Capitolo XVII.
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— Umanità, tu non vali la corda che t'impicchi; — noi abbiamo lasciato Fabrizio, il quale così bestemmiava contro gli uomini, come già Bruto un dì maledisse per disperazione contro la virtù; però, quantunque la procella rimescolasse l'anima del primo come quella del secondo, bisogna confessare che troppo erano diverse le cause, le quali avevano condotto ambedue al doloroso passo.
Fabrizio sortiva dalla natura talento, non ingegno; differentissime doti fra loro; pure anche col talento si fanno cose egregie, ma a patto che il cuore lo sovvenga a conseguire nobili aspirazioni. I diplomatici quasi tutti possiedono talento; non mi è occorso alcuno che abbia ingegno.
Gli onorati studi pertanto praticaronsi da Fabrizio, come una carta geografica, la quale gli avrebbe insegnata la strada per arrivare al tempio dove Dio è Mammone. L'eccessivo presumere di sè lo rese vano, ed è di angustia grande considerare quanto la vanità possa a piegare verso terra anime uscite di mano alla natura, divine per indole. La vanità, oltre a fecondarli, salda insieme i pessimi istinti. Il giovane, il quale arroga di aver messo il tetto, in breve vedrà demolito quel tanto ch'egli si aveva con lunga fatica fabbricato. Fin qui i nostri costumi, o pari in tutto, o diversi poco da quelli di Francia, ond'ella cadde in miserabili rovine, e a noi non è concesso risorgere. Piaccia a Dio che i concetti magnanimi e il sangue generoso non sieno stati sparsi invano; ma intanto ne sgomenta uno sfinimento mortale. Vedete se l'anima della massima parte della gioventù italiana non vi sembra adesso una spugna tuffata nelle turpitudini francesi. Da anni ben lunghi la Francia è fatta acquitrino di gente rotta ad ogni libito; colà furono assegnati nomi onesti alle infamie, eleganze alle oscenità, e perfino sembiante di amore patrio al tradimento; quivi troverai l'assassino che allieta gli ozi forzati del carcere scrivendo poesie con penna intinta nel sangue; — e il pudore mandato a scuola da pubbliche meretrici; banchieri i quali vissero a Corte, perchè non erano incatenati in galera: colà volteriani che vanno alla messa, atei papisti; repubblicani smanianti per una delle tre monarchie che li ha nerbati come servi della pena; da un lato delirano per la uguaglianza, dall'altro spasimano per la febbre di croci, siano pure quelle dello Sperone di oro, o dell'ordine Piano; amatori sviscerati della umanità, e al punto stesso credenti, che la natura li fornì di calcagno unicamente per pestare il collo dei loro fratelli di umanità. — Le lettere diventate bordello; poeti e prosatori, invece di darsi la mano a chiudere la tetra sentina, e a calafatarla, onde non se ne spanda il fetore, pretendono costringere le Muse a rimestarla, ed essi ci tuffano bocciuoli di canna, e per la Europa diffondono le laide bolle, che si attentano battezzare per libri: tutto costà sa di ebbro, sa di matto e di feroce ancora, ma il matto prevale. Le Muse, sdegnate, gli sguardi torcono e il passo dal paese imbastardito; per la quale cosa agli oratori colà sembra arringare, e cicalano; ai poeti immaginare sublimi fantasie, e gonfiano le gote; i guerrieri di Francia si crederebbe che sieno venuti in Italia a scuola da Lamarmora per imparare a perdere; i politici hanno appreso per ispirazione (dacchè maestri non ne potevano avere) l'arte di convertire gli amici in inimici, e di stringere forte con le proprie mani le leghe potenti a cancellare da un punto all'altro la Francia dal novero delle nazioni.
Satura di queste mal'erbe (respingendo dagli occhi le lacrime e la passione dal cuore) miriamo un po' adesso quale si mostri la massima parte delle generazioni che sono venute dopo di noi: odia più della morte la onorata parsimonia: agonizzante per la pecunia, che valga a spingerla nel mare magno della lussuria, dove rompono inevitabilmente salute e fama.
Solo che Maometto promettesse di trasportare in Italia il paradiso che riserva ai suoi devoti nell'altro mondo, anche a patto della circoncisione, la nostra gioventù si farebbe turca. Essa vorrebbe dare ad intendere di dividersi in cultrice della libertà e in cagnotta della tirannide; non le badate; da un canto la riarde astio di stomaco vuoto, dall'altro la travaglia flatuosità della indigestione dei rilievi cascati dalla mensa regia. Agguantatela, una dopo l'altra buttatela su la stadera: qual diversità riscontrate nel peso? Tutta temeraria, tutta insolente, tutta parimente corrotta: per ragioni ha vituperi, per dottrina obbrobri: calunniosa e maligna, simulatrice e dissimulatrice, impronta, temeraria; rôsa dalla invidia, non si potendo inalzare fino agli austeri cittadini, unico vanto d'Italia, si arrabatta ad abbassarli fino a lei:
E nequitosa li persegue, e fuga
Con schiamazzo infinito, e con suo testo
Di lordura macchiato e pien di ruga,
E lo irrequieto suo stridere infesto,
Timidi e pochi amici aggiunge al vero
E al vivere civil sempre è molesto.[19]
Le voci distinte confonde in accordo quando si tratta d'inneggiare ghiottornie, lascivie e stravizi, onde s'imbestia la vita. Catoni quando non possono farla da Aristippi, cinici sempre. Leggete le scritture loro: dove la virilità dei concetti? dove il prudente discutere? dove il solerte investigare? Invece di sentenze, motti da taverna; sensi da far vergogna al bordello.
E pure il sentire generoso, gli studi sapienti, il forte operare e le parole sante, indispensabili alla conservazione delle repubbliche, appaiono necessarie alla impresa, piuttosto che umana, divina, di rigenerare un popolo e cavarlo dal sepolcro per riporlo in soglio.
E se così argomentasse la gioventù italiana, i versi eccelsi di Francesco Petrarca, che fino ad ora vagarono per la Italia cercando un luogo dove fermarsi, troverebbero sede nella fronte di lei:
Che puoi drizzar s'io falso non discerno
In stato questo popol doloroso
Quanto ti fia glorioso
Dir: gli altri l'aiutâr giovane e forte,
Questi in vecchiezza lo salvò da morte.
Peggio che ingiustizia sarebbe negare che molta, non tutta, di questa gioventù adoperò ferocemente le mani, e le paia gran vanto avere rivendicato la patria dalla insolenza francese: gl'italiani non si battono; ma oggimai chi dà retta ai francesi? Noi però dobbiamo avvertire che anco i gladiatori combattevano ferocemente: talora costretti, spesso volontari, per campare vita breve e infame consentivano a uccidere e ad essere uccisi, e morendo pigliavano atteggiamento scenico per libidine di plauso: tanto ai morenti, quanto ai superstiti cotesto rumore pareva gloria! Le armi solo sanguinose non approdano nè onorano; le sapienti sì, ma queste per noi italiani stanno sempre nei voti. Soldato fu Cesare, che militando dettava i Commentari; la mano stessa, che la mattina con la spada operava miracoli di valore, la sera con lo stilo li tramandava alla memoria dei posteri, sicchè noi oggi andiamo perplessi se egli meglio li effettuasse o li scrivesse; soldato Catone, che immoto negli ultimi pericoli si confortava leggendo il dialogo di Platone su la immortalità; soldato Bruto, vigilante la notte in mezzo ai campi meditando sui libri; soldati parecchi di quelli alunni di Napoleone I, i quali portavano nello zaino confusi con le cartucce classici greci e latini da volgarizzare e commentare, o piuttosto celebriamo soldati veri coloro che combattono per giusta causa con sapienza pari alla virtù.
In Marte bertone di Venere la gente ravvisa il soldato da osteria, solo lo salutano Dio quando lo accompagna Minerva.
Fabrizio dunque era vano e smanioso dei piaceri, e più delle apparenze del lusso: quanti lo soperchiavano di tutto cuore odiava; se accadeva che qualcheduno dei suoi amici lo rasentasse sfolgorante in cocchio trasportato da focosi cavalli, a voce alta gli mandava un saluto e a bassa aggiungeva: a rotta di collo! — Del suo fratello Omobono non sapeva darsi pace; sopra costui la Fortuna aveva versato e poi scosso il sacco, mentre su la sua faccia lo aveva sbatacchiato vuoto: frequentava luoghi appartati; aspreggiatore di se stesso; ogni giorno più corrivo all'ira e selvatico; per uscire di pena avrebbe dato l'anima al diavolo se gli fosse comparso davanti.
E il diavolo gli comparve davvero nella persona del presidente di una Corte di appello. Aveva nome Vinneri. I sette peccati mortali gli andaron fino a casa ad educarlo gratis; ma egli durante tutta la vita mise da parte quanto gli avanzava da quelli per fabbricarsene un ottavo, e giusto allora stava per rompere il salvadanaio; però dei sette, due gli avevano preso il sopravvento, ed erano la ghiottoneria e l'avarizia, impossessata di lui sotto la forma del demonio del gioco. Se avessero ragguagliato la sua ignoranza con la sua malignità, non ci saria scattato un dito; e tuttavia lo giudicavano dottissimo, però che egli ponesse a parere quello che non era la pazienza industre di cui la natura si mostra liberale alle creature peggio complessionate. Lento il passo, la sembianza grave — i bufali non ridono mai, — la favella tarda, come frequenti sopra le labbra di lui le parole: ci penseremo, esamineremo, gli è un caso momentoso; e vuolsi considerare ad trutinam, e via discorrendo: nel suo studio da per tutto libri, e di carte una catasta: però queste ciurmerie a cui le guardava pel sottile palesavano la sua inane ed improvvida furberia, imperciocchè ti venisse fatto di scorgere improntata in varie guise la forma del gatto di casa sopra lo strato di polvere che vi era caduto. Strana condizione! Non lo amava persona, e tutti accoglievano volentieri costui: prima di salire i gradini davanti la porta del tribunale, egli soleva levare le ciglia in su per mirare da quale parte piegasse la banderuola per regolarsi; nè punto lo celava, al contrario soppiattone in ogni altra cosa, procedeva aperto in questa, affermando che il magistrato è appunto come il cane, latra e morde per chi gli butta il pane. La giustizia distributiva da lui s'intendeva a questo modo: fra il governo, che di presente teneva il mestolo in mano, e i privati, sempre torto ai privati; tra nobili e ignobili, i secondi sempre condannati nelle spese; fra ricchi e poveri, non si sentiva il cuore da innovare l'antico costume: all'osso dàgli addosso; alla marmaglia era giustizia la sorte, ed era la meglio trattata; il primo processo, che allungato il braccio gli capitava sotto, vinceva.
Tutti i governi lo avevano disprezzato, e tutti lo avevano blandito, perchè senza eccezione tutti lo avevano giudicato arnese eccellentissimo di servitù. Costui, per operare i voltafaccia a tempo, girando lieve e veloce su le calcagna come uscio sopra i ben unti arpioni, valeva un tesoro; e se le ritirate politiche fruttassero fama quanto le militari, Senofonte di petto a lui sarebbe stato un tamburo; per la quale cosa egli, sicuro di sè, presentava le insegne degli ordini cavallereschi dei governi caduti ai governi via via sorvegnenti, come il forestiero getta sopra la tavola del cambiatore la moneta affinchè gliela baratti, e i nuovi governi senza fiatare gliela permutavano, ed anche qualche cosa del loro ci aggiungevano. Il governo tramontante se lo vedeva scomparire da canto fra la pera e il formaggio, senza accorgersene, proprio a quel modo che il sonno inavvertito piglia l'uomo; il governo oriente se lo trovò davanti non sapendo donde fosse venuto; forse pensò gli fosse cascato dalle maniche; il Vinneri allora per salutarlo finì un sorriso che aveva incominciato per l'altro; appunto come il cardinale Zondadari a Siena ebbe a finire pei francesi il Te deum ch'egli aveva incominciato pei tedeschi. Se invece di sperperare al gioco il prezzo della giustizia venduta lo avesse custodito nello scrigno, e se le monete fossero stati galletti, non avrieno nella notte lasciato dormire lui nè tutta la contrada.
Ebbe moglie; un povero corpo composto di carne di seppia, bianco e senza sangue; una povera anima tenuta quindici anni in molle dentro una pila di acqua benedetta; la notte a letto, il giorno in chiesa; concepì di una figliuola per distrazione; la vide nascere senza gioia; la vide crescere senza amore; la beghineria l'aveva insugherita; tutto accadeva per volontà di Dio; quanto Dio ordinava tutto era bene; e quindi era mestieri rassegnarsi ai voleri di Dio; se a un povero diavolo ruzzolando le scale accadeva rompersi una gamba, la gamba rotta attestava il castigo del Signore, la rimasta sana il miracolo del Signore, ambedue la visita del Signore a cui vuol bene; le sue sostanze parafernali, che non furono poche, colarono a stille nella Chiesa pei buchi religiosi, che innumerevoli sanno praticare i preti; e i giorni suoi svaporarono in sudore di rosari; alfine disparve tacita, come la goccia dell'acqua santa grondò nella piletta dalle sue dita che ce l'avevano attinta.
Quando fu morta, il Vinneri essendosi accorto ch'ella aveva disperso i beni parafernali com'egli dato fondo ai dotali, esclamò amaramente:
— Ah! quel buono uomo del Franklin ha lasciato scritto che un vizio costa più di due figliuoli, e sarà; non però più di una moglie: devota la divorano i preti, mondana le crestaie; ed ora con questa figliuola in casa come si stilla?
Di fatti, se la madre non se n'era tolta cura, figurarsi se il padre! Egli aveva in pratica la regina di cuori mille volte più della figliuola. La madre, quando l'aveva menata a messa tutte le feste di precetto, a confessarsi ogni mese una volta, quattro a comunicarsi in capo all'anno, credeva aver fatto quanto Carlo in Francia; al padre sembrava avere superato la fatica del Cireneo, menandola nel carnevale al teatro un paio di volte.
La fanciulla venne mirabilmente leggiadra; di capello nero lustro e copioso, gli occhi pur neri luccicanti di voluttà, nei moti serpentina, facile al pianto, facile al riso; e piangente e ridente, leggiadrissima; ma piangente più, imperciocchè ridendo le labbra e i denti davano sembianza vera di gelsomini in mezzo ad un cerchio di ranuncoli, ma le lacrime moltiplicavano i raggi alle pupille: un secentista avrebbe cantato ch'ella piangeva brillanti: vestiva da pinzochera, e cotesta foggia cresceva la procacia della sua venustà: ti sarebbe parsa Venere immascherata da suora del Sacro Cuore di Gesù. La chiamavano Bianca, e la stupidità del notaio, che scrisse Alba per errorem sopra una pagina del suo protocollo pressochè tutta nera, applicata a lei sarebbe stata arguta definizione,[20] imperciocchè casta di corpo veramente ella fosse, ma di spirito corrotta per modo che più non avrebbe potuto; insomma, ella era una botte di petrolio sotto a un forno, una polveriera accanto ad una fucina.
La madre, chiusa nella sua cameretta a recitare rosari, viveva sicura che la figliuola nel silenzio della propria meditasse sopra la Manna dell'anima del Padre Segneri, ovvero intorno il Panierino degli odoriferi fiori offerti al Sacro Cuore di Gesù del Padre Birma, e la indovinava perdio, ch'ella produceva la veglia alle ore più tarde della notte rivoltolandosi nella sozzura delle lettere lenone di Francia. So troppo bene che di laidezze non andarono immuni le letterature greca e latina, e nè anche pur troppo la italiana; ma non so di coteste o la eccessiva volgarità dei concetti, o la forma classica del dire, o la nudità repulsiva, o altre qualità che non importa discorrere, ci fanno conoscere subito come le siano un portato della immaginazione, anzichè un ritratto dei costumi attuali; onde avviene che per loro non si meni strage della onestà come dai Galeotti di Francia.[21] Non indico nomi, non contrasto l'ingegno, nè la leggiadria del dettato; ma quanto più questi ammirabili, tanto maggiormente colpevoli di avere cagionato la decadenza delle virtù cittadine.
E' pare che di siffatte disposizioni della figliuola Vinneri si fosse accorto, e almeno ne sospettasse, perchè seco stesso fermò levarsela ad ogni costo d'intorno; di vero, invece di avere per la morte della moglie ricuperata intera la sua libertà, si trovò ad averla perduta, sentendo la necessità di vigilare con diligenza la fanciulla; già s'intende non per amore a lei, nè per istudio di onestà, bensì in virtù di questo ragionamento: poichè dote io non le posso assegnare, mi tocca ingegnarmi a pescarle un marito al brumeggio della bellezza e della buona reputazione: maritata che sia, io me ne lavo le mani; chi la cavalca la selli.... — Insomma, il credito della figliuola gli stava a cuore, come a cui torna di mezza notte a casa preme che il moccolo gli duri acceso per le scale fino alla porta.
Rapito alle geniali abitudini del giuoco, il presidente Vinneri si rendeva a casa sul calare del giorno, e quivi, avvoltolata la persona nella vesta da camera, i piedi nelle pantofole e il capo coperto dal berretto di cotone — elmo dei mariti militanti — almanaccava col cervello per creare o per chiappare eventi capaci di porgergli il destro per mandare al diavolo l'unica e dilettissima figliuola; l'interesse non rifiniva mai di spronare la immaginazione, la quale pigliava a correre di carriera pei vasti campi della speranza; invano, perchè tutta sudata se ne tornasse sempre alle mosse senza mai avere vinto il palio; fuori dei quattrini non gli sovvenivano chiodi capaci di conficcare un marito in croce.
— Maledetto abbaco! — Fu udito spesso taroccare con seco; invece di venerabile, io mi aspetto vedere un giorno o l'altro esposto sotto la residenza l'abbaco; nel ciborio porranno a custodire l'abbaco, e la eucarestia da ora in avanti sarà amministrata a tutti i fedeli con un cavurrino da due franchi. O tre e quattro volte beati padri circassi! A voi una bella figliuola rende più di un podere in Chianti. Io non so se la donna nascendo portasse via una costola all'uomo, fatto sta che la figliuola quando si marita ne porta via sei a suo padre. Colà, in quelle terre felici, a un bisogno si vende la figliuola, e se ne fa quattrini senza che alcuno vi suoni le tabelle dietro. All'inferno i filosofi! E' fu in grazia loro, che invece di estendere le facoltà del padre di famiglia fino a vendere i figliuoli bianchi, gli hanno tolta quella di mettere all'asta i neri. Gente irrequieta, brontolona, fastidiosa, la quale odia il tondo perchè non è quadro, e se diventasse quadro arrangolerebbe a restituirlo tondo.
Così dopo avere vagellato un pezzo, uggito fino alla morte, messo da parte il presidenziale decoro, chiamava la serva, e per ammazzare il tempo si adattava a giocare a briscola con lei.
Mentre però egli stava per buttarsi via come disperato, ecco la fortuna parargli davanti il fatto suo. Certo dì, mentre scende le scale umide e melmose del pretorio, gli accade di mettere un piede in fallo e dislogarselo ad un tratto; le avrebbe ruzzolate fino all'ultimo scalino, se per sorte, trovandosi lì presso Fabrizio, con mani pronte non lo agguantava tenendolo su ritto; poi con lo aiuto di altri lo mise in carrozza, volendo ad ogni patto accompagnarlo a casa, dove presolo in quattro lo adagiarono sopra il letto. Chiamato il cerusico, dopo tastata la parte, giudica non grave il caso, trattarsi di semplice lussazione guaribile di leggeri: intanto non si muova l'infermo; rinnovino al collo del piede fomente diacce di acqua saturnina; ripasserà più tardi per vedere se ci fosse caso di applicare le mignatte; e a rivederci.
Fabrizio, nel prendere commiato dal presidente, chiese licenza di tornare a informarsi della sua salute, e questi prontamente:
— Caro avvocato, se io le dicessi sarà per sua grazia, direi poco e male, ella mi farà proprio una carità fiorita, perchè chi sa per quanto tempo mi toccherà a starmene fitto nel letto: intanto le rinnuovo le proteste della mia riconoscenza; e tu, Bianca, rammenta che se questo egregio giovane non era forte, a questa ora tu non avevi più padre.
La figliuola, che aveva capito la ragia per aria, cavatosi un candido fazzoletto di tasca se lo accostò agli occhi per asciugarsi una presunta lacrima, e alle parole paterne, come corda armonizza con corda, aggiunse:
— Dio gliene renda merito, signore... signore?
— Fabrizio ai suoi comandi.
— Signor Fabrizio; e se potessi sperare che le mie preghiere valessero qualche cosa presso di lei, io vorrei supplicarla a favorirci più spesso che può.
Poffar del mondo! Non ci era mestieri di tanto, però che voi abbiate a sapere come i giovani nel tastare il piede infermo del presidente si fossero toccate le mani; e nel chinarsi a esaminarlo i capelli loro insieme si confondessero. Ora è provato che i capelli sieno potentissimi conduttori di elettricismo due cotanti meno dei labbri, ma due cotanti più dei fili di zinco; ed eransi altresì ricambiati parecchi sguardi a punto interrogativo, e non so nemmeno io quanti sorrisi reziari.[22] Breve. Uno aveva votato contro l'altro tutto il turcasso delle quadrella di Amore.
Il Vinneri, il quale, comecchè talvolta bestemmiasse per lo spasimo, pure non cessava di tenere un occhio al gatto e l'altro alla padella, fra sè ebbe a dire:
— E' pare che la girandola pigli fuoco.
Fabrizio, com'è da credersi, tenne la parola, forse più spesso che non conveniva, ma padre e figliuola fecero finta di non se ne accorgere. Fra le tante, una volta, trovandosi solo a canto il letto del Vinneri, questi prese la mano al giovane, e strettagliela amorevolmente gli disse:
— Caro Fabrizio, le cure affettuose che vi date per me mi fanno sentire più amara la infelicità di essere privo di figliuoli, ma poichè a ragione vi amo e tengo in luogo di figlio, non posso tacervi alcune considerazioni, che mi sono venute in mente pensando ai casi vostri. Perchè, ditemi, avete cessato di frequentare i tribunali? Perchè dopo la prima arringa, che vi fruttò tanto onore, vi siete ammutito? Donde questa deplorabile accidia a cui vi siete abbandonato? Non me lo nascondete, apritevi a me come a padre....
Ed anco qui sarebbe stato sufficiente stimolo di molto minore, perchè Fabrizio stranamente commosso prese a vomitare vituperii su i giurati a bocca di barile; il presidente lo lasciava dire, quando poi lo vide sboglientito, chiappata la palla al balzo riprese:
— O che siate benedetto, chi mai vi ha consigliato a sciupare il vostro ingegno in isteriche fatiche? Crimen non dat panem, dichiara pure l'antico proverbio del fôro. Furti pernici, omicidi anatre, falsi accegge, avvelenamenti fagiani, non toccano a voi: per voi sono i furti storni, accusati gheppi, insomma da rompercisi i denti a masticarli; e poi, o come si fa a confondersi co' giurati? Questi bottegai si sono impancati a recitare da giudici in onta alla legittima magistratura. Figuratevi! Per costume vecchio essi non usano mai dare agli avventori la libbra di dodici once con le proprie; ora, parvi possibile che vogliano smettere il vizio con le bilance della giustizia? Gente capace a scambiare Puffendorfio con un'isola, Catilina con una benemerita; a scrivere Francesco coll'acca, la Italia col g; gente incapace a fare un o con la canna. Dove siete ito, Dio vi perdoni, a sciorinare eloquenza e dottrina? Tanto voleva dare la crema con la vainiglia ai bufali. Con costoro non si sa mai il punto di coltura; se per caso hai pestato su i calli al presidente dei giurati, impiccati, il tuo cliente è sicuro di sentirsi arrandellata tra capo e collo una sentenza capitale senza circostanze attenuanti; — se non offristi il braccio alla sua moglie quando usciva di chiesa, o non facesti ballare la figliuola al festino, o se fuggisti traverso una maglia dalla rezzola che ti gettarono addosso per pescarti marito, guai a te, annegati; arringando davanti a loro tu farai condannare in galera a vita la stessa innocenza. All'opposto, se il difensore va ai versi al giurato, che importa che dieci testimoni concordi attestino de visu? Che importa perfino che l'accusato confessi avere ucciso un uomo? Che se i cerusichi fiscali riferiscano averlo sparato? I giurati a muso duro sono fantini da sentenziare che non è vero nulla, che il morto non è morto in virtù della parola cabalistica: non consta. Come! Noi altri, che fino da piccini andammo a scuola per imparare a rendere giustizia, su dieci volte sbagliamo nove; ed essi presumono avere la scienza infusa? Eh! via, ognuno faccia il suo mestiere; tractent fabrilia fabri; non confondiamo le carte da tarocchi con quelle da bambara, nè la manteca co' tartufi; i giudici sieno giudici, i sacerdoti sacerdoti, cuochi i cuochi, i nobili nobili: in conclusione, il mondo rimanga diviso in classi, in ceti, in professioni, in condizioni, e stati, arti e mestieri, e se io comandassi lo vorrei distinto in colori come usano lassù nella China. Bel gusto, in fede di Dio, stillarci ad ammannire un pranzo di cinque o sei serviti, per farne poi un buglione prima di metterci a tavola! Tale nei suoi principii e nei suoi effetti tu proverai circum circa la diavoleria della uguaglianza fra gli uomini: così predicano il giurato figliuolo della libertà; per me non glie l'ho visto fare, ma sarà; in questo caso però bisogna dire, ch'egli è uno di quei figliuoli che gli spartani buttavano nel baratro. Da ogni parte sento bociare: rendete i diritti a cui spettano. To'! o chi si oppone? O noi altri giudici non ci siamo a posta per questo? Se la plebe campagnuola usurpò il legnatico o il pascolo sul feudo del padrone, non glie lo facciamo rendere di rincorsa? Il possidente creditore di pigioni, il banchiere di pagherò, ricorrono al nostro ministero invano? Non mandiamo illico et immediate i bravi uscieri a gravare i mobili dello inquilino moroso? Non v'impiombiamo il vostro fallito in prigione? Che cosa è mai questo rendere al popolo i suoi diritti? Forse ai monelli la facoltà di tirarmi le sassate? Ai bottegai di assolvermi parricidi, repubblicani, giornalisti, barattieri ed altra simile risma di gente, a cui in buona coscienza potremmo senza tanti processi legare un sasso al collo e scaraventarla nel Naviglio? Voi, Fabrizio, se un mal genio non vi tirava pei capelli, avreste brillato fra i vostri pari; invece di poggiare in su, voi forviaste, e siete andato in giù; di cui la colpa se invece di trovare l'azzurro del cielo v'imbatteste nel nero di fumo dell'inferno....
Tutto questo il presidente Vinneri spifferò di un fiato; se non lo fermava un nodo di tosse, chi sa dove sarebbe riuscito; tacque per bere e per asciugarsi il sudore.
Fabrizio sostenne codesto rovescio di acqua sudicia a capo chino, sentendosi ora avvampare dalle caldane ed ora gelare dai sudori freddi; poi, temendo che costui saltasse su a squadrargli una seconda di cambio, disse:
— La reverenza che io le devo grandissima non mi concede, signor presidente, di venire in disputa con lei. Per natura e per istudio io professo diverse dottrine: i miei convincimenti mi portano a secondare le aspirazioni della gioventù italiana, le quali, se ci sconfortano talora con qualche disinganno, ci consolarono sempre per la loro magnanimità....
Coteste parole fecero nel presidente l'effetto di una bottiglia di birra stappata sotto le froge del barbero; diede un balzo e proruppe:
— Vanitas vanitatum et omnia vanitas, praeter francesconem[23] m'insegnò un dì certo dotto e sentito magistrato toscano. Che significano esse le aspirazioni della gioventù? Le aspirazioni dell'uomo giovane e dell'uomo vecchio tendono sempre al medesimo scopo, e in ogni tempo e in qualunque paese. E voi per lo appunto avete ribadito e andate tutto giorno ribadendo con i vostri arzigogoli il chiodo fitto da madre natura nei nostri cuori; valga il vero: voi vi affaticate a demolire Dio, e volete l'anima morta col corpo: bene sta, ma chi ha fede nella vita futura potrà (non potendone fare a meno) accomodarsi alle miserie della vita presente; ma se al cessare del fiato si spengono i moccoli, voi mi costringete a crescere da questa parte quanto mi fate perdere dall'altra, a riportare nella casa di qua le suppellettili che aveva mandato ad arredare la casa di là. Vero è che per sollievo mi lasciate la fama; ma fatto ch'io sia tutto terra, a che mi approda la fama? Per significare cosa inane sogliamo dire: gli fa come l'incenso ai morti; ora la fama è meno dello incenso, perchè la è vento senza odore; e ora soffia di qua, ed ora di là, conforme le frulla.[24] Le aspirazioni delle creature viventi consistono nel condurre la vita con meno dolori e con più gioie che sarà possibile: varie le vie che mettono a questa patria comune, chi piglia la più breve, chi la più lunga, chi va per la strada maestra, chi per tragetti; la differenza sta nel metodo: se ci fosse dato potere giudicare per l'affetto, non per l'effetto, tale leviamo a cielo che condanneremmo a dieci anni di galera, e viceversa. Siamo alle solite: fine della vita è godere; la cottura e la salsa non fanno vivanda, sono arti del cuoco. Belle, in fede di Dio, le aspirazioni magnanime della gioventù italiana! Ogni dì vediamo qualche repubblicone dei vostri dare il tuffo nella monarchia, a mo' dei gabbiani nel mare per buscarvi una sardina; almeno i gabbiani, agguantato il pesce, ripigliano il volo in su, mentre i vostri repubblicani nel dare il tuffo perdono l'ale. Che montano tante smorfie? Fate addirittura come noi, non fosse altro avrete il merito della sincerità. Io, professandomi servitore umilissimo della monarchia sabauda dall'a fino alla zeta, mi scappuccio a tutto l'alfabeto monarchico costituzionale, quantunque in una cosa mi muova la stizza, e mi basterebbe il cuore per dirgliela in faccia; ella ficcando sempre gli occhi nel buio della parte sinistra arriva a scoprire qualche bagliore, che crede torcia, ed è un lume a mano; allora mette in opera ogni suo studio per farlo suo, ma nel moverlo le si spegne, ed ella s'impuzza di moccolaia.....
Fabrizio, sentendosi vicino a dare nei lumi, giudicò opportuno levarsi, e tolto con viso acerbo commiato uscì dalla stanza; allora il presidente si percosse della palma la fronte, e non disse, ma pensò come Tiberio quando sentì che Camuleio si era sottratto con la morte spontanea alla condanna: Ah! me evasit, mi è scappato! Se non che Bianca, sentendosi la principale interessata, affinchè ciò non succedesse, gli corse dietro per rammendare, se l'era possibile, lo strappo; Fabrizio tutto sconvolto non pose mente a cui lo seguitava rischiarandogli il cammino; giunto all'uscio di casa lo aperse, e giù difilato a furia per le scale; ma sul punto di tirare su il saliscendi della porta di strada, ecco una voce soave e piena di amore domandargli:
— E ti basta il cuore di lasciarmi così? E che cosa ti ho fatto, Fabrizio?
Come vedete, l'amore aveva progredito con passi lunghi, si sarebbe detto che fosse montato su i trampoli. Fabrizio, nel volgere il capo, vide cascare dagli occhi della Bianca due lacrime, che l'Amore si saria affrettato a suggere con un bacio, per donarle a Venere madre, ond'ella ne arricchisse lo scrigno delle sue gioie più care. Ed ora, che importa che io vi riferisca quali fossero le parole che i due amanti scorrucciati ricambiaronsi sopra la soglia di casa? Voi lo sapete, come entra Amore di mezzo, i negoziati non menano a lungo; basta per ultimatum un sorriso; per ultimatissimum un bacio.
Quando Bianca tornò in camera al padre si pose a piè del letto levando il dito, quasi per ammonirlo, ma l'altro non la lasciò nè manco cominciare:
— Sta' zitta, egli disse, io non so più mezze le messe; e sì che mi era accaduto più volte, che per cuocere troppo presto la torta i' l'ho bruciata. Ho fatto come i bimbi quando tirano su un castello di carte, i quali nel metterci a vanvera il tetto rovinano ogni cosa.... ma veniamo al grano.... ritorna?
— Se ne discorre nè meno! rispose la fanciulla con tale un gesto di superba sicurezza, che non gli legherebbe le scarpe quello di Napoleone, quando, buttato all'aria il cannocchiale, esclamava: — La vittoria è mia!
— Va', tu meriti una statua equestre, — ed aggruppate le dita il presidente colse sopra le proprie labbra un bacio e glie lo gittò.
Di fatti, dopo due sere Fabrizio rivolò a tiro di ale al dolce nido, dove si trattò senz'altre lungaggini di nozze. Cari miei, con fanciulle sparvierate, e babbi lesti, l'Amore, voglia o non voglia, è mestieri che entrato subito in barca agguanti il timone, e sciolte le vele al vento drizzi la prua alle rive del Sacramento, che non è quello di California, bensì del santissimo matrimonio.
Io non dirò, chè forse non direi il vero, che tra Fabrizio e il Vinneri la cosa andasse tra galeotto e marinaro, certo è però che entrambi fecero il conto senza l'oste; imperciocchè il socero, avendo tastato il futuro genero sul modo di rizzare su casa, questi gli spiattellò trovarsi corto a quattrini, non volere toglierne in presto dal fratello, e non potere acconsentire che per lui i genitori menomassero la sostanza domestica: avrebbe sopperito co' quattrini della dote. Eccoci al Rubicone. La Bianca lì presente sentì darsi un tuffo al sangue; il presidente cominciò con un: Caro mio — nel suono della più dolce melodia, che mai posero natura od arte sopra labbri mortali; — proseguì, stringendo le mani del genero nelle sue mani di socero, quasi in due manette candite; — chiamò con tutte le potenze dell'anima due lacrime su gli occhi, ma queste fecero orecchi di mercante e non ci vollero andare, — e dopo siffatti esordi gli sparò lì a brucia pelo che la dote della Bianca, di natura eterea, siccome lei, erasi svaporata nell'universo.
Durante cotesto colloquio parve a Bianca essere stata confitta a domicilio coatto in cima all'Ecla, che è un vulcano in Islanda sopra un monte coperto di neve sempiterna, perchè con vicenda assidua ella trapassava dal ribrezzo alle caldane; nè anco San Lorenzo si sentì rosolito dai carboni ardenti come Fabrizio dagli sguardi della cara fanciulla innamorata, finchè ei si tacque. Ora dunque qualsivoglia fanciulla, vaga di nozze, copiosa di affetti e corta a quattrini, immagini l'abisso, l'oceano, la immensità delle contentezze nelle quali sprofondava il cuore della Bianca quando Fabrizio, dopo stato alquanto su di sè, rispose risoluto:
— Non importa, provvederò in altra maniera; con la dote o senza, la mia Bianca mi sarà cara del pari.
Più avvisato della figliuola, il padre, ora che seppe il genero quasi vergente alla inopia, mentre fin lì lo aveva incalzato a mezzo ferro per farlo restare su la botta, eccolo schermirsi con le parate e dire: che alle cose, le quali si fanno una volta sola, bisogna pensarci due. Pareva lo facesse per amore, ma non ci pensava nè manco per ombra; egli voleva chiarirsi prima come Fabrizio avrebbe rizzato su casa, e come mantenuta; non voleva mica trovarsi ad avere giuocato di noccioli; maritando la figlia desiderava ricuperare la libertà perduta durante il periodo del tempo matrimoniale, però poneva per condizione sine qua non delle nozze moglie e casa; secondariamente suo scopo finale risparmiare i danari pel mantenimento della figlia, per goderseli a carte o a tavola; che se un giorno gli si fosse rovesciata con marito e figliuoli a casa... misericordia! Ci si sarebbe appuntato il cavicchio sul ginocchio. Io non so, nè mi curo saperlo, come Fabrizio ne uscisse; fatto sta ch'egli fornì di arredi assai sufficienti la casa e lo studio, dove mise libri in abbondanza, perchè gli avvocati senza libri somigliano agli speziali senza barattoli.
Il presidente, nel contemplare tutte queste cose agli occhi suoi dilette, andava in fregola dalla contentezza, e si stropicciava soddisfatto le mani, appunto come il Cavour in procinto di applicare un nuovo balzello al buon popolo italiano: ma accadendo dei desiderii nella guisa che avviene con le ciliege, il presidente pensò che bella cosa era stata maritare la figliuola senza dote, divina sarebbe potere cavare costrutto dal genero, onde certo giorno chiamatolo a parte così gli favellò:
— Da' retta, Fabrizio, tu da quel bravo giovane che sei hai lavorato a mettere su lucerna, a empirla di olio e ad attaccarla al palco, adesso però bisogna pensare ad accenderla; domani fa' di essere verso mezzo giorno al tuo studio; verrà a trovarti un signorone, cui un mio amico mi prega provvedere di valoroso avvocato, non so per quale causa; mi scrive ch'è negozio grosso e grasso da starci su ritto il forchettone. Gua'; io non ci metto su nè sal nè olio; ingegnati; aiutati che Dio ti aiuta; non istare a cercare il nodo nel giunco; questo posso dirti e ti dico, che se la furfanteria può menare talora alla galera, la fisicosa puntualità conduce sempre all'ospedale.
Così il socero dabbene al genero futuro; però immaginate lo sconcerto di quello, quando la sera dopo al suo ansioso interrogativo: — Ebbene, a che ne siamo?
Sentì rispondersi:
— A meno che a niente; non v'è da cavarne costrutto.
— Perchè mai?
— Perchè la è causa che non si può sostenere.
— Non è mica questa ragione onde tu non l'avessi a patrocinare: la capacità dell'avvocato si misura appunto dal contrasto che incontra a sgararla: per la piana qualunque brenna è buona; ma orsù, miriamo un po' perchè a te pare non poterla sostenere.
— O ecco, la è chiara come l'acqua; e' sembra, a dircela qui a quattr'occhi, che il raccomandato del vostro amico, in tempo che non rimonta allo assedio di Troia, fosse solito tagliarsi le ugna dei piedi senza levarsi le scarpe.... c'intendiamo? Ricco di miseria e nemico mortale di povertà, scarso d'ingegno e pure provvisto di girandole, e fornito di una fronte da venire a paragone con le navi corazzate. Costui chiese al governo la concessione di scavare una miniera di ferro, esaurita da tempo remoto, ed anco in epoca a noi più vicina esercitata da altri senza profitto; tuttavia il governo gliela negò, perchè povero in canna; se avesse messo innanzi persone idonee a sopperire alle spese, avrebbe considerato il da farsi; allora e' prese a darsi moto dintorno per formare una società, e ne venne a capo: butta in terra seme di grullo, e raccoglierai azionisti di società. Allora, tornato a sollecitare il governo, questo dichiarava accordare la concessione a lui, ma in nome e per conto della società. Inoltre fu stabilito per patto, che un numero strabocchevole di azioni di godimento fossero la sua mercede per la procurata concessione, e queste azioni gratuite partecipassero agli utili desiderati alla stregua delle altre azioni paganti, defalcate però tutte le spese; e così fu sempre praticato di amore e d'accordo dal principio della società fino ad oggi. Adesso costui, di punto in bianco, pretende che gli utili non solo nel futuro, ma nel tempo passato altresì, si devano repartire quanto a lui senza defalco di spese. Gli ho dimostrato come gli stieno contro niente meno che la legge, perchè il socio non è tenuto a rimettere fuori quello che ha riscosso a titolo di utili, il patto e la consuetudine, suprema interprete delle convenzioni dubbie, e le nostre sonano chiare; per ultimo il premio eccessivo, imperciocchè al proprietario delle miniere da esplorarsi è bazza se largiscano un cinque per cento sul prodotto netto.... E ora che ne dite, signor socero, non vi pare ella una causa spallata?
— Ed egli che ti ha detto?
— Egli? Ha fatto una risatina, ha dato una scrollatina di spalle, e senza punto commuoversi mi ha parlato così: ci pensi meglio; giovedì a questa medesima ora tornerò qui a riverirla....
— Caro mio, ringrazia la tua stella, egli ebbe giudizio per te; in generale gli uomini si arrotano invano, durante la intera loro vita, a tirare la fortuna a sè con le tanaglie, e tu quando viene a visitarti spontanea la pigli a calci! Tu sei troppo giovane per giudicare su due piedi; la ragione delle cose non è una mosca, che si pigli a volo; tutte le faccende umane si presentano sotto forma di matasse arruffate, e ci vuole il diavolo a trovarne il bandolo. Di là dal codice, caro mio, vi ha un visibilio di ragioni, le quali, come le stelle di terza e di quarta grandezza, senza il telescopio non si possono scorgere. Quel tagliare i nodi di un picchio con la spada è mossa da soldato sagato, non da soldato togato.
— Ma voi, signor socero, che pur siete magistrato, e dei buoni, dovete confessare che le mie ragioni non ammettono replica....
— Eh! eh! Io sono magistrato non avvocato, e quindi per necessità bisogna che il mio parere dissenta da quello degli avvocati... Come no? O non mi venite sempre in due davanti; uno per sostenere il diritto e l'altro il rovescio? Ora, se dessi ragione a tutti e due, o come farei a giudicare? D'altronde, acqua in bocca, perchè senz'altro mi toccherà a dire la mia su la questione. Tuttavia io non dubito a confortarti di assumerne la difesa, perchè, come ho detto, la fronte prima delle cose spesso inganna, e lo ha scritto anche Fedro, perchè essendo i giudizi vari quanto i cervelli, tu presumeresti di te oltre il dovere perfidiando nella tua opinione come unica vera, perchè se vorrai assumere la difesa delle cause, dove la ragione comparisca chiara come due e due fanno quattro, non ci era mestieri che ti mandassero a studio; per ultimo il tuo podere è il tribunale, dove se ti riprometti seminare sempre ragioni tu ci raccoglierai grilli cantaioli... e tu... tu hai bisogno di provvedere alle spese di casa tua.
Il pane, più spesso che non si vorrebbe, mentre fa vivere il corpo ammazza la coscienza. Fabrizio ci pensò su, e conchiuse col difendere la causa. Il futuro socero presiedeva il tribunale, ma furbo da tenere le volpi in convitto, affidò la relazione del piato ad un grullo di cui il pendolo pensante non si metteva in moto se uno di fuori non gli ci dava una ditata. Ora, sebbene Fabrizio avesse, in meno di due mesi, con la velocità delle comete, corsa quasi tutta la curva della perdizione, pure ebbe a stupire non poco quando il socero dabbene certa sera, ridottosi con lui dentro allo studio, così gli favellò:
— Senti, Fabrizio, ma tieni in te, in Camera di consiglio abbiamo deciso in massima darti ragione. Dunque l'arrosto è nello spiedo. Ora il dotto consigliere commesso a presentare la relazione e lo schema dei considerandi, come uomo avvezzo alla cucina antica, non conosce quei guazzetti di argomenti alla francese, dove siete tanto esperti voi altri giovanotti, e per ciò vorrebbe tu gli mettessi come in compendio le tue difese, ed in forma deliberativa; a te facile la fatica, ed è utile che la sentenza venga fuori insaccata bene e stretta forte; dunque va' a casa, beviti un paio di tazze di Moka mescolato di San Domingo, se vuoi sentire cosa degna, e stanotte apparecchiami un lavorino da pari tuo; prima di consegnarlo al consigliere, lo rivedrò io, ma vado sicuro trovarlo al suo giusto punto di cottura.... — e qui datogli di un buffetto sul mento, tutto allegro lo licenziò.
Dopo pochi momenti il Vinneri proruppe impetuoso fuori dello studio, ed ebbe a dare del capo dentro Bianca e Fabrizio, i quali se ne stavano sempre tubando a mo' di colombi nell'anticamera:
— Sei qui? Mi era scordato del meglio; senti.... e presolo pel braccio lo ricondusse nello studio, dove lo ammonì: — Bada, per quanto vuoi bene al tuo Cristo, non dire al tuo cliente come le cose stanno, anzi mostrati turbato, dagli ad intendere che fra noi ci è un contrasto terribile, che consultammo due volte, e l'ultima per tre ore senza conchiusione di nulla.... tu.... giusto! avere vegliato la intera notte per dettare una memoria diretta a ribattere le argomentazioni avversarie e raddrizzare certe storture sorte nella mente dei giudici..... et in primis et ante omnia fatti pagare; se si schermisce dicendo non avere danaro, cavagli di sotto pagherò da negoziarsi in piazza. Confida piuttosto che non ti riescano ventosi i ceci che grati i clienti: gli antichi dottori ci hanno lasciato per memoria come gli avvocati, finchè la causa dura, si venerano come angioli, decisa ch'ella sia, si aborrono come demoni usciti fuori dall'inferno del conto.
— Lasciatevi servire.
Fabrizio vegliò tutta notte, scrisse, stracciò, rifece: l'orgoglio in contrasto con l'interesse sfrigolava[25] come olio quando l'arriva il fuoco: di tratto in tratto gli pareva che un dito gli apparisse sopra la carta e gli mostrasse lo scritto, mentre una voce gli ronzava dentro: questa è limatura del tuo cuore e del tuo cervello fatta per le tue mani.
Nonostante uscì un lavoro avviticchiato di cavilli da mettersi per giaco addosso al sofisma, onde la ragione non rinvenisse la via di ferirlo; perchè quantunque le gretole facciano allo ingegno umano quello che il limone fa spremuto dentro un bicchiere di latte, pure egli spiega potenza nel male come nel bene: vede strambo, ma vede: mena a casaccio, ma turba sempre e scombussola. Però ottimamente operò Catone facendo licenziare da Roma Carneade, s'è vero ch'egli un giorno per pompa di sufficienza levasse a cielo la giustizia, e in un altro ne dicesse corna.[26] Vero è bene che Demostene, per esercitarsi, componeva due arringhe pro e contro il medesimo argomento, e si leggono nelle sue opere. Come stimiamo fortunatissimo quel soldato, che combattendo sovente nelle prime schiere il nemico non rimase mai ferito, così vuolsi giudicare virtuosissimo l'avvocato il quale, voltolandosi fra tante sozzure, non si contamina; e di questi siffatti ve ne ha, ma rari, come gl'Ippogrifi, che l'Ariosto assicura venire dai monti Rifei.[27] Quando la istituzione dell'avvocatura o fia del tutto abolita, o di molto emendata, e in ogni modo respinta dai Parlamenti, vorrà dire che la lancetta celeste nel barometro della pubblica morale volge al tempo bello.
Fabrizio pose per fondamento della sentenza: la miniera messa in società non essere pugno chiuso, all'opposto apertissimo come quella che fu ab antiquo esercitata dai cartaginesi, dai romani, e forse chi sa? dai pelasgi o dai focesi: rimasta in asso per la difficoltà di rompere il quarzo con picconi di ferro, ora in virtù delle polveri fulminanti ne era tornato agevole, non menochè profittevole, il lavoro: ciò messo in sodo, passava a dimostrare i contratti aversi a giudicare non per quello che paiono, bensì per quello che sono, dietro razionale e giuridica ricerca; quindi, esaminato sottilmente il contratto in quistione, conoscersi chiaro che presentava in un punto i caratteri di locazione e conduzione di affitto, di livello e di enfiteusi. Ora dal canone, dal livello, dal fitto, si detraggono forse dal conduttore le spese che egli commette per cavare frutto dal podere o dalla miniera? No certo: di natura pari il compenso pattuito nel caso; e tanto più doversi giudicare così, quanto che se avvertiamo alla sua pochezza al dirimpetto dei tesori largiti dal proprietario della miniera, non si sa come non abbia intentata l'azione della lesione enormissima. Di faccia al governo enfiteuta il concessionario; di faccia a lui enfiteuti gli azionisti. Non fare amarezza al concetto, se le patenti regie specificavano che la concessione si dava a Gaspero Gasperi (il cliente di Fabrizio si chiamava così) come rappresentante della società, imperciocchè resulti a luce meridiana la società essere accessoria e il Gasperi il principale; quindi non egli la mano della società per pigliare, bensì la società la mano per pigliare e portare a lui. La società teneva le veci della scarsa forza utile a mettere in moto la macchina; la macchina poi spettava in assoluta proprietà al Gasperi. E continuava con un viperaio di sofismi su questo gusto.
Fabrizio vinse la causa, e se ne fece un gran dire: prima nella curia, poi nella città. Pretesto pei curiali allo sbottonare indefesso e crudele l'amore per la giustizia; ma figurarsi: alle brutte passioni agitanti coteste anime male si mesceva quella nobilissima come il fiore di arancio nell'olio di ricino per farlo ingozzare senza stomaco; insomma più che tutto li struggeva la invidia, che il vento tirava in fil di ruota nelle vele a Fabrizio, e da per ogni lato diluviargli addosso grassi negozi, mentre essi anfanavano per non parere, ma in somma pescavano pel proconsolo; portavano lo stuzzicadenti in bocca per dare ad intendere che avevano pranzato, ma erano digiuni. Sottile da principio, secondochè usa, più strepitosa in seguito, violentissima all'ultimo prese a rimuginare una voce, che Fabrizio fosse giunto a spuntarla inducendo il Gasperi a dare l'ingoffo al Vinneri di ventimila lire.
Cotesta voce, quanto a Fabrizio, era calunnia pretta, imperciocchè ben egli si trovasse pur troppo su l'orlo, ma dentro al pozzo non ci fosse anche cascato: rispetto agli altri due bisogna confessare che il Gasperi, con impudenza tetra, non menochè stupida, lo andava dicendo a cui lo voleva e a cui non lo voleva sapere; mentre il Vinneri, torcendo il volto, chiusi gli occhi e le mani levate al cielo, esclamava: Orrore!
Un vecchio succhiello di cancelleria, più tristo dei tre assi, il quale pel continuo esercizio non aveva preso la ruggine, conoscendo di lunga mano i suoi polli, mormorò la sentenza che Esopo assicura avere profferito la scimmia fra la volpe e il lupo;[28] la voce passò, ma come l'acqua del fiume, che un poco di deposito lascia sempre.
Fabrizio però, ch'era scolaro della pezza donde si tagliano i professori, mise in pratica la lezione insegnatagli dal socero puntualmente, e a vero dire non rinvenne nel Gasperi resistenza, all'opposto maravigliosa arrendevolezza, dacchè questi, uomo da bosco e da riviera, sapeva di avanzo come per corseggiare con profitto sul mare della giustizia bisogni spartire le prede con gli avvocati; egli aveva sottoscritto i pagherò con lo intendimento di non buttare fuori nè manco le spese, e ci era riuscito; e poi aveva fatto a dire: o vinco, e non è caro, o perdo, ed anche il caro giovane ci perde la cappella e il benefizio: a questo non aveva pensato il caro giovane, perchè non abbastanza pratico, e poi anche le civette impaniano.
Il Gasperi vinse, e poichè, rifrustate tutte le vie del bindolo, non trovandoci modo di sgattaiolare, fece il galantuomo, e pagò, onde Fabrizio con questi ed altri guadagni assicurato, avvertiti appena per cerimonia i parenti, aveva contratto il matrimonio con la Bianca Vinneri, e messolo sotto la doppia custodia della legge divina ed umana; una volta si credeva che ne bastasse una, e lo conservava acidetto, e inodore, meno la tara di uso, già s'intende; oggi al contrario ripongono il matrimonio in due casse, come i cadaveri, onde non ammorbi, ma le più volte non basta.
Fabrizio non apparteneva alla specie dei cauti, i quali attendono agli umori del popolo, ed a seconda di quelli si governano; superba indole e pugnace, si compiaceva per lo contrario bravarli: la prosperità inebria più dell'acquavite assai; e poi il continuo struggimento della moglie accanto gli aveva proprio messo il cotone dentro gli orecchi: costei, buttata giù buffa, ormai si palesava qual'era; la chiesa frequentava sempre, perchè femminuccia pinzochera, ma ci andava come al teatro, sfarzosa di vesti; non già per vedere, ma per essere veduta; non per adorare, bensì per essere adorata: due febbri perpetue la tenevano accesa; la febbre dei diamanti e la febbre dei cavalli: a quella dei diamanti aveva rimediato alla meglio, mettendone a canto a due falsi uno buono; quanto all'altra dei cavalli non sapeva che pesci pigliare; difatti, ti riesce comparire in corso con un cavallo di carne ed un cavallo di legno? Il mio regno, il mio regno per un cavallo! E se questo fu lecito gridare al re Riccardo III per un cavallo solo, o che cosa non si ha da concedere alla donna che prometta per due?
Ma se a Fabrizio teneva calafatate le orecchie col cotone l'amore, al Vinneri le dilatava il sospetto; e in verità ne udiva delle bigie e delle nere; nè gli giovava farsi piccino, rimpiattarsi e sparire, chè il pubblico maligno aveva indovinato il gioco: il presidente, egli mormorava, si astiene da pigliar parte nel collegio giudicante le cause difese dal genero, ma sotto sotto fa fuoco nell'orcio, e le cose vanno sempre per la china: cotesti non sono giudizi, bensì grassazioni commesse a mano armata di carta bollata sul pubblico tribunale; o come va che il genero Fabrizio abbia sempre ragione, e chi piatisce con esso lui sempre e poi sempre torto? Sopra lui solo piovve lo Spirito Santo? Il capitano forse per tempo non interrotto potrà vincere in grazia della virtù e della fortuna sua, ma l'avvocato, senza che il diavolo ci ficchi la coda, sempre non la potrà spuntare.
E la caldaia, bolli bolli, già manda all'aria i sonagli, già la schiuma in pelle in pelle all'estremo dell'orlo minacciava traboccare: alla chetichella almanaccarono volgere petizioni al ministro; non bastando, alla Camera; scarse da prima le firme sotto le petizioni, e tirate con le tanaglie, ora venivano giù una dietro l'altra come le ciliege: però se in questo tramestìo fosse tutta invidia, veruno poteva saperlo meglio del Vinneri, a cui la coscienza, come fa lo stomaco per indigestione di fortumi, arcoreggiava: di fatti, date le spese al suo cervello, capì che bisognava portarci rimedio piuttosto oggi che domani, onde chiesta ed ottenuta subito udienza dal presidente del Consiglio dei ministri, il quale in quel momento reggeva nientemeno che tre ministeri, dopo ricambiatesi dall'una parte e dall'altra accoglienze affettuosissime, imperciocchè da molto tempo costoro si conoscessero ed avessero imparato a stimarsi come meritavano, il Vinneri parlò:
— Eccellenza, io vengo a proporle un affare di oro, un acquisto proprio co' fiocchi, da crescere la reputazione al governo, e per conseguenza a lei che tanto saggiamente lo dirige.
— O sentiamo, via, che cosa ci porta di bello, — rispose il ministro dandosi una fregatina alle mani.
— Ecco; ha ella sentito mai, eccellenza, tenere proposito del mio genero Fabrizio Onesti?
— Mi pare...
— Giovane di eloquenza smagliante, di studi profondi, in brevissimo tempo salito in fama di avvocato principe.
— Ebbene?
— Mi ci sono messo d'intorno, mosso dallo zelo pel governo della E. V., e dai dai, io l'ho frollato, persuadendolo a portare al suo servizio negli uffici così giudiziari, come politici, ed anche amministrativi la sua molta capacità: ond'io la conforto a non lasciarsi scappare di mano questa starna; ch'io so che in qualunque maniera me l'accomodi, o arrosto o in salsa, la proverà una delizia.
— Per amore di Dio, signor presidente, non me lo conduca davanti, perchè, veda, dopo le informazioni che me ne ha dato, il suo genero corre rischio ch'io me lo mangi vivo vivo.
Risero ambedue, ma di un riso di qualità diversa; di subito però il ministro rimettendosi al serio, soggiunse:
— Io non credo niente a questo magnifico acquisto: il suo signor genero ha proceduto sempre ostile alla monarchia in modo scandaloso; anche ieri ostentava sensi esaltati di repubblica... e credo anco un tantino di comunismo; egli capo di tutte le combriccole, egli promotore di comizi popoleschi... non mancano neppure prove ch'egli abbia fatto parte di una congiura contro la sicurezza dello Stato...
— Questo è il bello... si affrettò ad interrompere il presidente, il quale non potè astenersi da pensare: Poveri noi, se invece di conoscerlo sì poco da parergli non conoscerlo, lo avesse conosciuto a fondo! Combattere i nemici co' soldati che abbiamo fatto disertare dalle loro bandiere: noi altri ripetiamo in curia il dettato non sunt sumenda arma e domu rei, ma quando lo possiamo fare, ci sembra andare a nozze.
— Non sempre, massime quando i disertori sono giovani, spesso tornano ai primi amori, li sperimentiamo prosuntuosi, indisciplinati e spesso soggetti a pentimento: in ciò non siamo sicuri nè anche dei vecchi, perchè consideri, signor presidente, anche Giuda rese i danari e s'impiccò.
— Da quel fatto in poi corrono milleottocento e non so quanti anni; il mondo ha camminato, e di coteste corbellerie non se ne commette più; nè V. E., così sapiente nelle arti governative, vorrà negarmi che il tirare a sè i soldati dal partito avverso non ci getti lo sgomento; lo scredita fuori di misura, uno piglia sospetto dell'altro, la paura entra in tutti i cuori, sicchè, quando pure non approdasse per le forze che porta, ci tornerebbe sempre utilissimo per le forze che gli leva.
— Ci è del vero nel suo discorso... non nego che ci sia del vero.
— E poi io l'accerto che mio genero non è pasta da farne salmi penitenziali, i suoi vecchi amici si sono alienati da lui, lo hanno ferito nello amor proprio, gli levarono i pezzi da dosso, sicchè a quest'ora ha segnato sopra il suo libro verde un grosso ma grosso debito a carico di loro, che gli ha da premere di farsi pagare; — e noi, che gli stiamo al canto, procureremo ch'ei lo riscuota senz'altri amminnicoli.
— Sicuro... sicuro, se la vendetta mettesse le sue legna sul fuoco sotto la pentola, questa in un attimo spiccherebbe il bollore.
— Dunque aut aut, concludiamo o non concludiamo?
— Sentiamo via, e che cosa pretenderebbe il suo signor genero?
— Ecco, una procura regia presso la Corte di appello le parrebbe troppo?
— Enorme! Ma che ha dato a rimettere le doghe al suo cervello...il suo signor genero? Di punto in bianco una regia procura! Che scatenìo nel fôro! Che uragano nei giornali! Sopra quanti bisognerebbe passare, calpestandoli come boie panattere!
— Via... via, eccellenza, da quando in qua queste paure di affogare in un bicchiere di acqua? Bene altre sublimi audacie ci ha educato ad ammirare il suo felice ingegno; qui basta fare un po' di vuoto, e il cavicchio ci entra quasi da sè. O che vuole, eccellenza, essere da meno del rosticciere di Londra?[29] Costui con un taglio di carne di due libbre era riuscito ad agguantare un magnifico arrosto di quaranta, e a lei non basterà l'animo di trovarmi un posto pel mio genero? Riscattarmi un'anima? Mettersi al fianco una lancia spezzata tagliente e sicura?
— Ma io non sono mica il ministro di grazia e di giustizia, ed ella è al caso di saperlo meglio di ogni altro... e adesso che fa? perchè si volta addietro?
— Ecco, eccellenza, ho creduto ch'ella volgesse la parola a qualcheduno che mi stesse dopo le spalle... ma via, Conte, che ho fatto mai per demeritare la sua stima; ma che le sembra che tra noi sacerdoti abbiano corso simili tattere? O che non sappiamo tutti ch'ella fa qui la pioggia e il cielo sereno?
— S'ingannano tutti; ed io in coscienza... in onore, posso giurarvi...
— Eccellenza, lasciamo ogni cosa al suo posto, non diamo incomodo a nessuno...
— Orsù, senta, un posto di sostituto posso ripromettermi ottenere pel suo genero.... più no....
— È poco...
— E dai con la coscienza! Non sarebbe forse un dente che le dolga, poichè ci batte tanto spesso con la lingua?
— Presidente, per ora le basti; mi lasci vedere quello che saprà fare; solo che trovi nel giovane un terzo di quello che mi assicurò V. S., viva tranquillo, la sua fortuna è fatta.
— Ne parlerò a Fabrizio... non dissimulo che sperava V. E. più generosa meco.
— Ed io m'ingegnerò col ministro di grazia e giustizia... però non taccio che l'avrei creduto più ragionevole.
— Più ragionevole! Ma veniamo al finocchio... come con lo stipendio di sostituto può mantenersi con decoro una famiglia?
— Quando — e qui il ministro toccò coll'indice una cassetta sopra la quale si leggeva scritto: fondi segreti — quando si sa e si vuole rendere servizi utili, la paga si aumenta a beneplacito.
— Oh! scusi, eccellenza, me n'era dimenticato.
— Presidente, la sua conversazione è piacevole quanto istruttiva, ma le noie dell'uffizio mi costringono senz'altro a dirle addio.
— A rivederci, eccellenza.
*
Appena costui fu uscito dalla stanza, il ministro esclamò: Ecco una colonna a cui si appoggia la salute della società! Ecco una delle àncore alle quali si affida la sicurezza dello Stato! Certo cotesti uomini meriterebbero essere gettati dove si calano le àncore, all'opposto li paghiamo, fingiamo rispettarli, onde altri li rispetti... Se un ciarlatano comparisce su la fiera, via di rincorsa; e che fa egli, il povero ciarlatano? Vende zucca per balsamo, mentre costui ministra veleno invece di giustizia... provate a mutare se vi riesce... e se tu provassi! Mi guardi Dio da siffatte tentazioni! Smovendo un mattone mi rovinerebbe sul capo tutta la volta; e sia, ma la volta così sconquassata per quanto starà ferma al posto? Che importa a me? Quando sarò morto caschi il mondo... La razza umana non vale la corda che la impicchi!
Anche Fabrizio, lo ricordate? aveva esclamato così dopo la difesa di Felicina.
Al fine delle sue parole, un nodo di tosse colse il ministro così impetuosa, che nello sforzo gli saltò fuori delle gengive la rastrelliera dei denti finti che vi stava raccomandata. In questa appunto ecco aprirsi la porta ed entrare in fretta il ministro di grazia e di giustizia: era già presso al presidente, quando questi con cenno e con voce lo fermò gridando:
— Non venite oltre... non vi movete... o mi rovinate...
— Io? O che novità sono queste?
— Non sono novità, ma cose vecchie; o non vedete che se fate un passo di più mi stritolate i denti che mi sono caduti per terra, ed io, come sapete, tengo il portafogli delle finanze: ora, un ministro di finanza senza cuore ed anche senza cervello può darsi, senza denti no; sarebbe un padre senza... oh! a proposito...
E qui espose al collega il suo bisogno; e colui nato e cresciuto giunco in terra palustre, si piegò subito alle voglie del suo piuttosto padrone che compagno nell'ufficio, e gli venne dichiarando partitamente chi avrebbe messo da lato con la debita pensione, e chi scarrucolato da un paese all'altro per fare largo a Fabrizio.
Mentr'egli favellava, il presidente del Consiglio, presa così per trastullo una penna, si mette a calcolare: lire seimila aggravio allo Stato per la pensione, lire ottomila per traslatamento di sei sostituti, non contando altri disagi e spese, e tutto questo per tenermi bene edificato il Vinneri! Il Vinneri! lui, se non fossi ministro, non mi gioverei pigliare con le molle per buttarlo sul concio. Il Vinneri! che se dimani ci trovasse il suo conto, mi darebbe di un calcio nei reni alla traditora, quando anche mi trovasse in capo di una scala... Così vuole questa delizia del governo costituzionale... Però, non creda già di mangiarmele a ufo... gli darò bene io ossi duri a rodere... e dall'altra parte è spediente che gl'impiegati stieno sempre corti a quattrini; le punte dei piedi della miseria ne urtino continuamente i calcagni, allora si maneggiano meglio, li troviamo più pieghevoli... più disciplinati. I contribuenti brontolano: brontolino, purchè paghino... e poi essi hanno meno cervello dei passerotti: quello che assorbo io con la tromba delle imposte, o lo Stato non rende a loro in forma di pioggia? E gli operai? Oh! questi sì che meriterebbero la frusta quando mi lacerano a cagione, dicono essi, delle improvvide spese: fare e disfare non è tutto un lavorare? E se facessi sempre bene non lavorerebbero meno? Avanti... avanti, e voghi la galera.
E qui, rinnovata la solita fregatina alle mani, attese ad altri affari.
*
— Caro Fabrizio, diceva il Vinneri stringendo in ambo le sue mani la destra del genero, questa fu per me la più bella giornata della vita.
— Me ne rallegro con voi, e potrei...?
— Anzi, sono io che ti prego di starmi a sentire, e mi corre l'obbligo informartene, perchè si tratta proprio di te.
— Di me?
— Appunto: stamane per faccende di ufficio ebbi una conferenza col presidente del Consiglio dei ministri: dopo aver dato sesto ai nostri affari, egli mi ha chiesto nuove di te.
— Di me? Proprio di me?
— Già, e me ne ha parlato in termini eminentemente lusinghieri: io, che ti sono babbo, vedi, non avrei detto meglio, e così, passando dal lesso all'arrosto, ha deplorato che il tuo bellissimo ingegno si strugga nell'avvocare volgari cause private, oggi segno di fastidiose importunità, domani buttato là nel dimenticatoio, sempre traballante sopra un terreno che ti vacilla sotto: vita di avvocato, vita di giocatore di pallone, di fantino di circo equestre, di funambolo; levante stentato, mezzogiorno pomposo, tramonto in soffitta, quando va bene; se no allo spedale. Codesto non è il suo posto; egli dovrebbe prendere parte nel governo, dove per poco la fortuna lo assistesse non potrebbe mancare di giungere a grado sublime.
— Il signor ministro ha detto proprio così?
— Così proprio; io non ti ci metto su sale nè pepe se io fossi nei tuoi piedi, senza gingillarmi tufferei il cappone che la Provvidenza mi manda dentro la pentola a bollire.
— Eh! non lo nego: la proposta potrebbe forse convenirmi, se non fossero i principii politici da me professati fin qui, i quali mi attraversano la via; il meno che me ne verrebbe sarebbe sentirmi tacciato di carnaccia venduta.
— Si vende cervello di montone, rispose il presidente facendo spallucce, non il tuo; quando tu metti la tua capacità al servizio del governo, e questi ti paga, non è vendita, ma baratto di uffici; dove tu, almeno sul principio, scapiteresti un tanto. Quale è mai il fine di coloro che si atteggiano a oppositori del governo? Quello di partecipare agli uffici; adesso, siccome coloro che li occupano e ci stanno bene tengono chiusa la porta di strada, e li escludono dalla scala maestra, gli altri appoggiano ai muri esterni una scala da pagliaio e si arrabattano a entrarci per le finestre. Sai tu che ti ho a dire? Si compra la roba che vale: su i banchi dei pollaioli io non ci ho visto avanzare altro che le galline morte di pipita. Specchiati nella Camera dei deputati; a dar retta alle lingue maligne, tutti sono venduti, o da vendersi, e pure insieme al monarca ed al Senato ella forma la prima magistratura del regno.
— Ci penserò; e caso mai mi risolvessi, vi ha detto il ministro a quale impiego mi destinerebbe?
— Per ora basterebbe bucare; ma, appena dentro, va' sicuro tu saliresti glorioso al cielo come il fumo dell'arrosto.
— Ma pure...
— Ecco, ti servo. Di primo acchito sostituto procuratore regio alla Corte di appello... Eh! che ne dici? Ti pare piccolo slancio?
Fabrizio, che si aspettava, secondo le persuasioni della sua vanità, almeno la presidenza della Corte di cassazione, con faccia scorrubbiata rispose secco: — Rifiuto.
— E perchè rifiuti? Sentiamo, via, le ragioni: forse la proposta ti riesce sotto il dente tigliosa? ovvero al gusto stantia?
— Ma voi, caro socero, dovreste sapere meglio di me come il sostituto del regio procuratore venga sempre commesso a sostenere le accuse contro gli imputati; ed io, che fin qui sostenni il nobile ufficio della difesa, mutati a un tratto studi ed instituto di vita, dovrò farmi accusatore... incettatore di vittime alla mensa della giustizia...?
— Quanto a questo poi, l'ufficio di liberare la società dai furfanti giudico nobile per lo meno come quello di scarmanarsi per tanti pezzi da galera; nè il banco della giustizia si ha da chiamare mensa, bensì ara; nè tu provvederesti, ma riceveresti le vittime consacrate all'altare; spetta ai giudici la parte di sacerdoti.
— No... non è così... provvisionieri della forca i regi procuratori: gl'impiccatori un po' per uno: il giudice e il boia...
— Ubbie! proprio ubbie!... con voi altri non si vince nè s'impatta; o non avete sostenuto voi, e meritamente, le accuse presso i popoli liberi onoratissime quanto le difese e più, come quelle che chiedono maggior prova di coraggio ed espongono a maggiori pericoli? Cicerone informi, e la sua testa recisa, e la sua lingua sforacchiata. Da' retta a me, non rompere paglia con la fortuna. Considera la immensa soddisfazione di vederti a un tratto mutare scena davanti. Coloro che prima ti squadravano a squarcia sacco, fingendo di non riconoscerti, eccoli tutti umili venire a metterti il prezzemolino al naso; adesso tu li farai aspettare ore ed ore nella tua anticamera come l'ultimo dei tuoi servitori... ecco venuta la tua volta di fingere di non li riconoscere, anzi di neppure vederli... se ti capitassero sotto — e non può mancare che qualcheduno di loro, o dei loro aderenti, non ti ci capiti — io ti raccomando di pigliarti la voluttà di stringerli così per vezzo un zinzino per la gola...