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Il richiamo della foresta

Chapter 2: JACK LONDON
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About This Book

Un cane domestico viene sottratto alla vita familiare e venduto come animale da slitta in ambienti invernali e selvaggi. Sottoposto alla durezza del lavoro, alla brutalità degli uomini e alla lotta per il cibo, perde gradualmente la fiducia nella civiltà, sviluppa abilità di sopravvivenza e comportamenti predatori, e scivola da compagno domestico a creatura governata da istinti antichi. Il racconto descrive la trasformazione fisica e psicologica dell'animale, esplora il conflitto tra legge naturale e norme umane, e riflette su adattamento, dominanza e la forza del passato ereditario.

JACK LONDON

Credo che non vi sia scrittore il quale abbia vissuto e sofferto, amato e odiato con tanta disperata e selvaggia intensità, come Jack London. I Gorki, i Dostoiewski, gli Upton Sinclair, i Rimbaud, i Baudelaire, tra miserie fisiche e morali, hanno saputo, sì, rappresentare visioni mai concepite da altri, ma vivendo una vita che, per quanto agitata, non soffrì che in parte del grandioso e avventuroso travaglio che agitò l’esistenza dura ed eroica del grande scrittore americano, le cui opere suscitano in noi sentimenti di paura e di tenerezza, di amore e di dolore e, soprattutto, di ammirazione. Ci pare di trovarci di fronte all’uomo delle caverne che riveli alla nostra sensibilità moderna i misteri e le ferree leggi della vita primitiva.

Perciò, con senso di pena, ho visto in questi giorni pubblicata, a cura del Prezzolini, la prima traduzione italiana di uno dei romanzi di Jack London, «Il lupo di mare», come uno dei tanti libri per ragazzi. Poveri innocenti! Le opere di London affidate nelle mani di adolescenti che s’affacciano alla vita, e non conoscono ancora il male, e ignorano i feroci egoismi degli uomini, la cecità del Dio cristiano, le leggi inesorabili della natura? Quale errore!

***

La favola di questi romanzi, per quanto avventurose ne siano le vicende e pittoresco il paesaggio entro il quale si svolge, appare poca cosa in confronto dello spirito realistico che l’ànima e della visione totale della vita e del destino dell’uomo che l’autore vuole e riesce a comunicarci. Egli mira al nostro cuore e alla nostra coscienza, più che alla nostra mente e alla nostra fantasia, da selvaggio armato di frecce avvelenate e infallibili. Ossequiente alle leggi naturali della vita che accomunano l’uomo all’animale, nella foresta, egli ci mostra, a fini sociali, nell’animale, l’uomo, e gli istinti dell’uno nell’altro, rivivendo, con profondo senso primigenio, selvagge emozioni ereditarie che dormono nella natura umana, attraverso il ricordo di antenati preumani e di migliaia di generazioni.

Così che si ripensa, per associazione d’idee, alle crudeltà della guerra mondiale, agli errori ed orrori della rivoluzione russa, ai massacri degli ebrei, alle violenze dell’attuale guerriglia sociale, alle aberrazioni quotidiane della vita umana costantemente insidiata da brutale malvagità, e vien fatto di pensare: — Possiamo, dunque, senza vergogna, affermare d’essere fatti ad immagine di Dio? O non forse è vero che anche noi, come gli altri animali, barcolliamo nelle tenebre, spinti dagl’istinti più bassi, che nelle forme più estreme e più elementari sono legge di vita per i cani e per i lupi? Pare oggi, infatti, che la legge della mazza e dei denti abbia sopraffatto millennî di diritto civile, e ci riconduca in pieno mondo londoniano, dove il più forte, per istinto, non per crudeltà, abbatte ed uccide il più debole, divorandoselo poi, e la ferocia della passione sensuale fa strage, e i maschi si uniscono e combattono insieme sotto il pungolo della fame, e s’uccidono l’un l’altro appena il pungolo è attenuato, ciascuno conducendo via la compagna quando ha ucciso i rivali. Solo ritegno conosciuto, in questo mondo primigenio, è l’istinto della propria conservazione, che tiene unito il maschio alla femmina e spinge il maschio a nutrirla! Dappertutto è libertà assoluta, dappertutto è la paura della morte onnipresente e sovrana.

Ma il London non si limita a mostrarci, con crudele realismo, il rapporto naturale tra la vita selvaggia e la vita civile, ma rappresenta il contrasto diretto tra l’una e l’altra, affermando, invece della licenza, la legge; invece dell’istinto, il trionfo dell’autorità. Devozione del forte al debole, venerazione del debole per il forte, ecco la grande legge della vita che combatte gli impulsi selvaggi: ideale questo o, meglio, regola di vita veramente civile, che la società umana potrebbe a dovrebbe attingere se non fosse così mal ordinata da sembrare fatta per la conservazione e lo sviluppo degli istinti primitivi.

***

Per dare degnamente inizio alla pubblicazione delle opere complete di Jack London, scegliemmo, nella sua vasta produzione, due romanzi: «Il richiamo della foresta» («The Call of the Wild») e «Zanna bianca» («The white fang»), i quali a nostro avviso, caratterizzano, meglio di tutti gli altri, non solo il temperamento dello scrittore, ma il processo di sviluppo della sua anima di pensatore temprato dall’esperienza della vita.

Nel primo, «Il richiamo della foresta», è il racconto di un cane che, attraverso perigliose vicende, per la crudeltà degli uomini e l’asprezza dell’esistenza finisce col diventar lupo, facendo, cioè, a ritroso, di gradino in gradino, il cammino inverso della civiltà, da una vita sicura, tranquilla, soleggiata, familiare, quale godeva. Aveva fede negli uomini, e la perde; credeva nell’onestà e nell’onore, e finisce col rubare per vivere, e uccidere per non essere ucciso: e quando l’ultimo amore umano cade, egli si ritrova nella selva, animale primitivo signoreggiato dai soli istinti naturali.

La vita di questo cane che diviene lupo, rispecchia materialmente e spiritualmente la vita dello stesso scrittore. Egli ebbe certamente un primo albore d’infanzia felice nell’amore dei suoi, sino a quando, fanciulletto, passava intere giornate sotto un albero a sorvegliare, per i contadini, il ritorno degli sciami delle api dalla loro vita operosa e errabonda. Breve albore al quale seguì ben presto la miseria più dura. Non ancora decenne, per aiutare la sua famiglia caduta in povertà, egli vende giornali per le vie di San Francisco, per le vie della sua amata «Frisco», dove egli era nato il 12 gennaio del 1876. Poco dopo, è operaio in una fabbrica di prodotti alimentari, dove sente i primi morsi dell’odio contro la piovra sociale, e i primi impeti di ribellione. Infatti, a soli quindici anni egli abbandona la famiglia e il lavoro per unirsi a una banda di pirati, e a sedici anni possiede una sua barca, la Razzle Dazzle, e la sua donna, una fanciulla della stessa età, ed è chiamato dai contrabbandieri il Principe del Banco delle Ostriche, perchè egli solo osa fare il contrabbando nella baia di San Francisco, sotto gli occhi della polizia, con una donna a bordo. Vestito di lana grigia, con scarponi da marinaio, e la larga cintola di cuoio rigonfia d’una grossa rivoltella, solido e robusto benchè ancora imberbe, egli si sente re del proprio destino, e con pacata sfrontatezza ingoia alcool, tra perduta gente, con la tenera mantenuta al fianco, nella bettola dell’Ultima Fortuna. Durò un anno quella vita selvaggia ch’egli definiva, sette anni dopo, come la più rischiosa della sua esistenza; durante la quale guadagnava in una settimana quello che più tardi non riusciva a guadagnare in un anno.

Diciassettenne, si decide o per amore di avventure o forse con la speranza di liberarsi dall’abitudine di bere, a partire, mozzo, per una crociera al Giappone, su un trealberi; ma non muta tenore di vita; come egli stesso confessa nel suo libro «Memorie di un bevitore»: «Incominciava la sera quando arrivammo ad un caffè e... è tutto quello che vidi del Giappone! E purtanto il nostro veliero stette quindici giorni nel porto di Yokohama! Quindici giorni passati a bere in compagnia dei migliori ragazzi di questo mondo».

Dal Giappone passa alla caccia delle foche nei mari della Russia orientale, e quando ritorna in patria, si dà a tutti i mestieri, ma soprattutto a quello del vagabondo, contro il suo vangelo sociale che considerava il lavoro fisico come un dovere per l’uomo, un dovere che conferisce alla salute e santifica la vita. «L’orgoglio che io traevo», scriss’egli, «da una giornata di lavoro ben compiuto, non si può nemmeno concepire. Io mi sentivo lo sfruttato ideale, lo schiavo tipo, ed ero quasi felice della servitù». Ma forse egli traeva a quel tempo più orgoglio dall’essere considerato da tutti come il «boy socialista», il vagabondo rivoluzionario. Per un certo tempo egli fa parte dei «two thousand stiffs», dei duemila irrigiditi, i terribili sovversivi che, condotti dal generale Kelly, mossero dalla costa del Pacifico alla socializzazione del mondo. La piccola armata di ribelli catturava treni, metteva a sacco città e villaggi, militarizzava tutti gl’uomini che incontrava sul suo cammino. Quando le autorità governative riescono ad arrestare la marcia di questi sovversivi e a disperderli, Jack London ritorna al suo vagabondaggio ed è spesso messo in prigione, come disoccupato senza fissa dimora.

Così, Jack London è in condizioni da ascoltare e sentire in sè tutto il fascino dell’appello della vita selvaggia, the call of the wild, e alla vita selvaggia si abbandona con l’impeto inconsiderato della sua esuberante natura. E davanti agli aspetti sempre più terribili della realtà, fra esperienze strazianti, lo spirito gli si rinvigorisce e s’affina. Il destino l’afferra, l’attanaglia, l’abbatte, l’abbrutisce: il cane diventa lupo, ma il lupo è signore della selva, dominatore nella vita selvaggia. Ma Jack London è un sensitivo, un delicato a dispetto della sua vita, uno spirito universale che non può perire schiacciato dal contingente; ed ecco ricominciare il travaglio affannoso dell’uomo che, per virtù del suo ingegno, pur rincantucciato nell’antro, ad affinar la selce, nella desolata solitudine della Vita selvaggia, spia se stesso, studia le voci arcane della natura, e, attraverso ostacoli tremendi, risale alla superficie della civiltà, mercè la potenza del patissero.

Il lupo diventa cane. (White fang).

Jack London ritorna spesso col pensiero al primo libro letto da bambino, l’Alambra, di Washington Irving, e cerca altre letture. Vuole istruirsi, e finisce — ha allora diciannove anni — per far ritorno alla famiglia, stabilita, a quel tempo, ad Oakland, dove l’attende la dolorosa sorpresa di trovare il padre graduato dell’odiata polizia. Egli vince, tuttavia, la ripugnanza che l’occupazione del padre e la vita ordinata destano in lui, ed accetta il posto di portinaio in una scuola secondaria. Poco dopo, collabora al bollettino letterario della stessa scuola, e, ad un tratto, diviene scrittore. Un giornale di San Francisco offre un premio per un articolo descrittivo: Jack London tenta la prova a vince. Incoraggiato dal primo successo, invia un altro articolo allo stesso giornale, che glielo rifiuta, questa volta. Allora, disgustato del suo mestiere di portinaio, riprende la vita nomade, e attraversa a piedi tutto il continente americano fino a Boston. Visita il Canadà, diviene minatore d’oro e pescatore di salmone nell’Alaska. Ma, intanto, il suo pensiero, in mezzo a tante traversie, si forma e precisa. Ha letto Spencer e Carlo Marx: la società gli appare sempre più mal combinata, il capitalismo odioso, con i suoi eccessi che ne fanno un mostro crudele, divoratore; allora il socialista per istinto diviene socialista rivoluzionario per ragionamento, convinto che il socialismo «mira, se non altro, a mettere ciascuno al suo posto».

Al ritorno dall’Alaska, incomincia a predicare in pubblico le sue idee socialiste, la bellezza della rivoluzione e del mondo nuovo che deve sorgere dal crollo della società capitalistica, ed è, alla fine, arrestato, non più come vagabondo, ma come rivoluzionario.

Uscito di prigione, Jack London sente il bisogno di compiere la sua istruzione: va a San Francisco e riesce a farsi ammettere nell’Università, conciliando il bisogno dello studio con la necessità di guadagnarsi il pane, giorno per giorno. Si occupa in una stireria. «Il ferro e la penna si alternavano nella mia mano», ricorda egli più tardi, «ma dalla mia mano stanca la penna cadeva sovente, e sovente i miei occhi si chiudevano sui libri».

Dopo tre mesi di accannito lavoro, egli, robustissimo, non riesce più a reggersi. Allora decide di ritornare a piedi ad Oakland, di riconciliarsi con la famiglia; ma una nuova crudele delusione l’attende. Il padre è morto, la madre e i fratelli sono in miseria. Questa nuova traversìa, se lo costringe per qualche tempo ancora al lavoro manuale, non gli toglie la speranza di un avvenire diverso e migliore. Nelle solitudini nevose della terra del Nord «dove nessuno parla, dove tutti pensano», egli s’era ripiegato su se stesso ed aveva intravisto il suo vero orizzonte, che era quello del lavoratore intellettuale. Riprende a scrivere. Un giornale di California accetta un suo racconto, un altro gli chiede degli scritti. «Le cose incominciavano a prendere una buona piega, e sembrava che io non dovessi aver più bisogno, per qualche tempo almeno, di scaricare carbone». In fondo, la Società, maledetta da Jack London, incominciava a tendergli la mano. Nel 1900 appare il suo primo Volume: The son of the wolf, «Il figlio del lupo»[1], raccolta di racconti del paese dell’oro, che gli fece acquistar subito fama di scrittore originale e poderoso, a ventiquattr’anni!

D’allora seguirono nuovi libri quasi senza interruzione e con crescente successo. Sposatosi, con la sua amata compagna, London gira il mondo e attende alle sue opere. Ma lo spirito d’avventura non si spegne in lui. Egli vive un certo tempo nei bassifondi di Chicago e di Londra, fa il giro del mondo in un minuscolo yacht, lungo appena quindici metri, fa il corrispondente di guerra al Giappone e in Manciuria nel 1904 e al Messico nel 1914, nè cessa mai la sua inesorabile requisitoria contro la Società mal costituita.

A soli quarantanni, nel 1916, dopo aver pubblicato una cinquantina di volumi, la Morte lo coglie proprio all’inizio della sua vera gloria di scrittore più letto e più discusso, più odiato e più amato, nel suo paese. Ancora oggi non si sa come egli sia morto; e il mistero che vela gli ultimi istanti della vita del rude avventuriero e scrittore di genio, è degno di quel capolavoro di irrequietezza che fu, tra opere pari, l’anima di questo Grande.

***

Così visse Jack London, lo strano romanziere che s’avvia a diventar popolare in tutto il mondo, popolare, per la ragione semplicissima che nello scrittore è l’uomo, ricco di una sua esperienza nuova da raccontare, con parola nuova.

Già scrivendo di Jack London nell’Azione di Genova, nel febbraio del 1921, lamentavo che, purtroppo, bisogna cercare nelle opere straniere quei più vasti orizzonti ideali e quell’aria pura e vivificante di cui ha bisogno il nostro spirito, stanco o viziato, per ritornare fattivamente alla meditazione dei più profondi problemi dello spirito e della vita sociale.

Oggi, più che nel ’21, c’incalzano e premono da tutte le parti formidabili problemi rivoluzionarî, e ci sentiamo oppressi da un alito di continuata tragedia nascosta che gli sbandieramenti patriottardi non riescono a mascherare del tutto, nè le fanfare e i canti a completamente soffocare. Il domani si presenta pauroso agli spiriti alacri e indipendenti, nei quali è un’avidità di sapere, di udire la verità, o parole coraggiose e nuove che aiutino a rintracciare la verità, a risolvere la profonda crisi di pensiero e di sentimento che travaglia le coscienze migliori. Che ci dà oggi la letteratura nostrana? Lettere alle sartine d’Italia e vergini da diciotto carati, romanzetti pornografici e sentimentali ed esercitazioni stilistiche e cerebrali, senza mai un accento di umana commozione per le tragedie politico-sociali del mondo o anche solo una parola che la mostri consapevole del profondo travaglio spirituale della patria. Oh, intellettuali italiani! eccovi una folata d’aria gelida purificatrice! Anche senza farvi uscire dal sicuro romitaggio del vostro egoismo o dai caffè affumicati cari alla vostra presuntuosa pigrizia, anche senza farvi deporre livree o indossare armi. Jack London vi condurrà, con le sue opere, dalla bettola dell’Ultima Fortuna ai confini del mondo, sui perduti sentieri di tutti gli ideali e di tutti gli ardimenti! Giova almeno con lo spirito partecipare alla grande avventura del mondo! Senza l’azione, l’azione costante, la Morte è là in agguato e non tarda a lanciarsi su di noi, inesorabile.

Troverete nel «Richiamo della foresta» e in «Zanna bianca» la rappresentazione realistica dell’Umanità che lotta costantemente contro la prepotenza dell’infinito, dell’inafferrabile, dell’imponderabile. Scenda o risalga il millenario cammino della civiltà — il cane diventi lupo o il lupo diventi cane — ogni creatura vivente, insoddisfatta, cerca sensazioni nuove, è costretta a sgombrare il proprio cammino, a vincere mille ostacoli, chè la vita si rinnova con sempre maggiore Varietà di forme e con più rapidi mezzi di distruzione. Questi due romanzi racchiudono una lezione in atto; questa: che la civiltà non deve indebolire il carattere nè affievolire lo spirito; il lupo che diviene cane è travolto, e forse il cane trova il suo completo sviluppo nel lupo! Da questa crudele lezione, i socialisti, conservatori, comunisti e aristocratici possono trarre elementi per scindere la parte viva da quella morta della propria filosofia o del proprio credo. La lettura di queste opere ci può lasciare immutati, ma non impassibili: l’odio e l’amore trovano in esse accenti definitivi che toccano le radici della nostra coscienza e dello nostra sensibilità. E mentre l’occhio spazia per vastità nuove e terribili, e ammira terre e solitudini sconosciute, e vede esperienze impensate, il cuore, il cuore dell’eterno fanciullo che è in noi, mormora inconsapevolmente una parola d’amore e di solidarietà ultraumana.

***

Pubblicheremo, in seguito, «Martin Eden», «L’amore della vita», «Il vagabondo delle stelle» e gli altri romanzi nei quali Jack London profuse i ricordi e le impressioni dei suoi movimentati viaggi e vagabondaggi attraverso il mondo. Ma forse daremo ai lettori italiani, prima di essi, la traduzione di almeno uno dei suoi romanzi sociali, del terribile Tallone di ferro, che a noi sembra oggidì opera di viva attualità.

Il «Tallone di ferro», scrisse Anatole France, presentando, l’anno scorso, il volume ai lettori francesi, «è il termine energico col quale Jack London disegna la plutocrazia. Il libro che, tra le sue opere, porta questo titolo, fu pubblicato nel 1907. Rintraccia la lotta che scoppierà un giorno tra la plutocrazia e il popolo, se il Destino, nella sua collera, lo permetterà. Ahimè! Jack London aveva il genio che vede quello che è nascosto alla folla degli uomini e possedeva una scienza che gli permetteva d’anticipare i tempi. Egli previde l’assieme degli avvenimenti che si sono svolti nella nostra epoca. Lo spaventevole dramma al quale ci fa assistere in ispirito, nel Tallone di ferro, non è ancora divenuto una realtà, e noi non sappiamo dove e quando si compierà la profezia dell’americano discepolo di Marx.

«Jack London era socialista spinto, socialista rivoluzionario. L’uomo che, nel suo libro, distingue la verità e prevede l’avvenire, il saggio, il forte, il buono, si chiama Ernesto Everhard. Come l’autore, fu operaio e lavorò con le sue mani. E voi sapete che colui che fece cinquanta volumi prodigiosi di vita e d’intelligenza e morì giovane, era figlio di un operaio e incominciò la sua illustre esistenza in un’officina. Ernesto Everhard è pieno di coraggio e di saggezza, pieno di forza e di dolcezza, tratti tutti che sono comuni a lui e allo scrittore che l’ha creato. E a integrare la somiglianza che esiste tra loro, l’autore assegna, a colui ch’egli realizza, una moglie d’anima grande e di spirito forte, della quale il marito fa una socialista. E noi sappiamo, d’altro canto, che Mrs. Charmian lasciò, con suo marito Jack, il Partito del Lavoro dopo che cotesta associazione diede segni di moderatismo.

«Le due insurrezioni che formano materia del libro che io presento al lettore francese sono così sanguinarie, e presentano nel disegno di quelli che le provocano una tale perfidia e nell’esecuzione tanta ferocia, che ci si chiede se esse sarebbero possibili in America, in Europa, specie in Francia. Io non lo crederei, se non avessi l’esempio delle giornate di Giugno e la repressione della Comune del 1876, che mi ricorda come tutto sia permesso contro i poteri. Tutto il proletariato d’Europa ha sentito, come quello d’America, il Tallone di ferro.

«Per il momento, il socialismo in Francia, come pure in Italia e in Ispagna, è troppo debole per temere il Tallone di ferro, poichè l’estrema debolezza è l’unica salvezza dei deboli. Nessun Tallone di ferro calpesterà questa polvere di partito. Qual’è la causa della sua diminuzione? Ci vuol ben poco per abbatterlo in Francia dove la cifra dei proletarî è esigua. Per diverse ragioni la guerra, che si dimostrò crudele col piccolo borghese spogliandolo senza farlo gridare, giacchè questi è un animale muto; la guerra non fu troppo inclemente per l’operaio della grande industria, che trovò da vivere fabbricando armi e munizioni e un salario, magro sin troppo dopo la guerra, ma non caduto, tuttavia, mai troppo in basso. I dominatori del momento vegliavano, e quel salario non era, in sostanza, che della carta che i grossi proprietarî, vicini al potere, non penavano troppo a procurarsi. Bene o male, l’operaio visse. Aveva udito tante menzogne che non si stupiva più di nulla. Fu quello il momento che i socialisti scelsero per disgregarsi e ridursi in polvere. Questa pure è, senza morti e feriti, una bella disfatta del socialismo. Come accadde? E come mai tutte le forze di un grande partito s’addormentarono? Le ragioni da me esposte non sono sufficienti a spiegarlo. La guerra ci deve entrare per qualche cosa, la guerra che uccide gli spiriti come i corpi.

«Ma un giorno la lotta del lavoro e del capitale ricomincerà. Verranno allora giorni simili alle rivolte di San Francisco e di Chicago, delle quali Jack London ci mostra, per anticipazione, l’indicibile orrore. Non vi è alcuna ragione, pertanto, di credere che in quel giorno (o vicino o lontano) il socialismo sarà ancora frantumato sotto il Tallone di ferro e affogato nel sangue.

«Avevano gridato nel 1907 a Jack London: «Voi siete uno spaventevole pessimista!». Socialisti sinceri l’accusavano di gettare lo spavento nel partito. Avevano torto. Bisogna che quelli che hanno il dono prezioso e raro di prevedere, pubblichino i pericoli che presentono. Ricordo di avere udito dire parecchie volte dal grande Jaurès: «Non si conosce abbastanza fra noi la forza delle classi contro le quali abbiamo a combattere. Hanno la forza e si attribuisce loro la virtù; i preti hanno messo da parte la morale della chiesa per coltivare quella dell’officina; cosicchè la società tutt’intera, allorchè queste classi saranno minacciate, accorrerà a difenderle». Egli aveva ragione, come London ha ragione di porgerci lo specchio profetico dei nostri errori e delle nostre imprudenze.

«Non compromettiamo l’avvenire: ci appartiene. La plutocrazia perirà. Nella sua potenza si scorgono di già i segni della rovina. Essa perirà perchè ogni regime di casta è votato alla morte; il salariato perirà perchè è ingiusto. Perirà gonfio d’orgoglio, in piena potenza, come perì la schiavitù e la servitù.

«E già, assentandolo attentamente, ci si accorge che è caduco. Questa guerra, che la grande industria di tutti i paesi del mondo ha voluto, questa guerra che è stata la sua guerra, questa guerra nella quale essa riponeva la speranza di nuove ricchezze, ha causato tante distruzioni e così profonde, che l’oligarchia internazionale è essa stessa scossa e s’avvicina il giorno in cui essa crollerà su un’Europa rovinata.

«Non posso annunziare che perirà d’un colpo e senza lotta. Essa lotterà. L’ultima sua guerra sarà forse lunga e avrà diverse fortune. O voi, eredi del proletariato, o generazioni future, figli di giorni nuovi, voi lotterete, e allorchè dei crudeli rovesci vi faranno dubitare del successo della vostra causa, riprenderete fiducia, e direte col nobile Everhard: «Perduro per questa volta, ma non per sempre. Abbiamo appreso molte cose. Domani l’idea risorgerà, più forte in saggezza e in disciplina».

***

Non abbiamo potuto resistere alla tentazione di riprodurre nella sua interezza la presentazione che Anatole France fa del Tallone di ferro, perchè, confortati dal suo giudizio, nell’ora torbida che attraversa l’Europa tutta, premuta com’è dal tallone del bolscevismo dell’estrema sinistra e dell’estrema destra, dalle dittature rosse e da quelle monarchico-militaristiche, è più che mai necessario che quelli «che hanno il dono prezioso e raro di prevedere, rendano noti i pericoli che presentono».

A parte il grande godimento intellettuale che dà l’opera di Jack London, essa racchiude in sè un insegnamento e un ammonimento che non debbono andare del tutto perduti. Sin dal 1904, egli aveva scritto una terribile requisitoria contro la società capitalistica attuale. Il suo inesorabile «j’accuse», dal titolo «War of the Classes», Guerra delle classi, vibra di sincera e profonda rivolta contro la borghesia trionfante, e predica il socialismo come una santa crociata. In lui l’amore del proletario è qualche cosa di più alto, di più universale dell’amore di patria; e nell’accusare e nel difendere trova accenti che impressionano e commuovono, perchè ci fa sentire nella sua personale e dolorosa esperienza tutta l’ingiustizia di una società «dove sono uomini che sprecano ricchezze non guadagnate col proprio lavoro, e uomini che languono nella miseria per mancanza di lavoro».

Non sono certo «La guerra delle classi» e «Il tallone di ferro» le opere più interessanti del London, dal punto di vista dell’arte, ma esse aiutano, meglio di tutte le altre, a capire l’anima dell’eterno vagabondo e le crisi ch’egli patì, al punto di abbandonare gli uomini per gli animali, e a rappresentarli con così tremendo realismo.

Questi libri di Jack London, come quelli di Upton Sinclair, di Giuseppe Conrad, di Bernardo Combette, di H. G. Wells e di Israele Zangwill, appartengono ad una letteratura d’eccezione, sono i libri di una generazione tormentata, che ha vissuto la grande tragedia degli uomini oppressi e schiacciati dall’attuale ordinamento — o disordine — economico che ci condusse alla guerra mondiale.

Tuttavia, essi non scrivono per odio di classe, ma per indomabile amore di questa travagliata Umanità che vorrebbero vedere libera da tanti mali e da tante ingiustizie, riunita in una sola famiglia laboriosa, generosa, tollerante, concorde!

GIAN DÀULI.

Rapallo, aprile 1924.