Mastro Zanobi, intenerito, strinse fra le sue braccia il futuro suo genero.
—L'avete detto,—rispose,—l'avevo detto fin dal primo momento che vi ho veduto: ecco un giovine dabbene!—
Le nozze furono affrettate quanto più si potè, senza danno dei consueti apparecchi. C'era in tutti una gran furia di far presto. Furia del Bastianellì, a cui non parea vero di allogare la figliuola in quel modo; furia di messer Luca, che non vedeva l'ora di veder suo figlio sottratto ai pericoli dell'umor nero; furia di messer Dardano, che adempiva con coscienza a tutti i suoi uffici di protettore; finalmente (e forse era da metter questa innanzi alle altre) furia di Tuccio di Credi, il quale voleva riconquistare la sua libertà. Non già per abbandonare la bottega di Spinello Spinelli, che miglior principale di lui non avrebbe trovato in tutta Firenze; ma per liberarsi, diceva lui a messer Dardano, da quel faticoso mestiere di angelo custode, che messer Luca gli aveva appioppato.
Monna Ghita accettava la sua sorte con una allegrezza raccolta, e vorrei quasi dire concentrata, di cui ella stessa non misurava la profondità. Era sbalordita, oppressa, e la felicità si mostrava per la prima volta a lei sotto l'aspetto di una cosa inaudita. Perciò immaginate voi se monna Ghita avesse tempo o modo di studiar l'animo o il contegno di Spinello Spinelli. Era bello, famoso e aveva chiesto la sua mano. Che cosa avrebbe ella potuto cercare di più? Quel fidanzato era agli occhi di lei un essere soprannaturale.
Il matrimonio, per espresso desiderio di messer Dardano Acciaiuoli, si celebrò nella chiesa di San Niccolò, fatta edificare da lui e dipinta da Spinello Spinelli. Quelle Madonne, quei Santi e quelle glorie d'angioli, che coprivano le volte, dovevano assistere alla cerimonia che consacrava la felicità del loro celebre autore. E non erano i soli, poichè quel giorno ci fu gran concorso in chiesa e le tribune erano tutte piene di ragguardevoli cittadini e di donne gentili, che la fama del giovine pittore chiamava allo spettacolo della sua fine miseranda. Non parlo per celia. Il matrimonio di un artista è sempre un fatto luttuoso, un evento lagrimevole, come a dire un suicidio nella mente dei più.
Monna Ghita entrò in chiesa, vestita di bianco, secondo il costume delle spose. Il suo bel volto, per verità, rosseggiava un po' troppo, a cagione dello sforzo che ella faceva per camminare ritta e nascondere la lieve imperfezione del piede; ma quelle fiamme si potevano credere accese dalla verecondia, e la cosa appariva naturalissima. Spinello, per contro, era contegnoso, impacciato, quasi triste; ma quell'aria, che s'accordava così poco con la felicità del momento, poteva essere attribuita ad un pochettino di confusione. Già si sa, un uomo, con tutta la sua pratica del mondo, non può mica andar franco in una congiuntura così difficile, che gli capita per la prima volta in sua vita.
Quando giunse il momento di profferire il monosillabo che lo avrebbe legato per sempre, Spinello ebbe una stretta al cuore e rimase un istante perplesso. Intravvide, quasi in nube, l'immagine di Fiordalisa, e chiuse gli occhi, come se da quel moto di riluttanza infantile dovesse venirgli la forza di compiere il suo sacrifizio. Ma fu invece la paura che lo vinse; quel momento di esitazione gli era parso un secolo; ed egli si affrettò a rispondere un sì più vivo e più sonoro, che forse non avrebbe fatto in una diversa condizione di spirito. E più sonoro e più vivo glielo fece sembrare il rombo che sentiva negli orecchi, per effetto della commozione del sangue.
Era inganno dei sensi, o realtà? Gli parve che a quel sì rispondesse un grido dall'alto, un grido acuto e breve, come di persona colpita da un improvviso stupore,
—Ah!—pensò egli, sbigottito.—Non è questa la mia dolce Fiordalisa, che mi rimprovera di averla dimenticata?—
Ma proprio allora gli si fecero intorno congiunti ed amici, per congratularsi con lui e con la sua gentile compagna; e la confusione di quel momento e l'obbligo di rispondere a tante cortesie, soverchiarono in lui lo smarrimento dell'animo.
Poco stante, egli esciva dalla chiesa, dando il braccio alla sposa. Io veramente non saprei dirvi quale del due avesse maggior bisogno di essere sorretto dall'altro.
Tuccio di Credi presentò alla sposa un mazzolino di fiori.
—Li ha colti l'amicizia;—diss'egli inchinandosi.—Rammentando questo bel giorno, madonna, non dimenticate il fedel servitore della vostra casa.—
Quel caro Tuccio di Credi, a tempo e luogo, sapeva anche mostrarsi galante. Ma già quando si ha un cuore ben fatto, le son cose che vengono spontanee come… come…. Domandiamolo a mastro Zanobi, il paragone. Ed egli ci risponderà come fece a monna Crezia, sua moglie:
—Abbreviate, abbreviate! Il paragone non serve a nulla.—
E sia, facciamone dunque di meno.
XI. [2]
Non vi è egli mai occorso di pensare, o lettori, a tutte le cose che si fanno, nel corso della vita, sapendo che non andrebbero fatte, ed anche provandone un certo dispiacere? La più parte deboli di tempra, perchè la forza è il privilegio di poche anime, e non sempre buone, noi siamo troppe volte i servitori umilissimi dell'altrui volontà, più spesso dell'ambiente in cui la necessità ci fa vivere. Sacrifichiamo agli dei falsi e bugiardi dell'uso comune, delle convenienze sociali, e via discorrendo; comperiamo la quiete del momento, a prezzo della felicità, di tutta la vita.
Spinello Spinelli aveva dovuto farsi una famiglia. Non ne sentiva il bisogno, eppure l'aveva fatta; non per sè, ma per gli altri, cioè a dire per suo padre, che non avea pace, e per gli amici, che non gli davano tregua. Ma la sua anima, si era come avvilita in quello sforzo di obbedienza,
[Footnote 2: Nel testo "XI"] che lo conduceva a bandire perfino la sua tristezza, quella tristezza che gli era tanto cara, dopo la morte delle sue speranze giovanili, dopo la distruzione del suo bel sogno d'amore.
E come se ciò non bastasse ancora, il povero Spinello doveva contentare suo padre in un'altra cosa, e restituirsi ad Arezzo. Messer Luca pregava, i maggiorenti della città mandavano inviti su inviti.
In Arezzo, lui! Mai e poi mai. Chiedessero pure i maggiorenti della città l'opera sua e gli promettessero mari e monti; Spinello non era avido di ricchezze e di onori; Spinello sarebbe rimasto a Firenze.
Ma un giorno, gli giunse la nuova che suo Padre era infermo. Gli onori e le ricchezze non c'entravano più per nulla, il suo debito di figlio lo chiamava in Arezzo. E ci andò, conducendo seco la moglie.
Malinconico ritorno, nel paese in cui si è sofferto! Ma egli bisogna adattarsi anche a queste dolorose impressioni, e saper rivedere con animo forte i luoghi delle tristi memorie. Con animo forte! Quando e fin dove si può. Eravamo avvezzi a vedere quel tratto di paese popolato dalla immagini della speranza; quella corona di monti chiudeva tutto ciò che avevamo di più caro nel mondo; quelle mura, quegli archi, quelle vie, prendevano luce d'allegrezza dal pensiero che un'amata creatura vedeva con noi la medesima scena e vi respirava le medesime aure vitali. Ad un tratto, più nulla. Aure, luce, allegrezza, tutto è sparito; la città e morta, la corona dei monti non vi dà che lo scheletro ignudo di ciò che amavate. È questa, e non ce n'è altra, la vera sensazione del vuoto.
A sviare un tratto i dolorosi pensieri, Spinello ebbe le onoranze de' suoi concittadini. I sessanta che governavano Arezzo, saputo del suo arrivo, deputarono quattro dei maggiori a muovergli incontro sulla via di Firenze e gli fecero accoglienze così schiettamente amorevoli, che avrebbero reso invidioso un trionfatore, tornato pur mo' dagli splendori del Campidoglio, per ricondursi a più semplici dimostrazioni di gioia, a Tuscolo, a Lanuvio, ad Arpino.
Messer Luca era meno ammalato di quello che a tutta prima paresse. Ma fosse stato anche più grave, l'arrivo del figliuol suo, tanto invocato, lo avrebbe certamente rimesso in salute. Madonna Ghita, angiolo di bontà (questa giustizia le va resa anche dai divoti di madonna Fiordalisa), non si spiccò più dal capezzale del vecchio.
Frattanto, i rettori della città erano tutti intorno a messer Spinello, al valente pittore, e lo richiedevano con gran desiderio dell'opera sua.
—Vedete, maestro,—gli dicevano, additandogli il San Donato da lui dipinto nel Duomo vecchio,—quello è il vostro primo lavoro, donde incominciò la vostra fama. Non farete voi altro per la città che ha salutato il vostro ingegno nascente?—
Spinello non seppe resistere a tante preghiere, e fece promessa di trattenersi qualche tempo in Arezzo, per dipingere nel Duomo vecchio, secondo la richiesta dei massari, una Storia dei Magi.
Ma dopo i massari del Duomo vennero quelli di San Francesco. La chiesa mancava affatto di affreschi, ed era quella una eccellente occasione per dar campo all'ingegno di Spinello Spinelli. I Marsupini, ricca famiglia di Arezzo, ottennero primi che egli dipingesse nella loro cappella un Papa Onorio, in atto di confermar la regola dei santo fraticello di Assisi.
Dopo i Marsupini venne la volta dei Bacci. Messer Giuliano Bacci aveva il patronato di una cappella in San Francesco, e volle che il valente artista vi dipingesse una Nunziata. A questo nuovo desiderio rispose prontamente l'opera di Spinello Spinelli, ed anche a quello dei massari di San Francesco, che vollero un arcangelo San Michele, nella cappella intitolata al gran giustiziere del cielo.
Lavorava, il povero e glorioso Spinello, lavorava assiduamente ogni giorno, ma senza che il lavoro lo aiutasse a dimenticare per un'ora il suo profondo rammarico. L'immagine della bellissima estinta era sempre davanti agli occhi dell'artefice:
Madonna Fiordalisa, come sapete, era stata seppellita nel chiostro del Duomo vecchio. Spinello trovò nel suo memore affetto il coraggio di andare fin là, ad inginocchiarsi sulla pietra che copriva le spoglie mortali della sua fidanzata, e vi rimase lungamente piangendo e chiedendo perdono a quell'ombra adorata di aver data la mano ad un'altra donna.
Gli perdonò Fiordalisa? Ahimè, il povero Spinello non ebbe neanche quel triste conforto al dolore. Nessuna voce arcana giunse dal regno della morte alla sua anima afflitta. Fiordalisa era muta, ed egli sentì più vivo il rimorso di ciò che aveva fatto, per appagare il desiderio di suo padre. Era poi necessario di appagarlo? E non sarebbe stalo meglio persuadere messer Luca Spinello che quel matrimonio era impossibile? Il cuore d'un padre non avrebbe intese le ragioni del cuore di un figlio?
Abbandonato da quella speranza, l'animo di Spinello Spinelli cadde in balla dello scoramento. Era malinconico e si buttò al disperato; desiderava la morte e si compiaceva soltanto nella solitudine, che gli consentiva di pensare al più bel giorno della sua vita, il giorno in cui sarebbe cessata ogni sua pena. Lodato a gara da tutti, non dava retta alle lodi, o mostrava solamente di udirle, per mostrarne impazienza. Voleva esser lasciato solo, per darsi tutto alle sue smanie, alle sue alternative di fatica e di lagrime. Infatti, spesso deponeva i pennelli per piangere; poi rasciugate in fretta le lagrime, afferrava i pennelli e lavorava a furia, come un uomo che non ha tempo da perdere. Ineffabile angoscia, quella che non può avere neanche una lontana speranza di pace, poichè la tregua è solo di là dalla tomba!
Intanto, la religione dei sepolcri si era impossessata dell'animo di Spinello Spinelli. Quante volte gli era dato di escir solo dal suo lavoro quotidiano, egli andava nel chiostro del Duomo vecchio, per inginocchiarsi sulla pietra di madonna Fiordalisa, e ripetere con pienezza d'affetto la sua triste domanda: mi avete voi perdonato? Ahimè, povero Spinello! La pietra sepolcrale era muta; la voce arcana, invocata da lui, non si faceva sentire. Si sarebbe dello che le anime dei trapassati sdegnassero di vigilare qualche volta sulle ossa abbandonate, o che la salma di madonna Fiordalisa non fosse là dentro. Spinello, nel suo disperato dolore, pensò che ella non volesse ascoltarlo, amando meglio tacere, che dirgli una troppo amara parola. Infatti, la risposta di Fiordalisa egli se la immaginava qualche volta, e gliela ripeteva il suo rimorso.—Sei tu che l'hai voluto, disgraziato; sei tu che l'hai voluto. Di che ti lagni ora, nel tuo tardo pentimento, e che cosa domandi ad un cuore, che hai contristato con la tua ingratitudine?—
Per avvicinarsi meglio alla morte, a questo pensiero dominante di chi non trova più consolazioni nella vita, Spinello Spinelli incominciò allora a metter l'animo in quelle pratiche di coraggiosa pietà che i tempi consigliavano ai cuori angustiati. Pareva a lui che l'amante di una persona morta dovesse pensare più che ad altro agli estinti; epperò si ascrisse alla confraternita di Santa Maria della Misericordia.
Non invento nulla; sèguito passo passo il nostro malinconico eroe. La confraternita della Misericordia, che io accenno qui per necessità del racconto, era nata da un sentimento di gentile pietà, cresciuto nel cuore di parecchi buoni ed onorati cittadini d'Arezzo, i quali andavano attorno, accattando limosine per i poveri vergognosi e per gl'infermi, vegliavano al capezzale dei moribondi e portavano a seppellire i trapassati. E Spinello, essendo entrato a far parte della compagnia, andava anche lui con la tasca al collo e il martello di legno in mano, picchiando all'uscio dei ricchi, ed entrava nelle case visitate dalla morte, per recarsi sulle spalle i cadaveri. La cosa non era senza un grave pericolo, perchè allora la peste entrava di sovente nelle mura indifese delle città italiane, e quell'ufficio di misericordia, era una vera e propria milizia per gli animosi spregiatori della morte, o per coloro che amassero dissimulare con un debito di carità cristiana il tedio dell'esistenza.
Di queste nobili cure il valoroso artefice aveva più lode in Arezzo, che non delle stupende tavole dipinto senza compenso per l'oratorio della confraternita, a cui, tra l'altre cose, una bella invenzione artistica, di Spinello, destando gli spiriti caritatevoli dei facoltosi aretini, aveva grandemente accresciute le entrate, e per conseguenza le forze necessaria ad operare il bene. Della quale invenzione io vi dirò solamente questo: che egli dipinse sulla facciata della chiesa dei Santi Laurentino e Pergentino una Madonna, che, avendo aperti davanti i lembi del mantello, vi raccoglieva sotto il popolo di Arezzo, nel quale si scorgevano molti uomini tra i primi della confraternita, con la tasca al collo e il martello in mano, simile a quelli che s'usavano per andar ad accattar le limosine.
Madonna Ghita, poverina, ammirava e taceva. Il che significa in buon volgare, che ammirava a mezzo e che il silenzio nascondeva qualche altra cosa, come a dire un pochettino di tristezza. Ma egli è di certe donne il soffrire con misura, e perchè soffrano veramente meno di certe altre, e perchè manchino loro le forme in cui si esprime agli altri e si rappresenta a noi stessi il dolore. Questa vi parrà una sottigliezza, ma è tuttavia una verità. Chiedetene a tutti i filosofi e vi diranno che l'uomo non sente i bisogni di cui gli manchi un'esatta cognizione. Resta una vaga tristezza di cui non si conosce la causa, e il non conoscer la causa basta più delle volte a toglier ogni importanza agli effetti. Così in di grosso, e senza pensarci su, monna Ghita intendeva che un antico dolore pesava sull'anima di quell'uomo, parco di parole, avaro di tenerezze. Ma pur sempre buono con lei. Anch'ella ebbe le sue tristezze, ma non si fermò più che tanto a farne argomento di meditazione. L'animo di monna Ghita non era fatto per uno studio così fine. E se pure una vaga malinconia s'impadronì un giorno del suo cuore, ben presto venne a mutar l'indirizzo de' suoi pensieri, e darle una vera e profonda consolazione, la nascita di un angioletto, che ebbe il nome di Parri, il nome del primo e prediletto amico di Spinello Spinelli. Infine, che importava l'umor triste del marito, se di lui, e dell'affetto che la legava a lui era nato il suo Parri? Monna Ghita si consolò, raccogliendo su quella bionda testolina l'amore che non poteva espandere nel seno del suo triste o glorioso compagno.
Ghita, anima buona, sa Iddio se mi duole di voi. Ma siamo giusti, forse ci avete avuto dalla vita assai più che non vi riprometteste nei vostri sogni di vergine, ed io penso che voi non abbiate avuto mai una idea molto chiara della vostra infelicità sulla terra.
L'umor nero di Spinello non potè sfuggire all'occhio vigile di Tuccio di Credi. L'astuto malveggente seguiva con attenta cura le fasi morali del suo compagno d'arte, o poichè bisognerà distinguer meglio, del suo principale. Ma egli non cercava più di consolarlo, come faceva in principio. Lo aveva ammogliato, gli aveva assicurata la pace; il suo ufficio amichevole era adempiuto.
Tuccio di Credi, del resto, soffriva anche lui la sua parte. S'era fatto più cupo e più verde del solito. Quella potenza d'ingegno che niente bastava ad uccidere, nè la perdita di Fiordalisa, nè un matrimonio fatto a suo mal grado, gli riusciva molesta. Di sicuro, egli non poteva argomentarsi di competere mai con Spinello Spinelli. Egli era uno di quegli artisti che restano sempre sull'uscio, che hanno preso un pennello a caso come altri prenderebbe una scopa, e vanno avanti senza sapere il perchè, imparando il meccanismo dell'arte, per ridurla ad un mestiere che più oltre non saprebbero intenderne.
Ma anche condannato a restare sull'uscio, e consapevole di quella condanna, Tuccio di Credi sentiva la gelosia, questa brutta sorella dell'emulazione. Vedeva Spinello salire sempre più nella estimazione delle genti, triste, ma operoso, anzi più operoso quanto più era triste. Nè solo Arezzo chiedeva miracoli d'arte a Spinello Spinelli, ma anche molte altre città di Toscana. Lo aveva voluto la famosa Badia del Camaldoli in Casentino; lo aveva voluto Firenze, nella Badia degli Olivetani, in San Miniato al Monte; lo aveva voluto Pisa per il suo Camposanto, maraviglia dell'arte e della pietà italiana; lo voleva Pistoia, per la sua chiesa di Sant'Andrea.
Tuccio di Credi aveva portati in pace, o giù di li, gli inviti del Casentino; aveva mandati giù, senza troppo dolersi, gl'inviti di Firenze; aveva rizzato muso agl'inviti di Pisa, ma non si era arrischiato a dir nulla. Ma non portò in pace, non mandò giù, non lasciò correre senza proteste, gl'inviti di Pistoia. O perchè? Aspettate, lettori umanesimi, e vedremo di sapere anche questo.
Per intanto, sappiate che Tuccio di Credi si dichiarò contrario al viaggio di Pistoia. La città delle fazioni, anzi la culla, perchè lassù erano nate e di là s'erano propagate per tutta la Toscana, non era fatta per Spinello Spinelli. Il suo ingegno avrebbe trovato ammiratori, ma anche detrattori in buon dato. Voleva egli che la sua eccellenza nell'arte fosse contrastata? Voleva proprio comperarsi co' suoi danari un amarissimo pentimento? Andasse allora a Pistoia. Ma se amava la sua quiete, se voleva provvedere degnamente alla sua fama, si contentasse di Firenze e di Pisa, di Arezzo, di Rasentino e di Siena.
Spinello non diede retta a Tuccio di Credi. Della sua fama gl'importava poco, dei detrattori anche almeno. Checchè ne pensasse e dicesse il suo compagno d'arte, egli aveva promesso e sarebbe andato a Pistoia.
Tuccio di Credi chinò la testa e non argomentò più nulla in contrario. Ma prima che il principale avesse fatta una risoluzione intorno a quel viaggio, Tuccio di Credi si presentò a Spinello Spinelli per prendere commiato da lui.
Spinello ebbe l'aria di cascar dalle nuvole.
—Come?—gli disse.—Anche tu hai risoluto di lasciarmi?
—Sì, maestro. Tanto non sono buono a nulla, e l'opera mia non potrebbe esservi utile più di quella d'ogni altro fattore.
—Andiamo, via! Buono a nulla!—esclamò Spinello, con accento di dolce rimprovero.
—È la coscienza che me lo dice;—replicò Tuccio di Credi;—e perciò vi domando licenza di andarmene.
—Quando è così… se ad ogni modo lo vuoi, disse allora
—Spinello,—sia fatto secondo il tuo desiderio.—
Spinello era come tutti gli uomini i quali vivono raccolti in sè stessi, che non credono conveniente di far violenza amichevole con nessuno, poichè a lor volta non amano di essere oppressi dalla benevolenza altrui. Lasciò che Tuccio di Credi andasse con Dio, e il giorno seguente partì per alla volta di Pistoia.
Era solo, ma la solitudine non tornava uggiosa al suo spirito malinconico. Il pensiero che vaga dietro allo immagini del passato prova una voluttà tutta sua nel trovarsi abbandonato a sè stesso, non obbligato a seguire, anche per poco, il pensiero degli altri. E Spinello fu più calmo a Pistoia, che non fosse a Pisa o a Firenze. La valle dell'Ombrone gli recò un senso di pace, che doveva tornargli nuovo, poichè della pace, come della allegrezza, egli aveva quasi perduto il ricordo.
La città, sebbene scaduta alquanto dell'antica grandezza, per le ire cittadine ond'era stata così lungamente travagliata, era bella a vedersi, per la quieta grandiosità delle sue vie, come per la elegante nobiltà, de' suoi monumenti. Pistoia non aveva avuto un'arte propria; nell'architettura aveva sentita da principio l'influenza dei pisani; nella pittura sentiva quella dei fiorentini. Ma fosse di Firenze o di Pisa, quella era sempre arte paesana. La Cattedrale, Sant'Andrea, il Battistero, San Giovanni Fuoricivitas, il palazzo del Podestà, erano saggi mirabili di quello stile che una critica poco degna del suo nome s'affanna ancora a chiamar gotico, laddove esso apparisce ed è prettamente italiano, e non ammette mistura di forme straniere se non in alcuni luoghi dove erano più vicini gli esempi, o più strette le relazioni con l'arte tedesca, normanna, araba, bisantina e via discorrendo. Quello che era avvenuto da noi per la lingua, che, scaduto l'idioma latino, riprendessero a mano a mano i loro diritti gli antichi dialetti italici, surrogando agli strascichi della magniloquenza romana le loro forme grammaticali più snelle e più efficaci nella loro medesima spontaneità, era avvenuto per l'arte. Lo stile romano si era imbastardito, per le ragioni che tutti sanno e che ad ogni modo non mette conto dir qui; doveva ritornare per conseguenza in onore l'antica forma toscana, più leggiera e più aggraziata, accettando necessariamente qualche cosa dal gusto dei dominatori o dai bisogni del tempo, e rimutando in nuova leggiadria una certa rozzezza d'ornati, che qua i bisantini, là i longobardi, avevano appiccicata agli artefici italiani.
Vi ho già detto che Spinello Spinelli era chiamato a Pistoia, per dipingere nella chiesa di Sant'Andrea, la vecchia basilica del XII secolo, pregevole per la severa nobiltà delle sue forme e per le sculture onde l'aveva arricchita Giovanni Pisano. Spinello Spinelli, andato a vederla, appena giunto in Pistola, fu contento di averci a lavorare. E tosto si diede a meditare qualche cosa che potesse rispondere alla magnificenza del luogo e alla buona opinione che i pistoiesi s'avean fatta di lui.
Spinello Spinelli era alloggiato, a grande onor suo, nelle case dei Cancellieri, antica e potente famiglia, ed una tra le due che avevano data la stura alle ire cittadine di Pistoia, dilagate poscia a Firenze, e via via per tutte le città e per tutte le borgate d'Italia. Ma, a proposito di ire cittadine, dov'era in quel tempo l'umor feroce di Pistoia a cui alludeva Tuccio di Credi? La città delle prime discordie posava da molti anni in pace, e ci fioriva liberamente la gentilezza naturale delle valli toscane, affinate da un certo che di arguzia montanina, per cui Pistoia la bella è rimasta famosa tra le vecchie città lucumoniche.
Nè solamente la città piaceva a Spinello Spinelli, ma eziandio e più particolarmente la campagna. Fin dai primi giorni della sua dimora in Pistoia, tratto dall'amor solitario che in lui era diventato come una seconda natura, Spinello usava andare a diporto nel borgo, e di là fino al colmo di una collina piantata di querci, donde l'occhio dominava la gran valle dell'Ombrone e quella dell'Arno che le vien presso. Era quello il suo luogo prediletto. Spinello non aveva mai veduto una più larga distesa d'orizzonte; non aveva mai veduto uno spettacolo più bello di quella conca di verde e d'azzurro, nel cui primo piano si stendeva la turrita Pistoia e nel cui fondo biancheggiava Firenze, circonfusa di soavi vapori alla luce del sole.
Nelle sue gite quotidiane al Poggiuolo (che così si chiamava il suo colle prediletto) Spinello Spinelli aveva stretta amicizia con un vecchio contadino di lassù, sentenzioso come tutti i vecchi montanini e garbato come tutti i contadini della montagna pistoiese. Pasquino dava il buon giorno o la buona sera al giovine forestiero, gli offriva una tazza di latte, che Spinello ricusava quasi sempre, non accettando che un bicchier d'acqua della Brana, picciolo ruscello che correva al piano, tra la costa del Poggiuolo e quella di Colle Gigliato,
Spinello aveva preso ad amare il vecchio Pasquino. E Pasquino che aveva veduto il forestiero con una cartella rilegata in pelle, entro a cui erano parecchi fogli di carta che il giovinetto andava spesso coprendo di disegni a matita, aveva preso a stimar grandemente il pittore.
Così, di chiacchiera in chiacchiera, il vecchio Pasquino era venuto a sapere chi fosse Spinello e di qual parte di Toscana.
—To'—aveva egli esclamato, udendo che il pittore era nato ad
Arezzo.—Abbiamo un altro aretino nel vicinato.—
E accennava col dito a manca, verso una collina poco distante dal Poggiuolo, dove si scorgeva un edifizio di forme robuste, tra il palazzo di campagna e il castello.
—Come si chiama quel luogo?—chiese allora Spinello.
—Colle Gigliato, messere. È un bel sito, ma non quanto il Poggiuolo.
Sa anche qui ci fosse un castello, ci farebbe il doppio di figura.
—No, non guastate il Poggiuolo con una fabbrica così tozza, Pasquino;—replicò Spinello Spinelli.—Amo meglio questa piantata di querci, che campeggia così bene sul fondo e divide in due la prospettiva della valle, lasciando incerti se l'una sia più bella dell'altra. La natura, mio vecchio Pasquino, la natura dispone i suoi quadri assai meglio di noi. Dove volete trovare uno spettacolo più vago! Una costruzione superba su questo colmo non guasterebbe ogni cosa? E ditemi, ora, come si chiama l'aretino di laggiù?
—Dovete conoscerlo, messere, perchè lo dicono d'una potente famiglia.
È un Buontalenti.—
A quel nome, Spinello Spinelli aggrottò le ciglia. Ricordava infatti quel superbo cavaliere e le parole scambiate con lui nel Duomo vecchio di Arezzo.
—Sì, mi pare d'averlo conosciuto;—rispondeva frattanto.—Un uomo tarchiato di membra, dal volto bruno e con un certo piglio altezzoso….
—Oh sì, davvero, il piglio non è bello;—disse Pasquino, ridendo.—Messer Lapo Buontalenti m'ha l'aria d'esser superbo più di Lucifero. E qui, non dubitate, lo vedono volentieri come il fumo negli occhi. Già, non è entrato in dimestichezza con nessuno, e vi fa grazia quando vi rende il saluto. Anzi, scusate, messere, ma qui si fa per dire qualche cosa;—soggiunse Pasquino;—io ho pensato un giorno che se tutti gli aretini fossero come quello lì, non sarebbe davvero un bel vivere, nella vostra città. Grazie a voi, messere, ho cangiato opinione e penso oggi che ce ne sia di buoni e di tristi in ogni luogo.
—Voi dunque lo fate addirittura un tristo?—chiese Spinello.
—O che altro volete che sia, un uomo che non parla con nessuno, che vi guarda tutti dall'alto al basso, e fa passare una grama vita alle persone che vivono con lui? Basta vedere come tratta la sua donna!
—Davvero? È ammogliato!
—Sì, con una donna che ha portata da Arezzo, a quanto dicono.—
Spinello fece il gesto dell'uomo a cui riesce nuova una notizia e che non ha altro da aggiungervi. Infatti, egli rammentava che il Buontalenti s'era allontanato da Arezzo, per recarsi a vivere nel pistoiese; ma non sapeva che avesse condotta un'aretina con sè. Par altro, siccome la cosa non gli importava affatto, lasciò cadere il discorso.
Ma non lo lasciò cadere il vecchio Pasquino, che aveva trovato un argomento di chiacchiera, e pensava che Spinello, nella sua qualità d'aretino, dovesse udire le sue notizie con una certa curiosità.
—Oh, non pare che la lo sposasse volentieri; continuò.—Già, quando —arrivarono a Colle Gigliato, madonna era assai male di salute. —Pareva di vedere una statua di marmo, come quelle che sono nella —cattedrale di Pistoia, tanto era bianca nel viso. Io ho potuto —vederla da vicino, nell'andare in giù per le mie faccende, mentre —essa tornava con messer Lapo dalla cerimonia nuziale, che tu fatta —in San Giovanni. La via era stretta ed io ho dovuto tirarmi contro —il muro, per lasciarla passare. Se l'aveste veduta in quel punto, —messere! Pareva una madonna, di quelle che disegnate voi, in quei —vostri cartoni. Una carnagione bianca come il latte, i capegli neri, —le labbra smorte, ma due occhi… due occhi che parevano stelle! Un —sorriso, poi, un sorriso pieno di tristezza e di bontà, un sorriso —che faceva tenerezza e sgomento. Da quel giorno non m'è mai più —avvenuto di vederla da vicino. Dicono che non esce mai dal recinto —del castello e che vive là dentro come quella principessa —prigioniera d'uno stregone, di cui si narra nella storia di —Lancilotto del Lago. Verso la sera la si vede qualche volta laggiù, —da quella loggia die guarda verso la pianura. Rimane là per due o —tre ore alla finestra, con le braccia appoggiate sul parapetto, e —gli occhi fissi a guardare il sole, che si nasconde dietro i monti —pisani. Povera dama! Dev'essere molto disgraziata. A che pensate, —messere?
—Penso,—disse Spinello,—che anche voi siete pittore alla vostra maniera. Mi par quasi di vederla.
—E non vi dico nemmeno la metà della sua bellezza;—ripigliò il vecchio contadino.—Anche così malandata, è un portento. Doveva essere un occhio di sole, prima che le toccasse quella brutta sorte. Ma già, voi siete aretino come lei, e la conoscerete.
—Io no;—rispose Spinello.—Da tre anni ho lasciato Arezzo.
—E anche da tre anni messer Lapo Buontalenti è venuto ad abitare nei nostro contado. Quel castello e il podere che ha intorno gli sono toccati in eredità, dopo la morte di un suo zio materno, che fu messer Roselino Sismondi. E quando venne, aveva giù con sè quella bella creatura. Dovrebb'essere una sua parente orfana,—soggiunse discretamente il vecchio Pasquino,—perchè è venuta a dimorare con lui, senza essere ancora sua moglie. Anzi, sulle prime, noi s'immaginò che lo fosse già; ma le nozze celebrate un anno dopo, ci hanno fatto ricredere.
—Un anno dopo;—ripetè Spinello Spinelli.—-Dunque, due anni fa?
—Sì, messere, per l'appunto, saranno due anni a San Michele.
—Due anni fa!—mormorò Spinello, crollando mestamente il capo.—Due anni fa mi sono ammogliato anch'io.—
E questa doppia coincidenza lo colpì. In verità era strano il fatto che il Buontalenti, partito d'Arezzo poco prima che la morte di Fiordalisa ne cacciasse anche Spinello, prendesse moglie nello stesso tempo di lui. E la donna era un'aretina? Condotta via da messer Lapo, quando aveva abbandonata la sua terra? In Arezzo, di quel fatto, non si aveva cognizione; o almeno nessuno ne aveva fatto cenno a Spinello. O fors'anche Spinello, nella tristezza ond'era tutto compreso, non ci aveva fatto attenzione.
Comunque fosse, la cosa era strana e colpiva di stupore la mente di Spinello Spinelli. Come mai, pensava egli, come mai messer Lapo Buontalenti, che la voce pubblica diceva invaghito della figliuola di mastro Jacopo, aveva potuto amarne un'altra così presto? E che necessità di bandirsi da Arezzo, se con un'altra doveva partire? Dopo avere a lungo almanaccato su quel fatto, Spinello si accostò all'idea che messer Lapo avesse amato madonna Fiordalisa come poteva amare un pari suo, per il solo desiderio di possedere colei che tutti celebravano bellissima tra le fanciulle d'Arezzo, e che il rifiuto di mastro Jacopo non avesse ferito il suo cuore, ma piuttosto il suo orgoglio smisurato.
Ma chi era l'aretina che aveva così presto consolato il Buontalenti della patita ripulsa? Una strana curiosità s'era infiltrata nell'animo di Spinello Spinelli. Dico strana, perchè in fondo non doveva importargli molto di conoscere un nome, e tuttavia il suo pensiero tornava con una certa insistenza a quella pallida castellana, intravveduta nel racconto del vecchio Pasquino. Forse era da ascrivere la cosa a un senso di gentile pietà, naturalissimo in un cuore ben fatto come il suo. Egli, invero, pensando alla signora di Colle Gigliato, rammentava la bella e infelice Pia de' Tolomei, di cui si narrava la storia lagrimevole, resa popolare dai versi di Dante, popolarissimo allora.
Quel giorno, scendendo dal poggiuolo per ritornarsene in città, si mise per una via che non aveva ancor fatta; di guisa che, scambio di rientrare in Pistoia da porta al Borgo, rientrò da porta San Marco. Avrete già indovinato da questo cenno che Spinello Spinelli si calò verso il letto della Brana, per costeggiar le falde di Colle Gigliato e rasentare la villa del Buontalenti, cinta da un muro nerastro, che si vedeva tutto rivestito d'edera e sormontato dalla frappa scura dei nocciuoli e degli elci.
Lì presso, nel greto della Brana, il nostro pittore s'abbattè in una povera donna che stava lavando alcuni pannilini all'acqua corrente. La donna lo salutò, secondo il costume dei contadini, ed egli, resole cortesemente il saluto, si fermò a dimandarle:
—Sposa, sapreste voi dirmi a chi appartiene questo castello?
—Maisì, messere, poichè ci abito da quarant'anni. Era di messer
Rosellino Sismondi, buon'anima sua; oggi è di messer Lapo Buontalenti.
—Non è un casato pistoiese;—osservò timidamente Spinello.
—No, messere; il nuovo padrone del castello è un cittadino d'Arezzo.
—Dev'essere un ragguardevole uomo;—ripigliò Spinello.—Questo suo castello ha un aspetto assai nobile, e penso che ci si abbia a stare da principi.
—Eh, potete giurarlo, messere;—rispose la contadina.—Il vecchio padrone lo amava su tutti i suoi poderi, che n'aveva parecchi, e ci s'era fatto un luogo di delizie. Eppure, i padroni d'adesso non ci si vedono tanto volentieri!
—Davvero? E come va? Se ci fossi io, vi assicuro che mi parrebbe di stare in paradiso.
—Che volete, messere? Bisogna proprio dire che nessuno è contento del proprio stato. Del resto, messer Lapo non farebbe differenza tra questo luogo ed un altro; è piuttosto madonna Fiordalisa che non ci gode l'aria….
—Fiordalisa!—esclamò Spinello, dando un sobbalzo improvviso.
Ma subito, facendo uno sforzo violento per dominare la sua commozione, riprese:
—Ha un bel nome, la vostra signora!
—Un bel nome e un bel viso, messere. Che Iddio la prosperi com'ella si merita; perchè, in verità, non c'è dama in tutto il contado, e direi quasi in tutta Pistoia, che possa entrare in paragone con lei.—
Spinello Spinelli noci ascoltava già più la sua interlocutrice. Fiordalisa! pensava egli. Fiordalisa! Perchè quel nome, venuto al suo orecchio in quell'ora e in quel modo, come una voce dalla tomba?
Anche voi, lettori, mi chiederete perchè tanta curiosità fosse venuta a Spinello, da farlo discendere a manca del Poggiuolo, anzi che a destra, per avvicinarsi alla casa del Buontalenti. Ma questa non dee parervi una cosa fuori del naturale. Chiunque ha perduto una persona caramente diletta ama il suo dolore e prova come un'amara voluttà a rinfrancarlo, nel culto delle memorie in una sollecitudine quasi infantile per tutto ciò che abbia avuto relazione con l'argomento dei suoi poveri amori, come se nei superstiti, od anche nelle cose inanimate, sia rimasto alcun che del tesoro perduto. Ora, il Buontalenti aveva amata e chiesta in moglie la figliuola di mastro Jacopo di Casentino, prima che questi accogliesse come discepolo il giovine Spinello. Il Buontalenti era stato un rivale; ma che importava ciò, in quel punto, so il Buontalenti lo ravvicinava al passato?
Ed ecco perchè Spinello era disceso verso la Brona, scambio di far la strada degli altri giorni. Quel nome, poi, il nome di Fiordalisa, buttato là dalla vecchia contadina, gli disse tutto. Non già tutto quello che potreste immaginarvi voi, fatti accorti in buon punto, ma tutto quello che egli poteva supporre, nello stato in cui era. Infatti, che cosa doveva significare per lui il nome di Fiordalisa, se non questo, che il Buontalenti serbava fede in qualche modo alla sua fiamma antica? Non potendo avere la bella figliuola di mastro Jacopo di Casentino, messer Lapo aveva voluto sposare una donna che portasse il medesimo nome.
Fatto dentro di sè questo ragionamento, Spinello Spinelli stette ad ascoltare la vecchia contadina. E non vi faccia senso che egli l'avesse salutata col nome di sposa. Nel pistoiese le donne del popolo sono tutte spose, o sposine, per l'uomo che le combina in istrada. Il nome di sposina è un augurio gentile per le giovani; il nome di sposa è una continuazione di giovinezza, cortesemente accordata alle vecchie.
Spinello Spinelli rimase ancora un tratto, chiacchierando con la donna, o, se vi piace meglio, facendola chiacchierare. Indi, preso commiato con un grazioso "arrivederci" scese verso la città, non senza aver dato più d'una occhiata alle mura nerastre del castello del Buontalenti, e pensando involontariamente a quel poetico capriccio che aveva fatto trovare a messer Lapo una sposa col nome di Fiordalisa.
—Ha tradita la memoria della prima!—diceva egli tra sè.—Ma che cosa ho fatto io di diverso? E con assai maggior torto di lui; perchè in fine, egli era un pretendente rifiutato, mentre io…. Ah, padre mio, se voi non eravate, con le vostre preghiere!…—
Era giunto frattanto ad una svolta del sentiero dove sorgeva una rozza croce di legno, piantata su d'una mora di sassi. Colà, di certo, era stato ucciso qualcheduno.
—Ah! fossi io morto,—esclamò Spinello, abbandonandosi a' piedi della mora,—fossi io morto, come questo poveretto! Vi avrei raggiunta, madonna; avrei finito di patire. A che mi giova la gloria, senza di voi? È bello il vivere, quando si spera; è bello il rispondere per opere egregie in mezzo a' suoi simili, quando si può riferire ad una persona cara i proprii trionfi, deporre a' suoi piedi le palme raccolte e gli allori mietuti. Ma io?… Costretto continuamente a mentire, costretto a fingere un sorriso agli uomini che mi lodano, mentre delle lodi loro, e della stessa coscienza di ciò che sono, non m'importa più nulla; costretto a fingere con una povera creatura che mi ama, e che dovrebbe maledirmi; io non so davvero perchè rimanga ancora quaggiù. Signore Iddio, liberatemi da questo peso, che è davvero troppo grave per me.—
Un rumore di passi e di voci dietro la svolta del sentiero tolse Spinello dalla sua triste meditazione. Temendo di esser colto in quel luogo con le lagrime agli occhi, e fors'anche mal soffrendo di imbattersi in qualcheduno, balzò in piedi e corse a nascondersi dietro la mora, in mezzo ad alcuni cespugli d'eriche e d'imbrèntini, ond'era folto il ciglione.
Poco stante egli vide inoltrarsi due viandanti, dalla parte della città. Non erano contadini, ma gentiluomini, come appariva dalle cappe che indossavano e dalle berrette piumate che portavano in capo. In uno d'essi, Spinello non tardò a riconoscere messer Lapo Buontalenti.
Fu lieto di essersi nascosto in tempo. Più lieto, quando riconobbe l'altro viandante. Ma ho detto più lieto? Avrei dovuto dire stupefatto, perchè quell'altro era il suo compagno d'arte; era l'uomo che aveva creduto opportuno di separarsi da lui, per non accompagnarlo a Pistoia; era Tuccio di Credi.
Che cosa veniva a fare costui nella città che gli era parsa così uggiosa! E se aveva pur risoluto di venirci, perchè non era andato a cercare l'amico, il suo compagno d'arte? Perchè, infine, quella sua lega con messer Lapo Buontalenti? E che voleva dire quel ravvicinameto di personaggi aretini, in un angolo della campagna pistoiese? Il caso, il semplice caso, poteva egli recare una serie di coincidenze così fatte?
Un vago terrore s'impadronì della mente di Spinello Spinelli, e gli balenò tosto il sospetto delle cose ignote. Vide chiarori che a dir vero non gli illuminarono nulla, ma che sembrarono dirgli: c'è qui sotto un mistero, e tu devi scoprirlo. Non dissimilmente, una credenza popolare ravvicina i fuochi fatui ai tesori nascosti nella campagna, di guisa che le pallide fiammelle erranti nella notte sembrino invitare il passeggiero alla ricerca del più ingannevole tra i beni terrestri.
I due viandanti passarono davanti alla mora che nascondeva Spinello. Parevano in buonissima armonia e infervorati in un colloquio di molta importanza per ambedue.
Spinello, dal nascondiglio in cui era e da cui non gli parve prudente muoversi, non udì che queste parole:
—Voi farete quel che vi parrà meglio, messer Lapo degnissimo. Io, da fedel servitore, ho reputato necessario di darvene avviso.—
Parlava Tuccio di Credi, come avrete capito. E messer Lapo rispondeva:
—Partirò, non dubitate, partirò. Quantunque io non credo che egli possa giungere fin qua. Forse, egli ignora perfino che io…—
La voce di messer Lapo si perdette dietro la svolta del sentiero, e
Spinello non potè udirne più altro.
—Che cos'è questa novità?—pensò egli, balzando fuori dal suo nascondiglio.—Tuccio di Credi a Pistola, e con messer Lapo Buontalenti! Quale avviso ha creduto egli necessario di recargli? E qual relazione può correre tra loro?—
Immaginate in che condizione d'animo giungesse egli in quel giorno in città. E doveva rispondere alle cortesie de' suoi ospiti, come se non avesse nulla, nè tristezze, nè sopraccapi; come se fosse l'uomo più tranquillo del mondo!
Proprio quel giorno i massari di Sant'Andrea si recavano alle case dei
Cancelleri, per avere un colloquio con lui.
—E così, messere,—gli chiedevano,—avete voi ideata la composizione che Pistoia potrà ammirare nella nostra vecchia cattedrale?
—Non ancora, messeri onorandissimi, non ancora. Ho la mente confusa; non m'è venuto ancor nulla che sia degno della chiesa e di voi. Perdonate, sarà per un altro giorno, se Iddio mi aiuta.—
Così rispondeva Spinello. Ma in cuor suo cominciava a pensare che Iddio non l'avrebbe aiutato e che Pistoia non avrebbe ammirato nulla di suo.
XII.
Tra i pensieri del giovine pittore c'era anche quello che Tuccio di Credi dovesse andare quella sera, o la mattina seguente, a cercarlo. Infatti era naturale supporre che Tuccio fosse venuto a Pistoia per lui, e non avendolo trovato subito, ed essendosi imbattuto a caso nel Buontalenti, vecchia conoscenza, di Arezzo, si fosse accompagnato un tratto con quest'ultimo.
Se non che per ammettere questa spiegazione, bisognava dimenticare che Tuccio di Credi andava dicendo a messer Lapo:—"ho reputato necessario di darvene avviso" e che messer Lapo gli aveva risposto, come uomo che riconosceva il pregio dell'avviso ricevuto:—"partirò, non dubitate, partirò". Donde appariva evidente che Tuccio di Credi non fosse venuto a Pistoia per vedere il suo compagno d'arte, ma per abboccarsi con messer Lapo Buontalenti, a cui si professava fedel servitore.
Comunque fosse, era da credere che Tuccio di Credi, venuto a Pistoia, non avrebbe potuto altrimenti, nè voluto, cansare l'amico. E Spinello Spinelli lo attese per tutta la sera; lo attese per tutta la mattina seguente; ma invano. Tuccio di Credi non si era fatto vivo con lui; forse, quella stessa mattina egli aveva lasciato Pistoia.
Spinello rimase sconcertato, con una fiera curiosità in corpo, e con tutta l'impazienza che no doveva conseguire. Che cosa significava quel misterioso viaggio? E non era possibile che risguardasse anche quella povera vittima, che portava il nome gentile della sua Fiordalisa?
Agitato da questi sospetti, uscì verso l'ora di vespro dalla porta del Borgo. Messa la sua spada al fianco e il pugnale alla cintola, gittato un mantello sulle spalle e calata la berretta sugli occhi, andò di buon passo verso la collina. Ma come fu alle falde del Poggiuolo, non ascese altrimenti per l'erta, e proseguì il suo cammino verso il letto della Brana.
Aveva portata, per ogni buon fine, la sua cartella da disegno. Appena ebbe passato il torrente e fu in vista del castello dei Buontalenti, andò a sedersi sulla proda d'un campo, fingendo di copiare qualche cosa dal vero, ma volgendo gli occhi curiosi qua e là, e più spesso al muro nerastro che girava torno torno alla villa. Un terrazzino di pietra sporgeva dal ciglio del muro. Se la donna del castello usava uscire ogni sera all'aperto, come diceva Pasquino, certamente doveva andar là, ed egli, dal suo osservatorio, l'avrebbe veduta senz'altro.
Il sole calava, in una gloria di fiamme, dietro la collina di Serravalle, che chiude la valle dell'Ombrone da quella della Nievole. Tutto ad un tratto, Spinello vide comparire sul ciglio del muro nerastro una figura di donna. Era la dama del castello Buontalenti; lo dimostrava assai chiaramente la nobiltà delle vesti e l'eleganza delle forme.
Giunta al terrazzino, la dama si fermò. Quella doveva essere la meta delle sua passeggiate quotidiane. Era venuta con passo lento, come persona stanca; poscia, rimasta un tratto in piedi davanti alla balaustrata, si era adagiata sopra un sedile, sporgendo per mezzo il busto dal davanzale di pietra.
Spinello si alzò dal suo posto, col cuore tremante, e andò verso il recinto della villa. Che cosa intendeva di fare? In verità non lo sapeva neppur egli. A mano a mano che si accostava al muraglione e la figura s'innalzava davanti a lui, uscendo in risalto sul fondo azzurro chiaro del cielo, la commozione del giovane si andava tramutando in stupore. Dei immortali! Quel viso bianco, che gli appariva da lunge, non rammentava il tipo di madonna Fiordalisa, ma dell'antica, della figliuola di mastro Jacopo, della sua fidanzata? Già gli pareva di riconoscere l'atteggiamento consueto di quella graziosa testa, il cui contorno era così armoniosamente rigirato. Accostatosi vieppiù, riconobbe il profilo soave del volto, la fronte prominente, incoronata dalle ciocche ricciolute dei capegli neri e lucenti, l'occhio profondo e pieno d'espressione, la bocca tenue, aperta ad un languido sorriso, che non era sempre di gioia, e il mento, sì anche il mento, quel mento arguto e tondeggiante di paggio, che era stato una volta l'argomento delle sue ammirazioni.
Ma egli, per allora, non doveva ammirare con occhi d'artista, o d'innamorato, come prima faceva. Era attonito, abbacinato da quella stessa rassomiglianza, che gli cresceva allo sguardo. Come fu a cinquanta passi dal muro, si fermò, levando gli occhi, per guardare più attentamente la dama. Dio santo! Era lei, era la sua Fiordalisa, o uno spirito maligno ne aveva assunta la forma, per farsi giuoco di lui.
Confuso, sbalordito, e nondimeno anche più attratto da quella cara visione, Spinello tese le braccia verso il terrazzino e con impeto di amore gridò:
—Fiordalisa!
—Chi mi chiama?—domandò la gentildonna, chinando gli occhi a' piedi del muro, dond'era venuta la voce.
Vide allora l'atto supplichevole e riconobbe Spinello. Ma in quella che metteva gli occhi su lui, lo vedeva cadere a terra come fulminato. Il povero Spinello aveva riconosciuta la voce di madonna Fiordalisa, della sua fidanzata. Era dunque lei? Lei, tornata dalla tomba, per farlo morire d'angoscia? Agitò le braccia, come se tentasse di aggrapparsi a qualche cosa, balbettò alcune parole die non avevano senso, e cadde tramortito al suolo.
Disgraziato Spinello! Compatitelo. Non accade a tutti di avere perduta una donna fieramente amata e di vederla di punto in bianco ritornare dai regni della morte.
Quando il povero giovane ricuperò i sensi smarriti, si trovò accanto la dama, escita dal recinto della villa per recargli soccorso.
—Mio Dio, messere, che avete?—diceva ella, sbigottita.—Fatevi animo!—
Spinello Spinelli, senza darsi ragione di quel che faceva, e tratto solamente da una forza quasi istintiva prolungò di qualche istante il suo smarrimento, per ascoltare la musica di quelle parole che escivano dalle labbra di Fiordalisa. Gli pareva, in udirla, di rassicurarsi meglio che era lei.
—Ah, madonna!—esclamò finalmente.—Non sogno io? Non sono io il ludibrio di una visione? Iddio misericordioso vi restituisce al vostro povero Spinello?—
Madonna Fiordalisa, commossa da quel grido, in cui parlava un amore infinito, chinò la testa su lui. E il povero Spinello, insieme con la certezza di avere ritrovata la sua Fiordalisa, ebbe il secondo deliquio.
—Dio, soccorretemi!—gridò madonna Fiordalisa. Questo poveretto mi —muore nelle braccia. Permettete che io mi discolpi a' suoi occhi e —poi datemi la morte, che da tanto tempo vi chiedo.—
Monna Cia, chiamata da lei, giunse prontamente in aiuto. Era la contadina che il giorno innanzi Spinello aveva veduta, intenta a lavare i suoi pannilini nel letto della Brana. Le braccia di monna Cia erano robuste: il giovine fu trasportato entro il recinto e adagiato su d'un sedile di pietra, in quel medesimo terrazzino donde pur dianzi gli era apparsa la figura di madonna Fiordalisa.
—Va, te ne prego, va, mia buona Cia; prendi un po' d'acqua, dell'aceto, quello che troverai, per ridar la vita a questo poveretto.
—Sì, madonna, vo subito. Oh, disgraziato giovane! Così buono, così gentile! Non si direbbe l'arcangelo Gabriele! L'ho conosciuto ieri…. Chi m'avrebbe mai detto che oggi….
—Va, corri,—gridò madonna Fiordalisa.—Ma bada, non una parola al castello!
—Non dubitate, madonna; prenderò ogni cosa nelle mie stanze.—
Così dicendo, monna Cia, ottima donna, andò speditamente lungo la redola che metteva al castello. Madonna Fiordalisa rimase sola accanto a Spinello, che, povero lui, durava fatica a riaversi.
Infelice Fiordalisa! Anche lei, che il caso metteva di punto in bianco, senza preparazione, a faccia a faccia con Spinello Spinelli, anche lei era degna di compassione. Lo stato dell'animo suo non si descrive, come non si descrivono le commozioni violente. In qual modo era avvenuto quel ravvicinamento improvviso? Spinello aveva dunque ritrovato il suo nascondiglio, dopo tre anni di ricerche? Quando mai gli era balenato il sospetto che ella non fosse morta? E quando, e come, il sospetto si era tramutato in certezza? Anch'egli aveva profanata la santità d'una tomba, per giungere alla scoperta del vero? E come era vissuto fino a quel giorno? E come, e perchè, quella cerimonia nuziale, per cui Spinello si era allontanato da lei? Ma anche ella non si era allontanata da lui? Non apparteneva ella ad un altro? Ahimè, triste cosa; le due anime che un primo amore aveva congiunte, il destino le aveva separate per sempre.
Com'era avvenuto ciò? Spinello, tornato finalmente in sè, doveva udirlo dalle labbra di madonna Fiordalisa. Fu un doloroso racconto, che lo fece fremere di raccapriccio e di sdegno.
Fiordalisa era morta per i suoi cari; messer Giovanni da Cortona, chiamato al letto della vergine, aveva dato il triste responso. E morta appariva per tutti, e la compagnia della Misericordia era andata a prendere con gran pompa la bella salma, per chiuderla in un modesto avello, nel chiostro del Duomo vecchio. Ma Fiordalisa, come vi sarà facile immaginare, non aveva memoria di ciò. Rammentava l'improvviso malore ond'era stata colpita, in mezzo alle gioie domestiche, e rammentava d'essersi risvegliata alla coscienza di sè, in una camera sconosciuta. Si sentiva spossata, senza volontà, con una gran propensione a riaddormentarsi. Infatti, le era avvenuto di assopirsi, e di quelle ore non ricordava che brevi intervalli, come pallidi chiarori in un buio fitto, nei quali si sentiva trasportata verso una meta ignota, da uomini prezzolati, tra cui non spiccavano che due figure: quella del Buontalenti, che l'aveva turbata, e quella d'uno scolaro di suo padre, che l'aveva atterrita, poichè le lasciava indovinare il tradimento, ond'era stata vittima, e tutto il peggio che doveva toccarlo in futuro, senza alcuna speranza di salvezza. Infine, che più? Ella si era veduta in balla di due feroci che l'avevano amata; e uno di costoro la dava in preda all'altro; il più povero la vendeva al più ricco.
E non poteva resistere; le mancava perfino la forza di gridare al soccorso. Poco stante, non aveva più veduto uno dei due traditori. L'altro, messer Lapo Buontalenti, restava padrone del campo. Ella era chiusa in una lettiga, che viaggiava di notte, scortata da un drappello d'uomini armati, secondo l'uso del tempo, per le vie maestre, così poco sicure al paragone d'adesso. Evidentemente, quelli erano i servi, i masnadieri di messer Lapo Buontalenti. A che le sarebbe giovato il gridare?
Messer Lapo era grave all'aspetto, severo ed arcigno come la vendetta che gli covava nel cuore. Ma quando gli occorreva di rivolgersi a lei, in atto di chiederle se avesse mestieri di nulla, assumeva un'aria tra impacciata e cortese. Non c'ora, per altro, da ingannarsi a quelle apparenze,
Quando Fiordalisa potè finalmente parlare, gli chiese risoluta:
—Dove mi conducete voi? Dov'è mio padre?—
Il Buontalenti increspò le labbra ad un mezzo sorriso e pacatamente rispose:
—Madonna, voi siete morta per tutti, così per vostro padre, come per ogni altro cittadino d'Arezzo. Vi hanno sepolta l'altro dì, con pompa solenne, entro il chiostro del Duomo vecchio. Gli sciocchi! Pareva che avessero fretta di liberarsi di voi. Ma vigilava per la vostra salvezza un amore antico e gagliardo. Il mondo vi ha composta sotterra, per dimenticarsi di voi; io vi ho restituita alla luce del giorno; siete mia, finalmente.—
Fiordalisa fremette, pensando a ciò che era accaduto di lei. Ma indovinò in pari tempo che la sua morte apparente era stata procurata dalle arti d'un tristo, che lavorava a benefizio d'un altro. E il senso che questa scoperta doveva produrre nell'animo suo, le si dipinse nel viso.
—Comunque vediate la cosa, datevi pace, madonna;—ripigliò messer Lapo, che notava ogni moto più lieve.—Vi ho detto che siete morta pel mondo.
—E per opera vostra, non è vero?—chiese ella, fissandolo negli occhi.
—Mettete pure che sia così;—disse di rimando il Buontalenti.—Credete che un amatore par mio sia disposto a perdervi, dopo avervi ottenuta con un delitto? Datevi pace, vi ripeto, datevi pace, madonna. Lapo Buontalenti, vostro fedel servitore, non imiterà messer Gentile dei Carisendi, che, dopo aver disseppellita la donna sua, la restituì scioccamente al marito.—
Messer Lapo non poteva citare il caso di Ginevra degli Amieri, che era ancora di là da venire. E poi foss'anche avvenuto prima d'allora, esso non poteva servirgli come argomento di persuasione con madonna Fiordalisa. Ginevra degli Amieri, gentildonna fiorentina d'alto lignaggio, sotterrata per morta, da per sè stessa uscì fuori dall'avello, e andò a picchiare a casa di Francesco degli Agogolanti, suo marito, che la credette un'ombra e non la volle ricevere. In quella vece, gli serviva benissimo l'esempio di Catalina Caccianimico, gentildonna bolognese, amata da messer Gentile dei Carisendi. Essendo il cavaliere andato podestà a Modena e avendo colà ricevuto il doloroso annunzio della morte di lei, tratto fuor di sè dall'angoscia, fece disegno di rapire all'estinta il bacio che mai non aveva avuto da lei viva. Andato di notte tempo a Bologna con un suo famigliare, aperse la sepoltura, e ivi, con molte lagrime, baciò il viso di madonna Catalina. La quale non era altrimenti morta, siccome tutti avevano creduto; laonde, messer Gentile, che aveva sentiti i battiti del suo cuore, soavemente quanto più gli venne fatto la trasse dal sepolcro, e postosi il dolce peso in arcione, cavalcò speditamente io città, dove, commessa l'amatissima donna alle cure di sua madre, potè vederla presto rifiorita in salute, E perchè la bella Catalina, per quello stesso amore che egli le aveva portato, lo pregava di rimandarla a casa sua, messer Gentile, da quel prode cavallero che egli era e veramente degno del suo nome, la restituì al marito, in quella commovente maniera che sanno tutti coloro i quali hanno letto la bellissima storia nel Decamerone di messer Giovanni Boccaccio.
Quant'era distante il Buontalenti da messer Gentile dei Carisendi! Madonna Fiordalisa, udito il beffardo racconto, conobbe di essere irremissibilmente perduta.
Giunta a Pistoia e rinchiusa nel castello che messer Lapo aveva ereditato da Rosellino Sismondi, la povera fanciulla visse là dentro come in una prigione, senza aver più contezza di ciò che era avvenuto de' suoi. Era una debole creatura; ma ai deboli soccorre spesso il coraggio della resistenza inerte, e Fiordalisa anche fuor di speranza com'era, si chiuse nel suo triste silenzio, aspettando la morte che la liberasse dalle istanze del feroce amatore.
Il quale, un giorno, stanco della ripulsa di lei, se fece a parlarle in tal guisa:
—Voi piangete, madonna, e turbate il riso divino della vostra bellezza. A qual pro' se tutti vi hanno dimenticata?
—Non parlate così!—diss'ella con accento severo.—Quando tutti m'avessero dimenticata, non mi abbandonerebbe il pensiero di mio padre.
—Ahimè, madonna!—replicò il Buontalenti. Vostro padre….—
E s'interruppe tosto, chinando la fronte a terra, in segno di grande rammarico. Fiordalisa ebbe una stretta violenta al cuore.
—Mio padre!—ripetè ella, turbata.—Orbene, che volete voi dire? Che volete tacermi?
—Madonna,—ripigliò allora il Buontalenti, sa Iddio se mi pento di —ciò che ho fatto, e se non darei la mia vita per restituirvi il —vostro ottimo padre. Ma egli, almeno, è ora più felice di me, che mi —trovo così povero della grazia vostra e non ispero di ottenerla mai —più.—
Argomentate il pianto e la disperazione della infelice creatura. Suo padre era morto da sei mesi, ed ella soltanto allora ne aveva notizia. Povero padre! Ed ora morto di crepacuore, sperando di ricongiungersi all'anima della sua diletta figliuola.
Passarono giorni, passarono settimane, e le lagrime di madonna
Fiordalisa si rasciugarono. Ma non cessava altrimenti il dolore.
—Di che vi accorate?—le disse un giorno il suo carceriere.—Spinello, a cui pensate in silenzio, di cui vagheggiate l'immagine, Spinello non pensa più a voi.—
Ella rizzò la testa, e diede al Buontalenti un'occhiata sdegnosa.
—Oh! non v'inalberate;—riprese egli freddamente.—La cosa è così, com'io vi racconto, che credete voi, madonna? Che l'amore sopravviva alla morte della persona amata? Spinello si consolerà.
—Che non mi dite ch'egli ha già data la sua mano ad un'altra donna?—diss'ella.—Voi mentite, messer Lapo. La menzogna è chiara nelle vostre parole. Spinello si consolerà, voi dite. Egli non si è dunque consolato.—
Messer Lapo si morse le labbra. Il colpo gli era andato fallito. Ma egli promise a sè stesso che quella donna non si sarebbe più oltre beffata di lui.
Due mesi passarono, tristi coma gli altri che la povera donna aveva vissuti nella sua solitudine di Colle Gigliato. Ahi, non era una solitudine, quella, se ogni giorno ella doveva vedersi davanti agli occhi messer Lapo Buontalenti. Meno infelice di lei, una povera eroina della favola era stata abbandonata su d'uno scoglio, dannata ad esser la preda d'un mostro. Per Andromeda, infatti, vedere il suo nemico ed esserne divorata era quasi tutt'uno; laddove madonna Fiordalisa doveva scorgere il suo ad ogni istante, appostato in attesa, come una fiera all'agguato, e tremare ogni giorno, pensando che nessuna difesa avrebbe più avuta contro di lui; pensando che suo padre era morto e che Spinello, il suo fidanzato, non avrebbe potuto far altro per lei che piangere su d'una tomba.
E il Buontalenti osava dire che il suo rivale si sarebbe consolato! No, non era possibile, Fiordalisa era una fanciulla inesperta e non aveva anche potuto giudicare la vita nei disinganni che questa può offrire a mano a mano, in compenso d'ogni nostra speranza. Ma ella si era sentita così fortemente amata, che veramente l'affetto di Spinello Spinelli doveva parerle una cosa eterna. Argomentiamo così facilmente dai nostri i sentimenti degli altri! Eppure, le beffarde parole di messer Lapo, anche respinte da un'intima convinzione, non potevano essere dimenticate, e l'eco doveva restarne in quel povero cuore. E in quella guisa che noi tutti raccogliamo con superstiziosa paura ogni frase, udita a caso, la quale si riferisca ad un pensiero dominante dell'anima nostra, avvenne a lei che altre parole, e non da messer Lapo, ridestassero i dubbi suscitati da lui. "Chi muore giace e chi vive si dà pace." Questo proverbio, che ella aveva udito le cento volte, senza avvertirne la dolorosa filosofia, accennato sbadatamente da quell'umile contadina che sapete, e che era l'unica donna con cui madonna Fiordalisa scambiasse qualche parola nel castello Buontalenti, la ferì profondamente, più che non avrebbe fatto ogni altro discorso del suo carceriere. Chi vive si dà pace! Era proprio vero così! E perchè, infine, sarebbe stato diverso? È in noi potentissimo l'istinto della conservazione; la fibra umana ha qualche cosa in sè, che la persuade a resistere, a desiderare la vita. Il dolore opprime lo spirito; ma la fibra si ribella al dolore; la schiava non obbedisce al padrone. E non è forse così in tutti gli ordini di natura? Non è legge comune che tutto si rinnovi, e che ogni forza depressa si prepari a risorgere? È possibile che la natura umana ci condanni a morte, e che la gioventù non trovi in sè medesima quella forza di risurrezione che trova la più umile pianta, nella vicenda delle stagioni? L'oblio è fatale come il sonno, e il tempo è rimedio per tutti gli affanni dell'esistenza. Del resto, se per una creatura viva si può soffrire aspettando, come si potrebbe soffrire eternamente per una creatura morta? Aspettare è sperare; e non si aspetta più, quando non si spera più nulla.
E Fiordalisa era morta, per il suo fidanzato. Spinello poteva, dunque, doveva cedere anch'egli alla legge comune. Triste cosa, ma vera. Restava solamente di vedere quanto sarebbe durato il lutto in quell'anima solitaria.
Così avvenne che, quando messer Lapo le annunziò le nozze di Spinello Spinelli, Fiordalisa tremò tutta, ma non osò più negare la possibilità del fatto. L'anima sua era preparata a quel tristissimo evento.
—Madonna,—le disse il Buontalenti,—che io vi ami, e quanto, lo sapete da un pezzo. Voi farete quel che vi parrà meglio; chi può aspettare, non vi domanderà nulla anzi tempo. Giuratemi soltanto che se io vi farò vedere Spinello al fianco d'un'altra donna, voi non tenterete cosa alcuna per fuggirmi.
—Che mi chiedete voi?—gridò ella, turbata.
—Nessuna cosa che non possiate fare, rimanendo per me quella che siete stata finora. Vi chiedo una promessa semplicissima, per condurvi fino a Firenze, dove Spinello impalmerà fra due giorni un'altra donna.
L'istinto della resistenza lampeggiò negli occhi di Fiordalisa.
—Ah!—gridò ella.—Spinello è libero ancora?
—Sì e no;—rispose freddamente messer Lapo.—Un uomo che andrà doman l'altro all'altare non è già impegnato oggi? Non è già risoluto di fare ciò che vi torna tanto increscevole sapere di lui! Non ama già egli la donna a cui darà la sua mano?
—È vero;—diss'ella chinando la fronte.—Messere, conducetemi pure a Firenze; io vi giuro per la memoria di mio padre che non tenterò di fuggirvi.—
Madonna Fiordalisa pianse dirottamente, quel giorno, stemperò il suo povero cuore; indi segui Messer Lapo a Firenze.
Una mattina, la chiesa di San Nicolò, in via della Scala, era parata a festa. Madonna Fiordalisa, con un fitto zendado sugli occhi, entrò in quella chiesa e andò a sedersi sulla tribuna dell'altar maggiore. Stette immobile lassù, senza volger neppure uno sguardo ai dipinti che tutti ammiravano, aspettando ciò che tutti aspettavano e pregando Iddio, nell'amarezza del suo cuore, che fosse delusa la sua aspettazione. Ma Iddio fu sordo alle preghiere della povera fanciulla.
Quando apparve nella navata di mezzo il suo fidanzato, tenuto per mano da un vecchio gentiluomo che ella non conosceva, ma seguito da una donna, la cui bianca veste e la ghirlanda di fiori dicevano chiaramente chi ella fosse e perchè si trovasse colà, Fiordalisa si sentì venir meno. Supplicò Iddio che dettasse nella sua misericordia onnipotente un'altra parola a Spinello. Se avesse udito un no, come sarebbe morta volentieri! Ma Spinello appartenere ad un'altra! E là, davanti agli occhi suoi! Ma era insensibile, quell'uomo? Ma niente gli diceva che la sua Fiordalisa era vicina, e lo vedeva, e lo udiva! Ahimè, Dio poteva essere sordo, se non aveva cuore Spinello! La povera creatura non resse più oltre all'angoscia; un grido straziante le ruppe dal petto, all'udire quel sì che le rapiva per sempre il suo fidanzato; e in quel grido le vennero meno le forze.
Quando ritornò in sè, la chiesa era vuota. Restavano soltanto presso a lei alcune pietose gentildonne, che le avevano spruzzato il viso d'acque nanfe e lo prodigavano le più sollecite cure.
Lo svenimento di madonna Fiordalisa era stato attribuito al caldo soffocante che aveva prodotto nella chiesa quella calca straordinaria di persone. Altri pensava che le avesse dato sui nervi l'odore della calce, trattandosi d'una chiesa nuova, che da poco tempo era uffiziata. Infatti, parecchie dame accennavano di aver sofferto, durante la cerimonia, un pochettino di mal di capo. E tutti gli astanti si dolsero che non si fosse pensato da nessuno ad aprire qualche spiraglio, nelle invetriate dei balconi. La colpa era tutta di messer Dardano Acciaiuoli e dello scaccino di San Nicola; innocenti ambedue, come potete immaginarvi. Ma che farci? Si era così lontani dall'indovinare la vera cagione, che ogni congettura otteneva fede presso gli astanti.
Madonna Fiordalisa volle ritornare quello stesso giorno a Pistoia. E messer Lapo non indugiò a farla contenta nel suo desiderio, che tanto s'accordava co' suoi fini. I cavalli erano pronti, e la partenza seguì di poche ore l'arrivo.
Intanto, nel cuore della povera bella si era fatto uno strano mutamento. L'immagine di Spinello Spinelli, che vi era così profondamente scolpita, si cancellò a grado a grado. Così presente a' suoi occhi quando era lontano, egli rimpiccioliva improvvisamente dopo esserle stato vicino. Madonna Fiordalisa non l'odiava ancora, e già lo aveva discacciato dal sacrario delle sue ricordanze. Lo sposo di Ghita Bastianelli era diventato uno straniero per lei.
E lo aveva amato tanto! Nessun uomo al mondo avrebbe potuto vantarsi d'essere amato di più. Ma quell'animo fiacco aveva avuto ribrezzo della morte! L'ingrato, dopo aver posseduto quel cuore di vergine, pieno per lui di tenerezza ineffabile, non aveva saputo serbar fede alla tomba!
Immaginate quel che seguì da questo mutamento improvviso. Il dispetto contro Spinello fu più forte dell'odio contro Lapo Buontalenti. Madonna Fiordalisa aveva consentita la sua mano a quell'uomo, a cui parve grande fortuna ottenere dall'ira ciò che non avrebbe potuto dargli l'amore. A quell'uomo bastava di possedere; poco gl'importava del modo.
Ed anche madonna Fiordalisa aveva avuta la sua cerimonia nuziale. Ma gli echi di San Giovanni di Pistoia non la avevano recato nessun grido d'angoscia, quando ella aveva profferito il sì che doveva legarla per sempre. La vittima era immolata; il sacrificio piaceva agli uomini, com'era accolto da Dio.
Era naturale che così fosse. Spinello ignorava come sanno ignorare i felici. Non aveva egli dimenticata l'estinta! Eppure, sarebbe stato così bello in lui serbarsi fedele alla tomba! L'uomo che si ama ha da essere perfetto. E costa così poco esser tale! Ma non è egli possibile, Dio santo, che un forte amore vi occupi l'anima e vi renda insensibile ad ogni lusinga della vita? E perchè non si potrebbe amare eternamente una persona morta, quando ella, vivente, è stata tutto per voi? Ci sono delle donne che hanno questa virtù di raccoglimento; e non l'avranno gli uomini?
Così pensava, e l'amarezza di quel pensiero la vinse. L'immagine di Spinello fu cancellata dal suo cuore. Nello stordimento che l'ira contro di lui e la vergogna di sè medesima avevano recato nell'animo suo, madonna Fiordalisa non solamente si diede animosa in balia del Buontalenti, ma disse il suo sì con un ardore, che parve impeto d'affetto, tanto più forte, quanto più repentino. Cose che avvengono! Questi inganni del cuore son più comuni che la gente non creda.
Ma quando ella appartenne a quell'uomo, quando conobbe di avergli data la sua libertà, la sua vita, e tutto ciò che vale assai più della vita e della libertà, Fiordalisa vide che la sua promessa d'amore e di fede le era stata carpita da un sentimento bugiardo. Si pentì, ma era tardi, e la poveretta ebbe paura. Ah, non era così l'amore che ella aveva sognato. L'amore è l'abbandono consapevole e volenteroso del nostro essere; l'amore e una profonda allegrezza, anche in mezzo ai tormenti; l'amore è una superba rinunzia di sè ad una creatura che si crede superiore a tutte le altre, o solamente uguale a noi medesimi. Che cos'era invece messer Lapo Buontalenti? Un codardo, che non aveva saputo vincere in guerra leale, e si faceva forte d'un sotterfugio, un astuto che giungeva dopo e faceva suo pro d'un movimento di sdegno. E quell'uomo era diventato il suo signore e padrone. Abbominevole cosa! E la bellezza di lei, che aveva infiammato il più nobile dei cuori, si sarebbe data a lui, avrebbe patite le sue ardenti carezze!