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Il tramonto della schiavitù nel mondo antico cover

Il tramonto della schiavitù nel mondo antico

Chapter 41: XXIX.
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About This Book

Saggio storico che analizza le cause e i processi del declino della schiavitù nel mondo antico. L'autore confronta spiegazioni morali e religiose — tra cui l'avvento del Cristianesimo e la filosofia stoica — con fattori economici, giuridici e di trasformazione sociale, valutando la loro capacità esplicativa. Smonta letture semplicistiche mostrando la persistenza della schiavitù in contesti cristiani e paragona l'antico fenomeno a sviluppi moderni per evidenziare il ruolo delle condizioni produttive e delle istituzioni. Il testo organizza dati storici, interpretazioni storiografiche e argomentazioni critiche per offrire una panoramica rigorosa e multilaterale sul processo di scomparsa della servitù nel mondo antico.

XXIX.

L’azione continua e stringente di tutte queste cause, più o meno consapevolmente sentita, ma, in ogni modo, sempre obbiettivamente efficace, dovea tendere a limitare il numero degli schiavi e a restringerne l’impiego a quel genere di operosità, a cui il lavoro libero non potesse piegarsi, o per cui non fosse profittevole l’impiego del lavoro libero. Così gli schiavi si trovano in Atene più particolarmente impiegati nelle manifatture, ne’ lavori più faticosi attinenti alla marineria[405], e sopratutto nelle miniere. Tutto il progetto, così ben architettato da Senofonte[406], per ridare forza e sviluppo alle finanze ateniesi, non consisteva già, come un altro progetto di Falea di Calcedonia[407], nell’attribuire agli schiavi l’esercizio esclusivo di tutti i mestieri, bensì nell’esercizio pubblico delle miniere del Laurio, mediante l’acquisto di schiavi in numero crescente, proporzionalmente al profitto da essi stessi dato. Nondimeno il progetto di Senofonte non fu messo in atto, ed anzi le miniere, andando incontro a quell’esaurimento a cui Senofonte non credeva, finirono per dare impiego a un numero di schiavi sempre decrescente.

L’esercizio delle miniere era capace di dare, come ne avea già dati, lauti guadagni; ma lo stesso Senofonte, ci lascia intendere, fors’anche senza volerlo, come fosse pieno di alea, quando ci dice che occorrevano buoni capitali e che l’aprire un nuovo pozzo era una cosa economicamente assai rischiosa; e, se accadeva di diventar ricco a chi trovava molto metallo, perdea tutta la sua spesa chi non ne trovava[408]. Il tipico accanimento, con cui si scavava al tempo di Demetrio Falereo, quasi che, come costui diceva, si volesse giungere sino al regno di Plutone[409], è forse un indizio del materiale che cominciava a divenire più scarso, e che, alla fine del secondo secolo, a quanto pare dal numero degli schiavi in rivolta, non dava lavoro a più di mille schiavi[410]. Certo è che quando Senofonte scriveva il suo trattato sulle finanze di Atene, nel 347/6, come qualcuno vorrebbe, o nel 357/6, come è più generalmente ammesso[411], il numero degli schiavi era inferiore a quello che era stato prima della guerra di Decelea[412]. E chi ritiene, secondo la dimostrazione data da qualcuno[413], che il desiderato di Senofonte sarebbe stato di avere tre schiavi per ognuno de’ ventimila cittadini, e non nelle miniere soltanto, ma in generale; ammette che in questo tempo l’Attica contava meno di sessantamila schiavi. Nè vi sono dati positivi per credere che questo numero crescesse, o crescesse di molto nel tempo che seguì.