Fatto è che il Tettone, raccozzata una canaglia valente in parole e ch'egli chiamava esercito, parte ne inviò per la banda di Lecco. Cogli altri volse a Como, ove chiese d'entrare nella città, alloggio e foraggi, vantandosi capitano generale per risciacquare la Valtellina dai miscredenti. Ma non sottigliò la sua malizia tanto che arrivasse a trovar fede a quell'apparenza. Ed il Paravicino, governatore di Como, non gradendo tali rodomontate stette saldo sul niego: anzi, accingendosi il Tettone a mettere le finte parole in veri fatti, il governatore armò i cittadini e con furia li liberò addosso a coloro, che dopo sprovveduta e breve scaramuccia, quali andarono sbandati, quali furono presi e mandati all'ultimo supplizio.
Ita al vento l'impresa, il governatore, come chi getta il sasso e nasconde il braccio, se ne fece nuovo affatto, ed il Tettone, che forse diventava un marchese e meglio, fu cacciato in bando. Dove facendo del savio e dell'importante, andava spacciando avere in tal impresa a sostegno il cardinale Borromeo, amico, diceva egli, e parente suo; favorirlo nella valle grandi personaggi, e li nominava un per uno. Questi vanti erano portati colle usate frangie ai Grigioni, i quali, fattone un capo grosso che mai il maggiore, molta gente inquisirono, senza però scoprire alcuno in colpa: e il cardinale tennero in memoria d'uomo fazioso e brigante.
Era questi morto l'anno avanti; e noi siamo alieni dal supporre al sant'uomo facinorosi consigli. Scrivendogli lo Speciano temere che i Valtellinesi non rompessero in aperta ribellione, e si gettassero in braccio a re Filippo, il Borromeo gli rispose che stava mallevadore della regia volontà. E quand'anche i Reti cisalpini si ponessero a dominio del re cattolico, si incaricava di ritornarli ai Grigioni. Questo però già ne lascia intendere ch'egli avesse qualche sentore delle macchinazioni. Ed abbia suo luogo la verità, tutti i contemporanei e il Ripamonti ed il Ballarino fanno testimonianza che la Spagna ed il Borromeo assecondassero l'impresa(39). Tutti poi i fautori del cattolicismo avevano gran protezione nella casa d'Austria: quando i Grigioni uccisero il Planta, Corrado, figlio di questo, si ricoverò al Borromeo, che sel tenne ben due anni con altri di sua parte, al giusto fine di formare un buon cattolico; ma la cosa non poteva non dare ombra ai Reti. Altre lettere poi di san Carlo, che si leggono manoscritte nell'Ambrosiana, tolgono ogni dubbio che a Milano non si conoscessero tali movimenti. Fin dal 1583 i Valtellinesi avevano richiesto il Terranova di 400 uomini, che, uniti ai terrazzani, basterebbero, sono le proprie parole di Borromeo, per levarsi in un tratto da quella obbedienza, e serrare i passi ai Grigioni, che volessero passare di qua dai monti. Il re aveva risposto si desse loro quell'aiuto, ma i ministri erano soprasseduti fin allora per vedere l'esito del negozio della lega; svanito il quale, tenterebbero questo: ed ho speranza in Dio, continua il santo, che in pochi anni si farà tanto frutto in quella valle e nei paesi tutti di qua dai monti, che si smorberà quella eretica peste.(40) E nei trattati che il santo menò a favore dei Cattolici coll'ambasciatore di Francia presso gli Svizzeri, e coi Cantoni cattolici, si mostra persuaso che pericolasse qualche non lieve disastro: sicché voleva tenersi nei contorni della Svizzera per accorrere pronto ad ogni moto di guerra. Dichiara però di ingerirsi il meno che può "né tenere per ajutare que' popoli altra via che la spirituale".
Non meno attento a salvar la Lombardia dalla contagione fu il cardinale Federigo Borromeo: il quale perfino, allorquando dovevano alcuni soldati svizzeri e grigioni attraversare la valle San Martino ed altre terre bergamasche di diocesi milanese e di giurisdizione veneta, pronunziò scomunicato chiunque conversasse, o, ch'è tampoco, albergasse quegli eretici; esagerata provisione, alla quale la serenissima repubblica veneta impedì fosse dato corso. Senza più altro aggiungere, basti il già detto a scusare i Grigioni se dal paese davano divieto ai preti e frati forestieri, specialmente ai Cappuccini, come orditori di cose nuove. Quanto alle indulgenze ed ai giubilei, si bandissero pure, ma o tacessero quelle parole pro extirpatione haereseon, o i preti dichiarassero che sotto il nome di eretici non s'intendevano i Riformati: altrimenti era iniquo che i sudditi pregassero contro i loro padroni.
Tanto erano da ciò esacerbati gli animi, che qualunque cosa venisse dai Riformati era sospetta ai Cattolici: qualunque cosa procedesse dal vescovo o da Roma, si rifiutava dagli Evangelici, per buona che fosse, d'ogni vin dolce facendo un aceto arrabbiato. E mi faccia testimonio la riforma del calendario. Il concilio Niceno nel 325 aveva adottato, pel calcolo della Pasqua, il calendario di Giulio Cesare, che suppone l'anno di giorni 365 ed ore 6 appunto, e che 19 anni solari equivalgano a 235 lunazioni; ondechè aveva ordinato che l'equinozio di primavera cadesse al 21 di marzo. Ma non essendo precisa quella determinazione, l'equinozio si era portato agli 11 di marzo, e le lune nuove anticipavano di quattro giorni. Di ciò menavano rumore uomini di gran vaglia, Ticone, Scaligero, Chambers, Calvisio, altri, sicché in fine Gregorio XIII, principalmente coll'opera di Luigi Lelio calabrese, riformò il calendario: furono sottratti e messi in nulla i dieci giorni che dovevano correre dai 4 perfino ai 15 ottobre del 1582, ordinato che solo ogni quattrocento anni si facesse bisestile l'ultimo anno del secolo, e la bolla del marzo 1583 ingiunse che i conti dei giorni andassero a tal maniera(41).
Or credereste? Ai tanti altri motivi di dissidio, un nuovo ne aggiunse questo calendario gregoriano, ed i Riformati nati a rifiutarlo, anche trovandolo buono, solo perché veniva da Roma, ed i Cattolici a volerlo, senza forse conoscerlo, sol perché quelli lo ricusavano, tanto è cieca ed assurda la nimicizia che agita le parti. Mi par di vedere alcuno sogghignare alla leggiera cagione di tante discordie, alle dimostrazioni impotenti e assurde; ma deh non voglia ridere d'altri il secolo nostro, che non ha ancor rasciutto il sangue versato per altri sogni, per altre follie. Ogni età ha le sue.
CAPO III
Corruzione dei Grigioni—Forte di Fuentes costrutto—Mal governo della
Valtellina—Ingiurie alla religione repulsate dai Cattolici—Nicolò
Rusca è tratto al tribunale e morto—Ruina di Piuro.
Come sperar bene alla Valtellina quando i suoi dominatori erano all'ultimo della corruzione? La religione li divideva, li divideva la politica: cedevano a seduzioni, a lusinghe. I prìncipi vi tenevano ambasciatori quando apertamente quando velati, che con donativi, pensioni, croci d'onore facevano che uno favorisse a Francia, uno a Spagna, uno a Venezia: tutti dimenticassero la patria. Due fazioni singolarmente ponevano a scompiglio la Rezia: una venduta a Spagna ed ai Cattolici, l'altra a Francia, ed agli Evangelici. Capi di quella Rodolfo Pianta, di questa Ercole Salis, le due famiglie primarie dello Stato.
Il grosso dei Grigioni però essendosi sottratto al dominio austriaco, ed avendo abbracciato il calvinismo, aveva in uggia l'Austria e la Spagna, e dei Francesi l'amicizia guardava come primo fondamento di libertà e potenza. Prevalendo i Salis, venne rinnovata con Enrico IV una lega di offesa e difesa, nella quale non si faceva eccezione veruna a favore del Milanese. Con questo ducato avevano i Grigioni accordato una convenzione di buona vicinanza, per cui il commercio andrebbe senza verun impedimento, non concederebbero essi il passo ad esercito che venisse contro il Milanese: in compenso dovesse il transito delle merci volgersi pel paese delle leghe(42).
All'udire dunque della nuova convenzione coi Francesi, gran lamento alzò il conte di Fuentes, il più memorabile fra i governatori spagnuoli di Milano, che nel cuor della pace tenne sempre un numerosissimo esercito, pauroso ai vicini, sgradito anche al suo padrone, al quale voleva mostrarsi necessario col fingere pericoli o farli anche nascere, e intanto esercitava tutte le prepotenze d'un governo militare.
Con umore siffatto doveva esser poco disposto a inghiottire il torto, e mandò minacciando ai Grigioni di trattarli come nemici. Questi, non che mostrar paura, si collegarono anzi con Venezia, come quella che non perseguitava i riformatori, siccome le altre potenze, ma ostava al papa, e comportava una mezzana libertà di coscienza(43). Ne dispiacque non meno alla Francia che alla Spagna, quella perché Enrico ambiva maneggiar egli solo i Reti e che i Veneziani dovessero ricorrere a lui qualvolta bisognassero di gente armata, questa perché si trovava allontanata dalla speranza di legarsi i Grigioni, e di sottoporre tutta Italia, potendo aver ostacolo nei Veneziani. A nulla approdando colle parole, il governatore sdegnato pose mano a fabbricare un fortalizio, detto dal suo nome(44) sul colle di Montecchio al primo entrare della Valtellina ove, dominando gli sbocchi di Chiavenna, il lago e la valle, teneva questa in soggezione e poteva, quando riavesse talento, impedire alla Rezia i viveri ed il commercio. Stante però che il duca Francesco II Sforza aveva stipulato coi Grigioni non si porrebbe veruna fortificazione in quel giro, questi levarono querele, e procurarono anche impegnare in esse i loro alleatì: ma nessuno si mosse, del che furono, se non con verità almeno con accortezza, accagionati i dobloni spagnuoli. E il Fuentes continuò, finì, intercise il commercio col Milanese e ponendo genti e navi alle Trepievi (così chiamano i paesi posti all'estremo del lago di Como), confermò la voce che Spagna volesse ricuperare la Valtellina.
Queste pratiche, anzichè ravvivare, davano l'ultimo tuffo alla Valtellina. Vi si crebbero le guarnigioni a carico del paese. Ogni ombra pigliava corpo: i signori grigioni, ingordi d'aversi intorno timidi soggetti anziché buoni amici, potevano quanto ardivano, ed ardivano quanto volevano, sostenuti com'erano dai novatori. I quali, come interviene allorché il debole vuole ad ogni costo ajutarsi sopra il contrario, mirando unicamente all'utile proprio, vedevano bene che i loro religionarj crescessero in autorità. Quindi coloro che erano venuti come alleati, disponevano come donni e padroni, principalmente da che ebbero a sé arrogata la nomina degli ufficiali. Allora mandare a magistrato uomini di più che bassa mano, soperchiatori perché persuasi di meritare il pubblico disprezzo, non guardare nelle cariche a merito, ma a chi più ne dava, schiudere d'ogni preminenza i buoni, conculcare i diritti e lo statuto, corrotte le sindacature, nelle cause civili trovati lacciuoli a dovizia per costringere le parti a dividere l'avere con giudici ingordi, franco il peccare, il benfare spesse volte ruina. Si addormentavano sugli interessi della patria i tristi, quelli io dico, cui piaceva fare il lor talento, e da poveri venuti ricchi, da abjetti tremendi, usurpare i beni delle chiese, per ispalle d'amici e per danaro scontare delitti, leccare i superiori per mordere i soggetti. I buoni che osavano alzar la voce, erano perseguitati sotto quella maschera d'oltraggio e di sangue che si chiama ragione di stato.
Le cose della religione poi erano tornate a peggio che mai per l'addietro non fossero. Ogni giorno nuovi editti, che pretendendo parole di libertà religiosa vietavano le indulgenze, tacciavano di superstizioso il culto del paese, cassavano le dispense, berteggiavano i decreti papali. Negli statuti di Valtellina, stampati il 1549, furono intrusi alcuni a favore dei Riformati. Nel 1585 trovandosi unite a Chiavenna le insegne dei Grigioni, conchiusero di nuovo intera libertà di religione; lo che, ed allora ed altre volte poi, significò persecuzione della cattolica. Eccedeva dunque il governo, eccedevano i magistrati cacciando i Gesuiti e cassando le donazioni lor fatte, processando i miracoli di san Luigi, proibendo la pubblicazione dei giubilei ed eccitando quistioni di giurisdizione, solito appiglio, eccedevano i predicanti contro i monumenti dell'avito culto, opera empia agli occhi dei Cattolici, impolitica agli occhi di tutti. Più eccedeva la ciurma e l'astinenza delle carni in quaresima(45), rubando ostensori e spargendo le particole, sfregiando tabernacoli, facendo smacchi ai sacerdoti nelle processioni del Sacramento, ed in quei devoti riti della settimana santa, che uom non può vedere senza sentirsi fin nell'intimo dell'animo commosso ad una patetica devozione.
Né si creda che noi caviamo queste fosche dipinture dai soli Valtellinesi. Pascal ambasciatore francese, in una sua relazione, chiamava il governo grigio "esecrabile tirannia, che sovra il capo e le fortune dei buoni incrudelisce". Il Bottero verso il 1590 scrive: "In Valtellina i Cattolici sono fuor di modo straziati dai Grigioni, che puniscono con varj pretesti i preti e quei che si convertono, forzano i curati a celebrare matrimonj in gradi vietati, non consentono l'introdurre buoni sacerdoti forestieri, obbligano tutti alla messa ed alla predica degli eretici, onde i Cattolici sono costretti, per penuria di buoni ecclesiastici, servirsi d'apostati e d'uomini di mal affare e scandalosi, e divengono a poco a poco eretici".
Si moltiplicavano dunque le gozzaje: per una parte e per l'altra tirandosi al peggio che si facesse, ogni sospetto si pagava colla vita. Così fu (per tacer altri) del conte Scipione Gámbara bresciano, che per aver ucciso un suo cugino, casi ordinarj in quel beato tempo antico, era fuggito a franchigia in Tirano, ed ivi, secondo che l'uso e il suo delitto portavano, si teneva attorno una masnada di buli, come si chiamavano i bravi. Entrò gelosia nei Grigioni ch'egli volesse dar mano a stabilire l'inquisizione, e liberare la valle dai Protestanti: onde, còltolo, e coi metodi consueti in tali procedure, convintolo di trama col cardinal Sfondrato e coll'inquisitore Montesanto, egli, come nobile, fu decapitato a Teglio, il suo complice Lazzaroni di Tirano squartato vivo, e le spese del processo caricate alla valle. Peggio avvenne quando Ulisse dei Paravicini Capello di Traona, che reo di molto sangue campava sul bergamasco la vita, osò una notte ricomparire con venti sicarj in patria, e trucidare i magistrati. L'atroce fatto seppe di ribellione ai Grigioni, e quindi il sospetto, quindi lo sdegno pose in maggior urto gli animi, ed i cattolici, o per colpa o per pretesto, venivano, or l'uno or l'altro spicciolati, modo sicuro d'indebolire le fazioni. Così la certezza dell'odio pubblico faceva prendere tali provisioni, che lo rendevano implacabile. Qualche buon ordinamento veniva talora(46), ma di corto cadeva nell'oblio e non rimaneva che il peggio.
Sotto la protezione dei signori, che dicevano: "Credi quel che ti piace, ma fa quel ch'io ti comando" ogni tratto qualche nuovo Cattolico disertava, anche preti e curati. Essendo ordinato che ove fossero più di tre famiglie riformate convenisse accomodarle di baserga(47) e di ministro a spese comuni, i Cattolici si vedevano costretti a mantenere i predicanti coi benefizj ecclesiastici. E non compatendo la religione loro che i preti predicassero dalla bigoncia, ond'era sceso dianzi il ministro calvinista, conveniva si provvedessero di nuove chiese. Intanto, predicanti a gara gli uni degli altri venivano fin da lontanissimo per far proseliti: prima pochi per giuoco, poi molti per curiosità, indi più per diversi affetti s'affollavano a udire il nuovo vangelo, i cui più soliti ornamenti erano rampogne ed ingiurie. Credendo ciascuna parte essere in possesso della verità, e l'avversaria trovarsi nell'eresia, lo zelo esacerbava gli odj da fratello a fratello.
Rinfacciavano i novatori a quei della messa, come li chiamavano, che una fede inculcata senza il consentimento della ragione, degenera presto in superstizioni, e molte in fatto se n'erano introdotte(48), e si prodigavano le indulgenze(49) a scapito della morale. I preti cattolici, temendo fin quell'esame e quella luce, il cui bisogno eleva e ingrandisce l'anima, ma che generava l'orgoglio del senso individuale, inculcavano che una religione scandagliata e analizzata cessa di esser fede, e si lamentavano di veder chiamate a scrutinio le cose che il cattolico guarda con umile meraviglia, e che Iddio, per occulti giudizj, tolse alle dispute dell'uomo, ingiungendogli "Credi e adora". L'augusto Sacramento, di cui Cristo volle fare un simbolo di pace e di concordia e che, assunto in sua commemorazione, ricordasse ai figli suoi il sangue versato a salute comune, diveniva pretesto d'acerbe contese. E pareva che ciascuna parte si fosse proposto di mostrare, colla condotta meno evangelica, di possedere il vero vangelo. Vi erano sì i buoni che gridavano da una parte e dall'altra: "Se la nostra fede è la vera, se viene da Dio proviamolo col deporre questa rabbia anticristiana: la carità move da Dio, la discordia dall'inferno: unitevi di spirito e di cuore, e Dio sarà con voi: il nostro non è il Dio delle contese, ma della pace e dell'amore"(50). Così dicevano: ma quando mai il discorso dei savj la vinse sopra l'orgoglio e l'egoismo delle opinioni?
I Cattolici però potevano dire ai loro avversarj: "O voi che venite a mostrarci in errore: non siete uomini voi pure, non siete voi pure all'errore soggetti? Noi seguitiamo la tradizione d'uomini pii, e più vicini al tempo del Redentore: voi nasceste pur jeri. Noi stiamo ad un'autorità di origine divina, al sentimento del genere umano; voi surrogate la più fredda delle umane doti, la ragione, il più variabile appoggio, la particolare persuasione. Voi venite a predicare l'amor di Dio: eppur da voi nascono la scissura e la desolazione della patria". Fondati su questo e sulle tante ragioni, che anche umanamente rendono inconcussa la fede nostra, contrastavano i Cattolici al progresso dei Riformati: e poiché non v'è caso di gran timore senza che vi sia di gran coraggio, si narrano molte e ribalde e generose opposizioni. Poniamo fra le prime i divisamenti dell'arciprete Schenardi di Morbegno che in uno scritto latino sul propagare la fede cattolica nella Rezia, suggeriva che quando i ministri eretici, ogni ottava del Corpus Domini, venivano a celebrare i loro conciliaboli, nel ritorno fossero còlti in imboscata in quel tratto di terreno presso Bocca d'Adda che spetta al Milanese(51), e mandati a Roma. Tommaso della Chiesa in val Malenco caldeggiava i Riformati; onde morto il parroco del luogo, e sepolto il tempio di colà da una frana, fece di tutto per indurre quei valligiani a valersi del ministro degli Evangelici, per l'uomo dotto che sapevano lui essere: e con maniere a maraviglia scaltrite, spacciava che la parola di Cristo, predicata da questo, varrebbe assai più che non la messa dei papisti, che non orazioni recitate in una lingua che non intendevano. Riboccar di baje le prediche dei loro preti, di idolatria il culto; ove trovavano che il vangelo comandasse il celibato ai preti? e il digiuno? e la confessione auricolare? O che! vi farete a credere che uomini di intendimento scòrti e nel viver santi, cima di principi e dottori abbiano cercato sì sottilmente nel vangelo e nei dogmi solo per dannarsi? E soggiungeva altre cose or serie, or ridicole, che non sarebbero cadute a vuoto senza la fermezza di Tomaso Sassi pastore, il quale si fece a gridare: stessero attaccati al credo vecchio, non volessero seguire piuttosto il nuovo che il sicuro(52), non lasciassero rapirsi la consolazione dei sacramenti, che mescono il gaudio e la sanzione del Cielo alle più solenni circostanze della vita, dalla culla al letto di morte. E dopo morte, su in paradiso i padri loro che v'erano giunti credendo all'antica, stavano ad aspettarli. Quanto dolore se li vedessero precipitarsi coi nuovi nell'inferno! Con tali o sì fatti argomenti, tolti dal lume del natural discorso, il buon uomo rimutò i terrazzani dal proposito di cambiar religione.
Anche il sesso imbelle spiegò costanza a sostenere il rito degli avi. In Caspoggio, terra della val Malenco, mentre i mariti estivavano com'è costume sugli alpi (chiamano così i pascoli montani), venne saputo dalle donne che i riformati intendevano seppellire in S. Rocco un loro bambino allora morto, col che avrebbero preteso d'acquistar possessione di quella chiesa. Che fan elle? si allestiscono ben bene di sassi, e rinserratesi nella chiesa, aspettano il funebre convoglio. Come s'avvicina, ecco fuori lo stormo, che schiamazzando alla donnesca, con una tempesta di pietre pone in volta il funerale. Caso che diede da ridere in quei contorni, e da stizzire a parecchi.
In Sondrio ancora si accingeva il governatore ad entrare per viva forza nella chiesa cattolica, e ridurla al nuovo rito. Ma un Bertolino di colà, uomo tagliato all'antica, commise a Giangiacomo, suo figliuolo di gran cuore, che colla daga alla mano contendesse ai Riformati l'entrare in chiesa. Ciò adempì egli sì bravo, che al governatore non bastò l'animo di proceder oltre: ma voltosi in traccia del Bertolino e scontratolo, tutto in gote si querelò del figliuolo, che gli avesse, nel maggior pubblico della gente, usata quest'onta. Al che il buon Sondriese rispose le molli parole che frangono l'ira, e menossero a casa, ove a lui ed al suo satellizio improvvisò una lieta merenda, spillando la miglior botte. E lì bevi e ribevi, fra l'ilarità parliera delle tazze cominciò il Bertolini a gettar motti di scusa pel figliuolo, onde il governatore, per iscambio delle cortesie ricevute, si mostrò disposto a mettere in non cale l'affronto. Allora ecco entrare Giangiacomo, né in aspetto d'avvilito, ma sempre accinto della sua daga, e con un fiasco del più pretto vino, che cominciò a mescere in giro alla ragunata. Non faceva però egli atto né mostra di voler chiedere scusa e quando alcuno ne l'interrogò, diede un fischio, ed in men ch'io nol dica uscirono fuori quindici garzoni in tutto punto d'armi. Additando i quali al governatore, che pensate come si sentisse, "Ecco (esclamò Giangiacomo) e me e questi pronti pel governatore e per la repubblica fino all'ultimo sangue, solo che non ci si tocchi la religione nostra: ma se alcuno presumesse recarci in ciò al talento suo, non risparmieremo la vita a tutela della nostra santa fede". Tra pei generosi modi del giovinotto, tra per la paura dell'armi e il lenocinio del buon vino il governatore, che non doveva essere un Verre, abbracciò Giangiacomo ed il padre, e in lieti brindisi finita la festa, depose per allora ogni pretensione sulla chiesa.
Altri fatterelli succedevano ogni dì, che non sempre si risolvevano in un riso, e che rivelavano un'izza reciproca, per cui dominati e dominatori erano pronti a correre ai risentimenti. I Riformati ne davano ogni colpa a Nicolò Rusca, arciprete di Sondrio. Era questi nato in Bedano terra del luganese, da Giovanni Antonio e Daria Quadrio. Studiò prima sotto Domenico Tarillo curato di Comano, uomo di buone lettere ed investigatore delle antichità, e recitò in quel paese la prima volta dal pergamo, come sogliono i novelli cherici, un discorso altrui. Fu poscia a Pavia, indi a Roma, poi nel collegio elvetico di Milano, ove a san Carlo ne parve sì bene, che talvolta abbattutosi in esso, postagli sul capo la mano: "Figliuol mio (gli disse), combatti buona guerra, compi tua carriera. Per te è riposta una corona di giustizia, che ti renderà in quel giorno il giudice giusto".
Monsignor Volpi di Como gli diede la parrocchia di Sessa: indi compreso di che gran parti egli fosse in sapere, in saviezza, in cristiana prudenza, lo chiamò arciprete di Sondrio. Peso enorme a quei dì. Il predecessore suo Niccolò Pusterla era stato, con sei zelanti cattolici, rapito in prigione, e colà, vollero dire, avvelenato dal governatore, perché in tempi di fazione si crede non si esamina. Delle contrade vicine molte assentivano ai Riformati, altre erano miste(53), sicché avevano due ministri: dei Sondriesi un terzo si era sviato dalla Chiesa romana. Aggiungi che dal 1520 al '63 v'era stato intruso arciprete Bartolomeo Salice, che contemporaneamente era arciprete di Berbenno, curato di Montagna, arciprete di Tresivio e in nessun luogo risedeva, lasciando che il gregge sviasse a pascoli infetti. Dei benefizii si valeva per dotare nipoti. Portò anche le armi, il che tutto giovava miserabilmente alla diffusione dell'eresia. Di quel tempo venne a predicar a Sondrio un frate in aspetto di somma dottrina e pietà. E il popolo che da gran tempo non udiva più prediche, accorse alle sue: ma ben presto egli si scoperse eretico. Se ne levò tumulto, ed egli rifuggì ai Mossini in casa Mingardini, donde seguitava a predicar ai nuovi convertiti. L'arciprete Salice non se ne dava pensiero. Blandiva i Grigioni nella speranza di esser fatto vescovo di Coira, e quando infatti Pio IV vel destinò egli rinunziava ai tanti benefizii in Valtellina. Ma poiché non fu confermato, si trovò sprovvisto e morì poveramente in Albosaggia.
Il Rusca, chiamato a quel posto, tentò sottrarsi al grave incarico. Indi per obbedienza l'assunse, collo zelo del buon pastore che offre l'anima per le pecorelle.
Deditissimo agli studi, sapeva di greco e d'ebraico, non che di latino: altamente sentiva delle cose celesti, e usando la spada dello spirito che è la parola di Dio, era tutto in predicare con una dottrina chiara, corrente e morale, piena dei lumi della somma verità, escludendo quanto potesse avere dell'agro e del contenzioso. Trovata la chiesa squallida, vi rimise belle suppellettili, buon organista, solenni funzioni. Imperterrito si oppose alle pretendenze dei novatori, i quali, oltre esigere dal capitolo la provvigione di 30 zecchini pel ministro evangelico, volevano ch'egli cedesse porzione del suo giardino per fornirli di cimitero, si sonassero le campane al venerdì santo, ed altre sì fatte novità. Intervenne a varie dispute, ove per chiarimento del vero si solevano mettere in contraddittorio un per uno gli articoli della fede. Dispute che, secondo il solito, non convincevano alcuno, e finivano sempre col gridarsi da ambe le parti il trionfo(54).
Ma quale veniva chiamato martello degli eretici, si mostrò singolarmente allorquando i Riformati ottennero si istituisse a Sondrio un collegio, del quale il rettore e tre dei cinque professori fossero calvinisti. Fin dal 1563 si era divisato, poi aperto nel 1584 un collegio, dove si accettassero cattolici e no; e dove naturalmente nessun cattolico andava. Cadde, e allora voleva rinnovarsi. Ma senza guardare in faccia né ai Salis che lo proponevano, né al re d'Inghilterra che si diceva somministrar il danaro, si attraversò il Rusca a questa impresa, e riuscì a sventarla, ed unire anzi un'accademia che propagasse le cattoliche dottrine.
Questo perpetuo e vivo contradditore dei loro disegni non poteva non essere in gran dispetto agli acattolici, che miravano a torselo d'in sugli occhi. Dapprima Gio Corno da Castromuro capitano della valle lo condannò in grave multa perché avesse rimproverato ad un giovane suo popolano l'aver assistito alla predica dei Calvinisti. Ma i Sondriesi presero le armi, e si fu ad un pelo di far sangue: onde il capitano denunziò l'affare a Coira. Il Rusca difeso da Anton Giojero ministrale della val Calanca, fu assolto, ed il capitano ammonito. Gli apposero quindi d'aver fatto trama con un Ciapino di Ponte per ammazzare o tradurre all'inquisizione(55) Scipione Calandrino predicante di Sondrio. Il Ciapino fu messo a morte: a Nicolò, che ne aveva assistite le ultime ore, confortandolo in quella estrema e maggiore di tutte le umane necessità, attaccato un processo, che lo costrinse a ricoverare a Como. Giustificatosi, tornò più glorioso, aggiungendosi alla virtù il lustro della persecuzione. Tanto più bramavano i nemici suoi di metterlo per la mala via, e la fortuna mandò tempo al loro proponimento.
Ci fu veduto come, fra i Grigioni, tutto andasse in brighe di potenze straniere; fra le quali si dimenticava l'interesse della patria. Gli ambasciatori francesi, con disapprovare la lega fatta coi Veneziani, caddero in sospetto di esser d'accordo colla Spagna: sicché l'ambasciatore Gueffier, denigrato dai predicanti, dovette fuggire negli Svizzeri: quinci lamenti e turbolenze, fra le quali pigliavano il sopravento i predicanti, venuti ormai il tutto del governo, come succede ai pochi che schiamazzano mentre i più stanno savi e tranquilli. E avendo intesa con Zurigo, Berna e Ginevra, non cessavano di gridare doversi far nello Stato una sola religione, essere violate le costituzioni poi bocconi stranieri, si operasse una volta efficacemente a rintegrare la libertà, riformare il governo e simili altre parole, che sempre discendono grate nelle avide orecchie della plebe. Fidati nel favore di questa, sotto Gaspare Alessi ginevrino predicante di Sondrio, accozzarono un loro concilio prima a Chiavenna presso Ercole Salis, uomo per servigi ed ingegno in gran nome, poi a Bergun, paese romancio alle falde pittoresche dell'Albula. Ivi dichiararono la fazione spagnuola funesta alla Rezia ed alla religione, micidiale l'alleanza di Francia, buona quella sola di Venezia: e si concertarono sul come dar superiorità alla parte loro.
Consiglio di volpi, tribolo di galline. Quei predicanti, presa dall'operare audacia all'operare, corsero intorno gridando contro gli Austriaci, e che v'erano maneggi per quelli, e che il governatore di Milano aveva disseminato danari per la Valtellina, e che per reprimerla si doveva stabilire il tribunale inquisitorio, il quale correggesse la costituzione venuta omai in gran punto. Il popolo s'infiamma, tanto poco basta a travolgere le menti di chi, non a ragione ma ad empito, si conduce. Ercole Salis se ne fa capo, l'Engaddina e la Pregalia levansi in arme, i castelli dei Planta fautori degli Ispani sono diroccati, uomini malfattori, accesi in rabbiosa ira, entrano a forza in Coira. Dispersi o carcerati come ribelli i preti e persone di gran bontà, tutta quella moltitudine si conduce a Tosana (Tusis), paese romancio a piè del fertile Heinzenberg fra il Reno posteriore e la formidabile Nolla. Ivi stanziando le 25 bandiere, con un migliajo e mezzo di soldati, proclama 13 capitoli per conservare la libertà, e pianta lo Strafgericht. Chiamano così un criminale straordinario di giudici scelti dalle comunità grigione, che viene ordinato con autorità dittatoria ogni qual volta alcuna fazione sovverta il paese, si scopra abuso nel governo o macchinazione contro lo statuto. Questa volta v'aggiunsero un consiglio di predicanti.
Allora, pretendendo rintegrare la libertà politica col togliere ogni libertà legale, mandano a compimento i feroci disegni. E una furia d'accusatori esce addosso a quanti erano sospetti: cioé, come il solito delle rivoluzioni persecutrici, a chiunque avesse nome di ricchezza o di bontà. Là il settantenne podagroso Zambra, quasi, comprato dai dobloni spagnuoli, avesse favorito l'erezione del forte di Fuentes, venne squartato; là bandita una taglia sul capo di Rodolfo e Pompeo Planta, del vescovo di Coira Giovanni Flug, e di altri profughi, ed erette forche sulle spianate lor case(56).
Il dottor Antonio Federici di Valcamonica, mutatosi per opinioni religiose in Valtellina, prese moglie a Teglio, e si fece protestante. Egli diede voce che Biagio Piatti, cattolico infervorato di questo paese, avesse subornato un fratello di lui ed altri della Valcamonica, perché venissero, e quando i protestanti di Boalzo si trovavano alla predica, gli uccidessero. Il Piatti fu arrestato, e così altri supposti complici, intanto che un fratello di esso uccideva Paolo Besta che aveva recato l'ordine dell'arresto. Biagio, messo alla tortura, confessò quel delitto e quanti altri se ne vollero, e fu decapitato dal tribunale inquisitorio, e tenuto per martire dai Cattolici.
Francesco Parravicini d'Ardenno, settagenario e infermiccio, si presenta a quel tribunale per iscolpar il proprio figliuolo contumace, e il tribunale non potendo ottenere si ritirasse, gli coglie addosso un'accusa. E poiché le sue infermità non permettono di alzarlo sulla corda, gli serrano i pollici in un torchietto e sebbene stesse saldo a negare, il condannano in 1500 zecchini. E migliaja di zecchini furono imposti ad altri.
Nicolò Rusca, a cui da tanto tempo i predicanti, come a sturbatore dei loro divisamenti, volevano il peggior male che a nemico si possa, non fu dimenticato dallo Strafgericht. Marcantonio Alba di Casal Monferrato, predicante di Malenco a capo di quaranta satelliti, la notte del 22 giugno, colto nella sua arcipretura, per l'alpestre via di Malenco e dell'Engaddina lo trascinò a Tosana. Si dice inviasse nel tempo stesso per arrestare molti altri, che però, in sull'esser presi, tranne un Piatti suddetto ed un Castelli, fuggirono, probabilmente avvertiti da quei Grigioni che saviamente disapprovavano tali violenze.
Come appena i Sondriesi udirono entrato in forza dei nemici un pastore che sì caramente guardavano, sorse in tutti una pietà tanto più generosa quanto che proscritta. Nel primo furore si voltarono per far rappresaglia addosso a Gaspare Alessio predicante, ma s'era ridotto in salvo: diressero quindi una deputazione a scolpare l'arciprete, ma non fu ricevuta: i Cantoni cattolici e Lugano sua patria mandarono Gian Pietro Morosini a perorarne la causa. Ma il tribunale, cercando casi vecchi e dubbi come recenti e certi, gli rinnovò l'accusa dell'attentato contro il Calandrino. Poi di avere subornato il popolo a non ubbidire alle Tre Leghe, cercato tornar cattolici i riformati, tenuto commercio di lettere col vescovo e con altri, esortato in confessione a non portar le armi contro il re cattolico; aver istituita la confraternita del Sacramento, che asserivano portare micidiali armi sotto le devote cappe.
Indarno gli avvocati suoi lo scusavano intemerato, protestando la candidezza dell'animo suo, e come in 28 anni da che era arciprete fosse stato al bene ed al male che s'aveva, fedele alle Leghe, se non devoto, tutto in gran fare per l'anime altrui, non avendo in desio che il bene della religione. Operato bensì che si mitigassero i decreti pregiudizievoli alla cattolica religione, non ordito però mai contro il governo. Quanto al Calandrino non che adoprar seco dispiacere od agrezza, avergli usate quelle maniere di maggior cortesia che il caso permetteva, visitandolo talora, e prestandogli anche libri. Ma qual pro delle difese in caso di stato quando già è prestabilita la condanna? Il ben vissuto vecchio, benché fosse disfatto di forze e di carne e patisse d'un ernia e di due fonticoli, fu messo alla tortura due volte, e con tanta atrocità che nel calarlo fu trovato morto. I furibondi, tra i dileggi plebei, fecero trascinare a coda di cavallo l'onorato cadavere, e seppellirlo sotto le forche, mentre egli dal luogo ove si eterna la mercede ai servi buoni e fedeli, pregava perdono ai nemici, pietà per i suoi(57).
Quel giorno stesso fu segnalato da un gravissimo disastro naturale, perché di doppio danno avesse a piangere la Valtellina. Vuole la tradizione che un antichissimo scoscendimento di montagna abbia coperto Belforte(58) sul cui cadavere s'eresse Piuro, grossa terra posta a quattro miglia da Chiavenna, nella valle che mena alla Pregalia. Scorre sul fondo di quella valle la Mera fra due pendii di montagne, l'uno volto a settentrione tutto pascoli e selve. Quello che alla plaga del mezzodì riguarda, popolato, senza perderne spanna, di frutti, di vigneti, di casini, di crotti(59).
Sulla cui falda lentamente inclinata sedeva il paese, pieno "di case nobili e ricchi mercatanti con ampli cortili e portici, con colonnati, sale spaziose di vaghe pitture ornate, da stufe alla tedesca superbissime pel lavoro di intaglio e di commisso, ben addobbate di tappezzerie di Fiandra e d'altri preziosi drappi, di sedie di velluto con frange d'oro, di copiose argenterie, di scrigni ben lavorati… di ameni giardini e spaziosi con ispalliere d'aranci, cedri, limoni… non solo ne' vasi di legno e di terra cotta, ma di bronzo ancora e di rame, o molti inargentati e indorati"(60).
Erano poi lodate per una delle belle cose del mondo le case dei signori Vertemate, i cui giardini sono dal tipografo Locarni(61) paragonati alle delizie di Posillipo, alla riviera di Genova, ai romani palagi. Tanta ricchezza vi portavano il passaggio delle merci, la vendita dei laveggi di pietra ollare che là presso si tagliano, e la manipolazione della seta, della quale scrive alcuno vi si lavorassero 20.000 libbre ogni anno.
Nella montagna settentrionale, alla pietra ollare (clorite schistosa) grossolana, untuosa al tatto e liscia sovrastava un monticello, che chiamavano Conte, di argilla e terriccio. In questo già da un pezzo i terrieri avevano avvisato qualche crepaccio; ma quell'estate continuarono più giorni a ciel rotto rovesci di piogge, che insinuandosi fra la roccia e il monticello, lo scalzarono. E già franava sopra le vigne del prossimo villaggio di Schillano, ed i pastori vennero annunziare come e pecore ed api fuggissero da quella balza. Né perciò si atterrirono quei di Piuro. Mal per loro, giacché sull'oscurare del 25 agosto (4 settembre secondo il calendario gregoriano) ecco in un subito scuotersi la montagna di Conte, ondeggiare. E fra un sordo fragore quasi d'artiglierie murali, lo scrollato colle scivola sul lubrico pendio della montagna, precipita sopra Schillano e Piuro, seppellisce uomini e case. I Chiavennaschi che udirono il fracasso videro caligarsi il cielo, volare fin là il sommosso polverìo, ed interrompersi il corso della Mera, durarono la notte intera in dubbio della sorte dei loro amici, di sé stessi: la mattina rivelò deplorabile scena. Era Schillano grande in quantità di 48 fuochi, di 125 Piuro con 930 abitanti, nobili famiglie e buone borse, molti tornati appena dalla fiera di Bergamo. Ed anima viva non ne campò. Dopo alcun tempo la Mera si aperse un nuovo corso fra il dilamato terreno: si tentò, si scavò, nulla poté ritrovarsi che masserizie e cadaveri(62). Non mancarono prodigi al terribile caso: la cometa che in quel tempo aveva atterrito i popoli e i re. Predizioni portentose: angeli che avvisarono del pericolo, demoni che infierivano la procella, chi l'attribuì a vendetta di Dio per il licenzioso vivere d'alcuni, o per i protestanti che vi avevano culto. I più giudicarono non senza destino fosse accaduto appunto il giorno della barbara uccisione dell'arciprete Rusca. Fermo tra i miserabili resti e nel letto del fiume devastatore, che scorre sopra il diroccato borgo, ben sei disumano se non ti senti stringere il cuore pensando a quelli, che repente dalla quiete dei domestici lari, dalla preghiera, dall'amichevole discorso, dalla soavità degli affetti famigliari, vennero balzati in quell'incognita regione, dove solo si fa giusta la retribuzione delle opere umane.
CAPO IV
Scontento dei Valtellinesi—Congiura dei Grigioni e dei
Valtellinesi—Sacro Macello.
Ma, dolorosa verità! L'uomo ha più da temere le passioni dei suoi simili che i disastri della natura. Gran doglia andava continuando alla Valtellina il severo procedere dello Strafgericht, che per racconciare la libertà guastava la giustizia: provocava lo sdegno dei nobili col toglierli singolarmente di mira, mentre i popolani (se le fazioni non ne traviavano il senno) si accorgevano che, percossi i capi, rimarrebbero essi alla mercede dei predicanti. Nella Valtellina intanto i Grigioni ogni di più prendevano rigoglio addosso ai Cattolici, e questi dovevano mandar giù e mandar giù; e se dicevano parola di lamento, i padroni si voltavan loro con un viso, quasi i buoni ed i belli fossero essi. Se ti fai a leggere gli scritti di quei giorni, ti apparrà come i signori vivessero timorosi e tremendi, nei sudditi fosse un'ira, un cordoglio, un'affannosa speranza, il silenzio della paura in tutto il paese, l'idea della vendetta in tutti i cuori, e quel sordo rumore dello sdegno di Dio che si appressa.
Sciagura al governo, che intende col terrore comprimere i soggetti mentre potrebbe colla giustizia amicarseli! Tristo a quello, il cui egoismo crede riparar al male coll'acquistare tempo! I perseguitati grigioni e valtellinesi, e quelli che riputavano meglio un onorato ribelle che uno schiavo cittadino, cercando fuor di patria sicurezza, libertà di lagnarsi, speranza di vendicarsi, si davano attorno per introdurre le armi straniere nella valle non solo, ma nei Grigioni. Anche il popolo dal terrore alla pietà, poi allo sdegno passò. E prima parlottar segreto, poi aperte querele, ché nei patimenti sembra consolazione il gridare e lamentarsi, e venire per il più leggero appicco a parole, e tutt'insieme a sassi e coltelli. Avendo voluto i Reti introdurre una chiesa evangelica in Boalzo e Bianzone, s'opposero a tutta lor possa i Cattolici. E per vendetta di Biagio Piatti i Cattolici ammazzarono un evangelico di Tirano, e diedero tal avviso che mal per lui al predicante di Brusio, primizie de' Martiri.(63) Anche al Calandrino, mentre predicava a Mello, una banda s'avventò, e lo ferì a morte. Anzi avendo i predicanti, dopo la pasqua, fatto una solita loro accolta in Tirano, i terrieri in arnese d'armi s'erano rimpiattati al ponte della Tresenda per trucidarli: ma lor ventura volle ne sentissero fama a tempo per ripararsi.
Intanto i Valtellinesi non lasciavano cura per trovare rimedio efficace ai mali sì lungamente pazientati. Dal duca di Feria, nuovo governatore del milanese, e dal Gueffier ambasciadore francese ricevevano subdoli incentivi: trattarono colle Corti d'Austria e di Spagna, ma l'ambigua politica di questa niente lasciava trarre a riva. Il papa, a cui inviarono non una sola volta, li consolava con un mondo di promesse, ma intanto li teneva confortati ad una pazienza, che loro pareva ormai intempestiva. Sopratutto adoperavano i fuorusciti, gente che, nimicissima di chi la proscrisse e nulla avendo a sperare nella quiete, tutto nei tumulti, badando ai suoi odj più che ai comuni interessi, è perpetua autrice di partiti estremi e ruinosi, purché riesca non tanto al proprio trionfo, quanto a danno o a dispetto dell'inimico. Colle consuete esagerazioni costoro gridavano per il mondo l'oppressione della patria loro, e confortavano i Valtellinesi a levarsi una volta per la causa santa, promettendo tener mano con essi.
Poiché ad ogni partito si vuole un rappresentante, un capo, tal fu Giacomo Robustelli di Grossotto, parente dei Planta perseguitati, perseguitato egli stesso, uom d'alto sangue, agiato dei beni di fortuna, d'animo gagliardo e male al servire disposto, e ricco di quell'ambizione che dei sagrifizj altrui sa fare vantaggio proprio. Servendo nell'armi, era da Carlo Emanuele di Savoja stato fatto cavaliere dei ss. Maurizio e Lazzaro, e molt'aura si era tra i suoi acquistato coll'affabilità e splendidezza, sicché parve opportuno centro alle trame per liberare la patria. Ben giungeva all'orecchio dei dominanti come si parasse mal tempo, farsi appresto d'armi e danari per venirne ad una: ma il sangue del Rusca era montato al cielo, grave giudizio stava per avvenirne, e Dio gli inebbriava col calice che manda talvolta a popoli e a principi, il sopore(64).
Ciò faccia saggi i signori della terra, che il pubblico bene, se vuol che il suddito soffra alcuna cosa, vuol a più forte ragione che, chi comanda, paventi stancarne l'obbedienza, schermo d'armi non bastare ove ingiustizie si continuano, e mostrare più ancora dissennatezza che atrocità chi ai lamenti dei popoli risponde "Confido nel mio esercito".
Non intenderà mai la storia chi guardi i passati avvenimenti dalla camera propria, anzi che trasportarsi in mezzo agli uomini, ai costumi, alle opinioni tra cui furono compiti. La tolleranza, questo dolce frutto della civiltà fecondata dal vangelo, per la quale noi consideriamo fratello l'uom di qualunque credenza, e lasciamo a Dio lo scrutare i cuori e punir gli errori dell'intelletto. La tolleranza che nei secoli forbiti si risolve in accidiosa indifferenza tra l'errore e la verità, e fa oggi da molti guardar come buone del pari tutte le religioni purché morali, era affatto estranea a secoli dove le pratiche religiose tenevano il primo posto nella società, dov'era profonda la persuasione che una credenza sola portasse alla salute, le altre alla perdizione. Chi però dice che la tolleranza fosse proclamata dai riformatori, mentisce, e basterebbe a sbugiardirlo questo nostro racconto. Le persecuzioni furono tra essi comuni non meno che tra i Cattolici, altrettanto fiere e più durevoli, e nelle dissensioni religiose di quel secolo si trattava solo qual parte dovesse scannare l'altra; se in Francia i Cattolici trucidare gli Ugonotti o in Inghilterra il contrario.
Anche in Valtellina si ha per costante che i Riformati si fossero giurati a fare un vespro siciliano, e ridurre alla nuova religione la valle, non lasciando razza né generazione dei Cattolici. Questo fatto potrebbe, se non giustificare, scusare almeno l'estremità dei Valtellinesi: ma è egli altrettanto vero, quanto asseverantemente ripetuto? Il Ballarini, il Tuana ed altri scrittori cattolici lo affermano; e che il governatore di Sondrio si fosse lasciato sfuggire di bocca, non andrebbe molto che sarebbero tutti d'una fede. Nelle suppliche sporte dal clero e dal popolo di Valtellina al re cattolico ed al cristianissimo si asserisce questa congiura. Possibile ardissero mentire così sfrontatamente in faccia a quelle corone? Parrebbe anzi che unissero alle suppliche l'atto di quella congiura(65). Ma perché, mentre si conservarono le suppliche perì tal documento? Come, fra tanti fasci di carte, che ad altri ed a me non parve fatica rovistare, questa non si rinvenne? Ben si ragiona di qualche lettera, ed il Bajacca asserisce nel 1619 esserne caduta in mano dei Cattolici una, di non si sa qual predicante, che si leggeva "Dio vi salvi, fratelli. Non potendo la patria conservarsi in altra guisa che col levare di mezzo i dissidenti, si conchiuse che vengano dalle fondamenta tolte la città ed il vescovo di Coira, poi la Rezia tutta per riguardo ai papisti". Ne recitano pure un'altra lunga latina, che suona in questo tenore: "Fratelli, il dado è gittato… usiamo prestezza: non diamo agli avversarii tempo a respirare… I papisti non si devono ridurre alla disperazione se non si possono insieme prendere ed uccidere, poiché spesso la disperazione è causa di vittoria. Mentre dunque il ferro è caldo, battiamo: di poi l'occasione sarà calva: moviam loro liti, molestiamoli citando, disputando, mormorando: calunniamoli, finché lice quanto piace; quelli d'alto ingegno irretiamo colle astuzie: allontaniamo così qualunque pericolo possa alle cervici nostre sovrastare; tronchiamo le più alte: prima il vescovo, gli abati, i prelati, i ministri avversi prendiamo, poi gli ispanizzanti; rissiamo gli altri fra loro affinché si consumino: questi cacciamo, quelli abbattiamo: se non taglieremo, saremo tagliati: oppressi quelli, nulla è a temere… E ch'io lo dica in una parola: coll'esilio e la morte di 300 uomini saremo sicuri".
Fin qui la lettera. Ora ti par questo l'ordinamento d'una congiura! O non anzi il gridare, concediam pure d'un fanatico, ma che non fa che gettare in mezzo un suo pensamento? Mi dirai che parlar oscuro si suole in cose di tanto rilievo; ma od egli non temeva che la lettera cadesse sott'occhio cattolico, e diceva poco; o sì, e diceva troppo. Chi poi vergò quella lettera? donde? quando? a chi?(66) Manca ogni data, ogni autenticazione. Come poi cadde in mano ai Cattolici? Miracolosamente, vi dicono: risposta vaga, che cresce le dubbiezze. E se considero come pochi fossero i Riformati a petto dei Cattolici, come fra questi ne fossero di baldanzosi, che, quantunque sbanditi, vivevano in patria fidando nei satelliti e nel proprio braccio, tanto da ardire fino insultare i magistrati, sempre più scemo fede a questa congiura, e vengo a crederla uno spediente, che il secolo nostro non ignorò. Accusare la parte che soccombette, coprendo l'atrocità colla calunnia e ammantando di difesa il misfatto.
Ma nulla più facile che ottener credenza perfino all'assurdo in mezzo al turbinio dei partiti, cui primo effetto è annichilare il buon senso. Vi si diede dunque retta. Le apparenze si recavano a realtà, i veri mali s'invelenivano, si fingevano dei non veri, e quelli e questi aumentavano l'accanimento. Era quello un tempo di rivoluzioni. La Francia, dopo il macello della famosa notte di san Bartolomeo che molti guardarono come generosa vendicazione di libertà nel credere, si era agitata fra guerre terribili, che appena allora avevano posa. L'Olanda si scoteva sanguinosamente dal giogo della Spagna in nome della religione. In nome di questa la Boemia rompeva guerra all'imperatore. Tutta Germania era in tumulto per quella che poi si chiamò guerra dei Trent'anni. Quanto valga l'esempio nelle rivolte non fa mestieri ch'io lo dica; né dovette essere allora inefficace a persuadere i Valtellinesi a procacciare con mano forte ai casi loro.
Il cavaliere Robustelli accozzò nella propria casa a Grossotto alcuni Valtellinesi di maggior recapito e di spiriti più vivi e con parole da quel dicitore felice che egli era, discorse i danni ed i pericoli della patria e della religione. Qui gran disparere. Chi esortava ancora a pazienza: come si tollerano le brine ed i rovesci del tempo, doversi tollerare la mala signoria. Esservi altri legali mezzi a sperimentare, i subugli alla fine non far bene che ai tristi. Essi, che fin qui potevano mostrare la ragione, non volessero gittarsi al torto col soverchio avventurarsi, colle rivolte, esperimento pericoloso quanto la trasfusione del sangue, non s'ottiene che di cangiar padrone, forse di ribadir le catene, certo di perdere l'inestimabile dono della pace. I moti popolari, facili ad eccitarsi, difficili a mantenersi. A parole tutti esser buoni, ma al fatto si sente che altro è immaginare, altro è soffrire, quando, raffreddo il primo bollore, si conosce di non aver altro che aperto un varco di pianto in pianto e d'un male in un peggio. Così dicevano quelli cui pare che la perseveranza conduca ben più innanzi che non l'impeto; e che disposti a non transiger mai colla prepotenza confidano fiaccarla colla sofferenza attiva, persone che il secolo nostro condanna col titolo di moderati.
Ma uom deliberato non vuol consiglio. E i più ai quali pareva lodevole il far libera la patria od utile il comandarla o santo il purgarla dalla eresia, sordi ad ogni voce di moderazione, per bocca del Robustelli esclamavano essersi sofferto assai: dallo star pazientando qual buona mercede ce ne venne? I timidi consigli ci fecero disprezzati, i gagliardi ci faranno rispettati. Chi non comincia non finisce. Dai padri nostri ne fu lasciata una patria da amare, un patrimonio da difendere, il dovere di conservare le leggi da loro promulgate. E la patria ed i beni e le leggi e, che più conta, la religione ci hanno codesti stranieri tolto o contaminato. Chetare le speranze in Dio? Quest'è lodevole quando cresca stimolo alle forze, non quando sia pretesto a cessar dalle opere. Una misera pace ben si muta anche colla guerra. Cento mila Cattolici, quanti ne abitano dalle fonti del Liro a quelle dell'Adda, elevano un voto solo: cento milioni di Cattolici in tutta Europa aspettano da noi esempio, e ci preparano applausi e soccorsi. Noi dunque concorde volere, noi sdegno generoso, noi magnanime speranze, noi armi giuste perché necessarie, formidabili perché impugnate per la patria e per gli altari. Il papa ci benedice, Spagna ci appoggia, la discordia dei Grigioni ci favorisce. Se l'occasione fugga, chi più la raggiungerà? Chi non vuole quando può, non può quando vuole. Torna meglio morire una volta che tremar sempre la morte. Cadremo colle armi alla mano? Il mondo ci compassionerà, ci ammirerà come martiri, come eroi. Sopravviveremo alla ben condotta impresa? Quanto sarà dolce nei tardi nostri anni dire ai figli ed a chi nascerà da loro: "Noi pugnammo per la patria e per la fede: se liberi, se cattolici voi siete è merito nostro".
Applausi non mancano mai a chi parla alle passioni più che alla ragione, e non tardarono ad entrar tutti nel parere più violento. Si faceva grande appoggio sulle armi e sui maneggi dei Planta, si sperava dai Cantoni cattolici; "Ribellione (diceva il capitano Guicciardi) si chiama il macchinare e non compiere l'impresa". "Non mancheranno ragioni (esclamava Anton Maria Paravicini) se non mancherà la forza di sostenerle". "Tolgo sopra di me (soggiungeva il valente giureconsulto Francesco Schenardi), il mostrare al mondo che abbiamo diritto d'esser liberi ed indipendenti".
Ma come operare il gran fatto? Levarsi in arme, proponevano alcuni: intimare ai Grigioni di partirsi, ai nostrali di convertirsi alla fede; dar mano agli ispazzinanti della Rezia per abbattere la parte ereticale, e chiusi nei propri monti, respingere le armi che venissero per soggiogarli. Ma "No no (gridava il dottor Vincenzo Venosta), non è più tempo di mezzi consigli. Le ingiurie contro i principi non si cominciano per farsi a mezzo: chi trae contro i padroni la spada, getti il fodero, né ponga speranza che nel proprio valore. Or che clemenza? che discorrere di diritto e non diritto, di pietoso o di crudele, quando si tratta di salvare la patria e la religione? Non sono costoro che uccisero Biagio Piatti ed il santo arciprete Nicolò? Che chiesero a morte i migliori di noi? Che congiurarono per iscannarci tutti inermi? Volti Iddio sovr'essi il loro consiglio, e si scannino fino ad uno quanti eretici dannati al demonio vivono in mezzo all'ovile di Cristo. Se noi li uccidiamo, se ne parlerà alcun tempo, indi scaderà fin la memoria loro: se vivi li lasciamo, continueranno a darsi attorno, cercando a noi nemici, a sé vendetta. Gusti il popolo la voluttà del sangue, e sia suggello al voto di eterna nimistà con questi esecrati padroni". Quel caldo parlare vinse i ritrosi pareri, e fece precipitare la bilancia dei consigli esagerati. Onde, accesi tutti in gran volontà di un passo terminativo, serrandosi le mani con quella potenza che è data dall'accordo delle volontà, giurarono ridurre le vendette ad un colpo e fare a pezzi quanti eretici natii o stranieri, fossero nella valle. E senza punto frammettere, venne spedito il capitano Giovanni Guicciardi di Ponte per amicare il cardinale Federico Borromeo, il duca di Feria e gli altri magnati del governo milanese. Nel che riuscito a poca fatica, ed avutone anzi 3000 doppie,(67) assoldò esuli e gente d'ogni sorta pel primo sforzo di liberare la patria.
Non crederete che, fra tanti complici, questi trattati passassero nascosti ai Grigioni: ma dagli interni tumulti occupati rimessamente provvedevano, mentre i Valtellinesi per questo appunto acceleravano vieppiù. E già avevano composto che il 19 luglio, mentre gli Evangelici erano assembrati alla predica festiva, dovessero assalirli e trucidarli nel punto stesso, truppe milanesi entrerebbero nella valle. I Planta dal Tirolo, il Giojero, già podestà dì Morbegno, dalla Mesolcina, piomberebbero sopra la Rezia. Tutti quei concerti insomma che al tavolino pajono immancabili, e all'atto svaniscono, lasciando chi vi credette in faccia alla nuda realtà. Disajutò gravemente quest'ordine esso Giojero, che ai 13 di quel mese valicò il San Bernardino, e sceso in val di Reno, difilò sovra Coira, presumendo con un avventato colpo dare buon cominciamento all'impresa: ma dai Grigioni respinto, sperperata quella sua marmaglia, fu mandato in fumo il tentativo.
Né però i congiurati fecero come sbigottiti e vinti al primo colpo fallito: anzi tenevano pronto armi, munizioni e bravi per un terribile domani. Ma di rado van piane queste pratiche. Il capitano Giammaria Paravicini di Ardenno, cancelliere generale ed uno dei più vivi in tale faccenda, dando nome di dover accudire a certi suoi poderi in Vacallo, terra nei baliaggi svizzeri, si era messo colà per far còlta di gente, con cui doveva, appena cominciata la strage, mozzare le strade del chiavennasco perché di là non venissero Grigioni in soccorso. Ora non so qual urgentissimo negozio lo chiamò di tutta prontezza a Milano, donde fece inteso a Giovanni Guicciardi come per ciò fosse mestieri dare al fatto l'indugio di otto giorni, finché spedito egli si fosse dagli affari per cui era partito. Quanto se ne turbasse il Guicciardi lascio a voi pensarlo, ben sapendo di qual momento sia un'ora sola nelle crisi d'un popolo come d'un malato. Spedì dunque per il Robustelli, che da Grossotto a Tirano in diligenza venuto, nella tinaja del podestà Francesco Venosta unitisi molto alle strette, si consultarono su qual partito fosse a pigliare al caso. Per evidenti segni appariva il loro consiglio essere trapelato ai Grigioni o per ispioni, genia non mai scarsa, o per qualche parola mal avvisata, o per quei piccoli segni che si notano quando si ha niente indizio d'una pratica. Onde, vigili in loro terrore, si erano recati in miglior guardia, avevano raddomandate dai Valtellinesi le chiavi di tutte le pubbliche fortificazioni ed armerie, rifrustavano con rigore alcune case, avevano posto su ciascun campanile chi, ad ogni primo rumore, toccasse a stormo, proibito l'uscir dalla valle e fin lo spedire lettere, tenuti ben d'occhio i caporioni, disposta una tela di cagnotti che ronzassero alle frontiere.
E appunto in queste guardie cadde un corriere, spacciato a posta con lettere dal Robustelli al Paravicini. Ciò sapevano i congiurati, ignorando però come il corriere fosse stato destro abbastanza, da gettare nell'Adda i dispacci, che avrebbero messa in luce la trama.
In così terribile intradue che fare? Fuggire, proponeva il Guicciardi, mentre lo scampare era a tempo, e serbarsi a migliore opportunità. Ma dissentivano fermamente gli altri due: essersi ormai là, dove se andasse al contrario avevano giocata ogni speranza. Già era in forza dei padroni un dei loro complici, che al domani doveva esaminarsi alla corda: e se i tormenti gli strappassero la verità? Poi se anche riuscisse a loro di fuggire, che ne sarebbe dei tanti, che per confidenza avevano preso parte con loro? Che della patria, abbandonata ad un offeso padrone? Già sono in punto d'armi molti satelliti, già il Paravicini mandò un gomitolo di 40 uomini i quali, dato che siano scarsi di numero, basteranno poco o assai a coprire il terziere inferiore. I momenti che il vile usa a fuggire, il prode gli adopra al vincere. Si tolga dunque ogni indugio al fatto, usando quell'audacia che padroneggia gli eventi.
Neppur tanto bisognava perché anche l'altro scendesse nel loro parere: onde navigando perduti, vinse il partito di dar corpo al feroce disegno, se ne andasse quel che volesse. Le terre superiori non erano da verun accattolico abitate, né i Bormiesi avevano di che lagnarsi dei Grigioni(68). Doveva dunque la strage cominciarsi a Tirano, ove aggregati i manigoldi in casa del Venosta, coll'avidità del fanatismo già pareva loro mill'anni d'essere al sangue. Appena si oscurò quella notte, trista per cielo perverso, più trista per i disegni che vi dovevano maturare, sono fuori, altri a guardare le vie perché non esca fama del fatto, altri a serragliare la strada di Poschiavo, altri a collocarsi opportuni. Poi in un sogno pieno di fantasmi e di paure, quale scorre fra il concepire d'una terribile impresa ed il compirlo, stettero aspettando l'ora pregna di tanto dubbio avvenire, con quel gelo di cuore, con quell'indicibile sospensione d'animo, che non conosce se non chi la provò. Là sul biancheggiare dell'alba quattro archibugiate danno il segno convenuto, le campane suonano a popolo, compunti il cuore di paura, balzano dal sonno i quieti abitanti, ma come all'uscire ascoltano gridare 'ammazza ammazza', e vedono darsi addosso ai Riformati, tutti sentono il perché di quell'accorruomo. Ogni cosa è un gridare, un fuggire, un dar di piglio all'armi, chi per difesa, chi per offesa, e piombare sovra i nemici, e difendentisi invano, gridanti a Dio mercé della vita e dell'anima, tra le braccia delle care donne che ponevano i bambini a pié dei sicarj per ammansarli, e tra i singulti degli innocenti figliuoli, nelle case, per le strade, sui tetti, trucidarli. Il cancelliere Lazzaroni, valtellinese riformato, fuggì ignudo su per li tetti, e s'occultò in luogo schifo; ma additato da una donna, fu finito, e con lui un cognato suo cattolico, che gli aveva dato mano al camparsi. Il pretore Giovanni di Capaul si rendette alla misericordia dei sollevati, ed i sollevati l'uccisero. Trascinarono nell'Adda il pretore di Teglio. Al cancelliere Giovan Andrea Cattaneo non valse il farsi scudo del petto di una sposa, che pur era cugina del Robustelli e del Venosta. Non al Salis vicario della valle ed al cancelliere suo il fuggire a franchigia nella casa del capitano Omodei, leale cattolico aborrente di quelle estremità. Al ministro Basso fu tronca la testa e posta, fra barbari dileggi, sul pulpito da cui soleva predicare. Ben sessanta vennero in diversa foggia scannati, fra cui tre donne, e le altre ed i fanciulli perdonati se abbracciassero la cattolica fede. II Robustelli, entrato a Brusio in val di Poschiavo, schioppettò un trenta persone, poi mise fuoco al paese. Falò, diceva egli, per la ricuperata libertà di religione.
Che premeva a costoro? Che difendevano essi? La religione di Cristo? No, se ne falsavano il primo precetto, il supremo distintivo, amare. Era abitudine di antichi riti, era quel furore che accompagna le fazioni, era zelo iniquamente incitato da fanatici capi, che predicavano questi orrori nel nome del Dio della pace, a sostegno di una religione, che deve essere propagata con armi incolpate, colla santità degli esempj, coll'efficacia della parola e della grazia.
Guai se la plebe comincia a gustare il sangue! È un ubbriaco, che più beve, più desidera il vino. "Ripurgato così (uso le parole del Quadrio) dalla eretica peste Tirano e le sue vicinanze", si spedirono a Teglio uomini vestiti di rosso, che annunziassero il felice incammino dato all'impresa. All'avviso, i Besta corrono coi manigoldi addosso alla chiesa degli Evangelici e prima li prendono a tiri di scaglia dalle finestre, poi, atterrate le porte, a coltella li sgozzano. Diciannove rifuggirono nel campanile, e gli insorgenti, messovi fuoco, li soffocarono. D'ogni sesso, d'ogni età, fin settanta ne uccisero, fin un cattolico, Bonomo de Bonomi, perché non prendeva parte all'esecrando atto. Fin te, povera Margherita di quattordici anni, che, colla viva eloquenza d'una giovinezza innocente, opponevi il capo alle ferite dirette al sessagenario tuo padre Gaudenzio Guicciardi.
Intanto Giovanni Guicciardi levava a strage i paesi da Ponte in giù e la val Malenco e drizzava i sollevati con forte mano sopra Sondrio, sede del magistrato supremo della valle. Al governatore di colà l'usata moderazione giovò per ottenere che colla famiglia riparasse in patria. Settanta altri, di viva forza apertosi il passo tra gli assassini, fidati nella disperazione, si salvarono per Malenco nell'Engadina, e si sparsero a Zurigo, a Ginevra, a Sangallo. Toltì questi pochi, la plebe, gridando Viva la fede romana, saccheggiò le case, e fece orribile guazzo di sangue. Si figuri a cui regge l'animo l'orrore di quel giorno, quando ben cenquaranta furono trucidati, ed un Agostino Tassella, coll'insensata gioja del delitto, come di bellissima prodezza andava trionfante d'averne egli solo mandati diciotto a casa del diavolo; e un tal Cagnone si vantava pronto a trafiggere anche Cristo; e la ciurmaglia, stanca ma non satolla, facendo insane gavazze in Campello, gridava: ecco la vendetta del santo arciprete.
A Bartolommeo Porretto di Berbenno fu scritto l'ordine dell'uccisione, ma il buon uomo mostrò la lettera ai Riformati. Qual ebbe merito la sua virtù? Un furibondo Cattaneo trucidò lui e due altri cattolici: esordio alla strage dei calvinisti di colà.
La fama precorsa aveva intanto fatto agio a molti delle squadre inferiori di cansarsi. Ma quando i satelliti, messi alla posta sulle frontiere, ebbero sentore della sommossa, precipitarono a Morbegno per pigliar parte all'impresa gloriosa dei fratelli. Alcuni calvinisti, assicurati di salute sulla pubblica parola, furono richiamati, e poi crudelmente ed iniquamente ammazzati. I predicanti Bortolo Marlianici, G. B. Mallery di Anversa, M. A. Alba furono uccisi. L'Alessio campò con Giorgio Jenatz predicante di Berbenno ed altri. Francesco Carlini frate apostato e predicatore calvinista, fu mandato all'inquisizione, ove abjurò. Paola Beretta, monaca apostata, inviata anch'essa a quel tribunale, resistette, e fu arsa viva.
Andrea Paravicini da Caspano, preso dopo molti giorni, fu messo fra due cataste di legna e minacciato del fuoco se non abjurasse: durando costante, fu arso vivo. E si videro spiriti celesti aleggiargli intorno a raccoglierne lo spirito. Né fu questo il solo prodigio, onde le due parti pretesero che il Cielo ad evidenti segni mostrasse a ciascuna il suo favore.
Ignobili affetti presero il velo della religione, e coll'eterna iracondia del povero contro il ricco, contadini e servi piombarono sui loro padroni, i debitori su cui dovevano, i drudi sui cauti mariti. Molte donne, ancora e nella florida e nella cadente età andarono a fil di spada: Anna Fogaroli, Pierina Paravicini, Caterina Gualteria, Lucrezia Lavizzari scannate: Cristina Ambria, moglie di Vincenzo Bruni, e Maddalena Merli precipitate dal ponte del Boffetto. Ben venti nel solo Sondrio(69). Anna di Liba vicentina di sette lustri con un bambolo alla mammella, perché ritrosa a rinnegare la fede che aveva abbracciata col marito Antonello Crotti di Schio, venne in quattro trinciata. Costanzina di Brescia, giovinetta di viva bellezza, era troppo piaciuta ad un giovinastro, che chiestala invano d'amore, covò la vendetta sino a quel giorno quando di sua mano le passò la gola. Caterina si era ad onta dei fratelli, sposata in un Marlianici protestante, ed i fratelli si piacquero sfracellare il cognato, e balzare nell'Adda la miserabile che lo piangeva.
Poi per molti giorni, come bracchi entrati sulla traccia, si mettevano fuori all'inchiesta i villani con forche e picche e moschetti e crocifissi tutto insieme, facendo gesti e schiamazzi, ridicoli se non fossero stati tremendi. Le selve si mutarono in armi. I coltelli delle chete mense, le benefiche falci erano travolte al misfatto. Nelle caverne, disputate ai lupi e agli orsi, si trucidavano freddamente i latitanti. Quali perirono di fame. Tratto tratto uno sparo annunziava un nuovo assassinio. Non v'è così solitaria valle, ove tu non possa dire: qui fu versato sangue. Non eco di quei taciti poggi, che non abbia ripercosso ì miserabili lai di moribondi. E fortunato chi moriva di primo colpo, senza vedersi scannate innanzi le persone care, senza bevere a sorsi una morte disperata, straziati a membro a membro, coi visceri divelti, col corpo spaccato dalla polvere accesa nella gola… Vien meno la virtù della favella a descrivere quell'orribile arte di strazio. Deh quante vedove fece quel giorno! Quanti orfani! Quanti nodi d'amore barbaramente troncati!
Che più? Fanatici frati, sacerdoti del Dio che perdona, aizzavano la moltitudine, quasi non credessero poter essere zelanti senz'essere feroci. Battista Novaglia a Villa tre di sua mano ne scannò; frate Ignazio da Gandino venne a posta da Edolo; l'arciprete Paravicini inanimava i suoi Sondriesi a tuffarsi nella strage dei fratelli; il Piatti, curato di Teglio, attaccò il dottor Federici di Valcamonica, e fatto il segno della croce quale portava nella mano sinistra e una spada nella destra, ammazzò detto dottor Calvino con altri seguaci; il domenicano Alberto Pandolfi da Soncino, parroco delle Fusine, con uno spadone a due mani guidava il suo gregge a trucidare i fratelli di quel Cristo, che aveva detto: Non ucciderai. Il Sacro Macello e allora e poi fu lodato come santo e generoso da storici, da principi e da papi(70). Ma al secolo mio, al secolo che pure macchiò le mani di sangue e di che sangue, e di quanto, io non ardirò domandare se possa lodarsi quella impresa: domanderò solo se possa scusarsi. Grave è l'oppressione dei reggitori, cara la religione in cui si nacque, siano vere le vessazioni tutte, finanche la congiura: ma era d'uopo scannare i nemici? Avvisati del pericolo, non bastava provvedere alla difesa? E volendo pur togliersi di suggezione, non si poteva intimare ai Riformati che abbandonassero quella terra? Intimarlo con quella potente concordia, a cui nulla possono negare gl'imperanti? Che dirà il lettore quando saprà che dei 600 uccisi (l'appunto non si può dire essendo chi li scema e chi d'assai li cresce) poche decine erano Grigioni, gli altri indigeni o rifuggiti d'Italia? Ma l'età si era rifatta barbara. Sull'Italia, la prima svegliata, tornava la notte dei mezzi tempi, e ve l'addensavano gli stranieri suoi dominatori. Poi di tempo in tempo si getta fra i popoli un furore, simile alle epidemie, durante il quale ogni riparo di ragione, ogni consiglio di prudenza esce indarno. Quasi per una adamantina fatalità, bisogna che si compia il reato, che si colmi la misura, per lasciare poi ai popoli il pentimento quando dalla colpa e dal delirio vedono germogliare inevitabili la miseria, l'oppressione, il tristo disinganno e il tardivo pentimento.