felice come una fanciulla che ritorna dalla chiesa dopo la benedizione nuziale, confessava: non dubitando di nulla, o piuttosto non vedendo nulla. Il piccolo uomo magro tirò dritto dal P. Pelliccia, che presiedeva la casa di Napoli, e gli presentò il plico del generale. Il P. Pelliccia lesse, o piuttosto spiegò la lettera in cifra e disse:

—Sta bene.

Era mezzodì. Alle 2, il padre Piombini, salì nella sua cellula per rinfrancarsi, e poscia discendere al refettorio per desinare.

I gesuiti si trattano signorilmente:—un'eccellente minestra, quattro piatti, delle leccornie di pasticceria, un copioso e vario dessert, una bottiglia di vino squisito… cucina delicata, pranzo da gentiluomini. Il padre Piombini mangiò con appetito. Tutto era gaio, bello, delizioso per lui: aveva il sole nell'anima. Aspettava le 10 della sera. Aspettava…

Don Gabriele entrò nella chiesa del Gesù Nuovo alle 9, esatto come un petente che va dal ministro. Camminava dondolandosi, di un'aria preziosa, volteriana, sbirciando le donne, guardando i cani e gli uomini, e facendo la smorfia ai padri reverendi che dicevano la messa a parecchi altari.

—Non è codesto, biascicava desso. La parte del mio brav'uomo è quella di confessore. Una bella parte, in fe' di Dio! che io creerei a meraviglia se la polizia mi lasciasse fare. Cagna rognosa, va! Sguinzagliarsi così sull'arte! Rovistiamo dunque i confessionali. Sarà curioso insomma! Si crederà che io vada a dare un bucato alla mia permalosa (coscienza).

E' passò in rivista i confessionali. Erano tutti occupati, ma il padre
Piombini non era là.

—Benissimo! tanto meglio! e' non è ancora disceso. Andiamo al parlatorio. Sarà presto spicciata.

Andò a suonare al parlatorio. Un fratello, dall'aria dolce e compitissima, ricevè l'imbasciata, pregò don Gabriele di aspettare e salì. Un quarto d'ora dopo tornò e disse:

—Il reverendo padre Piombini è in chiesa.

—Peste sia dei monaci! gridò don Gabriele. Sono stati inventati a posta per far perder tempo alla gente. Andiamo, torniamo in chiesa. Ah!… a proposito, qual è il confessionale del padre Piombini?

—Il terzo, a destra.

—Ci sono. Grazie z-zì mo' (zio monaco). Che Dio ti mandi la tigna!

Don Gabriele sollecitò il passo e rientrò in chiesa. E' si collocò in faccia al terzo confessionale e vi vide infatti un padre rannicchiato dietro il graticcio, confessando una vecchia.

—Ci son preso, brontolò don Gabriele. Se la vecchia sciacqua la sua anima pulitamente, ella resterà lì un'ora almeno. Ed io che ho fretta. Se il diavolo le regalasse una subita dissenteria! Insomma e' sembra che il per omnia sæcula sæculorum l'intrattiene di cose divertevoli, perchè il birbo non si volta nemmeno da questa banda. Gli farei un segno allora….

Il confessore si volse. Non era il padre Piombini. Don Gabriele lo guardò con un occhio talmente carico di dispetto, che il padre lo rimarcò a volta sua, ed i loro sguardi s'incrociarono. Don Gabriele si fece ardito, ed avvicinandosi con passo precipitoso innanzi al confessionale, dimandò:

—Reverendo, io cerco del padre Piombini. Mi han detto che confessa in questa scatola; ma…

Si fermò. Il gesuita lo squadrò da capo a piedi con occhio calmo ed indifferente, poi rispose placidamente:

—Il reverendo padre Piombini è in sagrestia.

—Grazie, replicò don Gabriele. Vado infine ad acchiapparlo colà.

Nel fondo, don Gabriele era inquieto. Quell'andare e venire che faceva gli tornava alla memoria la parola piena di ansietà del gesuita di Roma, ed e' si rimproverava oramai il ritardo, l'infedeltà che messa aveva nell'esecuzione della commissione. Entrò in sagrestia. Cercò degli occhi qualcuno cui rivolgere la sua domanda. Vi era una quantità di padri che si vestivano e svestivano degli arredi sacerdotali, di ritorno dall'altare o per andarvi; poi un nugolo di frati conversi che li aiutavano. Don Gabriele ne sbirciò uno, il cui viso gli gradiva meglio, lo accostò e gli domandò:

—Fratello… come vi chiamate voi?

—Frate Colella.

—Fra' Colè, vorresti dirmi dove è il padre Piombini?

Questa dimanda provocò una contrazione involontaria sul viso del frate converso. Don Gabriele la rimarcò, ed il suo cuore si chiuse. Dopo un istante di esitazione, frate Colella chiese:

—Che cosa vi occorre dal padre Piombini?

—Ho bisogno di parlargli.

—Chi siete voi? lo conoscete voi?

—È il mio confessore, rispose intrepidamente don Gabriele.

—In questo caso, sclamò frate Colella, pregate per lui.

Nel tempo stesso tirò la maniglia di una porta che immetteva in una cameruzza dietro la sagrestia e mostrò al giocoliere di marionette una bara coperta da una coltre nera, posta sur un soppalco e rischiarata da quattro candelabri. Don Gabriele ebbe un brivido glaciale.

—Come? sclamò egli, il padre Piombini…?

—È morto ieri, alle cinque, di un attacco di apoplessia… sierosa, io credo, ha detto il medico… che si è chiamato all'istante.

Don Gabriele fuggì dalla chiesa a tutte gambe, perseguitato da una voce interna che gli gridava: Assassino! sei tu che lo hai ucciso!

Le parole del padre Buzelin, a Roma, risuonavano al suo orecchio come un'accusa. I pupazzi gli facevano oramai orrore: l'incanto d'ieri si cangiava in rimorso che non si assopirebbe mai più. Ei corse la città senza sapere ove andasse, e senza neppure rammentarsi più della lettera. Mille progetti traversarono il suo spirito, dei quali il più insistente era quello di recarsi dal prefetto di polizia e di denunciare l'omicidio. Questa idea lo fece pensare alla lettera. Egli non sapeva leggere. Ma con sagacità considerò ch'ei non poteva dare a leggere quella missiva al primo venuto e gettare così al vento un segreto di quella importanza. Gli occorreva un uomo sicuro. Rientrò allora in casa e pregò l'intendente del marchese di Tregle, uomo prudente, di leggergli la lettera.

Quell'intendente era un vecchio, antico commesso di notaro di provincia. Aprì la lettera, si pose gli occhiali, e cominciò a sbirciare la scrittura. Poi, principiò a leggere:

—Frère a-us-si tot que vo us… Cosa è codesto? È in turco la lettera. Tu vieni a mistificarmi, mariuolo. Va al diavolo.

—Ma no, don Gennarì, tutto al più la lettera può essere in francese. È un francese che l'ha scritta. Tu non comprendi dunque questa lingua, tu?