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Il secolo che muore, vol. IV cover

Il secolo che muore, vol. IV

Chapter 3: Capitolo XXI. . . . . . . . . . . . . . . . .
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About This Book

The volume weaves courtroom scenes, domestic conversations, and wartime episodes to sketch a society riddled with hypocrisy and fragile authority. Leathered legal functionaries and hesitant jurors are portrayed with ironic detail, while intimate exchanges reveal possessive marriage customs and the anxieties of aging and desire. Interludes of military misfortune and bodily suffering punctuate the narrative, giving weight to the human costs behind public rhetoric. Through concentrated character portraits, satirical commentary, and moral reflection, the text probes institutional decay and the tensions between appearance, law, and private life.

Capitolo XXI.
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Se madre natura possedesse croci dei santi Maurizio e Lazzaro, ed anco della Corona d'Italia, a straziare, capisco anch'io ch'ella potrebbe avere i suoi adulatori, ma poichè croci non ha e collari nè meno, non arrivo a capacitarmi come uomo si periti a contarle le sue ragioni in faccia, ond'io, che libero sono e mi vanto, le dico aperto ch'ella ebbe torto marcio quando fabbricò il caccao a non farlo tutto di Sconusco, a quello di Caracca superiore assai, il caffè tutto di Moka, o alla più trista di Portorico; il the, o il tchà[6] tutto pekò a coda bianca — e l'amore tutto pari a quello che il Canova effigiò abbracciato alla divina Psiche, e sorreggente per le ale sopra la palma di questa l'angelica farfalla dell'anima. Ma ahimè! e' ci hanno più qualità di amori che di frati; taluno dolce così, che di petto a lui il mele ibleo morirebbe di vergogna; tale altro, al contrario, disgrada in amarezza l'assa fetida, con la quale mi dicono che il diavolo inzucchera la ricotta giù nello inferno.

Ma dolce sia l'amore od amaro, l'uomo l'adopera come vela buona ad ogni vento su questo mare che si chiama vita. La signora Giorgio Sand, che per teorica, e mi assicurano anche per pratica, intende di amore quanto la bella di Magdala e santa Teresa, dichiara l'amore comporre per la donna il poema intero della sua esistenza; per l'uomo un episodio soltanto. Non senza trepidazione io mi conduco a contradire tale e tanta teologhessa nella scienza amorosa, ma per me credo che lo stame, onde la Parca compone la vita delle creature, così maschi come femmine, ella intrecci di un filo di dolore e di un filo di amore; di tratto in tratto lo sbrizzola anche di un filo di piacere, perchè gli avventori non si sdegnino e sviino dalla bottega.

Ecco come sta la cosa. La donna pensa all'amore più dell'uomo, anzi assidua, come quella che può molte faccende operare senza il concorso della mente: a mo' di esempio, la calza; all'opposto i negozi dell'uomo lo vogliono tutto lì, gli assorbono il cervello senza lasciargliene libero un briciolo; ma intanto ch'egli, medico, scruta col polso in mano il mistero della infermità, o avvocato intende ad accecare con parole la giustizia, o prosseneta a mettere in corpo al mercante per via di panzane una partita di meliga avariata, ecco un alito di vento gli porta un vagito lontano di pargolo, un arpeggio di chitarra, forse anco una sfumatura di odore del fazzoletto che la signora marchesa ha cavato fuori per soffiarsi il naso, e la sua mente, rapita via dal polso, dal tribunale e dal granturco, errare pei dominii sterminati dell'Amore.

Però io vi ammonisco, le nuove vicende che sto per esporre davanti a voi si aggireranno sempre intorno all'Amore, pari ai satelliti del sole, che immoto in mezzo a loro li veste tutti della sua luce. Da molto, forse da troppo tempo ho messo da parte Eufrosina, Curio e Filippo, però non crediate mica ch'io me ne sia dimenticato, anzi si volgeva il mio cuore verso coteste care creature, quantunque volte mi stringeva il bisogno di ricrearmi delle brutte cose e delle bruttissime persone che pullulavano sotto i miei piedi, nella corsa che ho impreso traverso questa società morta e corrotta, e che pure veruno si attenta a seppellire. Andiamo pertanto a trovarli colà dove li abbiamo lasciati. Curio e Filippo giacciono gravemente feriti allo spedale di ***, ed Eufrosina sta in mezzo a loro, ma non tutta per loro a mo' di una sorgente blanda e continua di consolazione; ella infermiera, ella segretaria, ella lettrice di lettere segrete a tutti gl'infermi che o non potevano o non sapevano, ed ella del pari scrittrice a parenti, a spose e alle più dolci amanti; chè a lei non premeva nulla di che gente fossero e neppure di quali costumi; le bastava persuadersi ch'ella avrebbe col suo scritto consolato un'anima in pena, onde accettasse ogni più dura fatica; scrivendo senza posare mai da un giorno all'altro, ella sarebbe morta di vigilia e d'inedia, martire della penna. Non abbiamo letto ai giorni nostri di un sonatore, venuto a gara di suono, morire per eccesso di fatica? perchè non poteva Eufrosina consacrarsi vittima allo scritto? E bada che il musicante accettava il duello armonico per causa di lucro, mentre ella durava la immane fatica per senso di pietà. Se ai miseri infermi fosse stata imposta la scelta tra non vedere l'aurora o la faccia di Eufrosina, io per me credo avrebbero renunziato all'aurora. Davvero ella non pareva cosa mortale, imperciocchè la si trovasse lì appunto da per tutto; onde talora pensavano che fosse uno spirito diffuso dintorno nell'aria; se lo spasimo strappava ad un sofferente un sospiro, egli non l'aveva ancora compito che si sentiva refrigerato con le parole: — Fratello, che hai? — E subito dopo ella gli rinfrescava la fronte, o gli inumidiva le labbra inaridite; se altri gli toccava le piaghe strillava, al tatto di lei o non provava dolore, o si peritava di manifestarlo. Se i fiori tramandano soavità di profumo, perchè i cuori pietosi non potrebbero spandere un senso di sollievo? Ed Eufrosina spesso veniva dicendo che, se si fosse trovata nei piedi della Madre di Dio quando composero le litanie in onore suo, ella avrebbe dato indietro tutti i titoli, massime quelli di torre di avorio e di porta d'oro, e tenutosi unicamente quello di consolatrice degli afflitti.

E dirò altresì cosa che parrà a molti incredibile, e non pertanto vera. Ciò che preservava la bellissima vergine da ogni affetto, non dirò impuro, ma terreno, era appunto la qualità che doveva contribuire meglio ad accenderlo, intendo la sua trasumana bellezza; imperciocchè accostandosi ella alle forme che il Beato Angelico effigiò negli angioli, la riverivano e amavano come creatura eletta di Dio. Nella medesima maniera che gli occhi nostri fissandosi nella soverchia luce smarriscono la vista, così, contemplando la suprema bellezza della donna, nell'uomo tace il materiale appetito.

A questo modo i nostri amici sopportavano assai pazientemente la loro miseria, perchè consolata dallo scambievole amore, quando un dì furono visti dalla porta dello spedale prorompere dentro la infermeria quattro uomini armati in sembianza di T, preceduti da un altro infagottato con abiti borghesi. — Giandarmi i primi, ai littori antichi pari in ferocia; in ciò diversi, che quanto i littori terribili, i giandarmi appaiono ridicoli, e sono; di fatti i littori si presentavano ricinti di pelli di lione, con in mano il fascio delle verghe e la scure nel mezzo, i giandarmi con la lucerna senza olio a traverso il capo e la squarcina allato fanno ad un punto soffrire e ridere. Chi li guidava apparteneva alla famiglia degli sbirri pennaioli; una maniera di gingillino mal cotto destinato ad arrampicarsi terra terra come la porcellana; costui non potendo avere altro di onesto, se ne pigliò il vestito. Gl'infermi, al comparire di cotesta brutta figura, tacquero come le passere quando il falco alia intorno all'albero su cui stanno appollaiate; imperciocchè presagissero danno per taluno di loro; nè a torto, che in nocere proviamo gli uomini più tristi dei gatti, ai quali la natura concesse facoltà di tirare in dentro gli ugnoli e accarezzarti senza sgraffiarti, mentre gli uomini così detti di polizia, se ti toccano è forza che ti sgraffino, e se ti baciano bisogna che ti mordano.

Fermaronsi tutti intorno al letto di Curio, in un attimo lo circondarono e lo frugarono nelle parti più riposte; fino sotto al capezzale, dove l'infermo posava la testa, parte sostanzialissima e per avventura più innocente del loro mestiere: essi vollero assicurarsi che Curio non aveva armi. Di tanto accertato lo sbirro pennaiolo, con voce stridula incominciava:

— Siete voi Curio Onesti?

— Sono.

— Di Milano?

— Di Milano.

— Figlio del fu Marcello e della vivente Isabella Onesti?

— Giusto come dite.

— Allora in nome della legge io v'intimo l'arresto.

— Oh! e' ci era mestieri quattro giandarmi? Prima che io mi possa movere ci sarà che ire; ma, di grazia, mi sarebbe concesso sapere di qual colpa io sono reo?

— Magari! Per diserzione alla milizia.

Curio diede uno scossone, per cui andatagli scomposta la fasciatura della gambe gli parve vedere le stelle a mezzogiorno: non però cessando la consueta baldanza, tra gli spasimi strepitava:

— E quale è il furfante che si attenta sostenerlo? Disertore è colui che per viltà scappando, ovvero rimpiattandosi abbandona la bandiera alla quale egli è ascritto, ed io mi trovo allo spedale ferito così, che forse non mi potrò più riavere, mirate... e qui stracciavasi con furia la camiciuola sul petto... non vi paio un crivello io? Ho combattuto tutte le patrie battaglie; accorsi a tutte volontario. Quale è il campo italiano che non bevve del mio sangue? Qual rupe del Tirolo non ha un brindello della mia carne?

— E chi ve l'ha chiesto?

— Chi? La patria.

— La patria non è il re.

— Come non è il re! O non si dice e non si stampa essere il bene della patria inseparabile da quello del re?

— Già, fu detto, scritto e stampato; ma, caro voi, o che bisogno ci è che tutto quello si dice, si scrive, si stampa sia vero? Finchè il bene della patria mette capo a quello del re, le cose camminano d'amore e d'accordo, quando poi si dispaiono allora il monarca inghiottisce la patria.

— E fosse così; o non fummo noi incamminati verso il Tirolo in virtù di ordini regi? O non fu bandito ai quattro venti che doveva stendere colà il suo più forte braccio l'Italia?

— Già, perchè i cerusichi austriaci l'agguantassero, e punta la vena ne traessero in copia il sangue guasto.

— O come, non è dunque più vero che ci assicuravano avremmo contribuito grandemente alla vittoria, se da cotesto lato avessimo percosso il nemico?

— Gua'! Bisognava pure darvi ad intendere qualche cosa; — ma il fatto sta che voi ci entraste come il prezzemolo nelle polpette. Quello che volevamo acquistare lo avevamo in tasca senza il vostro soccorso.

— L'aveste per elemosina; vi fu messo nel bussolo come il soldo al cieco.

— Ma che bussolo o non bussolo, abbiamo fatto l'Italia; l'Italia è fatta in grazia del nostro saper fare.

— Eravate tremanti, non già sapienti, quando, travolti dal terrore nei passi amari della fuga, supplicavate: Irreparabile sventura! Dietro a Brescia; per amore di Dio, coprite la ritirata!

— Coteste erano finte di cartoccio per levarvi dal Tirolo, dove ci avreste rotto le uova nel paniere. Ci avevano dato la musica in mano, che dichiarava così: se volete vincere perdete.

— Lusso d'ipocrisia! Perfidia sciupata! Non ci provaste sempre docili ai vostri comandi? Forse anche allora non vi fu risposto: obbedisco, alla quale parola voi batteste le mani e la proclamaste magnanima?

— A voce alta, ma a bassa la chiamammo asinaggine; e poi, o che poteva egli fare il vostro Giuda Maccabeo? Siena per forza.

— E allora perchè abbindolarci?

— Gua'! per cautela.

— Va bene; ma intanto io non so di tante diavolerie; andai con Garibaldi, perchè dal governo moveva la chiamata; mi parve che fosse lo stesso combattere il nemico in un luogo piuttostochè in un altro; anzi stimai fosse merito accorrere nel luogo più pericoloso. E come disertai dalla bandiera del re se mi condussi a militare sotto la bandiera del re? Voi mi dite che il re non è la patria quando gl'interessi di quello vanno disgiunti dagl'interessi di questo, ma fin qui, per quanto io sappia, non si separarono.

— Noe, noe; voi mi date in ciampanelle; voi avete definito male il disertore; a noi non rileva la cagione onde mancaste ridurvi al corpo assegnato: voi foste rinvenuto buono dal consiglio di leva ed assentato a tenore del regolamento.[7] Vi presentaste o no al reggimento a cui vi avevano ascritto? No; dunque la diserzione è flagrante, imperciocchè, ficcatevelo bene in testa, soldato vero è colui il quale entra a servire nelle milizie regolari del re nei modi prescritti dal regolamento; i volontari non contano; al contrario, si hanno in sospetto, come quelli che furono, o sono, o diventeranno ribelli. Il soldato vero, una volta ascritto alla bandiera del re, deve consegnare la sua anima al suo superiore, come la veste da borghese al custode del magazzino; ripiglierà, se vuole, l'una cosa e l'altra quando cesserà la milizia.

— In una parola, gesuiti armati.

— Precisamente.

Curio, per non dare di fuori, morse la coperta, ma persuadendosi poi che con quel ceffo di ferro male limato non ci era da cavarne costrutto, appena si sentì alquanto sboglientito riprese a parlare:

— Ebbene, ci siamo intesi; io qui rimango per conto vostro, e voi potete vivere sicuro che mi ci ritroverete di certo: potete andare.

— Ma io non vi posso lasciare; lo vieta il regolamento; voi dovete venir meco allo spedale militare.

— Io vorrei sapere un po' come abbia a fare per tenervi dietro?

Mentre così favellava, ecco fu vista entrare nello spedale una lettiga munita di coperchio chiuso da incerato verde portata da quattro uomini, i quali, fattisi presso all'infermo, la depositarono giù a piè del letto; poi senza perdere tempo si ammannivano a sollevare l'infermo per tramutarlo, con quel maggior garbo che per loro si fosse potuto, nella bara, quando Eufrosina, stesa la mano, trattenne quello ch'era più presso a lei: non tremava ella, non piangeva; suono di minaccia non si udiva nella sua voce, e tuttavia metteva paura, imperciocchè sopra le sembianze deformi distingui male l'amore o l'odio, mentre l'odio si rivela in tutta la sua terribile potenza sul volto della bellezza; — solo ella domandò:

— E' mi sarà vietato assisterlo allo spedale? Avvertite, che siamo promessi sposi.

— Osta il regolamento.

— Non mi negherete almeno di accompagnarlo allo spedale?

— Osta il regolamento.

— Di venirlo di tratto in tratto a visitare?

— Osta il regolamento.

— Ma ch'è mai questo regolamento?

— Il regolamento! esclamò l'uomo dalla faccia di ferro; e dopo alcuna esitanza riprese: il regolamento è il regolamento.

— Io sono chi sono, giusto come il Dio degli ebrei rispose a Moisè, brontolò una voce sotterranea, la quale lì per lì non si conobbe da che parte movesse, e la pronunziava Filippo, che da parecchio tempo, non si potendo più reggere, aveva cacciato il capo sotto le lenzuola. Gli astanti non lo avvertirono, però che Curio, gittato giù l'argine della pazienza, proruppe:

— Se mai al tuo intelletto crescessero l'ale, il regolamento ti farà da forbice, onde tu di aquila ridiventi oca, perchè il regolamento fu composto da oche, e le oche solo considera; se il tuo cuore moltiplicasse i suoi palpiti, il regolamento gli metterà il tempo addietro, perchè il cuore deve regolarsi col pendolo del regolamento; se il regolamento si porrà di mezzo tra la mano di tuo padre moribondo e te, il padre morrà con la mano levata palpando il vuoto, e tu inaridirai nella sete della benedizione paterna; il regolamento va dintorno a calafatare le orecchie umane, affinchè non le ferisca grido di madre che domanda aita, nè di figli che implorano pane, nè di quarantamila donne supplicanti la vita di un garzone ventenne. Il regolamento ti concia l'uomo a cero pasquale; di sopra spento, di sotto assicurato con uno spunzone; in mezzo trafitto da cinque ferite. Vuoi tu sapere regolamento che sia? Te lo dirò io; stammi a udire. Il regolamento è Polifemo cieco, che brancola tastando i suoi montoni per agguantarli e divorarseli vivi, senza pure sputare pelle nè ossa.

— Lo avete accomodato nelle regole...?

— Sì signore.

— Su dunque, da bravi, recatevelo in ispalla di un tratto; marche!

I quattro giandarmi si ordinarono a dietroguardia, intantochè gli altri quattro soldati s'incamminarono col cataletto verso la porta: l'uomo del regolamento disparve.

Lunga e dolorosa la infermità di Curio, pure si riebbe in grazia della sua stupenda complessione; appena entrato in convalescenza lo mandarono a Genova, nell'ospedale stabilito dentro il convento di San Francesco di Paola, perchè colà, col benefizio dell'aere marino e le cure delle pie suore di carità, recuperasse intera la prima salute. La intenzione pareva eccellente, ed era, come quella che si partiva da medici umani, ma il fine mirava a rendere in breve capace il povero Curio a sostenere il giudizio davanti al Consiglio di guerra. Chi avrebbe ravvisato in quella larva di uomo zoppicante lo splendido Curio? Lo intelletto è quasi un arco nella mano potente della volontà; se questa langue, lo intelletto inerte non balestra pensieri; Curio si sentiva il cervello peso come una pietra dentro al cranio; teneva continuo gli occhi chiusi, forse nel concetto stesso di Cosimo il Vecchio dei Medici, che interrogato perchè così costumasse, rispose: — Io lo faccio per avvezzarli a morire! — Sovente inoltrandosi nell'ombra stette a un pelo di passare il confino della ragione per mettere il piede nei dominii della demenza; facile trapasso, però che buio fitto ingombri il limite estremo, dove la ragione cessa e la demenza comincia; e gli fu ventura che gli comparissero ad ora ad ora davanti tre angeliche sembianze, quella di Eufrosina prima, seconda la madre, ultima Filippo, le quali sorridendo lo respingevano indietro spruzzandolo di speranza. Allorchè gli accadde aprire gli occhi, gli parve vedere e vide certo uno stormo di gabbiani che gli aliavano intorno al letto, come intorno le patrie costiere quando il mare si mette alla burrasca. Appena trasse un sospiro, ecco staccarsi dallo stormo uno di cotesti uccellacci, che agitando un paio di ale bianche dalle parti laterali del capo a lui si avvicinò; allora si accorse che gabbiano non era, bensì una di quelle creature che per buttare le mani innanzi si chiamano suore di carità. A chiamarle donne noi offenderemmo le nostre madri. La suora di carità che volò con l'ale tese verso Curio era giovane, di capello sauro, come la più parte delle cavalle maremmane e delle femmine francesi, bianca nella faccia, ma di un bianco spiacente, come sarebbe a dire di calcina lattata,[8] nel sommo delle gote pareva ci avesse impastato un ranuncolo; gli occhi tondi, neri, quali tu miri nelle pollanche: e perchè io stringa la mia immagine in poche parole, la si sarebbe potuta mandare per modello agli scultori di Norimberga, disperati fabbricanti di puppatole. Il gabbiano... voleva dire la suora di carità, venuta a canto a letto di Curio, in suono di miserere prese a dirgli:

— Mon cher frère en Jésus-Christ...

Curio ebbe a ruzzolare da letto, sentendo egli italiano in terra italiana favellarsi in lingua francese, là dove egli credeva avere a trovare donne italiane; peggio poi quando la suora di carità gli prese le mani e gliele strinse fra le sue: egli sentì un diaccio come di pancia di tarantola toccargli il cuore, e n'ebbe a un punto paura e ribrezzo. La suora continuò il suo sermone a mo' di sonatina imparata a mente, applicabile a tutti come gli oremus e i serviziali, concludendo col conforto di rimettersi in mano di Dio e della Provvidenza; imperciocchè parecchi distinguano Dio dalla Provvidenza, e li rammentino come se fossero marito e moglie. Intanto tornava a rifiorire la rosa sopra la bella faccia di Curio, e gli occhi suoi assorbivano copia di luce che riverberavano più intensa, dalle aperte nari aspirava a lunghi tratti l'aria di primavera; ti sarebbe parso Apollo di Belvedere, che col capo alquanto piegato, pieno di baldanza e di vigore, mira il serpente trafitto dallo strale infallibile. E gli occhi della suora, che, comunque stupidi, per accendersi come fiammiferi non aspettavano altro che essere stropicciati, agli occhi di Curio accendendosi a un tratto, presero a corruscare; le mani di lei strinsero più forte le mani del giovane; un tremito le si diffuse per tutta la persona; calido le diventò l'alito... la temperatura del bacio; le labbra della suora volendo susurrare non so che parole nelle orecchie del giovane, sbagliarono strada e si fermarono sopra la sua guancia. Curio allora interrogò se stesso:

— Ma che questo gabbiano voglia ministrarmi il suo amore come un purgante?

E ficcatole gli occhi addosso, fu subito chiarito di che si trattasse; e fra sè disse: chi non vuol vendere vino levi la frasca. Per la qual cosa, licenziata la suora con le più accorte maniere che per lui si seppero, chiamò a sè il confessore, a cui sotto sigillo di confessione confidava essere preso di amore per la bella infermiera, e forse non presumere troppo di sè giudicando che ella di pari amore fosse rimasta punta. — Il confessore si morse le labbra, si fece in viso color di bargigli, e nelle escandescenze in cui ruppe diede a divedere che allo zelo del prete si mescolasse, oltre al dovere, concupiscenza dell'uomo cavallino; pure si tenne; anzi lodò il giovane della sua prudenza; ma da quel punto in poi la suora non si vide più; la surrogava una suora vecchia, di cui la faccia pareva plasticata nel sapone di Susa: il vaiolo si era preso il gusto di scavarci una moltitudine di cavità, dove la morte e il peccato giocavano alla buchetta.[9]

Come a Dio piacque, Curio tornò più vispo di prima; ma per saltare dalla padella nel fuoco; imperciocchè avesse a comparire dinanzi al Consiglio di guerra. Indicarongli, ed egli accettò, difensore un uffiziale, a cui per ventura il regolamento non avea ancora mummificato il cuore; il quale udendo come egli intendesse addurre per discolpa avere seguito la fortuna di Garibaldi, come quello che egli giudicava meglio adatto per condurre alla vittoria la gioventù italiana, levò di schianto ambe le braccia al cielo ed esclamò:

— Dio ve ne guardi! Il Consiglio vi crescerebbe di due gradi la pena; lasciate dire a me; se vi poteste atteggiare ad imbecille, beato voi! la migliore accompagnatura che uomo possa avere nel cammino della milizia è la stupidità; con questa al fianco voi potete vincere il palio anche correndo col generale Lamarmora: ed abbiatelo per inteso.

Il difensore officioso mise innanzi ai giudici certe sue gretole, che erano tanti bruscoli negli occhi al senso comune, e parvero abboccarsi dal Consiglio: aggiunse poi, per far breccia, che Curio intanto si mise dietro al Garibaldi, inquantochè il re con regio decreto lo aveva eletto a suo generale; seguito la bandiera di lui perchè onorata dello scudo di Savoia: nè avere creduto mancare, se trovandosi di faccia al nemico prendeva senza perdere tempo a menare virtuosamente le mani contro di lui. — Certo, e lo abbiamo avvertito, la sventura aveva annacquato il sangue di Curio, non tanto però che, punto sul vivo, non isprizzasse quanto prima veemente; onde sorse su a dire: che non avrebbe mai per viltà rinnegato il suo degno capitano, l'unico che avesse saputo condurre alla vittoria la gioventù italiana; non avere veduto nè considerato lo scudo di Savoia, perchè nascosto nelle pieghe della bandiera italiana...

Tutti i componenti il Consiglio proruppero in un oh! lungo e roco; il presidente fischiando il più puro dei dialetti piemontesi urlò:

Countacc! S'ha sentire anco questa, che lo scudo di Savoia sia entrato nella bandiera italiana come il baco nella pera per rosicarne il torsolo?

Curio, che aveva avuto il tempo di calmarsi, vide il marrone che aveva commesso e tacque; le sue parole gli tornarono indietro di rimbalzo formulate in condanna del massimo della pena assegnata dall'articolo 131 del codice penale sardo, vale a dire tre anni di reclusione militare.

Mentre riconducevano Curio trasecolato in prigione, l'ufficiale difensore gli si chinò all'orecchio susurrandovi queste parole:

— Voi vi potete vantare di essere nato vestito; — e siccome l'altro accennava a rimbeccare, l'uffiziale si affrettò ad aggiungere: zitto!

Vuolsi così colà dove si puote

Ciò che si vuole, e più non domandare.

Così il nostro Curio era condotto in prigione. Io per me credo fermamente che i re, per vendetta della monarchia offesa da Dio quando egli convertì Nabuccodonosor in bestia, s'industrino, quante volte lo possano, mutare gli uomini in bestie: fra i tanti mezzi che a tale scopo essi possiedono, capitalissimo ha da giudicarsi il carcere, massime militare, dove il cibo malsano, l'aere tristo, le asperità, la solitudine e i lavori animaleschi operano sì, che la vita del carcerato se ne va in raschiatura sotto la lima della necessità. Lo imperatore Francesco di Austria, che fu quel gran maestro che tutto il mondo sa nell'arte d'imbestiare la creatura di Dio, condannò i nobili cattivi dello Spielberg a fare la calza.

Io non condurrò il mio lettore al finestrino della carcere, donde mostrargli come viva e come operi il prigioniero, lasciato solo con la sua solitudine; lo ha di già fatto lo Sterne, e in guisa da sgomentare qualunque altro volesse ritentarne la prova; il carcerato dello Sterne alla fine di ogni giorno tagliava una tacca in un regolo; al mio la disperazione risparmiava la fatica, facendogliela ella stessa nel cuore. Anco il suo cranio si mutava in prigione, imperciocchè ogni dì più si stringesse tanto da poter presagire che avrebbe in breve soffocato l'intelletto: cessata la milizia, è proprio inutile che il soldato vada a riscotere l'anima dal magazzino dov'ei la depositò; tanto non saprebbe più dove metterla. Curio, per mantenere più che potesse acceso il lume della ragione, chiese qualche libro a leggere; da prima non gli risposero nè manco, poi glielo rifiutarono, all'ultimo glielo concessero. Sapete voi qual libro? Ve lo do a indovinare su mille. La legge della leva del 20 marzo 1854 e il codice penale sardo del 1º ottobre 1859. Trovandosi in questo modo Curio costretto ad esercitare il suo ingegno sopra materia tanto infelice, operò come la valentissima non meno che sfortunata donna di Properzia de' Rossi, che sopra un nocciolo di pesca condusse in iscoltura tutta la passione di Gesù Cristo, con tale e tanto magistero, che chi la vide ebbe a restarne maravigliato.[10] — Avendo io potuto vedere il codice militare e la legge della leva concessi per sollievo del suo spirito a Curio, li rinvenni così tanto gremiti di osservazioni, note e pensieri, da far rimanere a bocca aperta la gente; tu ti hai a figurare una maniera di caleidoscopio dello intelletto umano, dove, girando, miri sciogliersi, aggrupparsi, tramutarsi senza posa risi, sorrisi, lamentazioni, capestrerie sempre nuove e sempre grottesche. Se mai capitasse in mano di romanziere, o di poeta, o di predicatore, o vogliamo legislatore, ovvero anche filosofo, chi sa quanto ci saccheggerebbero a man salva: per moneta non lo potei avere, e me ne increbbe; lo copiai in parte e giudico che valga il pregio citarne qualche tratto. All'articolo 5, t. I, c. 1, Curio appicca questo commento. — Ecco qui; in virtù dello articolo 5, la morte col mezzo della fucilazione nella schiena rende il condannato indegno di appartenere alla milizia; ed è ottimo accorgimento piemontese per distinguere la condizione dello ammazzato per davanti da quella dello ammazzato per di dietro; onde resta chiarito che se lo ammazzato per davanti dopo morto si presentasse al reggimento, hassi a ripigliare sotto le bandiere senza opposizione, mentre se lo ammazzato per di dietro ma' mai si attentasse dopo morto a presentarsi al reggimento, ne sarebbe addirittura respinto. — Atrocissima poi la chiosa di Curio all'articolo 3, titolo I, della legge su la leva, e meritata pur troppo: «Non sono ammessi a far parte dello esercito gli esecutori di giustizia, nè gli aiutanti, nè i figli degli esecutori, nè degli aiutanti loro.» Per questa guisa la gente, innanzi di entrare nella milizia, carnefice non ha da essere, dopo entrata sì; prima di entrare infame, meritoria dopo; se sei carnefice prima ti sbatacchiano la finestra in faccia, se dopo ti ribelli a fare da carnefice, e repugni, ed imprechi a cui ti costringe, commetti atto d'insubordinazione, ti scaraventano fuori della onorata milizia per la porta del sepolcro. Se ammazzi con la forca, infame e boia; se con una palla di piombo, inclito ed eroe! Arrogi, il boia ammazza sempre o quasi una belva feroce perduta nel delitto, cui tarda all'universale vedere arrandellata nella eternità, onde il boia talora salutano liberatore, anzi non mancano perfino filosofi che lo vorrebbero impancato nella magistratura e circuito di onorificenze al pari dei personaggi che vanno per la maggiore: — ma il soldato ammazza un uomo di cui la colpa domani non sarà colpa, che il sentimento della pubblica morale o scusa o non condanna; il boia macella persona a lui sconosciuta; il soldato rompe un cuore di un camerata, che forse amava e n'era amato: per la preda del boia veruno prega, per la vittima del soldato quaranta e più mila donne italiane; se taluno supplica per la prima, ottiene grazia sovente; per la seconda si prostra un popolo davanti al trono invano. Cipriano la Gala ha salvo il capo; Pietro Barsanti è messo senza misericordia a morte.

La prigionia di Curio tirava al suo fine, quando certa notte venne desto a forza da uno scoppio di fucile, che gli parve sparato accanto. Precipitandosi da letto corse a spalancare la finestra; ahimè! Si era dimenticato che la tramoggia toglieva la vista del di fuori; tuttavolta, essendo la tramoggia composta di calcina, la pioggia rodendo il cemento ci aveva aperto un breve pertugio, il quale allargato tosto da Curio col mezzo di un chiodo, gli concesse vedere una frequenza insolita di gente a cotesta ora; un andare e un venire di lumi dalla caserma; poco dopo comparve una bara portata da quattro uomini, i quali, come entrarono cheti, cheti del pari se ne uscirono: solo uno di essi piangeva tacito, pure di tanto non si potè tenere che in qualche singhiozzo non rompesse. Allora sopraggiunse un uffiziale infellonito e gli menò una piattonata da mandare faville sopra la spalla non gravata dalla stanga della bara! Il soldato si ricacciò in gola un altro singhiozzo che stava per uscir fuori; per vantaggino l'uffiziale aggiunse al colpo le parole: — Crepa piano, canaglia!

Curio, che moriva di voglia di sapere che cosa fosse accaduto, prese ad interrogare alla larga il carceriere quando prima gli comparve davanti, ma l'altro acqua in bocca; però Curio avendolo avvertito che tanto fra pochi giorni usciva, non si gittasse al ritroso, lo contentasse, il carceriere, trovato essere vero quello che gli ricordava, non senza molto raccomandargli la segretezza, che altrimenti guai a lui, gli raccontò come in settimana si avesse a fucilare un soldato per avere impresso il Vangelo dei cinque evangelisti[11] su la faccia del suo capitano: la sorte avere designato a formare parte del drappello dei fucilatori certo suo compaesano, che molto lo amava, anzi aveva sentito dire ch'era stato suo fratello di latte, e poichè nè per preghiera, nè per minaccia aveva potuto ottenere la dispensa, vinto dalla passione si era messo il cervello in bricioli. Intanto, il carceriere aggiungeva, le tradizioni della disciplina antica si disfanno: se si tira avanti di questo passo, per me non so dove si vada a cascare; una volta noi altri savoiardi della vecchia stampa, prima di disobbedire al regolamento avremmo fucilati padre, madre, fratelli, sorelle, la serva e il servitore...

— Ammazzò padre, madre e la sorella,

Il fratello, la serva e il servitore,

come Marziale, cantarellò Curio; e l'altro.

— Precisamente!

Allora Curio ficcò bene gli occhi addosso al carceriere, dubitando avere così al barlume dell'alba scambiato la faccia di un lupo con quella di un uomo. Niente affatto; la faccia del carceriere appariva qual'era, faccia di uomo pio, che in quel punto si levi, forbendosi la bocca col tovagliolo, dalla mensa eucaristica; — pinzo e beato. Soli il catechismo cattolico ed il regolamento piemontese hanno virtù, di conciarti la creatura umana a quel modo.

Tosato, vestito di tela greggia, Curio, il bellissimo Curio, adesso comincia la vita del soldato: andare per carne e per pane, portare buglioli di acqua spesso, rado di vino, segare legna, spaccarle, recarsele in ispalla: nè questo era tutto: spazzare la caserma, lavarla; nè questo era il peggio... insomma di opere servili e sozze un mucchio; ond'egli fra tante e tanto laidissime cose si guardava bene di richiamare alla mente la cara immagine della gentile Eufrosina, pauroso d'inquinarla; anzi, se mai gli cadeva nella mente, egli si affaticava di cacciarnela via come mosca impronta che si ostini a passeggiarti sul naso. Fra le uggie che lo infastidivano a morte, conforto unico, quando gliene veniva fatta licenza, condursi solo in riva al fiume, e quivi sdraiato contemplare inerte di pensiero e di corpo l'acqua che passava; alfine si alzava sospirando: — Perchè non passo anch'io? — Ovvero seduto lungo il lido del mare, con la punta di un ramoscello tracciava sopra la sabbia geroglifici, che l'onda irrompente di subito cancellava. Un tristo filo gli filava la Parca.

Certo giorno, quello dei suoi cento padroni che gli sta immediatamente sul capo, gli ordina: s'imbianchi dove ha da comparire bianco; si annerisca dove ha da comparire nero; di tutto punto si abbigli, perchè sul mezzogiorno si aspetta il maggiore, che verrà piumato, inargentato, con tanti voti sul petto da dar quindici ed una caccia ai piedi alla miracolosa Madonna di Oropa.

Il maggiore venne serio come un bufalo; gonfio come un tacchino quando fa la ruota; in sembianza non di bestia, bensì di tutte le bestie dell'arca di Noè. E ora perchè si rimescola il sangue da capo alle piante a Curio? E perchè sopra la faccia sparuta del maggiore adesso si stende un'ombra a mo' che accade su la campagna aprica, se una nuvola venga improvvisa a passare traverso i raggi del sole? Curio riconosce nel maggiore il vile Fadibonni e il Fadibonni lui; la rassegna si compiva in meno che non si dice un credo; al maggiore ogni istante pareva mille anni di trovarsi lontano di là. Quello e l'altro dì passarono senza accidente; al terzo Curio ricevè un invito di presentarsi al maggiore; ed egli, non potendo fare a meno, vi si recò; il Fadibonni, appena lo vide, chiuse l'uscio, avvertì di tirare le cortine, e all'ultimo, voltosi a Curio, con allegra faccia lo abbracciò, lo baciò, ed ei si lasciò fare; finalmente il maggiore prese a ragionare così:

— Or di' su, qual destino ti balestra in queste parti? Quali i tuoi casi? O perchè non hai messo il cambio? La è questa una delle tue solite capestrerie?

— I casi miei sono lunghi ed infelici; dispensami da contarteli; non misi cambio perchè una condanna di disertore mi obbliga a entrare nella milizia, e ad ogni modo mi sarebbe mancato il danaro.

— O che non sei più ricco?

— Misero, ma misero assai.

— E i parenti?

— Morti tutti, o falliti.

Qui la solita ombra si diffuse sopra la faccia del maggiore, il quale, stato alquanto sopra di sè, soggiunge:

— Ma i tanti amici?

— Mi ha repugnato andarli a cercare.

— E i debitori tuoi?

— Sono liberi pensatori: col paternoster non ci hanno pratica; e dacchè il proprio dovere non li persuase a sodisfare al debito, ho rifuggito costringerli con la forza.

— Ma ti hanno fatto pagherò?

— Certo, e di molti.

— E li possiedi?

— Io li possiedo.

— O senti; fa' una cosa; se li hai addosso mettili fuori, se no, va' a pigliarli; ti aspetto qui a piè fermo.

— E a che pro?

— Va' a pigliarli: al resto penseremo dopo.

Curio andava pei pagherò; e rovistando per lo zaino rinvenne una obbligazione dello stesso maggiore, di seicento lire, la quale mise da parte come quella che non faceva al caso; tornò con gli altri fogli al quartiere del maggiore; il quale, poichè gli ebbe visti e considerati, disse:

— Curio, da' retta, tu mi hai a girare in regola questi biglietti, ed io mi porrò coll'arco del dosso a riscuoterli, adoperandovi, dove ne faccia di bisogno, l'opera di certo legale che leverebbe il fumo alle schiacciate; occorrendo spese le butterò fuori io, e del ricupero spartiremo a mezzo. Ti va?

— A dirtela schietta, la non mi va; ma il bisogno non mi concede di guardarla così pel sottile; e poi alla fin fine non mi pare mica giusta che i miei debitori abbiano a riportare premio della indiscretezza loro, quale altri si attenderebbe invano da una bella azione; ma e tu, dimmi, come ti trovi a casa tua?

— Eh! mi troverei anche troppo bene, perchè dalla mamma in fuori io non conosco parenti; ma la è vecchia, bacchettona e bizzosa; suo padre istituì, morendo, me erede proprietario, lei usufruttuaria vita naturale durante. I preti le hanno stretto intorno il blocco; e sono fino arrivati a darle ad intendere che io professo dottrine eretiche, io, mentre credo in tutto,

E sopra tutto nel buon vino ho fede,

E credo che sia salvo chi ci crede...

La conclusione è ch'ella spende fin l'ultimo soldo co' preti, perchè con le messe e i tridui loro procurino salvarmi l'anima.

— Ma o la paga di maggiore?

— Oh! se a ciascun l'interno affanno... con quello che seguita; vien qua, accostati a me, ch'io non vorrei lo risapesse l'aria. Sai tu che ci è di nuovo? Se io ho voluto passare maggiore, mi è toccato obbligarmi a cedere un terzo della mia paga al colonnello per cinque anni, e appena ne sono passati tre.

— Che mai! Questo non è possibile.

— Possibile questo ed altro. Aggiungi l'uscita degli amori, di cui è rincarato il prezzo a misura della penuria dei viveri, e senza amore un cuore ben fatto non può durare un giorno... — dammi un fiammifero per accendere il sigaro... — e se in questa altalena non mi fossi armato di provvidenza col mettere da un lato in cima della tavola una vecchia, dall'altra una giovane e me in mezzo, a quest'ora io sarei andato a Patrasso; però a dare il tuffo siamo vicini, perchè alla giovane crescono le voglie, e alla vecchia scema la moneta...

— E simile contegno non ti nuoce alla reputazione?

— All'opposto, sarebbe screditato, e di molto, l'ufficiale che pelato non pelasse; aggiungi il gioco, nobile esercizio, apparecchio alla guerra, ma com'essa rovinoso.

— E com'entra il gioco con la guerra?

— Nel gioco, come nella guerra, assaltiamo, ci difendiamo, perdiamo, vinciamo, ci ritiriamo, rifacciamo le forze, torniamo all'offensiva: pari la filosofia nella guerra e nel gioco, sia per trarre partito dai tempi, dai luoghi, dalla conoscenza dell'indole dell'avversario: insomma impossibile esser guerriero e capitano bravo, se con notturna mano e con diurna non agitiamo indefessi le carte di lanzechenecco e di bambara. Ma a ciò diamo di taglio; or dimmi un poco, non ti converrebbe acconciarti meco per confidente?

— Confidente che è?

— Gli è il soldato di compagnia dell'uffiziale, ed è perciò che viene affrancato da ogni servizio al quartiere; onde, se togli il debito di pulire le sue vesti e la sua armatura, per due o tre ore per giorno esercitarsi, si può dire quasimente libero.

E siccome a Curio venne fatto di ridere, il Fadibonni, pigliando cotesto sogghigno per assenso, soggiunse: solo ti avverto, che se tu vuoi durare al mio servizio, quante volte tu ti trovi a conversare con gli uffiziali miei amici, procura dir corna del Garibaldi; più grosse le dirai e più verrai in fama; non chiamarlo mai generale, dagli dell'avventuriere, e se ti capita anco del brigante. Adesso corre il costume di ripetere con ammirazione il detto del gran capitano Lamarmora sopra di lui: cuor di leone, testa di asino. Io, vedi, per diventare maggiore non ebbi altri meriti oltre quelli di mordere il generale e cedere un terzo della paga al colonnello.

— Pazienza! Io non diventerò mai maggiore.

— Ebbene, se non vuoi dirne male, astienti da dirne bene, perchè, adesso che ci penso, sono tanti quelli che, beneficati da lui, se ne lavano la bocca, che ormai non se ne fa più caso; sta' zitto e basta.

— E quando mi disponessi a farti da servitore, quali sarebbero i miei obblighi?

— Meno che nulla, vedi. La mattina avresti a farmi il caffè e portarmelo a letto; ed ecco fatto. Scotere, bacchettare, spazzolare le vesti, il mantello, il berretto; ripulire gli stivali, lustrare sproni, bottoni e squadrone; assettarmi la sciarpa; ed eccoti fatto. Portare le lettere che lascerò la sera sul tavolino; se alla posta, alla posta; le altre a cui vanno, capitani, colonnelli, capi sezioni, segretari, ministro, eccetera; soprattutto hai da porre avvertenza a due, una colla busta gialla e l'altra con la busta rossa; la gialla va alla mia vecchia amante, la rossa alla giovane; guarda a non isbagliare, che tu mi spianteresti di netto; ed eccoti fatto. In un lampo ti sbrighi; tornato a casa, spazzi la camera, rifai il lotto, mi aiuti a vestire, mi cuoci tre uova o quattro, a battiscarpa mi arrostisci una braciola...

— C'è altro?

— Vai pel pane, pel vino, apparecchi, sparecchi, risciacqui i piatti e bicchieri, ed ecco...

— Basta, basta; sai che ho pensato?

— Che hai pensato?

— Che tutte queste cose ti farai da te.

— Come! ricusi? Un vero canonicato!

— Per ora non ho colpa da meritarmi i lavori forzati.

— Ma al quartiere ti toccherà peggio.

— Può darsi, ma servendo tutti, servo nessuno; e tra questi tutti ci entro ancora io.

— Bada! te ne pentirai.

— Allora ci sarà sempre per rifugio l'inferno.

— Tuo cuore, tuo consiglio. Oh! a proposito; bisogna ti dia un avvertimento: fuori di qui non ci conosciamo; anzi, procura di fare in modo da allontanare fino il sospetto che ci siamo conosciuti.

— Oh! quanto a questo vivi tranquillo, sarà pensiero mio.

E si separarono.

Fadibonni, rimasto solo, si mise a riscontrare i pagherò. Cento, duecento... oh! delizia, trecentocinquanta, cinquecento, uno di mille! Benedetta la mamma che ti ha fatto, o Curio dell'anima mia!

Insomma, e' ce n'era per una diecina di mila lire, e che nomi! Giovani della più prelibata nobilea; di oppositori e di sostenitori sfegatati del ministero; neri, rossi e azzurri. — Ma questa è una manna, di tratto in tratto proseguiva a dire il Fadibonni, Dio mi ha fatto piovere le quaglie fino in casa, e per giunta belle e arrostite.

Però anche qui egli ebbe a provare come il giudizio umano spesse volte erra, imperciocchè coloro ch'egli reputava pan buffetto sotto ai denti, gli parvero ghiaie, mentre gli altri che avrebbe venduto a mezza lira il paio, gli riuscirono meglio a pan che a farina. Breve: strizzando, attorcigliando, stiracchiando, non senza avvantaggiarsi delle infinite torture inventate dal suo mozzorecchi, potè racimolare cinquemila lire ad un bel circa. A questo modo passarono due mesi e più, quando Curio, un po' per vaghezza di sapere a che fosse cotesto negozio approdato, e molto per bisogno che pativa di danaro, si fece a trovare il maggiore. Stava per tirare la corda del campanello di casa, quando abbassando gli occhi vide a piè dell'uscio una lettera; la raccolse e conobbe essere diretta al maggiore: lo prese il capriccio di leggerla; e perciò sceso pianamente si condusse in parte dove giudicò non lo avrebbe disturbato alcuno; colà lesse quanto segue:

«Snaturato figliuolo! Ti scrivo e non rispondi; meglio avessi io dato la vita a un cane che a te; eccomi qui, meschina, dopo avere strutto quel poco che avevi e il molto che io possedeva per eredità paterna, di cascata in cascata prima mi trovai ridotta per campare darmi dintorno a vendere erbaggi; all'ultimo infermai e strema di tutto mi condussi all'ospedale dove ora mi trovo; la febbre è cessata, ma io non valgo a reggermi in piedi; lo spedalingo ha promesso tenermi qualche altro giorno per carità, ma lunedì mi toccherà andarmene senza remissione. Credilo, figliuolo, credimelo quanto è vero Dio, a me non rimane altro che mendicare, ma io non ho balìa di strascinarmi per le strade: cascherò su qualche muricciuolo e lì morirò. Mandami per le piaghe di Gesù Cristo un qualche soccorso; non me lo negare; non t'infingere povero per ributtarmi, che io so come tu spendi e spandi in male femmine e in gioco, che fu e sarà sempre la tua rovina. Altro non aggiungo: aspetto la tua risposta a braccia aperte, supplicando la beatissima Vergine che ti tocchi il cuore. Tua madre in lacrime. — Bergamo. — Livia O. T.»

Senza dubbio nel cavarsi la chiave di tasca per aprire l'uscio, cotesta lettera era cascata al Fadibonni; Curio nel ripiegarla pensò: una più, una meno, non sarà quella che lo manderà all'inferno.

Curio fece male a leggere la lettera. E chi lo nega? Per me dichiaro che fece malissimo. Tamen, ci hanno pecche naturali che non si possono correggere; ed io che scrivo conosco un uomo probo, e che per quello che fa la piazza si potrebbe citare per esempio, a cui tu confiderai sicuramente un tesoro, ma guardati di lasciarlo solo in camera tua: egli in un bacchio baleno te l'avrà rovistata da cima a fondo, frugata in ogni parte più intima; spiegato e ripiegato vesti, biancherie, pannilini e lani; aperto lettere, lettele e rimesse al posto: caso mai tu avessi smarrito in camera tua qualche oggetto, vivi tranquillo, ch'egli te lo ritroverà. Che ci vuoi fare? È istinto congenito alla natura degli uscieri, dei commissari pei gravamenti, degli espositori ai pubblici incanti, dei notari, e, bisogna che lo confessi a confusione mia, dei romanzieri.

Curio, non so a qual titolo, pareva affetto della medesima infermità.

Dulcissime rerum, esclamò il maggiore quando, aperto l'uscio, gli comparve davanti Curio — Mira eh! se mi rammento del mio vecchio latino? Non ci si vede mai, come dicono lassù a Firenze quegli squasimosdei del bel parlare arnino; che fai? come te la passi?...

— Nel venir su; a piè dell'uscio di casa tua ho trovato questa lettera... m'immagino che ti appartenga, — e in così dire gliela porse.

La solita nuvola ottenebrò correndo la faccia del Fadibonni, il quale irrompendo in risa sfrenate domandò a Curio:

— E tu l'hai letta?

— O che nella lettera ci è scritta cosa che a te rincrescerebbe io conoscessi?

— Ho capito. Tu l'hai letta... avrei fatto come te — e continuava a ridere, a ridere — che vuoi tu? Dai dai, mia madre, sempre serpentata dai preti, ha finito col dare la balta al cervello, e non poteva fare a meno; adesso s'immagina essere diventata mendica, e ridotta ora a vendere erbaggi, ora a rimpagliare fiaschi, tal'altra a raccogliere stracci per la via; custodita a vista, trova maniera di deludere la vigilanza dei guardiani e scappa, sicchè mi è stato forza ordinare ultimamente che la chiudano nello spedale.

E siccome Curio tentennava il capo, il maggiore riprendeva:

— O che volevi la lasciasse in balìa di sè stessa, perchè una volta o l'altra mi si precipitasse?

— No: posto che quanto mi hai raccontato sia vero, avrei voluto che tu nella miseria di tua madre non trovassi argomento di riso.

— Te l'ho già detto, soggiunse il maggiore, ed in subito si fece livido in faccia: dal partorirmi in fuori ella non mi ha dato mai altro segno di madre: fin qui furono i soli Padri Eterni a fare i figli crocifissi, ora poi che ci si mettono anche le madri, noi altri poveri figliuoli di famiglia possiamo addirittura andarci a impiccare.

Ma qui, accorgendosi che se le sue parole rendevano testimonianza di gaiezza come un lucignolo spento ricorda il lume che spandeva acceso, mutò discorso dicendo:

— Orsù, diamo un taglio a queste giammengole: favelliamo di affari; sai! io non ho mancato di usare le debite cautele per costringere al pagamento i nostri debitori; ho sudato acqua e sangue, e di qualche cosa sono venuto a capo; ecco delle diecimila lire cedutemi la metà, comecchè con molta fatica ho riscosso poche lire più o meno; ma per l'altra metà che spetta a te, in fede di gentiluomo io ne ho perduto la speranza, epperò mi tardava vederti, per renderti i tuoi pagherò, onde tu veda se a te, più fortunato o sagace, riuscisse cavarne cappa o mantello.

Così favellando aperse lo scrittoio, e cavatone fuori un pacco di pagherò, lo deponeva nella mano aperta di Curio trasecolato, e continuava:

— Questi tuoi debitori sperimentai della natura dei corvi; sentono l'odore della polvere; avvicinandosi il cacciatore, levansi a stormi e vanno a posarsi su gli alberi fuori di tiro.

Curio, anco qui non potendo altro, diede una scrollatina di spalle e fece bocca da ridere; parve che il maggiore se ne scorrucciasse; e di fatti con voce alterata proseguì:

— Non ti garba la partizione? Ebbene, non ci dobbiamo guastare per questo: buoni amici fummo e tali abbiamo a rimanere: da' qua i biglietti, io guarderò se dando un'altra stretta di forza al torchio qualche altro soldo mi riescirà a spremerne: anche di quelli che già ho riscosso intendo... anzi pretendo... e non lo contrastare, che lo tenteresti invano... fare a mezzo; darteli non posso, ma te li prometto.

Curio non si sentendo di umore di patire, oltre il danno, lo strazio, troncò il colloquio e prese commiato: per le scale si percosse della mano la fronte ed esclamò:

— Grullo, o Curio, nascesti e grullo morirai; e sì che a questa ora dovresti sapere che i ganci quando diventano diritti non sono più ganci.

Intanto, avendone agio, egli si pose a ricercare con molta cautela traccia dei suoi parenti; meglio non lo avesse fatto, gli parve di mettere il piede su la via del calvario; ad ogni passo inciampava dentro una tomba; cercò di Eufrosina e del padre Filippo; da questo lato ebbe nuove meno triste; non liete però. Filippo tra bene e male era guarito, ma camminava zoppo; col tempo sarebbe andato più spedito, forse; così almeno prognosticavano i medici, frattanto ranchettava. In grazia della protezione del buon maggiore suo amico, egli aveva ottenuto il posto di custode delle carceri militari del Castello di Milano.

Curio, dopo avere esitato un pezzo tra la pietà e la vergogna di comparire al cospetto della madre amatissima, da tanto tempo derelitta e in apparenza obliata, vinto dalla pietà, statuì condursi a Milano ad ogni patto; alla carità di figlio si aggiunse ardore di amante; se questo più e l'altra meno, chi saprebbe dire? Eufrosina era la luce dell'anima sua. Mercè la fede del medico curante, la madre ottenne il congedo per assentarsi parecchi giorni, e andò.

Giunto a Milano su la piazza del Duomo, voltò gli occhi in su per ammirarlo, imperciocchè ad ogni buono ambrosiano il Duomo rappresenti tutta Milano; di Lombardia e d'Italia anche un bel tocco, e poi un po' degli amici, dei parenti, del babbo, della mamma, e aggiungi altresì dell'amante. Tutti cotesti angioli, arcangioli e santi di ogni generazione, dentro e fuori le nicchie, egli reputa suoi conoscenti; tuttavia, se vogliamo dire la verità vera, Curio pareva guardasse tutta quella gente, ma non la guardava; tra il sì e il no gli ciondolava il pensiero se dovesse condursi prima a visitare Eufrosina, ovvero la madre; ci corre il debito avvertire che l'amore di figlio prese il sopravvento, e comparve improvviso a casa la madre.

Non si descrivono i pianti, i baci, le rimembranze dolorose del passato, nè gli affanni del presente, chè al guardo spaventato di Curio pur troppo la sorella Arria apparve come donna sopra la quale la morte abbia segnato: «posto preso.»

Il passato e il presente in tutto tenebra; nè meno buio il futuro. Eufrosina sempre divinamente bella; ma pari all'armonioso abitatore del cielo chiuso in gabbia, ogni giorno più perdeva della sua naturale vispezza.

Filippo rendeva quasi credibile la leggenda di Merlino, il savio mago, che lo afferma chiuso vivo dentro un sepolcro. I suoi occhi balenavano di tratto in tratto, ma le ciglia irsute provvidamente ne nascondevano il lampo; guai a lui se i superiori lo avessero avvertito; lo avrieno fatto spulezzare più che di passo; mentre presso costoro entrava in favore il celere obbedire, l'ostinato tacere e il non mostrare pietà!

Curio condusse Eufrosina alla madre, la quale a sua posta stette maravigliata da così eccelsa bellezza, e in breve, più che della bellezza, le piacquero l'anima ingenua e il forte volere. Ella sentì subito che Dio le mandava un raggio di consolazione per sollievo dei giorni che Arria traeva con tanta angoscia verso la tomba. Avrebbe la signora Isabella desiderato tenerla presso di sè, anche per conforto della propria tristezza, ma considerando lo stato in cui si versava Filippo, cacciò via da sè cotesto pensiero come una tentazione del demonio. Molti furono i ragionari e diversi, i quali veramente si potevano risparmiare, dacchè la conclusione stesse in mano della necessità, ed era: sperare e aspettare.

Chi immaginò prima il tempo vecchio ad un punto ed alato, sicuramente lo ebbe a provare in vita sua o celerissimo o tardo, a seconda della speranza o del timore; ora pei nostri personaggi fu la volta in cui parve che adoperasse l'ale, dacchè improvviso precipitò loro sul capo il termine del congedo, e bisognò pensare a separarsi. Tanto patirono pel nuovo distacco, che stettero a un pelo d'imprecare il momento nel quale desiderarono rivedersi: per ordinario nelle faccende della vita accade così, e se la mente presaga avvertisse i mali che stanno per nascere dalle cose appetite, io, per me, credo che l'uomo strozzerebbe le sue voglie appena nate, come Ercole in culla i serpenti.

Senz'altro accidente trascorsero a questo modo parecchi altri mesi; quando, certa notte, parve a Curio udire persona che piangesse a canto a letto; da prima sommesso, poi di mano in mano più forte, ond'ei, temendo pel doloroso, lo avvertì pianamente:

— Bada, fratello, che il sergente di guardia non se ne accorga e ti metta in prigione.

— Nè anche il pianto è concesso... ah!

— Ma perchè piangi?

— Te lo dirò — ed entrambi sporsero tanto i capi loro fuori del giaciglio, da toccarseli e da potere Curio intendere il susurro dell'altro. — La mia storia, proseguì il doloroso, per la umanità è vecchia, ma per l'uomo è sempre nuova... amai una cara fanciulla...

— Ed ella amò te...

— E fui preso nella leva; sai tu che numero estrassi? L'uno; mi toccò separarmi da lei e lasciarla...

— Incinta.

— O come lo sai? Chi te lo ha detto?

— Me lo ha confidato nelle orecchie madre natura.

— Adesso ella mi scrive non poter più celare il suo stato, non essersi attentata a frequentare le case in traccia di lavoro, e quando pure, vinta la vergogna, ci si fosse esposta, ne avrebbe ricavato infamia, non soccorso: ormai trovarsi allo estremo; non sapere come tirarsi innanzi; impegnato tutto; giacersi sopra la paglia senza saccone; finchè non avesse partorito la creatura che si sentiva muovere dentro le viscere, volere vivere, ma caso mai avesse dovuto soccombere sotto il peso della fame... per lo amore di Dio non sospettasse ch'ella con deliberato animo avesse ucciso il figliuolo di lui. Della povera creatura, di lei che lo amava tanto si ricordasse; nelle sue orazioni pregasse per loro. E più non potè dire, sicchè rimasero co' colli tesi, l'uno con la bocca incollata all'orecchio dell'altro.

A Curio, mentre teneva gli occhi intenti nella tenebra, ecco apparir disegnato con luce, che pallida in prima, diventa poco a poco più splendida e viva, il numero 600. — Ah! l'ho trovato, egli esclama, l'ho trovato, e quello che non avrei ardito per me, lo ardirò per lui; se non tutti, almeno in parte me li avrà pure a rendere; e dominato da questa fantasia, volto al compagno, con lieta voce gli disse:

— Camerata! coraggio; io ti posso sovvenire; dunque cessa di tribolarti; e per mio governo, a levarti di angustia quanto ti occorrerebbe?

— Ma, un cento di lire... ti paiono troppe?

— Cento lire! Dormi, dormi pover'uomo, domani io ti prometto il doppio, per lo meno.

— Ah! che gusto hai di straziarmi così? Era meglio ch'io mi tacessi.

— Oh! sai che ci è di nuovo? Che tu mi pari un villano calzato e vestito. Per me lo scherno ai miseri è delitto che supera ogni altro delitto. E questo disse in suono di scorruccio così sincero, che l'altro raumiliato rispose:

— Perdona; la miseria è paurosa e sospettosa.

— E spesso anche ingiusta.

— E spesso anche ingiusta... scusa da capo, e Dio ti benedica.

Fattosi giorno, Curio, debitamente facoltato, uscì dal quartiere per andare alle stanze del maggiore, avendo prima avvertito di mettersi in tasca il pagherò del Fadibonni. — Bussa. Il servo gli afferma sempre a letto il padrone: ed ei: — Aspetterò qui nella entratura. — L'altro: — Dio ne liberi! Il padrone non vuole che in casa si trattenga persona. — Non fa caso, soggiunge Curio, aspetterò giù all'uscio. — Scende e si pone in sentinella camminando su e giù quattro passi o sei traverso l'uscio. Il Fadibonni veramente giaceva in letto; quando si seppe liberato dall'importuno, si voltò sul fianco destro ed attaccò un altro sonno, cessato il quale chiama il servo e gli comanda:

— Va' un po' a vedere se il soldato ci è sempre. Il servo andò, tornò e disse:

— Ci è sempre.

— Potesse agguantarlo un accidente! E si voltò sul fianco sinistro, dove giunse ad appisolarsi da capo; svegliatosi, chiama:

— Biagio! Quel demonio è andato via?

— Illustrissimo no, egli va su e giù che pare un pendolo da orologio.

— E ora come si fa? Bisognerebbe pure che io uscissi di casa. E tu, Biagio, nei miei piedi che faresti?

— Io consigliare un signore come lei? Ma che le pare!

— Tira via, che faresti?

— Ecco, per obbedienza dirò: se mi trovassi nei suoi piedi, scenderei chetamente al primo piano, di là per la fune del pozzo mi calerei giù in chiostra dove fan capo le stalle che mettono sopra la strada dietro casa: così lascierei lo insolente a passeggiare tutto il giorno, se ne avesse voglia.

— Archimede non avrebbe trovato di meglio, esclamò Fadibonni, e la tua invenzione merita premio, e così dicendo diede mano al suo portafogli; il servo tese subito la destra; ma vuoto era il portafoglio, e vuota rimase la mano alzata del servitore. Il Fadibonni, sconcertato, poichè stette alquanto sopra di se, barbottava:

— E' piove sul bagnato! E sì che prima di giacermi a canto a lei avvertii a mettermelo sotto al capezzale... ma Giulia gentile li sente all'odore meglio che il cane i tartufi.

Curio non si mosse finchè non vide tramontato il sole; ed avendo mancato allo appello in quartiere, ci guadagnò tre giorni di arresto, uno dei quali inasprito col digiuno di pane ed acqua. — Quando si trovò libero uscì; mandava faville pari alla sbarra di ferro tratta fuori dalla fornace; guardava torto e taloccava iroso; non chiese licenza di abbandonare la caserma; per questa volta non pensa ad avviarsi a casa il maggiore, cerca i luoghi dove sapeva trattenersi costui; al caffè non lo rinvenne, non al biliardo, non al ridotto; di un tratto sbircia su la piazza un gruppo di ufficiali, e il cuore accelerando i suoi palpiti lo avverte colà trovarsi il maggiore; nè s'ingannava; vistolo, si accosta, e con la mano al caschetto gli fa il saluto militare; il maggiore descrive con la persona mezzo giro a sinistra e finge non vederlo. Curio si conduce dall'altro lato e rinnuova il saluto. Invano, che il maggiore si ostina a non volerlo vedere; ma Curio non si stanca, e tanto replica il saluto, che i compagni del Fadibonni, essendosene accorti, gli ebbero a dire:

— Maggiore! e' pare che questo uomo cerchi te; dagli retta, e liberaci dal fastidio.

Allora, stretto fra l'uscio e il muro, Fadibonni con mal piglio si appressa a Curio e a voce alta lo interroga:

— Cercate di me?

E Curio sommesso:

— Di te.

L'altro di rimando:

— Vien qua oltre e dimmi il fatto tuo.

Scostaronsi trenta o più passi dal gruppo degli ufficiali; quivi fermaronsi: e il maggiore continuò a dire:

— E ora che novità sono queste? Che vuoi? Che pretendi da me?

— Quattrini.

— Non possiedo più nè manco un soldo per me, o come vuoi ch'io ne dia a te?

— Trovane.

— E dove?

— A questo hai da pensare tu, che sei debitore, non io creditore.

Queste parole venivano profferite cupe, ansiosamente rotte; parevano passi che movano pel buio i duellanti all'americana per piantarsi lo stiletto nel cuore.

— Ma donde questo tuo disperato bisogno?

— Ecco... e qui Curio si fa a narrargli il pietosissimo caso del camerata, conchiudendo: — Tu capisci come sia pure necessario che queste creature non muoiano.

— Per me non vedo la necessità che vivano.

Siffatte parole, e più il suono beffardo della voce, irritarono da vantaggio Curio, che digrignò fra i denti:

— Orsù; manco discorsi, fuori quattrini.

Allora l'altro, presagendo la mala parata, muta voce e sembianza; con aria tutta compunta ripiglia:

— Ma tu sai, Curio, amico carissimo, che la metà dei nostri pagherò riscossa fu spesa, e dell'altra metà, malgrado ogni mio sforzo, non mi è riuscito cavarne ancora costrutto.

— Non questi, non questi ti chiedo, bensì gli altri di cui tu mi vai debitore in virtù di un pagherò segnato da te.

— Pagherò! Segnato da me!

— Già, di lire seicento... Io non ti metto con le spalle al muro perchè tu me le dia tutte; dammene due terzi; la metà, almeno un terzo, tanto che cotesti miseri non si buttino alla disperazione.

— E l'hai teco questo pagherò? Perchè, vedi, non arrecartene, sarà come tu dici, ma io non ne conservo memoria; voglimi usare la cortesia di mostrarmelo.

— È giusto; eccolo.

Curio lo estrae dal portafogli e glielo consegna, l'altro lo piglia e con moto rapidissimo se lo caccia in bocca per ingollarlo; però Curio, non meno celere di lui, con la manca lo afferra per la strozza, e tanto lo stringe, che non che il foglio, ma neppure l'aria ci può passare, e nella bocca aperta spinge due dita della destra e ne cava fuori il foglio lacero in parte, ch'ei getta via lontano per terra; poi a pugno chiuso piglia a pestargli il viso, che meno forte cala mazza del fabbro sopra la incudine; Curio sentì sgretolarsi sotto la mano il naso di costui, e gli occhi così di un tratto gli comparvero infaonati da parere un vero Ecce Homo. Accorsero gli ufficiali compagni del malcapitato per salvarlo da cotesto furore, e tutti di concerto si posero a tempestare con colpi di sciabola sui reni e sul cranio di Curio, finchè a lui, rotto in più parti della persona e tutto grondante sangue, non si prosciolsero le braccia stramazzando supino; nel cadere arrangolò:

— Sono morto!

Due barelle trasportarono il maggiore a casa e Curio all'ospedale.

Tre giorni dopo questo caso i soldati, attingendo acqua al pozzo per lavare la caserma, trovarono impedimento a tuffare il bugliuolo; a fine di rimovere l'ostacolo calarono un paio di ganci, ma, non bastando a sollevare il peso, ce ne aggiunsero un secondo paio, poi un terzo; tira... tira, fra schiamazzi e risa portarono fino all'orlo del pozzo un cadavere... il cadavere del soldato cui il buon Curio aveva promesso sovvenire; la giovane incinta, quando seppe l'atroce caso, si accosciò giù, si coperse il capo, stette immobile sul giaciglio di paglia, non pianse, cheta cheta aspettò che la fame le conducesse liberatrice la morte.

Fadibonni mise un bel pezzo a guarire, imperciocchè, quantunque le sue ferite non presentassero verun carattere di gravità, e' bisognò che aspettasse gli sfumassero dalla faccia il nero, il pagonazzo, il turchino, il verde e il giallo, che tanti sono appunto i colori della pesca reale.

Curio, preso dal delirio, si versò lungo tempo in pericolo senza speranza di salute, ed anche i medici se la buttavano dietro le spalle, non mica per difetto di carità, che anzi umanissimi erano, ma perchè conoscevano come, salvandolo da una morte, lo avrieno gittato fra le braccia di un'altra più triste e forse più dolorosa. Contro l'aspettativa e il desiderio così dei nemici che degli amici, sopravvisse, ed in capo a ben lunghi undici mesi Curio tornava più gagliardo di prima.

Intanto il tribunale militare aveva incominciato la istruzione del processo, e Curio, sottoposto agl'interrogatorii parecchie volte, aveva sempre con rara precisione esposta la cosa proprio nel vero modo in cui era andata; ma il Fadibonni con parole sdegnosissime la negava a spada tratta; chiamati gli officiali testimoni, non avevano veduto nè udito nulla; in cuore detestavano Curio, perchè mentr'egli credeva flagellare il solo Fadibonni, tutti ne sentivano dolore, come quelli che andavano tinti di una medesima pece. Però il colonnello, soldato vecchio e di virtù antica, il quale la corruzione della milizia italiana conosceva e deplorava, avendo voluto egli stesso interrogare più volte Curio e a lungo, era rimasto colpito dallo aspetto gentile di lui, dai modi ingenui e dallo accento di verità col quale raccontava, senza alterazione alcuna, nei suoi minimi particolari lo accaduto; anche gli facevano impressione la casata illustre del giovane, la cultura e la fama di prode. Il suo pensiero batteva sempre sul pagherò smarrito: se si fosse potuto ritrovare, certo a Curio una grossa pena sarebbe tocca pur sempre, ma la turpe fraudolenza del maggiore, quantunque non provata pienamente, lo avrebbe salvo dalla morte. In simile concetto si appigliava ad ogni amminnicolo per procrastinare la trattativa della causa, aspettando fiducioso che il miracolo della riperizione del pagherò avesse da un punto all'altro a verificarsi. Ma ormai erano a tale le cose, che un nuovo aggiornamento non sarebbe passato senza biasimo, e però l'apertura del giudizio fu stabilita per la entrante settimana.