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Il Sacro Macello Di Valtellina cover

Il Sacro Macello Di Valtellina

Chapter 8: FINE
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About This Book

This work examines the religious turmoil in Valtellina during the 17th century, highlighting the conflicts between Catholics and Protestants amid broader nationalistic issues. It discusses the spread of Reformation ideas from figures like Luther and Calvin, the Catholic Church's responses, and the socio-political dynamics that led to the region's strife. Key events include the persecution of Protestants, the establishment of Catholic authority, and the eventual independence of Valtellina, which faced invasions and political maneuvering from various powers. The narrative intertwines religious doctrine with the struggles for autonomy, illustrating the complex interplay of faith and governance during this tumultuous period.

CAPO V

La Valtellina indipendente—Invasa dai Grigioni—Politica delle potenze—Battaglia di Tirano—Governo della Valtellina—La Valtellina resa ai Grigioni—Lamenti—Il trattato di Milano è cassato I Grigioni espulsi dalla Valtellina—Invasi dagli stranieri—Riconoscono l'indipendenza della valle—Ne spiace alle potenze—Ambagi diplomatiche—La valle consegnata ai Papalini—Occupata dai Francesi—Trattato di Monson.

Il primo respiro da una lunga oppressura sembra un trionfo per i popoli, e facilmente si persuadono che la felicità d'una subitanea riuscita sia tutto merito proprio, e rimanga compiuta l'opera, mentre appena fu incominciata. Ma a vincere basta talvolta l'impeto, a conservare ed ordinare la vittoria si richiedono senno, concordia, abnegazione, virtù rare in ogni tempo. E quella perseveranza che è il più difficile eroismo. Quante rivoluzioni felicemente iniziate, non vedemmo noi o fallire il momento dopo per inettitudine degli uomini, o riuscire a meschinissimi effetti per l'accorto aspettare dei nemici, e per la improvvida fiducia dei trionfanti?

Quelle gioje così vivaci e così spesso fuggevoli, furono gustate allora dai Valtellinesi, i quali, dichiaratisi indipendenti, scancellate le impronte della retica dominazione si diedero un governo provvisorio, e cominciarono a far decreti. Presero al fisco i beni dei Grigioni, restituirono la patria agli sbanditi, i possessi alle chiese. Chiamarono frati a predicare e confessare, accettarono il calendario gregoriano, la bolla in Coena Domini, il concilio di Trento. Invitarono il vescovo a far la visita, stabilirono l'inquisizione contro gli eretici, levarono il seminario acattolico, indi, con larghe proferte, trassero dalla loro i Bormiesi. Più allora che mai saria convenuto a questi osservare quel loro statuto de comunione non habenda cum Valle Tellina, ma i politici, sperando che i passi delle regie truppe, quasi al tocco d'un Mida, convertirebbero in oro perfino le rupi, e i devoti per essere quella santa rivoluzione a Dio dedicata,(71) indussero i Bormiesi a prendere quel che chiamavasi il partito santo, il partito di Dio.

I Valtellinesi, in generale ragunata, sortirono al grado di capitano generale della valle, e governatore, Giacomo Robustelli, con 200 scudi il mese "per aver cominciato l'impresa di nostra libertà con sue gravi spese e danno", suo luogotenente il Guicciardi. Sentendo il vicino pericolo, sfondarono i ponti, bastionarono paesi, si rassodarono di uomini, armi, danaro, nervi della guerra. Mandarono ambasciatori a quanti erano di momento in quell'affare, ai Cantoni svizzeri, al nunzio apostolico in Lucerna, al papa, all'arciduca Leopoldo d'Austria, e lettere particolari di gran calore a tutti i popoli cattolici, dando pieno conto del fatto loro per loro giustificazione(72). Anche ad Andrea Paruta, generale veneto di terraferma, spedirono per sincerarlo ed imbonirlo: ma furono accolti a dir poco, freddamente. E Venezia, salda coi Grigioni e malvolta verso i sollevati, richiamò dalla Valtellina tutti i suoi sudditi, e allestì di armi il confine. E in generale s'aveva poca simpatia per assassini, e spiaceva la prevalenza che Spagna veniva ad acquistare.

Che il governatore di Milano avesse notizia della meditata sollevazione, non si può dubitarne. E come altri ai dì nostri, avrà accarezzato il tentativo con quelle parole che non legano il forte, eppur dal debole sono accettate per promesse. Sciagurati i popoli al momento che su quelle debbono contare. S'appoggiarono a una canna, e questa si ruppe e straziò loro la mano. E i popoli invece di confessare d'essersi ingannati, incolpano altrui e gridano all'inganno e al tradimento.

I Valtellinesi più sempre tenevano raccomandati al duca di Feria i soccorsi che dicevano promessi. Ma questi stava colle mani giunte, o temesse far manifesto d'aver sin da prima intesa coi Valtellinesi, o volesse attendere finché con qualche bel fatto avessero dato segno di valore, prova di fermezza, speranza di esito prospero, e mostrato se dovesse il mondo chiamarli ribelli od eroi.

Il successo era stato in questo mezzo udito gravissimamente dai Grigioni in Chiavenna, i quali in grosso numero trovandosi, ebbero tempo di pararsi in difesa, steccare gli accessi, farsi prestare dai Chiavennaschi giuramento di durare in fede. Ond'è che quella parte rimase immacolata di sangue. Il governo grigione poi, avutone avviso, si affrettò a far piangere amaro il fatto ai Valtellinesi, e a ciò chiese l'aiuto dei confederati. La lega grigia era quasi tutta cattolica, e impediva i provvedimenti contrari ai propri fratelli di religione. Talché rifiutò le armi, e solo la lega Cadea e le Dritture si ordinarono a vendetta e, sotto Giovanni Guller ed Ulisse Salis, 3000 uomini spedirono per lo Spluga a Chiavenna, e per Chiavenna in Valtellina. Il Robustelli e gli altri capi volevano mostrarsi degni del primo posto coll'adoprar vivamente a raccogliere difensori, sperando che l'ardore adoprato nella subitanea sommossa durerebbe alla lunga difesa. Ma pericolosa e inutile è quella che si fa tumultuariamente e senza ordine, e il popolo precipitoso, sconsiderato, che piglia l'armi in fretta, in fretta le gitta. I Grigioni, o schivando, oppure valorosamente superando le opposizioni, grossi ed impetuosi investirono Traona, occuparono il ponte di Ganda, e varcato su quello l'Adda, voltarono difilato sopra Sondrio, dove altri giungevano da Val Malenco. Sondrio, abbandonata di soccorsi e imperfetta di mure, non potea, non che una regolare oppugnazione, neppur reggere una battaglia di mano. Onde i cittadini, credendo, come si fa delle male nuove, ogni cosa peggio del vero, e ripieni di presentimenti funesti per vedute meteore, determinarono abbandonarla, ricovrandosi ad Albosaggia, terra montuosa sulla sinistra dell'Adda, ove potrebbero ancora difendersi col fiume e coi ridossi. Miserabile spettacolo, vedere le lunghe file degli abitanti con infinito sbattito d'animo, seco trascinare quel che di più caro avevano, e piangere e desolarsi. E l'affetto di quelli che dovevano abbandonare gli infermi e i vecchi, e le povere monache di San Lorenzo, uscite dall'asilo ove si erano ripromessa pace perpetua, venire, alla guida dell'arciprete Paravicini,(73) attraverso ai monti per ricovrarsi a Como. Entrarono i Grigioni in Sondrio, uccisero due infermi trovati, e n'ebbero i mirallegro da alcune donne salvatesi col fingersi cattoliche, e le quali ora gettavano ai loro piedi i rosarj e gli scapolari di che s'erano fatto scudo.

Ho sempre creduto il più inutile uffizio della storia il divisare per minuto i casi delle guerre. Tanto, mutati i nomi, è uniforme questa scienza dei figli di Caino. Da per tutto invasioni e fughe, incendj di paesi, racquisti, vittorie, sconfitte alterne, sangue, lacrime, terrore, desolazioni d'ogni parte. Stando ai sommi capi delle cose, dirò come il Feria, veduto che ai Grigioni davano soccorso ed i Cantoni protestanti e la Repubblica di Venezia, mandò giù la visiera, gravò il Milanese in 900.000 lire, ottenne che Madrid dichiarasse la valle sotto la protezione reale, e bandì inimicizia e guerra ai Riformati. Aggiungeva legna al fuoco Paolo V papa, che offrì 80.000 scudi d'oro, bramoso di mettere una barriera all'eresia. Si udirono i predicatori in Milano esortare i fedeli all'impresa, che denotavano col titolo, così spesso e stranamente abusato, di crociata.

Tutta Europa si mise in ragionamenti di politica per quell'angolo d'Italia, piccolo sì, ma che, per la sua postura, faceva gola a troppi potentati. Imperocché la Valtellina, come dicemmo, dall'estremo occidentale tocca il Milanese, dall'opposto il Tirolo; gli altri due lati confinano coi Veneziani e coi Grigioni; ed è noto che allora un ramo austriaco imperava in Germania, un altro nella Spagna, nel Nuovo Mondo e in tanta parte d'Asia. Immensi possessi, tra cui andavano perduti il Milanese e il Napoletano. Cadeva la Valtellina alla Spagna? Ecco aperto e spedito un passo, onde tragittare qualunque esercito dalla Germania in Italia, volessero o no gli Svizzeri ed i Grigioni. Che se in tal modo si fossero dato mano i domini austriaci dalla Rezia fino alla Dalmazia, avrebber tolto in mezzo la Venezia e gli altri Stati Italiani, impedendo a questi i soccorsi esterni, e divenendo arbitri della Penisola. Veniva poi il papa, sperando in quel torbido pescare grandezza alla Chiesa od ai nipoti; veniva la Francia ingelosita della baldanzosa potenza austriaca, come la chiamava il Richelieu. Dall'altra parte i Riformati della Rezia, di Svizzera, di Germania, d'Olanda, fin d'Inghilterra, sostenevano, per interesse di religione, gli antichi dominatori: i predicanti, in ogni paese, narravano ed esageravano l'assassinio, chiedendone vendetta, a nome non solo della fede, ma dell'umanità. Non è dunque meraviglia, dice il Capriata, se, come per la bella Elena i Greci ed i Trojani, così per la Valtellina i principi, con tutto lo sforzo dell'imperio e dell'autorità, si travagliassero.

I Valtellinesi come seppero che il re cattolico li aveva presi sotto la sua protezione, alzarono bandiera spagnuola, se non disciplinati, certo arditi all'opera, e mentre alcune truppe del Feria passavano nella Geradadda, per fare una diversione ai Veneziani, altre salirono nella valle, rammezzarono ai nemici la marcia, difesero Morbegno, ripresero il ponte di Ganda, e don Girolamo Pimentello, generale della cavalleria milanese, munì i passi, occupò la riva di Chiavenna, talché i Grigioni dovettero ripassare le Alpi retiche. Non già per restare dalle offese, ma per rinfocarle. Imperocché, accresciuti dall'oro veneziano e dai soldati svizzeri, piegando su per il lungo dell'Engadina riuscirono, per la valle di Pedenosso, a sboccare sopra Bormio in numero di 7.500, e chi dice fin di 12.000(74) soldati. Avevano mandato innanzi Giovanni Scinken cancelliere di Zug, persona di gran ricapito, a cercare i passi dai Bormiesi. Ma alcuni, còltolo fra le gole, lo scannarono e seppellirono con obbrobrio. Fu olio a fiamma: i Grigioni, più inacerbiti, piombarono sul paese, ed unendo cupidigia e crudeltà al fanatismo religioso, si piacevano profanare quanto i Cattolici avevano in venerazione, nella marcia vestire piviali, tunicelle e cotte, sfregiare e bersagliare le imagini devote, illaidire i lavacri battesimali ed il sacro pane, coi crismi ungersi gli stivali, mutilare sacerdoti, menar danze nelle chiese al profanato suono degli organi, usare a desco i calici e le patene: empietà che, per gli animi commossi, non potevano succedere senza sangue.

Incontro a loro si erano mossi i Valtellinesi e gli Spagnuoli col Pimentello, traendo anche le artiglierie del forte di Fuentes. Varie incomposte avvisaglie dapprima: poi grossa e brava battaglia si fece a Tirano, ove ben otto ore durò un tremendo menar di mani, finché i Valtellinesi ebbero la migliore. Oltre 2.000 fra Grigioni ed ajuti si dissero periti chi di ferro, chi nell'Adda, fra i quali il colonnello Florio Sprecher. Il prode Nicola da Myler, capo degli ausiliarj bernesi, in sul partire per la guerra, toccando i bicchieri coi suoi amici, aveva promesso di riportar loro tante chierche di papisti, quante anella contava una lunga catena d'oro, che gli pendeva dal collo. Ucciso lui, quella catena fu mandata in dono e trofeo al governatore Feria. Cinquanta Spagnuoli si divisero le spoglie di Bormio e 30.000 ducati della cassa militare. Memorabile vittoria, la quale, anzichè al valor confidente di chi combatte per la patria e per la religione, il popolo devoto volle ascrivere a prodigio del Dio degli eserciti, asserendo che la versatile statua dell'arcangelo Michele, posta sul pinacolo del santuario della Madonna, per quanto durò la pugna, si tenesse rivolta, benché contrario spirasse il vento, contro ai Grigioni, vibrando minacciosamente la spada. Il Feria fece stampare tal prodigio, e lo mandò a Madrid, insieme con una imagine dei ss. Gervaso e Protaso, che sulla facciata della chiesa di Bormio, fatta bersaglio delle fucilate, ne era rimasta illesa.

I Grigioni più che di passo ripiegarono verso Bormio, indi in patria: avendo prima con insoliti ed aspri consigli irritato i loro soggetti, poi con armi insufficienti mostrato incapacità di ritornarli alla rotta pazienza. I Valtellinesi sbarrarono quel calle con una fitta muraglia. Altre ne eressero a Tirano, a Sondrio, a Morbegno e gli Spagnuoli rimasero a tutela.

Ma tutela migliore fu il mettersi della vernata, che chiuse di nevi e ghiacci tutti i passi. Onde, sostando il pericolo, la Valtellina, come libera di sé, in universale assemblea, si recò in mano tutta l'autorità del governo, nominò i magistrati e pose fra i primi un rappresentante del ducato di Milano. Rese le monache ai conventi, riconsacrò le chiese, disperse le ossa degli eretici, promise di tutto soffrire, anziché tornare alla distrutta dominazione; ed entrò in quel secondo stadio delle insurrezioni, dove gl'intriganti sottentrano ai convinti.

Mentre l'inverno quetava la guerra delle armi, risvegliava una guerra di penne fra i gabinetti, agitandosi il destino della valle da politici, da giureconsulti, da teologi e da quei tanti che ponevano in campo ragioni sopra di essa. Né dormiva la Valtellina, mandando al papa, ai re, alle repubbliche, affinché la conservassero indipendente. Più che i soccorsi e la diplomazia a gran vantaggio le tornavano i lunghi odii civili delle Tre leghe, ove Cattolici e Riformati litigavano fieramente, in apparenza per dissenso religioso, in fatto per i raggiri della Spagna e della Francia, che volevano far prevalere ciascuna il proprio interesse. A maneggi e ad armi soprastettero in fine i Cattolici, ed il Feria usò pienamente questa sbattuta a pro della sua corona, lasciando, come spesso accade, i fiacchi nelle peste, e conchiudendo in Milano una perpetua lega, a condizione che la Valtellina tornasse ai Grigioni con buoni patti, e i Grigioni concedessero libero passo alle truppe spagnuole.

Quanto la lega grigia, cattolica di sentimento, si tenne lieta di questo accordo, altrettanto le altre due, singolarmente la bassa Engadina, la avversarono sollecitate dai Veneziani e dai Francesi che, per non lasciar crescere la Spagna, volevano rialzare i Reti, e restituire loro la valle in pieno diritto. Anche i predicanti schiamazzavano contro quel capitolato, onde si ruppe a baruffa, ed il Feria mandò armi che sostenessero la guerra fraterna. La quale scoppiò nel marzo, ed i Riformati, dati nell'armi e nel sangue in Engadina, ritolsero Tosana ai Cattolici. Gli assaliti in gran terrore mandarono verso Bellinzona le loro masserizie; ma sebbene i Riformati respingessero fin là alcuni Borgognoni venuti a difesa dei Cattolici, in fine la fortuna si volse a pro di questi, che ajutatì dai Luganesi, ricacciarono gli assalitori.

Allora i potentati e Gregorio XV succeduto papa ed informato da persone gelose dell'austriaca potenza, scrissero al re di Spagna contro il Feria, quasi fosse turbatore della comune pace, supplicandolo perché rendesse le cose di Valtellina in punto di comune soddisfazione.

Giunsero le lettere quando il re stava negli estremi di sua vita, e corse fama che nel testamento egli legasse al figlio ed erede suo l'obbligo di restituire la valle ai Grigioni. In fatto l'imbecille Filippo IV successogli, perché non paresse occupare l'altrui, né soperchiare la libertà italiana, stabilì in Madrid che la valle ritornasse ai Grigioni nell'antico assetto di cose, demoliti i forti, levati i presidii, perdonata la ribellione: il re di Francia, gli Svizzeri e Vallesiani stessero mallevadori per i Grigioni.

Pensate qual dire ne facessero gli insorgenti, fomentati forse dalla Spagna a rivoltarsi ed or dalla Spagna consegnati ai nemici! Mormoravano che il Cattolico avesse condisceso fiaccamente alla moglie, sorella del Cristianissimo. Spedirono uomini a posta a dire, a pregare, a lagrimare. Sposero anche al re cattolico gagliarde significazioni in una lunga supplica, della quale questi erano i sensi e quasi le proprie parole(75): "Soffra la serenissima vostra maestà che noi poveri clero e cattolici di Valtellina veniamo supplichevoli in atto ad umiliare nostre ragioni ad una corona, che degnò prenderci in protezione; ad una corona che ha per primo fregio la santa croce ed il titolo glorioso di cattolica. Tardi, e ce ne rincresce, le abbiamo dichiarate le nostre querele, sicché la M. V. mal informata, (lasci pur dirlo) sì per la politica, sì per la religione, trascorse a concedere qualche speranza ai pravi eretici Grigioni di ripossederci. E dalla religione cominciando, la quale più deve stare a cuore alla M. V., che, sull'esempio de' gran padri suoi, tanto adoperò per conservarla pura, resti servita di considerare in che pessima guisa sieno corse le cose da quando cademmo sotto il giogo di quel popolo, barbaro di costumi, empio di fede. Sarebbe un non finire mai l'annoverare le vicende nostre, già per abbastanza relazioni fatte note al gran teatro del mondo, talché ormai de lamenti son nojati coloro, che non provano il martello di queste acerbe disavventure: ruine, demolizioni di chiese: mutati i templi di Dio in baserghe d'abominazione: i sabati volti in obbrobrio: il santo Nicolò Rusca tratto al martirio: quanti Cattolici avevano fermezza, perseguitati, cacciati: istituite scuole d'empi dogmi, sicché potevamo dire con Isaia: La vite s'infiacchì, gemettero quei che giubilavano perché trasgredirono la legge, mutarono il diritto, dissiparono il patto sempiterno. Non più onore al culto, non più il dovuto rispetto alle venerabili immunità del clero, al quale il gran Costantino, specchio singolare degli imperanti, come vedesi chiaramente in Rufino 1. X c. 10 dell'istoria Ecclesiastica, aveva detto: Dio costituì voi sacerdoti, e vi diede podestà di giudicare anche noi regnanti, e quindi noi giustamente siamo giudicati da voi, ma voi non potete essere giudicati dagli uomini, perocchè dal solo Iddio voi aspettate il giudizio. Che più? I Grigioni, li cui consigli Dio perda tutti così, avevano ultimamente fatto trama di sagrificare fino ad uno i Cattolici per radicare la scellerata eresia dell'empio e maledetto Calvino in questa bella Italia, ov'è (al dir del poeta) la sede del valor vero e della vera fede.

"Così tollerarono i Valtellinesi, lo sa Iddio, fin all'estremo, quando si stancò la loro longanimità; e dalla schiavitù di Babilonia aspirando alla libertà della vera Gerusalemme, fecero siccome Giuditta che trucidò il nemico della sua patria, siccome i Macabei che s'armarono contro gli Assiri, siccome i savi di Giuda che si tolsero all'ubbidienza di Joram re, perché dereliquerat dominum Deum. Il Signore, che per far molto non ha bisogno di molti, avvalorò con evidenza di effetti il braccio di quelli, che avevano posto mano all'aratro senza guardarsi indietro. I re, gli infallibili papi autenticarono la santa impresa, colla quale ci togliemmo dal collo il retico e l'eretico giogo. Quali furono l'opere nostre dopo che, ajutante Dio, ci vendicammo in libertà? Rimettere in onore i santi ed il clero, introdurre il calendario gregoriano, proclamare il sacrosanto sinodo di Trento, ristabilire il santo uffizio dell'inquisizione, ottimo a tutelare la fede.

"Ed ora crederemo noi che la M. V. abbia fatto alcuni capitoli per ritornare questa mondata terra di Gessen nelle mani d'eretici perversi, i quali, siccome avevano fatto del loro paese una Babele di discordie, una Tebe di tragedie, così dal nostro avevano cacciato la quiete, la pietà e poco meno che la religione? Volete dunque si rinnovino tutti gli abomini, si cancelli quanto di santo e di cattolico fu introdotto dopo il '20, torni la nostra patria un rifugio ed un seminario di Calvinisti? Né vi ricorda quant'oro e quanto sangue abbiano sparso i vostri gloriosi antipassati per conservare pura la ss. religione? Né vi ricorda che poc'anzi, ricevendo la corona, avete giurato a Dio ottimo massimo di proteggere la fede romana, e di estirpare le eresie?

"Vi avranno forse detto che la Valtellina spetta per diritto a' Grigioni. Falso, falso giacché quella spontaneamente in torbidi giorni si strinse in lega coi Reti: e solo dopo che l'uomo inimico seminò la zizzania e l'eresia, che ha per base la ingiustizia ed è nemica de' legittimi e madre de' tirannici imperii, questi mutarono la confederazione in padronanza, e ci fecero come schiavi stare così, che non potevamo star peggio. Fu dunque non ribellione la nostra, ma un richiamo alla preziosa e imprescrittibile libertà. Però avessero pure avuto i Grigioni diritto sopra di noi: chi non sa come, per comune sentenza de' teologi non si sia nodo gordiano di suddito, di padre, di fratello così tenace, che l'eresia, come spada d'Alessandro, non lo recida? Per questo la santa memoria di Gregorio IX ae haereticis capo ultimo, assolse d'ogni debito di fedeltà verso un padrone caduto in eresia: e Lucio papa, ad abolendum statuimus, ordinò si scaccino gli eretici sotto pena di scomunica.

"O forse a questo fare si indusse la M. V. pel desiderio del bene e della quiete di questa valle? Qual bene! Quale quiete! Se i Grigioni tanto aspramente ne trattavano in buona pace ed in sicurezza d'amore, che non faranno tornando irritati col ferro alla mano, sopra un popolo vinto ed abbandonato? Si rinnoveranno gli orrori del tribunale di Tosana; faranno più che prima alle peggiori per la vita, per la roba e (quel che più ne importa) per la religione; né sarà cosa che non si credano lecita dopo che quei valorosi campioni, i quali, con singolare sdegno di zelo e di ragione, restituirono la libertà alla patria, la quiete alla fede, saranno stati scannati sull'altare della vendetta, senza poter neppure dire, ohimé! Difficilimum imperare nolentibus: noi parliamo esperti, e tutti siamo pronti a morire (e ne fossimo degni!) per la santa religione. S'eterneranno adunque gli sdegni fra sudditi e signori, e di tutto che ne potesse nascere, Dio chiederà conto alla M. V. Né v'impedisca la promessa legata a coloro, giacché niuno è tenuto a portar fede agli infedeli. Bensì ponete mente alla perfidia de Grigioni a mille segni palesata; che cacciarono i ministri, vilipesero i legati, uccisero i soldati vostri. E voi li premierete a danno de' Valtellinesi, fedeli a voi quanto Dio vel dica?

"Deh piuttosto, se albergate alcuno spirito di pietà, movetevi in favore d'un paese, che solo da Voi, dopo Dio, spera salute. E noi siamo italiani di nome, di lingua, di costumazione, di generoso sentire: e sopra noi s'inazzurra il limpido cielo di quella bella Italia, ov'è sì grande il nome ed il potere di V.M.. Perché da quella separarne? Perché tornarci al giogo che la Dio grazia scotemmo, anziché formare di noi fedeli vassalli, che benedicano in eterno alla vostra bontà? Prostrati in umilissimo aspetto, colle ginocchie a terra, con tutte le viscere del cuore e pel sangue del Figliuolo di Dio, noi vi esortiamo ne tradas bestiis animas confitentium Deo. Trovi la M. V. come comporre la pubblica tranquillità: ma deh non ci tradiscano le mani, in cui a confidenza ci siamo noi posti. Mantenga questa porta d'ltalia senza macchia né ruga di eresia, e non che a' suoi ventidue regni, che il Cielo conservi, ma al mondo tutto faccia manifesto, che è propriamente quale si intitola, difensore principalissimo della santa, cattolica, romana religione". Queste ragioni, esposte cogli ingredienti d'allora come cogli ingredienti d'adesso si fanno i proclami e gl'indirizzi odierni, giravano colle stampe, e quantunque non lasciassero i Grigioni di rispondervi(76), pure furono di qualche momento presso il re di Spagna; e forse egli aveva acceduto a quel trattato soltanto per gettare polvere negli occhi, e studiava del come snodarsene; tanto più dopo che gli fu, a prove di consigli e di valore, mostrata la fermezza dei Valtellinesi. E la fortuna mandò tempo al suo disegno: perocchè adunatasi in Lucerna la dieta svizzera cattolica, vi si presentarono i Grigioni dando l'atto del perdono generale alla Valtellina, e chiedendo la restituzione di questa. Il Tommasini inviato di Spagna, o vi fossero di fatto o volesse vederli, notò dei cavilli in quell'amnistia; e gli Svizzeri, forse abbagliati dai dobloni di Spagna, ricusarono interporsi mallevadori, e così l'accordo andò sturbato.

Allora di nuovo sulle armi i Grigioni: e sicuri d'avere chi li secondava al lembo del bergamasco e del bresciano, fatto massa, irrompono nel bormiese con 12.000 soldati, saccheggiano, mandano a fil di spada e di vergogna, colla crudeltà di barbari e fanatici vincitori. Ma il governatore Feria si era inteso coll'arciduca Leopoldo, il quale già al primo tumulto avendo fatto capo nel forte di Santa Maria nella tirolese valle di Monastero (Munsterthal), tosto invase i retici confini. Il Feria stesso veniva su per la Valtellina, accolto a stendardi sciorinati, a saluti di trombe, d'artiglierie, di campane, acclamato il protettore, il liberatore. A Sondrio il Robustelli gli fece comodità della sua casa, ed il padre maestro Cherubino Ferrari Legnani teologo carmelitano recitò, poi stampò un elogio a perpetua memoria et a gloria immortale de l'ill. et eccell. sig. il sig. D. Gomez de Figueroa et Cordova, duca di Feria ecc. per l'heroica et santa impresa d'aver cacciati gli eretici dalla Valtellina, ove colle ampolle proprie di quella età, vien dicendo come la Valtellina gli erge a perpetua memoria un monumento, ove archi sono gli intelletti dei popoli, piramidi le memorie, trofei le volontà, statue i petti, colossi i cuori.

All'ancipite pericolo si erano i Reti ricoverati in casa, e gli
Spagnuoli inseguendoli, avevano stimato bene mettere il fuoco a
Bormio, bruciando settecento case, e tredici sole lasciando illese!
Tanto e amici e nemici parevano in gara di far male. Ripiegò poi il
Feria sopra Chiavenna, e snidatine i Grigioni, li perseguitò per Val
di Reno e per la Pregalia.

Ecco maturato per i Grigioni l'amarissimo frutto di loro dissensioni. I Planta, capi della parte cattolica e spagnuola, scacciati, chiamarono vilmente le armi straniere contro la patria: onde l'arciduca d'Austria per la valle di Monastero mandò il generale Baldiron con 10.000 uomini ad occupare l'Engadina, e Coira stessa. D'ogni parte venivano cacciati gli eretici, presa vendetta delle antiche ingiurie, respinti i Salis; e dopo scene compassionevoli di assassinii fraterni, le Dritture furono staccate dalla Rezia e poste a dominio austriaco. Fra il terrore delle spade straniere e lo scompiglio della guerra intestina, i Grigioni, oramai non più capaci di sé, dopo essersi ostinati in tempo, dovettero cedere fuor di tempo, ed ai cenni del vincitore stipularono in Milano una perpetua confederazione colla Spagna, concedendo i passi liberi alle truppe di questa. Quanto alla Valtellina, avesse piena ed assoluta libertà civile e religiosa, pagando il tributo di 25.000 scudi. Acattolici non vi potessero dimorare, e dentro sei anni dovessero vendere quanto vi possedevano. L'arciduca manderebbe alla valle un commissario per rendere la giustizia. Chiavenna, sgombrata dagli Spagnuoli, fu ceduta ai Grigioni. Ma poiché questi non mandavano ufficiali che tenessero ragione, i Chiavennaschi si providero d'un governo lor proprio.

Così parevano composte le cose: ma agevolmente si conosceva che non era a durare questo assetto. Gli emuli dell'Austria, che contavano lor perdita ogni guadagno di essa, e quelli che sempre in lei videro la più pericolosa nemica dell'italiana indipendenza, la miravano troppo di mal occhio godersi alla quieta un paese così ambito, mediante il quale le era aperta l'Italia, mentre dalla Rezia poteva, per l'Alsazia e pel Palatinato del Reno, acquisto suo recente, spedire qualunque esercito nelle Fiandre ove la guerra fervea. I principi italiani ne temevano per la propria indipendenza: al duca di Savoja rincresceva che più non fosse mestieri ricorrere a lui per ottenere un passaggio ch'egli sapeva farsi pagare: ai Veneziani il vedersi rapito il frutto di un'alleanza comprata a peso di zecchini. Tutti gridavano contro gli Spagnuoli come col titolo di religione insidiassero la libertà, invadessero gli altrui possessi.

È vezzo antico degli Italiani ricorrere alla Francia nei loro pericoli, e dei Francesi il professarsi tutori delle italiche libertà. Allora pure la Francia, sollecitata dalla Savoja e da Venezia, formò una lega per la libertà d'Italia contro la casa d'Austria(77), mandò ambasciatore alla Spagna il signore di Bassompière, che prima sott'acqua poi a viso aperto, dichiarò la sua corte pronta a sostenere il trattato di Madrid, e rimettere i Grigioni in possesso della Valtellina. Il re di Spagna non voleva udirne. Pure per non crescersi altri nemici, calò ad un di mezzo, cioè di consegnare in serbo i forti della valle al papa, il quale dovesse custodirli con genti proprie, ma a spese della Spagna, finché le due corone vi prendessero su un partito decisivo. Infatti Orazio Ludovisi duca di Fiano, nipote di Gregorio XV, occupò i forti coi papalini, cioè con una mano di banditi e di ribaldi.

Di questo partito seppe assai male al partito santo, che vedevano prepararsi lo sdrucciolo per restituir la Valtellina, salvo il decoro della Spagna: ma misero chi non ha dal canto suo che la ragione, e commise le proprie sorti a fede di re e a maneggi di diplomazia! Sapeva pur male ai Veneziani cotesto incremento fosse del re o del papa(78). Si lamentavano, e il papa destreggiava rispondendo sulle generali, lasciando però trapelare come volentieri costituirebbe di quel paese un principato ai suoi parenti.

Fra tali macchinazioni Gregorio XV morì, e gli successe Urbano VIII, propenso alla Francia. Era egli appena sublimato al sommo degli uffizi, quando in Avignone, città francese obbediente ai papi, si combinò lega tra Francia, Inghilterra, Danimarca, Venezia, Olanda, Savoja ed i principi di Germania a danno della Spagna e dell'imperatore, singolarmente per costringerli a restituirle il Palatinato del Reno e la Valtellina: tanto di generale importanza questa pareva! Dovevano i collegati movere guerra di conserto in ogni punto, fin nell'America e nelle Indie: il re di Francia intanto assalirebbe il Milanese, susciterebbe i Grigioni, ed entrerebbe nella Valtellina.

Il papa non appariva che vi avesse avuto parte: ma pure gran gelosia ne dava alla Spagna, massimamente che franco procedeva nelle cose della Valtellina, e messala in guardia al conte di Bagno(79), aveva fatto consegnare a questo anche Chiavenna e la Riva, non comprese nel primo accordo. Non è però che il papa fosse da vero risoluto a restituirla, avvegnaché da una parte vi repugnava l'interesse suo, dall'altra una consulta di teologi, radunata a posta, lo aveva fatto certo che non poteva in coscienza rimettere i cattolici sotto gli eretici, con urgente pericolo delle anime. Ma il re cristianissimo che, vedendo la Spagna occupatissima in guerra, voleva cogliere le rose mentr'erano fiorite, e scancellare dall'Italia l'austriaco nome, intimò al pontefice che o demolisse i forti della valle, o li restituisse alla Spagna, affinché egli potesse, senza lesione delle sante chiavi, entrare ostilmente in quel paese, siccome aveva deliberato di fare per richiamare a libertà i Grigioni, e sottrarli affatto dal giogo austriaco. Si peritava Urbano cercando tempo dal tempo, e di cortesissime parole(80) confortava i valligiani, che stavano in grande ansietà di lor futuro destino.

Se non che mentr'egli la tentenna d'oggi in domani, il re francese move a soccorso dei Grigioni. Ed era tempo, giacché i Grigioni si trovavano all'ultimo tuffo. Gli Austriaci vi avevano perseguitato i Riformati, singolarmente i ministri, soffocata ogni favilla di libertà, rapite le armi. Colonie di cappuccini d'ogni lingua furono mandate: tedeschi nel Pretigau, a Tavate, a Coira: i milanesi nella Pregalia; bresciani in val Santa Maria, e ne era sostenuto l'apostolato colla forza. Molti rimasero martiri fra questi, molti martiri fra i Protestanti(81).

Quando si volle a forza costringere quei di Pretigau ad usare alle chiese cappuccine, ruppero a schiamazzi. E questo esser troppo: "morremo senza patria, senza libertà, ma salviamo almeno le anime nostre". Fuggirono dunque nelle selve, le quali tosto si cangiarono in armerie: con falci e coltella e pesanti mazze trapuntate di chiodi corsero addosso agli Austriaci il giorno delle palme 1622, e quanti trovarono uccisero esultando fin le donne allo sterminio dei tiranni della patria loro(82).

Le armi del Baldiron e del Feria ricomposero per allora la quiete. Ma covava lo scontento, e finché un popolo non ha perduto né il coraggio che ispira l'amore della libertà, né la confidenza in sé, nulla ha perduto: gli spunterà il giorno della rigenerazione. E spuntò ai Reti, i quali sfuggendo l'oppressa patria, empivano Europa dei loro lamenti, e singolarmente facevano capo al marchese di Coevres, il quale di ambasciatore mutato in capitano, raccolse truppe, intanto che nella Valcamonica s'erano lesti gli ajuti veneziani.

Era orditura di Richelieu, il quale venuto allora ministro, avea persuaso a Luigi XIII volersi armi a sostenere e risolver i trattati. Onde all'ambasciatore di Francia che da Roma si lagnava degl'impacci attraversati a quest'affare, rispose: "Il re ha cangiato di consiglio, e il ministero di massima. Si spedirà un esercito in Valtellina che renderà il papa meno incerto, e più trattabili gli Spagnuoli".

Queste mosse non restavano nascoste al Feria, e ne invocava una providenza. Ma alla sua corte era egli scaduto di credito come primo autore di questo moto di Valtellina, che alfine non partoriva che guai. Ed il papa, dicendole sottili invenzioni spagnuole, non volle ricevere in Valtellina guarnigione austriaca. Se così pensava da vero, il fatto lo disingannò, avvegnaché il Coevres, che fu poi maresciallo d'Estrée, spiegata bandiera francese, entrò in Coira, restituì alla libertà le Dritture, cacciò il vescovo, rimise il primiero stato, e marciò sopra la Valtellina. Il 29 novembre entrò in Poschiavo, poi per Brusio fu sopra il castello di Piattamala, difeso dai soldati del papa con quel valore che li fece passare in proverbio: espugnatolo, si condusse a Tirano(83). Il Bagno, che ivi si trovava pieno d'orgoglio ma vuoto di valore, senz'altro cedette; il che se non fu tradimento, fu inescusabile viltà.

Quivi il Coevres conchiuse un trattato coi deputati della valle, promettendo gli alleati proteggerebbero il paese. Grigioni non entrerebbero nei forti, solo resterebbero finché fosse stabilito un ragionevole governo. Intanto si solleciterebbe una decisione all'affare. Il Robustelli, adoprato invano a difesa della patria, che aveva tratta in sì infelice ballo, si ridusse sul Milanese a Domaso. Il Bagno a Verceja. La valle tutta fu occupata dai Francesi, esultando quelli, cui non l'intera libertà stava a cuore ma il cambiar di signori. Il papa mosse bensì qualche lagnanza ma quietamente, cui più quietamente rispose il re di Francia, incolpando il Coevres d'avere trasceso le sue commissioni. Del che un gran dire fu pel mondo: che la Francia mostrasse così poco rispetto alla santa sede? Che voltasse contro di essa le armi dopo solennemente impegnata la fede sua di nulla innovare in Valtellina? E che il papa fosse così cieco del fatto suo, da trascurare gli avvisi del Feria, e prima del riparo attendere il colpo? E di poi si lamentasse così debolmente? E conchiudevano che Urbano se la passasse d'intesa colla Francia, o perché, non essendo uomo da nipoti, non trovasse di verun pro lo spendere in tenere questi forti, o perché fosse venuto nel comune pensiero degli Italiani sbigottiti dalla crescente dominazione austriaca. Si ragiona ancora(84) che il conte di Bagno, rimbrottato della niuna difesa opposta, mostrasse brevi di Roma, ove gli era così ordinato. Ma in tempi di caldi partiti chi può scoprire la verità fra le mutue incriminazioni?

Grand'apprensione prese il Feria non volessero i Francesi, mentre l'aura era destra, calare sul milanese, e ritorre parte dei suoi a chi aveva voluto occupare i possessi altrui. A chi viene di Valtellina due strade si aprono al Milanese: una per il fondo della valle, e questa dà di petto nel forte di Fuentes, messo così opportunamente, da intercidere ogni passaggio; l'altra rasenta la montagna sulla dritta dell'Adda, per capitare al laghetto di Mezzòla e a Riva di Chiavenna, donde ancora per i monti si riesce alle Tre Pievi superiori del lago di Como. Questa strada diviene pure impraticabile se sia occupata la Riva, dove null'altro era che un'osteria ed un portico in angusto valico fra il lago ed il monte, e soverchiata da una montagnuola, dove tirando a gittata, affatto si impedisce il passare. Riuscì al Feria d'occuparla, giovato anche dalle milizie urbane comasche, e la pose in atto di difesa. A tempo: giacché il Coevres, ridotta ad ubbidienza la valle e Bormio, difilò sopra Chiavenna. Ma trovato quel cozzo, dovette ripiegare, e per iscoscese vallate, senza artiglieria, scendere sopra quel borgo, che prese dopo qualche resistenza. Di là ritorse verso Riva, ma questa piccola Gibilterra gli resistette molto utilmente. Ed invano ebbe Novate, invano occupò le alture sovraposte, donde si rotolavano macigni sulla fortezza: che anzi agli Spagnuoli venne fatto di sorprendere i Francesi, e legatili a coppia, spettacolo miserabile, li trabalzarono dalle greppe. Il milanese generale Serbelloni, con uno spadone a doppio taglio, si precipitava in mezzo ai nemici, ed a chi spaccava il cranio, a chi fendeva il ventre, a chi in due la persona; eroe se avesse pugnato per la patria. E quando a lui fu sostituito il Pappenheim coi Tedeschi, questi fece non men cara costare al francese quell'osteria, anzi poté togliergli tutte le fortificazioni là intorno e spingersi fino a Traona.

Come stesse allora la Valtellina pensatelo! Tutto era pieno d'armati baldanzosi ed ingordi: Francesi e Grigioni a gara le succhiavano il sangue, eccedevano in prepotenza rube e sacrilegi, i nobili, per lo meno male s'erano fuggiti, ricovrando alle Tre Pievi ed al Milanese, dove non cessavano d'industriarsi a pro della patria.

I segreti motivi della corte condussero finalmente una concordia, praticata in Monson città dell'Aragona dove, quel che riguarda la Valtellina, si stabilì vi si conservasse la religione cattolica, ridotte le cose allo stato del 1617: i natii si eleggessero i propri magistrati e governatori, senza dipendenza dai Grigioni; toccasse però a questi il confermare gli eletti entro otto giorni, e ricevere un annuo censo di 25.000 scudi d'oro; le fortezze fossero rimesse al papa da demolire; Grigioni più non entrassero armati nella valle, né gli Spagnuoli tenessero forze oltre le ordinarie alla frontiera milanese.

Questo trattato salvava il decoro della Spagna, la quale pareva sì bene avere provveduto alla religione ed alla libertà di quei popoli. Ma nessuno dubiti che di pessimo occhio nol vedessero i Grigioni, i quali venivano così ad aver profuso invano il sangue e l'oro per ricuperare la valle. Onde, cavillando, ricusavano stare in verun modo agli accordi. Anche al Coevres ne sapeva male; ma buon grado o no che ne avesse, dovette lasciare che, a nome del papa, entrasse Torquato Conti, che fece demolire le fortezze e riscosse il giuramento. I soldati francesi nel ritirarsi vollero danari; e perché tardo a pagarli, bruciarono il casale di Piantedo. Il nuovo generale venuto pretese un regalo, perché un regalo si era dato al Coevres. Pure la Valtellina portava in pace, sperando finalmente composte le cose.

Non era ancor tempo. Imperocché i Grigioni chiedevano si osservasse il trattato di Madrid, aizzati dai predicanti, da Venezia, dalla Francia. Mentre la Spagna andava stimolando il partito santo nella speranza che i Valtellinesi per istracchi si gettassero in braccio di essa. Intanto però che si contrastava, la Valtellina godeva libero stato e pubblica rappresentanza; inviava ai re, e ne riceveva messaggi ed ambascerie, e d'ora in ora faceva ordini rigorosi contro gli eretici, pubblicava i beni dei ricaduti e molti coperti riformati o dall'inquisizione o dagli zelanti erano fatti capitar male. Poschiavo, che non aveva preso parte al sacro macello, vedendo non potersi altrimenti sbrattare dagli evangelici, meditò scannarli; e Claudio Dabene, cameriere del Robustelli, fiero di lingua e di mano, entrò in quel borgo, e vi uccise quanti calvinisti poté sorprendere. Del che domandato in giudizio fu sostenuto a Tirano, ma ben presto prosciolto per grazia. Leggo nello Sprecher e nel Quadrio che il curato fosse complice dell'assassinio; voglio credere piuttosto al Merlo, il quale racconta che esso curato Beccaria aperse il presbitero per ricovero agli eretici chiesti a morte.

Quei pochi che sono avvezzi non solo a censurare in un libro quel che vi è, ma a scoprire quel che vi manca troveranno che noi parlammo degli avvenimenti, ma poco degli uomini: e vorrebbero avessimo posto in prospettiva e in giuoco quei Robustelli, quei Guicciardi, quei Venosta che ordirono prima, tesserono poi la rivolta. D'ogni eroe, ma d'un rivoluzionario specialmente, la prima qualità è l'azione. Ora qui, come spesso, l'ebbero impacciata da avvenimenti troppo gravi e dalla preponderanza forestiera. A chi dirige una nave in gran fortuna sarebbe giusto il domandar conto d'ogni comando, d'ogni movimento, d'ogni scompiglio? Poi per un solo Washington, il quale comandi generosamente, perché nobilmente obbedì, sappia non solo vincere i nemici, ma, ch'è più difficile, vincere gli amici, affronti non solo gli attacchi di coloro che offuscano colla loro bava ogni splendore, ma anche la disapprovazione di chi all'essenziale delle teoriche stesse ch'egli venera non sa fare i sagrifizii accidentali che l'attualità esige. Ed altro non cerchi se non di poter dire ho fatto il mio dovere; per un siffatto la storia ci offre centinaja di questi capi, che all'atto non mostrano se non quanto male si conoscevano ed erano conosciuti. Che quando vedono incalzar gli eventi esterni, e dentro crescere l'irrequietudine, anziché confessar la propria inettitudine e soffrire che il sole dissipi quelle rinomanze misteriose che reggevano solo nel crepuscolo della considerazione, disperano della libertà e proferiscono la bestemmia di Bruto.

Quanto ai Valtellinesi, neppur tra loro se la passavano in pace, e facevano a torsi i bocconi l'un l'altro, in gare continue e spesso in armi, scontenti del presente, ignari dell'avvenire, fremendo jeri pazzamente per belar domani miserabilmente. Chè dopo le gravi convulsioni dei popoli, gl'intriganti sogliono rimpiazzar i convinti; i rivoluzionari di riflessione soccombere ai rivoluzionari di passione, cui pesa il rispetto e rode l'invidia; al ciurmadore, l'uom colto e ragionevole che non ne ha la sfacciataggine; si crede primo acquisto il non tenere subordinazione; ribalderie colpite dalla legge o dall'infamia, perdono vergogna col drappeggiarsi in una bandiera; passioni irose od avide si sfogano a nome d'una causa santa; e palme di martire si pretendono ad atti, che in tempi composti menerebbero alla gogna.

Quelli che primamente sommossero la Valtellina non credeano certamente procurarle lunga serie di sventure. Gran lezione ai macchinatori di cose nuove! Eppure guai maggiori sovrastavano alla già misera valle ed al resto della Lombardia.

CAPO VI

Passo dei Lanzichinecchi per la Valtellina—Fame—Peste del 1630—Superstizioni—Il duca di Rolian in Valtellina—Capitolato di Milano.

Qui dice la storia come di quei giorni Vincenzo Gonzaga duca di Mantova fosse morto senza eredi e Carlo di Nevers duca francese, suo prossimo parente, si credeva in diritto di succedergli nel Mantovano e nel Monferrato(85).

Ma il duca di Savoja aveva antiche pretensioni e gravissime convenienze sul Monferrato. Il re di Spagna, o dirò piuttosto il conte d'Olivares suo ministro ambendo posseder tutt'Italia, mal sopportava questo vicino sostenuto dal re di Francia, o dirò piuttosto dal Richelieu suo ministro. E così per intrighi di successione e miscele di regii maritaggi, di cui non vogliono ricordarsi quei che beffano i ridicoli motivi delle guerre popolari delle repubblichette del medio evo, nacque una delle miserabili guerre regie, cominciate senza buona cagione, condotte senza pietà, terminate senza gloria e senza effetto.

Il duca di Nevers, profittando della recente convenzione di Francia coi Grigioni, venne in Valtellina coll'esercito da Poschiavo, e per i Zapelli d'Aprica passando sul Veneto andò a prender possesso del ducato. Da altre intanto delle valli che sì inutilmente ci chiudono, sbucavano soldati francesi, spagnuoli, savojardi a disputarsi il tristo onore di spogliare ed avvilire questa povera Italia premio ognora della vittoria. L'imperatore Ferdinando, per fare smacco alla Francia e sostener egli austriaco le austriache ambizioni, mandò trentaseimila fanti e ottomila cavalli, alla guida di Rambaldo Collalto. Truppe terribili sempre, allora viepiù per il timore della peste che serpeggiava. Già il grosso di costoro per Lindau era venuto nel Chiavennasco, e stava per calarsi sul Milanese quando il Cordova, governator di questo, mosso dai reclami dei popoli, spaventati dai latronecci e dal contagio, mandò l'ordine che non si avanzasse più.

Si diffuse dunque per tutta la Valtellina questo nuovo ed orribile flagello. Erano, quelle, bande assassine, che andavano desolando la Germania nella guerra detta poi dei Trent'anni; erano i Lanzichinecchi di quel Waldstein che in sette anni smunse da una metà della Germania sessantamila milioni di talleri(86). Gente che, solo ingorda di far suo l'altrui, non perdonava a sacrilegi, a stupri. Ora colla forza, or cogli ordini portava via i mangiari di quella povera gente. Sicché, oltre le solite provigioni, la valle doveva pagare 10.000 scudi al mese, e con larghissimi doni abbonacciare, se non saziare, l'ingordigia degli uffiziali(87).

La stagione era andata affatto sinistra ai grani, sicché n'era un caro già eccedente nel 1628, esorbitante nell'anno seguito(88): onde può ognuno figurarsi come travagliasse la Valtellina, sino a vedere la gente, abbandonata del pane per sostentarsi un dì, trovar buone a mangiare le carogne, a contendere alle bestie la gramigna e le ghiande. Si richiamavano con dolorosa istanza i Valtellinesi ai governatori di Milano. Ma a questi piaceva meglio lasciare le truppe colà, che trarsele nello Stato. Finché cresciute a 22.000 pedoni e 3.500 cavalli, non trovando più sostentamento, dovettero portare il disastro delle loro lentissime marce sopra il Milanese. Dalla valle e dal contado di Chiavenna, raccozzatisi dunque a Colico, contaminarono la riva sinistra del bellissimo lago di Como, percotendo d'inesprimibile terrore gli abitanti. Fra i quali era Sigismondo Boldoni, felice scrittore latino e non pessimo poeta italiano, il quale da Bellano sua patria ai lontani amici descriveva i patimenti suoi e degli altri. "Tutti gli abitanti del Lario (traduco e compendio il suo elegante latino) sono a spogliare le case, cacciare le mandre ai monti, trasportare ogni cosa di pregio, sovrastando i Tedeschi, che, per nostro malanno e per ira di Dio, passano di qui, affinché l'Italia, già strema per battaglie, rapine, uccisioni ed inumane fami, sia involta in guerre, che ai dì nostri non finiranno. Allo schiamazzo loro non le muse soltanto, ma gli uccelli fuggono: nulla santo, nulla sicuro".

E già in suo terrore gli pareva, fra lo scrivere, udire i tamburi, ed in gran procella recò ai cappuccini dell'opposto Bellagio il poco suo danaro e, che più gli premevano, le sue scritture: poi a casa a nascondere, a steccare, a murare le porte. Intanto quei Lanzichinecchi piombano su Colico e lo depredano: di là per sentieri montani sboccano sopra Bellano, rubando se trovano, smurando e disotterrando come pratici, costringendo chi trovavano a svelare il nascosto. "All'arrivo di quella sozzura del genere umano, tutta va devastata la campagna, sperperata la matura vendemmia, unica speranza dopo tanta fame e tante depredazioni. All'avidità degli uomini, non che i frutti, neppur bastano le erbe: a tanti cavalli, non che foraggio, neppure si trova spazio. Non un abito, non un vaso lasciano nelle stanze: solo un insoffribile tanfo. Bruciano le travi ed i pali delle viti, stramenano i tralci, tolgono ogni cosa ed in pagamento danno busse e ferite e stupri. Brandeburgo, Vallenstaino, Anzalt, Maradas, Furstembergo, nomi di casa del diavolo; Altringer, Montecuccoli, Ferrario, Acerboni, ed i Croati, e Torquato Conti, ed in fine Galasso, e sempre ad una banda cattiva una peggiore ne succede".

Dava alloggio il Boldoni in sua casa agli uffiziali, uno dei quali visto una macchia d'alloro: "Che fronda è quella?" gli chiese.

"Oh l'uom barbaro! (esclama il Boldoni) povere Muse! cosa aspettarvi da gente che neppure la vostra pianta conosce?"(89)

Così da Samolaco a Lecco guasto tutto quello che non potevano portar via, passarono l'Adda, e giù per la Brianza: e otto giorni rimasero a flagello del Milanese, lasciando da per tutto il segno di loro gola e disonestà. Stridevano i miseri paesani, ma i re avevano a pensare ad altro che al bene dei popoli, né curavano a quali guai esponessero una pacifica popolazione per crescere d'una piccola provincia uno stato immenso, per una prerogativa, per un puntiglio, talora per supina infingardaggine di non saper pigliare un partito. Eppure quelle erano truppe amiche, erano ausiliari: vi lascio pensare come dovesse stare la Valtellina, corsa da tanti nemici. Tali frutti coglieva dal tenersi raccomandata ai signori della Lombardia, quando avrebbe potuto farsi libera ed indipendente col proprio braccio.

Quelle truppe scesero verso il Po a fare un lento macello d'amici e di nemici, a devastare Mantova, che ancora se ne piange; a raccogliere le maledizioni dei popoli travagliati da quelle non so se chiamarle guerre o ladronaje, in tanto peggiori, in quanto che neppure offrivano una speranza alla imaginazione. Ma un altro tristissimo dono lasciarono al paese, una terribile peste.

Ognuno sa quanto ricorressero frequenti le epidemie in Europa. Nel 1610 la morte nera, aveva imperversato fra gli Svizzeri, donde si propagò nelle valli dei Grigioni, e di là nella Valtellina; altre volte vi tornò, e singolarmente nel 1621 se ne stette in gran paura. Gli eserciti erano reclutati e tenuti allora in tal maniera che, come dice il Varchi, v'aveva sempre uno spruzzolo di peste.

Questi poi venivano da Lindau, scala generale delle merci per l'Alemagna, "dove per il più dell'anno sono molte città e luoghi infetti di morbo contagioso"(90). A ragione dunque se ne temeva; e di fatto dietro a quelle sudice truppe, che si rifiutavano ad ogni legge di sanità, si sviluppò un contagio, che ritrovando i corpi disposti dalla miseria universale, dalla fame, dal cattivo cibo, dai crucci dell'animo, dai patimenti del corpo, doveva produrre la più fiera mortalità che le moderne memorie ricordino. Una contadina di Tirano fu la prima cui si scoprisse la peste: poi su tutta la via, che le truppe avevano percorsa, se ne trovavano orribili tracce. A Bellano, a Lecco, a Chiuso. Pier Paolo Locato italiano a servigio di Spagna, venuto da Chiavenna, la recò a Milano. Il moltiplicare delle vittime scosse il tribunale di sanità, che mandò un commissario, il quale tolto seco a Como un medico visitò i luoghi infetti: se non che a Bellano avendoli un barbiere ignorante assicurati quella non esser peste, eglino, con imperdonabile trascuranza, stettero contenti agli oracoli di costui. Fors'anche bassamente connivendo al governo, al quale non giovava che peste vi fosse o si dicesse.

Intanto il male acquistava violenza. Tutto era pieno dell'imagine di varia morte: prima una palpitazione, indi letargo, spasimo, delirio e col corpo orrido di buboni e di luridi gavoccioli si trascinavano i miserabili alla tomba. I pubblici provvedimenti non bastavano alla furia del male: onde, dopo che negli spedali si erano più ammassati come cadaveri che disposti come infermi, avresti veduto per le vie, per li campi stendersi poveri giacigli di stoppie e di immondo ciarpame, o capanni di fronde e di strami, ove, malagiati di cibo e peggio di rimedi, si gettavano i miseri man mano che il morbo toglieva loro le ultime forze da reggersi in pié. Ivi persone d'ogni sesso ed età, cresciute fra gli stenti o gli agi, avvezze all'umiliazione od alla prepotenza, venivano eguagliate a dar di sé una vista d'inesprimibile compassione. Gli uni appiccavano il morbo agli altri: col crescere dei malati crescevano le miserie. Qua vedevi alcuno lacrimando trascinarsi lungo le vie in traccia di soccorsi, o almen di compassione, anch'essa venuta meno. Là bambini che s'attaccavano all'esausto seno delle madri. E da per tutto e tutto il dì un incessante trar di guai, ad ora ad ora funestamente interrotto dalle disperate strida di quei miserabili, in cui al male si aggiungeva il tedio del male, e l'aspetto dei presenti, ed il desiderio dei lontani, ed il dolore dei perduti, ed i terrori della fantasia. Non bastavano i cimiteri a ricevere le salme dei tanti, gettati là senza onore d'esequie, senza funebri deprecazioni. Interi paesi furono spopolati, né si riebbero più. Como perdette 10.000 persone, la Valtellina che, secondo la relazione di monsignore Scotti, comprendeva ben 150.000 abitanti, fu ridotta a non più che 40.000.

Da una parte crescevano i pii legati ed i voti; dall'altra, riflettono i contemporanei, non che farsi migliori alla terribile voce del castigo divino, vie peggio si pervertivano i costumi degli uomini, insultando al Dio che flagellava, godendo della vita che fuggiva, del disordine che regnava, degli averi che nei superstiti si accumulavano. Noi vorremmo raccomandare ai gran savii del nostro secolo di non permettere mai queste grandi sciagure naturali. In primo luogo, essi vantano l'onnipotenza dell'uomo, il poter suo nel domar la natura, un avvenire di godimenti quando esso avrà tolte le cause di distruzione, incatenati gli elementi. Ed ecco un torrente, una scossa di terra, un morbo che s'attacca all'uomo o alle patate, un'avversità di stagione, perde le gioconde previsioni, e attesta il predominio di una mano poderosa, e come precario sia il possesso dell'uomo su questa crosta che copre un incendio.

Secondariamente le gravi sventure sono il giorno del prete, del frate, della carità. Cose tutte che i gran savii del nostro secolo devono ingegnarsi di screditare e d'impedirne quell'influenza che divien tanto efficace quanto benedetta in simili casi.

E anche allora se al male v'aveva qualche rimedio, lo porgeva la carità cristiana. Al clero si erano concesse amplissime facoltà; ma era un eroe chi rimanesse al posto destinatogli dalla provvidenza, quando il vivere era un'eccezione. Eppure non pochi con ispontaneo sagrifizio andavano incontro alla peste come ad un premio, non perdita ma guadagno riputando il dare la vita temporale per acquistare altrui l'eterna. I cappuccini dì e notte erano ove li chiamasse il bisogno altrui: essi ad apprestare cibi e medicine, rassettare i letti, vegliare i moribondi, con affetto più che di madre trasportarli, nettarli, profittare di quei terribili momenti che sogliono far trovare la coscienza anche ai più perduti d'anima, e mandare i morenti confortati nella speranza del perdono. In Tirano singolarmente infierì la morìa, e gli infermi si fecero collocare in un palancato attorno al tempio della miracolosa Madonna, fidando d'averne conforto al corpo o all'anima; consolati almeno di morire ove bramavano. Si erano colà fino dal 1624 stabiliti i cappuccini, e fin ad uno morirono a servigio degli appestati. Altri sottentrarono volenterosi alle loro cure, a morire anch'essi. Dare la vita per fare del bene! A queste azioni ti riconosco, o religione, che sola crei i martiri dell'amore.

A prevenire ed a curare il malore si erano dati provvedimenti quali buoni, quali superstiziosi, quali esecrabili. Sequestrare i malati, durare le quarantene, non comunicare con alcuno, portarsi in mano ruta, menta, rosmarino, aceto, una boccetta di mercurio, che si credeva assorbire gli effluvii contagiosi. I monatti, infermieri incaricati di portare gli infetti agli spedali, erano un nuovo flagello: ed entrando nelle case vi commettevano le più laide cattiverie, rubando, svergognando sugli occhi dei padroni, e minacciando chi fiatasse di trascinarlo ai lazzaretti.

E poiché nei grandi flagelli dove non si osa bestemmiar la provvidenza, si sente il bisogno di sfogar contro alcuno il brutale istinto dell'odio, e della superbia umiliata dall'impotenza, si era sparsa la funesta opinione che uomini perversi venissero con malìe ed unzioni propagando la peste: e molti paesi soffersero il miserabile spettacolo di alcuni reputati untorì, processati, convinti, e messi ai peggiori tormenti ed alle fiamme. Né la mia storia può andare esente di tali orrori, ché sempre e da per tutto vengono gli stessi frutti dall'ignoranza e dalla superstizione. Bormio aveva posto divieto che nessuno osasse passare nell'Engadina, ove il contagio infieriva. Nelle guardie, che ronzavano al cordone, incappò un contadino che l'aveva trapassato. Alle interrogazioni confessò come, trovandosi la donna sua inferma e dubitando fosse effetto di stregheria, si fosse condotto di là per tenere consulta coll'astrologo di Camoasco, volgar uomo che se l'intendeva col diavolo, ed il quale di fatto gli aveva dato a vedere in un'ampolla tre persone, che avevano fatto l'incantesimo alla sua donna(91). Ignorante o maligno, il contadino nominò una povera vecchia, che detto fatto catturata e domandatane alla corda, incolpò sé stessa e denunziò molt'altri. Il giudice di Bormio istruì il processo, facendo, per sicurezza di coscienza, intervenire l'arciprete Simone Murchio; e col consenso del vescovo di Como furono decapitati ed inceneriti trentaquattro fra uomini e donne(92). Così e folli guerre, e tremendi contagi, e pazzi pregiudizi concorrevano ad affliggere ed a sterminare la miserabile umanità.

Quand'a Dio piacque, la peste cessò: ma non i mali della Valtellina. Poiché, ora col pretesto del passaggio, ora del bisogno, or dell'inquietezza, era ogni tratto riempita da quella ribaldaglia che si chiamava soldatesca, la quale diffondeva lungo il cammino malori, fame, mal costume. E quando era costretta andarsene, se ne faceva compensare con dei mille fiorini come d'un gran favore. Si dovettero vendere od impegnare gli argenti delle chiese, e gli abitanti erano messi a gravi tormenti per obbligarli a dare danaro(93); tanto che i pochi residui della peste erano entrati nel disperato consiglio di abbandonare l'infelice patria, se per avventura il Feria, tornato governatore del milanese, non avesse adoprato di cuore presso l'imperatore, affinché di là togliesse le truppe. E l'ottenne o fosse pietà, o piuttosto il bisogno di opporre quei soldati al gran Gustavo Adolfo di Svezia, che aveva in Germania rialzata la causa dei Protestanti.

Ed appunto per quella guerra, di grand'importanza diveniva la Valtellina all'Austria, che per di là portava, senz'altro chiederne, i soldati d'Italia in Alemagna a pronto soccorso. Così nell'agosto del 1633 il duca dì Feria s'inviò con 12.000 fanti e 1.600 cavalli pel giogo di Stelvio in Tirolo, calle preferito perché non toccava terre grigioni. Venne poi meno della vita a Monaco, mancando così un gran protettore alla Valtellina. Anche l'anno dopo, il Cardinale infante con 12.000 combattenti fu accolto a tripudio in Como, indi per la Valtellina passò, come dice Minozzi, invece di olivi comaschi a sfrondare fiamminghi allori. Questi ajuti, cui porgeva agevolezza la fede della Valtellina, furono principale stromento a difendere Costanza e Brisacco, e sollevare l'agonia dell'impero.

Tanto più incresceva questo possesso della rivale alla Francia. La quale si levò alfine risoluta di liberare l'Italia, titolo solito (diceva il Ripamonti), onde i Francesi valicano le Alpi; i Francesi (soggiunge egli) ai quali punto credere si dovrebbe, essendo gente inquieta, e che vuol gli altri inquietare.

Fatto sforzo d'ogni parte: Weimar è sul Reno, Crequi penetra in Italia, la Vallette assale il Piemonte, l'Arcivescovo Sourdis arma sul mare, Gassion sul Rossiglione, e per la via dei Grigioni è mandato il duca Enrico di Rohan, il più compito gentiluomo del suo secolo.

Come capo dei Riformati aveva egli resistito con forza e genio al Richelieu, il quale poté fargli perdere il favor della corte, ma non la reputazione di capitano eccellente. Colla quale e con 12.000 pedoni e 1.500 cavalli passò per Basilea e Sangallo fin a Coira e preceduto da un proclama (già si sapeva adoprare quest'arma in guerra) entrato per Chiavenna, senza guari difficoltà occupò la valle.

Tosto 9.000 Tedeschi col barone di Fernamondo, entrano in Bormio, e da veri barbari mandano a fil di spada oltre cento inermi. Spagnuoli e Milanesi vengono dal forte di Fuentes, dai cui rincalzi il Rohan è costretto ritirarsi nell'Engadina. Ivi, rinnovato di forze, rientra, agita terribili battaglie, a Livigno fa carne non battaglia addosso ai Tedeschi ubbriachi, poi addosso agli Spagnuoli al Fraele,(94) indi a San Martino di Morbegno, ove, se non era il valore del Robustelli, pigliava lo stesso famoso generale Giovanni Serbelloni(95), e smorba la valle dagli Austriaci.

Anzi, mentre aveva buono in mano, feroce per le prospere cose, precipita sopra le Tre Pievi, le pone a sacco e fuoco; mette fiamme al bellissimo palazzo Gallio, composto di glorie maritate agli stupori; ma… il fuoco conobbe esser grande empietà il danneggiare quelle torri che nella loro elevatezza sembran parenti prossime della sua spera. Al Monte Francesca il Rohan sconfigge il Serbelloni e s'inoltra: finché Lodovico Guasco, mastro di campo che gli aveva sempre nojato il fianco e impedito i viveri, gli oppose nel castello di Musso tale resistenza, che il Rohan diede l'impresa per impossibile. Ma com'era d'animo audacissimo, per tentare una punta sovra Milano, di concerto coi collegati, prese via sulla sinistra del Lario e da Bellano risalendo per il letto della Pioverna entrò nella Valsassina. Ad Introbbio distrusse le fucine dei projetti guerreschi, e tutto malmettendo, si spinse fino al ponte di Lecco. Quivi trovò una testa grossa dei Brianzuoli, gente (riflette il Ripamonti) robusta e bella, salda nelle battaglie, che esercitata nelle guerre per le frequenti insidie e contese private, non ismentisce la vera, libera, generosa, battagliera origine sua. Al tocco del campanone di Brianza, ed alle fiamme accese sulle vette, erano essi accorsi in arme guidati dai loro castellani; e tale aspetto offrivano di bravura e sicurezza, che il Rohan si tolse giù dal disegno, e fatto rogare ad un notajo l'atto di questo ardimentoso tragitto, ripeté il corso sentiero. E perché ne mormoravano le truppe sue, schiuma di ribaldi, le acquetò permettendo il sacco del litorale, principalmente di Mandello e Bellano, poi della Valtellina(96).

In questo stante s'erano messi nuovi trattati per parte della Francia, la quale, smaniosa di togliere all'Austria quel passaggio, moveva ogni macchina per amicarsi i Valtellinesi, promettendo sottrarli affatto dai Grigioni, redimerli fin dallo stabilito censo, incaricandosene ella stessa, e concedere giustizia propria, unica religione.

Ne venne odore ai Grigioni, i quali altamente adontatisi, come il re gli accarezzasse solo in quanto gli parevano utili contro gli Austriaci, abbandonarono di tratto l'alleanza del Cristianissimo e si volsero a Spagna. E Spagna, non avendo maggior desiderio che questo, non istette ad assottigliare sulla coscienza, e ne abbracciò la lega.

Che che delirano i gabinetti, ne soffrono i popoli. Subito sonò di armi il paese: Spagnuoli al forte di Fuentes, Tedeschi a Bormio, Grigioni a lato. Sicché il Rohan, a cui la rivalità del Richelieu faceva sempre scarseggiare i soccorsi, dovette battere in ritirata, non senza insulti e sangue per parte della ciurmaglia, usa a mordere chi fugge, leccare chi arriva.

In tal modo la fortuna della Valtellina ritornava nelle mani della Spagna, che ingorda di saldare l'alleanza coi Reti, perché non avesse altri a coglier la lepre ch'essa aveva levata, non si faceva coscienza di sacrificare agli interessi proprj l'antica ma debole sua protetta. Il marchese di Leganes, nuovo governatore del milanese, cupido di tornare carico di questa gloria in Ispagna, non badava se bene o male fosse il porre a repentaglio la religione e la nazionalità altrui. Quindi ogni cortesia ai Grigioni ambasciadori, niuna ai Valtellinesi: chiese al vescovo di Como se la religione cattolica fosse compatibile col governo grigione, e questi rispose del sì. Né diversamente aveva deciso una congregazione di teologi in Spagna. Vi ricorderà che pochi anni prima si era diversamente sentenziato: ma gli è uso antico, fin quando i generali colle spade dettavano le risposte agli oracoli.

E già nel castello di Sondrio s'era messo presidio grigione: del che non domandate se fremevano i Valtellinesi. Si era anzi da certuni proposto di avventarsi di bel nuovo nell'armi e, concitati da sdegno formidabile, scannare i pochi nemici in paese, ardire ogni estremo per risuscitare la fortuna da sé, dopo gettata a banda ogni fiducia di soccorsi da Francia o da Spagna. Pareva ottimo quel che non era più a tempo. Perocché erano asseccati di vivande; non più danaro né credito; la peste del '30, rinnovata per soprasoma cinque anni dipoi, li aveva consumati di popolo; ed in tutto l'universale era quella malavoglia, quella stanchezza che suole succedere alle forti emozioni, come al delirio furente il delirio tremante; e che fa parere il minor male chinar la testa, e pregare Dio che la mandi buona.

In somma fu, per venire presto al fine di questa lagrimevole narrazione, che il governatore Leganes coi deputati Reti ultimò l'affare in Milano, restituendo ai Grigioni la Valtellina coi patti e salvi compresi in 40 articoli, i cui termini principali erano questi:—nessuno venisse riconosciuto pei fatti corsi dopo il 1620; cassate le procedure di Tosana; le finanze, le tratte e le consuetudini tornino come avanti l'insurrezione; gli uffiziali, dal vicario della valle in fuori, vengano eletti dai signori Grigioni, e la sindacatura se ne faccia in paese; degli statuti impressi nel 1549 sono derogati nominatamente quelli intrusi a danno della fede e delle immunità ecclesiastiche; Bormio ed altri comuni godano i privilegi quali avanti la rivolta; così Chiavenna e Piuro conservino le proprie leggi, ed invece del vicario, possano nominare tre persone pratiche del diritto, una delle quali assista al podestà nei casi criminali; in occasione di passaggio di truppe, i Grigioni procureranno che i Valtellinesi vengano trattati e compensati al pari di loro; unica religione la cattolica, operando in ciò come gli Svizzeri nei baliaggi italiani; non inquisizione; vescovo, preti frati esercitino francamente i loro ministeri, non vi fermi dimora alcun protestante, se non sia magistrato; i signori Grigioni cattolici eleggeranno di due in due anni chi provveda acciocché non sia indotta novità; si manderanno a fascio le fortezze erette dopo la sommossa. Alle tre leghe doveva la Spagna pagar 1.500 scudi l'anno per ciascuna, e mantener sei giovani a studio a Milano e a Pavia. Libero a soldati austriaci il transito per la valle, e a niun altro.

Ai popoli bisogna pure gettar polvere negli occhi; e il Leganes invitò a Milano i caporioni della Valle, come uomini di fiducia interessati nelle decisioni che si stavano per pigliare. Vennero, ma egli non li consultò, non li fece intervenire all'atto, perché non istessero da pari a pari coi loro signori(97). Rato e stipulato, gl'informò dell'accordo. Cadde il fiato a tutti in udirlo, gridarono contro il vescovo Caraffino, la cui fede si diceva mercata e mendicata dai ministri spagnuoli(98); parodiavano il nome del Leganes in liga-nos; protestarono; s'appellarono: fu invano; il gran cancelliere ai loro lamenti rispondeva, non essersi potuto ottenere di meglio; i forestieri davan ad essi ragione, ma nulla più. Onde i Valtellinesi diedero un altro esempio a chi si solleva per favorir un altro principe, e a chi prima degli accordi si lascia togliere le armi di mano.

Questo capitolato formò la base del gius pubblico della Valtellina verso i suoi padroni, e la misura dei diritti e dei doveri reciprochi. Allora si lamentarono altamente i Valtellinesi che fosse stato conchiuso senza di loro; eppure, venne stagjone che, trapassandosi anche quei patti si richiamavano essi alla piena osservanza del Capitolato, asserendo che anch'essi vi avevano stipulato, trasfondendo i proprj arbitrj nel loro protettore(99), e con quello alla mano dovettero, deh quante volte! ricorrere al duca di Milano, che n'era entrato mallevadore, acciocché provvedesse alle continue violazioni. L'ultimo lamento il portarono a Buonaparte, generale e onnipotente della repubblica Cisalpina nel 1797, il quale, considerandosi come sottentrato nei diritti dei duchi di Milano, citò i Grigioni a scolparsene, e prima che arrivassero dichiarò la Valtellina unita alla Lombardia, colla quale poi stette al male e al bene; e con essa caduta sotto la Casa d'Austria, divenne importante anello fra i possessi di quella in Italia e i trasalpini.

Ma senza prevenire i tempi, per allora tornarono Grigioni nell'intero possesso e, dicasi a loro lode, moderatamente. Non s'affidarono però a rimanere quelli ch'erano stati maggiori stromenti a ordire la rivolta; e il cavaliere Robustelli, primo fulmine di quella guerra, benché affidato di pace e di salute, non sofferse d'obbedire cogli altri ove agli altri aveva comandato, e alla patria, cui più non poteva giovare, disse addio con quel sentimento, con cui s'abbandona la terra che rinchiude ogni cosa più caramente amata. Non mancò chi gli applicasse il titolo che gli Italiani serbano a chi non riesce, di traditore.

Le cose però non potevano a lungo passare di cheto fra tanto astio di sangui: e sarebbe un non finir mai il ripetere le lamentanze dei Valtellinesi perché si violassero alla scoverta le convenzioni. I Riformati, benché avessero divieto dal paese, crescevano di dì in dì: la sola piccola Mese dopo un 15 anni ne contava 50. Quattro famiglie n'erano a Tirano, tre a Teglio, altrettante a Cajolo, il doppio a Traona, nove a Sondrio, due a Berbenno, dodici a Chiavenna, altre altrove di buona parentela, a non contare gli artigiani ed i forestieri. E questi vivere alla libera, facendo gabbo dei divoti e dei riti. Ed i magistrati ledere le immunità del clero, proibire il ricorso a Roma, pretendere la rivelazione delle confessioni, tenere in palazzo a Sondrio conventicole di predicanti, e industriarsi d'introdurli(100). Anzi i Riformati avevano chiesto alla dieta grigia di potervi avere tre chiese. Intanto i ricchi tenuti sempre in colpa per ismungerne danaro; assolto chi pagava; processati due ragguardevoli sondriesi perché avessero usato la parola eretico e lo stesso arciprete perché congregò alcuni caporioni a prendere partito sopra questa cattura. "O cara libertà come t'ho persa! O cara libertà dove sei gita!" esclamavano essi(101). Quindi frequenti richiami; e gran trattati si menarono nel 1652 nel '59, nel '69, ma tutti coll'esito stesso, rimanendo fermo il Capitolato di Milano.

I Riformati però non ebbero più il vantaggio nella diocesi comense, e libertà di riti tennero solo a Poschiavo e Brusio, terre che anch'oggi appartengono alle Leghe grigioni, benché di lingua italiana e cisalpine. Ivi i Riformati sono un terzo, ed in questa proporzione si distribuiscono gli impieghi: essendo il podestà due anni cattolico, uno riformato e così delle altre cariche. Vivono in buona concordia e tolleranza, e noi vedemmo assai tra gli Evangelici assistere ai riti dei Cattolici con bella modestia. I pastori delle due chiese riformate sono spediti dal capitolo dell'alta Engadina. Usano la bibbia tradotta da Giovanni Diodati! e seguono la confessione retica segnata in Coira il 22 aprile 1553, cui si aggiunse poi l'elvetica. Ammette quella i tre simboli, il pater, il decalogo, la domenica, i sacramenti del battesimo e della cena, però come segni e non necessari alla salute. In un concistoro, tenuto ogni anno dai pastori della Rezia per turno, e sopravveduto dal decano, approvano i ministri, e si danno a vicenda consigli sulla fede e sui costumi. Nei loro catechismi variano assai anche nei punti fondamentali; alcun che di luterano vi s'introduce, conservandosi il sacramento e portandolo agl'infermi; s'era fin proposta la confessione auricolare, ma tutto dipende dai ministri, laonde questi da alcuni anni ebbero istruzione di non trattare mai di dogma, ed attenersi alle sole verità pratiche. E deh sia presta l'ora che rinverdiscano i rami, e il sacro sangue della redenzione ci unisca tutti in un solo ovile sotto un solo pastore.

A questo riuscì la lotta sì lungamente agitata con armi e con trattati in Italia e fuori: lotta male avvisata nel cominciamento, crudele nell'atto, inutile nel fine. Quegli uomini, superstiziosi non religiosi, se la religione sta in benevolenza d'affetti e santità di opere, dopo compiuto il gran delitto, persuasi di non trovare perdono, e che unica salute era il non sperarla, dovevano da sé stessi difendersi fra le barriere dei loro monti. Qual esercito, pur ordinato e grosso, può resistere alla fatica della guerra popolare; che sventa i disegni del nemico e glieli volge sul capo, che drizzando sempre i colpi dal giro al centro, li fa tutti mortali; che affanna e stracca, fugge e ricompare impreveduta, inevitabile, né può per battaglie terminarsi; ove più valgono i soldati assai che i capitani; ogni casa diviene una fortezza; ogni siepe, ogni macia un baluardo, ogni elemento un'arma micidiale. ove gli aggressori scorati, privi del mangiare e del bere, devono in fine cedere al popolo, che, non disperando della patria nel giorno della sventura, difende la propria indipendenza? Così vedemmo ai dì nostri salvarsi dall'ambizione d'eserciti tremendi la Spagna, il Tirolo, la Grecia… doveva così la Valtellina francheggiarsi. Ma i coltelli adoprati all'assassinio parvero cadere di pugno. E dopo la vittoria di Tirano, non sapendo intera soffrire né la libertà, né la servitù, seguitarono non diressero gli eventi. Quand'era tempo di fare, se n'andarono in consigli: da re, i più avidi di acquistare che vogliosi di francheggiare, mendicarono gli ajuti che dovevano da sé soli sperare.

Ricorsi all'intervenzione dello straniero, potevano ottenere buono stato dalla Francia; invece si commisero alla Spagna, che col non risolvere, nutricò lungo tempo la guerra. Poi pretendendo vigilarne il bene e la religione, la vendette per vantaggio proprio a coloro che più odiava, senza tampoco i privilegi di prima; anzi consolidando quel servaggio, cui l'avevano ridotta le lente usurpazioni dei Reti. Diciannov'anni di guerra fra tumulti ed eccidi, fra le ansietà della speranza e degli sgomenti, colle solite conseguenze delle rivoluzioni, sospensione delle utili arti e del faticato progresso, abbassamento dei caratteri, assuefazione allo stato provvisorio ed ai mali come ad una necessità, oblìo della franchezza vera e della legittima opposizione, schifiltà da quell'obbedienza che è la condizione più necessaria alla libertà, bisogno di distrarsi e stordirsi, confidenza nelle eventualità imprevedibili e fin nella conflagrazione universale come rimedio, mentre è un male che tutti gli altri peggiora e a nessuno ripara. E l'appannaggio dei deboli la rabbia e la paura: aggiungete 25 milioni di lire scialacquati, infine la sudditanza che avevano dichiarata importabile furono l'espiazione imposta da quel Dio, di cui si erano arrogati i diritti e le vendette.

Ad alcuno parrà che la storia dia torto ai Valtellinesi sol perché soccombette, se fosse riuscita, cercherebbe da lei esempi del meglio. Caduta, non vi vede che ragioni di biasimo. E forse è così: ma se il passato potesse servir di lezione, e l'uomo non si ostinasse a ricominciare sempre l'esperienza a proprie spese, avrebbero i signori ad apprendere a rispettar la giustizia, i patti e la più libera delle cose, la coscienza, onde non costringere i popoli a ricorrere all'estremo rimedio. Avrebbero i popoli ad apprendere che a grandi mutazioni si vuole gran consiglio prima, gran risolutezza poi, adoperare tutti i mezzi di riuscire, né prorompere senza considerazione o procedere senza fermezza per non pentire senza rimedio quando si trovino ribadite e aggravate le catene da quegli appelli alla forza, da cui si erano ripromesse libertà e pace.

FINE