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Il ritratto del diavolo

Chapter 12: VIII.
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About This Book

Set several centuries in the past in the Val di Chiana and the city of Arezzo, the narrative follows a respected painter who runs a busy workshop and mentors talented apprentices, above all Spinello. The arrival of a celebrated young woman, Fiordalisa, provokes admiration and a dispute about whether her changing features can be captured on panel. The story moves through workshop routines, commissions, local life and debates on technique, examining mentorship, the challenges of artistic representation and the tension between a mutable appearance and the painter's aim to fix likeness.

VIII.

La sventura toccata a mastro Jacopo di Casentino fu profondamente sentita in Arezzo. Il vecchio pittore aveva molti amici, ed era ben voluto anche da coloro che lo conoscevano appena. Madonna Fiordalisa, poi, era celebrata da tutti come un miracolo di bellezza e di grazia. L'annunzio della sua morte fece l'effetto d'uno schianto di fulmine.

Povero mastro Jacopo! Le anime caritatevoli, compiangendo il suo caso, giustamente osservarono che Iddio gli aveva mandato il conforto accanto alla disgrazia, togliendogli la coscienza del suo dolore. In verità, quando siffatte sciagure vengono a rapirvi la vostra felicità, e vi levano ogni pregio alla vita, non è meglio impazzire, che avere dì e notte davanti agli occhi l'immagine spaventosa della vostra miseria? Morire, sì, sarebbe il meglio: ma non è sempre dato questo conforto agli infelici. La vita, che in tante occasioni è sospesa ad un filo, in altre è molto più salda e sembra quasi che lo stesso dolore aiuti a serbarvi questo inutile dono. Ed anche dopo essere stato colpito dalla folgore, che l'ha incenerito a mezzo, il tronco della quercia rimane qualche volta in piedi, nutrendo per un rimasuglio di corteccia i pochi rami superstiti.

Così visse Jacopo di Casentino, ignorando di vivere. Ma, due mesi dopo la perdita della sua Fiordalisa, anch'egli trovò la via dell'eterno riposo. Non aveva potuto serbare in vita la figlia morì, credendo di ricondurla egli stesso a sua madre.

Non compiangete mastro Jacopo. Assai più di chi muore è da compiangere chi vive, condannato ad una esistenza in cui gli sia venuta meno ogni gioia.

Le ossa del vecchio pittore ebbero tomba onorata in Sant'Agnolo, badia dell'ordine dei Camaldoli, fuori di Prato Vecchio, nelle cui vicinanze i parenti avevano condotto il povero pazzo, sperando che le aure natali del Casentino potessero ridare un po' di calma al suo spirito. Ma anche quell'ultima speranza fu vana.

La morte del vecchio scolaro di Taddeo Gaddi risaputa in Arezzo, non fece altro che rinfrescare il dolore di un'altra morte, a cui essa era collegata, come l'effetto alla causa. Si pensava sempre a madonna Fiordalisa e si rimpiangeva la sua fine miseranda; si rammentava la sua maravigliosa bellezza, raggio di sole così presto invidiato alla terra, e nessuno sapeva acconciarsi all'idea di averne perduto per sempre il divino sorriso.

Mi chiederete come avesse accolto il triste annunzio messer Lapo Buontalenti. Il ricco e potente uomo, qualche giorno prima che madonna Fiordalisa morisse, si era allontanato da Arezzo. Che egli amasse la figlia del pittore e l'avesse chiesta in moglie, si sapeva da molti, e si sapeva altresì che mastro Jacopo gli aveva dato un rifiuto. Era naturale che messer Lapo se ne fosse adontato; non essendo piacevole a nessuno di sentirsi dire un no, anche colorito da oneste ragioni. Perciò s'intendeva facilmente come il Buontalenti non avesse voluto rimanere in Arezzo, testimone delle nozze di Fiordalisa con Spinello Spinelli, e non parve strano che egli si fosse ritirato a vivere per qualche tempo in una sua terra sulla montagna pistoiese. Messer Lapo aveva dunque portato il suo rammarico molto lontano da casa, e non c'era modo di sapere se, udendo della morte di madonna Fiordalisa, egli ce ne avesse aggiunto un altro più grande, o se invece non ne dovesse avere la consolazione dei dannati. La quale, come sapete, consiste nel rendere meno grave il proprio dolore, pensando che altri l'ha eguale o maggiore.

Anche Spinello, dopo quella grande rovina della sua felicità, si era allontanato da Arezzo. Se ci fosse vissuto più a lungo, sicuramente sarebbe morto di crepacuore, non essendo maggior esca al dolore che il vivere nei luoghi in cui si è patito il danno e in cui ne è sempre vivo il ricordo. Unico degli scolari di mastro Jacopo rimase nella nota bottega il mite e timido ingegno di Parri della Quercia. Vedete stranezza di casi! Un dipintore di tavole a tempera, che non si era mai arrischiato a lavorare in muro, ereditava il luogo e la tradizione d'un artista come Jacopo di Casentino, che aveva sempre dipinto a fresco, senza lasciar pennelleggiata una tavola. Infatti, la memoria di mastro Jacopo doveva essere ricordata da questo epitaffio in versi latini, della cui prosodia non posso starvi mallevadore:

    Fingere me docuit Gaddus; componere plura
        Apte pingendo corpora doctus eram.
    Prompta manus fuit; et pictum est in pariete tantum
        A me; servat opus nulla tabella meum.

Tuccio di Credi, anima caritatevole, si fece compagno volenteroso ed assiduo al povero Spinello, e questi si lasciò condurre da lui a Firenze. Messer Luca aveva consigliato egli stesso il viaggio, sperando che ne potesse ritrarre qualche giovamento lo spirito conturbato di suo figlio, e immaginate come dovesse esser grato a Tuccio di Credi, che si profferiva custode e guidatore del suo disgraziato figliuolo.

Spinello non aveva più ombra di volontà. Lasciava che Tuccio di Credi provvedesse lui ad ogni cosa. Era come il naufrago che ha tutto perduto, fortune e speranze, e che, dalla riva deserta su cui l'hanno sbalestrato i marosi, guarda con occhi smarriti, senza sdegno e senza paura, il torbido elemento che ha portato i suoi danni. Spinello seguiva alla muta il suo compagno, accettandone i servigi ed ascoltandone i conforti, ma senza avere un'idea chiara di ciò che quell'altro facesse o dicesse. Per fortuna, Tuccio di Credi non era uomo di lunghi discorsi, nè di molte delicatezze, e non c'era pericolo che per quel verso potesse mai diventare importuno. Alla tacita obbedienza di Spinello non poteva convenire che l'amichevole ruvidezza di Tuccio.

Questi badava alle noie della vita comune; l'altro seguiva il corso vagabondo de' suoi tristi pensieri, che lo riconducevano ad ogni istante nel chiostro del Duomo Vecchio di Arezzo, dove egli aveva pregato sulla tomba di Fiordalisa. L'immagine della donna adorata rompeva qualche volta il suggello del sepolcro e veniva a intrattenersi con lui. Ah, se egli avesse mai potuto ritrarla, quale essa gli stava sempre negli occhi!

A Firenze i due amici erano andati ad alloggiare in una povera casa, nella via della Scala. Escivano insieme ogni giorno, passeggiando lentamente fino alla piazza di Santa Maria Novella, dove Spinello andava a sedersi su d'un muricciuolo, e vi restava a lungo, senza parola, guardando il sole che tramontava. Quando era una cert'ora, Tuccio di Credi si avvicinava all'amico e gli diceva: andiamo! Spinello si alzava e lo seguiva senza far motto, come un fanciullino segue la madre. Tornati al loro alloggio, la vecchia padrona di casa dava loro il lume acceso e la buona notte. Era una vita monotona. Ma ai grandi dolori queste vite convengono.

Ora avvenne che, passando ogni giorno per la via della Scala e davanti alla chiesa di San Nicolò, nuova fabbrica edificata allora allora per voto di messer Dardano Acciaiuoli, l'accoramento di Spinello Spinelli desse nell'occhio ad un cavaliere, che per sue ragioni doveva trovarsi spesso colà.

Tra i due taciturni viandanti e il cavaliere sconosciuto s'era stabilita quella mezza dimestichezza di veduta, che occorre in simili casi. Ad ognuno di voi sarà certamente capitato di fare quotidianamente una via e di avvezzarvi così a certi sembianti di persone ignote, da farvi parere quasi una trista giornata, quella in cui non vi è dato di abbattervi nelle persone medesime, e in quegli aspetti, ai quali, come suol dirsi, avevate fatto l'occhio.

Il vecchio gentiluomo (perchè infatti lo sconosciuto non era più di primo pelo) aveva notato l'aria malinconica di Spinello, e veduto in lui un uomo che portava nell'anima il peso di una grande sventura. Un sentimento di pietosa curiosità lo persuase a seguire i due taciturni, e per tre volte alla fila vide Spinello andarsi a posare su d'un muricciuolo in piazza di Santa Maria Novella dove restava lungamente assorto nelle sue meditazioni, mentre l'amico andava alle sue faccende per ritornarne più tardi a riprenderlo. Chi erano quei taciturni? E quale era la cagione della tristezza profonda che si leggeva sul volto del più giovane dei due? Il vecchio gentiluomo volle saperlo; e perciò lasciato che Spinello andasse per la terza volta a sedersi in piazza di Santa Maria, corse dietro al compagno.

—Scusate,—gli disse fermandolo,—forse vi faccio una domanda indiscreta; ma il sentimento che mi consiglia è d'uomo che vorrebbe giovare a' suoi simili.

—Messere,—rispose Tuccio di Credi, inchinandosi.—Il vostro aspetto e di uomo ragguardevole. Vogliate dirmi in che cosa io possa compiacervi.

—Vedo ogni giorno con voi un giovinotto dall'aspetto assai triste;—ripigliò il vecchio gentiluomo.—Egli ha certamente avuto a patire una grave disgrazia.

—Maisì, messere, una disgrazia irreparabile;—replicò Tuccio di
Credi.—Gli è morta una donna a cui era fidanzato.

—Ah, dovevo immaginarmelo!—esclamò il cavaliere.—E il suo nome?

—Spinello Spinelli, aretino; ma i suoi maggiori erano di Firenze. La sua fidanzata, poi, era figliuola a mastro Jacopo di Casentino.

—Il pittore?

—Sì, messere, morto anche lui due mesi dopo la sua figliuola.

—Triste cosa!—mormorò il vecchio gentiluomo.—E il vostro amico che fa?

—Nulla, per ora, tanto è rimasto percosso da quella grande sciagura.
Ma egli è pittore.

—Come voi, probabilmente.

—Sì, messere; ma io valgo assai meno;—rispose Tuccio di Credi con aria modesta.—Egli s'è già mostrato un valoroso frescante, e un suo dipinto si ammira nel Duomo vecchio d'Arezzo, ove gl'intendenti dicono che non isfiguri al confronto di quelli del suo vecchio maestro.

—Mi sembra d'averne udito parlare:—notò il vecchio gentiluomo.—E voi mi dite che adesso non fa nulla?

—Nulla affatto, messere. La sua afflizione è tale che gli toglie perfino il pensiero delle necessità della vita. Suo padre l'ha affidato alle mie cure; e se non ci fossi io, egli certamente si lascerebbe morir di fame.

—Povero ragazzo!—esclamò il vecchio gentiluomo, crollando malinconicamente il capo.—Vorrei essergli utile…. Egli stesso potrebbe esserlo a me. Vi piacerebbe dirglielo? Anzi, meglio, di condurlo da me?

—Volentieri; ma dove?

—Laggiù, in via della Scala, nella chiesa di San Nicolò. È chiusa, finora; ma potrete passare dall'uscio della sagrestia. Domani stesso, all'ora in cui usate andare a diporto, io sarò ad aspettarvi,

—Ci verremo, messere;—rispose Tuccio di Credi.—Ma, di chi dobbiamo noi domandare?

—Di Dardano Acciaiuoli: è questo il mio nome.—

Tuccio fece un atto di meraviglia, seguito da un inchino profondo. La casa degli Acciaiuoli era una tra le più chiare di Firenze.

Il giorno seguente, scambio di accompagnare l'amico fino in piazza di
Santa Maria Novella, Tuccio di Credi si fermò davanti alla chiesa di
San Nicolò.

—Entriamo?—diss'egli.

—Per che fare?—domandò Spinello.

—Per vedere. È una chiesa nuova, e forse ci saranno degli affreschi da osservare.—

Così dicendo, senza aspettare la risposta del compagno, Tuccio di Credi si avviò verso l'uscio della sagrestia. Spinello tenne dietro all'amico.

La chiesa era vuota e bianca tuttavia dell'ultima mano di calce. Ma giù, nella navata di mezzo, stava un vecchio cavaliere, in atto di guardare la volta. Spinello pensò che egli fosse l'architetto, oppure uno dei massari della nuova chiesa.

Il vecchio cavaliere si avvicinò bel bello ai due giovani, e rivolgendo il discorso a Tuccio di Credi, gli disse:

—Forse vi occorre qualche cosa, messeri?

—No;—rispose Tuccio di Credi, ammiccandogli;—eravamo entrati per osservar le pitture; ma non ne vediamo traccia.

—Da pochi giorni s'è finito di fabbricare: rispose cortesemente il vecchio.—Gli affreschi verranno, quando avremo trovati i dipintori. Siete dell'arte, voi?

—Maisì, messere; io di poco valore, il mio compagno di molto.

—E il vostro nome, se è lecito saperlo? Io mi chiamo Dardano
Acciaiuoli.—

Spinello fece una mezza riverenza, per obbligo di cortesia. Intanto il compagno rispondeva per ambedue alla domanda del gentiluomo.

—Io mi chiamo Tuccio di Credi: il mio compagno è Spinello Spinelli.
Tutt'e due della scuola di mastro Jacopo di Casentino.

—Ah!—disse messer Dardano.—Il vostro amico è l'autore d'un San
Donato, nel Duomo Vecchio d'Arezzo?—

A quel ricordo, Spinello Spinelli trasse un profondo sospiro dal profondo del petto. E frattanto s'inchinò leggermente, per ringraziare messer Dardano Acciaiuoli del suo accenno cortese.

—Mi congratulo con voi;—proseguì messer Dardano, volgendosi allora a Spinello.—Così giovane e già tanto valoroso dipintore! Ma perdonate, se io penso a me, intrattenendomi con voi. È l'occasione che passa, ed io l'afferro pei capegli. Messer Spinello, volete dipingere per me? Queste mura vi aspettano.—

Spinello Spinelli non si aspettava una simile conclusione, e ne rimase sconcertato.

—Messere,—diss'egli,—in verità…Io debbo esservi grato della stima che fate di me. Ma come volete che io riprenda il lavoro? La mia anima è triste.

—Orbene, che importa? Io non vi dico già d'esser lieto. I grandi dolori non vogliono consolazione, ed io rispetto il vostro. Ma badate, il lavoro è il più possente dei farmachi. Piangete una persona cara? Il vostro lavoro sarà come una preghiera per lei.

—Vorrei morire; la vita mi pesa;—mormorò Spinello.

—Oh, non parlate così, messere. Alla vostra età si hanno ancora degli obblighi col mondo. Ad ogni età, se n'hanno sempre con Dio. Possiamo desiderare di giungere a lui per la strada più breve; a lui sta d'esaudirci, se lo avremo meritato, con una vita scevra di viltà. Accettate la mia proposta, messer Spinello. Voi non lavorerete soltanto per me, lavorando nella casa di Dio.—

Come resistere ad un invito così amorevole? La stessa miscèa che l'Acciaiuoli faceva del lavoro e della preghiera, doveva piacere ad un'anima afflitta come quella di Spinello Spinelli. E il giovane pittore non uscì quel giorno dalla chiesa, senza avere accettata la proposta.

Dardano Acciaiuoli aveva fatto fabbricare quel tempio, per darvi sepoltura ad un suo fratello vescovo. Perciò l'intitolazione a San Nicolò, che in suo vivente era stato vescovo di Bari. E la dedicazione della chiesa, come potete immaginarvi, dava il tema obbligato al pittore, che ideò per l'appunto e compose parecchie storie ricavate dalla vita del Santo.

Una settimana dopo il dialogo che io v'ho riferito brevemente, si rizzavano i ponti e Spinello si metteva al lavoro, aiutato da Tuccio di Credi, il quale macinò e mesticò i colori del suo compagno d'arte, diventato suo principale, assai meglio che non avesse fatto in Arezzo.

Nè messer Dardano Acciaiuoli ebbe a pentirsi della commissione data a Spinello Aretino. Egli dovette anzi lodarsi grandemente della buona idea che lo aveva condotto a seguitare per istrada quel giovine taciturno, e vederci quasi una ispirazione del cielo. In quei tempi di fede viva, la cosa poteva benissimo intendersi per quel verso, e il ragionamento non faceva neppure una grinza.

Spinello si portò tanto bene in quell'opera, così nel colorirla come nel disegnarla, che presto non si parlò più d'altro in Firenze, e tutti gli amici e conoscenti di messer Dardano vollero vedere gli affreschi del giovine aretino, anche prima che fosse levata l'impalcatura. Tirato dalla fama di Spinello, e veduta la bontà delle figure che egli dipingeva, un altro ragguardevole cittadino di Firenze, messer Barone Capelli, volle che il giovane protetto dell'Acciaiuoli dipingesse nella cappella principale di Santa Maria Maggiore molte storie della Madonna, a fresco, ed alcune di sant'Antonio abate, indi la cerimonia stessa della consecrazione della chiesa, che era stata fatta da papa Pelagio. In questo quadro, che ebbe molte lodi dagl'indipendenti, Spinello ritrasse lo stesso messer Barone Capelli, al naturale, in abito di quei tempi, molto ben fatto, e somigliante che nulla più. I ritratti gli riescivano sempre mirabilmente, quasi ad accrescergli il rammarico di non aver potuto cogliere la somiglianza di madonna Fiordalisa!

Finita la cappella principale di Santa Maria Maggiore, lavorò Spinello nella chiesa del Carmine, dipingendo nella cappella dei santi apostoli Giacomo e Giovanni alcune storie del Vangelo; tra l'altre quella della moglie di Zebedeo, madre all'apostolo Giacomo, quando ella domanda a Cristo che faccia sedere uno dei suoi figliuoli alla destra del padre nei regno dei cieli, e l'altro a sinistra. Ai massari della chiesa parve questo un meraviglioso lavoro; e tosto ne vollero un altro, commettendo a Spinello di dipingere un'altra cappella, accanto alla maggiore. Quivi Spinello fece prova d'ingegno singolare, poichè, volendo esprimere l'Assunzione di Maria, e la storia dovendo riescire più grande della vòlta, egli la rigirò per modo, tra la parete e la vòlta medesima, che ai riguardanti parve tutta una cosa, condotta in soavissima curva, senza interruzione d'angoli o di sottosquadri.

Come vedete, le commissioni fioccavano. E non erano solamente queste che io v'ho accennate. In una cappella di Santa Trinita, Spinello fece una Nunziata in fresco, molto bella secondo l'opinione di tutti; indi nella chiesa di Sant'Apostolo una tavola a tempera, ov'era raffigurato lo Spirito Santo quando discende sopra gli Apostoli in lingue di fuoco. Tralascio i dipinti in Santa Lucia de' Bardi e in Santa Croce, per non venirvi a noia, e perchè il racconto non si tramuti in catalogo.

IX.

In mezzo a tante fatiche e trionfi dell'arte, non era dimenticata Fiordalisa. La bella immagine aleggiava sempre davanti agli occhi di Spinello. L'idea, insinuata nella sua mente da messer Dardano Acciaiuoli, che il lavoro fosse preghiera, e che la preghiera lo avrebbe avvicinato alla sua povera morta, gli aveva, come suol dirsi, raddoppiate le forze. Indi, ne accadde quel che doveva accadere, cioè che la stessa assiduità del lavoro gli recasse un po' di quiete allo spirito.

Questo va detto, s'intende, pel caso di Spinello Spinelli; che, in verità, non sarebbe più giusto nel caso di un altro, il quale si struggesse d'amore per una persona viva. Amare ed esser privi della vista di chi s'ama, è un male senza rimedio, o il lavoro non ci può far nulla; se pure è vero che si possa lavorare di buona voglia.

Del resto, la quiete dell'animo di Spinello va intesa con discrezione. Era una quiete, come oggi si direbbe, relativa. Gli restava un gran vuoto nel cuore, e sul volto l'impronta di una rassegnata tristezza.

Da qualche tempo il nostro pittore aveva cambiato d'alloggio, o, per dire più esattamente, aveva cambiato Tuccio di Credi, quello tra i due che pensava alle cose materiali della vita, e che aveva riconosciuta la necessità di un alloggio in cui si potessero muover le braccia. Le opere commesse a Spinello avevano recato una certa agiatezza, e non era più convenevole che si vivesse stretti e pigiati nella povera cameretta in via della Scala. Inoltre, bisognava possedere un quartierino con una camera abbastanza spaziosa per uso di studio, in cui preparare i disegni e i cartoni che dovevano servire agli affreschi.

Con queste ragioni si era persuaso Spinello. Ed anche meno sarebbe bastato; per esempio la volontà di Tuccio, a cui Spinello si acconciava mai sempre. E i due compagni d'arte, abbandonando la via della Scala, erano andati ad alloggiare in un quartierino di là dal Ponte Vecchio, anzi nel borgo Santo Jacopo, tra il Ponte Vecchio e il ponte di Santa Trinita. Spinello ci guadagnava di non dover più escire di casa alla sera, poichè l'edifizio dava dalla parte posteriore sull'Arno, ed egli aveva presa l'usanza di sedersi su d'una terrazza coperta, e di star là fino a ora tarda, contemplando le acque del fiume, che sbucavano gorgogliando di sotto gli archi del ponte.

Di tutti gli spettacoli monotoni, i quali possono accordarsi con la malinconia d'un pensiero dominante, è questo certamente il più acconcio. Passano le acque, si seguono i fiotti: ma questo che seguite con gli occhi non è più quello di prima, eppure vi sembra la medesima cosa. Non dissimilmente la vita umana e le sue molte vicende, chi le guardi nulla nulla dall'alto.

La terrazza di Spinello Spinelli prendeva luce da tre arcate, sorrette da colonnini di marmo nello stesso piano della facciata, la quale faceva angolo con un'altra casa, che usciva alquanto più fuori sulla riva del fiume, ed era terminata da un balcone, o terrazza scoperta, in cima all'edifizio. Colassù si vedevano di tanto in tanto parecchie donne, intente a rasciugare il bucato. Spinello le vedeva solamente verso sera, quando egli si riduceva nel suo osservatorio. Le donne che stavano allora levando i pannilini dal sole, salutavano lui molto garbatamente; ed egli rendeva il saluto, né più altro aveva che fare con esse.

Una di loro, più giovane all'aspetto, restava più lungamente in vista, lavorando di cucito. Così almeno si doveva argomentare dall'atteggiamento del viso, chinato su qualche cosa che il parapetto non consentiva di scorgere, e dal moto uniforme e continuo, come di persona che tragga il refe. Questo aveva osservato Spinello, senza badarci più che tanto. Del resto, una savia e costumata fanciulla, che non alzava mai gli occhi a guardarsi d'attorno. Quando egli, disoccupato com'era, alzava a caso la testa, intravvedeva la sua vicina, con lo sguardo basso sempre intento al lavoro.

Diciamo, ad onore di Spinello, che se l'avesse veduta mai in atto di guardarlo, anche alla sfuggita, egli n'avrebbe preso sospetto e non sarebbe più tornato sul terrazzo.

Tuccio di Credi, dopo il pranzo, andava sempre fuori da solo, e non tornava che a notte alta, per andare a dormire. Ma una sera egli venne con un pretesto a fare un po' di compagnia al suo principale.

—Dio santo! che occhio di sole!—esclamò egli dopo aver guardato verso il balcone della casa vicina.—Ecco un bel modello per la Santa Lucia—-

Per intendere la frase di Tuccio, vi bisognerà sapere che Spinello aveva avuto alcuni giorni prima la commissione d'una tavola a tempera, per l'altar maggiore di Santa Lucia de' Bardi.

Spinello alzò gli occhi per guardare lassù, dove guardava Tuccio di
Credi, ma non rispose nulla al compagno.

—Che, forse vi pare ch'io non abbia ragione?—ripigliò Tuccio di Credi.—A me sembra bellissima. Una vera trovata, per un pittore come voi, che fa, a detta universale, i bei visi di Madonne e di Sante. O forse non l'avevate ancora osservata?

—No;—rispose asciuttamente Spinello.

—Osservatela, maestro, osservatela. Proprio adesso che guarda in aria. L'occhio ha una grande espressione, mi pare.

—Sì;—disse Spinello per farla finita con le esortazioni di Tuccio.

Quell'altro si fermò lì, che forse aveva parlato per una prima volta già troppo. E poco stante, detto al compagno quel che aveva da dirgli, se ne andò a fare la sua solita passeggiata. Spinello rimase sulla terrazza, ma senza rivolgere più oltre lo sguardo alla sua bella vicina.

Pure negli occhi doveva essergliene rimasto abbastanza. E quando ebbe a fare il bozzetto della Santa Lucia per la chiesa de' Bardi, senza volerlo, gittò sulla carta qualche cosa che somigliava abbastanza al tipo della fanciulla.

Quando finalmente la tavola fu esposta all'adorazione dei fedeli, si trovò, nel quartiere, che Santa Lucia somigliava tutta a monna Ghita dei Bastianelli, la figliuola dell'orafo, che abitava per l'appunto nel sobborgo Santo Jacopo.

S'intende che le donnicciuole non erano giunte di per sè a quella conclusione, e che la loro perspicacia era stata aiutata da qualcheduno. Tuccio di Credi, per esempio, passava le mezze giornate davanti all'altar maggiore di Santa Lucia de' Bardi.

—Che vi pare, monna Tessa? Non si direbbe die il pittore ha preso a modello la figlia dell'orafo, che sta qui nel Borgo, nelle case dei Nucci?

—O madonna delle poerine! Ma sicuro, è tutta lei. Vuol essere superba, la Ghita, quando saprà che l'han messa sull'altare, a far la figura di Santa Lucia!

—Eh, bisogna pur dire che la ci ha un visino di santa. È un bel tocco di ragazza, e se non fosse zoppina a quel modo!

—Zoppa, voi dite? Non mi par mica! È vero che cammina un po' stenta.

—E che credete? che sia per le scarpe? È zoppina, vi dico. Ma in fondo, è un difettuccio da nulla, e quando è ferma non ci si vede neanche.—

Questi ed altri erano i discorsi delle borghinelle di Borgo Santo Jacopo, poste in sull'orma da Tuccio di Credi. E voi già immaginate, o lettori, che la cosa giunse all'orecchio di monna Ghita. Io, in verità, non potrei starvene mallevadore; ma credo tuttavia lo si possa ammettere come molto probabile. E non mi stupirebbe se venisse in chiaro che la fanciulla del Bastianelli era andata anche lei, zoppicando un tantino, in Santa Lucia de' Bardi, per vedere quell'immagine, in cui tutti dicevano di riconoscere il suo grazioso visino.

Una cosa io posso dirvi di certa scienza, ed è questa: che Spinello, non sapendo nulla di tante chiacchiere fatte sopra la sua tavola, passava sempre le sue serate sotto gli archi della terrazza, donde intravvedeva la fanciulla, sempre seduta accanto al balcone e intenta a lavorare di cucito.

Uno di quei giorni, entrando sulla terrazza, Spinello non vide lassù le altre donne. Forse era giunto più tardi del solito, e quelle avevano già levati i pannilini dal sole. O forse non era giorno di bucato. Insomma, tutto ciò importa poco al racconto, ed io l'ho accennato solamente per dirvi che lassù egli non vide quella volta che la fanciulla, e non ebbe altro saluto che il suo.

—Poverina!—pensa egli, mentre si affacciava al parapetto della terrazza.—Ella non fa che lavorare da mattina a sera. Già, lavoriamo tutti, a questo mondo. E perchè, poi? Per morire.—

Vi fo grazia del soliloquio, che avviato su quel tono, andò molto lungo. Quando ebbe finito di filosofare, alzò gli occhi, sempre a caso, come soleva, tanto per muovere il capo, e intravvide la fanciulla del balcone. Gli parve da un lieve motto della testa, che ella avesse finito allora di guardarlo. Ma non badò più che tanto a quel segno di curiosità femminile. Ormai ci aveva presa la piega, e non doveva insospettirsi per una guardata innocente.

Ma il giorno dopo, mentre stava per mettersi a tavola, Tuccio di Credi gli disse:

—Sapete, maestro? L'hanno riconosciuta.

—Chi?

—La vicina, nella figura di Santa Lucia.—

Spinello ebbe l'aria di cascar dalle nuvole.

—Che novità è questa?—esclamò.—Io non so che cosa si sia potalo riconoscere….

—Ma sì, vi dico, il popolino del Borgo ha riconosciuta la figlia dell'orafo. Perchè dovete sapere che quella ragazza del balcone qui presso, è la figlia d'un orafo, che lavora in una bottega del Ponte Vecchio. Ho udito io con questi orecchi, ho udito le donnicciuole che, dopo aver guardata la vostra bella tavola, dicevano; to', è monna Ghita dei Bastianelli. E infatti….

—Infatti,—interruppe Spinello,—io non ho mai pensato di fare il ritratto alla nostra vicina.

—Sarà;—disse Tuccio chinando la testa.

—È, vi dico, è.

—Sia pure come voi dite, maestro. Ma a me, ve lo confesso, pareva davvero un ritratto. E mi figuravo anche come fosse andata la cosa.

—Sentiamo quest'altra.

—Sicuro! Rammentate quel che v'ho detto, forse un mese fa, vedendo dalla terrazza la fanciulla dei Bastianelli? Sarebbe un modello eccellente per la Santa Lucia.

—Rammento benissimo il discorso,—rispose Spinello,—ma io allora non ci ho pensato più che tanto.

—Lo capisco,—ripigliò Tuccio di Credi.—Ma bisogna dire che la cosa vi sia rimasta impressa nell'animo, come accada qualche volta senza badarci, e che perciò, disegnando la Santa Lucia, vi siano venuti inavvertitamente i contorni della nostra bella vicina.

—Sarà così;—disse Spinello che non amava disputare.

—Del resto,—continuò Tuccio di Credi,—son casi che si danno. E noi possiamo prender questo come un augurio.

—Un augurio! Di che?

—Di matrimonio, perbacco!—osò rispondere Tuccio di Credi.—Via, non mi fate quella brutta cera. Non ho mica parlato del diavolo! I Bastianelli son brava gente, stimati per tutto il Borgo, e di monna Ghita si parla assai bene; perfino dalle donne, che è tutto dire! Voi siete solo, maestro. Io non potrò mica esser qui sempre, a tenervi compagnia!

—Povero Tuccio!—mormorò Spinello.—Io debbo esservi grato di tante cure amorevoli. Cure inutili, del resto;—soggiunse egli, sospirando.—A che serve la vita?

—Serve ai fini di Domineddio, e vi par poco? Fino a tanto che egli ci tiene quaggiù, bisogna starci. Non ricordate quel che dice messer Dardano quando gli fate dei discorsi come questo? Il gentile uomo vi ama assai. Anche ieri me lo diceva:—Bisognerebbe che Spinello togliesse moglie.

—Ah!—gridò Spinello.—E voi?

—Io…. Scusate, maestro. Io gli ho raccontato di questo ritratto, che tale è parso a tutti, come a me.—

Spinello si morse le labbra e diede una guardataccia all'imprudente compagno.

—Questo non dovevate far voi!—esclamò.—Mettere in piazza una onesta fanciulla!

—Oh, per questo, non ci vedo alcun male;—rispose Tuccio di Credi, appoggiando la frase con un'alzata di spalle.—Ella stessa, rimanendo ogni giorno in vista, presso al balcone….

—O perchè dovrebbe allontanarsene, se è in casa sua?—disse Spinello.—E non credete che possa starci per consuetudine e senza badare a me, come ci sto io, sulla terrazza, e senza occuparmi di lei?

—Potrebb'essere così, come voi dite, se non fosse altrimenti;—rispose Tuccio di Credi.—Il fatto è questo, che la fanciulla vi ha osservato e pensa a voi di continuo.

—Come sapete voi ciò?

—Eh, Dio buono, nel modo più naturale del mondo. Sapete pure! Le ragazze, quando ci hanno un segreto di questa fatta, provano subito il desiderio di confidarlo a qualcheduno. Mettete dunque che monna Ghita ne abbia parlato ad una sua parente; che questa parente conosca me, sapendo per giunta che io vivo insieme con voi, e che essa sia venuta in gran segretezza a darmene un cenno, con la speranza che io spenda una parola presso di voi, come faccio per l'appunto ora.—

—Spinello rimase un po' sconcertato da quelle notizie dell'amico, che tanto s'accordavano con le sue medesime osservazioni. V'ho narrato poc'anzi com'egli si fosse avveduto di qualche sguardo furtivo della sua bella vicina. Ma egli lo aveva attribuito a mera curiosità, e non si era fermato a vederci altro di più grave.

—Ve ne avrei toccato prima d'ora,—soggiunse Tuccio di Credi,—ma me ne sono astenuto, perchè volevo consigliarmi con messer Dardano Acciaiuoli.

—E vi siete consigliato!

—Certamente. Messer Dardano è un uomo di gran giudizio e pieno di benevolenza per voi. Ora, anch'egli vedrebbe assai volentieri le vostre nozze.—

Spinello fremeva dentro di sè dalla stizza. Gli cuoceva che si occupassero tutti della sua felicità, come la chiamavano, mentre egli non consigliava niente a nessuno e ai casi suoi intendeva di provvedere da sè. Ma si trattenne dal manifestare ciò che gli bolliva nel cuore, per non dir cosa la quale potesse far contro alla gratitudine che egli sentiva per Dardano Acciaiuoli e all'amicizia che, ad onta di quella seccatura, egli sentiva di dover professare a Tuccio di Credi.

Questi, frattanto, veduto che l'amico si richiudeva nel suo guscio, non pensò più che a mangiare. E finito il pasto, infilò l'uscio senz'altro.

Quella sera, Spinello, già arrivato sul limitare della terrazza, mutò prontamente opinione e uscì di casa a sua volta, per andare a diporto lungo l'Arno, dove la riva, era più deserta, di là dalle case de' Bardi. Anche lui non tornò che a notte alta, per andarsene a letto. E la mattina seguente si recò in Santa Croce, dova lavorava in quel tempo, e a Tuccio non disse parola che alludesse al discorso del giorno innanzi, nè Tuccio a lui. Venne l'ora del pranzo, e si parlò poco, di cose da nulla; indi Tuccio se ne andò pei fatti suoi, e Spinello, rimasto solo, uscì da capo, per recarsi a diporto lung'Arno.

Il cangiamento non era piacevole. La sua triste e cara consuetudine era interrotta. Spinello non poteva più esser solo, poichè un uomo che passeggia è sempre esposto ad imbattersi in qualcheduno. Inoltre, vedeva il suo fiume, i cui fiotti lievemente increspati si seguivano lentamente; ma non era più lo spettacolo della terrazza, donde egli vedova lo acque limacciose illuminarsi di qualche riflesso cristallino, mentre gorgogliavano intorno alle pile del suo Ponte Vecchio.

Uno di que' giorni, capitò una visita inaspettata nel quartierino di Spinello Spinelli. Era Parri della Quercia, giunto allora da Arezzo. Fu accolto, come potete immaginarvi, a braccia aperte. Alla vista dell'amico che gli ricordava i suoi giorni più lieti, Spinello pianse come un bambino. Era un pezzo che non piangeva, e quelle lagrime lo sollevarono un poco.

Parri della Quercia era venuto a bella posta da Arezzo per dare al suo compagno d'arte una lieta notizia. Prendeva moglie, e la gioia domestica di cui voleva far parte a Spinello colorava alquanto le sue guance scarne, su cui si leggeva il destino del giovine e modesto pittore.

—Ci avete ben pensato, Parri?—chiese allora Spinello.

—Ci ho pensato;—rispose Parri, con l'usata placidezza.—Appunto perchè ci ho pensato, fo conto di affrettare le nozze. Son condannato a morire di mal sottile; lo so, ma che volete? Con questi mali si campa qualche volta più a lungo di molti sani.

—Speriamo che il vostro male non sia così grave come dite;—replicò Spinello.—Ma se lo fossa, Parri, vorreste voi condannare una povera donna a vivere con voi, per restar vedova anzi tempo?

—-Quando vi dico che ci ho pensato!—disse di rimando quell'altro.—Sentite qua. La mia fidanzata è una ragazza povera, non bella, nè felice. La tolgo da una casa, dove i suoi non l'amano come dovrebbero, e dove la vita le è divenuta un inferno. Come vedete, fo anche un'opera buona. Ella ha poi un cuor d'oro; mi terrà compagnia, assisterà i miei ultimi giorni e li renderà meno dolorosi. Infine, erediterà quei pochi ch'io vo guadagnando dalle opere mie. Non sarà una gran cosa, perchè la mia arte è meschina; ma per lei sarà sempre la ricchezza.

—Ottimo Parri!—esclamò Spinello, intenerito.—Speriamo che la nuova vita vi giovi, e le miti gioie domestiche vi restituiscano a sanità.

—Eh, tutto può darsi. Quantunque io non lo speri, voi potete immaginarvi che lo desidero. E voi, Spinello, non risanerete delle vostre malinconie? Non prendete moglie anche voi?—

A quelle parole, buttate là a caso, Spinello rizzò prontamente la testa.

—Avete parlato con Tuccio?—gli chiese, fissandolo in volto.

—Mio Dio, sì;—rispose Parri, che non sapeva mentire.

—Che noia!—gridò Spinello, sbuffando.

—Tuccio vi ama;—osservò placidamente quell'altro.

—Lo so, e m'è uggioso questo amore, che vuole ad ogni costo impicciarsi nei fatti miei. Mi lascino alle mie tristezze. Parri, io ci ho i morti nell'anima; come volete che pensi alle creature vive?

—Ecco il male;—ripigliò Parri.—Io non credo che ciò vi consiglino i morti, sibbene di andare per la via retta e di avere un po' di pazienza.

—Ne ho.

—Ma per uccidervi lentamente. E questo è un grave peccato innanzi a Dio. Così amate i morti, Spinello? E vorrete voi mettere sull'anima di quella poveretta la rovina del vostro ingegno, la morte vostra, la disperazione del vostro povero padre?—

Era la prima volta, dopo un anno, che si accennava così direttamente a madonna Fiordalisa, in presenza di Spinello Spinelli. E il modo era ingegnoso, come ispirava l'affetto al mite animo di Parri della Quercia.

Spinello rimase alquanto sconcertato dalla novità dell'argomento. Un teologo, dugent'anni più tardi, ne avrebbe fatto un caso di coscienza, sicuro di vincere con esso la riluttanza di un credente come Spinello Spinelli, più che allora non isperasse di vincerla quel bravo giovine d'un Parri.

E certamente non poteva sperarlo, poichè Spinello non gli aveva risposto più nulla. Era la sua consuetudine, quando un discorso non gli andava a' versi, di chiudersi in sè medesimo, alla maniera dei grandi, e di lasciarvi lì, a mezzo della vostra perorazione.

Parri, come potete immaginarvi, fu trattenuto a desinare. La casa di Spinello Spinelli doveva essere la sua, per tutto il tempo che egli contava di rimanere a Firenze. Ma dopo il desinare, Tuccio di Credi lo tirò in disparte e gli disse:

—Lasciamo solo il maestro; questa è l'ora in cui egli si raccoglie un tantino, per meditare le sue composizioni.

—Che gli fanno tanto onore!—esclamò Parri, con accento di profonda convinzione.—In Arezzo si parla sempre de' suoi trionfi, e tutti se ne rallegrano di cuore. Suo padre, poi, ne è veramente orgoglioso. Povero messer Luca! Come sarebbe contento, se voi poteste mandargli una buona volta l'annunzio che suo figlio ha cacciate dal capo le sue malinconie!—

Spinello udiva il dialogo dei due compagni d'arte. Alle ultime parole di Parri della Quercia si volse in soprassalto, e gli chiese:

—È mio padre che vi ha incaricato di parlarmi in tal guisa?

—Sì;—rispose Parri volgendosi a lui;—ma lo ha fatto con una frase più calda. Morrei contento, mi disse, morrei proprio contento, se Spinello mi desse prova d'aver risanato lo spirito.

—Povero padre!—esclamò Spinello, sospirando.—Poterlo!—

E congedati gli amici, andò verso la terrazza, dove lo tirava la vecchia consuetudine. Ma, come fu giunto sul limitare, tornò indietro. Avrebbe voluto contentar tutti, ma in verità non se ne sentiva la forza.

Passarono così altri due giorni, senza che si tornasse su quel triste argomento. Spinello era a lavorare in Santa Croce, quando gli fu annunziata la visita di messer Dardano Acciaiuoli. La cosa non parve strana a Spinello, poichè messer Dardano era stato il suo primo protettore in Firenze, e rimaneva il suo migliore amico. Spesse volte il vecchio gentiluomo andava a cercarlo e stava qualche ora a vederlo dipingere, in questa o in quella delle chiese che Spinello decorava de' suoi mirabili affreschi.

Quella volta, salendo sul ponte, messer Dardano gli disse, incominciando:

—Maestrino, ho a farvi un lungo discorso. Non vi spaventerete mica?—

Spinello indovinò subito dove messar Dardano volesse andare a battere.
Ma ci voleva pazienza; bisognava ascoltarlo.

—Sedete, messere;—gli rispose, additandogli uno sgabello.—Il luogo è forse incomodo, per una lunga conversazione; ma tal sia, come voi vi siete degnato di sceglierlo.

—Oh, si sta benissimo qui;—disse l'Acciaiuoli.—Sedete anche voi.—

Spinello voltò dalla parte di messer Dardano il suo trèspolo, e si assise sul gradino più basso nell'atteggiamento del minore che ascolta il maggiore.

Messer Bardano incominciò:

—Sapete se vi amo, Spinello!…

—Oh, messere! Me ne avete dato tante prove!—rispose il giovine pittore.—Senza il vostro aiuto, che sarei? Mi conoscerebbero, forse, a Firenze?

—Non parliamo di ciò;—disse il vecchio gentiluomo, dandovi sulla voce.—È debito d'un cavaliere che ami la patria, promuovere con ogni sforzo tutto ciò che le torni ad onore. E in questo io sono ancora il vostro debitore.—

Spinello s'inchinò, arrossendo.

—Volevo parlarvi in quella vece dell'amicizia che ho per voi,—continuò messer Dardano,—che vorrei vi fosse nota in tutta la sua profondità. Vi amo come un figlio, maestrino mio, e vorrei vedervi felice.

—Felice!—mormorò Spinello.—È forse possibile?

—Se lo vorrete, sì certamente.

—Risuscitate i morti, messere?

—Ahimè, troppo mi domandate. Un solo, al mondo, ha potuto far ciò, e quell'uno non era un uomo;—replicò messer Dardano.—Ma quell'uno sopportò molte miserie e bevve il calice delle amarezze per noi, insegnandoci in questa guisa a patire, a vivere fortemente in mezzo alle prove più dolorose. Siete voi certo, Spinello, di fare il debito vostro, chiudendovi in questa cupa tristezza! E siete voi certo di piacere a quell'anima santa che avete perduta? Credete voi che lassù non si dolgano di vedervi cagionare tanto rammarico al vostro vecchio padre? Pensate com'egli sarebbe consolato se vi sapesse più lieto! Me lo ha confessato ieri un vostro amico, Parri della Quercia, che fu condotto a casa mia da Tuccio di Credi. Un altro che vi ama. Spinello! E voi vedete che io non vi faccio misteri; vengo subito a mezza spada con voi. Orbene, proseguiamo a parlarci schiettamente; vostro padre vuole da voi questa consolazione, l'ultima che potrete dargli, da quel buon figlio che siete. Morrà triste, se non saprà che il vostro spirito ha ritrovata la pace.

—Messere,—balbettò Spinello, confuso,—vorrei…. Lo sa il cielo, se vorrei!…

—Vogliate dunque; dipende da voi;—ripigliò messer Dardano.—Voi dovete ammogliarvi. Una compagna vi è necessaria. Non credete a ciò che sentenziano taluni, che l'artista ha da viver solo, perchè l'arte non vuole rivali. Chi immagina e crea, deve trovare in casa la pace allegra, che ritempra le forze, e il viso sorridente di qualcheduno che l'ama. Si narra d'un gigante, che combattè con Ercole, e che rinfrescava il vigore delle membra, quante volte toccava coi piedi la terra. La terra, per l'artista è la sua famiglia. Fatevi una famiglia, Spinello. E poichè ho udito d'una buona fanciulla che vi ama…. Suvvia, perchè non la sposereste?

—Messere,—disse allora Spinello,—per far ciò che voi dite, bisogna amare. Ed io non amo.

—Pazienza! Cerchiamone un'altra che vi piaccia di più. Quantunque, monna Ghita, che io ho veduta l'altro dì….

—Come?—gridò Spinello.—Anche questo avete fatto?—

Messer Dardano sorrise, come sa sorridere un uomo accorto, quando altri s'avvede di qualche sua bella trovata.

—Sicuramente;—diss'egli.—Avevo udito di questa ragazza vostra vicina di casa, ed ho voluto vederla. Domenica mattina, per l'appunto, il nostro Tuccio di Credi è venuto a prendermi a casa mia, per accompagnarmi agli uffizi divini in Santa Lucia dei Bardi. Monna Ghita ha un'aria modesta e buona che innamora. E certamente se tutta la persona fosse così bella come il viso…. Ma già, non si nasce perfetti, a questo mondo.

—Ah!—notò Spinello, incominciando a respirare.—Ci avete trovato qualche difetto?

—Una cosa da nulla, in verità, e quasi non metterebbe conto parlarne,—rispose messer Dardano.—Ma infine, se questo può essere un ostacolo per voi, ve lo torno a dire, cerchiamone un'altra che vi piaccia di più.

—No, no;—disse Spinello.—Se io volessi pure risolvermi al gran passo, credetelo, io non andrei a cercare la perfezione. Tutt'altro! Mi parrebbe un'offesa alla, memoria di quella poveretta;—soggiunse egli rabbrividendo istintivamente.—Voi lo avrete saputo da Tuccio, o da altri, messer Dardano mio veneratissimo; Fiordalisa era un miracolo di bellezza. Iddio non ha voluto che tanto splendore privilegiasse la terra, e l'ha ripreso con sè, per ornamento del suo trono. Ma io non ne cercherei altra, che valesse altrettanto, quand'anche sapessi di trovarla al mondo: nè vorrei cercarne una che agli occhi altrui potesse parere scelta da me per le grazie della persona. Su ciò mi troverete saldo, messere; nè essere, nè parere, anco lontanamente, infedele a quell'immagine di celestiale bellezza, che la morte ha potuto rapirmi, ma che non potrà farmi dimenticare più mai.

—Orbene, eccovi nel caso;—replicò l'Acciaiuoli. Monna Ghita non ha —di veramente gentile che il viso. Alla sua persona mancano affatto —quei contorni delicati che hanno, per esempio, le vostre Madonne, e —che certamente ebbe la vostra povera morta. La figlia del —Bastianelli cammina male, per giunta, ed anzi la dicono un po' —zoppa. Chi potrà dire che voi vi siate invaghito di lei, per le —grazie della persona? Diranno che dovevate farvi una famiglia, —perchè questo è l'obbligo d'ogni uomo per bene, d'ogni artista che —voglia lavorare da senno. E poi, ella vi ama, mio bel maestrino, ed —anche questo va considerato. La sua figura, che fu ritratta da voi —nella Santa Lucia….

—Un caso!—interruppe Spinello.—Un mero caso, di cui non so neanch'io rendermi ragione. Tuccio di Credi ve lo avrà detto, che io….

—Sì, sì, m'ha detto ogni cosa, ed io ho capito benissimo come sia andata questa faccenda. Infine, un pittore ha da prenderli in qualche luogo, i suoi tipi. Non ci mancherebbe altro che l'artista dovesse reputarsi innamorato di tutte le figure che ha da ritrarre, per dar varietà alle sue opere! Una cosa rimane, che il viso di monna Ghita ha una grande espressione, ed è l'indizio di una bell'anima. Pensateci, Spinello, e poi mi direte che cosa avrete deliberato di fare. Ma badate, maestrino, non dovete rattristarmi, dovete dirmi di sì.—

Spinello non rispose. E in verità non aveva da risponder nulla, perchè messer Dardano gli dava tempo a pensare, risparmiandogli il rimorso di un no troppo reciso e pronto, che sarebbe parso un atto di scortesia verso quell'uomo onorando.

Pensò, difatti, quando fu solo, pensò lungamente a tutte le cose che gli aveva detto il vecchio gentiluomo, ed anche ai discorsi di Parri, come a quelli di Tuccio. Benedetto chiacchierone, quel Tuccio! Era lui, proprio lui, che aveva destato quel vespaio, tirandogli addosso tante esortazioni ad un tempo. Spinello, per altro, non poteva lagnarsene troppo. Il suo compagno d'arte non aveva peccato che per eccesso di zelo. Così grande era il tesoro dell'amicizia, sotto quella ruvida scorza d'uomo.

Monna Ghita! Dunque egli, per essere andato ad abitare in Borgo Santo Jacopo, doveva acconciarsi a prender moglie? Ma già, fosse andato a Por Santa Maria, a porta Pinti, a Santa Croce, in Ognissanti, sarebbe stato lo stesso. Quando gli amici hanno stabilito di darvi moglie, le donne non mancano e se ne trova una ad ogni uscio. Manco male la figliuola dell'orafo, poichè messer Dardano ci aveva trovato un grosso difetto. Era zoppa, e tozzotta per giunta. Poverina! Non lo avrebbe trovato facilmente, un marito. E gli divenne cara, quella povera figliuola, già condannata nell'animo suo a rimanersene in casa, gli divenne cara per quel tanto di ambizioncelle e di vanità a cui ella avrebbe dovuto rinunziare. Infatti chi nol sa? La donna, destinata a risplendere per la bellezza, e ad essere dal più al meno una meraviglia per qualcheduno, scade nella propria estimazione, quando le manchi questa piccola speranza, in cui è riposta ogni sua contentezza.

Quel giorno Spinello si arrischiò a tornare sulla terrazza, ove da una settimana non aveva più posto piede. Monna Ghita non si vedeva al balcone, ed egli si trovò meno impacciato. La corrente del fiume scendeva gorgogliando di sotto gli archi del Ponte Vecchio, ed egli stette ad osservar la corrente.—Così la vita;—pensò tornando al monologo;—poi si finisce nel gran mare dell'essere. Bella cosa, il finire, non sentir più nulla delle usate molestie, e ricongiungersi a ciò che s'è avuto di più caro nel mondo!—

La mattina seguente, Parri della Quercia faceva ritorno ad Arezzo.

—Che dirò a vostro padre?—chiese egli all'amico.

—A mio padre?…—balbettò Spinello.—Ditegli….—

E trasse, così dicendo, un sospiro. Poi, facendo uno sforzo, riprese:

—Ditegli che lo contenterò.

—Ah!—grido Tuccio di Credi.—Davvero?

—Sì,—mormorò Spinello.—se la vicina mi vorrà, io sono disposto. Vi contenterò tutti, non dubitate.—

Gli occhi di Tuccio sfavillarono d'allegrezza. Quel bravo Tuccio di
Credi! Amava tanto Spinello!

X.

L'anno era trascorso dacchè madonna Fiordalisa era morta per lo sventurato Spinello. Ed egli, il fedele, l'inconsolabile amante, circuito, spronato, incalzato, oppresso dalle esortazioni di tutti, dava tregua al lutto del suo cuore, per impalmare un'altra donna.

Così finiscono, direte, così finiscono gli eroi da romanzo! Ma, di grazia, umani lettori (e vorrei soggiungere umane lettrici), sentite un pochino le ragioni del narratore. Si grida tanto alla debolezza dei romanzieri, che si son fitti in capo di presentare al pubblico dei tipi perfetti, soprannaturali, impossibili! E i romanzieri, che sono uomini veri, cioè a dire imperfetti la parte loro, si seccano di questa chiacchiera, oramai troppo ripetuta. Ah, volete del vero? Eccone. Voi pretendete, osservatori giudiziosi della natura, che il dolore non duri eterno nell'anima umana. L'esempio costante di ciò che vedete intorno a voi sembra dirvi che la gioventù della carne, mortificata a lungo da un profondo rammarico, si ribella un bel giorno al suo tormentatore e ripiglia i suoi diritti? Ammettiamo che sia vero, e rifacciamo i nostri poveri eroi su questo grazioso esemplare. Noi dunque dicevamo….

No, non dicevamo nulla; o piuttosto, dicevamo che non è proprio così. Il senso morale si ribella anche lui, respinge queste superficialità dell'osservazione quotidiana, ed anche in un atto di debolezza vuol vedere le ragioni di un grande sacrifizio. Andate coll'indagine minuta e paziente, andate in fondo a queste apparenti infedeltà che sono portate dai casi e consigliate dagli obblighi della vita, e troverete ancora il dolore, più profondo e più grave che mai, poichè i contrasti degli affetti lo avranno mutato in rimorso.

Lo abbiamo tutti, non dubitate, lo abbiamo tutti, un alto ideale nell'anima. Lo si nega da molti, a cui pesa di nutrire un ospite così ragguardevole, e di apparire poco padroni in casa propria. Ma la coscienza lo svela a tutti e col testimonio della coscienza non c'è negazione che tenga. Quando la commedia del giorno è finita e l'attore si trova solo nel suo camerino, dove non ha più da ingannare nessuno, spoglia le vesti e gitta gli arnesi della sua parte, incominciando da quei mustacchi neri e arroncigliati che gli davano un'aria di gradasso, o da quelle fedine bionde, che lo facevano parere un inglese annoiato. Quando tacciano intorno a voi le voci del mondo, ascoltate la voce arcana che è dentro di voi e che vi dice: Così devi essere, non come ti sei dato a vedere. Nobiltà, grandezza, culto della virtù, non sono vuote parole. Perchè vuoi mostrarti spregiatore delle cose invisibili, solo perchè non si riflettono nello specchio che ti rappresenta la tua immagine arcigna? E chi credi tu d'ingannare, con questa tua scettica asseveranza? Chi ti dice che tutto ciò che fu, sia morto davvero e per sempre? Chi ti assicura che gli occhi vigili, di là dalla tomba, non guardino ancora, con tristezza o pietà, ciò che tu fai di malvagio o di sciocco?

Spinello Spinelli vedeva la propria condizione e pensava con raccapriccio che avrebbe dovuto mentire davanti ad una povera fanciulla un affetto che non sentiva nel cuore. Ma gli soccorreva in quel punto l'esempio di Parri della Quercia. Già condannato ad una fine immatura, non impalmava egli una ragazza, col nobile proposito di liberarla dalle strette della miseria e dai mali trattamenti della famiglia? E Spinello, dal canto suo, condannato al lutto eterno delle sue morte speranze, non avrebbe assicurato a monna Ghita dei Bastianelli uno stato di gran lunga superiore a ciò che ella poteva ripromettersi? Perchè, infine, egli era giunto in breve ora all'eccellenza dell'arte e ne raccoglieva i frutti ogni giorno. La sua medesima tristezza, appartandolo dal mondo, gli recava il benefizio inestimabile di una febbrile operosità. La ricchezza si faceva incontro a Spinello, più che egli non andasse a cercarla; e quella ricchezza egli avrebbe data a monna Ghita, in compenso di un amore che non era in poter suo di offerirle.

E poi, che cosa doveva ella sapere delle cose d'amore, quella vergine creatura, vissuta sempre rinchiusa tra le pareti domestiche? Così pensava egli, ingannandosi; ma in quella stessa guisa che si ingannano tutti, credendo che amore sia una scuola, mentre esso è una rivelazione. Una donna, anche più facilmente e meglio dell'uomo, si inizia all'amore da sè, Non ne ha imparati i segreti; eppure ella sente subito, appena il suo cuore abbia incominciato a dare i battiti più frequenti dell'usato, ella si addestra a discernere l'amore vero dal falso, l'accento della passione da quello della tenerezza e della pietà. Ma infine, ve l'ho detto, Spinello s'ingannava come tanti e tanti altri, e poteva credere che quella innocente fanciulla non gli avrebbe saputo chiedere più di quello che egli poteva darle in ricambio. E all'ombra di Fiordalisa, che gli stava sempre negli occhi, mostrava gli amici, i protettori, messer Dardano, suo padre, tutti collegati nell'opera di volerlo ammogliato. E le soggiungeva, quasi a finire di persuaderla: vedete, la donna che io ho, non già trascelta fra mille, ma accettata dalle mani del caso, è una povera creatura, a cui mancano le grazie della persona, e nessuno potrà credere che il mio cuore, ancor pieno di voi, si sia infiammato per una donna così poco paragonabile a voi.

In questo modo e con questi ragionamenti, Spinello Spinelli si acconciò al nuovo proposito. Messer Luca, a mala pena ne ebbe il felicissimo annunzio, si partì da Arezzo, per venire a Firenze. Gli antichi odii partigiani che lo avevano cacciato dall'ombra del suo bel San Giovanni erano da gran tempo sopiti. Riabbracciò il suo figliuolo e gli parve di vederlo tornato da morte a vita; nè si dolse, nel suo cuore di padre, aperto a tutte le ammirazioni come a tutte le tenerezze, di dover mandare il rispetto di costa all'amore, trovando Spinello così grande, per le sue opere, nella estimazione di tutti.

—Figliuol mio,—gli dicea, non sapendo saziarsi mai di guardarlo e di baciarlo sul viso,—sei tu? proprio tu? il dipintore famoso, che contende la palma ai migliori della scuola di Giotto? E sono io tuo padre?—

Dopo una così lunga notte di amaro sconforto, Spinello Spinelli ebbe i primi sorrisi di gioia, vedendo l'allegrezza di quel povero vecchio, che per lui, per suo figlio, tornato alla quiete dell'animo, cresciuto alla gloria dell'arte, dimenticava perfino le ebbrezze del fuoruscito, che dopo tanti anni d'esilio rivede finalmente la patria.

Messer Dardano Acciaiuoli accolse anche lui amorevolmente il padre del suo giovine amico e gli fece gran festa. Ambedue andarono dal Bastianelli che lavorava, come vi ho detto, in una botteguccia d'orafo sul Ponte Vecchio.

Il bravo e modesto artefice cascò dalle nuvole udendo quella domanda di matrimonio fatta a sua figlia da un pittore famoso e recata a lui da un uomo così ragguardevole, da uno dei maggiorenti di Firenze, qual era messer Dardano Acciaiuoli. Non accettò lì, su due piedi, perchè voleva interrogare sua figlia, ma in fondo in fondo perchè non credeva a' suoi medesimi orecchi. Non poteva darsi che quei due visitatori avessero preso un granchio e fossero andati da lui, scambio dì andare da un altro?

—La mia figliuola, non fo per dire, è un'angiola;—rispose il Bastianelli, com'ebbe udita la domanda di messer Dardano.—Ma forse messer Spinello, di cui mi parlate, non l'ha vista bene. Agli occhi del mondo, che non conosce il suo cuore, la mia Ghita è una povera ragazza, senza garbo, come senza sostanze. Troppo le manca di ciò che può far piacere una donna, specie ai pittori, che s'innamorano di veduta, anteponendo, com'è naturale, i pregi della persona a quelli del cuore.

—Via, mastro Zanobi,—rispose l'Acciaiuoli, non fate così poca stima —del sangue vostro. Spinello conosce la vostra Ghita e ne è —innamorato morto. E poi l'ho veduta anch'io, che me ne intendo, per —antica esperienza;—soggiunse usando dei diritti che concede —l'età.—Non vi date dunque pensiero di certi nonnulla. Piuttosto —chiedete a lei che cosa pensi di questa proposta. Si sa, poichè col —marito ci ha da vivere lei, è anche giusto che sia interrogata la —sua volontà.

—È giusto, sicuro, è giusto;—disse il Bastianelli, che non sapeva raccapezzarsi, tra il dubbio e l'allegrezza.

Siamo dunque intesi;—ripigliò l'Acciaiuoli.—Chiedete l'avviso della vostra figliuola. Noi ripasseremo domani da voi.

—No, messere, so il debito mio;—replicò 11 Bastianelli facendo un inchino.—Passerò io alle vostre case, messere.—

Quel giorno mastro Zanobi chiuse bottega alle undici del mattino, quantunque non fosse giorno di festa. Ma era festa per lui, a bastava. Gli sapeva mill'anni di essere a casa, di avere interrogata sua figlia e di saperne l'intiero.

Monna Crezia, che tale era il nome della moglie dell'orafo, fece le meraviglie, vedendo ritornare in casa a quell'ora insolita il marito.

—Domine!—gridò ella, inarcando le ciglia. Che cos'è stato? Perchè —avete lasciata la bottega?

—La bottega è la bottega e la casa è la casa; sentenziò mastro
—Zanobi.—Dov'è la Ghita?

—È di là, che lavora. Ma si può sapere che cosa abbiate, Zanobi!

—Crezia, voi saprete ogni cosa a suo tempo. Venga la Ghita; ho bisogno di parlarle.—

Venne la Ghita. Una bella ragazza, a non guardare che la testa; capegli neri come l'ebano, occhi neri e pieni d'espressione; nobili e delicati i lineamenti, bianca la carnagione, e soave il sorriso, che prendeva lume in giusta misura dalla bontà dell'animo e dalla bellezza della bocca. Peccato che il collo non fosse lungo abbastanza, ma in fine, era un collo bianco e tondeggiante, indizio di forte e serena maternità. La vita era un po' tozza, ma seguitava anch'essa il carattere e l'espressione del collo, quasi preparando l'occhio a quella andatura impacciata, che in parte lasciava indovinare e in parte nascondere il difetto già noto ai lettori. Un difetto da nulla, in verità, quello che aveva meritato a monna Ghita il soprannome di zoppina, e si poteva dimenticarlo, quando essa non si muoveva; condonarlo, e trovarci anzi una certa grazia, quando ella si faceva innanzi, con quella sua andatura di persona stanca e svogliata.

—Ghita,—incominciò gravemente mastro Zanobi,—dimmi la verità.
Conosci tu un giovane, qui presso, che ti fa…. mi capisci?

—Babbo, io non capisco;—rispose la Ghita.

—Vo' dire che ti fa l'occhiolino. Capisci ora?—

La Ghita si fece rossa come una fravola montanina.

—Padre mio…—balbettò ella, più confusa che mai.

—Rispondi! Non voglio mica mangiarti. Qui presso alla nostra casa, abita forse un giovanotto, che tu vedi qualche volta?

—Non so…. Io non conosco nessuno;—rispose la fanciulla.—Ce ne stanno due, qui presso, nella casa degli Ammannati. Si vedono qualche volta sulla terrazza, senza volerlo, stando quassù, presso al balcone.

—Il loro nome!

—Non lo so. Si dice che siano due pittori. Ma la mamma potrà saperlo meglio di me. Io non parlo con nessuno, lo sai.

—Che c'è? che c'è?—entrò a dire monna Crezia.—Perchè domandate il nome dei vicini, Zanobi?

—Perchè? Perchè uno di costoro ha chiesta la Ghita in moglie. Vi pare che io non abbia il diritto di domandarvi qualche ragguaglio?

—Ah!—gridò monna Crezia.—Messer Spinello Spinelli?…

—Bene! Voi sapete già il nome?—ripigliò ironicamente, ma senza sdegno il marito.—E tu, Ghita, lo sapevi anche tu, non è vero?—

Ghita chinò la testa, arrossendo di bel nuovo. Voi capirete, lettori discreti, che, alla sua età e nella sua condizione di figlia al cospetto del babbo, la fanciulla non poteva far altro.

Mastro Zanobi seppe quel che voleva sapere, e rimase lì un tratto senza parole, guardando la moglie e la figlia, con una cert'aria che voleva parere arcigna, e con una gran voglia in corpo di abbandonarsi alle più matte dimostrazioni di gioia. Maritare una figlia, levarsi di casa la zoppina, che vi pare? Non c'era da far le capriole? Il re David, uomo gravissimo pel suo tempo e per la sua dignità in Israele, ballò davanti all'Arca per molto meno.

—Sicchè,—disse finalmente mastro Zanobi, conchiudendo ad alta voce un suo ragionamento mentale,—non sarà neanche il caso di chiedervi se siete contente? Meglio così. Io, tanto e tanto, avrei risposto di si, anche senza il vostro consenso. Vi ho interrogate perchè la cosa mi pareva strana, e ancora adesso non so capacitarmi in che modo sia nato questo innamoramento del pittore.

—Oh, non stiate a credere che noi si sia fatto un passo per andargli incontro;—rispose prontamente monna Crezia.—Si vedevano qualche volta i due giovani sulla terrazza degli Ammannati, nella casa qui presso dove sono venuti da qualche mese ad abitare. Uno di essi ci restava a lungo seduto, guardando in Arno, come se aspettasse una barca, che non veniva mai. L'ho capito un po' tardi, che barca aspettasse! Ma come indovinarlo subito, Dio buono, se non guardava mai in alto, salvo una volta in principio, per salutarci, come s'usa tra buoni vicini? Bisogna proprio dire che ci abbia gli occhi sulla fronte, alla guisa delle chiocciole!

—Abbreviate, Crezia!—disse mastro Zanobi. Quando incominciate a —parlar voi, benedetta donna!

—Oh, vi contento subito. Un giorno, sarà forse due settimane fa, è venuta da noi monna Tessa, la cognata di vostro fratello, povero Meo, che Iddio abbia in gloria l'anima sua, e m'ha detto che nel Borgo si faceva un gran parlare d'una tavola esposta in Santa Lucia de' Bardi.—Che importa a me di quella tavola?—Può importarvi perchè la faccia della Santa è il ritratto puro e pretto della vostra figliuola.—Che volete, Zanobi? La curiosità ci ha prese e siamo andate a vedere anche noi questa Santa Lucia. Monna Tessa aveva ragione; la Santa somigliava alla Ghita come… come… aiutatemi a dire!

—Abbreviate, Crezia, abbreviate! Il paragone non serve a nulla.

—Che uomo impaziente siete voi! Ci avete sempre vent'anni. Basta, sappiate che, dopo la faccenda del ritratto, monna Tessa, che conosce i due pittori, è venuta a dirmi dell'altro. I pittori le avevano chiesto di noi, chi fossimo, che cosa facessimo, se la Ghita avesse già un fidanzato, ed altre scioccherie di questa fatta.

—E non mi avevate avvertito di nulla? Brava la mia Crezia!

—Madonna delle poerine! O che volevate che io venissi subito a confidarmene con voi! Monna Tessa me ne aveva parlato così in aria, senza assicurarmi nulla. Erano chiacchiere fatte tra noi donne, ed io credevo che non ci avessero neanche ombra di fondamento, perchè dopo quel discorso avevo incominciato a fare un po' di guardia e non m'ero avveduta di nulla. Il giovanotto non veniva neanche più a sedersi sulla terrazza. Oh, per questo, non dubitate, dev'essere un uomo dabbene.

—Meglio così;—sentenziò mastro Zanobi;—senza contare che è un artista di grido e che la domanda di matrimonio mi è stata fatta da suo padre, venuto a bella posta d'Arezzo, e accompagnato alla mia bottega da uno dei più ragguardevoli cavalieri di Firenze. Non capisco come una sorte così grande sia toccata alla nostra casa. Ma già, dice il proverbio: fortuna e dormi. Siete contente voi altre? Io sono arcicontento. Preparatevi a ricevere il fidanzato, che un giorno o l'altro bisognerà pure aprirgli l'uscio di casa. E a due battenti, se lo accompagna messer Dardano Acciaiuoli. Voi, Crezia, mi direte poi che cosa gli bisogna alla nostra figliuola, non siamo ricchi, ma grazie a Dio, tanto da non farla sfigurare lo avrà.—

Così ebbe fine il primo dialogo dei coniugi Bastianelli intorno al matrimonio di monna Ghita. La quale, poverina, ci perdette l'appetito, tanto era sconvolta dall'idea di quelle nozze, che certamente l'avrebbero fatta invidiare da tutte le ragazze del vicinato.

Mastro Zanobi temeva un pochino quantunque non lo lasciasse trapelare a nessuno, che il pittore, entrato una volta in casa, non gli girasse nel manico, trovando, come suol dirsi, il vino troppo diverso da quello che prometteva l'insegna. Spinello venne, e fu proprio il caso di aprir l'uscio a due battenti poichè messer Dardano Acciaiuoli si era degnato di accompagnare il suo giovane amico. Per fidanzato gli parve un po' grave; ma forse era da attribuirlo alla timidità del carattere e alla confusione di un primo incontro. Infatti, come il ghiaccio fu rotto, Spinello Spinelli parve rasserenarsi a grado a grado, e mezz'ora dopo non c'era in lui più traccia di musoneria.

Comunque, egli l'aveva voluta; doveva pensarci lui. Mastro Zanobi andò bravamente all'ultimo esperimento. Bisognava far onore agli ospiti, ed egli mandò le sue donne a prendere nell'armadio una bottiglia di vin Santo. Monna Ghita dovette muoversi dalla sedia, su cui era rimasta a così dire inchiodata, e andare attorno come avrebbe fatto Ebe nell'Olimpo, o Briseide nella tenda di Achille. Gli occhi del babbo seguirono la fanciulla che camminava più stenta del solito; indi si volsero a indagare il viso di Spinello Spinelli. Lo credereste? Il giovinetto non parve darsi per inteso del difetto; anzi, da quel momento, incominciò a mostrarsi più franco, e poco stante si alzava anche lui, chiedendo licenza di aiutar la fanciulla in quell'umile ufficio di servitù familiare.

E bisognava vederlo, con che garbo ci si adoperava. Forse un osservatore più diligente e più acuto avrebbe trovato che Spinello Spinelli mirava a dissimulare con quella mostra di operosità un sentimento di freddezza che poteva benissimo essersi impadronito di lui. Perchè gli uomini son fatti così, e si cavano volentieri d'impaccio fingendo una gran voglia d'esser utili, che li dispensa dal rimanere estatici. La sollecitudine s'inventa lì per lì; l'estasi non si comanda. Essa, è come quel tal segreto degli artisti, che

    A cui natura non lo volle dire
    Nol dirian mille Ateni e mille Rome.

Per fortuna, mastro Zanobi non era un osservatore di quei tali, e a lui la spigliata sollecitudine del fidanzato poteva e doveva parere tutt'altro.

—Non siete scontento di noi?—gli chiese in un momento che potè averlo in disparte.—Siamo povera gente, messere, e ancora tutti confusi dal grande onore che ci fate.—

Spinello Spinelli si commosse a tanta semplicità di parole.

—Che dite mai, padre mio?—esclamò.—Son io che debbo esser confuso di gratitudine. E che io lo sia davvero ve lo dimostra il non avere ancora saputo trovar l'occasione di dirvelo. Nel seno della vostra cara famiglia io troverò la pace che non ho potuto avere nella mia, da troppi anni disfatta. Mia madre è morta, quando io ero ancora bambino; mio padre, esule dalla sua Firenze e triste come tutti gli esuli, non ha potuto circondare di gioie domestiche la mia fanciullezza. Son venuto su triste come lui e lo sono rimasto, come vedete. Egli e messer Dardano potranno dirvi che questa è la mia indole. Ma io vi prego di credere una cosa, mastro Zanobi; la vostra figliuola non avrà mai a dolersi di me. Questo posso promettere, sulla mia fede d'onest'uomo.—