WeRead Powered by ReaderPub
Il ritratto del diavolo cover

Il ritratto del diavolo

Chapter 10: VI.
Open in WeRead

About This Book

Set several centuries in the past in the Val di Chiana and the city of Arezzo, the narrative follows a respected painter who runs a busy workshop and mentors talented apprentices, above all Spinello. The arrival of a celebrated young woman, Fiordalisa, provokes admiration and a dispute about whether her changing features can be captured on panel. The story moves through workshop routines, commissions, local life and debates on technique, examining mentorship, the challenges of artistic representation and the tension between a mutable appearance and the painter's aim to fix likeness.

—Ragazzo mio, te l'ho già detto, ti tormenti per trovar l'ottimo, e il buono ti sfugge. Daresti tu ragione a Parri della Quercia?

—A Parri! Che c'entra Parri, nel mio ritratto?

—Sì,—ripigliò mastro Jacopo,—rammento una disputa curiosa che è avvenuta tra i miei riveriti scolari. Parri della Quercia sosteneva che il ritratto della mia figliuola era un'impresa difficile, anzi addirittura impossibile, perchè Fiordalisa ci ha un'aria mutevole. Intendeva dire che il suo viso muta aspetto ed espressione ad ogni tratto. E Tuccio di Credi, quell'altro sapientone, soggiungeva che il guaio era tutto nelle parti mobili del viso. Secondo lui, le parti mobili del viso sono gli occhi e le labbra.

—Eh,—disse Spinello,—potrebbe aver ragione Tuccio di Credi.

—Un altro che perde la testa!—esclamò mastro Jacopo.—Forse non li abbiamo tutti, quanti siamo, gli occhi e le labbra? E in che dovrebbe esser difficile di indovinare le parti mobili di un volto, e facile di indovinar quelle di un altro?

—Scusate, maestro, ma mi pare d'intenderlo;—replicò Spinello.—Per cogliere la somiglianza d'un volto, ho il più delle volte un aiuto nelle fattezze risentite, nelle prominenze più forti, nella barba, secondo che è piantata, nelle basette che nascondono il labbro, e via discorrendo. Un volto di donna è più difficile a ritrarre, e tanto più difficile quanto più s'ingentiliscono i lineamenti, quanto più son delicati i trapassi da una parte ad un'altra. E allora, se voi aggiungete che gli occhi e le labbra, che sono tanta parte del viso, mutano spesso di espressione….

—Vedete che sciocco son io!—gridò mastro Jacopo, interrompendo la cicalata del suo discepolo.—Non credo alle alchimie di Tuccio e di Parri, e le tiro in ballo, io, per appiccicare a Spinello la malattia de' suoi compagni. I quali, in fede mia, non sanno nulla di nulla e parlano a vanvera da quei gaglioffi che sono. Perchè, vedi, ragazzo mio, l'arte si guasterà, quando verranno fuori i chiappanuvoli con le loro dottrine. Ti dico che la è quistione di lavorare e non d'altro, di lavorar sempre e di lasciare che i fannulloni cantino. Copiare e immaginare, immaginare e copiare, ecco il punto. Una cosa non ti vien fatta alla bella prima? Si prova da capo; verrà alla seconda volta, o alla terza. Non verrà neanche alla dodicesima? Pazienza; sarà per la ventiquattresima. Ritieni in mente questo, che manda a rotoli tutte le dottrine dei fuggifatica; è sempre un errore di veduta, quello che guasta il lavoro e ti fa perdere il tempo nelle rabberciature. Che ti serve ritornare col pennello su questa parte e su quella, se il disegno è squilibrato da bel principio? Rifai di sana pianta, e sarà molto meglio.—

Quel giorno, Spinello deliberò di piantar lì il suo ritratto, per cominciarne un altro.

V'ho a dire che gli riescì meglio del primo? Sarebbe una bugia. V'ho a raccontare come non gli riescisse? Sarebbe una ripetizione. Di certo quella non era ancora la volta buona. E Spinello, o sbagliando le proporzioni, o non sapendo cogliere certi rapporti insensibili della figura, seguitava a credere che ci fosse una malìa. Ad un certo punto, riconoscendo che il secondo ritratto era peggiore del primo, gittò la tavolozza e i pennelli, cedendo ad un impeto di sdegno improvviso.

—O Fiordalisa!—gridò.—La natura si ride di noi, poveri sciocchi, i quali ci siamo fitti in capo di agguagliarla, o almeno almeno di seguirla da presso, coi nostri miseri spedienti. O forse son io che getto sull'arte la colpa della mia ignoranza! Forse ho presunto troppo delle mie forze, ed ho commesso una profanazione, una vera profanazione. Ma io non lo volevo, ve lo assicuro, è stato vostro padre che mi ha stimolato; è stato lui che mi ha acceso questa febbre nell'ossa.—

E piegatosi a mezzo sulla seggiola, appoggiò i gomiti alla spalliera, nascondendo il volto tra le palme, piangeva di rabbia, il povero Spinello Spinelli.

Madonna Fiordalisa si era alzata, e si appressava a lui con aria di compassione. Spinello non la vide giungere, ma sentì una mano gentile posarsi sulla sua testa e un morbido braccio sfiorargli le tempie.

—Chetatevi, messere;—diceva frattanto la divina creatura.—Abbiate un po' di pazienza. Non è poi un male così grave, non poter fare un ritratto.

—Non è grave!—esclamò egli, restando fermo nel suo atteggiamento, per non avere a perdere il contatto di quella mano adorata.—Non è grave, voi dite? Ma è il vostro ritratto, che non mi riesce di fare, è il vostro ritratto, capite, Fiordalisa? Ora, se io non vedessi…. se io non sentissi la vostra bellezza, intenderei il mal esito; ma in questo caso soltanto. E poichè questo non è….

—Poichè questo non è,—riprese madonna Fiordalisa con accento scherzevole,—bisogna studiarne un altro. Se fosse vero che la sentiste troppo?—

Spinello si voltò tutto d'un pezzo.

—Ah, questo sì, potete giurarlo!—esclamò con accento di convinzione profonda.

E la vide così bella, così splendida nel suo divino sorriso, che non seppe resistere al desiderio di afferrar la sua mano, indi, fatto ardito dalla sua stessa condiscendenza, di rigirarle un braccio intorno alla cintura e di stringere al seno l'adorata fanciulla.

Istanti di dolcezza inenarrabile, di beatitudine celeste, voi rimanete impressi nell'anima e vi si ricorda per tutta la vita. Quella che avete stretta al seno in un impeto d'amore, che avete sentita palpitare ed ardere sul vostro cuore, era la più bella tra le creature di Dio; e per un momento, anche rapido come la folgore, ella è stata vostra, così pienamente vostra, che nessun potere geloso, neppur l'ombra d'un pensiero profano, ha potuto mettersi tra il vostro cuore ed il suo. Che altro si può desiderare o sperare, che non sia da meno di quel momento sublime? E come tutto il resto della vita, vanità appagate, ambizioni soddisfatte, altezze superate, è nulla al paragone di queste ineffabili possessioni dello spirito! Lo si sente quando la vita sta per fuggire, o quando incomincia a prendervi l'enorme fastidio di tutto ciò che vi parve desiderabile in essa.

Fiordalisa si era lentamente disciolta dai lacci dell'innamorato
Spinello.

—Lavorate, lo voglio;—diss'ella, non tanto per desiderio di comandare a lui, quanto per rimettersi in contegno e riavere la padronanza di sè medesima.

Spinello, obbediente, ripigliò tavolozza e pennelli.

—Oh, quando sarete mia!—mormorò, rimettendosi al cavalletto.

—Non lo sono io già, per la fede che v'ho data?—chiese ella con un placido riso.

Le dolci promesse di un'estasi invocata passarono davanti agli occhi di Spinello, che ne fu come abbagliato. E gli fu necessario un grande sforzo di volontà per rimettersi in pace, poichè il brivido di quella stretta gli correva ancora per le vene.

Ad aiutare la sua volontà giunse un rumore di passi che veniva dalle scale. Poco stante, mastro Jacopo appariva sulla soglia.

Spinello non poteva vederlo, poichè volgeva le spalle all'uscio; ma lo vide Fiordalisa e notò che aveva la cera stravolta.

—Che c'è?—chiese la fanciulla, turbata.

—Che c'è?—ripetè Spinello, turbato dal turbamento di lei.

—C'è… c'è… che siamo nati sotto una cattiva stella,—brontolò mastro Jacopo abbandonandosi su d'una scranna, e gettando la berretta in un angolo.

—In nome di Dio, parlate;—gridò Spinello, lasciando di lavorare.—Che v'è egli intervenuto di grave?

—Di grave, sì, proprio di grave!—esclamò il vecchio pittore, guardando la sua berretta, che era andata ruzzoloni per terra.—E quei massari! Con che aria me l'hanno detto! Quasi che la colpa fosse mia, e che io li avessi traditi! Se ne farà un altro, col malanno che il ciel vi dia; se ne farà un altro, e tutti pari. Ma intanto… che figuraccia! Che cosa non si dirà dei fatti nostri in Arezzo?

—Che?—disse allora Spinello, credendo di aver capito da quelle rotte parole l'argomento delle ire di mastro Jacopo;—avrebbero per avventura biasimato un vostro dipinto? Entrerebbero a disputar d'arte con voi?

—Che biasimato? Che disputare con me? c'è ben altro;—gridò il vecchio pittore.—Si tratta del Miracolo di san Donato, mi capisci? Del Miracolo di san Donato.

—Ah, meno male!—esclamò Spinello.—E che cosa gli ha fatto, ai massari del Duomo, il mio povero dipinto?

—Nulla; è andato a male.

—Che? come?—balbettò Spinello.—Andato a male?

—Sì, ragazzo mio; bisogna vederlo, che cos'è diventato. Un vero guazzabuglio. Ma procediamo con ordine; altrimenti non capirai nulla. Ero sul ponte, a lavorare, e si trovava con me Parri della Quercia, per mesticarmi i colori. Ad un tratto, i massari mi vogliono giù. Che bisogno hanno di me, da chiamarmi così in fretta? Per fortuna, non mi ero ancor messo a dipingere. Scendo dal ponte, vo in sagrestia: e là, con aria di mistero, mi mettono in mezzo, per dirmi: Messer Jacopo, mala nuova abbiamo a darvi quest'oggi. Restai di sasso—-A me? Non si tratterà mica di persone che mi appartengano.—No, rassicuratevi, nessuna disgrazia di persone; si tratta dell'affresco di Spinello, del vostro scolaro prediletto.—Orbene? Che ci avete ancora con quell'affresco? Non lo avete accettato? Non v'è egli piaciuto, come, oso dire, è piaciuto a tutti, in Arezzo?—Sì, moltissimo, in verità; ma che volete, messer Jacopo? Egli pare che il vostro discepolo, come è forte in disegno, non sia altrettanto pratico dei colori.—Oh, diamine! Che cos'è questa novità? Nell'uso dei colori l'ho istruito io, come in tutto il rimanente. Che cosa ci avete coi colori di Spinello Spinelli?—Eh, veniteci voi, a vederli, il maraviglioso affresco non si riconosce più da quello di prima.—Andiamo, gridai, turbato da quella notizia.

—E siete andato?—interruppe Spinello, tremante.—E avete veduto?

—Ragazzo mio, sono andato ed ho veduto, sicuramente. Per la croce di Dio, non so come ciò sia avvenuto. Che colori hai tu adoperati, per dipingere il Miracolo di san Donato?

—I vostri, padre mio. Non ne avevo altri. Siete voi, che me li avete forniti. Erano quelli che si macinavano in bottega dal Chiacchiera.

—Ah! dovevo ricordarmene!—gridò mastro Jacopo, battendosi la fronte.—Il Chiacchiera, che se n'è andato così d'improvviso!… Che diavolo ci avrà messo dentro? Colori di miniere, certamente; e per mandarti a male ogni cosa.

—Ma dite, parlate;—ripigliò Spinello.—Finora non mi avete spiegato che cosa sia avvenuto dell'affresco.

—Immagina il peggio che potesse accadere. La figura del Santo non si riconosce più. C'è il verde, l'azzurro, il nero, tutto quello che vuoi, meno il color naturale delle carni. Il tuo povero Santo è più lebbroso di Giobbe. E quei massari degnissimi! A sentirli, come ti conciavano! E come, senza parere, davano la baia anche a me! Già, non ero io il colpevole, per averti allogato il lavoro? Ecco un gran danno, mi dicevano, con le beffe per giunta; e queste non solamente per voi. Maledetti! Non ho voluto saperne più altro e li ho piantati là, con tutto il loro veleno.—

Spinello era rimasto avvilito, quasi istupidito, come il povero villano che veda il suo campo devastato dal turbine e perdute in un'ora tutte le speranze d'un anno. La similitudine, se non m'inganno, è classica; ma a questo che ci posso far io? È la sola che mi si affacci alla mente. Vedete, del resto, che io non la tiro in lungo e non ne cavo il costrutto che si potrebbe.

—Orbene, che c'è?—disse Fiordalisa, vedendo il suo fidanzato così sbalordito.—Già vi perdete d'animo?

—Oh, madonna!—esclamò allora Spinello.—Come resistere ad un colpo simile? Credevo poc'anzi ad una malìa. Ma ora mi avvedo che l'arte non è fatta per me. Vedete? Qui, con la vostra immagine, non vengo a capo di nulla. E laggiù mi va male d'un tratto ciò che da principio era bene e poteva assicurar la mia fama. Che debbo io pensare? D'aver fatto un bel sogno, e d'essermi svegliato nella più grande miseria.—

La bella figliuola di mastro Jacopo scosse la testa, in atto d'incredulità.

—Alla fin fine,—diss'ella,—non è un sogno esser qui.—

Spinello alzò gli occhi a guardarla. Non era un sogno, davvero. La bella creatura stava davanti a lui, lo consolava con le sue dolci parole e col suo divino sorriso. Era, infine, la sua fidanzata; e di questo non poteva egli dubitare, come della sua vocazione per l'arte.

—Animo, via!—soggiunse mastro Jacopo.—Vieni in Duomo, a vedere come te l'hanno conciato, il tuo povero affresco. Sarà un altro dolore, lo capisco: ma ti farà andare in collera. In certi casi la collera val meglio dell'abbattimento. E se ti sentirai andare il sangue alla testa, tanto meglio; ti verrà la voglia di cancellare il dipinto, per rifarlo di pianta.

—Dite bene, maestro. Oh, voi non dubitate ancora di me, come ne dubito io! Ma lo consentiranno i massari?

—Che vuoi che facciano di diverso?

—Ma… potrebbero volere che l'opera fosse fatta da voi. E forse, anzi senza il forse, sarà meglio così.

—Tira via, sciocco! I massari non mi faranno il torto di credere che io possa accettare una sostituzione di questa fatta. Poi, metteremo i ponti e si vedrà. Basti a loro che io m'assuma la malleveria d'ogni cosa. Se l'opera non riesce bella e salda come è nostro desiderio che sia, lo giuro a san Luca, che è il patrono dei pittori, saremo in due a smetter l'arte. Per altro,—soggiunse mastro Jacopo, ridendo,—non ci sarà questo pericolo. Ricordati che non c'è più il Chiacchiera a macinare i colori.

—Oh, non dubitate, padre mio;—rispose prontamente Spinello,—Nessuno metterà mano nelle tinte. Macinerò io, mesticherò io, farò ogni cosa da per me.—

Così dicendo, Spinello si alzò, per seguire il maestro. Era un triste viaggio, quello che stava per fare; ma lo avevano confortato le soavi parole di Fiordalisa. E l'arte, per gli occhi di madonna, tornava ancora a sorridergli.

VI.

Il guasto intervenuto nell'affresco di Spinello Spinelli aveva fatto chiasso in città; ne aveva fatto forse più della notizia, corsa un mese addietro, che ad Arezzo fossa toccata la fortuna di possedere tra' suoi cittadini un pittore.

Molta gente accorreva nel Duomo vecchio, per vedere il povero San Donato, il patrono della città, diventato di tutti i colori. E gli amici di Spinello si dolevano a quella vista, e i nemici si rallegravano. Aveva già dei nemici, Spinello, oltre i suoi compagni di bottega? Sicuro; e perchè no? Tra i nemici di un uomo che lavora, ci potete mettere tutti i fannulloni d'ogni risma, il maggior numero, insomma; gente leggiera, che vi loda quando non può farne di meno, ma che, venuto il momento buono, è sempre felice di potervi assestare uno scappellotto.

Con tanta folla, e di un umore così benevolo come potete immaginarvi, le chiacchiere erano molte, davanti all'affresco del pittor novellino. Quando giunse in Duomo il vecchio Jacopo, seguito da Spinello Spinelli e da Tuccio di Credi, che aveva voluto andarvi anche lui, per confortare l'amico, si faceva capannello intorno ad un pezzo grosso, che era (fategli di berretta!) messer Lapo Buontalenti. I quattrini non gli mancavano, a quel giudice di cose d'arte; n'aveva tanti, che potevano tenergli luogo di giudizio.

—Buon dì, mastro Jacopo!—disse il cavaliere, accompagnando la frase con un risolino sarcastico.—Che siete forse venuto per vedere il lebbroso?

—Maisì, messere;—rispose il vecchio pittore;—un lebbroso che sarà risanato.

—Ah, bene!—ripigliò il Buontalenti.—Sarete dunque voi, che farete il miracolo?

—Non lo farò io, messere; lo farà il mio discepolo Spinello, a cui è toccato questo tiro mancino.

—E riderà bene chi riderà l'ultimo;—soggiunse Spinello, passando attraverso il crocchio, e dando un'occhiata severa al beffardo suo giudice.

—Il Buontalenti non poteva lasciar passar nè l'occhiata nè la risposta. Egli rideva, appunto, e scherzava sulla disgrazia del pittore. La bottata era dunque per lui.

—Dite per me, giovinotto?—chiese egli con piglio altezzoso.—Sappiate che io non rido di voi. Solamente compiango chi si crede da più degli altri e non sa far buon viso ad una giusta osservazione.

—Compiangete dunque voi stesso, messere,—gli rispose Spinello,—che venite ad impancarvi tra i giudici, senza sapere da che parte si tenga un pennello.—

E passò oltre, appoggiando la risposta con una alzata di spalle.

—Sentite questo ragazzaccio?—gridò il Buontalenti.—Se non fossimo nella casa di Dio, mi verrebbe voglia di allungargli una pedata.

—Lasciate correre, messere;—gli disse un savio.—Questi pittorelli sono otri pieni di vento, e s'hanno a sgonfiare da sè.

—Sapessero almeno il valor delle tinte!—soggiunse un altro.—E invece mettono negli affreschi i colori di miniere, scambio dei vegetali.

—Chi l'ha detto?

—Eh, l'han detto parecchi; tra gli altri messer Bindo del Rosso, che è dei massari. Anch'io, del resto, che ho avuto pratica con pittori, posso assicurarvi che la cosa non è andata altrimenti. Lavorare in fresco, che si canzona? Non è mica come sorbire un uovo;—continuò l'oratore, vedendo di avere tirato a sè l'uditorio.—Certo, è il modo più maestrevole e bello di dipingere, perchè consiste nel fare in un giorno solo ciò che con gli altri modi si può in molti giorni ritoccare sopra il lavorato. Ma, per fare un'opera che valga, bisogna lavorare sulla calce che sia fresca, nè lasciata mai sino a che sia finito quel tanto che per quel giorno si vuole lavorare. Mi spiego? Infatti, quando il pittore indugia a dipingere quel tratto di muro che è stato preparato per ricevere i colori, la calce fa subito una certa crosterella, pel caldo o pel freddo, pel vento o pel ghiaccio, e vi ammuffa e macchia tutto il lavoro. E per questo vuol essere continuamente bagnato il muro che si dipinge; i colori che vi si adoperano, tutti di terre, non di miniere; e il bianco, poi, di travertino cotto. Da ultimo, quando si è dipinto, bisogna guardarsi di non avere a ritoccare il quadro con colori che abbiano colla di carnicci, o rosso d'uovo, o gomma, o draganti, come fanno certi guastamestieri; perchè, oltre che il muro non fa il suo corso di mostrar la chiarezza, vengono i colori appannati da quel ritoccar di sopra, e in poco spazio di tempo anneriscono. Ora, io dico, questo giovinotto che s'è buttato a dipingere in fresco, non le sapeva, queste cose? E se non le sapeva, come pare da quest'opera sua andata a male, perchè allogare a lui una medaglia di tanta importanza?

—Già,—disse il Buontalenti,—perchè allogare a lui la medaglia? Che ne pensate voi, Tuccio?—

La domanda era rivolta a Tuccio di Credi, che poco prima si era avvicinato al crocchio.

—Io, messere,—rispose Tuccio con aria discreta,—penso che il povero Spinello sia stato tradito da qualche compagno d'arte, invidioso della sua fama. Perchè, in verità, supporlo ignaro dell'effetto dei colori, non si può. Tanto varrebbe il dire che egli non conosce i primi elementi della pittura.

Indi, accostatosi con bel garbo a messer Lapo Buontalenti, come se domandasse licenza di passar oltre, gli fece un inchino e gli gittò un'occhiata d'intelligenza.

—Fermo qua,—disse il Buontalenti, prendendolo famigliarmente per un braccio, ma accompagnandolo un tratto più oltre, anzi che trattenerlo.—Voi dunque pensate?… Voi sospettate che….—

Indi, a bassa voce, mutato argomento, proseguì:

—Che ci avete di nuovo?

—Ho da parlarvi, messere;—rispose Tuccio di Credi.—Il padre è più incocciato che mai a volergli dare la ragazza. Bisognerà pensarne un'altra.

—Bene, venite stasera da me; saremo soli;—disse il Buontalenti.

Tuccio di Credi si allontanò, per andare a raggiungere Spinello e messer Jacopo, che stavano in sagrestia a leticare coi massari del Duomo. Dico che stavano, ma potrei restringermi al singolare, poichè Spinello taceva, e mastro Jacopo sosteneva tutto il carico della conversazione con quei bisbetici messeri.

Mastro Jacopo, quando lasciava di brontolare e si disponeva a chiacchierare, avrebbe potuto dar dieci punti dei sedici a Marco Tullio Cicerone. S'intende a Marco Tullio, quando parlava pro domo sua. Infatti, il vecchio pittore, trattando la causa di Spinello, parlava anche un pochettino per sè. Non era lui che aveva allogato il lavoro al discepolo? E quel discepolo non doveva sposare la sua bella figliuola? Immaginate dunque gli sforzi d'eloquenza che fece coi massari del Duomo. Spinello aveva fatto un'opera maravigliosa, e su questo non ci cascava dubbio, lo avevano riconosciuto tutti, massari e non massari. Quanto alle tinte e alla buona preparazione della calce, non c'era stato niente di diverso, pel Miracolo di san Donato, da ciò che aveva fatto lui, mastro Jacopo, per gli altri affreschi del Duomo. Il tradimento era certo, e veniva da qualcheduno dell'arte. Anzi, mastro Jacopo e Spinello Spinelli sapevano già dove metter le mani. Del resto, non temessero i massari; a quel guaio si sarebbe rimediato prontamente. Se a loro premeva il decoro della chiesa, a Spinello Spinelli premeva altrettanto, se non più, la sua fama. Ai tristi non sarebbe rimasto altro guadagno che di far lavorare doppiamente quel povero e valoroso giovinotto. Ma questo non importava, e nello spazio d'un mese si sarebbe veduto un Miracolo di san Donato bello come il primo e condotto secondo ogni regola d'arte. Non era solamente impegnato in quell'opera l'amor proprio di Spinello, ma altresì l'onore del maestro e di tutta la sua scuola, a cui non era mai accaduta una cosa simile.

—Del resto,—soggiungeva mastro Jacopo,—questa volta ci sarò io a vegliare, e non entreranno in Duomo altri colori che quelli macinati e mesticati da noi.—

I massari chinarono la testa, in atto di assentimento, e diedero licenza a mastro Jacopo di fare in tutto come gli piacesse meglio, ma a sue spese e sotto la sua malleveria.

—Non temete, messeri onorandissimi;—rispose il vecchio pittore, abbastanza contento di averla aggiustata in quel modo.—Ho giurato di smettere i pennelli, se la cosa non va come è giusto che vada.—

La mattina seguente, chiuso il Duomo ai curiosi importuni, i manovali si fecero tosto a rizzare una nuova impalcatura, nella cappella di San Donato. Frattanto, Spinello Spinelli, andando dalla bottega al Duomo, ci aveva da rispondere a tutti coloro che lo fermavano per via, e da mandar giù le condoglianze più o meno sincere, che tornano così moleste ad un galantuomo, quando ci ha l'anima oppressa.

Io non riesco a capire come mai non ci pensino, le persone cerimoniose, all'effetto di certi loro discorsi. Basterebbe il dire: "v'e andata male, abbiate pazienza, rifate e prendete la vostra rivincita". Ma no, bisogna proprio che vi s'accostino con aria malinconica, che vi stringano la mano con tutt'e due le loro, che levino gli occhi al cielo in atto di fare a Dio l'offerta dei vostri dolori, e che vi facciano una stampita da non finirla più. E voi escite dalle loro consolazioni più disanimati che mai. Peggio, poi, quando le condoglianze vi sanno di bugiardo, perchè allora ci avete anche la nausea, dovendo dar fuori il dolce e tenervi in corpo l'amaro.

Spinello Spinelli, come potete argomentare da questo discorso che io vi ho fatto secondo la sua intenzione, cansava molto volentieri ogni incontro. Nello stato d'animo in cui egli si trovava, ogni conoscente era un seccatore. Da bottega al Duomo; dal Duomo a bottega; era questo il suo itinerario quotidiano, compiuto con una rapidità da meritargli il soprannome di Saetta.

La nuova impalcatura era stata rizzata dai manovali; e Spinello, come potè avvicinarsi al suo povero affresco, non durò fatica a riconoscere che, scambio di terre, gli avevano macinato colori minerali, con qualche altra diavoleria per giunta alla derrata. Ma che cosa fosse veramente questa diavoleria, nè egli, nè mastro Jacopo riuscivano ad intendere, mancando a quei tempi il benefico trovato delle analisi chimiche. Ambedue maledissero un'altra volta il Chiacchiera e lo votarono agli spiriti maligni, come usavano fare gli antichi Ebrei col capro emissario della tribù; indi Spinello si diede a rifare i suoi cartoni, in quella che i manovali scalcinavano la vòlta.

Disgraziato affresco! Egli sparì dopo aver brillato una settimana agli occhi della moltitudine stupefatta; sparì, come sparisce una donna leggiadra, dopo avere innamorato mezzo mondo della sua fiorente bellezza. Ma quantunque la fine dell'affresco di Spinello Spinelli fosse stata precoce, non gli era toccata la sorte delle belle donne che muoiono giovani, poichè s'era da un giorno all'altro imbruttito e ne avevano detto corna quegli stessi che più lo avevano lodato. Instabilità degli umani giudizi!

Animato da un po' di rabbia, ma più dai conforti della bella Fiordalisa, Spinello si pose all'opera e lavorò per quattro. Già si capisce che il ritratto di madonna fu per allora rimesso a dormire. Infelice ritratto! Non era venuto bene da principio, e meritava la sua sorte.

Mastro Jacopo non si dolse di ciò. Egli, che pure aveva spese tante parole a consigliare quell'opera, fu il primo a dire che era meglio lasciarla da banda. Un po' di intervallo ci voleva, perchè l'animo si mettesse in pace e l'occhio del pittore si liberasse da certi dirizzoni; più tardi si sarebbe veduto. Ma Spinello non contava di ripigliare il lavoro, nè più tardi, nè mai. Sapete già che nella impossibilità di ritrarre i lineamenti di Fiordalisa egli ci vedeva l'effetto di una malia. Perchè avrebbe richiamato lo spirito maligno, che si beffava così crudelmente di lui? Meglio era non pensarci affatto.

Del resto, il Miracolo di san Donato richiedeva tutto il suo tempo. Spinello era pieno d'ardore e passava sul trespolo le intiere giornate, lavorando alla brava. I pennelli, nelle sue mani, andavano e venivano come la spola in mano alla tessitrice. Un mese dopo la scena coi massari del Duomo, che v'ho raccontata più su, il nuovo affresco era condotto a termine. Tutto era stato osservato con diligenza, e direi quasi passato allo staccio, la calce, la rena, i colori. Mastro Jacopo vegliava come uno degli Otto; nessuno, oltre lui e Spinello, aveva potuto metter piede sul ponte. Anzi, il vecchio pittore aveva spinto il rigore a tal segno, che lo scaccino del Duomo dovesse vietare a lui stesso a lui, mastro Jacopo, di salire sull'impalcatura, se non fosse stato presente Spinello.

—Non si sa mai!—diceva egli ridendo.—Potrei essere sonnambulo, venire in Duomo senza avvedermene e tentare di salire quassù; per fare qualche tiro mancino, sotto la guida del diavolo.—

I massari degnissimi videro il nuovo dipinto e si congratularono col giovine artista per la sua diligenza, come per la sua valentia. Il popolo fu chiamato e ammirò. Spinello, rifacendo, aveva mutato alcune cose, pensando che potesse vantaggiarsene il quadro. E certamente la composizione, restando suppergiù quella di prima, ci aveva guadagnato di scioltezza; il disegno appariva più corretto, e tutte le parti assai meglio dipinte. Chi ha dovuto rifare un lavoro, anche lodato nella sua prima forma, intenderà queste cose. Ma non mancarono neanche i sofistici, per sentenziare che il primo affresco era meglio. E forse, anche senza saperlo, dicevano il vero, poichè la freschezza di una prima impressione non si ripete più, anche facendo un più corretto lavoro.

Lodato, levato a cielo, messo a confronto con sè medesimo, Spinello non era tuttavia con l'animo all'altezza della sua riputazione. Il poveretto sfioriva, avvizziva, intristiva ad occhi veggenti.

—Ragazzo mio,—gli disse un giorno Mastro Jacopo,—tu non sei contento dei fatti tuoi; tu aspetti qualche cosa, come a dire la manna del cielo.

—Che dite, maestro!—esclamò il giovinetto, confuso.

—Negalo, se ti basta l'animo. Non sarà la manna, lo capisco, ma qualche cosa di simile. Per esempio,—soggiunse maliziosamente il vecchio pittore,—una parolina di quel certo babbo. Ed io, scimunito, m'ero messo in testa che ti bastasse la gloria!

—Oh, padre mio,—rispose Spinello, indovinando finalmente dove volesse andare a battere mastro Jacopo,—la gloria è una bella cosa, soltanto perchè è donna. Ma una donna vera, sia detto con vostra licenza, vale assai più della gloria, che è donna solamente per grammatica.

—Eh! non dirai mica sempre così;—ripigliò mastro Jacopo.—Come tu mi vedi, io amo adesso la gloria, che è donna per burla. È vero che anch'io non sono più l'uomo di prima. Tuttavia, quando aveva i tuoi anni, amavo una cosa e l'altra, anzi una cosa per l'altra. Ma infine, siamo giusti, non è questo ciò che tu fai? Desideri di risplendere, d'innalzarti, per raggiungere un fiore.

—Ed un fiore che voi tenete tropp'alto con la mano;—disse Spinello, ridendo.

—Sì, eh, manigoldo! Troppo alto? Stiamo a vedere che dovrei buttartelo tra' piedi! Ma basti di ciò;—soggiunse mastro Jacopo, vedendo che il povero innamorato si faceva serio da capo;—che diresti tu del giorno di San Luca? Sai pure. San Luca è il patrono dei pittori.

—Dico,—rispose il giovane, chinando la testa,—che san Luca verrà fra trentadue giorni.

—Ti paion troppi? Contentati! Anche Fiordalisa ci ha i suoi apparecchi da fare.—

Spinello Spinelli si buttò nelle braccia di mastro Jacopo.

—Animo, via!—brontolò il vecchio pittore.—Non piangere, io credo di aver disimparata quest'arte, e potrei esser geloso di te.

Così dicendo, mastro Jacopo asciugava due luccioloni, che erano venuti proprio allora a farlo bugiardo.

Quel giorno, Spinello Spinelli entrò raggiante in bottega. E Parri della Quercia e Tuccio di Credi, opachi e taciturni lavoratori, levarono gli occhi stupiti a contemplare quel giovine cherubino, che non capiva più nella pelle.

—Che c'è?—disse Parri della Quercia.—Vi fiammeggiano gli occhi.

—Lo credo io!—rispose Spinello.—C'è… c'è, amici miei, una grande novità. Ve la dò a indovinare alle cento.

—Dio buono!—esclamò Parri della Quercia,—si tratta di una cosa che vi fa molto piacere.

—Benissimo! Avete indovinato alla prima.

—Eh, che sia una cosa allegra lo si vede dalla vostra cera. Che cosa sia, poi, aspettiamo di udirlo dalle vostre labbra, poichè non basterebbero a noi, nè le cento, nè le mille.

—San Luca! San Luca!—gridò Spinello, saltando, e abbracciando l'amico Parri.—Mi capite? Il giorno di San Luca.

—Cade se non m'inganno ai 18 di ottobre;—rispose Parri della
Quercia.

—Che importa a me quando casca? Volevo dirvi che quel giorno io sposerò madonna Fiordalisa.

—Ah!—disse Parri.—Abbiate le mie congratulazioni. Quantunque, potete anche farne di meno.

—V'ingannate, Parri; le congratulazioni degli amici ci esprimono il loro animo e portano fortuna come gli augurii. E il vostro e quello di Tuccio mi saranno carissimi.—

Tuccio di Credi, così chiamato a parte della gioia di Spinello Spinelli, lasciò di macinar colori, per rispondere col suo accento grave, che pareva scaturire dagli abissi:

—Siate felice!

—E voi mi sarete compagni alla cerimonia, non è vero?—ripigliò Spinello, che era avvezzo al tono di voce dell'amico Tuccio e non doveva farne più caso.

—Sicuramente,—rispose Parri della Quercia.—La vostra allegrezza è la nostra.

—Ed è grande, sapete? Così grande che io non la posso contenere; così grande, che ho sempre paura di…. Ma non diciamo sciocchezze. Volevo soltanto farvi intendere che gioia profonda sia quella di possedere chi s'ama, quando si ama….

—Come voi amate, ho capito;—disse Parri della Quercia, col suo placido viso.

Era contento quel buon diavolaccio di Parri. Non si sentiva nato per nessuna altezza, e dalla sua mediocrità consapevole, ma non gelosa, godeva di ammirare i fortunati che andavano su, fin dove un uomo può andare, per cogliere ciò che è più desiderato nel mondo, una corona di alloro o un amplesso, il bacio della gloria o un bacio di donna.

Tuccio di Credi, per contro, era diventato livido come un cadavere. Ma già, voi lo sapete, Tuccio di Credi aveva la faccia di colore olivastro, e queste tinte illividiscono facilmente ad ogni commozione dell'animo. Ora, il lividore di Tuccio poteva essere un segno di allegrezza profonda, come era di profondo rancore.

Anch'egli aveva amato Fiordalisa, ma senza speranza, prima che Spinello Spinelli entrasse in bottega di mastro Jacopo e innamorasse la bella figliuola del pittore. Per altro, avrebbe voluto che gliela rubasse un altro; il Buontalenti, per esempio, o il primo venuto tra i cavalieri d'Arezzo. Egli certamente avrebbe odiato il rivale, ma non così fieramente come un compagno d'arte, la cui felicità dovesse stargli sempre davanti agli occhi, quasi un rimprovero alla sua dappocaggine.—Ecco qua (parea dirgli un matrimonio di quella fatta); madonna Fiordalisa, quest'angelo di bellezza doveva toccare in premio ad uno che avesse in petto il sacro fuoco dell'arte; e tu non eri quell'uno.—

Ma che importa, quando si ama (dirà il lettore), che importa che la persona amata vi sia rapita da Caio, anzi che da Sempronio? Importa moltissimo, se all'amore aggiungete l'invidia.

VII.

Siamo già presso al gran giorno, e ancora non si è fatta un'intima conoscenza con madonna Fiordalisa, che dovrebb'essere l'eroina della festa. Abbiamo ammirata la sua bellezza esteriore, ma l'anima sua non ci è nota. Abbiamo veduto il fiore, non abbiamo sentito il profumo.

Fiordalisa era vissuta molti anni da sola in casa di mastro Jacopo, padre amoroso, ma burbero e tutto sprofondato nell'arte sua. Esciva appena d'infanzia quando le era morta la madre, e ciò le aveva portato l'obbligo di molte cure domestiche non intese subito, ma vedute ed accettate a mano a mano che in lei cresceva con gli anni il giudizio. Era una bambina grave prima di essere una donnina forte.

Inoltre, ella aveva veduto assai presto la necessità di custodirsi da sè. Il fiorire della bellezza era stato precoce, e il ronzio dei calabroni del pari. Lodata, ammirata, corteggiata alla larga ma con visibile assiduità, bersagliata da sguardi languidi, salutata da esclamazioni subitanee, da voltate e da fermate che dicevano esse sole un mondo di cose, madonna Fiordalisa ci aveva tutte le tentazioni per diventare una vanerella. E forse sarebbe finita così, se la presenza di una mamma, tenendo lontani gli adoratori importuni, avesse lasciato libera quella bella creatura di scegliere nella turba i più modesti, e ad ogni modo di inebbriarsi in tutte le generazioni d'incenso che vaporavano intorno a lei. Ma io ve l'ho detto, Fiordalisa era sola; non aveva tempo nè modo di raccapezzarsi; doveva guardarsi da tutti, non osservando nessuno. E si era concentrata in sè chiudendo nel profondo dell'anima tutte le sue belle fantasie giovanili. Ora, voi sapete che cosa avviene dei liquori generosi, quando sono chiusi appuntino; fermentano da sè, si rinforzano in una specie di meditazione solitaria. E nell'anima di Fiordalisa, la fantasia aveva tanto più lavorato, quanto più era stata rinchiusa. La vita reale l'opprimeva con tutte le sue convenienze, i suoi riguardi, le sue necessità, ma lo spirito si ricattava di quella tortura, affinando, abbellendo, innalzando il proprio ideale.

Mastro Jacopo credeva di comandar lui alla sua bella figliuola, perchè, quando le diceva: "facciamo la tal cosa" ella si affrettava ad obbedirgli. E non sapeva, il babbo, che egli non comandava mai e che non consigliava mai nulla che non fosse ispirato da lei, e preparato da lunga mano con sapienti rigiri. Per esempio, la fanciulla aveva inteso assai presto che un giorno le sarebbe toccato di andare a marito, e che forse avrebbe dovuto escire di casa. E allora, chi avrebbe avuto cura del babbo? Un uomo solo ha bisogno di tante cose, nel governo della casa, che una donna gli è più che utile, necessaria. Nè basta a lui di essere in tal condizione d'agiatezza, che gli consenta il lusso di due o tre donne di governo. Fossero anche dieci, esse non valgono l'occhio ed il cenno di una buona massaia. Perciò, immaginate con quanti graziosi artifizi madonna Fiordalisa s'industriasse a insinuare bel bello nella mente di suo padre che la figliuola di un artista non doveva sposare che un artista. La cosa tornava bene all'umore bizzarro di mastro Jacopo; ed egli aveva fatta sua l'ideina germogliata nel cervello della sua Fiordalisa.

Perchè s'era messa in testa di consigliarlo a quel modo? Son certo che voi, lettor sottile, non mi menate buona la ragione domestica, rammentando la massima, confermata da una osservazione costante, che noi accogliamo le idee savie solamente quando esse s'accordano con una realtà che ci piace. Ma, a farlo apposta per isbugiardare la massima, Fiordalisa non ci aveva nessuna realtà di quelle che potreste figurarvi. Ella non aveva davanti agli occhi la più piccola immagine di genio nascente. Gli scolari di suo padre erano rozzi, o gaglioffi, veri fattori, garzoni di bottega, non artisti da innamorare le fanciulle. Madonna Fiordalisa non aveva condotto l'animo di suo padre su quella via, che per un senso d'orgoglio. Ecco in che modo.

L'arte della pittura incominciava allora ad essere tenuta in qualche pregio, più per la fama di Giotto e de' suoi valenti discepoli, che non per sè medesima, come arte liberale. Solo da pochi anni i pittori avevano istituita in Firenze la loro confraternita speciale, e mastro Jacopo di Casentino, che v'era ascritto dei primi, aveva dipinto per l'oratorio di quella un San Luca che ritrae la Nostra Donna in un quadro. Ma ciò non bastava ancora a nobilitare i pittori, poichè, lo sapete, tutte le distinzioni hanno mestieri di pigliar lustro dal tempo. Inoltre la compagnia di san Luca non era nata con intendimenti molto orgogliosi, ma solo perchè i maestri che allora vivevano, così della vecchia maniera greca, come della nuova di Giotto, ritrovandosi in gran numero e considerando che l'arti del disegno avevano in Toscana, anzi proprio in Firenze, avuto il loro rinascimento, s'erano consigliati di creare la detta compagnia, sotto il nome e la protezione di san Luca evangelista, sì per render lode e grazie a Dio nell'oratorio di quella, sì anco per trovarsi alcuna volta insieme e sovvenire nelle cose dell'anima e del corpo a chi, secondo i tempi, n'avesse bisogno. Il periodo è lungo; ma non è che l'abbreviatura d'un altro, anche più lungo, di messer Giorgio Vasari. Del resto i pittori non erano che una frazione degli scudai, rotellai, palvesai, ed altri artefici di quella fatta; nè si credevano diversi da questi, poichè tutti dipingevano le pezze onorevoli e le imprese negli scudi degli uomini di guerra. La famosa risposta di Giotto a quel villan rifatto che voleva farsi dipinger l'arme da lui, è la riprova di questa comunanza di lavoro. Il rinnovatore dell'arte italiana non si doleva tanto di dover dipingere uno stemma, quanto di dover accettare la commissione d'un uomo di picciolo affare, che ragionava d'armi come se fosse il duca Namo di Baviera.

Accadeva dunque all'arte della pittura ciò che è dei piccoli aquilotti nel nido, che sentono nascer le penne e già batton l'ali, quantunque abbiano ancora i bordoni. Madonna Fiordalisa sentiva il gentile orgoglio dell'arte paterna, e in ciò spero che nessuno le vorrà dar torto. Quegli angioli e quelle Vergini che dipingeva suo padre e che facevano rimanere a bocca aperta tanti gentiluomi di Firenze e di Arezzo, erano quarti di nobiltà per la sua casa, che valevano pure le armi di concessione degli imperatori di Lamagna e dei reali di Francia. Madonna Fiordalisa aveva dunque la sua piccola superbia in testa. E poichè al matrimonio bisognava pensare, per la ragione naturalissima che una bella ragazza come lei non avrebbe potuto sottrarvisi, ella incominciò a fare il suo ragionamento dentro di sè. Un artefice di umili lavori non lo voleva, e ad ogni modo non lo avrebbe voluto mastro Jacopo; ma un gentiluomo, ancorchè fosse piaciuto a suo padre, non lo avrebbe voluto lei sentendo istintivamente che i grandi, i potenti della terra, non erano fatti per la figliuola d'un pittore. Madonna Fiordalisa non amava discendere, ma non voleva neanche salire ad una altezza, dove poi le si potesse rinfacciare l'umiltà relativa dei suoi natali. In quel corpicino leggiadro batteva un cuor di regina.

Nessuno, io spero, vorrà dirmi che io la rendo brutta, dipingendola un tantino orgogliosa. L'ipocrisia non deve guastar l'arte, come qualche volta pur troppo le avviene di guastar la natura. Orgogliosi lo siam tutti la parte nostra, e meglio sarebbe confessarlo sinceramente, ognuno per sè medesimo, anzi che fermarsi a biasimare la cosa negli altri. Fiordalisa a buon conto, era superba come doveva essere, di quella superbia che non reca offesa ad alcuno, ma che basta a farci sentire non indegnamente di noi, ed è stimolo potente ad opere egregie, o almeno almeno a non volgari pensieri.

La realtà piacevole che, come ho detto, mancava ancora alla bella Fiordalisa quando ella incominciò ad insinuare nella mente di suo padre l'idea di non volere che un artista per genero, si presentò finalmente, nella persona di Spinello Spinelli. La fanciulla riconobbe in lui l'ultimo venuto e il più modesto de' suoi adoratori di strada. Si turbò, a tutta prima, immaginando che fosse un temerario introdottosi destramente in casa di mastro Jacopo, sotto colore di una vocazione artistica che non sentisse davvero nell'anima. Fiordalisa era una di quelle donne che non amano gli audaci. Ma ella non istette molto ad accorgersi che Spinello non aveva mentito, e incominciò a vedere in lui l'incarnazione di quell'ideale che ella vagheggiava nella sua mente. Si raccolse allora in sè medesima, assaporando la nuova sensazione che il caso portava nella sua esistenza. Il cuore di Fiordalisa si era svegliato; per contro, la sua fantasia, vigile da prima e avvezza a vagar dietro alle chimere, si addormentava in un bel sogno, che aveva argomento nel vero.

C'è nell'amore un grazioso dormiveglia, di cui come di tante altre cose piacevoli, si sente la delizia, quando la sensazione è cessata, o s'è trasformata in un'altra. Il cuore incomincia a farsi vivo, nel confuso bisbiglio d'una voce arcana. La ragione, acquietata da onesti argomenti, o persuasa dalla lontananza del pericolo, trova nel fatto il suo tornaconto e sonnecchia, lasciando che l'anima si abbandoni intieramente al soave sentimento che la invade. Tutti gli amori lo hanno, questo dolce periodo d'infanzia, del non desiderare, del non discuter nulla, dell'accettare la vita e la cosa come ci sono offerte dalla lieta occasione. È il tempo in cui l'uomo osserva la veste portata da una donna, per rammentarsene poi, come d'ogni parte più appariscente della bellezza di lei; è il lampo in cui la donna medita sulle frasi più insignificanti, e finisce a trovarci un senso riposto. E più tardi l'uomo può dire: "Sapete? la prima volta che ho sentito di amarvi, eravate vestita così e così." E la donna dal canto suo: "Vi rammentate? Un giorno, nel tal luogo, alla tal ora, mi avete detto che non vi piacevano i marrons glacés." Cara infanzia d'amore! In quel soave dormiveglia si è compiuto il grande mistero della compenetrazione (stavo per dire della transustanziazione) di due cuori, di due anime, di due esistenze. E quando ci si trova innamorati a buono, non si sa mica come la sia andata, nè quando sia entrato, nè da che uscio, l'amore. Si vorrebbe saperlo, per appagare una gentile curiosità, e rinnovarne la grata sensazione. Ma invano; l'indagine nostra non può risalire all'origine, o, se vi giunge, non trova nulla di chiaro. Così è l'infanzia del linguaggio, di quest'altro sublime mistero. Come ha imparato a parlare il bambino? Quando e per che vie ha trovati i nessi della frase e i segreti della coniugazione? Cercate e non troverete; bussate e non vi sarà aperto, nè ora, nè mai.

Quando madonna Fiordalisa si accorse di amar tanto il nuovo discepolo di suo padre, mastro Jacopo era già più infatuato dei meriti di Spinello che ella non fosse invaghita del giovane. Una bella mattina mastro Jacopo le disse così di schianto: "Sai? Spinello ti ama; io amo lui; resta che lo ami anche tu, perchè la catena sia fatta". Ella rise della forma bizzarra che suo padre avea dato alla notizia; ma non ebbe a maravigliarsene punto. Come l'amore di Spinello Spinelli, così le intenzioni benevole di mastro Jacopo non erano una novità per lei; le sapeva già, le sentiva nell'aria.

Anche il trionfo artistico di Spinello nell'affresco del Duomo, per grande che fosse, era preveduto. La cosa andava da sè. Era, per dir così, la chiave della camera nuziale, ed era giusto che Spinello facesse miracoli per ottenerla. Di questo ella non aveva mai dubitato, poichè la ragione dell'impresa, il segreto della vittoria di Spinello, era in lei, consapevole virtù teologale. Quante cose sapeva la bella Fiordalisa! Ma badate, non più tante come prima. Per esempio, una volta ella sapeva quanti uomini in Arezzo fossero innamorati di lei. Nè già perchè ella si fosse fermata a contarli, vi prego di crederlo, ma perchè non poteva non vederli, non sentirsi fischiare all'orecchio le loro giaculatorie, anche quelle che non escivano fuori in parole formate. Madonna Fiordalisa vedeva senza guardare, udiva senza ascoltare. Ma quando ella sentì di amare Spinello, non vide, non udì più nulla del mondo. Il sesto senso che hanno le donne, per cogliere ciò che sfugge all'attenzione dell'universale, fu spento d'improvviso in lei. Madonna Fiordalisa non vedeva, non udiva che un uomo. In apparenza, era sempre contegnosa e tranquilla, come quando sentiva il susurro degli inni che volavano a lei d'ogni parte, e direi quasi il crepitio dei cuori che ardevano sul suo passaggio trionfale. Ma nell'anima sua era un pensiero che non pativa rivali, nel suo cuore un'immagine che non lasciava posto a nessuna impressione esteriore.

La rammentate, la favola di quella bella principessa a cui una fata benigna aveva concesso di poter leggere nel cuore di tutti, fino a tanto che ella potesse veder chiaro nel suo? Un giorno la principessa si svegliò più triste dell'usato; guardò nel suo cuore e ci vide torbido. La poverina era innamorata. La favola dice che da principio ella non sapeva darsene pace; ma che poi ne fu consolata dalla sua protettrice. Che ti giova, le disse la fata, di leggere nel cuore di tutti? Le più grandi soddisfazioni della vanità non valgono il più piccolo conforto d'amore.—

Il guasto dell'affresco era venuto in mal punto, per indugiare la felicità dei nostri innamorati; ma non doveva altrimenti distruggerla, poichè la mano che aveva condotto a termine il primo lavoro, poteva incominciarne un secondo. Fiordaliso indovinò la presenza del nemico, e sospettò anzi un geloso. Ma suo padre non ci aveva veduto che il tiro mancino di un compagno d'arte invidioso, e mostrava anche di sapere dove metter le mani. La partenza improvvisa del Chiacchiera, del Granacci e di Lippo del Calzaiuolo dalla bottega di mastro Jacopo, confermava i sospetti del vecchio pittore. E Fiordalisa lasciò in disparte i suoi dubbi, non cercò altro, non si volse attorno per interrogare i sembianti, che avrebbero potuto impallidire. Del resto, che importava cercare il nemico, se Spinello doveva ad ogni modo riportare la palma? Fiordalisa rianimò il coraggio del suo fidanzato e gli persuase che da quel male ne sarebbe derivato un bene maggiore, poichè nella seconda prova egli avrebbe dimostrato, se era possibile, una più grande franchezza di mano.

Così avvenne, com'ella aveva pronosticato. Spinello ebbe vendetta allegra dello sconosciuto nemico, nel plauso di tutti i suoi concittadini, che avevano ammirato il primo dipinto e che levarono a cielo il secondo. E mastro Jacopo, contento come poteva esserlo un padre, diede a Spinello il maggior premio che per lui si potesse, annunziandogli che il matrimonio si sarebbe fatto fra un mese. Un mese! Appena quanto occorreva per gli apparecchi nuziali.

Gran giornata, quella festa di San Luca! Ma ogni santo ha la sua vigilia, e mastro Jacopo pensò giustamente che dovesse averla anche il terzo degli evangelisti e il primo dei pittori cristiani. Il giorno delle nozze doveva essere un giorno di raccoglimento; bisognava dunque solennizzarlo in anticipazione, facendo alla vigilia il pranzo nuziale.

La casa di mastro Jacopo era di persona agiata, ma non ricca. Del resto, a quei tempi, anche i popolani grassi vivevano semplicemente. Al servigi della famiglia di mastro Jacopo non c'era che una vecchia fante, la quale bastava a tutto, e a governare la casa e ad accompagnare madonna Fiordalisa, quando esciva per andare agli uffizi divini. Essa per altro non sarebbe bastata ai bisogni di quella circostanza solenne, e fu mestieri provvedersi di quattro o cinque mezzi servizi per quel giorno di grandi faccende domestiche. Parri della Quercia e Tuccio di Credi, volonterosi aiutanti, si fecero in quattro, per servire il maestro in quelle ricerche e in tutto l'altro che gli fosse bisognevole. Nella necessità si conoscono gli amici; e quello era il meno che potessero fare, per dimostrargli la loro gratitudine.

Il vecchio pittore si rallegrava di vedere raccolta in casa sua tanta gente. I congiunti non erano molti, poichè egli non era nato in Arezzo e messer Luca Spinelli neppure. Ma una zia si trovò, ed anche una copia di cugini o di cugine, a cui si aggiunse una mezza serqua di amici vecchi, che potevano considerarsi come parenti, o giù di lì. C'erano poi gli scolari di Mastro Jacopo, ed anche qualche bell'umore, di quei tali che si invitano a tutte le feste, perchè rallegrino le brigate coi loro motti arguti o con le loro canzoni.

Messer Luca Spinelli, quel giorno, baciò sulle gote la gentil Fiordalisa e la chiamò col dolce nome di figlia. Com'era bella, nella sua veste di ferrandina a larghe pieghe e la radice del collo coperta da un baveretto bianco! Era la veste che ella indossava per recarsi al Duomo; la veste con cui l'aveva veduta per la prima volta Spinello, e voi intenderete, io m'immagino, il delicato pensiero che l'aveva consigliata di vestirsi a quel modo, lasciando al giorno seguente le più sfarzose abbigliature.

Ma ohimè, se Fiordalisa, era bella, non era altrimenti lieta. Messer Luca osservò che la sua nuora futura, anzi, la sua cara figliuola, poichè oramai poteva anch'egli chiamarla così, portava sul volto le traccie d'un interno rammarico.

—Luca mio,—gli disse mastro Jacopo, traendolo in disparte,—che volete? Son donne e ci hanno le loro piccole superstizioni. S'è dovuto prendere quattro o cinque persone a mezzo servizio, per dar mano a tutto il bisognevole in questa casa, dove pare che ci sia il finimondo. E stamane, uno di questi gaglioffi anzi una di queste sventate, poichè si tratta d'una donna, nel riporre certe robe nel forziere di mia figlia, ha lasciato cadere un piccolo specchio, che è andato, come potete immaginarvi, in tanti minuzzoli. E per giunta (vedete che sciocca!) non s'è messa a gridare che era una grande disgrazia?

—Lo è certamente;—notò messer Luca Spinelli.—Costa caro uno specchio!

—Oh, per questo avete ragione; ma non era il caso di vederci altro guaio. La mia figliuola veramente non li aveva, certi pregiudizi per il capo; ma voi mi capirete bene; sentirsi dire che il rompere uno specchio porta sventura, non è certamente una cosa piacevole, specie alla vigilia d'un matrimonio. Io per altro l'ho consolata, dicendole che la rottura d'uno specchio porta sventura, bensì, ma solamente a chi lo ha lasciato cascare. Non ho detto bene? Ma lasciamo queste ragazzate;—conchiuse mastro Jacopo;—e andiamo a tavola, con la benedizione di Dio.

Del resto, se madonna Fiordalisa era grave all'aspetto, non crediate che fosse per quel piccolo guaio, dimenticato pochi istanti dopo che era avvenuto. Ed ella e il suo fidanzato stavano in contegno, come è costume di tutti gl'innamorati, giunti a quel momento, in cui hanno da custodire la loro allegrezza dallo sguardo importuno dei curiosi, ed anche da nascondere, per debito di cortesia, la noia che provano a dover perdere il loro tempo in compagnia di profani.

Fortunatamente, se i due innamorati apparivano un po' malinconici, mastro Jacopo era gaio per essi e per altre undici coppie di sposi. È sempre andata così. I caratteri più burberi quando girano per caso al buon umore, diventano così pienamente e così rumorosamente allegri da mettere in sacco una dozzina di giullari.

Mastro Jacopo aveva ragione d'essere così allegro. La sua figliuola andava a marito. Era la sorte di tutte le ragazze; ma per quella volta la frase non era precisa, poichè Fiordalisa non andava restava, ed era il marito che faceva la strada. Mastro Jacopo aveva voluto tirarsi il genero in casa, e Luca Spinelli che non era ricco, già lo sapete, si acconciava al desiderio del vecchio pittore. Il quale poteva dire giustamente di aver concessa con una mano sua figlia, ma di averla ritenuta con l'altra.

Alle gioie domestiche di mastro Jacopo avevano preso parte moltissimi, in Arezzo, e si potrebbe aggiungere tutti gli abitanti della contrada. Mastro Jacopo era universalmente stimato; la sua figliuola era universalmente amata, anzi per dirla con una iperbole tutta nostrana, adorata. Figuratevi che davanti all'uscio di casa erano stati piantati degli alberi inghirlandati di fiori. Era la confusione del calendario; ii maggio in ottobre! E sotto alle finestre della casa si affollavano i cantori popolari, per festeggiare le nozze di madonna Fiordalisa coi loro rispetti, frammezzati da certe rifiorite, che era una delizia a sentirle.

Non vi descrivo il pranzo. Vi dirò solamente che fu degno della circostanza e lieto per una bella confusione di bicchieri e di lingue. Il vin toscano, specie quello di Val di Chiana, è generoso, non traditore; vi dà una dolce allegria, senza turbar la ragione.

Spinello non mangiava e non beveva che a fior di labbra. Guardava Fiordalisa. Stava a sentire i motti, sorrideva ai complimenti, accettava gli augurii, ma senza meditarci su. Guardava Fiordalisa. Di tanto in tanto, facendo uno sforzo di volontà, si concentrava in sè medesimo e chiedeva:

Son io, proprio io, che la sposo? Non è un sogno, che faccio? In fede mia non lo so. Vedrò di persuadermene domani.—

La giornata era bellissima, forse un po' troppo calda, per il mezzo d'ottobre. Guardando Fiordalisa ad ogni tratto, Spinello s'immaginò ch'ella dovesse soffrire. Come Dio volle, anche il pranzo finì; ed egli, accostandosi alla sua fidanzata, le chiese sotto voce:

—Madonna, che avete? Vi sentite qualche cosa?

—Oh, nulla;—rispose ella.—Un po' di caldo.

—Dovevo figurarmelo;—riprese Spinello.—Si sta male, chiusi qui dentro, ed in tanti! Venite con me, madonna, a respirare un po' di aria libera.—

Fiordalisa accettò l'invito di Spinello, ed escì con lui sul loggiato. Era l'ora di vespro, e il sole incominciava a nascondersi dietro i tetti delle case vicine. Il cielo era splendido scintillante d'oro con riflessi di porpora. L'aria, sul loggiato, era tiepida ancora della lunga refrazione dei raggi solari sulle pareti e sui colonnini di marmo; ma dalla strada incominciava a spirare il timido soffio dell'aria vespertina. Fiordalisa bevve con desiderio quell'alito consolatore.

—Bella sera!—esclamò Spinello!—E miglior giorno sarà domani!—

Fiordalisa si volse a lui e sorrise, ma d'un sorriso stanco, che morì appena nato su quelle pallide labbra.

—Anima mia!—proseguì Spinello avvicinandosi.—Voi non vi sentite bene, quest'oggi!

—È vero;—diss'ella—-Non so proprio che cosa sia. Mi parea di morire, là dentro.

—Dio mio!—esclamò il giovane, commosso—bisognerà prendere qualche cosa. Se io sapessi!…

—Oh, non vi date pensiero. Anche oggi, prima di venire a tavola, ho preso un cordiale. Mi sentivo già un poco abbattuta!….—

Spinello si sarebbe turbato per molto meno. Volgendo la testa, come chi cerchi qualche cosa che non sa, gli venne veduta, nel vano dell'uscio che metteva al loggiato, la faccia scura di Tuccio di Credi.

—Tuccio,—diss'egli allora,—vi prego, chiamate mastro Jacopo.—

Tuccio si era inoltrato fin là, con aria tra curiosa e indifferente. Gli dava noia d'esser colto sull'atto di spiare i due giovani; ed era già per tirarsi indietro, sperando di passare inosservato, quando gli giunse la voce di Spinello.

—Subito;—rispose egli, confondendo nella scossa del comando ricevuto quella del vedersi scoperto.

E andò prontamente a far l'imbasciata. Poco dopo, mastro Jacopo giungeva sul loggiato.

—Mi avete chiesto? Che c'è? Che cosa è avvenuto?—gridò egli, vedendo
Spinello che si volgeva a lui, con la cera sconvolta.

—C'è… Oh, padre mio, non vi turbate oltre il necessario! Fiordalisa non si sente troppo bene. Il caldo la soffocava, là dentro.

—Eh, capisco;—rispose mastro Jacopo, riavutosi dal primo spavento.—Non è avvezza a queste confusioni. Per fortuna, non vengono che una volta sola. Fiordalisa, figliuola mia, ora ti senti meglio, non è vero?

—Sì, babbo;—rispose la fanciulla, con un filo di voce.—Quest'aria mi fa bene. Ma vorrei berne tanta…tanta! Ho un po' di stanchezza…e un po' di sonno, anche.—

In quel mentre, capitavano sul loggiato parecchi dei convitati.

—Che cos'è avvenuto?—chiese Luca Spinelli. Abbiamo veduto Tuccio di
—Credi così stralunato! Ah, Fiordalisa! Si sentirebbe male?

—Un po' di stanchezza; non è nulla;—rispose mastro Jacopo, ma con un tono di voce che contrastava con le parole.—Il caldo della sala da pranzo…le nostre chiacchiere!…

—Già, il caldo; lo sentivamo anche noi;—entrarono a dire le cugine.—Ma l'aria libera le farà bene. Non è vero, Fiordalisa?

—Sì;—mormorò la fanciulla, socchiudendo le palpebre.

—In verità,—disse Spinello, che aveva notato quell'atto.—sarebbe meglio un po' di moto. Non vi pare, Fiordalisa?

E avvicinatosi a lei, le bisbigliò all'orecchio una dolce parola.

—Andiamo;—balbettò ella.—Mi farà bene… con voi.

Ma ella non accennò altrimenti di volersi alzare. Scosse in quella vece il capo e si recò la mano al petto, come se volesse trattenere qualche cosa che era per fuggirle in quel punto.

Spinello si buttò ginocchioni davanti a lei e l'afferrò per le braccia.

—Che è ciò? Dio santo!—gridò egli sbigottito.—Fiordalisa, amor mio!—

Scossa da quell'accento supplichevole, la fanciulla aperse a stento le ciglia e rivolse a Spinello una languida occhiata; ma le palpebre si richiusero tosto. Mosse ancora le labbra, come per dire qualche cosa, indi si abbandonò come persona stanca e lasciò ricader la testa sull'omero.

Due grida strazianti proruppero ad un tempo; il grido di mastro Jacopo e il grido di Spinello Spinelli. Ma la bella Fiordalisa non udì più i disperati richiami di que' due amori che si concentravano in lei.

—Che avete?—entrò a dire messer Luca.—. Ella si è addormentata.

—Ah, diceste il vero, padre mio!—gridò Spinello Spinelli.—Un medico! Un medico! Chi trova un medico?—

Il sospetto di una disgrazia era penetrato nel cuore di tutti. E tutti si offersero di andare in cerca d'un medico. Ma primo tra tutti balzò fuori mastro Jacopo, e nessuno ebbe il coraggio di contendergli quell'ufficio. Il vecchio padre andò via come un disperato. Chi lo vide in volto, mentre usciva a furia dal crocchio, senti corrersi un brivido di terrore per l'ossa.

Intorno alla povera Fiordalisa era una confusione, un tramestio da non dirsi a parole. Tutti volevano esser utili, tutti si confidavano di farle ricuperare i sensi. Prime le donne, che si erano affrettate a slacciarle la veste. Spinello e gli altri uomini, mossi da un sentimento di rispetto, si ritrassero in disparte. Alcuni, obbedendo ai comandi della vecchia zia, che prendeva ad esercitare l'autorità inerente all'età sua ed al suo grado di parentela, andarono a cercare l'aceto, le acque nanfe, e tutto quell'altro che poteva parere più acconcio al bisogno. Il viso e la radice del collo furono abbondantemente spruzzati, ma invano; Fiordalisa non dava segno di vita.

Erano tutti ancora intenti a quell'opera quando ritornò mastro Jacopo. Il vecchio pittore era andato e tornato come un fulmine, trascinando con sè mastro Giovanni da Cortona, uno dei più valenti discepoli d'Esculapio, che fossero allora in Arezzo.

—Orbene?—gridò il vecchio, affacciandosi al loggiato.—È rinvenuta?—

Gli sguardi abbattuti della brigata dissero a mastro Jacopo che la speranza con cui era tornato in casa era vana. Allora il povero padre si cacciò avanti con impeto disperato, gridando:

—Mia figlia! mia, figlia!—

Povero padre! Faceva compassione a vederlo.

—Animo, via,—disse messer Giovanni da Cortona,—non vi disperate così. Sarà uno svenimento.—

E si avanzò in mezzo al crocchio, il degno seguace di Galeno, per vedere da vicino la fanciulla. Notò da principio il volto che ora bianco come il marmo; indi toccò il polso e pose la mano al petto, interrogando le fonti della vita; da ultimo accostò la guancia alle labbra, per sentire se ci fosse ombra di respiro. A mano a mano che egli procedeva nelle sue indagini, gli astanti si stringevano intorno a lui, fissandolo negli occhi, come per indovinare il suo responso, prima che gli escusse dal labbro. Messer Giovanni era grave, da principio; ma, seguitando l'esplorazione, divenne triste senz'altro e una lagrima gli apparve sul ciglio.

—Parlate, in nome di Dio!—gridò mastro Jacopo, in preda ad un'ansia mortale.—C'è speranza, non è vero?—

Messer Giovanni gli rivolse un'occhiata malinconica.

—Povero padre!—rispose.—Avete nominato Iddio; rivolgetevi a lui e pregate. Egli solo, con un atto della sua misericordia, potrebbe restituirvi quest'angiola vostra.

—Ah!—esclamò il vecchio, con voce soffocata dai singhiozzi.—Che avete detto, Giovanni da Cortona? A Dio? Rivolgermi a Dio? Mia figlia! Voglio mia figlia! Medico, medico, hai inteso? Tu devi salvarla; lo voglio.—

Messer Giovanni chinò la testa come un uomo che sente il dolore altrui, ma che non può consolarlo altrimenti.

—Ma è impossibile! Impossibile!—ripigliò mastro Jacopo.—Mia figlia…mia figlia morire? Se non aveva nulla, stamane! Ah,—soggiunse, ricordandosi,—lo specchio! lo specchio!—

Il medico si volse ai vicini, chiedendo col gesto una spiegazione di quelle oscure parole. Messer Luca credette necessario di raccontargli ciò che sapeva, intorno alla rottura dello specchio e alla dolorosa impressione che il tristo presagio aveva fatto sull'animo di Fiordalisa. Messer Giovanni allora volle sapere minutamente ogni particolare dalle donne di servizio.

—E che cosa le avete dato?—diss'egli.

—Un cordiale, messere. La poverina si sentiva languire, e abbiamo pensato di confortarle lo stomaco. S'è ammannito un brodo, con tuorli d'uova sbattute e un poco d'agro di limone. Abbiamo forse fatto male?

—No, niente di male;—rispose il medico.—Ma forse nessuna bevanda confortativa poteva giovarle più, dopo quella commozione violenta. Son cose che avvengono;—soggiunse, come parlando a sè stesso.—Le vene che s'innestano al cuore son troppo deboli, qualche volta, e uno spavento improvviso può romperle. Ah, povera macchina umana!

Chiuso con questo malinconico epifonema il discorso, messer Giovanni da Cortona ritornò verso mastro Jacopo, che veramente aveva bisogno di cure amorevoli. Quel povero padre urlava come un forsennato. Avvinghiatosi al corpo della sua figliuola, baciava il suo volto freddo, accarezzava, cercando di ravviarli, i suoi lucidi capelli castagni, che l'acqua aveva impiastricciati alle tempie; la scuoteva, tornava a baciarla, a carezzarla, e la chiamava per nome. Ma invano; quella povera carne non rispondeva più; le braccia ricadevano penzoloni sui fianchi.

La scena era troppo straziante. Si scongiurò mastro Jacopo a togliersi di là, ma le preghiere non facevano che accrescerne il furore, e fu necessario di trascinarlo a forza. Intanto le donne, preso sulle braccia il cadavere della fanciulla, lo recarono in casa e andarono a deporlo nel suo letticciuolo verginale.

Spinello Spinelli non aveva più proferito parola. Era caduto in uno stato di prostrazione, che meglio si sarebbe potuto dire stupidità. Lo sguardo languido che Fiordalisa gli aveva rivolto, morendo, gli stava sempre negli occhi. Pareva guardarvi, ma non vedeva nulla davanti a sè; pareva ascoltarvi a bocca aperta, ma non intendeva nulla di ciò che si diceva all'intorno.

Parri gli si accostò, e, postogli un braccio intorno alla vita, cercò di trascinarlo in casa.

—Animo, via! Siate forte,—gli disse,—e pensate a consolare quel povero padre, che sta per uscire di senno.—

Spinello guardò il suo compagno d'arte con aria melensa.

—Perchè?—gli chiese.

Ma in quel punto parve risovvenirsi, e diede in uno scoppio di pianto.

—Chi piange qui?—domandò mastro Jacopo con voce tuonante.—Non voglio che pianga nessuno. Finiamola con gli strepiti! Volete farla morire? Non voglio che muoia. È la mia figliuola, è il sangue mio. La custodirò, la rinchiuderò, che non abbia più a vederla anima nata. Nessuno la sposerà, avete inteso? Il Buontalenti meno d'ogni altro. Già,—esclamò il vecchio, con ironico accento,—pretendeva di averla lui, perchè è ricco. Nè ricchi, nè poveri, voglio. Fiordalisa ha da restare con me, sempre accanto a suo padre, per conforto alla sua vecchiaia. Si ostineranno! E noi partiremo, lasceremo questa casa, andremo a cercare sua madre. Medico, tu la salverai, siamo intesi. Bada a te, medico! Sua madre mi ucciderebbe, se io non le riconducessi l'amor suo. Ed io, vedi, prima di morire, ucciderei te con queste mani.—

Messer Giovanni da Cortona guardava con occhio triste il povero pittore impazzito. E pensava dentro di sè che nella compagine umana troppo breve spazio intercede dalla sanità di mente alla follia.

E qual breve distanza altresì dalle nozze alla tomba! Lì, nella cameretta verginale, posava sul letto la bianca salma di Fiordalisa. Si sarebbe detto che dormisse, tanto era riposato l'atteggiamento e tranquillo l'aspetto, e si poteva ripetere col poeta

"Morte bella parea nel suo bel viso."

Le donne stavano intorno al letto piangendo e pregando. Spinello, rannicchiato in un angolo, non dava altro segno di vita che il singhiozzo, ond'era preso alla gola. Nella camera vicina, Tuccio di Credi e Parri della Quercia si guardavano in viso, crollavano la testa e sospiravano, come uomini percossi da una medesima sventura.

Quella sera il curato del Duomo mandò il sagrestano alla casa di messer Jacopo, per chiedere a che ora del mattino gli facesse comodo di andare in chiesa per la cerimonia nuziale.

Mastro Jacopo, custodito da parecchi di casa, i quali reputavano utile per il momento di non contrariarlo nella sua fissazione, si fece innanzi e rispose:

—Non posso dirvelo; mia figlia dorme e non vo' che si svegli. Del resto, le nozze non si faranno più.

—O come?—esclamò quell'altro, volgendo intorno gli occhi attoniti e non intendendo i segni che gli facevano le persone di casa.—Che cos'è accaduto?—

La vecchia zia si fece innanzi e condusse il sagrestano sull'uscio.

—Dite al curato che venga per le preghiere dei defunti;—gli bisbigliò con voce soffocata dalle lagrime.—Fiordalisa è morta.—