—Ah, non sei stato più di due o tre sere al Dal Verme? E soltanto per tener d'occhio quella. perla del tuo ragazzo?… Hai paura, magari, che io dia in convulsioni per te?… Gelosa?… Io?… della tua faccia? Ma so, so, so, che sei incapace, incapacissimo di tradimenti!—E qui una risata peggiore delle altre.—Tu ti sei lasciato menar per il naso, ti sei fatto mettere in mezzo da quella peste di Giacomo! Lui, lui, ti ha corrotto, ti ha istupidito; lui, la rovina della casa, la rovina tua, mia, di tutti quanti; se non ci fossi io, peraltro; io, che ho gli occhi aperti.
—Brava!—esclamò il signor Mauro, voltando le spalle a Daniele.
—Io, io—continuava Maddalena—che mi sono ammazzata a lavorare tutta la vita come mio padre, perché poi i miei denari, vadano a ingrassare le signore Fanny e i Facchinetti!
—Benissimo!
Daniele protestò, rivolgendosi al Piazza, obbligandolo a voltarsi.
Anche lui, in fin dei conti, anche lui, Daniele, sudava da venti, da trent'anni in quel fondaco, in quella cantina, in quella prigione, senza mai aver domandato niente, mai niente, nemmeno un tozzo di pane, più di quel tanto che gli buttavano sul piatto come un cane; erano venti, trenta anni che sgobbava anche lui, da mattina a sera, senza aver chiesto niente, mai niente, nemmeno un giorno di riposo, un minuto di pace. In fine c'era anche il suo sangue, il suo sudore in quei danari tanto vantati dalla moglie; li avevano guadagnati insieme! E quando, un giorno, non per divertirsi, ma per suo figlio, per amore di suo figlio, che aveva commesso uno sproposito, lui, padre, voleva spendere anche tremila lire per rimediare, per pagare, credeva di poterlo fare, di avere il diritto di farlo, e di non essere, per questo, nè un vizioso, nè un ladro, nè un'imbecille.
Il signor Mauro sogghignava:
—Per una cavallerizza?… Tremila lire?… Ha ragione, signora
Maddalena.
—Caro Piazza, lei non è padre—gli rispose Daniele ancor più risentito, colla voce alterata. E forse, chissà, nell'ira, par quell'intromissione indelicata, c'entrava pure un fremito di pudore offeso, il risentimento di un'intima e gelosa verecondia: era la signorina Fanny, nell'amazzone nera, attillata, tutta la signorina Fanny, coi labbruzzi che parevan foglie di rosa, col piccolo neo dietro l'orecchio, era il desiderio, la tentazione, l'ideale che veniva buttato villanamente in pascolo alla curiosità, allo scherno di quell'omaccione plebeo.—Lei non è padre—gridò—e non può, non deve, non ha il diritto di criticare quello che può fare un padre per suo figlio.
—Finiamola!—interruppe Maddalena.—È ora di finirla col padre, col figlio, collo spirito santo!
Non ne poteva più!
—Imparate da me a saper tacere, a saper comandare anche al proprio cuore e a farvi rispettare. E imparate da me ad educare, ed anche—me ne vanto perché posso vantarmene—ad amar con giudizio e con coscienza i propri figliuoli.
—Certo!—replicò ironicamente il signor Daniele.
Amava i suoi figli, lei, e li mandava in mare, lontano, incontro ad una vita piena di stenti, di pericoli, una vita di galera! Amava i suoi figli e li voleva interdire, voleva rovinarli, disonorarli per sempre, prima ancora che cominciassero a vivere!
—E. questo perché?—rispose, sforzandosi di tornare in calma, la signora Trebeschi—per impedire che uno solo possa essere la rovina degli altri.
—Brava!… Lee e poeu pù!
—Per questo voglio imbarcare quel manigoldo; e siccome l'ha nel sangue la peste dei debiti e delle cambiali, così non c'è scampo: interdirlo, per mettersi al sicuro.
—No; niente.
Maddalena guardò suo marito trasecolata.
Grazie alla presenza d'un altro, essendo in tre, il signor Daniele aveva meno paura della moglie; e poi erano su in casa; essa poteva strillare e strepitare, nessuno sentiva. Infine, quel signor Mauro, mortificandolo e punzecchiandolo, gli dava coraggio.
Suo, figlio imbarcato? No. Suo figlio interdetto? No. E continuava a insistere, a ribattere, a ripetersi, con quella testardaggine che era pure una forza, la sola forza che vincesse in lui la timidezza.
Tremila lire? Ebbene in quegli anni aveva guadagnato altro che tremila lire! Aveva lavorato per suo figlio, le aveva guadagnate per suo figlio, le aveva spese per suo figlio! Che cosa erano in fin dei conti tremila lire? Ne poteva spendere anche trentamila senza rovinarsi… E le avrebbe spese, e ne avrebbe spese anche centomila, avrebbe speso tutto il suo per la salvezza, per l'onore di suo figlio.
Maddalena, non avvezza ad essere contraddetta, e nemmeno sentirsi rispondere, dinanzi a quell'esaltazione e a quel profluvio di parole, rimaneva sempre più attonita e sconcertata.
—Sta bene—rispose a Daniele un po' più sottovoce.—Hai perdonato? Pagheremo e ritireremo la cambiale. Ma perdonare, impara da me, non vuol dire dimenticare; perdonare non vuol mica dire tenere… quel cattivo soggetto ancora in condizione di nuocere a noi e a' suoi fratelli. Ho ragione, signor Mauro?
—Sempre.
Daniele, stupito a sua volta della moderazione di Maddalena, se ne fidò troppo: essa abbassava la voce?… Credette far bene alzandola, lui.
—Correggere—esclamò con forza, rizzandosi come sua moglie, e battendo come sua moglie un piede in terra—correggere non vuol dire… esagerare.. Si può correggerlo… senza mandarlo a fare il mozzo, in capo al mondo.
—Che cosa vuoi farne di un ragazzo che non ha vent'anni e già s'ingolfa nei debiti fino al collo, per donne di teatro?
—Correggerlo, sissignore! ma interdirlo; punto primo, non si può. e anche se si potesse, non vorrei, piuttosto… mi cambio nome. Vergogna: c'è da vergognarsi!
—Ma… se è d'una razza… se l'ha nel sangue la peste dei debiti, delle donne, del giuoco, delle cambiali?…
—Tu, tu invece—non ho paura, parlo chiaro,—tu hai nel sangue del… del veleno contro Giacomino.
Daniele gridava più forte, per non perdere il coraggio, ma era diventato balbuziente, non trovava più le parole, era come fuori di sè, ubbriacato dalla sua stessa temerità, e non sapendo che altro dire, tornava da capo colle stesse cose.
—Adesso ne pagava tremila delle lire?… ne avrebbe anche pagate trecentomila!… Era stufo di piegar la schiena, di servire, di tremar sempre, di far la bestia, di non essere padrone di niente, nemmeno dei suoi figli, delle sue creature, del suo sangue!
—Ma se è appunto per salvare i tuoi figli—soggiunse Maddalena strascicando le parole e sorridendo con una dolcezza che graffiava—se è per salvarli che io voglio allontanare…—quello là!
—Quello là deve essere amato e rispettato come gli altri, quello… quello là è mio figlio come gli altri; e lei, signor Mauro, la finisca, sissignore, anche lei, la finisca di voltarmi le spalle, di compatirmi, di… di… di sogghignare.
—Tu finiscila! Tu! Basta; basta! Basta di alzar la voce!
Maddalena, ormai fuori di sè, aveva, perduto affatto il lume degli occhi, e siccome Daniele, sebbene un po' scosso, con voce più rotta e più bassa, continuava sempre a rispondere, essa lo afferrò per la cravatta, per il colletto, e prese a scuoterlo violentemente.
—Basta di alzar la voce! Hai capito? Basta! Adesso basta, basta,—basta!
—No… no… non basta! No… mio figlio…—si ostinava a ripetere
Daniele, mezzo strozzato.
—Ma che tuo figlio!… Tuo figlio! Quello là non è mai stato tuo figlio! Hai capito? hai capito?
Maddalena rauca, accesa in viso, continuava a tenere il marito per il collo, a stringerlo, a scuoterlo sempre più forte.—Hai capito?… Hai capito?… Allora basta di gridare, basta di seccarmi. Va! Va via!… Fuori dei piedi!—e così dicendo, gli diede tale una spinta che lo mandò traballante fin contro l'uscio.
Poi, a poco a poco, s'andò calmando e mentre si ravviava i capelli arruffati e l'abito sgualcito, ripigliò:
—Avrei dovuto dir tutto anche prima: ho taciuto per riguardo tuo: adesso lo hai voluto tu. Me ne hai fatto un caso di coscienza: colpa tua. Del resto, se mi è capitata una disgrazia… tutte quelle che perdono la testa dovrebbero imparare, da me, come si fa a vincersi, a rimediare, a riparare. Non è vero, signor Mauro?
Questa volta il signor Mauro, che era rimasto a bocca aperta, trasalì, ma non disse verbo.
—Tu—continuò Maddalena, rivolgendosi al marito—quando saprai tutto, imporrai le tue condizioni: la mia punizione, se sarò stata colpevole. Sei il capo della famiglia, farai tutto ciò che crederai più necessario: fa tu, pensaci tu, Ricordati però che il nostro nome, che l'onore e il credito della ditta Monghisoni, non è nè tuo nè mio: è dei nostri figli, di Temistocle e di Gian Maria. Ed ora…—la signora Maddalena cominciava a commuoversi—ed ora… questo posso giurare… se… mi è toccata una disgrazia, non ho… non ho rimorsi!
Vinta dall'affanno, dette in un pianto dirotto, e senza dir altro uscì dalla stanza sbattendo l'uscio.
I due erano rimasti attoniti, trasognati.
—Signor Mauro—disse poi Daniele sottovoce, come per interrogarlo.
—Io?…—rispose l'altro abbottonandosi la pelliccia.—Io…Io per me non lo crederò mai; nemmeno, nemmeno se avessi visto coi miei propri occhi.—Si cacciò il cappello in testa, e se ne andò lentamente, pesantemente, senza mai guardare il signor Trebeschi, senza nemmeno salutarlo.
Daniele, lo vide uscire, lo sentì scendere le scale, ma non si mosse: fermo, immobile, pietrificato, restò lì un bel pezzo a pensare.
—Imparate da me!… Imparate da me!…—mormorò alla fine, scrollando il capo, sospirando melanconicamente.—Belle cose da imparare.
Ma, poi, quando rientrò nel fondaco—si era fatto tardi; era l'ora di chiudere—diede tutti gli ordini e le istruzioni necessario ai commessi, con voce più forte, più alta delle altre sere.
Per la prima volta, il signor Daniele cominciava a sentirsi un po' padrone in casa sua.
IX.
La disgrazia della signora Maddalena aveva avuto un nome ed anche un titolo aristocratico: si chiamava, il conte Adelino di San Marsilio, tenente dei lancieri.
A' suoi tempi il conte Adelino era stato famoso come uno dei più galanti e dei più allegri viveurs del bel mondo di Torino, di Milano e di Parigi, dove lo chiamavano le comte des mille et une nuits. Ma… adesso? chi ne sapeva più niente?… Era morto? E se vivo, dove era andato a finire?
Aveva dovuto dare le dimissioni, abbandonare il reggimento, perché tutti i nodi vengono al pettine… e anche i debiti quando non si pagano. Si era ritirato a Torino, perché i San Marsilio erano di Torino; ma… poi? Chi se ne ricordava? Qualche creditore, forse.
Quanto alla signora Maddalena, ne sapeva ancor meno degli altri. Lo aveva visto una volta sola; e poi più. Ne aveva avuto abbastanza.
—Mostro… canaglia.
Lo odiava, lo detestava perché anche lei c'era caduta.
Come mai? Com'era successo? Non poteva dirlo; non avrebbe saputo dirlo.
Era stata la sorpresa? la stupidità? la paura? O le era mancata la voce per gridare? per chiamar gente? Il caldo, l'afa di quella sera, dopo pranzo; la testa le girava… chissà?…
E poi chi poteva aspettarsi un fatto simile?… Lì, nel fondaco, proprio lì, in quello scrittoio, su quel vecchio canapè di pelle, imbottito di stoppa, che aveva servito onoratamente a tutta la discendenza dei Monghisoni!
Che bestia, lei; e lui, che sfacciato, che canaglia!
Forse anche quel profumo; quell'odore, anzi quel puzzo di… di serpente, di basilisco che aveva addosso; così sottile, così acuto, e, maledetto lui! così snervante!
C'entrava anche quel certo non so che di… di sopraffino, quella bella maniera che non hanno che i gran signori. E, quello là, tuttoché spiantato, fallito, era uno di quei tali che hanno nel sangue la gran padronanza dell'universo.
Averne sentito parlare tanto e poi tanto, di lui, e di tutte quelle matte che perdevano la testa per lui, e ad un tratto trovarselo lì, seduto accanto, a far lo spasimante!
—Altro che criticarmi! Avrebbero tutte da imparare da me, che in fin dei conti sono stata l'unica… che abbia dato prova di giudizio.
Era vero, infatti, che tutti a Milano, e non soltanto quelli che non avevano niente da fare, si occupavano del conte Adelino di San Marsilio, de' suoi amori, dei suoi debiti, de' suoi cavalli.
Anche i buoni borghesi della domenica se lo indicavano l'un l'altro sui bastioni, nelle carrozze delle signore, e nei palchetti al teatro: e così il nome e la fama e le gesta del conte Adelino di San Marsilio erano arrivate vieppiù esagerate, perchè più lontane, persino in via Lentasio, e nel fondaco Monghisoni.
La signora Maddalena, sebbene giovane e prosperosa, restringendo ogni sua gioia nella cerchia meschina degli affari e dei guadagni, odiava la gente di fuori che stava a divertirsi, a spendere e a far all'amore; specialmente poi quello spaccone di un conte senza contanti che non aveva mai visto, ma di cui le avevano empito la testa, non lo poteva patire e provava per lui un'antipatia istintiva.
—Come facevano quelle matte—e quelle matte, per la signora Maddalena, erano tutte le più grandi dame di Milano—come facevano a perdersi dietro a un tisicuccio spiantato come quello?
—Spiantato?… Gli arrivavano da Torino i danari a sacca, e lui li buttava via a palate! Tisico? Ma la signora Maddalena non lo aveva mai visto! Era un bellissimo giovane.
No, non l'aveva mai visto; non lo voleva vedere; per lei, gli zerbinotti li aveva tutti in uggia, non li poteva soffrire: tutti leccati, impomatati, le davano la nausea; e sporgendo le labbra e arricciando il naso, dimostrava energicamente il suo disgusto:—Peuh!
La signora Trebeschi si trovava appunto in queste ottime disposizioni d'animo verso il conte di San Marsilio, quando un giorno le capitò nel fondaco uno dei suoi soliti compari, il Fioccola, che strizzandole l'occhio le propose un buon affaretto.
—Diecimila lire, un mese e mezzo, per il tenente di San Marsilio.
La signora Maddalena strepitò:
—Vada da quelle matte, vada dalle sue contesse a farsi pagare i debiti!
L'altro, il Fioccola, rimase maravigliato. Era un buon affare, un affare sicuro.
—Sicuro? È uno spiantato. E io che non sono una di quelle che si divertono a far all'amore, non voglio rimetterci del mio con questa sorta di gente.
Il Fioccola cercò di persuaderla. Il signor conte di San Marsilio aveva casa di gran lusso, scuderia con dei cavalli; e il Fioccola del resto aveva scritto a Torino. Si poteva dormire fra due guanciali, e ad ogni modo egli stava garante.
Maddalena lo guardò: il Fioccola aveva denari; non c'era rischio. Ma non ne volle sapere; con quella gente lì, non voleva sporcarsi. E tornò a strillare.
—Che; cattivaccia!—esclamò il Fioccola sorridendo a questa sfuriata.—Così bella, bianca, rossa e fresca come una rosa, e sempre cattiva, cattivaccia!—E se ne andò: ma tornò il dì dopo. Gli premeva quella cambiale del signor conte: prendeva i denari dalla Trebeschi Monghisoni al dieci per cento all'anno; ma poi lui si beccava, per provvigione, il dieci per cento al mese.
Tornò dunque alla carica.
—E così? Siamo sempre in collera col povero Fioccola? Sempre tanto bella e tanto cattiva?
Maddalena lo guardò fisso, aggrottando le ciglia; ad un tratto le saltò un grillo in capo e mutò parere. Conosceva il Fioccola da molti anni: se metteva tanta insistenza in quella faccenda, voleva dire che al signor tenente sarebbe costata salata. E perché no? Lei non si insudiciava le mani perché i suoi denari li dava al solito saggio ragionevole: non correva nessun pericolo, perché il Fioccola, in ultima analisi, avrebbe dovuto risponder lui, e quel signor tenente, quel conte senza contanti avrebbe almeno pagata cara, una volta tanto, la bella vita che menava a Milano.
Si fece pregare ancora un poco, poi scontò la cambiale,
—L'ho sempre detto, Madonna!—disse il Fioccola,—andandosene, e sorridendole, galantemente.—L'ho sempre, detto che era troppo una bella donna, lei, per dir sempre di no!
Rimasta sola, la signora Maddalena guardò e rigirò in tutti i versi la cambiale, prima di chiuderla nel portafoglio.
Quella firma, Adelino di San Marsilio, così lunga e sottile, cotor violetto, risaltava aristocraticamente sotto il grosso caratteraccio nero, scarabocchiato del signor Fioccola.
—Adelino di San Marsilio—ripetè, battendo le sillabe nel rileggere il nome.—Questi demoni sanno essere, in tutto e per tutto, diversi dagli altri!—E mentre guardava il foglietto, sentì un profumo vago, sottile, penetrante, che a mano a mano pareva farsi più acuto.
—Che cos'è?—e fiutò a lungo la cambiale.
Certo il San Marsilio doveva averla tenuta in tasca varii giorni, e la lingua di cane aveva preso l'odore dei suoi abiti.
—Che puzzo!—mormorò dopo un istante.—E quelle matte si lasciano ubbriacare da tutte queste droghe!—E di nuovo arricciò il naso:—Peuh!—ma fiutò ancora, la cambiale… e finalmente, quando la ripose nel portafoglio richiuse il cassetto, pensò con aria soddisfatta di padronanza:
—Ma intanto, me lo tengo io, sotto chiave, il cicisbeo delle contesse.
Per un mese non si parlò più del giovane ufficiale, finché, una mattina, uno dei commessi del fondaco Monghisoni, che si piccava di galanterie, portò una notizia da far strabiliare:
—Il duca Della Torre ha scoperto sua moglie in intimo colloquio con un tenente di cavalleria: si sono battuti in duello, all'ultimo sangue, e il tenente, un conte anche lui, il conte San Marsilio di Torino, gli ha spaccato la testa di colpo, con, una sciabolata.—E il giovane, esaltato, prese; a rifare le mosse del tiratore:—Uno, due e tre! Il duca Della Torre è mezzo morto.
—Il tenente? il conte di San Marsilio?… È il mio!—pensò la giovane scontista. E più tardi, quando lesse, la notizia di quel gravissimo duello anche nella cronaca del Secolo, dove per altro non c'erano i nomi, ma soltanto le iniziali: il duca D., il tenente A. S. M. essa tirò fuori la cambiale per-vedere se proprio quelle iniziali corrispondevano alle sue.
—Sicuro: Adelino di San Marsilio. A. S. M.—Adelino?… Che razza d'un nome!—mormorò la signora Trebeschi.—E che razza di cane! Ruba una moglie e rompe la testa al marito!—Ma in appresso ci ripensò, e osservando il signor Daniele forse per la prima volta, le balenò in mente:
—Se toccasse a quello lì, un fatto simile!—e le scappò da ridere.
Poi non ci pensò più: il cacio parmigiano da un giorno all'altro aveva fatto un ribasso favoloso, e i magazzini del Monghisoni ne erano pieni. Aveva altro in testa.
Tornò a ricordarsi del San Marsilio dopo un paio di settimane, quando venne il Fioccola a proporle la rinnovazione a un mese della cambiale del tenente, di quel conte piemontese.
—No.
—Come no? Almeno per quindici giorni. Sta facendo un mutuo ipotecario sopra una sua casa di Torino per cinquantamila lire: ho visto io le carte.
—No; regola generale: alla scadenza si paga.
—Tutti i giorni, pare impossibile, diventa sempre più bella e sempre più cattiva!—esclamò il Fioccola, dandosi un pugno sul capo con comica disperazione. Poi le fece l'occhiolino:—Al caso ci sarebbe un pourboire…
La signora Maddalena montò su tutte le furie e scacciò il Fioccola come un can frustato.
—Imparate da me; che io non faccio l'usuraia!
Il Fioccola andò a passeggiare, e a far la posta attorno al Cova, aspettando che il tenente uscisse, finito il pranzo.
Non c'era tempo da perdere!
Ma il San Martino lo fece aspettare un pezzo: poi, finalmente, uscì dal portone di via Manzoni, ridendo, parlando forte, strascicando la sciabola, in mezzo ad una brigata di amici. Appena visto il Fioccola che lo aspettava, l'ufficiale si staccò dai compagni, e infilò via Andegari.
L'altro allungò il passo, e lo raggiunse in due minuti.
—Fiasco.
—Sapristi!—esclamò il tenente dei lancieri, diventando pallido. E anche lui strapazzò come un cane il povero Fioccola.
Ma il compare c'era avvezzo, e invece di offendersi gli diede un consiglio da vero amico.
—Sa che cosa dovrebbe fare, signor tenente? Lei…—e fece l'occhiolino al signor tenente come aveva fatto alla signora Maddalena—lei sa come si fa… per convincere le belle donne. Si provi lei. L'onore di una visita del signor conte, poi la sua parlantina; ci scommetto la testa: le rinnova la cambiale vecchia, e gliene sconta una nuova.
—Dove sta?
—Via Lentasio, 59. Se fa presto, trova sempre aperto.
—Pss!—Il tenente, alzando la mano stretta nel guanto bianco, fece cenno di fermarsi ad una carrozzella che passava.
—Via Lentasio, 59, avete detto?
—Sissignore.—E il Fioccola ripetè l'indirizzo al cocchiere che, frustata la rozza, riprese a correre verso via Manzoni, mentre il tenente si sdraiava nella carrozza, accavallando le lunghe gambe attorno alla sciabola.
—Alt!—Il signor conte fermò il cocchiere in piazza della Scala, accese una sigaretta, poi:—Avanti!—gli gridò colla prima boccata di fumo… e tre minuti dopo saltava dalla carrozza dinanzi alla porta di casa Monghisoni.
In quei giorni, l'ultimo bimbo dei Trebeschi, Gian Maria, che era a balia, a Sesto San Giovanni, era mezzo ammalato; cominciava a mettere i denti, bisognava divezzarlo, e il signor Daniele tutte le sere, dopo pranzo, andava fino a Sesto, a piedi, e ritornava in strada ferrata coll'ultimo treno.
Ma la signora Maddalena doveva restare a casa e brontolava perché non c'era un filo di aria e si moriva dal caldo; brontolava perché a lei toccava di lavorare, e di sfacchinare giorno e notte come lo schiavo alla catena e non poteva come certa gente, andar a spasso, e darsi buon tempo, col pretesto di Gian Maria… che stava benone!
Infatti, anche quella sera, la sera del giorno, appunto, in cui si era tanto arrabbiata col Fioccola, la signora Maddalena, dopo aver imbarcato il marito per Sesto, dopo aver chiuso il negozio, dopo aver messo a letto Temistocle, era scesa di nuovo nello scrittoio, e lì, tranquillamente, in corset per avere più fresco, e col suo bravo virginia in bocca—qualche volta si godeva dopo pranzo anche la fumatina—s'era messa a rivedere le prime note e a sfogliare il carteggio.
Di solito, nel fondaco, non faceva mai troppo caldo: ma quella sera, anche lì, si soffocava. La signora Maddalena aveva pranzato di buon appetito: forse, d'estate, colla gran sete, si beve anche di più, senza accorgersene… Si sentiva le vampe al viso; s'alzò, si levò il fazzoletto di foulard che aveva attorno al collo; e tirò su fin sopra il gomito le maniche del giubbino…
Ad un tratto sentì parlare nel cortile; udì dei passi che si avvicinavano, poi aprir l'uscio del fondaco: non poteva essere Daniele, era troppo presto.
—Chi è?
—Sono io, signora padrona!—gridò la voce di Teresa, la portinaia.—C'è un signore… Vuol parlar con lei!… Di gran premura!…
—Venga domani mattina!—rispose Maddalena forte, senza muoversi.—Adesso è chiuso; è troppo tardi.
—Pardon, mille pardons, cara signora, ma domani sarebbe troppo tardi per me.
—Chi è?—ripetè Maddalena, vivamente, balzando in piedi; e, presa la lucernina a petrolio, e tenendola alzata col braccio, andò sull'uscio dello scrittoio a vedere.
—Chi è?
Sentì un batter di sproni e di sciabola, e sotto i voltoni bui del magazzino, fra i barili d'olio, le botti di aringhe e le forme di cacio parmigiano, apparve, si avanzò, si fermò dinanzi a lei, inchinandosi e picchiando i tacchi l'un contro l'altro, un giovane ufficiale, alto, sottile, biondo, sorridente.
—Pardon, ancora mille pardons!…
—È lui, quel maledettissimo!—pensò Maddalena, e sentì una stretta al cuore, per via della cambiale.—Mio marito non c'è; a quest'ora non c'è nessuno: torni domani!—rispose in fretta, sgarbatamente.
—Il signor Fioccola mi ha detto di parlare con lei, e desidero parlare con lei.—Il San Marsilio era risoluto a non tornare indietro.
Maddalena entrò nello scrittoio, posò la lucernina sulla scrivania, e mentre l'altro, ritto presso l'uscio, attendeva per entrare anch'egli, essa cominciò a cercare il suo fazzoletto di foulard voltandosi, rivoltandosi di qua e di là, chinandosi, abbassandosi.
—Sapristi!—E il tenente dei lancieri, fissandola, si arricciava i baffetti.
Maddalena, che aveva trovato il foulard sotto il canapè, se lo buttò sulle spalle, accomodandoselo al collo.
—Allora venga avanti: che cosa desidera?
La signora Trebeschi si mise a sedere sulla poltroncina dello scrittoio, e l'altro sul canapè. In quel piccolo casotto, dove tutto era ammonticchiato, ci stavano appena.
Il San Marsilio disse subito che gli premeva parlare per quella sua cambiale di diecimila lire.
—Scusi, chi è lei?—gli domandò Maddalena, fingendo di non aver capito chi era, e però rimanendo fredda ed impassibile, mentre l'altro le sciorinava nomi e titoli.
—La sua cambiale—rispose poi seccamente—è stata girata alla Banca
Nazionale. Non ha ricevuto l'avviso?
—No, non ancora.
—Adesso lo sa: per ritirarla bisogna andare alla Banca Nazionale.
Ma l'altro, invece di andarsene, posò tranquillamente il berretto sul canapè, cacciò la sciabola in mezzo alle gambe che prima allungò, poi accavallò l'una sull'altra, e fissando negli occhi la signora Trebeschi e sorridendo con galanteria, le domandò come il Fioccola, la rinnovazione ad un mese.
—Impossibile.
—Allora quindici giorni.
—Impossibile. È regola generale: non si ammettono rinnovazioni. Alla scadenza bisogna pagare.
Il tenente, chinandosi e avvicinando il viso, a Maddalena, mentre la fissava negli occhi e sorrideva, cominciò a far un lungo discorso per smuoverla, per convincerla, per ottenere la rinnovazione.
—No? proprio no?
—No.
—Sarei così sfortunato con lei?… Una così bella signora, mandarmi via con un no?—riprese il San Marsilio adattando lo spirito all'ambiente.
—No.—E Maddalena pensò fra sè:—Sarò la prima, e ci ho gusto, così t'accorgerai che io non sono una matta come le tue contesse.
—No.
E per allontanarsi dal divano, si accostò di più alla scrivania. Quella giubba succinta, quei pantaloni attillati le facevano un'impressione penosa; e poi le urtava i nervi quell'occhio sempre così fisso e quel continuo riso da scimmia, per far vedere i denti bianchi! Era strano però, come egli aveva l'aria d'esser lì in casa sua; toccava tutto, le aveva già preso la mano due volte; e non era davvero aristocratico; questo poi no. Non dava nessuna soggezione. Quasi quasi pareva anche a lei di averlo sempre conosciuto.
—No, sa—ripigliò dopo un momento, interrompendolo per finirla, e per farlo andar via, che voleva chiudere lo scrittoio e risalire in casa.
Quel soldato aveva addosso un odore così acuto che le dava alla testa.
—No, sa, è impossibile. Del resto non dipende da me; se vuol provare domattina con mio marito… ma già le risponderà come me: che non si può.
Il giovane tenente, invece di perdere la pazienza, di andarsene, dette in una gran risata, e tornando ad allungar le gambe, le accavalcò dall'altra parte.
—Credo bene che suo marito… risponderà come lei!… Vorrei io essere suo marito, aver la fortuna di essere suo marito, e farei altrettanto. Sapristi! e come volentieri!
—Se non avesse dovuto star sulle sue per cagione della cambiale, anche a Maddalena sarebbe scappato da ridere a veder l'entusiasmo del bell'ufficiale.
Suo marito, con quella faccia da miserere, che, cosa aveva capito, lui, della gran fortuna che gli era toccata?
E invece, quel mostro, come sapeva fare! I gran signori erano proprio di un'altra razza, tutta diversa.
Questo era il primo che Maddalena avesse avvicinato, che potesse vedere, osservare con tutto comodo: e lo osservava e lo studiava con curiosità crescente.
Chissà che mentre stava lì, a pregarla, a supplicar, lei—per niente—qualche sua principessa non fosse in ansie ad aspettarlo!
San Marsilio parlando, si accarezzava i baffetti, e alla Maddalena pareva impossibile che una manina così bianca, così sottile, così delicata, potesse tirar di quelle sciabolate che spaccano la testa ai mariti, con un colpo solo. E come faceva per aver le unghie così lucide, e per conservarsi i denti così bianchi? E sotto le maniche che pelle fina, delicata… E sotto quella pelle da donnina bionda che muscoli d'acciaio, che forza, che coraggio temerario! Com'era diverso da quei bei giovani di negozio che a lei facevano schifo, coi cappelli unti e bisunti e colla camicia scollata!
—È inutile, signor conte; anche se resta qui fino a domani, io dovrò dire sempre di no.
—Mi tiene qui fin domani? Io ci resto, beato, contento… anche a, costo di sentirmi… di sentirmi dir di no—e scrollando la testa, e sorridendo sempre con quei denti così bianchi sotto quei baffetti così biondi, continuava a ripetere maliziosamente:
—No, no, no, no.
San Marsilio non era mai stato tanto eloquente; senza mai dimenticare ch'era lì per la cambiale, si animava, si riscaldava davvero, trovandosi solo, a quell'ora, in quel luogo, con quella donna, e, sapristi! che bella donna! A poco a poco la grossa cambiale e la grassa bottegaia si fondevano in un desiderio solo dell'accesa fantasia… e gli sorrideva molto l'idea che tutte le strade conducono a Roma.
Un momento la Maddalena, che aveva il gomito sulla scrivania, si ritrasse indietro, per sfuggire al contatto di quel braccio appoggiato lì sulla sua poltrona, e un monte di carte, delle lettere, dei libretti, ruzzolò per terra. San Marsilio balzò in piedi per andare a raccattarli.
—Non si disturbi, signor conte!—esclamò Maddalena diventando rossa.—Non importa! In questo stanzino è tutto in disordine; non ci guardi, per carità!
—No; quando si è qui, non, si può guardar altro che lei!
Doveva offendersi? Far la selvatica? No. Era il modo di fare di quella gente lì. Invece si alzò per fargli capire di andar via.
—Allora, pardon, mille pardons… per averla incomodata…—e il bell'ufficialetto non sorrideva più. Pareva triste e un po' mortificato.
Una cambiale di diecimila lire che scade il giorno dopo può esser un affar serio, specialmente quando le diecimila lire non ci sono.
La signora Maddalena, per la prima volta, forse, in vita sua, pensò una cosa simile ed ebbe un sentimento quasi di compassione per un suo debitore.
—Creda, signor conte, se dipendesse da me, volentieri; ma, proprio, non si può. Anche noi abbiamo i nostri impegni; e la sua cambiale abbiamo dovuto girarla.
—Allora pardon, mille pardons!—E il tenente dei lancieri, inchinandosi, le stendeva la mano per salutarla. Ma nel suo sorriso, tra i baffetti biondi e i denti bianchi, c'era una punta di amarezza e d'incredulità.
—Le assicuro, le dico la verità!—esclamò Maddalena, stringendogli la mano.
—Ascolti, signora Trebeschi; avevo dimenticato un'altra cosa.
E il conte Adelino si sedette di nuovo, tenendo sempre Maddalena per la mano.
—Le mostrerò una lettera del mio procuratore.
—No, no; adesso non c'è più altro da, dire, adesso vada.
Ma il giovinotto la teneva sempre stretta per la mano; dovette sedersi anche lei.
—È tardi, adesso torna mio marito; ho detto di no, è no.
E l'altro daccapo, con quella voce tenera, morbida, insinuante a pregarla, a supplicarla; ma pregarla di che cosa? Supplicarla per che cosa? Ancora per la cambiale? Per la rinnovazione?
—No.
Perché la guardava in quel modo?… perché le baciava la mano?
—Dunque… signor conte, siamo intesi. Adesso vada via, torni domani, da mio marito; cercherò anch'io di persuaderlo; vedremo se si potrà combinare…
Il bell'ufficiale continuava, continuava a parlare; colla voce calda, strascicando l'erre, continuava, sempre più vicino, stringendole la mano sempre più forte, passandole infine un braccio dietro la vita.
—Ma che crede lei?… con chi crede d'essere lei?… Adesso siamo intesi, vada via…—E restava lì, ad ascoltarlo, doveva ascoltarlo; un po' perché, con quella gente lì, così diversa dagli altri, non sapeva come trattare, nè come fare a cacciarlo via, un po' per la curiosità, sempre per la curiosità.
Ma che cosa diceva? Che cosa voleva?… Lei, o la cambiale?… Certe parole non le capiva nemmeno. Ma era quello il suo modo di fare? E così quelle matte si riscaldavano, s'innamoravano? chissà quante di esse avrebbero pagato un occhio, per tenerselo lì, come lei, ai suoi piedi… Ma lei no; sempre no! Mascherina, ti conosco!
—Oh Dio! Adesso cosa fa?… Ma signor conte…—e lo fissò corrugando le ciglia.
Il San Marsilio si era slacciato un po' la giubba per cercare il portafoglio e nel portafoglio la lettera del suo procuratore.
Era una lettera lunghissima, che si riferiva al mutuo delle cinquantamila lire. Il San Marsilio volle leggerla tutta, da capo a fondo, stringendo sempre la mano alla signora Maddalena. Essa cercava di allontanarsi tirandosi in fondo al canapè. La giubba era sempre aperta, e lasciava scorgere la camicia finissima, colorata, e ne usciva più forte, più acuto quel profumo strano che le dava tanto alla testa.
Ma non poteva fare a meno di guardare, di osservare tutto.
Che stranezza!… Aveva una camicia fina, fina, di batista, come quella delle signore…
Il giovane, continuando a leggere, si chinò, sotto la luce, per vederci meglio, e allora scivolarono risonando, fuori della giubba, un gran medaglione con un mazzetto di oggettini d'oro appesi ad una catenella.
—Sono forse i capelli, i ritratti delle sue contesse?—pensò
Maddalena, sbirciandoli di sottecchi.
La lucernina a un tratto scoppiettò, dette un guizzo e poi si abbuiò.
—Sì! sì! sì!—insisteva il San Marsilio.
-. No, no, no, signor conte: sentirà mio marito; adesso, la prego, vada via.
—Sì.
—No; sia buono, adesso vada via. Insomma vada via! Teresa!…
Il signor conte sparì a un tratto, e ritornò in un attimo; era andato a chiudere l'uscio.
Ma… non è sempre vero che tutte le strade menano a Roma. Il giorno dopo, la signora Maddalena, più rabbiosa, più bisbetica che mai, strapazzando tutti e più di tutti quel povero signor Daniele, mandò il Fioccola all'inferno e fece protestare la cambiale del conte Adelino di San Marsilio.
X.
Ormai erano passati vent'anni, eppure la signora Maddalena non aveva perdonato.
Ancora, certe volte, quel maledettissimo le appariva dinanzi a un tratto, fissandola, sorridendo, mettendo in mostra i denti bianchi, sotto i baffetti biondi.
Era un dispetto continuo e un continuo tormento; e a mano a mano che Giacomino cresceva lungo e sottile, anche lui con quei denti e con quel sorriso, anche lui con quella faccia e quell'impostatura, erano cresciuti pure nell'animo di Maddalena il livore e il rimorso, ma sopratutto il livore. Ed ora poi, quando nell'impeto della rabbia e quasi senza sapere, quel che dicesse, si era lasciata trasportare a confessar tutto, non era stata la cieca ribellione del marito ciò che le aveva fatto perdere la testa: no; era stato quell'altro, sempre quell'altro—la sua disgrazia.
Essa, da prima, avrebbe voluto dimenticare; avrebbe voluto persuadere sè stessa ch'era stato un sogno, un incubo, chissà, un effetto di cattiva digestione; ma poi, fin dalla prima volta che il piccolo. Giacomino—hop, hoplà-là!—si era messo a correre per il fondaco a cavallo di una granata, essa non aveva più potuto ingannarsi nè illudersi, non aveva più potuto mentire a sè stessa. Subito, di colpo, si era sentita rimescolare il sangue; aveva dato quattro potentissimi scappaccioni al povero piccino e aveva pensato con timore che se il ragazzo fosse venuto su cogli istinti di quel mostro, avrebbe dato fondo in un fiat alla casa, alla ditta, all'universo!
—E adesso—rifletteva la signora Maddalena fra sè e sè—adesso ho fatto bene a dir tutta la verità? a svelare la mia disgrazia? Sì, ho fatto bene: ho fatto il mio dovere, e tutte quante avrebbero a imparare da me.
Giacomo, ormai, non più protetto da quel balordo di Daniele, non era più da temersi. Sarebbe stato allontanato da casa e da Milano, e lei, lei sola, coi danari suoi, guadagnati da lei, per quello scopo, lo avrebbe sempre aiutato. Aveva fatto bene a spiegarsi, a mettere le carte in tavola: soltanto aveva un certo timore pel marito. Timore, così per modo di dire; timore che d'ora innanzi negli affari volesse far più da padrone, senza consigliarsi con lei.
E la signora Maddalena, chiusa nella sua camera, sospirava. A un tratto si alzò e si accostò all'uscio, per udire.
—Ecco, non ci sono io, e chiudono il negozio mezz'ora prima.
La sua inquietudine cresceva. Il momento era critico.
—Quel pantalone di Daniele fosse almeno prudente cogli sconti! Dice sempre di sì a tutto al mondo!
E la corrispondenza?
Pensò se non fosse il caso di scendere un momentino:—gli altri erano a pranzo!…
No, non poteva, non doveva uscire da quella camera, finché suo marito non fossa venuto lui stesso a cercarla, a chiamarla… a farle intendere, insomma, che, senza di lei, non si poteva tirare innanzi.
Ma perché tardava tanto a venire? Avrebbe dovuto aver la smania, se non altro, di saper tutto; di sentire le sue giustificazioni, le sue discolpe, per uscire dall'incertezza, per perdonarla o per strangolarla!
—Che pantalone!
Il signor Daniele, invece, questa curiosità, questa smania non la sentiva nè punto nè poco.
D'inverno, i Trebeschi pranzavano appena chiuso il negozio: quella sera non c'era Giacomino, non c'era Maddalena: ma egli non volle dare alla famiglia nessuna spiegazione. Disse soltanto:—La mamma è un poco incomodata—e non aprì più bocca per un pezzo. Pareva come investito di una nuova e misteriosa autorità; non essendoci la moglie, scodellò lui la minestra, tagliò e dispensò lui le fette del lesso; e tutti zitti, mangiando adagio, lentamente, senza far rumore. Persino i cucchiai, come fossero presi da un senso di rispetto, pareva che evitassero di picchiare sui piatti. Tuttavia, il signor Daniele, più che dalla propria autorità, sembrava angustiato da un altro pensiero.
Portavano, sì o no, da mangiare a… a quello di sopra? Soltanto l'idea di quel ragazzo gli faceva venire caldo e freddo. Lui come lui, avrebbe anche potuto lasciarlo morire di fame. Ma gli altri no. Quella stupida della Cammilla, per esempio, no; lei avrebbe dovuto pensarci… E a un tratto, vedendo che nessuno si moveva, che nessuno si ricordava di… di quello di sopra, perdette la pazienza e sgridò la Cammilla perché aveva messo troppo aceto nell'insalata.
Appena il signor Daniele aprì bocca, fu rotto l'incanto, e tutti cominciarono a ridere, a gridare, a bisticciarsi, a fare una casa del diavolo. Non c'era la gatta, i topi ballavano.
Il signor Daniele gridò più forte, pestò i piedi, poi tacque stanco, seccato.
Si sarebbe fatto sentire il giorno dopo.
—Temistocle!… dove andate?… Gian Maria! Giù quel cappello!
Vergogna! Vergognatevi!
Ma che? non gli badavano nemmeno, e i due ragazzi, col boccone in gola, scapparono di casa.
—Non c'era la mamma, dunque… viva la libertà!
Il signor Daniele pensò che sarebbe stata necessaria una di quelle lavate di capo come le dava sua moglie; e tornò a concludere.
—Domani mi farò sentire.
La, Cammilla, senza che nessuno se ne fosse accorto, aveva già pensato al cuginetto, a Giacomino, e rimasta sola con Daniele, gli domandò della zia Maddalena:
—Bisogna rispondere a Verona; bisogna scrivere a Trieste…—Vado dalla zia a sentire che cosa devo fare?
—No: niente—rispose il signor Daniele.—Penserò io; d'ora in avanti si parla con me.
Si rizzò quant'era lungo, alzò gli occhi al soffitto, si fece ancor più serio:
—Mi son fatto sentire.
—Allora, Giacomino non parte più? Giacomino resta a Milano?—esclamò la ragazza cogli occhi scintillanti.
—Finiamola con questo Giacomino!—Il signor Daniele diede uno scossone facendosi pallido.—Adesso siete diventata una donna; vergogna! non voglio più confidenza con… coi giovani che sono diventati uomini. Vergognatevi!
La Cammilla guardò lo zio stupefatta, e subito gli fece tanto di muso.
Fu primo Daniele a riprendere la conversazione.
—La zia Maddalena ha domandato qualche cosa da pranzo?
—No.
—E… a quell'altro lassù hanno portato da mangiare?
—Non so.
Daniele scrollò il capo malinconicamente.
—Alla zia—pensò—non avresti risposto in questo modo. Ma domani, cominciando da domani, dovrò farmi sentire anche con te.
Passeggiò su e giù per la stanza, si sentì stanco, si sentì solo, si seccò e andò a dormire, pensando forse, in cuor suo, che la libertà è una gran cosa, ma un po' come le belle donne: bisogna farcisi da giovani.
La mattina dopo, quando il signor Trebeschi scese nel fondaco, non c'era ancora nessuno; cominciò a brontolare, a gridare da solo, e continuò a strillare sempre più forte a mano a mano che capitavano i commessi, i facchini, tutta la sua gente; ma per quanto li strapazzasse e pestasse i piedi, gli altri facevamo il loro comodo alzando le spalle e borbottando rispostacce. Nei lunghi cameroni, l'andirivieni affaccendato, il lavoro, il frastuono di tutti gli altri giorni stentava a ricominciare: la lampada, dinanzi alla Santa Casa di Loreto, che la signora Maddalena accendeva ogni mattina, era spenta, immobile.
—Vi caccio fuori tutti quanti, nel momento, su due piedi!
—Buhm!—fece un commesso nascosto dietro le botti.
Il signor Trebeschi finse di non aver udito.
—E Gian Maria?… e Temistocle?… Ancora a letto? vergogna! Dovreste tutti imparare da me: sempre il primo la mattina; e la sera, sempre l'ultimo.
Non aveva ancora finito di sfogarsi, quando i due figliuoli, invece di scendere dalla scala entrarono dalla porta di strada, tutti e due pallidi, smunti e cogli occhi pesti.
—Voi?… A quest'ora?…
Temistocle affrontò il padre, per il primo:
—Si lavora tutto il giorno e la sera abbiamo diritto di divertirci. È carnovale. Giacomino stava fuori tutte le sere.
Piantarono lì il signor Daniele a bocca aperta; e andarono a levarsi il soprabito dietro il banco.
Daniele, un po' scosso, stava per ricominciare la ramanzina, quando un—Buon giorno mon père—che sentì dietro le spalle, gli fece tremare le gambe.
Era lui: il momento terribile era giunto.
Si voltò coll'impressione, chissà, di trovare un'altra faccia a quel ragazzo. Invece niente di mutato; egli provò quasi un senso di sollievo trovando Giacomino, tal e quale come il giorno innanzi, grazioso, allegro, sorridente, buono.
Il figliuolo, al contrario, fu colpito dal viso stravolto, dalle labbra tremanti del babbo.
Domandò:
—La mamma sta proprio poco bene?
—Sissignore. E siete stato voi, vergogna, vergo…—ma il resto gli rimase a mezzo, vedendo gli occhi di Giacomino che si erano empiti di lacrime.
Gli voltò le spalle in fretta, e corse a rinchiudersi nello scrittoio.
—È l'unico, stamattina, che abbia pensato a sua madre. Quanto a cuore, sarebbe più mio figlio quello lì che gli altri.
E non poteva aver ragione il signor Mauro? Il signor Mauro aveva detto: Io non lo credo e non lo crederò mai, nemmeno se avessi visto co' miei occhi!
Entrò la Cammilla ancora imbronciata:
—Bisogna rispondere a Verona, bisogna scrivere a Trieste.
—Sicuro.
Daniele frugò nei monte delle lettere, scartabellò i registri… alla fine dovette arrendersi.
—Va su dalla zia, te come te. Scrivete insieme a Verona e rispondete a Trieste. Ma, mi raccomando, senza allungar musi. Impara da me. Intanto io vado in Borsa, poi alla Banca Commerciale.
E se ne andò.
Che cosa doveva fare lì, in negozio? Per il momento aveva già gridato abbastanza. E poi gli avventori lo mortificavano in faccia ai commessi, alla sua gente.
—Mia moglie non può scendere oggi, è incomodata. Ci sono io, parlino con me.
—La signora Maddalena non c'è? Allora torneremo domani; e se ne andavano.
Per istrada, solo, senza fretta, pensava al più importante. Era inutile volere scacciare quel pensiero, bisognava aver coraggio, guardare la verità in faccia e risolvere qualche cosa. Era vero, come diceva sua moglie, o non era vero, come diceva il signor Mauro?
Si sbrigò in pochi minuti, distrattamente, delle cose da fare, alla Borsa come alla Banca, e prese la via più lunga per ritornare al fondaco Monghisoni.
—Fosse anche vero, che colpa ne ha quel povero ragazzo? Ma no, ma no!—E il signor Daniele sorrideva.—Chi le fa, queste cose, non le dice. D'altra parte, e tornava a rannuvolarsi—chi non, le fa, non le inventa.
Eppure sua moglie era capace di tutto: anche d'inventare una storia simile.
Essa aveva sempre detestato quel ragazzo; voleva disfarsene; dunque:—Non è tuo figlio; non gli devi voler bene; mandiamolo in malora!
—«Non è tuo figlio»; ma e le prove? E il tempo? Quando? Dove? Chi? Se Maddalena non è mai stata sola un giorno? Se non è mai uscita di casa, sola? Se non conosce, nessuno? Quando mai ha avuto il tempo, quella lì, di perdere la testa, di innamorarsi?
—«Ti dirò tutto e saprai tutto». E se io non volessi saper niente, perché non credo niente?
E… la voce del sangue?
Giacomino era sempre stato il suo prediletto, e per questo appunto
Maddalena non lo aveva mai potuto soffrire. Il cuore, il cuore di
Giacomino era il suo. Poi gli somigliava in tutto il resto… Glielo
aveva detto la signorina Fanny.
Quante volte la signorina Fanny lo aveva guardato a lungo, tanto da fargli abbassare gli occhi, e gli aveva detto con quella sua bella voce così profonda e penetrante:
—Gran Dieu! Quanto rassomigliate al vostro fanciullo!
E glielo diceva anche quando scherzava, accarezzandogli i capelli col frustino e mormorando:
—No, no, no; quello che dovrà essere lui non è ancora arrivato…
—Povera ragazza! Chissà come sarà andata a finire nelle mani di quel fratello?…
Assorto in tali pensieri arrivò in faccia al fondaco Monghisoni; e come al solito sentì una stretta al cuore e sospirò.
Le altre volte era l'apprensione di essere strapazzato; questa volta la pena di dover strapazzare.
—Chissà che confusione, che disordine!… poi quei due veri briganti di Temistocle e di Gian Maria…
Invece, niente di simile: nei lunghi cameroni del fondaco era ricominciato il solito movimento, l'andirivieni, il vociare dei commessi e degli avventori, il caricare e lo scaricare affaccendato delle merci, il rimbombo e il rotolìo delle botti e dei barili… e persino la lampadina davanti alla Santa Casa brillava dondolante in fondo, nel buio.
Guardò verso lo scrittoio; l'uscio era chiuso, ma dietro il vetro appannato scorse l'ombra nera di sua moglie.
La signora. Maddalena non aveva saputo resistere.
—Gli affari, la ditta, prima di tutto—Sarebbe rimasta tutto il giorno a lavorare nello scrittoio, e poi, sempre, colla scusa dello star poco bene, avrebbe pranzato sola in camera sua.
E questa specie di modus vivendi, tacitamente offerto dalla moglie e tacitamente accettato dal marito, durò parecchi giorni, con ottimo effetto.
Gli affari procedevano bene come al solito; nel fondaco tutti lavoravano di lena.
Adesso, quando Daniele alzava la voce, e la signora Maddalena era nello scrittoio, sempre taciturna ed indisposta, tutti ubbidivano senza fiatare.
—Cominciano a temermi—pensava il signor Daniele.—Si fa presto a far da padrone; basta saper gridare.
Aveva una sola inquietudine: di dover venire a una spiegazione colla moglie. Che cosa sarebbe successo?
Non si vedevano se non in presenza di altre persone, non si scambiavano se non poche parole, sempre relative agli affari. Ma quando si incontravano sulle scale o attraversando il cortile, lei pareva volesse fermarsi, e lo fissava risolutamente in un certo modo, come per dirgli:
—Avanti, coraggio: hai paura? Io sono qui, pronta a risponderti.
Una sera, mentre sua moglie era sola nello scrittoio, Daniele si fece animo e si avviò verso il bugigattolo tossendo forte per dare la sveglia.
Nel breve discorsetto che aveva pensato le dava del voi.
—Voi non mi direte niente. Non voglio saper niente.
Ma invece, quando si trovò davanti a sua moglie, abbassò gli occhi, abbassò il capo e mormorò appena con un fil di voce:
—Tu non mi dirai niente; desidero ignorare. Dobbiamo vivere insieme per amore dei nostri figliuoli, nella comunione della nostra vita, dei nostri interessi, del nostro lavoro. Quello che mi hai detto… basta. Voglio ignorare per poter dimenticare; per poter… perdonare.
E il signor Daniele, il quale, a mano a mano che parlava, si sentiva commosso, a questo punto tacque, sentendosi una forte stretta al cuore.
Maddalena, invece di fissarlo in viso con arroganza; aveva anch'essa abbassato gli occhi, aveva chinato il capo…—Piangeva?…
…Dio, Dio! E se fosse vero? Se fosse vero? Sua moglie?… Quella donna che gli aveva appartenuto per vent'anni?… La madre dei suoi figli?… Il sangue, la carne dei suoi figli?….
Rimase stordito e una nube gli oscurò la vista. Allora, per la prima volta, gli si affacciò alla mente tutta la vergogna della sua disgrazia; ma fu un lampo. Sua moglie stessa, inconsapevolmente, si salvò, e salvò la pace del povero uomo, domandandogli, sempre a capo chino, colla voce rotta dalla commozione:
—Quando hai fissato che parta? Quando deve partire?
—Chi?
—Giacomino.
A questo nome, Daniele tornò a rasserenarsi. Era sempre l'idea fissa di sua moglie, il suo maligno proposito di dividerlo da quel ragazzo.
—Giacomino—rispose, con tono risoluto, questa volta—Giacomino partirà quando gli dirò io di partire. Per il momento non c'è fretta; sotto di me, è docile, è buono.
La signora Maddalena non rispose, non si ribellò; si voltò verso la scrivania e ricominciò a scrivere.
—Si rode perché non può spuntarla—pensò il signor Daniele, e approfittò del momento per imporre tutte le sue condizioni.
—Bisogna regolare gli affari in modo da avere un'ora fissa, sempre quella, per la colazione e per il pranzo. Bisogna dare una piccola mesata a Temistocle, a Gian Maria e alla Cammilla. Lavorano dodici ore al giorno: ne hanno diritto. La domenica e le feste non si apre bottega; riposo generale.
Non voleva più che sua nipote facesse la cuoca e la serva. Adesso aveva quasi vent'anni, non era cosa conveniente nè per la Cammilla, nè per il suo amor proprio, nè per il rispetto che doveva al nome e ai parenti.
Concludendo, lasciava a sua moglie la direzione suprema degli affari, ma voleva tenersi lui, in mano, come capo della famiglia, le redini della casa.
XI.
Giacomino aveva abbandonato il caffè Biffi, il teatro e stava sempre in casa; ma per due ragioni: la prima, che non aveva un soldo e non ne poteva trovare; la seconda… il buon Daniele non l'avrebbe mai indovinata!… Cominciava a piacergli la Cammilla, e il suo capriccio era stimolato da una gran curiosità: sapere se quel mucchio di capelli era tutto vero, o se c'era sotto del crespo.
E questa curiosità gli era nata la prima sera in cui egli aveva dovuto pranzare solo, in camera sua.
Da più di un'ora se ne stava buttato sul letto, al buio, mangiando bile, e roso dalla gelosia per Fanny, quando a un tratto sentì un fruscìo dietro l'uscio, poi picchiar leggermente, e una vocina bisbigliare:
—Si può?
—La nasona!—pensò fra sè Giacomino,—e si voltò contro il muro borbottando:—Avanti: cosa c'è?—Ma appena entrata la fanciulla, si voltò attratto da un profumo vivificante. La Cammilla teneva un lume e una bottiglia di vino da una mano, dall'altra un bel piatto di risotto caldo.
—Hop, lalà—fece il giovanotto alzandosi a sedere sul letto, e i suoi occhi, dopo aver fissato il risotto, si volsero alla ragazza, ringraziandola.
Cammilla arrossì di piacere. Finalmente, dopo tanto tempo, dopo tanto pensarci, era riuscita a fare cosa grata a suo cugino!…
—La zia Maddalena è scesa nello scrittoio ed io ho pensato di farti il risotto; la zuppa di rape era diventata lunga e salata. Ti ho fatto anche un piattino di rosticciana.
Giacomo tornò a sorridere guardandola; e restando sempre seduto sulla sponda del letto, l'aiutò, mentre disponeva sul comodino il bicchiere, il piatto e la bottiglia; la cameretta era un buco, non c'era altro che il letto, un cassettone, una seggiola, un catino; nessun posto per mettersi a mangiare.
—Grazie, Cammilla.
E proprio in quel punto, mentre la ragazza si chinava, posando sul tavolino la roba, egli osservò, per la prima volta, tutti quei capelli biondi, che cominciavano da ricciolini d'oro, sulla nuca rosata, e finivano in un grande ravvolgimento di trecce, di ciocche ondulate, massa pesante e ricadente sulle spalle.
Quando Cammilla scese per prendere l'altra roba, Giacomo cominciò a mangiare il suo risotto, pensando alla cugina.
—E il naso?… come mai?… Dacché è un po' ingrassata le si è raddrizzato, il mento e il nasone sono spariti.
Essa ritornò poco dopo colla rosticciana; e lui, sempre seduto sulla sponda del letto, le faceva cento domande, per tenerla lì, per non lasciarla andar via, per avere da ridere e da scherzare. E intanto la guardava, l'osservava, la scrutava, e la ragazza sotto quegli occhi si sentiva accendere il sangue, battere il cuore, mancare il respiro. Avrebbe voluto essa pure fissarlo a lungo per fargli capire che lo amava, ma non poteva resistere, abbassava gli occhi arrossando, impallidendo, tremante, vinta.
—Di profilo—pensava Giacomino—il naso torna a spuntare, ma di faccia è un naso regolare.
E come era divenuta grande e si era fatta donna, senza che lui se ne fosse accorto!
—Sono tuoi tutti questi capelli?
—E di chi dunque?—esclamò ridendo la ragazza.
—Scommetto che c'è del crespo.
—Oh no, te lo giuro.
—Allora bisogna, vedere per credere—rispose il. cugino fissandola sempre e ridendo maliziosamente, intanto che ingoiava la rosticciana.
—Guarda—e la fanciulla si chinò, allungando il capo. Giacomo sentì da vicino l'odore acuto, caldo dei capelli, ma intimidito da quella, franchezza, non osò toccarli. Invece le prese la mano.
—Come fai a cucinare il risotto e ad avere le mani così bianche?
—Ho visto le tue—rispose la Cammilla, superba di essere osservata.
—E i piedi? hai un bel piedino? Lasciami vedere.
—No, no, no!—gridò Cammilla, arrossendo, turbata, spaventata, e si chinò per nascondere i piedi sotto le vesti.
Ma l'altro voleva vedere ad ogni costo, e le prendeva la vita, le stringeva le braccia per sollevargliele.
—No, te ne prego, sta buono.
—Voglio vedere.
—Sta buono; domani.
—Voglio vedere.
—Guarda.—E Cammilla, alzatasi un poco la sottana, mostrò due piedi sformati nelle scarpacce sdruscite e sgangherate, ma coll'altro braccio si nascose gli occhi e pianse.
—È l'avarizia della mamma,—esclamò il cuginetto con galanteria.—Devi avere de' bei piedini. Fatti sentire dal babbo, e fatti fare degli stivaletti coi bottoni, alti così.—E le indicò come li portava la Fanny. Poi tornò a fissare, a guardare la Cammilla, con occhi esperti da conoscitore, immaginandola nell'amazzone attillata o colle spalle nude come la Fanny.
Se tutti quei capelli erano suoi… doveva essere uno splendore.
Cammilla si lasciava premere, accarezzare la mano. Guardava anche lei quegli occhi penetranti e sorridenti che la scrutavano in tutta la persona, poi chinava il capo turbata, intimidita, innamorata, e il piccolo seno palpitava sotto il grembiule di percallina, che dalle spalle e dal petto le scendeva fin quasi ai piedi, allacciandola stretta stretta alla vita.
Dagli occhi di Giacomo, a un tratto, venne quasi una chiamata, un invito: corse un lampo nel viso della fanciulla, poi ella ebbe un sussulto che parve un singhiozzo e fuggì.
—Cammilla! Cammilla!
Mentre la ragazza scendeva a precipizio la scala, Giacomo, rimasto solo, dette in una risata.
—Comincia a trovarci gusto a civettare. Scommetto che son tutte malizie per parer più donna che non sia: sotto i capelli, certo ci deve metter del crespo.
E mentre il ragazzaccio, già corrotto, dai baci, e più che dai baci, dal tradimento di Fanny, non indovinava, nè capiva nulla nel pudore verecondo della povera ragazza, questa sognava e spasimava tutta sconvolta e fremente per una inopinata e dolcissima speranza.
Finalmente egli l'aveva guardata!… Era riuscita finalmente a farsi guardare! Aveva vinto lei! Sì, aveva vinto, a forza di pazienza, di ostinazione, di tenacia: ma già non pensava a resistere. La dedizione del suo cuore era intera; voleva essere amata, non altro, pronta ad abbandonare in contraccambio tutta sè stessa, la sua giovinezza, la sua vita.
Sola, sola, tardi, nella sua cameretta, essa vegliava e si tormentava.
Le voleva bene?… Cominciava a volerle bene?… Aveva vinto, aveva vinto lei, dopo tante ansie, dopo tante angoscie, dopo aver patito il suo disprezzo, la sua ironia, il suo odio, dopo averlo visto innamorato di un'altra, pazzo per un'altra, tutto d'un'altra. Ora egli l'aveva guardata, con quegli occhi belli, vivi, acuti, penetranti. L'aveva guardata amorosamente, appassionatamente; e anche lei sentiva il fascino di quel sorriso che mostrava i denti bianchi sotto i baffetti biondi.
—Sì, sì; era sicura; piaceva a Giacomino, gli occhi di lui erano pieni di baci… e la fanciulla si buttava sul suo lettuccio, affondando il viso nel guanciale come per riceverli tutti.
Poi fece uno sforzo, si rizzò e cominciò a spogliarsi, ma con lui sempre in mente. Appoggiata alla sponda del letto, stette un pezzo a guardarsi i piedini nudi. Aveva ragione Giacomo, erano quelle scarpacce che li sformavano. Oh, ma il giorno dopo avrebbe fatto una scena allo zio: Voleva gli stivaletti alti così!
Poi, prima di coricarsi, corse al cassettone e, avvicinato lo specchietto, si sciolse tutti i capelli, se ne riempì le mani, e, chiusi gli occhi, prese a baciarli bisbigliando:—Sono tuoi, sono tuoi, prendili, sono tuoi.
Giacomo, da quella prima sera, non lasciava più in pace la Cammilla: la cercava, le correva dietro per le scale, la seguiva negli andirivieni degli stanzoni del fondaco. Avevano insieme lunghi colloqui, fra le botti d'aringhe e i barili d'olio. Egli scherzava fissandola sempre collo sguardo acuto e malizioso, ridendo co' bei denti bianchi luccicanti sotto i baffettini biondi; e anche la ragazza lo guardava estatica, a lungo… arrossendo, impallidendo, tremando, palpitando. Ma ogni giorno essa diventava più florida e più bella, come un fiore levato dall'ombra e messo al sole. Ogni giorno essa diventava più elegante, più flessuosa nel suo povero abitino, le sue industri manine parevano affinate dall'amore e il tic-tac degli stivaletti nuovi faceva risonare nel vecchio fondaco buio una nota insolita di gioventù e di gaiezza femminile.
Nessuno, in casa Trebeschi, badava a quei due ragazzi, eccetto forse la signora Maddalena che osservava tutto, spiando dai vetri del suo casotto. Ma la signora Maddalena si era imposto di non più fiatare; altri aveva voluto toglierle di mano le redini della famiglia, essa aveva accettato, e siccome era una Monghisoni, voleva insegnar a tutti quanti come si doveva essere fedeli ai patti conclusi. E forse… chissà? forse in cuor suo immaginava, aspettava un aiuto dall'amore e dagli eventi.
Il signor Daniele non era, di sua natura, un grande osservatore. Vedeva Giacomino allegro… e non credeva ai propri occhi. Giacomino doveva dissimulare il suo gran cordoglio, tanto è vero che si era cambiato, stava sempre in casa tutto il giorno, tutta la sera. Era impossibile che il ragazzo avesse dimenticato… sicuro; era impossibile che avesse dimenticato la signorina Fanny. E il babbo sospirava lui, anche per il figliuolo.