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Il ritratto del diavolo cover

Il ritratto del diavolo

Chapter 17: XIII.
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About This Book

Set several centuries in the past in the Val di Chiana and the city of Arezzo, the narrative follows a respected painter who runs a busy workshop and mentors talented apprentices, above all Spinello. The arrival of a celebrated young woman, Fiordalisa, provokes admiration and a dispute about whether her changing features can be captured on panel. The story moves through workshop routines, commissions, local life and debates on technique, examining mentorship, the challenges of artistic representation and the tension between a mutable appearance and the painter's aim to fix likeness.

Pure, così doveva essere. La vita ha più drammi che non si pensi; drammi tanto più dolorosi, quanto più inavvertiti. Perchè egli c'è qualche cosa di grande nei dolori patiti alla luce del sole, con migliaia di sguardi rivolti su voi e di cuori compassionevoli che s'inteneriscono per voi, imprecando ai vostri oppressori. Ma il dramma intimo, il dramma rinchiuso nelle quattro pareti d'una casa, senz'altro testimonio che la vostra coscienza abbattuta, quello è il più orribile dei drammi. Rammentate la leggenda, che narra di donne rapite dagli abitatori delle selve? Anche certi animali, a noi vicini nell'ordine della creazione, sentono come noi la bellezza. Sommessi al suo potere e terribili nelle ire gelose, amano e digrignano i denti; proteggono, nutrono, e sono disposti a percuotere, ad uccidere per un nonnulla che svegli i loro sospetti. Ma di tali belve non sono popolate solamente le boscaglie africane. In ogni consorzio umano è dato di trovare l'uomo feroce dei boschi. Gran mercé sentirsi amate in tal guisa! E come fuggire a quella forma d'affetto? La donna, si sa, è debole e paurosa. Quanto meno è saldo in lei il vincolo che lega la vita alla carne, tanto più grande è il timore di perderla. Desdemona trema. Peggio ancora, ella non osa dire a sè stessa di amar Cassio, così dolce e così buono; il dramma finisce, e finisce la vita per lei, nella persuasione di avere amato il suo furibondo carnefice.

Così la bella Fiordalisa apparteneva a messer Lapo Buontalenti. La povera anima tentò a quando a quando di ribellarsi, ma finalmente si spense nella sommissione a quella volontà, volgare ma forte. Il suo signore e padrone la soggiogava con la sua stessa ferocia. Qualche volta le avvenne di sentire la forza di quell'amore violento, e (debbo dirvi ogni cosa, per l'ossequio che merita la verità) si compiacque di essere amata in tal guisa. Se in uno di quei momenti le fosse capitato davanti il povero Spinello, essa gli avrebbe detto: Sai? Io amo quell'uomo, che un giorno o l'altro mi ucciderà; lo amo, perchè egli mi ucciderà. Ma altre volte ella sentiva un odio profondo, e, insieme con l'odio, il desiderio di mormorare all'orecchio messer Lapo: Sai, uomo feroce? Io ti disprezzo, quanto tu mi ami. Checchè tu faccia, non cancellerai dal mio cuore l'immagine di Spinello. Uccidimi pure, poichè questo è il tuo diritto; ma, io amo quell'uomo.

E certo ella avrebbe parlato in tal forma, se Lapo le avesse domandato quali pensieri passavano per la sua mente, nelle ore più segrete, in cui il signore d'una donna s'atteggia più superbamente a padrone. Ma Lapo Buontalenti non chiedeva nulla. Egli era uno di quegli spiriti volgari, destinati a vincere nelle battaglie della vita, perchè hanno un'idea sola, e in quella appuntano tutti i loro desiderii, tutte le forze della loro volontà. Siffatti uomini, quando l'occasione li fa innalzare a più grandi propositi, appaiono anche uomini insigni, e si chiamano Cesare, o Napoleone, perchè, scambio di vincere una donna, hanno soggiogata la patria, caduta, per effetto di tristi circostanze, nelle condizioni miserande di una povera donna, che deve cedere senza fallo al più forte, e al più temerario. Per essi, nessun dubbio, nessuna perplessità, nessuna esitanza nell'animo; vanno diritti alla meta, godere e comandare, comandare e godere. L'impero del mondo è una posta, essi la giuocano. Non hanno guadagnato ciò che giuocano; l'hanno trovato sul tappeto verde e se ne sono impadroniti, approfittando della disattenzione di tutti. Che cos'è la morale per essi? Non sentono che il loro egoismo. E il mondo crede a queste povere teste; il mondo s'innamora di questi giuocatori audacissimi, da qualunque parte essi vengano, a qualunque fazione si ascrivano. Ed è forse perciò che tanti pensatori modesti, i quali hanno lungamente vagliato dentro di sè il pro ed il contro, delle cose umane non credono agli entusiasmi del mondo e vivono a giornata in questa cara Babele, senza pigliarla sul serio.

Spinello aveva ascoltata la confessione di madonna Fiordalisa, e le aveva fatta sinceramente la sua. La bella creatura udì per quali vie l'amor paterno di Luca Spinelli e l'odio astuto di Tuccio di Credi avessero vinto l'animo del suo fidanzato e fossero giunti a strappargli un sì che doveva renderlo felice per tutto il rimanente de' suoi giorni.

—Povera donna!—esclamò Fiordalisa.—Voi dovete amarla, oramai.—

Spinello crollò malinconicamente la testa.

—Ahimè, non è possibile;—risposa egli.—Ed ella lo sa.

—Come? Avete avuto il coraggio di dirglielo?

—Sì, madonna; era il debito mio. Veramente,—soggiunse Spinello,—vi parrà che il debito mio fosse anche di non condurla all'altare. Ma questo, voi sapete oramai come andasse. Lo stato dell'animo mio non poteva sfuggire all'occhio attento della povera Ghita; mi chiese che cagioni di turbamento fossero in me, e come avvenisse che nulla poteva rimuoverle dal mio spirito; ed ho parlato, le ho aperto, schiettamente, il mio cuore.

—E lei?

—Povera Ghita! Mi ha inteso e mi ha perdonato. Vedete, Fiordalisa, il suo perdono mi pesa. Oh, se m'avesse odiato! Se mi avesse tradito! Credetelo pure, io l'avrei benedetta, anche prima che voi foste viva, mia bella e dolce fidanzata. Rinchiudermi nel mio lutto, senza esser cagione di rammarico a lei, vivere con le immagini del passato, lasciando altrui di trovare le sue gioie nel presente, era questo il mio voto, era questo il mio sogno.—

Fiordalisa non rispose parola. Chinò la fronte e rimase pensosa, quasi ascoltando dentro di sè l'eco delle ultime parole di Spinello Spinelli.

Il sole si era nascosto allora dietro i monti pisani. Una brezza soave incominciava a spirare dal piano, recando alla giovine coppia le acute fragranze degli orti pistoiesi.

—E voi, Fiordalisa,—mormorò Spinello, dopo un lungo silenzio,—pensavate al vostro povero amico?

—Sempre;—rispose ella con un filo di voce.

—Angelo, ed io l'ho meritato, sapete? Ogni giorno della mia triste vita è stato un assiduo pensiero per voi, un ricordo continuo, doloroso e caro, delle mie speranze perdute. Oh Fiordalisa, come t'ho amata, e come t'amo tuttavia! Sorriso della mia giovinezza, ti ho dunque ritrovato? E non sei più mia! L'ira dei tristi ci ha separati. Ma è forse vero? L'amore che mi legava a te, dal giorno che ti ho veduta per la prima volta e ti ho votato il mio cuore, non dura eterno qui dentro? Fiordaliso, anima dell'anima mia, senti, è il destino che ci ha divisi, è il destino che ci ricongiunge. Non è desso che m'ha chiamato a Pistola? E contro il desiderio dell'infame Tuccio di Credi? Oh, quell'uomo, quell'uomo! Come dovrà pagar caro il suo tradimento! Perchè io lo ucciderò, sai, lo ucciderò come si uccide un rettile schifoso e malefico!—

Fiordalisa fremette a quelle parole di minaccia.

—No, Spinello, amico mio, non giurate la morte di nessuno. È la vostra Fiordalisa che ve ne prega. Chi siamo noi per farci giudici, dov'è la mano di Dio? E tu ed io,—soggiunse ella abbassando la voce,—siamo forse così puri, nel profondo dell'anima, per non aver mestieri di perdono davanti alla giustizia degli uomini ed alla misericordia di Dio?

—Ah!—gridò egli, colpito da quelle parole, e più dall'accento con cui erano stato profferite.—-Tu m'ami dunque, o Fiordalisa! Mi ami… come t'amo?

La bella creatura gli volse uno sguardo in cui si dipingeva tutta la confusione dell'animo suo, e cadde perduta nello braccia dell'innamorato Spinello.

Ore soavi, ore di cielo, chi potrebbe descrivere la vostra dolcezza infinita? Parole sussurrate da labbro a labbro, quasi paurose di essere udite dall'aria, chi potrebbe ridirvi? Quei due nobili cuori, separati dalla tristizia degli uomini, erano dunque resi a sè stessi, e si confondevano allora tanto più infiammati l'uno dell'altro, quanto più lunghi erano stati il desiderio e la pena? Si erano amati; si amavano. Il doloroso intervallo spariva; quei due cuori non avevano mai cessato di amarsi.

La luna, apparsa pur dianzi dal colmo del poggio, s'innalzò lentamente su per la volta azzurra: Ed essi erano là, immobili, ebbri di amore, gli occhi cupidamente fisi negli occhi, le braccia intrecciate alle braccia. Il mite chiarore dell'astro notturno, che pioveva sui due felici e pareva involgerli d'una velatura bianca, li faceva rassomigliare a due figure di marmo, che, aggruppate dal sentimento d'un gentile artefice, eternassero il loro amplesso nella radura d'un bosco; delizioso spettacolo d'amore, e veramente degno di essere contemplato dalle stelle. Quete notti della bella Toscana, in mezzo al cupo smeraldo dei poggi digradanti, al biancheggiare dei nitidi borghi in lontananza, al luccicare dei fiumi, serpeggianti in fascia d'argento lunghesso le valli, avevate mai accolta e accarezzata dal vostro raggio amoroso una felicità così piena?

Ella guardando lui, ed egli vedendo il creato negli occhi di lei, avevano dimenticato ogni cosa. Ma che cos'altro è un vero e forte amore, se non un profondo oblio! Respirare le dolci fragranze d'una guancia adorata, farsi collana di due candide braccia, è come affogare nell'infinito; anticiparsi il maraviglioso nirvana dei filosofi indiani. Sopra tutto, se duri tra voi e intorno a voi un grande silenzio, che vi dà l'illusione d'esser cullati sul flutto, in un mare senza sponde, e senza tempeste. Ogni piena allegrezza è naturalmente muta, la beatitudine non si dice; è la cosa sublime, ineffabile, che si tiene gelosamente in serbo, nel segreto dell'anima, per rammentarla nei giorni malinconici, d'ogni luce muti.

E poi, che bisogno avrebbero avuto di manifestarsi i loro pensieri a vicenda? Un linguaggio più tenero e più efficace parlavano quelle labbra ardenti, quegli occhi confusi di voluttà. E tacevano, intanto, ed ogni cosa taceva intorno a loro. Da lunge, si udiva solamente lo stridio dei grilli, monotono ma lene, che non urtava l'orecchio, ma conciliava il raccoglimento, e pareva la voce della natura, la nota della realtà, che dicesse loro: voi siete persone vive, non ombre vane; quel che sentite, è gaudio consapevole, non illusione del sogno.

Amore, amore! Quanti inni non ha sciolti per te l'anima umana ne' suoi impeti di poesia! Ma tu sei così vario e profondo, che nessuna forma dell'arte basterebbe a comprenderti. Tu non sei intiero in nessuno dei nostri cantici, perchè ogni cantico è in te. Scioglierò anch'io, gramo poeta, il mio inno alla tua potenza infinita? No, chiuderò gli occhi, e contemplerò i tuoi miracoli nella penombra delle mie ricordanze: evocherò il caro fantasma che meglio risponde alla tua immagine non mai ritratta da umano pennello. E a me, pur troppo, non risponderà da lontano il monotono e lene stridìo dei grilli canterini; la voce della natura, la cara nota della realtà, sarà muta per questo povero cantastorie.

Mentre io parlo, ricordando troppo, ed essi tacciono, dimenticando ogni cosa e vivendo un'eternità nello spazio d'un'ora, un fruscio della frappa s'è udito tra le piante.

All'improvviso rumore, Fiordalisa tremò; Spinello balzò prontamente in piedi tendendo l'occhio sospettoso e l'orecchio. Ambedue rimasero lungamente in ascolto, rattenendo il respiro; ella più innanzi, e pronta ad allontanarsi dal terrazzo; egli più indietro, ma con la mano agli elsi della spada.

—Non è nulla;—diss'ella poco stante;—forse il vento tra i rami.

—Ah!—sospirò egli.—Povera vita! Tremare, nascondersi…. E perchè?
Tu verrai meco, non è vero, amor mio!—

Fiordalisa si strinse al petto di Spinello, e non rispose parola.

—Dimmi, te ne prego,—ripigliò Spinello,—verrai?

—Verrò, sì, non dubitare, verrò;—rispose ella, turbata.—Ma, per amor del cielo, per me, non cedere alla tua impazienza! Una cosa ti sia certa;—soggiunse, parlandogli all'orecchio come se vergognasse di udire il suono delle proprie parole,—che io non vivrò con quell'uomo, non profanerò l'impronta dei tuoi baci.—

Spinello premette al seno quella fronte adorata e depose un bacio tra i suoi bruni capelli. Ma Fiordalisa, non bene rassicurata, stava ancora in ascolto.

—È il vento, dicevi, è il vento che stormisce nella frappa;—mormorò allora Spinello.—Di che temi tu dunque? Ma lui, a quest'ora dov'è?

—Non so;—rispose Fiordalisa;—forse ancora in città, dov'è andato a salutare un amico.

—È un fedel servitore;—notò amaramente Spinello;—il suo Tuccio di
Credi, venuto a Pistoia per lui.

—Ah! forse per avvertirlo della tua presenza?—diss'ella, guidata da quel senso indovino che hanno in simili casi le donne.

—Orbene, sia pure così;—rispose Spinello.—Io lo aspetterò di piè fermo.

—No, te ne supplico, parti! Egli sarà qui tra poco. Potrebb'essere già ritornato, e cercare in questo punto di me.

—Andrò,—disse Spinello, sospirando.—Ma non intendi tu, Fiordalisa?
Ieri ho colto a volo una sua frase, in risposta all'infame Tuccio di
Credi. "Partiremo, diceva egli, partiremo." E se egli domani ti
conducesse via da Colle Gigliato? Dove ti troverei io, adorata?

—È vero;—rispose ella perplessa.—Ma tu conosci Cia, la buona contadina. Ella mi ama; a lei posso confidarmi, ove sia necessario. Ella ti avvertirà d'ogni cosa. Ma parti, ora; che egli non abbia a ritrovarti qui! Saremmo perduti ambedue.

—Sì, partirò. Dio Santo!—mormorò Spinello, comprimendosi il petto, che pareva volesse scoppiargli dalla pena.—Ecco la luce degli occhi miei, e debbo ritornar nelle tenebre! Quando ti rivedrò, mia dolce signora?

—Se Iddio lo consente, domani. Ma non venire di giorno. Attendi il colmo della notte. Cia verrà ad aprirti. Io troverò un pretesto per escire in giardino.

—Pronta a seguirmi?

—Sì, pronta a tutto. Iddio mi usi misericordia, perchè io ti amo e farò ogni cosa per te.—

Parlavano a bassa voce, guancia a guancia, tenendosi per mano, come persone che vorrebbero separarsi e non sanno risolversi, tanto è forte l'affetto.

In quel mentre, un nuovo rumore si udì dalla rèdola. Spinello mise mano alla spada.

—Zitto!—diss'ella.—Sicuramente è tornato, e questa è Cia che viene a cercarmi.

—Vado a vedere:—bisbigliò Spinello, facendo atto di muoversi.

—No, fèrmati; essa non deve trovarti ancora qui, così tardi! Mio Dio, chi sa che cosa ella avrà già pensato di noi! Lascia almeno che io la disponga a domani. Tu rimarrai qui, fino a tanto che io non sia presso di lei, avviata al castello; indi scenderai verso il portone. Andrai a sinistra e troverai a scala di pietra.—

Così dicendo, si allontanò. Spinello la seguì un tratto, fino al limitare del terrazzo, per stringervi la sua mano e deporvi un ultimo bacio. Ella, si volse con moto rapidissimo, lo baciò in fronte e fuggì.

Il giovane innamorato rimase in sull'ali, pronto a muoversi, appena fosse sparita, e a discendere da quella parte che essa gli aveva accennata. Ma proprio nel punto che egli stava per togliersi di là, udì un grido di spavento, che gli gelò il sangue nelle vene. E subito dopo vide riapparire madonna Fiordalisa, che correva a furia verso il terrazzo, come persona inseguita.

—Ah, salvami!—gridò ella.—Salvami! Egli mi ucciderà.—

Spinello fu pronto come la folgore. Con la spada nel pugno, si cacciò tra lei e il suo persecutore invisibile.

Ma appunto allora un uomo comparve dalla rèdola e venne a piantarsi sull'entrata del terrazzo. Veduto a lume di luna, in mezzo alla radura delle piante, pareva un fantasma.

—Chi siete voi, messere!—gridò egli, con accento impresso di sdegno.—Perchè vi trovo io con la mia donna, in quest'ora notturna, e senza avervi dato licenza di entrare?

—La vostra, donna!—ruggì Spinello Spinelli.—Voi parlate, messer Lapo Buontalenti, da quel ladro sfacciato che siete. Tenetevi indietro, o per la croce di Dio, è questa la vostra ultima ora.—

Ma in quella che faceva dare indietro il suo nemico, udì un gemito e vide Fiordalisa abbandonarsi sul fianco.

—Fatevi animo, madonna;—diss'egli;—il tristo non potrà nulla contro voi. Ma che è ciò!—soggiunse egli, con accento mutato, dalla baldanza al terrore, poichè aveva veduto luccicare nella mano di messer Lapo la lama d'un pugnale.—Ah! L'avete ferita? Vigliacco! Ferire un donna!

—È il mio dritto;—rispose il Buontalenti.—In mia casa son giudice e punisco senza il vostro beneplacito.—

Indi, alzando la voce gridò:

—A me la mia gente! A me!

—Vivaddio!—rispose allora Spinello.—Voi siete un giudice? Ed io sono la giustizia divina, in quest'ora. A voi, Lapo Buontalenti; io renderò cento per uno.—

E si avventò a messer Lapo, con la spada levata. L'impeto fu tale, che il Buontalenti non ebbe tempo a causarlo e ricevette il colpo nel bel mezzo del petto. La punta della spada si ruppe sul corsaletto di cuoio che messer Lapo indossava. Ma la violenza del colpo lo aveva fatto stramazzare a terra. Spinello, lesto come una tigre, gli fu addosso col ginocchio, e afferrata la spada sotto gli elsi, gli piantò il troncone nella gola, prima che quell'altro potesse menargli una pugnalata attraverso il costato.

I famigli del Buontalenti erano accorsi al frastuono. Tra i primi era la Cia.

—Vergine santa!—gridò ella atterrita.—Che è ciò? La mia signora?…

—È là, sul terrazzo. Andate, buona donna, ella aspetta i vostri soccorsi;—rispose Spinello, balzando in piedi, col suo troncone di spada nel pugno.—E voi,—soggiunse, rivolgendosi agli uomini, che erano rimasti sbigottiti, davanti a quella scena di scompiglio nei buio, senza sapere con chi e con quanti avesse a fare,—andate subito al castello. Portate acqua, una lettiga, una scranna, quel che vi capita, per adagiarvi la vostra signora, che questo infame ha ferita.

—La mia signora!—gridò la contadina.—La mia signora ferita! Ah, Dio di misericordia! Andate, correte, obbedite a questo buon cavaliere. È un congiunto di sangue della nostra padrona.—

Quella povera donna non sapeva quel che si dicesse; parlava a caso, seguendo l'ispirazione della paura. Aveva sospettato, poche ore innanzi; ma in quel punto indovinava il triste dramma, a cui il destino aveva data una così dolorosa catastrofe. Mentre i famigli del castello ritornavano sui loro passi, per obbedire ai comandi dello sconosciuto, altrettanto storditi dall'accento di sicurezza della donna, quanto dallo spettacolo atroce che si era parato davanti ai loro occhi, la buona Cia accorreva presso la sua diletta signora.

Spinello non la seguì, prima di aver dato uno sguardo al suo rivale, disteso supino per terra a boccheggiante nel proprio sangue.

—Lapo Buontalenti,—diss'egli.—Domineddio non paga il sabbato, ma paga. Così gli piaccia di perdonare a me, se ho ardito di farmi suo ministro di giustizia.—

Ciò detto, andò anch'egli verso il terrazzo, ove giaceva madonna Fiordalisa, col capo già sollevato sulle ginocchia della fedel contadina.

—Fiordalisa! Angiola mia!—esclamò egli, con voce lagrimosa.

—Sei tu, Spinello!—mormorò Fiordalisa, volgendo languidamente la faccia verso di lui.—Sia ringraziato il cielo! Disperavo già di vederti.

—Amor mio, sempre daccanto a te!—rispose egli, chinandosi al fianco di lei.

—Sempre!—ripetè la bella creatura.—Ahimè, sarà per poco. Ormai, è finita, per me. Il crudele, sai, mi ha ferita…. qui!—

Aveva recata, in quel mentre, la mano al petto, e la mostrava a
Spinello intrisa di sangue.

Così era, pur troppo. Messer Lapo Buontalenti, appostato dietro un cespuglio, si era scagliato su lei e l'aveva ferita, senza che ella se ne accorgesse. Era fuggita, la misera donna, credendo di cansare il colpo che aveva veduto balenare nell'ombra; ma il suo movimento di terrore non era servito che a mutare di breve distanza il punto a cui mirava il carnefice. Il ferro, che doveva colpirla a mezzo il petto, l'aveva colta nel fianco.

La buona Cia si era fatta da principio a sollevarle il busto, per aiutarla a respirare. Ma, veduto il sangue che grondava dal costato, si era affrettata a slacciarle la veste, e, appena giunsero i famigli con l'acqua, v'inzuppò un pannilino, che pose con ogni diligenza e raffermò sulla ferita. L'impressione del freddo parve ristorare la sofferente, ma non ristorò altrimenti le speranze de' suoi assistenti amorevoli. Poco stante, la bella creatura incominciò a rammaricarsi, e qualche goccia di sangue le apparve sugli angoli delle labbra.

Spinello si cacciò le mani nei capegli.

—Oh, per colpa mia! per colpa mia!—gridava egli, con accento disperato.

—No, amico mio;—mormorò Fiordalisa;—non ti accusare! È stato il destino. Perchè ti ho trattenuto io questa sera? Dio santo, ero così avida di questa felicità! Ho pianto, sai, ho durato tre anni tra il dolore dell'anima e la menzogna del volto, disperando di vederti, amandoti e odiandoti…. Perdonami, non si odia così, che quando si ama così. E dovevo io discacciarti, appena ritrovato? Non eri mio? Non mi eri reso? E non dovevo accettare il dono che mi era fatto dal destino? Oh, lo sapevo, sai, lo sapevo, che m'avrebbe uccisa. Ma in questa certezza è stata anche la mia scusa. Ti amo! ti amo!—

Un fiotto di sangue interruppe lo sfogo di quell'anima addolorata.

—Mia buona signora, chetatevi;—disse amorevolmente la contadina.—Voi vi affaticate troppo.

—No, no, lasciami parlare, ottima Cia; ho pochi istanti di vita.—

Il petto di Spinello parve rompersi dai singhiozzi.

—Amico mio, perchè ti lagni?—ripigliò Fiordalisa.—Non mi seguirai tu? Ho bisogno d'esser seguita da te. Ma bada, non sia per opera delle tue mani, e solo quando a Dio piacerà. Pregalo con tutta l'anima, digli che la tua Fiordalisa si sentirà troppo sola, senza di te. Ma no, son crudele; vivi, mio povero amico, vivi per i tuoi figli. Solo ti prego che tu non abbia a scordarti di me. Verrò a visitarti, ogni giorno, se Iddio lo permetterà; il mio pensiero ti sarà sempre vicino. Oh, misericordia divina! Quante cose da dire, e la vita mi sfugge!…—

La buona Cia le spruzzò acqua sul viso, ed ella si riebbe un tratto.

—Che è avvenuto… di lui?—domandò volgendosi alla contadina.

—Oh, mia dolce signora, di che vi date pensiero? Egli rende conto a
Dio di ciò che vi ha fatto soffrire.

—Dici bene, mi ha fatto soffrire; molto mi ha fatto soffrire; tanto, che lingua umana non potrebbe ridire. Sono colpevole…. ma per lui. Dio perdoni all'anima sua!—

Quindi, volgendosi a Spinello, gli disse:

—Amico mio, vorrei esser sorretta da te.—

Spinello si affrettò a prenderla tra le sue braccia.

—Mia buona Cia, allontana quegli uomini. E allontanati anche tu, te ne prego. Vorrei dire qualche cosa a Spinello. Mi perdoni tu, non è vero?—

Cia baciò la mano della sua padrona e si tirò in disparte, dall'altro lato del terrazzo, dopo aver congedato i famigli. Spinello rimase solo accanto alla morente, sostenendola nelle sue braccia.

—Spinello, amico mio, amante mio,—diss'ella,—qua, la tua mano sul mio cuore! Oh, come sarebbe stato dolce vivere sempre così! Ma Iddio non l'ha voluto. Egli non consente che si ami troppo la vita. Ringraziamolo, poichè almeno egli ci ha dato quest'ora. Non basta, forse? Ci siamo amati. Ho dimenticato ogni cosa nelle tue braccia. Vedi, che notte serena! che splendore di stelle! E che bel giorno sarà domani! Ah, ma tu non lo vedrai tale, non è vero, amor mio? Se questa valle sorriderà del suo più amabile sorriso alla luce del sole, tu non vedrai che tenebre? Giuralo, perchè io muoia contenta. Sai, quando la persona amata non è più, il mondo non deve avere più nulla, più nulla, che lo faccia amare da chi resta.

—Oh, io ne morrò;—disse Spinello, con voce soffocata dalle lagrime.

—Vivi, le l'ho detto; vivi triste, ma vivi. Col desiderio di me, ricordati, col desiderio di me! Sentirei freddo, nella tomba, se il tuo amore non venisse a ricingere le mie povere ossa, là dentro. Ahi, triste cosa, morire! Non voglio morire! Di grazia, ancora un giorno! Un'ora, almeno un'ora di vita! Spinello, mio fidanzato, amor mio, dove sei? Non mi lasciare! Non mi lasciare! Prega il Signore per me…. per l'anima della tua Fiordalisa.—

La bella creatura balbettò ancora poche parole, il cui suono si spense nel sangue che le gorgogliò sulle labbra, e la testa ricadde inerte tra le braccia dell'amato. Nè le lagrime ardenti di lui valsero a trattenere quella vita che fuggiva; le sue grida disperate si perdettero nel gran silenzio della notte.

XIII.

Vi ho detto come quel degno gentiluomo che era messer Bardano Acciaiuoli amasse Spinello Spinelli. La mestizia del giovine pittore lo aveva colpito; il suo ingegno messo alla prova, lo aveva stupefatto; la sua bontà gli aveva parlato al cuore, lo aveva innamorato senz'altro. E il vecchio cavaliere, poi che Spinello si fu allontanato da Firenze, prese a seguire i suoi trionfi artistici nelle varie città di Toscana, che facevano a gara per averlo, come un padre seguirebbe da lunge, con gli occhi dell'anima, i trionfi d'un figlio diletto.

Però, immaginate voi con che cuore messer Dardano leggesse un giorno certa lettera di madonna Ghita Spinelli che gli annunziava tristi cose del suo povero marito. Ridottosi in patria dopo lunghe e vane peregrinazioni, Spinello Spinelli era comparso davanti alla madre de' suoi figli, pallido, sparuto, coi capegli quasi bianchi, e col cervello in volta. Sicuro, il povero Spinello Spinelli era impazzito.

Di questa catastrofe messer Dardano aveva avuto come un presentimento alcuni mesi prima quando Spinello gli era capitato d'improvviso a Firenze. Il giovine pittore tornava allora da Pistoia, senza aver posto mano agli affreschi, che quei cittadini s'aspettavano con tanto desiderio da lui. Non si sentiva di far niente che avesse garbo; quella bella città non lo aveva ispirato. La cosa parve strana a messer Dardano; ma egli stando qualche ora col suo protetto, non aveva durato fatica ad intendere che un grande infortunio e una profonda afflizione lo avevano oppresso, offuscando in lui la coscienza del proprio ingegno e del proprio dolore. Infatti passava con la massima volubilità dal pianto alle risa, incominciava un discorso o finiva in un altro, se pure si poteva dire che ne finisse mai uno. Messer Dardano aveva cercato di penetrare il segreto di quella mente turbata, ma non ne era venuto a capo. E Spinello Spinelli aveva lasciato Firenze, dicendo al suo protettore che gravi cose lo chiamavano altrove; tra l'altre, e prima di tutte, un voto da sciogliere.

Il degno gentiluomo si era industriato a trattenerlo ancora qualche giorno: ma Spinello, promettendogli di tornare a prender commiato da lui, gli era fuggito di mano. Ricordando l'accenno a quel voto, messer Dardano pensò che Spinello dovesse recarsi a qualche famoso santuario. Lo aveva conosciuto religiosissimo; aveva saputo delle sue pratiche di pietà in Arezzo, condotte, a dir vero, oltre le medesime costumanze del tempo, e aveva detto tra sè, rassegnandosi a quella sparizione:—"Povero giovane! Speriamo che il tempo, questo gran medico delle anime afflitte, rechi un po' di sollievo ai suoi mali, e ch'egli non abbia a perderci l'ingegno; che sarebbe veramente peccato!"—

La lettera di monna Ghita ricordò a messer Dardano Acciaiuoli le sue prime apprensioni. Era stato il protettore di Spinello e il pronubo della giovine coppia, e intendeva benissimo come in un giorno di tristezza domestica, la moglie di Spinello dovesse ricorrere a lui col pensiero e invocare il suo patrocinio. Quel degno gentiluomo non istette in forse, e il giorno dopo che ebbe ricevuto il messaggio della povera donna, si avviò con gran diligenza ad Arezzo, per vedere in che modo potesse tornar utile alla dolente famiglia.

Era appena giunto in Arezzo, che gli si parò davanti agli occhi la torbida figura di Tuccio di Credi. Quel disgraziato era assai male in arnese; ma messer Dardano lo riconobbe subito. Rammentate che Tuccio di Credi era il compagno inseparabile di Spinello, nella sua gita a Firenze, e che proprio a lui si era rivolto messer Dardano, per avere notizie intorno alla tristezza di quel giovinotto, che andava ogni giorno a sedersi sulla piazza di Santa Maria Novella. Inoltre, Tuccio di Credi era l'aiuto di Spinello Spinelli, quando questi dipingeva nella chiesa di San Nicolò, in via della Scala, e messer Dardano non poteva averlo dimenticato così facilmente.

—Tuccio di Credi!—esclamò egli andandogli incontro.—Che fortuna d'imbattermi in voi, appena entrato in Arezzo!—

Tuccio di Credi aveva veduto messer Dardano anche prima che messer Dardano vedesse lui. E avrebbe voluto cansarlo; ma, come accade in simili circostanze, che il timore d'essere osservati vi trattiene e vi fa cadere più presto nelle unghie di chi volevate sfuggire, andò a lui come la biscia all'incanto.

—Messere,—diss'egli,—mi duole di presentarmi a voi… in questo povero stato.

—Ah, sì, gli è proprio il momento di badare a queste cose;—esclamò l'Acciaiuoli.—Come va il nostro caro Spinello? Son venuto a bella posta per lui.

—Messere,—balbettò l'altro turbato,—io non lo vedo da un pezzo.

—Come? non siete con lui?

—No, messere, ci siamo lasciati, dopo che egli ebbe dipinto nel camposanto di Pisa. Non lo sapevate?

—Io no; Spinello non mi ha detto niente di ciò. Ma spera che non sarete diventati nemici.

—Per quanto è da me, no, certamente;—rispose Tuccio di Credi.—Del resto, abbiamo avuto da dire su cose da nulla, e il torto è stato il mio. Ho parlato di andarmene ed egli mi ha lasciato andare. Già non gli servivo gran fatto. E da quel giorno sono andato qua e là, per tutta Toscana, in cerca di lavoro…

—E non ne avete trovato?

—Ahimè, messere! Con tutta la miglior volontà del mondo, non son venuto a capo di nulla. Che volete? Non si nasce tutti sotto una buona stella, e la mia è stata la più trista.

—E siete senza lavoro?

—Come voi dite, messere.

—Ma lavora Spinello, m'immagino.

—Sì,—rispose Tuccio di Credi;—quantunque io non riesca ad intendere come gli venga fatto. Voi saprete che egli è impazzito?

—La voce ne è corsa; ma speriamo che sia esagerata;—disse messer
Dardano.

—Lo volesse il cielo!—esclamò Tuccio di Credi; ma facendo la sua brava restrizione mentale, di cui messer Dardano Acciaiuoli non doveva avvedersi.

—Ah, sì!—ripigliò il vecchio gentiluomo,—Questo dobbiamo tutti desiderare. Forse non si tratterà che delle solite malinconie. Sapete pure, Tuccio, che il nostro amico ha sempre dato nel triste. Sarà la stessa malattia di Firenze. Certi dolori, quando si sono impadroniti di noi, amano ritornare e non c'è verso di liberarsene del tutto.

—Non sa nulla!—pensò Tuccio di Credi, udendo le parole di messer
Dardano.

E ad alta voce proseguì:

—Messere, da quando non avete più visto Spinello?

—Dal suo ritorno da Pistoia a Firenze;—rispose l'Acciaiuoli.—Il nostro amico doveva essere già in balia de' suoi tristi pensieri, poichè non è riescito a far nulla, in quella città, deludendo così l'aspettazione di tutti. Come diamine è andata? Io non ho potuto cavarne un costrutto. Non ne sapete nulla, voi? Ma già, dimenticavo che eravate separati.

—Ve l'ho detto, messere, ci eravamo lasciati, prima che egli andasse a Pistoia.

—Spero che non sarà una separazione eterna;—disse allora l'Acciaiuoli.—Se Spinello ha avuto dei torti con voi, dovete dimenticarli. Se la colpa è stata vostra, dovete farvela perdonare, cercando di rinfrescar l'amicizia.

—Non sa nulla! Non sa nulla!—ripetè in cuor suo Tuccio di
Credi.—Ah, se non sapesse nulla neanche quell'altro!

—Siamo dunque intesi;—proseguiva messer Dardano.—Gli parlerò di voi, aggiusterò io questa faccenda. Giovinotto, queste freddezza non istanno bene tra compagni d'arte, che sono sempre andati d'accordo. La vita è già troppo piena di noie; non la turbiamo ancora con le nostre contese. Vi vedrò, questa sera?

—Volentieri;—disse Tuccio di Credi.—Voi siete così buono con me!
Passerò da voi, se vi piace.

—No;—rispose messer Dardano.—Forse rimarrò presso il nostro amico, e non sarà bene che io vi dia la posta in casa sua. Verrò dopo il vespro in piazza del Duomo. Vi torna?

—Ci sarò, messere. E siate ringraziato per l'onesta intenzione.

—Che! che! Non mi ringraziate di nulla. Sarò proprio felice di aver posto fine a questa mala intesa; che altro non può essere davvero.—

Fatte queste parole, che vi daranno misura della sua bontà di cuore, messer Dardano Acciaiuoli si avviò alla casa di Spinello Spinelli. Tuccio di Credi se ne andò per i fatti suoi, contento di quell'incontro, donde gli appariva che il suo compagno d'arte non sapesse niente delle sue marachelle.

—È strano,—pensava egli,—è strano che egli non sia venuto in chiaro di nulla. Ma già, chi può averglielo detto? Il Buontalenti, no certamente, che dev'essergli capitato addosso alla sprovveduta, e per farsi ammazzare come un cane. Che sciocco! È vero che egli, prima di morire, ha freddata la moglie; e in questo io ho riconosciuto il mio uomo. Povera madonna Fiordalisa! Ma già, così doveva finire. Ed ella, di sicuro, non ha neanche avuto il tempo di raccontare al suo antico fidanzato che parte ci avessi avuto io nella sua risurrezione. Ah, madonna Fiordalisa! Siete voi che l'avete voluto. Se non vi prendeva quella sciocca mania per l'amico Spinello! Mastro Jacopo vi avrebbe concessa a me, suo primo discepolo; ed io, chi sa? avrei potuto anche diventare un maestro. Dicono che l'amore faccia miracoli! Ma vedete quel dannato di Spinello! È fortunato anche nella disgrazia! Ha perduta due volte la sua innamorata, è impazzito e conserva l'ingegno per dipingere!—

Tuccio di Credi era tornato in Arezzo, perchè in nessuna città di Toscana aveva trovato modo di occuparsi. E sentiva più dura la sua condizione, rientrando così male in arnese nella sua terra natale, donde era escito con tanti disegni ambiziosi nell'anima. Una speranza lo sosteneva, nel ritorno; la speranza di appoggiarsi a Parri della Quercia, modesto ma non ultimo tra gli scolari di mastro Jacopo di Casentino. E vedete disdetta; Parri della Quercia era morto; lo studio di mastro Jacopo era chiuso per sempre. Ma se Parri mancava, era tornato Spinello; e la notizia di quel ritorno aveva dato maledettamente sui nervi a Tuccio di Credi. Era già sul punto di tornarsene via, anche non sapendo dove sarebbe andato a battere del capo; tanto gli riusciva molesto di averlo ad incontrare per via. Ma subito dopo l'annunzio dell'arrivo di Spinello, aveva avuto quello della sua pazzia, naturalmente spiegata a' suoi occhi da ciò che per altra via, gli era giunto all'orecchio, intorno alla tragedia di Colle Gigliato. E allora, Tuccio di Credi aveva mutato proposito; era rimasto in Arezzo. Messer Dardano gli era capitato proprio in buon punto. Da lui avrebbe potuto sapere che cosa pensasse Spinello, e che cosa egli avesse a sperare per sè.

Spinello non era in casa, quando messer Dardano Acciaiuoli vi giunse. Ma il vecchio gentiluomo ne fu contento, poichè l'assenza del suo protetto gli dava agio d'intrattenersi con monna Ghita.

Egli la trovò malinconica, ma rassegnata. La povera donna non aveva saputo nulla da nessuno, ma aveva indovinato ogni cosa. Un uomo si nasconde male con la compagna della sua vita, e Spinello, che non mirava a nascondersi, aveva lasciato scorgere a Ghita assai più che ella non fosse curiosa di sapere. La buona creatura apparteneva a quella classe di donne, per cui è natura il soffrire in silenzio, rinchiudersi nell'esercizio dei proprii doveri e trovarci anche un compenso bastevole a tutti i disinganni della vita. Certo il vivere in questa guisa è un sacrificio; ma per il desiderio di rendergli giustizia, non è mestieri esagerarne la grandezza. Spesso è quistione di nervi; più spesso di educazione. Le anime avvezze fin dai primi anni alle freddezze, ai mali trattamenti, alla mancanza d'ogni affetto, alle aperte ingiustizie degli uomini e della sorte, si raccolgono in sè medesime, imparano a non chieder nulla al di fuori, e acquistano a lungo andare una padronanza di sè, che sfida ogni traversia, rende men gravi i patimenti, innalza all'eroismo, fa parer bello all'occorrenza il martirio.

E se vi parrà che con questo ragionamento io tolga merito al sacrificio di Ghita Bastianelli, pensate che le ragioni della verità son superiori a tutti gli artifizi della rettorica, come a tutte le illusioni del sentimento, e che un elogio modesto è l'omaggio più conveniente alle modeste virtù. Beati gli umili, e beati coloro che sanno contentarsi del poco. La mammola ascosa nel fogliame, a' piedi delle ripe, non ha lieti splendori per gli occhi del riguardante, ma lo trattiene con la cara soavità delle miti fragranze. E queste anime elette, che adempiono ai loro uffizi senza ombra di ostentazione, non domandano lodi smaccate; si dorrebbero troppo di ottenerle.

Perchè vi magnificherei io il carattere di Ghita Bastianelli, oltre i confini che gli erano assegnati dalla sua propria coscienza? Certo, ad un uomo come Spinello Spinelli, carico di gloria e pieno di angoscie così grandi come la gloria, si conveniva una donna simile. Illustri sventurati, anime ferite a morto nelle battaglie dell'esistenza, auguratevi gli estremi conforti di un'umile compagna, la quale, se non potrà risanare la nostre piaghe, non aiuterà ad inasprirle. Soldati che una palla cieca ha colpiti, pensatori che una grande ambizione ha travolti, fidenti giostratori che il mondo ha abbandonati sull'arena, non lo trovate voi, quel mite conforto, nella corsia d'un ospedale, dove le ebbrezze, gli splendori, le speranze, i sogni, andarono miseramente a far capo? Il sorriso tranquillo e benevolo d'una suora di carità, donna come vostra madre, che è morta, come vostra sorella, che è lontana, come la vostra amante, che s'è data ad un altro, non basta a fare men doloroso il vostro ultimo giorno? Pure, quella donna adempie senza sforzo un ufficio di altissima carità; si è appartata dalle gioie del mondo, per ereditarne solamente i dolori; ma non v'intenderebbe, o riderebbe d'un riso tutto suo, se in quella bontà che è la sua consuetudine voi voleste trovare l'argomento di un inno.

Messer Dardano Acciaiuoli udì da monna Ghita come Spinello fosse ritornato in patria, grandemente mutato da quello di prima, e come il suo animo, di triste che era, ed inchinevole ad una dolce malinconia, si fosse ottenebrato di schianto. Non gli restava altro lume che quello dell'arte; ma era un lume a sprazzi momentanei, quando l'uomo si trovava sulla sua impalcatura, con la tavolozza e i pennelli tra mani. In quei momenti, si riconosceva ancora Spinello; mancavano le audacie, mancavano quei lampi in cui si mostra la battaglia interna tra il magistero dell'arte e l'idea che vuol condurre a nuove altezze l'ingegno; ma l'ingegno tuttavia si vedeva, e l'ingegno è sempre una luce. Levato dal suo trèspolo, il povero Spinello diventava un altro uomo: si addensavano le ombre intorno al suo spirito; non si vedeva un mentecatto, ma si compiangeva uno scemo.

Il vecchio gentiluomo ascoltò con grande rammarico la storia dolente del suo povero amico, e confortò come potè quella ottima donna, che gli additava i suoi figli, Parri e Forzore, in cui si raccoglievano tutte le sue tenerezze.

—Son essi la mia consolazione e la mia forza;—diceva monna Ghita.—Quando sento che il mio cuore non regge più a tanti dispiaceri, guardo quelle due testoline bionde. Ecco una gioia che Iddio mi concede;—soggiungeva ella sorridendo malinconicamente;—e quello che Iddio mi ha concesso non mi toglie nessuno.—

Messer Dardano Acciaiuoli ammirò quella serenità di mente, e, presa la mano di Ghita, l'accostò da buon cavaliere alle labbra.

—Dio vi guardi, madonna;—diss'egli;—con tali conforti voi non potrete mai reputarvi infelice.—

Dopo ciò, messer Dardano escì, per andare in cerca di Spinello, che dipingeva allora nella chiesa di Sant'Agnolo.

Vi accenno senza descriverla, che oramai s'andrebbe troppo per le lunghe, la scena commovente di quell'incontro tra il vecchio gentiluomo fiorentino e il suo protetto di via della Scala. A mala pena lo vide comparire sul ponte, Spinello depose la tavolozza, si calò a furia dal trespolo su cui stava seduto, e andò a piangero lagrime di tenerezza tra le braccia di messer Dardano.

—Su, su, ragazzo mio!—disse il vecchio gentiluomo.—Non vi commovete più del bisogno. Che cosa c'è egli di strano? Ho voluto vedervi ed abbracciarvi ancora una volta, prima di andarmene ad patres. Son vecchio oltre i settanta, che sono il colmo della vita, se dobbiam credere agli antichi; e tutto il resto è un di più, sul quale non bisogna far conto.

Con queste chiacchiere allegre, messer Dardano Acciaiuoli cercava di sviare le idee malinconiche, naturalissime in quell'incontro, che doveva svegliare tanti dolorosi ricordi nell'animo di Spinello. Frattanto, il nobile fiorentino sbirciava il suo protetto, che male avrebbe riconosciuto, se, scambio di trovarlo al suo posto d'onore, lo avesse incontrato per via. Spinello aveva le guancie scarne, gli occhi infossati, i capegli largamente brizzolati di bianco; era, a dirvela in due parole, una rovina d'uomo. La gioventù e la forza si vedevano solamente in quegli occhi; ma l'una e l'altra parevano fittizie, come se la vita che traspariva da essi non fosse altro che un effetto di ebbrezza momentanea, od anche di pazzia.

Ma perchè egli non poteva guardar sempre Spinello, senza aver l'aria di far confronti tra il presente e il passato, messer Dardano si volse intorno a guardare i dipinti. L'impalcatura su cui era salito, si stendeva dall'arco del presbiterio fino all'emiciclo del coro, e gli affreschi di Spinello Spinelli si vedevano stesi lungo la facciata dell'altar maggiore. Vi ho detto che la chiesa avea nome da Sant'Agnolo; aggiungo ora che si diceva Sant'Agnolo per mo' d'antonomasia, dovendo intendersi l'arcangiolo San Michele, che è il primo e il più ragguardevole tra gli spiriti celesti. Gli affreschi di Spinello Spinelli rappresentavano per l'appunto la più nobile impresa del Santo, vo' dire la rovina degli angioli ribelli, e il pittore li aveva colti quasi tutti nel punto critico, in cui, piovendo sulla terra, si tramutarono in diavoli. Terribile all'aspetto, campeggiava in alto l'arcangiolo Michele, che combatteva da par suo con l'antico serpente di sette teste e di dieci corna; un serpente assai brutto, come potete immaginarvi, e diventato anche più brutto per la disgraziatissima circostanza in cui era.

Messer Dardano meravigliò in cuor suo che Spinello avesse fatto prova di tanta fantasia. Forse, ce n'era più che il pittore non avesse mostrato mai; perchè, se non sapete, lo scolaro di mastro Jacopo di Casentino ora salito in gran fama per la sua eccellenza nel trattare soggetti più quieti e nel dare espressione di gravità, e di tenerezza, ad aggruppamenti di poche figure. La grazia semplice dei suoi Santi e delle sue Madonne sentiva qualche cosa della divinità. Ed era tenuta per l'opera sua più maravigliosa una Vergine che porgeva a Cristo fanciullino una rosa, affresco condotto da lui su d'una parete, in Santo Stefano fuori le mura d'Arezzo. La fama di quel dipinto doveva sopravvivere all'autore e alla chiesa, poichè, quando questa cadde in rovina nel 1561, gli Aretini, senza guardare a nessuna difficoltà o spesa, tagliarono il muro intorno all'affresco, e allacciatolo ingegnosamente lo portarono in città, per collocarlo in via delle Derelitte, sotto il nome poco appropriato di Madonna del Duomo.

Contro tutte le consuetudini, anzi meglio, contro l'indole del suo ingegno, Spinello Spinelli dava allora nel fantastico e nel truce. E si compiaceva, mentre Dardano Acciaiuoli contemplava il dipinto, si compiaceva in quella rovina d'angioli, quasi dovesse riescire il suo capolavoro. Forse egli sentiva dentro di sè che sarebbe stato l'ultimo?

—Vedete, messere;—diceva egli, dopo avere esposto il suo concetto al vecchio gentiluomo;—sono ormai presso a finire. Quel vano che scorgete nel centro è il posto di Lucifero. Ho incominciato con San Michele; finirò col suo grande inimico. È il più difficile, e l'ho lasciato per l'ultimo. Ci penserò stanotte, e domani, senz'altro, mi sbrigherò anche di lui.

—Che?—esclamò messer Cardano.—Avete lavorato senza cartoni?

—Sì, messere; per questa volta ho seguita l'ispirazione. Da principio, per darne un'idea a questi massari, avevo disegnato ogni cosa di rossaccio, così alla grossa, non dipingendo di buono che una piccola parte di questa composizione. L'idea è piaciuta, e m'hanno allogato il lavoro.—

Spinello non diceva tutto, poichè non lo sapeva appuntino. Le sue distrazioni, la sua aria melensa, e certi segni che dava d'esser tocco nel cervello, avevano fatti rimanere dubbiosi i massari di Sant'Agnolo. Perciò, ad assicurarsi che l'artista era sempre quel desso, e che non ne sarebbe venuta un'opera da doversi cancellare, avevano chiesto un disegno sul muro. E Spinello, che era sempre lui, quando si trovava sul suo trèspolo, aveva fatto il disegno richiesto, meritando in tal guisa la lode di tutti e la pronta commissione dell'affresco.

Quel giorno, Spinello Spinelli lasciò il lavoro assai prima del solito, volendo dedicare tutto il suo tempo al nobilissimo ospite. S'intende che messer Dardano, per isviare l'animo del suo protetto dai dolorosi pensieri, che avevano purtroppo il triste effetto di offuscargli la ragione, si adoperò come potè meglio a tenere il discorso nel campo dell'arte. E Spinello da principio segui benissimo il filo della conversazione, ragionando dei lavori che aveva in mente di fare. Ma a poco a poco si smarrì, e, un'ora dopo, messer Dardano vide di non aver più accanto a sè che un povero scemo.

Quando giunsero a casa per desinare, monna Ghita fece all'Acciaiuoli un gesto malinconico, che voleva dire:—Orbene, messere, lo vedete anche voi, come è ridotto?—

Infatti, il povero Spinello non aveva più coscienza di sè. Solamente il lavoro poteva rialzarne lo spirito; cessato il lavoro, tornavano le ombre. Strana forma di pazzia, non è vero? Ma se non fosse strana, non sarebbe pazzia.

Mentre erano a tavola, messer Dardano entrò a ricordare il nome di Tuccio di Credi. E Spinello ne parlò come di un amico, da cui si fosse separato pur dianzi, con una fraterna stretta di mano.

—Ottimo Tuccio!—diss'egli.—Come va che non si trova con noi?

—Non ha osato presentarsi;—rispose messer Dardano.—Egli è tornato assai male in arnese. Figuratevi che in nessuna scuola delle tante città di Toscana ha trovato da vivere.

—Da vivere!—esclamò Spinello.—O che bisogno aveva di trovar da vivere. La mia scuola non gli basta?—

Messer Dardano capì facilmente che il cervello del suo amico andava in processione, e ripigliò tranquillamente il discorso.

—Voi ricorderete, Spinello mio, che Tuccio di Credi, qualche tempo fa, si era risoluto di andarsene dal vostro servizio. Temeva di esservi inutile, il poveretto! Non ha molta levatura d'ingegno, ma per contro, ci ha un discreto amor proprio. Malattia dei poveri,—soggiunse il vecchio gentiluomo,—e va curata con garbo. Volete voi ripigliarlo a bottega?

—Non rammento di averlo mai congedato;—rispose Spinello.—Se tornerà, l'avrò caro.

—Ah bene!—gridò l'Acciaiuoli.—Così va fatto. Voi siete sempre un nobile cuore.

Quella sera, passeggiando col suo ospite in piazza del Duomo, messer Dardano vide Tuccio di Credi e gli accennò di accostarsi. Quell'altro obbedì prontamente.

—Ecco Tuccio di Credi;—incominciò l'Acciaiuoli, volgendosi al suo ospite.

Spinello si scosse a quelle parole, alzò gli occhi e salutò il suo compagno d'arte.

—Buona sera, Tuccio!—diss'egli stendendogli la mano.

—Buona sera, maestro!—rispose Tuccio, sporgendo timidamente la sua, e chinando gli occhi a terra, come se volesse ringraziare messer Dardano della sua benevola intercessione.

—Ecco un patto conchiuso;—disse allora l'Acciaiuoli.—Domani tornerete a lavoro col nostro ottimo Spinello. Eravate amici e non avete mai cessato di esserlo. A voi, Tuccio, sarà grande fortuna di lavorare con un tant'uomo; egli, poi, sarà lieto di avervi aiutatore, secondo l'antica consuetudine, che era così profittevole ad ambedue.—

Messer Dardano era contentissimo di aver fatta quella pace, non tanto per il piacere di averla fatta, quanto per l'utile che doveva, secondo lui, derivarne a Spinello.

—Tuccio è un uomo serio;—pensava egli;—conosce da lunga mano l'umore del suo compagno e potrà tenerlo in riga più facilmente di un altro. Ora, più che mai, il nostro povero amico ha bisogno di qualcheduno che abbia pratica con lui e lo sostenga nei momenti difficili. Sia lodato il cielo!—conchiuse il vecchio gentiluomo.—Me ne andrò via da Arezzo con l'animo più tranquillo.—

XIV.

La mattina seguente, Spinello Spinelli andò per tempo alla chiesa di Sant'Agnolo. Gli premeva di metter mano a dipingere il suo Lucifero, che aveva già tratteggiato sull'intonaco.

—Non venite voi, messere?—diss'egli all'Acciaiuoli.

—No, verrò più tardi;—rispose messer Dardano.—Verrò con Tuccio di
Credi. Frattanto ci guadagnerò di vedere il vostro Lucifero abbozzato.

—Ed anche dipinto, solo che v'indugiate due o tre ore;—disse Spinello.—Sarà un Lucifero abbastanza nuovo. L'ho ancora sognato stanotte, bello come l'angelo che ha dato agli uomini l'esempio della superbia. Perchè, io dico, d'onde gli può esser nata la superbia a Lucifero? Non già da una speciale predilezione di Domineddio, poichè questi non può non avere amato in ugual modo tutte le sue creature. Io penso adunque che debba essere montato in superbia, a cagione della sua grande bellezza.—

Messer Dardano intendeva poco questa distinzione. Infatti, ammettendo che Domineddio non potesse aver preferenze, si doveva anche credere che non avesse fatto Lucifero (Helel, come lo chiamarono gli ebrei) più bello degli altri spiriti, creati insieme con lui. Ma infine, in quella vecchia storia religiosa, molte generazioni avevano lavorato di fantasia e si poteva ammettere senza sforzo che gli uomini, dopo avere foggiato a loro immagine il Creatore, si pigliassero uguale libertà con le sue creature più nobili.

Per queste ragioni, o per altre consimili che gli balenassero alla fantasia, messer Dardano Acciaiuoli lodò grandemente il concetto del suo amico Spinello. In fin dei conti la pittura ha una filosofia tutta sua, che ne vale molte altre, vo' dire la filosofia dei contrasti; e i contrasti, appunto per quella impressione che fanno immediamente sull'animo del riguardante, offrono argomento a profonde meditazioni. Un Lucifero bello! Che vi pare una cosa da nulla? Una simile stonatura, certamente voluta dall'autore, non è forse tale da far pensare che quel diavolo non meritava poi la sua trista sorte? E perchè subito viene in mente che Iddio non può aver fatto una cosa ingiusta, o almeno egli non può averla lasciata fare a spiriti perfetti, come sono senza dubbio i suoi angeli, non dee venire di conseguenza il pensiero che la malvagità dello spirito ribelle s'intenda aggravata dalla sua medesima bellezza? E non deve risaltare agli occhi di tutti una certa rispondenza tra i figli di Dio e i figli degli uomini, per cui negli uni e negli altri sia necessario fare una distinzione tra la bellezza esterna e la bellezza interiore? Ahimè! dice il filosofo. Vedete il triste uso che noi facciamo dei doni celesti! Anche Lucifero, spirito eletto e prediletto del Padre, doveva esser guasto nella propria ambizione. Bello tra tutti gli immortali, doveva precedere nella sua caduta la istessa caduta dell'uomo, e ad onta della sua grande bellezza esteriore, averci il baco nell'anima, come tanti e tante che conosciamo noi!

—Bene!—esclamò dunque messer Dardano Acciaiuoli, poichè ebbe udito il ragionamento di Spinello Spinelli.—Seguite il vostro pensiero, maestro; noi verremo ad ammirare gli effetti.—

Caldo del suo concetto, il pittore si era messo all'opera. Mi pare di avervi già detto (e se non ve l'avessi detto prima, ve lo dico adesso) che il nostro gentile artefice precedeva di oltre dugent'anni quel famoso Luca Giordano, pittore immaginoso e delicato se altri fu mai, chiamato dai suoi contemporanei "Luca Fa presto" poichè, a colorire in breve spazio di tempo le sue leggiadre invenzioni, usava dipingere a furia, con ambedue le mani, quasi temesse di non aver tempo a fare tutto quello che gli passava per la mente. Spinello Spinelli non dipingeva con due pennelli ad un tempo; la storia non lo dice, ed io non posso usurpare i diritti della storia. Ma posso dirvi che egli era pronto di mano, oltre il costume di tutti gli artisti del suo tempo; donde si spiega come egli abbia potuto compiere tante opere mirabili, in una vita di cui i biografi si contendono a gara i confini, e che lascerebbe ai tardi nipoti il diritto di accorciarla assai più che io non mi sia attentato di fare.

Lucifero era già abbozzato sull'intonaco, e non si trattava più che di colorirlo. Spinello ci lavorava a furia. Il corpo era già fatto, e il pittore stava per attaccare la figura poco prima dell'ora di vespero, quando giunse sul ponte messer Dardano Acciaiuoli insieme con Tuccio di Credi, pecorella smarrita che tornava all'ovile.

Spinello non li vide neanche, invasato come era. La febbre dell'arte gli ardeva nel sangue e sarei quasi per dire che gli faceva bruciare il pennello tra le dita. Maraviglioso artista! E più maraviglioso a gran pezza per chi conosceva la storia delle sue grandi mestizie!

Tuccio di Credi guardò il dipinto e si sentì correre un brivido per tutte le vene. Quella rovina d'angioli era veramente un miracolo di fantasia e di esecuzione. L'arcangelo Michele si vedeva in alto, atteggiato a battaglia come un paladino antico, e così fiero all'aspetto, così forte all'assalto, da rovesciare ad ogni colpo un nemico. La battaglia poteva dirsi già vinta. Come non avrebbe avuto vittoria d'un serpente, anche con sette teste e dieci corna, chi aveva battuto e piombato negli abissi il più forte de' suoi avversari, che tale era certamente Lucifero? Anche in ciò l'ingegno di Spinello aveva dato nel segno. La sua composizione sarebbe stata manchevole, non avrebbe espresso pienamente il concetto di quella storia grandiosa, se Michele fosse stato ancora alle prese col maggiore dei ribelli. La sorte della giornata, almeno per ciò che si rappresentava all'occhio, poteva rimaner dubbia, ed esserne scemato per conseguenza l'effetto. Ma Lucifero, in quella vece, era vinto; Lucifero piombava giù nell'abisso. E come era giustamente collocato nel mezzo del quadro! Michele trionfava; ma il protagonista era Lucifero, poichè la catastrofe era appunto la sua.

I due nuovi venuti restarono immobili in un angolo, guardando quella scena terribile; messer Dardano estatico, beato di assistere ad un miracolo dell'arte; Tuccio di Credi avvilito, rodendosi dentro di sè, alla vista di quell'ingegno singolare che resisteva ai colpi più gravi.

Ma che cosa avveniva in quel punto? A mano a mano che i contorni del viso di Lucifero prendevano forma sotto le pennellate dell'artefice, cresceva la bellezza del tipo, e, insieme con la bellezza, balzava fuori una rassomiglianza, che faceva sudar freddo lo sciagurato Taccio di Credi.

Strano a vedersi, e più strano a raccontarsi! Quel pittore che, ad onta del suo ingegno smisurato e dell'amore che suol raddoppiare, anzi centuplicare l'ingegno, non era mai venuto a capo di cogliere le sembianze di una donna adorata, quel pittore, postosi in mente di dare a Lucifero l'impronta di una straordinaria bellezza, andava effigiando nel volto dell'angiolo ribelle la divina immagine di madonna Fiordalisa.

A qual sentimento obbediva in quel punto la mano di Spinello Spinelli? Operava egli con piena coscienza di sè, o non faceva che seguire un impulso arcano e fatale? Certo, se egli vedeva nelle sembianze di madonna Fiordalisa il colmo della bellezza umana, si poteva credere che, dovendo egli esprimere alcun che di perfetto, fosse tratto naturalmente ad effigiare l'immagine della sua povera estinta. Ma, allora, perchè il tipo di Fiordalisa non era mai stato espresso in tanti volti di Madonne e di Sante che egli aveva pur dovuto dipingere, e col naturale desiderio di accostarsi alla perfezione? Non era invece da credere che una virtù misteriosa guidasse il suo pennello, se a lui per la prima volta occorreva così facilmente di ritrarre una cara sembianza, non mai potuta cogliere appieno, per quanto egli si arrovellasse nel suo proposito? E questa opinione non era forse avvalorata dalla medesima bizzarria che riconduceva al suo pennello i lineamenti di Fiordalisa, mentre egli doveva esprimere la bellezza di uno spirito malvagio?

Vi ho detto che Tuccio di Credi sudava freddo, vedendo l'opera strana che prendeva forma sotto le pennellate del pittore. Era bene madonna Fiordaliso, che si presentava in tal guisa davanti a lui; era madonna Fiordalisa, con gli occhi lampeggianti di sdegno; era madonna Fiordalisa, che piombava nei regni della morte, maledicendo ai suoi uccisori. Pensando a quei riscontri così naturali tra il soggetto celeste e la rimembranza umana che prendeva vita da esso, Tuccio di Credi si sentì correre un brivido di paura per le ossa. Se avesse potuto tirarsi indietro, come lo avrebbe fatto volentieri!

E istintivamente voltando la testa, egli dava un'occhiata alla buca donde era salito lassù. Ma proprio in quel punto messer Dardano Acciaiuoli lo prendeva amorevolmente per un braccio.

—Vedete, Tuccio, com'è bello quest'angiolo!—diceva il vecchio gentiluomo.—Se si potesse muovere un rimprovero all'artista, ignorando quello che egli ha voluto fare, si direbbe che è troppo bello, per rappresentare lo spirito del male.

—Sì, troppo bello;—balbettò Tuccio di Credi, facendosi livido dalla paura.

—Che è?—disse allora messer Dardano, a cui non era sfuggito il tremito della voce di Tuccio.—Che cosa avete voi?—soggiunse tosto, vedendo il suo compagno con la cera stravolta.

—Io nulla, messere;—rispose Tuccio, confuso.—Notavo una rassomiglianza…. Non è quello il volto di madonna Fiordalisa?

—Fiordalisa!—esclamò messer Dardano.—Chi è costei?—

Spinello, dalla eminenza su cui stava seduto, udì le parole di messer
Dardano e si volse di schianto.

—Che avete detto, messere? Perchè quel nome, pronunziato da voi?

—Perdonate, maestro;—rispose messer Dardano, turbato da quella escita improvvisa, ma più assai dalla strana animazione del viso di Spinello.—Si ragionava con Tuccio di Credi, il quale trova una certa rassomiglianza, nel volto di Lucifero….

—Ah!—disse Spinello.—Tuccio di Credi ha trovato questo? La cosa merita di esser chiarita.—

E scese dal trèspolo, su cui depose tavolozza e pennelli, per andarsi a piantare in uno dei punti estremi del tavolato.

Messer Dardano lo seguiva degli occhi, non pronosticando niente di buono da quella scena inaspettata.

—È vero!—ripigliò Spinello, dopo essere stato alquanto a guardare l'affresco.—Ecco una somiglianza che io non aveva cercata. Una somiglianza fatale!—proseguì, con accento cupo, che fece fremere il vecchio Acciaiuoli.—Tuccio di Credi ha ragione, e a lui va fatto omaggio di un cambiamento necessario. Infine, che diamine m'è saltato in mente, di far così bello lo spirito delle tenebre? E perchè sarebbe profanata così la più bella immagine che apparisse mai sulla terra?—

Così dicendo, Spinello correva al trèspolo, ripigliava i pennelli, e, rimescolando i colori sulla tavolozza, andava mutando, insieme con le tinte, i lineamenti del suo Lucifero.

—Tuccio di Credi ha ragione!—esclamava, parlando ad intervalli, tra una pennellata e l'altra.—Bisogna correggere. Perchè questo incarnato nel viso? Olivastro vuol essere; anzi terreo come il colore della morte. E questi occhi, perchè così belli? Ispide sopracciglia, rughe precoci, in cui vorrebbe appiattarsi la malvagità del pensiero, trasformate voi questa fronte di dannato. Tuccio di Credi ha ragione. E sarà contento, Tuccio di Credi! Va bene così, Tuccio? non vi par egli che così, e non altrimenti, s'abbia ad esprimere lo spirito del male?—

Tuccio di Credi non rispondeva; era allibito; era rimasto di sasso.

Ma non era rimasto di sasso il vecchio gentiluomo che lo aveva condotto lassù, e che non poteva intendere le ragioni di quella gran collera di Spinello Spinelli. E non si fosse trattato che di collera! Ma c'era di peggio; c'era il segno di una gravissima ingiuria, o d'una terribile vendetta. Il volto di Lucifero, sotto le rapide e convulse pennellata di Spinello, si era tramutato dal bello all'orrido, dalle sembianze di madonna Fiordalisa a quelle di Tuccio di Credi. Non c'era da dubitarne. Tuccio era lì, e gli occhi di messer Dardano potevano spiccarsi da lui per volgersi al Lucifero, o dal Lucifero per volgersi a lui, e vedere tra l'uno e l'altro una rispondenza perfetta.

—Che vuol dir ciò?—chiese il vecchio gentiluomo, con accento severo.—Spinello mio, non recate voi forse offesa a Tuccio di Credi, che ha avuto il torto di fare una semplice osservazione al vostro dipinto? E perchè una ingiuria così grave, senza cagione, ad un compagno d'arte, all'amico della vostra giovinezza?—

Spinello era ridisceso in quel punto dal trèspolo.

—Senza cagione!—gridò egli.—Amico mio, quest'uomo!

—Amico, sì;—replicò messer Dardano.—Voi stesso non lo avete richiamato ieri al vostro fianco?

—Io? Io richiamare quel tristo?

—Maisì, maestro, e dando a me l'incarico di parlargliene. Egli era così felice di ritornare con voi!—

Spinello levò la fronte, come in atto d'interrogare la sua memoria; ma essa non gli disse nulla di ciò che l'Acciaiuoli asseriva.

—Perdonate, messere,—ripigliò egli,—è impossibile. Vi sarete ingannato; dovete esservi ingannato. Io richiamare quel Giuda? Ma se ciò fosse, ci sarebbe stato un perchè, ed io sarei venuto con qualche cosa al fianco,—soggiunse Spinello, tastandosi con moto convulso alla cintola,—nè egli sarebbe più qui, ritto e sano davanti a me. Guardatelo, messer Dardano; quello è il più malvagio degli uomini. Ah, voi non sapete ciò che m'ha fatto? Amavo una donna, messere…. E l'amava anche lui! Il rettile aveva osato levar gli occhi alla colomba. La vigilia delle mie nozze, la bella creatura moriva, avvelenata da lui. Almeno, così parve. Egli non aveva fatto che addormentarla con uno de' suoi filtri, scaturiti d'inferno, e madonna Fiordalisa fu seppellita per morta. L'avesse egli dissotterrata per sè! L'avrei ucciso, ma non lo avrei disprezzato. In quella vece, egli ha venduto il segreto ad un altro. L'amante s'è tramutato in….

—Cessate, messere!—interruppe l'Acciaiuoli, preso da un sentimento di profondo disgusto.—Ma siete voi ben sicuro che una simile infamia….

—Oh, giudicatene voi! Madonna Fiordalisa fu venduta al Buontalenti, banditosi dalla sua città per godersi il frutto del tradimento. Ma l'opera non è compiuta. A persuadere la povera donna, occorreva che Spinello apparisse dimentico di lei, sposo felice ad un'altra. E Tuccio di Credi si pose al fianco di Spinello, fu con lui a Firenze…. Ciò che avvenisse a Firenze vi è noto. Ah, pazzo che io fui! Mi credono pazzo, ora, a mi guardano sott'occhi e si tirano da un lato quando m'incontrano per via. Lo sono stato, un pazzo, lo sono stato, quando t'ho creduto un onest'uomo, o Tuccio di Credi, rettile velenoso ed immondo, spirito malvagio, venuto daccanto a me per la mia dannazione. Dillo, che non è vero; dillo a quest'uomo onorando, che questo non era il tuo fine, quando portavi a me i lagni del mio povero padre…. ed egli sentirà ora come sappiano fischiare i serpenti, e qual suono abbia la voce d'un demone!—

Tuccio di Credi guardò bieco il suo avversario, ben vedendo di non poter più ingannare nessuno, e crollò sdegnosamente le spalle.

—Quante parole inutili!—esclamò egli.—Bastava dire che mi sono vendicato. Messere, statevi con Dio, e non vi provate a tenermi dietro;—soggiunse, vedendo l'atto di Spinello che voleva scagliarsi contro di lui.—Voi andate qualche volta senz'armi; io non ho mai dimenticato questo spuntone, che so maneggiare, al bisogno, e che punge assai meglio della vostra lingua.—

Così dicendo, si avviava verso la scala a piuoli, il cui capo usciva due o tre palmi fuori del tavolato.

Ma l'amore della frase perdette Tuccio di Credi. Spinello conosceva l'impalcatura del ponte su cui stava a dipingere, e il traballar che fece un pancone su cui Tuccio di Credi aveva posto il piede per ritirarsi verso la scala, gli rammentò in buon punto che le assi non erano inchiodate, ma semplicemente posate sulle traverse, l'una di costa all'altra. E subito chinatosi ad abbrancare un capo del pancone, lo spinse verso l'apertura della scala.

—Riponi il tuo spiedo!—gridò, con accento di trionfo, mentre Tuccio scivolava sull'asse inclinata.—Meglio ti sarebbe aver penne alle mani.—

Colto alla sprovveduta, Tuccio di Credi annaspò con le braccia, lasciando cadere lo spuntone, e tentò di aggrapparsi alla traversa, nel punto in cui essa era assicurata all'abetella con parecchi giri di fune. Ma non gli venne fatto, ed egli ebbe per gran ventura di trovare un capo della fune, che penzolava dalla traversa, e ad esso s'avvinghiò disperatamente, in quella che il suo corpo dava un tracollo nel vuoto.

—Aiuto! aiuto!—gridò messer Dardano, sbigottito dall'atto improvviso.

—Salvatemi, per amor del cielo!—urlava il caduto.—Salvatemi! Ve ne supplico, messere Spinello!… Per la memoria di Fiordaliso!

—Infame!—tuonò Spinello, affacciato all'apertura del ponte.—E ardisci profferire quel nome? Trovò ella misericordia presso di te? Tuccio di Credi, bestemmia la tua ultima preghiera; l'abisso è spalancato per accoglierti.

—Spinello!—gridò messer Dardano.—È un uomo che sta per morire!

—Orbene, che c'è di strano!—disse Spinello. La pena segue il —delitto. A Colle Gigliato ho ucciso il suo complice; qui uccido lui. —Se Iddio non avesse voluta la sua morte, non me l'avrebbe cacciato —tra' piedi.—

Intanto quell'altro perdeva le forze. La fune, scorrendogli tra le dita aggranchite, gli aveva lacerate le carni. I tendini denudati non ressero allo strazio, e le mani sanguinolenti si apersero. Tuccio di Credi mise un grido di alto spavento, che parve ruggito di fiera, e precipitò nello spazio.

Il vecchio Acciaiuoli udì il tonfo del corpo sui gradini dell'altar maggiore e si ritrasse indietro atterrito.

Poco stante si raccoglievano le membra sfracellate. In chiesa e fuori si credette ad una disgrazia. Nè messer Dardano volle dire il contrario; nè Spinello sapeva più che cosa fosse avvenuto. Sceso dal ponte, il povero pazzo non ricordava più nulla.

Per altro quella notte fu un grande trambusto in casa sua. Spinello aveva una visione e fu agevole intenderla dalle rotte parole che gli uscivano di bocca. Lo spirito delle tenebre era apparso al pittore, dolendosi con lui d'essere stato fatto così spaventosamente brutto,

—Brutto! Brutto!—gridava il povero pazzo.—Non eri forse Tuccio di
Credi? ed io non ti ho forse dato il tuo aspetto vero?—

Il vecchio Acciaiuoli prodigò al suo sventurato amico le più amorevoli cure. Ma nè le cura dell'amicizia, nè quelle dell'arte, nè i pianti della famiglia, nè le preghiere di tutta Arezzo, che amava il suo grande artefice, valsero a rattenerlo in vita. L'amore di Spinello Spinelli era morto; le sue vendette erano compiute; non gli restava che di finire anche lui. Ed era misericordia pregare a quell'anima travagliata il riposo della tomba.