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Il Tenente dei Lancieri: Romanzo

Chapter 5: V.
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About This Book

The narrative centers on a family-run mercantile business dominated by a forceful matriarch whose thrift, authority, and obsession with punctual payments govern both shop and household. It portrays the daily mechanics of trade in foodstuffs and bills, the strained relations between the imperious woman, her compliant husband, and their staff, and the way commercial imperatives displace sentimental and maternal concerns. Scenes of routine bookkeeping, bargaining, and looming financial anxieties reveal how commerce shapes personal loyalties, ambitions, and small‑scale social tensions in an urban setting.

V.

La risposta dell'armatore non si fece aspettare; l'Arcobaleno partiva diretto a Porman e da Porman per Filadelfia il 1. di novembre, e perciò il signor Rosasco avvertiva la signora Maddalena che il suo pivetto doveva trovarsi a Genova per la fine del mese…

—Quindici giorni, quindici giorni soltanto!…—sospirava il povero signor Daniele.

—Quindici giorni e poi… poi, forse non vederlo mai più!—gemeva in cuor suo la signorina Cammilla cogli occhi gonfi e il dolor di capo.

Giacomino invece si dava buon tempo.

—Ancora un paio di settimane e poi… divertirmi e godermela più che a Milano!

Passato il bruciore della prima impressione, aveva risoluto di farsi animo, inghiottendo il boccone amaro, anzi mostrando d'infischiarsene, e c'era riuscito.

Ma in quanto alla, genitrice…—ah! ah!—le preparava una magnifica sorpresa per quando l'Arcobaleno sarebbe stato in alto mare verso l'Equatore: un mucchio di debiti da pagare; e intanto si divertiva a tormentarla, a punzecchiarla.

La genitrice—adesso la chiamava sempre così—cercava di sfuggirlo?… E lui si dava un gran da fare par cacciarsele sempre fra i piedi; e quando la incontrava nel fondaco, la salutava nel modo che alla signora Maddalena faceva più dispetto: strisciando i piedi, battendo i tacchi. E su, in casa, quando si trovavano insieme all'ora della colazione e del pranzo. Giacomino, con una compitezza affettata, esagerata, correva ad aprirle l'uscio, ad offrirle la seggiola, a metterle lo scaldino sotto ai piedi.

Talvolta mamma e figliuolo si fissavano in viso: lei pallida, accigliata; lui, col sorriso impertinente sotto i baffettini tirati in su: pareva che stesse per iscoppiare il fulmine: il signor Daniele tremava, tremava la signorina Cammilla; Temistocle e Gian Maria non battevano palpabra: ma poi la signora Maddalena voltava la testa con una mossaccia dispettosa, e invece di pigliarsela con quello sfacciato, si sfogava contro la Banca Generale in liquidazione e il Credito Provinciale tentennante.

E strillava:

Queste sono le vere burrasche! le tremende burrasche!… Altro che aver paura di un po' di mal di mare!—e affaccendata mandava il signor Daniele in traccia di notizie e di informazioni alla Borsa, alle Banche, dagli agenti di cambio, lo faceva correre di qua e di là, a portar ordini, contr'ordini, minacce, strapazzate.

Il pover'uomo correva e sudava: ma dappertutto, appena, sbrigata l'incombenza avuta, buttava fuori, con un sospirone, la gran notizia della prossima partenza del figliuolo, del suo imbarco, chissà per dove, chissà fin quando! e chiedeva consiglio e conforto con un balbettamento affannoso che pareva un gemito:

—Che cosa devo fare? Che cosa si può fare? Ma io non voglio! Io non lo lascio andar via!

—Che cosa doveva fare?…—Opporsi a sua moglie, dire un bel no!—Non era lui il padrone?

Il signor Daniele approvava, col capo… e tornava a correre e a gemere da un'altra parte.

—Che cosa devo fare? Che cosa si può fare?… aveva domandato una volta anche a madamigella Fanny, e con un tremito più vivo e un accento più fervoroso:—Io non voglio lasciarlo andar via!… Io non lo lascio andar via. Che cosa si può fare?

On divorce!—gli aveva consigliato la cavallerizza, schioccando la frusta.

—Che cosa?

—Divorzio!—gli aveva urlato nelle orecchi monsieur Richard.

Al povero signor Daniele non rimaneva più che la Cammilla.

—Che, cosa devo fare?… Che cosa si può fare?…—mormorava anche a lei, ma sottovoce, per non essere udito dagli altri. E lì colla Cammilla poteva sfogarsi; tutt'e due pensavano, studiavano se c'era verso d'impedire la partenza di Giacomino, e finivano con piangere insieme brontolando:—No, no, no! non deve andar via!… non deve andar via!….

Giacomo, ciarliero, espansivo con tutti, evitava tanto il babbo, quanto la Cammilla, ma per diversa cagione.

Il babbo che lo seguiva, stralunato, balbettando colla voce piena di lacrime:—Ma io non voglio!… io non ti lascio partire!…—lo commoveva troppo, e Giacomino voleva esser troppo forte, e sempre allegro. Quanto poi alla Cammilla, quel naso di famiglia, sempre rosso e gonfio per amor suo, lo infastidiva e lo indispettiva.

Nel suo cuore non c'era più posto che per il bel nasino della Fanny.

—Che c'entrava la Cammilla? Era forse sua sorella?… E le voltava lo spalle.

Giacomo era innamorato di Fanny e Fanny di Giacomo. I due giovani se l'erano detto ed anche provato.

La grande notizia dell'imbarco del giovane Trebeschi sull'Arcobaleno aveva fatto colpo anche al Circo Stanislao.

La Fanny, fin dalla prima sera al Biffi, quando aveva ammirato quella bocca fresca, intatta del giovanotto, non aveva aspettato altro che di trovarsi a quattrocchi con lui, per mangiarsela di baci. Così, appena, Giacomino le ebbe detto, sospirando:—che partiva per sempre e che non ne provava nessun rammarico fuorché per lei—subito, la bella ragazza, gli aveva buttato le braccia al collo, dicendogli, fra i baci, all'orecchio:

Prends bien garde, mio caro, que le général non si accorga di niente!

Saperlotte!—aveva risposto Giacomino, rassicurando la ragazza.

Infatti, poco dopo, quando udirono picchiare leggermente all'uscio,—erano nel camerino, al Dal Verme,—Giacomo, prontissimo, si era già allontanato, mentre Fanny si passava il piumino della cipria sulle guance, esclamando con una risata squillante:

Venez donc, mon général.

Piccolomini di Coccorito, entrò, e si fermò in mezzo al camerino, fieramente, colla pancetta traballante sulle gambette ercoline: non salutò nemmeno madamigella Fanny; squadrò il giovinotto che aveva già notato qua e là, ma che vedeva per la prima volta.

Monsieur Trebeschi, un amico di mio fratello—disse tosto e con gran disinvoltura l'intrepida amazzone, presentando Giacomo al generale, senza voltarsi nemmeno, mentre col cappello a cilindro sugli occhi e col frustino sotto il braccio, calzava, con grande sforzo, i guanti gialli, lunghi, scamosciati.

Il generale continuava a, fissare il giovinotto, e, quasi annusasse odor di polvere, gli si rizzavano i peli dei grossi baffoni, tinti di nero, il ciuffetto irto in mazzo al cranio pelato.

Giacomo, dal canto suo sosteneva imperterrito quello sguardo.

—Trebeschi?—domandò finalmente il generale, gonfiando le gote e soffiando ad ogni parola.

—Trebeschi?… Ufficiale?… In cavalleria?

Madamigella Fanny rispose di no, sorridendo, perché tutti pigliavano quel bel ragazzo per un ufficiale… E così anche il Piccolomini che pur doveva intendersene. Poi si affrettò a soggiungere che l'amico di suo fratello partiva quanto prima per la Spagna, per l'America, per l'Australia.

Il generale si rasserenò, e senza badar più a quel borghese, si accostò saltellante alla Fanny, e si mise ad aiutarla a calzarsi i guanti, gonfiando le guance e soffiando più forte che mai.

Giacomo salutò, con un altro inchino, e se ne andò serio, impettito. Ma appena fuori fece anche lui un salterello, fregandosi le mani e strizzando l'occhio.

—Ah! ah! la faceva in barba a un generale!

E il giovanotto in quei giorni fu pienamente felice; ma la felicità non gli fece perdere la bussola; tutt'altro. Invece di essere geloso, si divertiva a chiamare Fanny la sua bella generalessa, e così tutti, compreso il Piccolomini, restavano contenti più di prima.

Il solo che, colla crescente felicità di Giacomino, si andasse rannuvolando era monsieur Richard, inquietissimo per l'avvenire.

—Sempre così—borbottava—a Milano, come a Parigi, come a
Pietroburgo!

E minacciava sempre, quando l'altro non poteva sentire, di voler somministrare schiaffoni a destra e a sinistra, e faceva gli occhiacci alla Fanny, che gli rispondeva appena con un'alzata di spalle.

E il buon fratello, nella sua sperimentata antiveggenza, pur troppo, era profeta. Era mancata la prudenza non a Giacomino, ma alla Fanny, e proprio nel momento supremo, cioè quando al povero generale Piccolomini, che aveva già speso un occhio, per la stella del Circo Stanislao, e credeva ormai di essere arrivato in fondo, era capitato a domicilio un altro fascio di conti da pagare: il riassumendo della fine di stagione. L'avarizia stimolata dalla maraviglia e dal dispetto non scemò l'amore del generale, ma ne acuì la gelosia. Gonfiandosi e soffiando, cominciò a impressionarsi, a impermalirsi, a guardare, ad osservare.

—E quel Trebeschi? Quel giovanotto borghese?

Il Piccolomini non lo aveva più trovato , nel camerino, e non lo aveva mai incontrato in casa di mademoiselle Richard, ma spesso gli capitava tra i piedi nei paraggi del Dal Verme, e gli dava sempre nell'occhio appunto per quella sua aria di ufficialetto in borghese… e per la fretta di sgattaiolare inosservato.

—Ohi! ohi!… Attenti!

Per scoprir terreno, cominciò a parlare: e a sparlare del signor Trebeschi—di quel giovane di bottega che si dava un atteggiamento marziale—cominciò a scherzare sul conto suo, a ridere alle sue spalle e notò che ci stava a scherzare e a ridere anche la Fanny, ma esageratamente, con un'esaltazione nervosa; e notò di più che monsieur Richard, parlando del Trebeschi, pareva che avesse un nodo in gola, benché si sforzasse di non darlo a divedere..

—Ohi! ohi! Cospetto di bacco!… Ma quando ci va? Dove si vedono?
Come si trovano?

Rimase molto perplesso; poi prese un partito. Regalando venti lire, in due volte, alla portinaia, seppe tutto ciò che gli premeva di sapere.

Povero Giacomino! Con tutto il suo giudizio, con tutta la sua prudenza, con tutta la sua furberia, era proprio andato a finire in bocca al lupo.

Visite a Fanny, in casa, non ne faceva, non praticava più in teatro, di giorno, all'ora della prova. E poi nemmeno la sera. Dacchè si erano accorti che il generale sospettava di qualche cosa, Giacomino non aveva più cenato coi Richard nè messo piede al Dal Verme.

In teatro correva la voce che il giovane Trebeschi si fosse già imbarcato a Genova sull'Arcobaleno.

Tutto spirava pace, perfino la fronte del Richard cominciava a spianarsi… quando una notte, molto tardi, mentre Giacomino, con tutte le possibili cautele, stava per aprire lo sportello della casa dove era alloggiata la cara Fanny, si sentì battere sulla spalla: si voltò di colpo, e—Saperlotte!—si trovò a faccia a faccia col generale.

Il giovanotto, pronto, si mise in posizione e rimase serio, mentre l'altro dava in una risataccia insolente.

Prendete—esclamò dopo un momento il generale.—Vi aspettavo per regalarvi un'altra chiave, la mia, nel caso che perdeste la vostra.

E così dicendo pose, una lunga chiave arrugginita nella mano che il povero malcapitato gli stendeva macchinalmente. Poi gonfiò le labbra, soffiò, soggiunse soltanto un:—Buona notte: a lei e a tutta la compagnia—e così se ne andò, traballando sulle gambette a roncolo.

Giacomino, rimasto lì, immobile e muto con quelle due chiavi in mano, seguì il generale collo sguardo finché lo potè scorgere: sospirò, ma non si mosse. Riflettè a lungo, sul da farsi, e si persuase che, nel caso suo, due chiavi erano troppe.

Allora invece di aprire e di salire, mise le due chiavi in tasca, tornò indietro, tornò a casa sua, si cacciò in letto, e spense subito il lume per addormentarsi più presto. Ma penò molto a prender sonno. Il caso era grave.

Al mattino avrebbe dovuto andare da Fanny a raccontarle la scena col generale: che bella improvvisata!

Furbo, per altro, quel Piccolomini! Ma che avrebbe risposto Fanny? E il Richard? Apriti, cielo!

Giacomo sapeva che fratello e sorella erano pieni di debiti: debiti col conduttore del teatro, debiti coi fornitori, debiti con tutti. E nel calduccio del letto, dietro la sfilata dei creditori del Circo Stanislao, vedeva anche venire quella de' suoi: il cameriere del caffè del teatro, col quale, in tante colazioni, in tanti cognac, in tante bottiglie di Marsala in ghiaccio bevute alle prove con tutta la Compagnia equestre, aveva un conto che non finiva mai. L'orefice, che, conoscendo la solvibilità e l'onorabilità della famiglia Trebeschi, gli aveva venduto sulla parola un anello di brillanti. E il sarto. A la Ville de Paris?… E il camiciaio alla Città di Vienna?…

—Che caldo! Auf! che caldo!…

Giacomo smaniava, si voltava, si rivoltava nel letto, ma ad ogni giravolta c'era un debito, un creditore nuovo, una nuova puntura. Finalmente gli venne un'idea; una bella idea. Se invece di indugiarsi ancora gli ultimi quattro o cinque giorni, fosse partito per Genova la mattina dopo?… Se invece di aspettare l'Arcobaleno, si fosse imbarcato subito? Il generale credeva di avergliela fatta, ma lui, ancora più furbo e più svelto, avrebbe preso il largo in alto mare!…

Giacomo rise a questa idea; e col rider si rimise in calma. Allora, dimenticate le due chiavi, si addormentò, e dormì profondamente fino alla mattina molto tardi, quando venne a svegliarlo suo padre, il signor Daniele in persona, tutto sossopra, ansante, piangente, ridente.

—Non parti più! Non vai via più! Sono stato io!… Lo dirai alla signorina Fanny!.. Lo dirai a monsieur Richard!… Sono stato io! Io e la Cammilla!

—Che cosa?—domandò l'altro, mettendosi a sedere sul letto, fregandosi gli occhi, ancora trasognato.—Che cosa c'è?

—È arrivata la lettera del signor Rosasco! Il colpo è andato benone!

—Che colpo? che colpo?—E Giacomo fissava in viso il babbo, e nel buio della sua testa intronata, col dubbio di non poter più partire, ricomparivano ad una ad una le immagini della Fanny e dei creditori, del Richard e del generale.—Che colpo?

—Il colera. Abbiamo inventato che a bordo c'è il colera! Non puoi più imbarcarti. Non parti più, resti a Milano. Sono stato io; io e la Cammilla. Ma non dir niente alla mamma. Guai! guai! guai!

E ad ogni «guai!» la faccia, del pover'uomo si rifaceva torva e spaurita; il naso storto pareva che gli tramasse dalla commozione.

Giacomo cominciava a capire, e si arrabbiava, gridando che voleva saper tutto, e cercando di sciogliersi dal signor Daniele, che non rifiniva dall'abbracciarlo e dall'accarezzarlo, mentre ripeteva:

—Non dir niente alla mamma; non dir niente alla mamma!… Io non potevo lasciarti andar via… Io non volevo lasciarli andar via!

VI.

—Pazienza il babbo—brontolava Giacomo alzandosi e vestendosi.—Lo ha fatto a fin di bene. Ma la Cammilla come c'entra?… Con quel naso?… e lo vuol ficcar dappertutto!

Mentre, chinato sulla catinella, si lavava rumorosamente, buttando l'acqua in mezzo alla camera e spruzzandone le pareti, sentì aprir l'uscio.

Si voltò colla faccia insaponata: era Gian Maria.

—Che vuoi?

L'altro, con un sorrisetto significativo, gli diede una letterina che avevano portato allora dal teatro Dal Verme.

Gian Maria e Temistocle, per incarico del fratello, stavano alle vedette, per badare in quei giorni che certe lettere o bigliettini non capitassero fra le unghie materne.

Giacomo, mentre si asciugava le mani, guardava fisso la lettera con occhio torvo:

—Dammela.

Erano due righe soltanto:

«Venez vite: prestissimo.

«Fanny».

Gian Maria, che possedeva pure e teneva nascosto in un cassettone della, sua camera un ritratto di mademoiselle Fanny a cavallo di Gladiator, contemplava a bocca aperta il fratello ed il bigliettino.

Giacomo se ne accorse, e se la pigliò con lui:

Marche!

Gian Maria, abituato dal fratello alla militare, se la battè senza fiatare, e Giacomo tornò a leggere:

«Venez vite: prestissimo.

«Fanny».

Saperlotte!…—esclamò, pensando che il generale, certo, senza perder tempo, doveva aver dato e preso un congedo definitivo.

Infatti quella mattina, alle sette, prima di recarsi in quartiere dove aveva una ispezione, il Piccolomini aveva già mandato il grosso incartamento dei conti da pagare alla signorina Richard, scrivendo sopra una seconda fascia:

«Pel signor Trebeschi.

«proprie mani.»

Nella sua breve carriera, da maggiore a generale, il Piccolomini di Coccorito si era trovato parecchie volte in simili contingenze, e però ci aveva fatto la mano.

Alla lettura, del bigliettino di Fanny, il giovane Trebeschi era diventato pallido; pure non indietreggiò: coraggio e avanti. Ma, lungo la strada, mentre si recava dai Richard, pensava, con desiderio, al porto di Genova; lo vedeva inondato di sole, mentre Milano era piena di nebbia, e quasi si arrabbiava anche contro sua madre, così furba di solito, e questa volta «tanto oca, da non capire il trucco.».

Quando Giacomino entrò in camera della Fanny, la ragazza, ancora in sottanino e colle spalle nude, si stava vestendo; e intanto riscaldava il caffè, ravviava la sua roba, assestava la sua camera, tutte cose che la mattina faceva a comodo, un po' l'una, un po' l'altra, fra l'andirivieni della gente da teatro, fumando un monte di sigarette e leticando col fratello.

Il Richard dormiva fuori, coi cavalli, ma la mattina veniva a casa, per buttarsi qualche altra ora sul letto, e poi lavarsi e far colazione.

Appena essa vide entrare Giacomino, l'amico del cuore, e mentre passava dallo specchio, dinanzi al quale si pettinava, al caminetto dove scaldava il caffè, rovesciava un sacco d'improperi, nel suo linguaggio internazionale, sul capo dell'antico protettore.

C'est une canaille, un filou!..—cominciò anche il fratello a gridare dall'altra camera, e monsieur Crispì, un pappagallo bianco, grosso, con una cresta gialla, che s'arrampicava su tutti i mobili, rosicchiandoli e insudiciandoli, nel sentir gridare a quel modo, cominciò a gridare più forte, come un'anima dannata:

Amourreux! Pauvre Amourreux! Cafè! Cafè! Cafè!

Fanny giurava di vendicarsi di quel miserabile troupier; aveva dei molti buoni amici, dappertuto in Italia, ed anche a Roma, molto in alto.

—A Roma, come a Parigi! Come a Pietroburgo! Come a Berlino!—urlava il fratello.

Giacomo, colle orecchie intronate, si chinò per sedersi sopra una poltroncina che la ragazza gli aveva spinta dinanzi col piede; ma di colpo si rialzò; la poltroncina, sgangherata, cascava da una parte; e lui andò a mettersi sul letto non ancora rifatto, ma un brontolìo ringhioso, di sotto alle coperte, lo fece allontanare: era il vecchio bulldogh dei Richard che mordeva e che l'aveva con lui particolarmente.

Falstaff! couche!

Giacomo restò in piedi, girando su e giù, a testa bassa.. Aspettava la stoccata, cioè che entrassero nell'argomento dei quattrini; se la sentiva arrivare; e infatti, appena monsieur Crispì e Falstaff si furono acquietati, fratello e sorella, la sorella di qua, lavandosi i denti, il fratello di là, mutandosi la camicia, rivolsero la loro collera non più sul generale, ma su quell'altro miserabile; imbroglione, ladro… dell'impresario.

Non potevano partire, avevano tutto sotto sequestro; avevano un contratto d'oro a Borgo San Donnino: per otto sere, mille lire per sera. E poi due mesi al gran teatro di Terni, assicurati.

E recando queste buone notizie, il fratello della Fanny si presentò sull'uscio dell'altra stanza, ancora in maniche di camicia, stringendosi attorno alla vita una larga cintura di pelle.

Monsieur Crispì, che rosicchiava la cornice della credenza, vedendo il Richard, col quale non andava, d'accordo, si fermò, lo fissò, gonfiò le penne, drizzò tutta la cresta, e ciao: una chiazza, bianca sul pavimento.

Giacomino tenne duro; la verità è quasi sempre la via più spiccia par levarsi d'imbroglio; e Giacomo disse la verità.

Neppur lui aveva un soldo, ed era pieno di debiti, e con questo di peggio, saperlotte! che non poteva svignarsela. Doveva restare a Milano un altro mese.

Fanny sorrise; il Richard strinse la mano a Giacomo, battendogli amichevolmente sulla spalla:

Avez-vous besoin d'argent? Forse anche mille franchi, ma cinquecento sicuramente; penso io.

Che cosa voleva, dire? Giacomino non capiva.

—Io faccio una… cortesia a voi: voi fate una cortesia a me. Compris? No? Adesso vi spiego l'affare; sedete.

Giacomo restò in piedi, sempre guardando, con tanto d'occhi, monsieur
Richard.

L'affare era semplicissimo. Un forte capitalista, il signor Facchinetti, era contentissimo di scontargli una cambiale per due, tremila franchi: in un altro momento anche cinque! anche dieci! Tutto quello che voleva.

Il Richard, sorridente, riempiva la pipa colle sigarette che il generale aveva regalate a Fanny, e nel parlare faceva lunghe pause, perché il buon amico Trebeschi capisse tutto, ben chiaro.

—Io gli ho detto: Signor Facchinetti, la mia firma vi basta?—La vostra firma? Crénon! Per me, basta la vostra, parola. Ma devo scontare anch'io alla Banca: oltre alla vostra, datemene un'altra, qualunque sia, per formalità; è la vostra che conta.—Très-bien! Accettate quella, del signor Trebeschi?—Trebeschi?… Mai sentito nominare: lo conoscete voi? E allora basta. Affar fatto.—E Richard, a questo punto, si mise a ridere come un matto.

Perché rideva in quel modo?… Perché? L'amico Trebeschi non capiva?

—Perchè la firma, Giacomo Trebeschi» è una firma semplicamente… decorativa: non siete ancora maggiorenne! Voi perciò non correte alcun rischio. E non mi dovete ringraziare. Il signor Facchinetti mi dà tremila franchi? Mille sono per voi. Me ne dà duemilacinqueceinto? Crénon! Cinquecento sono per voi.

—La cambiale è a tre mesi?—interruppe Giacomino.

—Oh no; non ho voluto io per risparmiare l'interesse: anche troppo quindici giorni. Appena a Borgo San Donnino, mando uno chèque al Facchinetti, e ritiro la cambiale.

—E le mie cinquecento lire?—replicò Giacomo, perplesso.

Très-bien! Voi me le manderete; a Terni, quand vous voudrez—rispose il cavallerizzo con un'alzata di spalle.—Io non sono un affamato.

Intanto che il Richard parlava, la Fanny, alzata una gamba sopra una seggiola, si abbottonava lentamente con un allacciascarpe di avorio gli stivaletti lunghissimi, e monsieur Crispì, arrampicandosi col becco sui piatti della tavola, rimasti lì sudici e ammonticchiati fin dal giorno innanzi, borbottava colla voce nel gozzo: Saccorrotto, saccorrotto, parola che aveva udita per la prima volta a Milano, e che stava studiando in quei giorni.

—I mille franchi… diremo cinquecento, per essere sicuri—ripeteva il Richard, con flemmatica prosopopea—me li manderete a Terni quand vous voudrez. Non ci pensate.

No; Giacomino non ci pensava: ma quelle cinquecento lire—anche lui non diceva mille per esser proprio sicuro—a mano a mano gli rischiaravano l'orizzonte, e mentre la Fanny gli sorrideva, abbottonandosi l'altro stivaletto e monsieur Crispì continuava a ciangottare nel gozzo: Saccorrotto, saccorrotto, egli mentalmente distribuiva quel denaro fra i creditori più seccanti.

Centosessanta al cameriere del caffè del teatro; duecentocinquanta all'orefice, quello dell'anello di brillanti; il resto per un acconto alla Ville de Paris

—E dunque?… gli domandò, dopo un momento, il cavallerizzo.

—Che cosa?

—Accettate?

—Se è per farvi piacere, qua la mano!

E non essendo affatto un minchione, Giacomino assunse, alla sua volta, una cert'aria d'importanza e di protezione.

—Si firma, quando? Stasera?

—Subito: vado e torno. Attendez!

Ma l'amico Richard non era ancora fuor dell'uscio che già la Fanny s'era buttata fra le braccia di Giacomo, e gonfiando le gote, o soffiando per rifare il generale: Meglio così, sai—esclamò.—Non ne potevo più! quel miserabile troupier m'era diventato antipatico, odioso!

Saccorrotto, saccorrotto—borbottava sempre il pappagallo, accoccolato sulla spalliera di una seggiola.

Venendo via dai Richard, Giacomino continuò a far conti per tutta la strada.

—Centoventicinque lire al cameriere, duecento all'orefice, cento alla Ville de Paris… Così me ne restano anche per la Città di Vienna…—Ma nel fare e rifare la somma, diminuiva questo, diminuiva quello… tanto che sulla porta di casa aveva conchiuso: cento lire al cameriere e centocinquanta all'orefice, che avevano minacciato di scrivere a sua madre, e il resto tenerselo per divertirsi in quei giorni e par fare un'improvvisata alla Fanny quando sarebbe stata a Borgo San Donnino.

Hoplà, là!—Il ragazzo si stropicciò le mani, ed entrò nel fondaco fischiettando la Stella confidente sul tempo di Gladiator… ma alla porta, zitto: si fermò. V'era la genitrice…

—Intendiamoci—gli disse la signora Maddalena a bruciapelo.—Non crederete di averla spuntata.

—No, mamma.

—Partirete lo stesso, quanto prima.

—Sì, mamma.

—E intanto si lavora. Imparate da me, e dopo pranzo, subito a letto, come me. Vita nuova, avete capito? Vita nuova.

Ciò detto, la signora Maddalena entrò nello scrittoio sbattendo l'uscio così violentemente che il piccolo casotto traballò tutto.

—Psst!

—Psst!

—Giacomino.

Temistocle, Gian Maria, il babbo, lo chiamavano di qua, di là, mezzo nascosti fra i barili d'olio e le botti di aringhe. Volevano sapere che cosa gli avesse detto la mamma; se la mamma aveva sospetti e se proprio aveva creduto alla storiella del colera.

—Sì! Sì! Se l'è bevuta!… Niente paura.

Poi, avvicinandosi al babbo, Giacomino lo fissò, sorrise furbescamente, e gli sussurrò all'orecchio:

Mon père, tanti saluti!

Il signor Daniele diventò rosso; e cento domande che avrebbe voluto fargli gli rimasero tutte nella strozza.

—Non voglio scherzi—gli disse poi, col tono severo della genitrice.—Vergognatevi.

Anche la Cammilla, girando con femminile strategia in quell'oscuro labirinto del fondaco, s'era fatta incontro al cugino, per averne una parola buona. Ma con lei—niente!—L'aspetto della Cammilla, così dimessa, e anche un po' trasandata per il gran da fare di quei giorni, faceva troppo vivo contrasto coll'immagine ardita, florida, elegante della cavallerizza, che gli appariva più seducente che mai, nell'atto di sorridere abbottonandosi gli stivaletti.

Giacomo, con una mossaccia sgarbata, voltò le spalle alla ragazza.

Doveva capirla!… Non la voleva tra i piedi! La Cammilla, mortificata, non fiatò: un nodo le serrò la gola… e inconsciamente, rivolse lo sguardo nel fondo buio, dove il lampadino acceso dondolava sempre dinanzi alla Santa Casa di Loreto. Ma non pianse, non pregò; e invece, dopo un istante, parve rasserenarsi, quasi che si trasfondesse nel suo animo la fermezza ostinata e la sicura fiducia del suo amore.

Intanto… quella cattiva se ne andava e Giacomino rimaneva.

VII.

—Non avete un soldo?—rispondeva Giacomino ai lamenti di Temistocle e di Gian Maria.—Cinquanta dire ve le presterò io, stasera.

Infatti, non dando all'orefice, come al cameriere, più di cento lire in acconto, poteva benissimo, senza incomodo, usare quella cortesia ai fratelli. Andò al teatro per prendere i denari dal Richard; ma, per quella sera, niente. Il Facchinetti non aveva ancora sborsata la somma. La darebbe domani; ma nè domani nè doman l'altro, non si vide nulla, come nei giorni innanzi. Giacomo, inquieto, cominciò ad alzar la voce; e allora il cavallerizzo, messo alle strette, confessò di essere stato imbrogliato, truffato dal Facchinetti. Non glielo aveva voluto dire, per non dargli un dispiacere.

Crénon! Che razza d'usuraio! Non aveva dato altro che duemila lire, e ne aveva intascate cinquecento per quindici giorni d'interessi! Ma per l'amico Trebeschi, nessun danno: soltanto ventiquattr'ore di ritardo.

Appena arrivato colla compagnia a Borgo San Donnino, il Richard avrebbe mandato un vaglia telegrafico.

—Fermo in posta—raccomandò Giacomino, pensando alla mamma.

E infatti, dopo la partenza dell'amico, per due o tre giorni, il giovinotto non fece altro che andare e venire dal fondaco alla posta. Ma niente vaglia telegrafico… e nessuna lettera, nemmeno da Fanny, che gli aveva giurato e spergiurato di scrivergli subito.

—E il cameriere, e l'orefice, che strepitano, minacciano!

Telegrafò lui a Borgo San Donnino: «Urge cinquecento in giornata». Nessuna risposta.

Una mattina, finalmente, sei o sette giorni dopo che il Circo Stanislao era partito da Milano, venne fermato di colpo da un tale in bicicletta, che quasi lo schiacciava contro il muro.

—Lei, signor Trebeschi, non mi conosce?—E il velocipedista, saltando a terra, gli si piantò davanti, cacciandogli la bicicletta di traverso.

—No! Non la conosco e non è questo il modo di fare!…—esclamò il giovanotto arrogantemente.

—Io sono il Facchinetti, quello della cambiale di tremila lire.

—Duemilacinquecento,—rispose Giacomo, alzando la mano al cappello e smettendo subito il sussiego.

—Tremila—replicò l'altro sempre più burbero e accigliato; e siccome Giacomo lo guardava attonito continuando a negare, quegli alzò la voce:

—Tremila… Tre cambiali da mille lire!

—Ma la terza l'avevo firmata in bianco; non si sapeva la cifra…

—Mille lire. Tre cambiali da mille lire…

—Scriverò al Richard: a Borgo San Donnino.

Il Facchinetti guardò Giacomo ancor più di traverso.

—È lei il responsabile. Lei deve pagare. Io non voglio conoscere altri che lei.

A tale minaccia il giovanotto sorrise e negli occhi gli passò un lampo che l'usuraio colse a volo.

—Stia bene in gamba, giovinotto. Lei crede di avermi imbrogliato allegramente, perchè non è ancora maggiorenne? Ma io lo faccio metter dentro. Lo faccio metter dentro, perchè ha garantito colla sua firma un nome falso.

—Un nome falso?…

—Meno chiacchiere; Richard è un nome falso.

—È un nome falso? Richard?…—esclamò Giacomo diventando pallido.—Ma io non lo so, non lo sapevo, non so niente! posso giurarlo; lo giuro!

—Lo proverà… in tribunale.

—Io scriverò al Richard, andrò a San Donnino. Andiamo insieme a San
Donnino!

Giacomo, preso da subito spavento, balbettava, tremava come una foglia.

—A San Donnino?… Non sa che il Circo Stanislao si è sciolto?… Non facevano un soldo.

—Ma…

Il Facchinetti capì l'interrogazione muta, l'angoscia di quel ma, e scoppiò in una risata.

—Coraggio, giovanotto!… Quei due imbroglioni sono stati scritturati da un impresario americano; devono essersi imbarcati ieri per Buenos Aires.

—Ma allora?… Allora?…—e Giacomo, più che alla Fanny e al suo tradimento, pensava all'infamia del Richard e a quella minaccia del Facchinetti—In tribunale!—e balbettava supplichevole:

—Non mi faccia del male!… Non mi faccia del male: io sono innocente di tutto!

L'altro rimase duro, insensibile.

—Due parole sole—gli disse poi abbassando la voce, ma in tono aspro, risoluto.—Le tremila lire scadono dopo domani: Lei paga? Io mi accontento e sto zitto. Non mi paga? consegno la cambiale a chi l'ha da avere e buona notte! Se lei è innocente lo proverà nel giudizio.

Ciò detto, e messa la bicicletta in equilibrio, vi saltò sopra dandosi una spinta, e via come il vento!…

Giacomo, sbalordito sotto il peso di quel disastro, colle gambe che gli tremavano, si avviò verso casa.

Avrebbe trovato il babbo solo; voleva confessar tutto al babbo. Bisognava disperarsi; strapparsi i capelli; minacciare un suicidio.

—In tribunale?… Un processo?… Che canaglia quel Richard! Gli era sempre stato antipatico, odioso. E lei… Fanny?…. Così affettuosa, così tenera l'ultima sera… tante promesse!…

A poco a poco, gli entrava in cuore la sicurezza che il babbo lo avrebbe salvato, che il babbo gli avrebbe pagata lui la cambiale; ma quanto più si calmava tanto più provava dispetto e bruciore dell'abbandono, del tradimento di Fanny; bruciore, sentimenti che, a poco a poco, all'idea della sua bella, perduta per sempre, si tramutavano in rammarico dolore.

—Dio!… Dio!… Che infamia!

E non più per far paura al babbo, ma sinceramente, sentendosi così solo e tanto disgraziato, pensò di ammazzarsi.—Un colpo di revolver, secco…—Ma poi, riflettendoci, vedendosi tutto insanguinato, e magari ancora vivo, sospirò:

—Che bella cosa sarebbe stata, di potersi addormentare quietamente, senza colpo di revolver… e non svegliarsi più.

Così, sospirando, borbottando e camminando sempre più lentamente, a mano a mano che si avvicinava a casa arrivò in via Lentasio, e subito vide suoi padre sulla porta del fondaco.

—Il babbo?…. Lo aspettava?… Sapeva già qualche cosa? Meglio così.

Il signor Daniele, appena scorse il figliuolo, gli fece un cenno colla mano, come per gridargli:—Che cosa hai mai fatto?…—E poi, quando gli fu vicino:—Vieni su subito—gli disse. E salì pel primo frettolosamente la scala, sospirando, sbuffando, e crollando il capo, finchè l'ebbe condotto in camera sua.

Voleva innanzi tutto strapazzarlo.

—Vergognatevi! Vergogna!—Ma non trovando le parole, proruppe in un singulto:—Almeno… almeno correre da me, parlar con me, subito!… subito!…

—Sa tutto—pensava Giacomino, chinando il capo con aria avvilita e compunta.—Meglio così.

—Sai?—continuava il signor Daniele, sgranando gli occhi come uno spiritato—sono venuti a dirlo alla mamma. Che scena! Correva la gente!… Si fermava sulla porta! e tutto contro di me!… Addosso a me! Tutto sulle mie spalle! Io sono un Pantalone, un cretino della Val d'Aosta, un rimbambito; tu un malvivente da rinchiudere fra i correggendi. Perché non mi hai confessato tutto?… Devo condurti a Genova io stesso, subito, e imbarcarti. Non più col Rosasco, con un altro. Non si sa chi; ha telegrafato la mamma. Anche il Rosasco è un traditore; la Maddalena ha capito tutto; anche la gherminella del colera. È furente anche per questo. Siamo tutti bugiardi! Tutti impostori!

—Anche la mamma sa tutto—ripeteva Giacomino fra sè.—Meglio così—e per calmare e intenerire il babbo diede in un pianto dirotto.

—Si… Ci vuol altro che lacrime!—E il signor Daniele si esaltava a gridare e a pestare i piedi per vincere la commozione e il singhiozzo.

—In fine, non ho mica ammazzato nessuno…—esclamò Giacomo, pensando essere venuto il momento di rimettersi in sella.

—Sicuro!—rispose l'altro.—Ma provati a dirlo a tua madre. Sai che… non si può parlare. Non si può fiatare. È un eccesso; peggio che sotto i croati. Peggio!… E se apri bocca, casca il mondo. «Imparate da me! Imparate da me!» Non c'è che lei. Maledette le perfezioni!…—Ma poi, accortosi di essersi lasciato trasportare, si fermò, cambiò tono:—Sempre, per altro, con giustizia… per il bene della casa… per il bene di tutti. E voi… Vergogna… Vergognatevi!… E, fatto il male, nessuna confidenza in vostro padre.

—Volevo dirti tutto. Ero venuto a casa, apposta, per dirti tutto.

—Non dovevate aspettare: oggi, proprio oggi, a parlare: dovevate parlare a suo tempo.

—A suo tempo? Quando?

Anche Giacomino lo aveva saputo appunto allora, in quel momento, dal
Facchinetti, e lo disse a suo padre.

—Io non credevo di dover pagare, e non dovrei pagare se il Richard non fosse una canaglia: lui ha preso i quattrini. Suo è il debito. Sua è la cambiale. Lui solo, il Richard, quel pezzo da galera…—ma Giacomino si fermò di colpo, spaventato dal viso di suo padre.

L'equivoco, in ogni modo, non avrebbe potuto durare più a lungo. Nessuno ancora, in casa, sapeva niente: della cambiale. La signora Maddalena aveva fatto una scenata al marito per via del cameriere del caffè del teatro, che, stanco di scrivere, era venuto in persona, nel negozio Monghisoni, per farsi pagare i suoi centocinquanta franchi.

—La cambiale?… La cambiale?… Una cambiale?—balbettava il signor
Daniele in convulsioni, aggrappandosi al figliuolo.

Giacomo, che non aveva mai visto quegli occhi, quel viso, quel color verde, quella, bava alla bocca, si spaventò, gli buttò le braccia al collo, stringendolo forte, disperatamente.

—Papà! Papà! Papà! Ascoltami!… Papà!

Dio santo!… il signor Daniele non poteva, più parlare. Era un colpo.

Giacomo, preso da terrore, voleva andare a chiamare aiuto: l'altro si riscosse, lo fermò.

—Per… per… amor di Dio!—E non disse altro.

—Perdonami! Perdonami!—supplicava Giacomo alla sua volta, colpito, scosso da quel gran dolore,—Ha ragione la mamma. Sono un tristo! Un infame! Partirò! Nessuno mi vedrà più!… Ma prima, andiamo insieme dal Facchinetti. Io lavorerò, non mangerò che pane e acqua, finché non avrò pagato, ma pagherò io: tutto io. Con una tua parola il Facchinetti aspetterà, nessuno saprà niente.

L'altro, livido tremando come una foglia, balbettava:

—Qua… qua… quanto?

—Tremila lire.

Tutta la lunga persona del signor Daniele dette un'altra scossa.

—E… qua… qua… quando?

—Doman l'altro.—Sì… Sì… Sì… Dal Facchinetti… Dal Facchinetti… Subito, subito, subito dal Facchinetti!—esclamò cercando cogli occhi il suo cappello che aveva lì dinanzi, sul tavolino, e non lo vedeva.

—Andiamo.

—Andiamo.

E andarono in cerca del Facchinetti, girando e domandandone per mezza
Milano, ma il Facchinetti non si poteva trovare in nessun posto.

Giacomo aveva preso a braccetto e sorreggeva il padre che continuava a tremare e a balbettare sempre più, per paura di non trovare il Facchinetti, e di non fare in tempo.

—Tre… tremila lire… Dopo… dopodomani… Finalmente lo imbroccarono: sulla porta del Campari.

—Cercavano di me? Cosa vogliono?—domandò l'usuraio col solito modo brusco e affrettato.

—Mio padre—disse asciutto Giacomino, indicando il signor Daniele.

Allora il Facchinetti cambiò tono, diventò garbatissimo, si profuse in complimenti, in scappellate, fece entrare i due signori nel caffè, e li condusse a un tavolino in un angolo oscuro.

—Cameriere! vermouth!

—No… no…

—Mi faranno la cortesia di accettare il vermouth.

—No; no… grazie—balbettava il signor Daniele.

—Prego, prego; senza complimenti; sediamo. È sempre mio buon padrone.

Vedendo quella faccia stravolta, il Facchinetti aveva capito subito di che si trattava, e aveva capito pure che teneva quel bonomo nelle sue granfie.

Cominciò a calmarlo, a rassicurarlo, e a difendere il signor
Giacomino.

Oh Dio! spropositi di gioventù!

Il Facchinetti dichiarò al signor Daniele che anche lui era padre, aveva un maschio e una femmina; e perdianabacco gliene facevano di tutti i colori. Ma un padre che cosa può desiderare dai suoi figliuoli? La salute e basta! Del resto anche il signor Giacomino, evidentemente, ci avrebbe messo la mano sul fuoco, era stato raggirato per troppa buona fede, per troppo cuore: e poi la ragazza—e strizzò l'occhio…—Insomma, gioventù; egli era rimasto preso alla pania, per le arti di due volpi sopraffine, che avrebbero ingannato mezzo mondo. Il Richard non era riuscito a fargliela anche a lui? Sicuro! A lui, Facchinetti!—Poteva gloriarsene!—Gli aveva truffate seimila lire… una sull'altra. Ma ormai aveva preso il largo. Inutile il pianto; inutile guastarsi il sangue.

—La loro cambiale scade, quando?…—Il Facchinetti non se ne ricordava più.

—Doman l'altro—risposero, quasi insieme, padre e figlio.

—Che importa? Rinnoviamo, se crede. Sempre mio buon padrone.

Il signor Trebeschi metteva la sua riverita firma, e lui teneva la cambiale chiusa, sepolta in fondo al cassetto, per tre mesi, per, sei mesi, per un anno.

—E nessuno—concluse il Facchinetti—deve saper niente dei nostri interessi.

—Sì… Sì… Bravo; facciamo così.—Oh Dio!…—Il signor Daniele cominciava a respirare.—Io le pagherò subito gli interessi della rinnovazione…

—Faccia come vuole; io mi contento del giusto.

—E lei mi giura, proprio, di tenerla in portafoglio?

—Basta la parola.

—Senza farla girare?

—Mai mai… Non ci sarebbe altro che il caso di dover dar fondo a tutte le batterie; ma in tal caso, perdiana! l'avvertirò.

—Ecco, prima di farla girare, in tutti i casi, mi fa il favore di prevenirmi.

—Si figuri!… Basta la parola!…—E così dicendo alzò il bicchierino.

—Alla sua salute, signor Trebeschi.—Poi volle toccare anche con Giacomino, e lì, nell'angolo buio del caffè, bevendo il vermouth, il signor Daniele firmò la cambiale. Il signor Facchinetti la cacciò subito nel suo portafoglio, col danaro degli interessi, e andandosene in fretta e furia, dimenticò persino di pagare il vermouth.

Padre e figlio rimasero ancona seduti, un momentino, per non esser veduti uscire insieme coll'usuraio.

—E adesso, siamo sicuri!—esclamò il signor Daniele guardando il figliuolo con tenerezza, come se lo avesse ricuperato. E gli si fece più vicino, sul canapè.

—Raccontami tutto, com'è andata, fin dal primo principio, perché io ancora non ho capito niente.—E soggiunse che aveva sempre sospettato che quel Richard fosse un poco di buono… Ma invece… la… quell'altra… la sorella…—non aveva il coraggio di dire Fanny—la sorella non ci doveva, aver che fare.

—Oh, anche lei!…—sospirò Giacomino.

—Anche lei?… Anche lei?—replicò ansiosamente il signor Daniele.

—No! No!… Non è possibile!

Colla cambiale, colle bricconate del fratello, la Fanny non ci doveva entrare, non ci entrava, affatto. E babbo e figliuolo si accordarono nel difenderla buttando tutta la colpa addosso al Richard e alla esistenza girovaga, e alla vita del teatro.

—Tutte le sere, esporsi al pubblico in quel modo…—sospirava il signor Daniele.

—Sempre col pericolo di rompersi il collo—soggiungeva Giacomino.

Daniele si fece coraggio e finalmente diede libero sfogo alle centomila domande che da tanti giorni gli stavano sul cuore.

—Ed era proprio partita per Borgo San Donnino? E poi doveva andare a Terni?… E adesso era stata scritturata per l'America?… per Buenos Aires?… Da chi?… Sempre col fratello?… E quel generale?… E il Circo Stanislao?… Fallito? e in America?… Andava più gente al teatro in America?… E la sua roba? Sequestrata?… Proprio anche la sua?… Tutto venduto?…

Ci fu, dopo tante domande, alle quali il figliuolo aveva risposto per lo più con monosillabi, un lungo silenzio.

—Andiamo?—disse a un tratto Giacomino.

—Andiamo—rispose Daniele.

Si alzarono, uscirono senza dir neppure una parola, e sempre silenziosi e meditabondi, attraversarono la piazza del Duomo.

Poi, il signor Daniele, dopo un sospiro, domandò:

—E Gladiator?… Avrà dovuto, vendere anche Gladiator?

VIII.

Nell'animo del signor Daniele, dopo tanta agitazione, era subentrata la calma e quasi un senso di benessere; ma poi, appena rimesso il piede in quella benedetta via Lentasio, così angusta e tetra, appena scorta da lontano quella vecchia insegna: Giovanni Monghisoni, tornò a rannuvolarsi e a sospirare.

—Dio, Dio!… E adesso, saremo daccapo…

Che cos'era, a che si riduceva il piccolo conticino del cameriere, in paragone delle tremila lire del Facchinetti? E la Maddalena colle sue sfuriate, co' suoi «editti» gli parve più esagerata, più matta che mai.

—Tanto strepito per così poco!

A buon conto peraltro si staccò da Giacomino: se Maddalena lo avesse visto così a braccetto del malvivente, stava fresco.

—Tu va avanti difilato in camera tua, senza passare dal negozio.

Qui la vecchia insegna Giovanni Monghisoni, gli ricordò tutti i suoi doveri: anche quello di far la predica al figliuolo, e continuò:

—Riflettete a quanto vi è successo, e a quanto di peggio vi poteva capitare. Rifletteteci col fermo proposito di mutar vita. E per oggi non muoversi più di camera; non si viene a pranzo: la mamma lo ha dichiarato formalmente, non vuol più vedervi sino al momento della partenza e, forse, nemmeno allora.

Giacomo tirò diritto col bastoncino sotto il braccio, svelto, elegante, sottile, e infilò la porta di casa senza esitare: l'altro lo seguì cogli occhi, intenerito.

No: non lo avrebbe lasciato partire; no; no.

—Oh monsieur! ben arrivato!

Daniele trasalì. Era Maddalena che lo aspettava sull'uscio dello scrittoio, le mani suoi fianchi, battendo i piedi per la stizza.

—Ben arrivato il monsieur!

Monsieur? perché monsieur?—e Daniele si sforzò di fare un viso ridente, sbirciando la moglie per capire che cosa ci fosse di nuovo.

—Io, qui, sacrificata tutto il giorno: e il nostro monsieur tutto il giorno a spasso!

Monsieur?… perché monsieur?—continuava a pensare il pover'uomo, sempre più inquieto.—Che cosa c'è di nuovo?

—Sono stato dal Borgondio—rispose—dal Cartolari, dal Mazza, dal Poncelletti, dal Vergani—e seguitò ad infilar nomi quanti gliene venivano in mente, finché sua moglie lo interruppe con una risataccia.

Simpaticone, il nostro Monsieur.—Lo fissò, lo fulminò con un'occhiata piena di sprezzo, di collera.—Très sympathique, con… con, quel bel muso!—E di colpo gli voltò le spalle e se ne andò per non scoppiare.

Il signor Daniele impallidì; il sorriso gli morì sulle labbra.

Che sua moglie avesse scoperto qualche cosa? Ma poi si tranquillò.

Se avesse scoperto qualche cosa, non si sarebbe accontentata di borbottare fra i denti: avrebbe mandato all'aria tutto il fondaco Monghisoni colle botti di aringhe e i barili d'olio.

Monsieur? perché monsieur?…—Era andata a inventare anche il francese per tormentarlo?

E su. in casa, durante tutto il desinare, Maddalena tornò da capo. Ogni due parole ci ficcava in mezzo un monsieur od un sympathique, mentre il povero signor Daniele rideva giallo e i bocconi gli facevano groppo in gola.

—Il monsieur non ha fame?… Io, invece, sono sempre di buonissimo appetito—e si sbatteva sul piatto un'altra gran fetta di lesso.—Sempre. di buonissimo appetito; oggi come ieri, tal'e quale. Perché oggi come ieri, io ho lavorato, ho sgobbato; sempre in banco o in magazzino per poter far fronte ai nostri impegni, logorandomi la salute e stillandomi il cervello per gli altri, sicuro!… per tutti quelli che dovrebbero imparare da me, come io ho imparato da mio padre, il lavoro, la prudenza, l'onestà, l'oculatezza.

Temistocle e Gian Maria, col viso sul piatto, si davano calci sotto la tavola, per sfogare la noia e la stizza; la Cammilla, vicino ai fornelli, faceva smorfie e occhiacci allo zio per incitarlo a rispondere, ma nessuno fiatava; e Daniele meno di tutti. Sempre a capo chino, continuava a fare e a disfare nodi colla cocca del tovagliolo, meditando su quella grande disgrazia di avere una moglie troppo perfetta.

—Dio, Dio! come le faceva scontare le proprie perfezioni!… Oh, avesse avuto qualche virtù di meno, un po' meno di cervello, avesse lavorato meno, e li avesse lasciati tutti respirare in pace!

—Che cosa medita il monsieur? Mi sembra sospiroso, malinconico.

Maddalena, diritta sulla seggiola, rideva ironicamente, stirandosi il lungo tovagliolo bianco sul petto rigonfio.

—Anch'io, anch'io avrei potuto essere la simpaticona, la très sympathique di qualcuno!

Daniele allibì; il sangue gli dette un tuffo.

—La signorina Fanny—pensò ad un tratto, e istintivamente chiuse gli occhi, abbassò il capo, sprofondò sulla seggiola.—La signorina Fanny!—Sua moglie sospettava, sua moglie aveva scoperto la verità!

Proprio così: Daniele lo seppe quella sera stessa dallo stesso Giacomino, il quale cercando le sue lettere—saperlotte!—non le aveva più trovate.

La signora Trebeschi, da donna pratica e avveduta, aveva subito pensato che il conto del cameriere del Caffè del Teatro non doveva essere il solo debito di Giacomino, e che quel malvivente non aveva certo bevuto da solo tanto cognac, tanto marsala, per centocinquanta lire.

Appena ebbe visto Giacomino uscir con suo padre, salì in fretta nella, sua camera, frugò, rovistò in tutti i cassetti, trovò le lettere minacciose dell'orefice, trovò i conti della Ville de Paris, della Città di Vienna… e finalmente anche le lettere di Fanny, le prime.

Dopo, la cavallerizza aveva scritto meno, e Giacomino aveva sempre stracciato tutto. E quelle prime letterine tra il sentimentale e lo scherzoso, mezzo in francese, mezzo in italiano; scritte per lo più per ringraziare di qualche regaluccio, finivano sempre con una stretta di mano, coi saluti pel signor Daniele.

«Bien des compliments a quel caro simpaticone, à monsieur votre père».

Maddalena, a tale scoperta, aveva riso del marito facendo una sdegnosa alzata di spalle, ma tutta la sua collera, anche la sua collera di moglie offesa, si riversò sul capo di Giacomino, del figlio scellerato.

—È riuscito a depravare anche quell'innocente semplicione. Giacomo! Giacomo!—Essa lo aveva sempre preveduto. Ecco il pericolo della casa; la corruzione, la rovina della casa.

Bisognava disfarsene. Altro che il colèra!… E ci aveva creduto anche lei!… Ci aveva creduto perchè all'ultimo momento si era sentita debole, non aveva voluto capire che la ingannavano. E adesso era punita: se lo meritava. Bisognava disfarsene; bisognava saper tutto; aver le prove in mano.—Far confessare quel malvivente?—Impossibile; era troppo bugiardo.

—Fanny?… Che demonio era questa Fanny?… Fanny?…

La signora Maddalena sguinzagliò di qua e di là tutti i suoi segugi, agenti, sensali, compari, e questi, in breve tempo, facendo cantare il famoso cameriere del Caffè del Teatro, interrogando l'orefice, e via via seguendo le orme di Giacomino fin dalla portinaia dei Richard, riuscirono a sapere la verità; e anche più della verità.

Quella tal Fanny era una francese, una delle prime cavallerizze del circo Stanislao.

—E Giacomino?… Il Trebeschi?

—Era il suo amante. La cavallerizza aveva piantato, per il giovanotto, nientemeno che il generale: un principe, un milionario.

—E l'altro Trebeschi? Il signor Daniele?

—C'era cascato anche lui, per pagare i debiti. Padre e figlio ne avevano fin sopra gli occhi, erano in mano degli usurai; di uno specialmente, il peggiore di tutti, un certo Facchinetti.

Il Facchinetti?…—Quella gente, quei sensali, quei compari, erano tutti pane e cacio col Facchinetti. Andarono da lui, direttamente, e in un batter d'occhio la signora Trebeschi-Monghisoni fu messa al corrente di tutti gli amori, di tutti i pasticci del figlio e del marito, ed anche della famosa cambialetta di tremila lire colla firma del signor Daniele.

—La firma di Daniele? Impossibile: non è capace, certo quello scellerato di Giacomo—Giacomo!—lui, giurerei, ha falsificata la firma.

No. Le dissero che il signor Daniele aveva firmato di suo pugno, proprio di suo pugno, dal Campari.

—Dal Campari?… In pubblico?…

Il signor Trebeschi era stato messo alle strette. Quell'altra cambiale da rinnovare, quella colla firma del Richard e del signor Giacomo, era in scadenza, non c'era tempo da perdere.

Maddalena mandò subito a chiamare il Facchinetti per avere la cambiale, ma era già stata girata alla Banca Popolare.

—Alla Banca! La firma Trebeschi!—Daniele Trebeschi—alla Banca
Popolare, sotto quella di Facchinetti!

Era il disonore, il discredito della ditta Monghisoni; e in quei giorni di crisi, col timor panico da cui era preso il commercio per tante disgrazie, per tanti fallimenti, che nessuno avrebbe mai preveduto, bastava un nonnulla, una voce sinistra, una cattiva informazione, per mettere in allarme la gente e poi portare alla rovina.

Infatti, alla Banca Popolare qualcuno del Comitato di sconto, trovando quella cambiale con Facchinetti traente e Daniele Trebeschi accettante, aveva fatto molti commenti e punto favorevoli.

Si fa presto a perdere il credito.

La signora Maddalena, a quel colpo, non strepitò; non fiatò nemmeno. Stordita, accasciata, si lasciò cadere di peso sul vecchio canapè dello. scrittoio, borbottando:—La peste! La peste! Doveva essere il flagello della casa, di tutti: me lo merito; era destino.—E non disse più altro. Soltanto, dopo mezz'ora buona di raccoglimento, quando cominciò a riprender fiato, mandò in cerca del signor Mauro Piazza.

Questi era un lontano cugino di suo padre; l'unica persona colla quale essa si consigliasse qualche rara volta, nei momenti più difficili, perché il Piazza le dava sempre ragione, e la ammirava estatico per i suoi danari, per la sua testa e per la sua bellezza rigogliosa.

Lee e poeu pù!—Era questo il motto, il saluto, la conclusione del signor Mauro.

Maddalena rimase seduta nello scrittoio ad aspettarlo. Gian Maria, Temistocle, i commessi una frotta di gente, correvano in su e in giù, gridando, chiamando, abbaruffandosi, in quel continuo caricare e scaricare, in quel fracasso, in quel tramestìo del fondaco; ma la signora Maddalena. non badava a niente, non sentiva niente; coll'occhio sempre fisso verso l'uscita di strada, aspettava il signor Mauro. La Cammilla le portava lettere, conti, bollette: essa non guardava nemmeno, appena le faceva cenno col capo di metterle tutta sul banco, nello scrittoio.

Continuava a pensare a' suoi casi e a ruminarli nella mente, mentre teneva d'occhio l'uscio di strada aspettando sempre Mauro Piazza. Quando lo vide entrare, alto, diritto, colla barba brizzolata e il pelliccione di volpe come suo padre:—Eccolo—esclamò; si alzò e fece chiamare il signor Daniele.

L'infelice, in quei giorni, stava più che mai rincantucciato negli angoli bui, per non lasciarsi vedere dalla moglie, per non lasciarsi vedere da nessuno, più spaventato ancora perché sua moglie taceva.

—Andiamo su—disse la signora Maddalena.

Salì, e si avviò, dondolando i fianchi, verso il salotto, che aprì con gran rumore di chiavi e un gran sbattachiar di porte.

Il salotto, una stanza fredda, con un forte tanfo di muffa, con pochi mobili diventati vecchi senza essere usati, non si era aperto se non per i grandi avvenimenti della famiglia; il matrimonio col signor Daniele, i funerali del signor Monghisoni, il giorno del battesimo dei figliuoli.

La signora Maddalena, sempre muta e maestosa nella solennità tragica di quel momento, spalancò le persiane, tirò le tende, prese tre sedie, che spolverò col fazzoletto e poi collocò presso ad un tavolino con sopra un gran vaso di tulipani celesti di tulle stinto.

—Sediamoci, signor Mauro.

Semper lee e poeu pù!—mormorò il vecchiotto, ch'era rimasto assorto in contemplazione.

—Si tratta d'interdire Giacomino—disse lei di colpo.—Come si fa?

Daniele se l'aspettava; fece uno sforzo per dar la risposta che aveva preparata, ma subito gli mancò la voce, tossì.

—Parlerò oggi stesso col mio avvocato—rispose Mauro Piazza—l'avvocato Rossetti, un bravissimo avvocato. Sempre ai suoi comandi, signora Maddalena—e le posò sulle ginocchia la mano rossa e gonfia.

—Ecco… intanto… bisogna aspettare che sia maggiorenne—borbottò
Daniele, a testa bassa, strappandosi i pelolini dei calzoni.

—Ci manca poco. Io, sempre io, devo preveder tutto e prevenir tutto, in tempo debito. Quando il signor Giacomo compirà i ventun'anni, egli, sarà già chissà dove, speriamo, molto lontano; ma in ogni luogo, anche in capo al mondo, se gli si lascia un giorno solo, può compromettere il nostro nome. Lei, signor Mauro—il signor Mauro continuava ad approvare ogni parola dondolando il capo—lei lo condurrà a Genova domani stesso e lo consegnerà a quell'individuo che io poi le indicherò, maa—e tirò lungo il ma, che non finiva mai,—maa tenga bene a mente, o guai a lei!:—nessuno deve saperne niente.

Il signor Mauro giurò che non avrebbe aperto bocca.

—Nessunissimo—ripetè Maddalena.

—Nemmeno suo padre? Nemmeno suo padre?—esclamò di scatto Daniele balzando sulla seggiola, e drizzando verso il signor Mauro, giacché non osava di guardar la moglie, il naso affilato, lucente di sudore e di lacrime.

—Voi…—proruppe la signora Trebeschi, ma poi, con uno sforzo brusco, mordendosi le labbra e i baffetti, riuscì a contenersi—voi—riprese con calma studiata—siete qui per ascoltare, non per parlare. Voi non avete più voce in capitolo—e sgranando gli occhi e fissandolo come se lo volesse mangiare, ripetè:—in nessun capitolo!

—Sempre… sempre potrò… potrò parlare—balbettò Daniele con parole strozzate che gli uscivano dalla gola come singhiozzi—sempre… sempre quando si tratta di mio figlio… di… del… del mio sangue.

Maddalena si alzò di colpo; non si reggeva più; non poteva più star ferma.

—Signor Mauro.

—Comandi?

—Andrà domattina alla Banca Popolare; parlerà col direttore, farà in modo di ritirare una cambiale di tremila lire, colla firma del Facchinetti, e la firma di questo signor… padre.—E pronunziò quest'ultima parola—padre—con tutto il disprezzo e l'ironia di cui era capace.

—Come?… Come?… Alla Banca Popolare?… Alla Banca Popolare?…

Anche Daniele era annichilito.

—Alla Banca?… Alla Banca Popolare?

—Sì, sì, sì!—strillava lei ridendo, sogghignando nervosamente e andando su e giù per la stanza. Il signor Mauro, sbalordito, si rigirava sulla seggiola e si ostinava a domandare all'uno e all'altro senza ottenere risposta:—Come? è proprio il Facchinetti del Crocifisso? L'usuraio? Il Facchinetti del Crocifisso? e intanto il povero Daniele smaniava e protestava che il Facchinetti si era impegnato solennemente a non girare quella cambiale e a tenerla in portafoglio.

—Mi ha dato la sua parola d'onore! La sua parola d'onore!

—Il Facchinetti del Crocifisso?—domandò ancora per l'ultima volta il signor Piazza.

—Ma sì, in nome di Dio!—strillò Maddalena—l'usuraio! l'usuraio del figlio, l'usuraio del…—e qui un'altra occhiataccia ironica, sprezzante, furibonda—l'usuraio del padre!

—Ah, ma allora…—e il Piazza, scandolezzato, si sdraiò sbuffando sulla seggiola—allora la signora Maddalena ha tutte le ragioni, ha cento, mille, un milione di ragioni.

—Ha un torto solo, per altro, fra tante ragioni—gli rispose Daniele a mezza voce, non potendo frenare un fremito di stizza.—Ha il torto di mettere gli… estranei nelle questioni nostre di famiglia. È difficile poter giudicare di tutte le circostanze cha capitano… nella vita.

—Lui, le cavallerizze del Dal Verme, le chiama circostanze della vita, lui!—strillò Maddalena, afferrando il vecchio sbalordito, per la pelliccia e sbattendolo violentemente.—Capisce, signor Mauro? Io, quando per eccesso di prudenza, e posso vantarmene, domando un consiglio al cugino di mio padre, metto in piazza i segreti della famiglia; lui, invece, lui, che si fa menare per il naso dalle cavallerizze di rango francese, che fa ridere alle sue spalle mezza Milano, e spende a spande, e firma cambiali, e fa debiti sporchi per le Fanny, lui è l'uomo, anzi il padre, il genitore saggio e circospetto!

Daniele cercò di giustificarsi, ma sbagliò strada; pareva quasi non volesse far altro che calmare la gelosia della moglie.