CAPITOLO SECONDO. IL RIVOLGIMENTO ECONOMICO DEL MONDO ANTICO
Il nuovo Oriente.
Alla metà del secolo IV a. C., sembra davvero che la Grecia cominci a trarre profitto dalle sue stesse calamità. I mali inenarrabili portati dalla guerra, le profonde crisi, economiche e morali, subìte hanno infuso negli spiriti, divinamente bizzarri, dei suoi cittadini, numerose stille di meditata saggezza. Sparta, ferita a morte nel duello con Tebe, abbandona i vecchi sogni imperialistici, e si rassegna a vivere modestamente entro la breve zona del suo naturale territorio; Tebe anch’essa, la vittoriosa, come stremata nel difficile sforzo durato per circa quindici anni, sembra limitare tutte le sue ambizioni entro quei confini della Beozia, che un tempo le erano parsi sì angusti: anche Atene, uscitole vano, ancora una volta, il terzo tentativo di impero marittimo, volge tutto il suo pensiero e la sua attività ad opere di pace. Caratteristiche sono, a tale proposito, le amministrazioni di Eubulo (354-339) e di Licurgo (338-26), la cui teorica sarà appunto formulata nel più volte citato libretto pseudosenofonteo su Le entrate ateniesi. Atene comincia a voler vivere soltanto di se stessa, e a bastare a se stessa, in una pace operosa. La povertà ha insegnato ai liberi che occorre lavorare, lavorare tenacemente, ed è stata più eloquente e persuasiva della propaganda di Socrate, vanamente coronata dal martirio. In Grecia perciò si diffonde rapidamente la pratica del lavoro libero, nè più i cittadini sdegnano di accomunarsi, in tale bisogna, agli schiavi. I grandiosi, vecchi sogni d’imperialismo, politico od economico, sono man mano repudiati, quando ecco, d’improvviso, tutto il mondo mediterraneo e quello orientale, ad esso più vicino, sono percossi da un vasto e profondo scoscendimento, che arresta a mezzo l’opera di resurrezione e inchioda per sempre alla sua croce il destino della Grecia: la conquista dell’Impero persiano e l’ellenizzazione dell’Oriente.
Fu questa l’opera che Alessandro Magno iniziò nel 334 a. C. per incitamento venutogli appunto dalla Grecia. Non solo lui, il figliuolo di Filippo II, cercava in quella ardita impresa un mezzo per farsi perdonare, col glorioso e definitivo trionfo sul nemico secolare della Grecia, la servitù che egli e il padre suo avevano inflitto al Paese, ma intendeva veramente a ritrovare, nel misterioso Oriente, un nuovo, più ricco campo di attività per la popolazione greca immiserita e, al tempo stesso, in tragica contradizione, sovrabbondante ed esigua. L’impresa d’Alessandro doveva essere, e fu di fatto, il più vasto tentativo di colonizzazione che mai Stato o uomo politico greco avesse a concepire. Pur troppo, se suscitò un nuovo mondo, era destino che le sue estreme conseguenze si ritorcessero ai danni della Grecia stessa, cui quell’ultimo dei grandi Elleni agognava soccorrere.
Alessandro disseminò la sua lunga corsa attraverso l’Oriente di una selva di città destinate a vivere di vita rigogliosa, e che avrebbero fatto la prosperità delle contrade, che l’orma fatale del suo piede calcava[232]. E la via, da lui aperta, fu battuta in lungo e in largo dagli epigoni, cui sembrò — nè fu vana speranza — di continuare la grande tradizione dell’antico Paese del Sole.
Seleuco Nicatore inaugurava ben sedici Antiochie, cinque Laodiceee, nove Seleucie, tre Apamee, una Stratonicea. Risorgevano, o sorgevano ex novo, in Oriente le Beroie, le Edesse, le Perinto, le Maronee, le Callipoli, le Acaie, le Pelle, le Oropo, le Amfipoli, le Artuse, le Astaco, le Tegee, le Calcidi, le Larisse, le Eree, le Apollonie, le Soteire, le Alexandropoli, le Alexandrescate, le Niceforio, le Nicopoli. La Tracia e la Macedonia si popolavano di Tessaloniche, di Cassandree, di Demetrie, di Lisimachie; l’Asia Minore lanciava da sola alla luce del giorno ben cinquecento città, vigili avamposti di tutta una novella fiorita industriale e commerciale[233]. E dall’Asia Minore alla Siria, dalla Mesopotamia e dalla Caldea all’altipiano dell’Iran, dall’India all’Arabia e all’Africa, tutto un mondo di civiltà, spente da secoli, resuscitava, un mondo di civiltà nuove sorgeva.
Tosto una folla di avventurieri, di operai, di imprenditori, fuggendo la patria, povera ed impotente, si recarono colà a far fortuna. Vi trovarono di fatto lavoro e ricchezza. Ma, ahimè, i nuovi centri, manifatturieri e commerciali, dell’Oriente ellenizzato accaparrano ora la clientela dell’antica e un dì gloriosa Ellade; sviano le tradizioni commerciali dell’antico mondo civile; ridestano furiosa la concorrenza, sempre ardentissima, fra le città greche e i Paesi orientali così detti barbarici, ora profondamente ellenizzati. Sorge in tal modo, improvvisa, una barriera di fronte agli antichi prodotti greci, oramai superflui al di là del Pindo e dell’Egeo[234]. In tale guisa la nuova Grecia uccideva l’antica!
Si costituisce, invero, nel IV secolo a. C., ad oriente del mondo ellenico, sulla più ampia zona di territorio che mai fosse toccata a successore di Alessandro Magno, il più vasto dominio del tempo, l’impero dei Seleucidi, che dall’Egeo si sarebbe in breve esteso fino a tutto il bacino dell’Indo e del Jassarte[235]. Non si trattava di una Potenza, minacciosa soltanto a motivo delle sue dimensioni colossali. I primi Seleucidi vi si dedicarono a promuoverne le attività della produzione e, più ancora, dello scambio[236]. Seleucia, nella Mesopotamia, situata in una posizione privilegiata, alla confluenza di tutte le grandi vie dell’altipiano iranico e del golfo Persico, divenne, nel volgere di pochi lustri, la più notevole e fiorente piazza commerciale fra l’Europa e l’Asia nord e centrale, come Alessandria lo sarà fra l’Europa e l’Asia meridionale. Qui, attraverso il Tigri e l’Eufrate, convenivano gli Armeni a scaricare le loro merci assortite; qui si incrociavano le vie di transito della Persia e dell’Arabia, recanti, per vaste e numerose arterie, i gonfi flutti delle preziose derrate, di cui abbisognavano l’Oriente e l’Occidente. Ma la capitale dell’impero non era isolata. Antiochia, prima dopo Seleucia[237], Laodicea Sira, pregiata pel suo porto e pel vino squisito, che esportava in gran copia in Egitto[238], e, sovra tutte, Battra, che conquisterà uno dei primi posti, divenendo scalo delle merci, che dall’India, dall’Asia settentrionale e dalla Serica, viaggiavano alla volta del Mar Nero: tutte le tenevano dietro, recando a gara la fiaccola della civiltà e della vita[239].
Ma ciò che specialmente era destinato a rivolgere l’orientamento economico del mondo antico era la fondazione della grande Rotterdam dell’antichità, Alessandria d’Egitto, e l’impulso, che alla regione, di cui tosto sarebbe divenuta la capitale, avrebbero dato i successori del grande Macedone, i Tolomei.
L’intensa sollecitudine, che questi monarchi nudrirono dei materiali interessi del loro Paese, fu piuttosto unica che rara. Continuando in una politica, che la larghezza degli orizzonti seppe integrare col più mirabile senso pratico — la vecchia rivalità degli antichi Faraoni con la Mesopotamia, che di altro non era espressione se non della gara commerciale fra il Nilo e l’Eufrate —, essi si curarono di collocare delle stazioni navali su tutti i punti, economicamente strategici, del mondo antico, la Tracia, le isole Egee, Creta, l’Asia Minore, la Fenicia, la Palestina, la Siria, l’Arabia, la Libia, la Cirenaica. E, mentre lasciarono che l’antica linea di Copto continuasse a servire quale tramite del commercio, eritreo ed asiatico, col Mar Rosso[240], condussero a termine quelle dirette linee di comunicazione fra questo mare e il Mediterraneo, ch’erano state iniziate dai Faraoni[241] e che resteranno mèta perenne di tutta la civiltà avvenire.
«Ciò che costituisce», scrive il maggiore storico moderno di questa età, J. G. Droysen, «l’importanza del territorio di Suez è il fatto che colà giacciono gl’incavi più profondi, operati dal mare tra le più grandi masse continentali del globo; gli è là che il Mar Rosso, il porto naturale di tutte le coste dell’Oceano Indiano fino all’Australia e alla Cina, non dista dal Mediterraneo, il porto delle regioni occidentali, più di qualche miglio. Nell’età ellenistica l’importanza del Mar Rosso, delle Bocche del Nilo, della comunicazione pel canale tra il fiume e il mare non era certo pari a quella odierna, centuplicata dalle scoperte transatlantiche e dallo sviluppo del commercio e dell’arte nautica: ciò non ostante, l’irruzione dell’ellenismo nel Mar Rosso, ormai accessibile, dovette, dopo la spedizione di Alessandro Magno, costituire l’avvenimento più notevole nei rispetti della trasformazione dell’equilibrio esteriore; dovette, pei suoi resultati, riuscire così sorprendente e di effetti così durevoli, come lo sarà, sedici secoli di poi, la circumnavigazione del Capo di Buona Speranza, che infliggerà un colpo mortale al commercio italiano e anseatico»[242].
Per tal guisa, Alessandria, ove poi, a diffondersi nel mondo intero, «convergevano i prodotti dell’Egitto, dell’Etiopia, della Cirenaica, della Libia, della Mesopotamia, dell’Arabia, della Siria, dell’India», superata già, fin dal III secolo a. C., la stessa Seleucia, «era divenuta la prima piazza mercantile dell’Oriente»; e attraverso il Mar Rosso le sue merci penetravano nell’Oriente; per l’alto Nilo in Etiopia, e per il Nilo medesimo viaggiavano dal Mar Rosso al Mediterraneo, cioè a dire dall’Asia all’Europa[243].
I Tolomei avevano ben motivo di accaparrarsi il mondo. L’Egitto era un centro, unico più che raro, di prodotti naturali. L’Egitto, che nutriva a miriadi buoi, capre e pecore di qualità eccellente, produceva altresì in copia l’orzo, il frumento, il dourah, le cipolle, l’aglio, le fave, i piselli, i cocomeri, il porro, il papiro, il loto, l’olio di sesamo, il vino, i fichi, il corsium, la palma, il sicomoro, il lino, il cotone, le erbe alimentari, le lenticchie, l’alloro, il mirto, le rose, il miele, e celava nelle sue viscere quel prezioso materiale da costruzione che sarà uno dei principali elementi economici dell’età ellenistica[244]. Ma perchè un Paese abbia a prosperare, non basta disponga di abbondanti risorse o di facili vie di commercio; è necessaria una buona organizzazione della produzione. Fu la fortuna che toccò in modo eminente all’Egitto tolomaico, ma non a questo soltanto: essa fu la fortuna di tutti i Paesi ellenistici.
L’organizzazione della produzione nel mondo ellenistico.
I vari Stati ellenistici ci fanno assistere a un fenomeno, che, dopo le esperienze contemporanee più recenti, può quasi sembrare inaudito: un socialismo di Stato, un intervento continuo del governo nell’agricoltura, nell’industria, nel commercio, che riesce — per gran tempo almeno — ai resultati più meravigliosi. I massimi proprietari, i più ricchi e attivi industriali dell’Egitto tolomaico, come delle terre racchiuse entro i confini del vasto impero dei Seleucidi, sono il re, e, col re, i sacerdoti dei templi, grandi centri d’imprese economiche. I «beni regi» e i «beni del clero» occupano i tre quarti dell’Egitto tolemaico. Ma non si tratta di latifondi abbandonati ed oziosi, ma di terre fertilissime, sfruttate intensivamente e con ogni sistema di colture. La terra regia e le terre dei templi producono vini, cereali, datteri, grani oleiginosi, legumi, alberi da frutto e alberi industriali; alimentano greggi, forniscono i più ricchi prodotti del sottosuolo. Gli stabilimenti del re e quelli dei templi fabbricano birra e salami; elaborano i vini e gli olii; macinano il grano; tessono le tele e i tessuti. Grandi banche — dalle filiali sparse dovunque — forniscono i capitali per le più svariate intraprese.
Anche il commercio è un servizio di Stato: gli ardui viaggi di esplorazione di questo tempo, che sembrano precorrere i secoli XV-XVI, sono concepiti e organizzati nei gabinetti delle Corti ellenistiche, così come d’origine statale sono i più grandiosi lavori, diretti a intensificare e ad agevolare la produzione e lo scambio.
Ma lo Stato non è signore esclusivo delle attività economiche del Paese. Accanto alla terra di proprietà statale, v’è la terra di proprietà privata, o piuttosto di possesso privato; accanto alle grandi industrie governative, sono i piccoli mestieri indipendenti, tutti egualmente in fiore. Noi assistiamo, anzi, nel mondo ellenistico, a un fenomeno non meno strabiliante degli altri: la sparizione della schiavitù, o la sua radicale trasformazione, e la rivalutazione e la diffusione del lavoro libero e salariato[245]: il che porta seco una specializzazione estrema dei mestieri, un significante perfezionamento tecnico della mano d’opera, financo un sottile sfruttamento della medesima[246].
Nè è tutto: le esigenze della produzione sollecitano l’intervento della scienza. Noi possiamo parlare ora di una scienza applicata all’agricoltura e all’industria. La macchina idraulica, inventata da Archimede, regola la distribuzione delle acque del Nilo. L’alessandrino Ctesibio inventa la pompa[247]; la grue (la nuova baroulcòs) sostituisce l’antico argano e la biga; il mulino ad acqua tien luogo del vecchio mulino a braccia. Le fabbriche regali di Pergamo e di Alessandria compiono miracoli che precorrono la grande industria, l’industria meccanica dei secoli XIX-XX[248]. Or bene, con che mezzi, con quali miracolose risorse, la Grecia classica, povera, angusta, fatta pesante dalla lenta economia schiavista, pervasa dalla follia delle eterne guerre municipali, avrebbe potuto resistere alle nuove minacciose concorrenze?
Roma e il nuovo Oriente.
Se questi erano i pericoli, a cui la nuova conquista dell’Oriente esponeva la Grecia, gli effetti dell’intervento di Roma nella storia del mondo, il suo affacciarsi all’eternità, che segue circa due secoli più tardi, non saranno meno decisivi. Roma consacra definitivamente quel nuovo ordine di cose, che la spada di Alessandro Magno aveva disegnato. Il nuovo Egitto ellenistico bastava da solo a costituire per la Grecia un pericolo. Roma sopraggiunge ad assicurarne il trionfo. Roma sbarazza l’Egitto dalla pericolosa vicinanza di Cartagine, lo libera dalle sue potenti rivali — la Macedonia e la Siria —; inizia una serie di guerre che devasteranno le terre e le acque greche, e fa di Alessandria il centro maggiore dei suoi approvvigionamenti, sì che, mentre «prima neanche venti navi osavano valicare il Mar Rosso», l’aurora del primo secolo dell’Impero vedrà «intere flotte navigare» da questo porto «alla volta dell’India e della remota Etiopia, dirette all’acquisto di merci di gran valore da scambiarsi con altre, non inferiori nè per numero nè per pregio», che l’Egitto stesso sarà in grado di apprestare[249].
L’Egitto valeva bene, ed ebbe infatti, le più scrupolose cure dell’Impero; ma non valevano meno altre regioni più discoste ed altrettanto sospirate di quell’Oriente, che Alessandro e i successori si erano affaticati ad ellenizzare. Con lo stesso scrupolo usato verso l’Egitto, Roma organizzò il commercio col resto dell’Oriente, e i resultati dell’opera annullarono del tutto i vantaggi di qualsiasi relazione con la Grecia.
Dall’Oriente affluiva la più abbondante e svariata copia di prodotti e di manufatti, ai quali soltanto era dato placare la febbre di lusso e di piacere, da cui fu invasa la metropoli del mondo, erede delle monarchie e delle Corti dei successori di Alessandro[250]. Di là provenivano l’incenso, la cassia, la senna, le resine, la mirra, l’aloe, il cinnamomo, il pepe, il garofano, lo zucchero, il riso, la tartaruga, i diamanti, gli zaffiri, gli smeraldi, le ametiste, i topazi, gli opali, i rubini, i giacinti, le perle, le tele, i filati di cotone e di lana, l’avorio, l’indigo, l’anice, le mussoline, l’ebano, il legno di teck, il marmo, il nardo, la porpora, il vetro, il cristallo, le lane, le stoffe colorate, le sete, le mezze sete, tutti i tesori dell’India, tutte le rarità della Cina[251].
Al paragone di tanto ben di Dio, la Grecia, non offriva che del marmo e qualche commestibile poco ricercato o punto necessario[252]. Oltre cento milioni di sesterzi, pari a 20 milioni di lire-oro, escivano ogni anno dai forzieri romani, pigliando il volo per le Indie e per la Serica, all’acquisto e all’importazione delle perle[253]; cinquanta e più, per i rimanenti prodotti[254], ed essi non costituivano che il saldo in moneta dell’importazione dell’Impero, non coperta dalle sue esportazioni in Oriente.
E in che cosa consisteva codesta esportazione? Essa consisteva, in massima parte in produzioni dell’Europa occidentale, quali il piombo, il rame, lo zinco, l’argento[255] ed in altre che venivano fornite dallo stesso Egitto. Per tal modo l’Egitto, che disponeva delle principali vie dell’Oriente: l’Egitto, che ne aveva quasi monopolizzato il commercio, era anche la provincia che forniva a Roma buona parte dei mezzi con cui pagare le sue costose importazioni orientali. Dall’Egitto il commercio romano spediva in Cina manufatti di vetro, in Arabia e in India stoffe sontuose, broccati, bronzi, strumenti musicali, nonchè, probabilissimamente, lo splendido materiale da costruzione fornito dalle sue cave, quali il granito di Siene, la breccia verde della regione di Koser, il basalto, l’alabastro, il porfido. Quali vantaggi al confronto poteva fornire la Grecia europea?
Roma e il nuovo Occidente romano.
Ma un rivolgimento economico, assai simile a quello che la conquista di Alessandro aveva determinato in Oriente, comincia, un secolo e mezzo più tardi, verso la metà del sec. II a. C., a disegnarsi, anche nell’Europa occidentale, sin adesso barbarica.
Mentre Alessandria e l’Oriente si popolano di uomini e di ricchezze, nuovi centri di produzione, di commercio, d’industria balzano fuori dall’ombra che fin adesso ha velato l’orizzonte dell’Europa. Dalla distruzione di Cartagine, nel traffico del bacino occidentale del Mediterraneo e dell’Atlantico, la greca Marsiglia era poco a poco sottentrata ai Fenici d’Africa. Essa commercia in loro vece con la Gallia, con la Bretagna, con le isole Cassiteridi: stanzia nuove colonie, inaugura industrie di metalli, fabbriche d’armi, arsenali[256] e assurge all’onore d’essere definita l’Atene della Transalpina, sì che, in sui primi anni dell’êra volgare, sebbene già in parte travolta dall’onda fatale della decadenza, occuperà con la sua grande ombra il quadro, che il geografo Strabone verrà abbozzando dell’antica Gallia meridionale[257].
Con Marsiglia si ha ora tutta una fioritura economica, chè sorgono quivi Arles, Bordeaux, Nîmes, Forum Julii, Tolosa, Lione[258], sovra ogni altra, Narbona, fra non guari emporio di tutta la Gallia[259], la quale fornisce carni, pesci salati, pelli, miele, lino, legname da costruzione. Più a oriente, la pianura padana, l’antica Gallia Cisalpina, entra ora nel gran mare della civiltà mediterranea. La Cisalpina è, in sullo scorcio di Roma repubblicana, una delle poche regioni italiche, in cui l’agricoltura continui a fiorire e l’industria proceda con passo sempre più rapido. Ivi Piacenza, Cremona, Parma, Padova, Modena, Bologna, Ravenna, forniscono, e continueranno per gran tempo a fornire l’Italia imperiale di tessuti di lana, di tele, di tappeti, ecc.[260]. Più a sud, la Spagna, per la cui conquista Roma aveva sì a lungo guerreggiato e sofferto, comincia ora a versare in larga copia i suoi beni: il suo olio, il suo vino, i suoi cereali, il suo miele, la sua pece, il suo cinabro, il suo rame, il suo piombo, il suo oro, il suo argento, il suo stagno, nonchè a lavorare il lino e i metalli[261]. Anche qui, come in Oriente, i centri cittadini divengono presto numerosi, e Plinio, in sullo scorcio del primo secolo dell’êra volgare, vi menzionerà più che 330 città maggiori e 293 minori[262]. Più a sud ancora, al di là delle oramai violate Colonne d’Ercole, Roma aveva scoperto la Numidia e la Mauretania, le terre classiche, insieme con l’Egitto, dell’orzo, del finimento, di tutti i cereali, donde essa trarrà quattro dei milioni di grano che le occorrevano per approvvigionare l’Italia. Poichè l’Africa, dunque, era considerata dal governo romano come l’alma donatrice del pane cotidiano all’Italia, Roma si studierà di suscitarne la ricchezza con le cure più meticolose, con un regolare rimboschimento, con grandiose opere idrauliche, che ancor oggi sfidano la devastazione dei secoli[263]. Oltre che cereali, l’Africa settentrionale maturava l’uva, l’ulivo, le classiche mele puniche; produceva cotone, sparto, giunco, canne, fichi, mandorli, palme, melagrani; celava nelle sue viscere marmo e allume e, attraverso il suo territorio, dall’Etiopia e dalle più recondite contrade del misterioso continente africano, era possibile ricavare altri metalli e altre pietre preziose, polvere d’oro, bestie feroci, carichi umani di negri e di schiavi[264]. E anche qui, disseminate sur un Paese gravido di storia, che darà all’Impero le intelligenze migliori, e alla civiltà, i suoi maggiori apostoli, tornano ora a brillare, come fari d’improvviso riaccesi, le antiche città numide e fenicie romanizzate, porti, fattorie, mercati, centri di studi e di piaceri: Caesarea (Cherchell), Cirta (Costantina), Lambesa e, sovra tutte, la nuova Cartagine, risorta, al pari della mitica Fenice, rigogliosa dalle sue ceneri e di cui un retore avrà a dire che contendeva il primato ad Alessandria e ad Antiochia, e rimaneva inferiore soltanto a Roma.
Dai Paesi mediterranei la luce della civiltà irradia ora sull’Europa settentrionale. A nord, al di là di quella felice Gallia Transalpina, che la spada di Cesare aveva dischiuso a Roma, e su cui la lungimirante accortezza di Augusto aveva fermato l’attenzione dell’Impero nascente, la lontana Britannia comincia a discoprire le sue risorse, le quasi sconosciute ricchezze naturali — il piombo, lo stagno, il rame, il ferro, l’elettro, perfino (incredibile!) il frumento — e comincia a lavorare l’avorio, a produrre collane, vasi di elettro e di vetro[265]. Man mano che gli anni passano, e che la civiltà romana lavora più a fondo l’Occidente, la vecchia, barbarica Europa celtica, fino al confine estremo della Germania, rivela i suoi tesori nascosti, disvela le sue produzioni ignorate, mette ogni giorno più in valore la sua attività produttrice. E Roma, l’Augusta Signora dell’universo, appresta alle mutate condizioni le nuove vie del traffico internazionale.
Le strade più battute, fra le mediterranee, saranno, fin dal primo secolo dell’êra volgare, quelle, che, da Dicearchia o da Ostia, condurranno a Marsiglia, in Gallia, o a Cadice in Spagna, o le altre che da Pozzuoli per Messina proseguiranno alla volta della provincia d’Africa o dell’Egitto. Ma assai più importanti divengono ogni giorno le linee del traffico romano dei Paesi dell’est. Durante la Repubblica avevano dominato due linee terrestri attraverso l’Asia Minore. La prima, costeggiando le rive del Mar Nero, penetrava nell’Asia nord e centrale; l’altra si dipartiva dall’Eufrate per Mazaca, Apamea e Laodicea, fino ad Efeso, recando i prodotti naturali e industriali della Caldea, della Fenicia, della Siria, della Persia e dell’India, che colà attendevano d’essere alla loro volta caricati e trasportati in Italia[266].
Ma già, fin dagli ultimi anni della Repubblica, s’era cominciato a seguire una terza linea di comunicazione fra l’Occidente e l’Oriente, quella di Alessandria, la città che, dopo la riduzione dell’Egitto a provincia romana, accoglierà il maggior nerbo del commercio romano-orientale. Questa linea procedeva per terra o per mare. Per terra, era continuata da altre vie, fluviali e terrestri, attraverso l’Egitto, l’Arabia, fino alle Indie, a loro volta rotte e diramate a seconda delle occorrenze e delle destinazioni. Per mare, essa costeggiava tutta l’Asia sud-occidentale, e, grazie alla migliore navigabilità del Nilo e al più breve tragitto terrestre, era facilmente prevalsa sulle più antiche comunicazioni fra l’Europa e l’Oriente. Meglio ancora, ottant’anni circa dopo la conquista romana dell’Egitto, ai navigatori toccava la buona fortuna di scoprire i mussoni di nord-est e di sud-ovest. Una nuova linea, senza confronto più rapida e più agevole, si schiudeva così fra l’Africa e l’India; il commercio occidentale la ricalcherà senza interruzioni per ben quattordici secoli, ed essa ribadirà la soggezione economica di Roma all’Egitto, e quella del mondo intero all’una ed all’altro.
D’altro canto, l’Impero cessa di servirsi dei porti greci di transito per l’Oriente di cui s’era servita la Repubblica. L’Impero rivolge ai porti italici della costa occidentale della penisola Balcanica gli estremi residui del traffico greco con l’Asia. Non soltanto, dunque, l’Oriente ellenizzato, ma anche Roma e il nuovo Occidente romanizzato strappano alla Grecia la corona dell’antica gloria, la ricacciano in sempre più angusti confini, e finiscono col concludere definitivamente un fatale processo, che altri eventi memorandi avevano iniziato.
La nuova situazione della Grecia nel mondo.
La Grecia classica non ha a tutta prima la sensazione dell’abisso, in cui il nuovo rivolgimento del mondo la trascina. A tutta prima, l’inopinato rifiorire del vecchio Oriente sembra apportarle del bene. Il nuovo Paese, che sorge d’improvviso alle sue spalle, mancante di tutto e di tutto bramoso, par che ridesti la sua dormiente attività, che ridoni nuovi sbocchi e nuove clientele ai suoi mercati. Nei dieci anni di pacifico governo di Demetrio il Falereo, dal 317 al 307, rivive in Atene, ancora una volta, lo splendore di tempi oramai trapassati[267]. Non è solo il buon governo del suo improvvisato signore a colorare di luci rosee quel tramonto, che pure ha le sembianze di una nuova aurora. È il reflesso mendace del primo irradiarsi dell’ellenismo sul mondo. D’altro canto, l’acuta penuria di terre, di lavoro, l’eccesso di popolazione, di cui fin ora la Grecia ha sofferto, sembrano alleviarsi. Gli emigranti, che si recano all’estero, vendono a buon prezzo le loro terre; molte famiglie in patria inaridiscono, si spengono, e i loro beni vanno a ingrossare il patrimonio dei congiunti dei rami collaterali. Ma, appena le grandi città ellenistiche hanno oltrepassato il breve periodo critico dell’adolescenza, le concepite illusioni sfioriscono una dopo l’altra. Se finora Atene, come un dì la magnificava Senofonte[268], è stata l’umbilico del mondo civile, e le sue navi hanno potuto con eguale facilità toccare la Sicilia greca, la greca Napoli, il medio Adriatico, le città tracie, la Cirenaica, l’Asia Minore, Cipro, ora non più! Ora il mondo si è disteso assai più ad Oriente di un tempo. Ora Atene non è al centro, ma in un angolo dell’antico oichouméne[269]. Il nuovo ordito stradale, che i sovrani ellenistici vanno allacciando, consolida questa inferiorità, ch’è poi, in fondo, l’inferiorità di tutta la Grecia classica, dalla quale non si salvano che per breve ora alcune sue stazioni isolate: Corinto, grazie alla sua incomparabile situazione di regina di due mari e al suo privilegio di residenza greca dei monarchi macedoni[270], Rodi e qualcuna delle città costiere dell’Asia Minore, grazie alla minor distanza dal cuore del nuovo mondo[271]; poi, dopo la violenta, romana decapitazione di Corinto e di Rodi, Delo, diventa centro vitale del commercio italico nell’Egeo[272]. Ma non si tratta di splendori durevoli, nè di nuovi grandiosi centri di produzione o di civiltà, sibbene di effimeri porti e di stazioni marittime, che nulla hanno a competere con le rivali dell’Occidente e dell’Oriente, di brevi ed anguste vie di transito ad altri mercati e di prodotti altrui.
Le stoffe seriche, fin ora uscite dalle frequenti fabbriche di Coo, scompaiono poco a poco dinanzi all’affluire di quelle che provengono dall’Estremo Oriente[273]; l’Argolide e la Laconia chiudono, una dopo l’altra, le sonanti fabbriche di armi[274]; le miniere, di ferro e di rame, dell’Eubea vengono abbandonate[275]; l’arte del bronzo e delle chincaglierie si spegne in quella Egina, che ne era andata per secoli gloriosa[276]; le officine artistiche di Sicione si fanno deserte[277]; Atene — la stessa Atene — abbandona per sempre le sue ricche miniere di Laurio e le secolari industrie ceramiche[278]. Di quali materie — ripetiamo —, di quali prodotti naturali, di quali speciali attività poteva la Grecia disporre, che la mettessero in grado di resistere alla nuova concorrenza dell’Oriente e dell’Occidente?
Per altro lo sforzo stesso della conquista di un mondo nuovo si è rivolto contro il vecchio mondo, che l’ha intrapresa e miracolosamente condotta a termine. Le grandi e medie proprietà, che in Grecia ora si ricostituiscono, finiscono col mancare di braccia, e i loro prodotti non trovano più compratori. Per tal modo l’agricoltura, viene man mano abbandonata e cede il posto alla pastorizia o al deserto. È lo spettacolo, che offrono la Tessaglia, l’Attica, e, in modo ancora più impressionante, l’Eubea. Anche le città greche del Mar Nero, un giorno opulente esportatrici di cereali, prive della loro clientela, battute dalla insuperabile concorrenza dell’Egitto, dell’Africa e del nuovo Occidente, riducono poco a poco le tradizionali colture[279].
I piccoli proprietari vanno in rovina, e sono costretti a vendere il loro boccone di terra, ad emigrare, o ad arrolarsi quali mercenari. Taluni cedono altrui la propria terra, e restano come fittavoli sul podere, che un tempo era stato dei loro padri, o pigliano in fitto le terre, che i grandi proprietari o i templi pongono in aggiudicazione. Ma la terra non rende più. Il fitto ingoia il ricavato della vendita dei prodotti. È il fenomeno di cui ci sono documento terribile i conti dei beni del tempio di Delo nel periodo ellenistico[280]. Così i nuovi fittavoli precipitano tra la folla dei debitori; il loro raccolto è sequestrato; il lavoro dell’anno successivo, ipotecato dai debiti e dai suoi gravosi interessi.
Di contro a questa poveraglia rurale, andata in rovina, i pochi fortunati grandi proprietari del tempo passano la loro vita, come i baroni medioevali, banchettando e bevendo, litigando a mano armata o ricercando i più bassi godimenti, bramosi di scordarsi nell’ebbrezza delle miserie che li circondano, dei pericoli che li attendono[281].
Un fenomeno analogo ricorre nell’industria. Le officine si sono chiuse, e gli schiavi operai sono stati ridotti di numero. Ma non ci sono più operai liberi. Essi sono quasi tutti emigrati, e gli industriali non possono mai sapere se i pochi superstiti rimarranno al loro servizio fino al termine del lavoro intrapreso. Manca il lavoro e manca, al tempo stesso, la mano d’opera. I salarî sono assai più bassi che nel periodo classico[282], e intanto la messa in circolazione delle ingenti riserve auree dell’Oriente ha provocato una diminuzione della potenza di acquisto della moneta, ossia un accrescimento generale dei prezzi. Si hanno, nel IV-III secolo a. C., sensibili rincari dei cereali, del vino, dell’olio, del bestiame[283], e, in corrispondenza, di tutti gli altri generi, senza che il Paese trovi in se medesimo la forza di rimediare, giacchè, pur troppo, contemporaneamente, si svolge l’altra, parallela crisi, commerciale e industriale, e infieriscono ovunque le crudeli guerre dei Diadochi e degli Epigoni.
Quell’impoverimento, quell’indebitamento generale della Grecia nei secoli IV-III, che noi abbiamo visto dipendere da tante altre cause, e che continuerà ad essere il tratto caratteristico dell’economia del Paese nei due secoli successivi[284], dipende anche da questa impossibilità di lavorare, di guadagnare, di vivere.
Tale è la Grecia, nella quale, a mezzo il II secolo a. C. s’abbatte la nuova egemonia mediterranea romana, per assestarle l’ultimo colpo: sola, povera, relegata in un angolo del mondo, tagliata fuori dalle grandi arterie commerciali, vuotantesi d’uomini e di energie, invasa già dal rigore e dal gelo della morte. Nelle frequenti menzioni di Paesi, d’ora innanzi in rapporti commerciali con Roma, la Grecia non serba più che l’ultimo posto. Roma commercerà con la Sicilia, l’Africa, le regioni dell’Europa settentrionale e occidentale, l’Arabia, la Siria, la Persia, le Indie; poco o nulla con la patria di Epaminonda e di Temistocle[285]. Tutti i Paesi, un tempo soggetti all’impero del commercio ellenico, le coste dell’Egeo e del Mediterraneo, la Spagna, l’Italia, la Sicilia, la Libia, l’Egitto e l’Asia Minore[286], subiscono ora altri dominî ed altri dominatori, e signoreggiano essi stessi i territorî della Grecia classica. Atene, mutila d’industrie e di commerci, si adatta a vivere delle benevoli oblazioni di quei Romani, che vi dispenseranno regolarmente frumento, vi istituiranno dotazioni alimentari e ne pagheranno i giuochi pubblici. I mercati dell’Impero romano obliano, o quasi, gli antichi olii e gli antichi vini dell’Egeo[287]; e le frequenti strade, militari o commerciali, riattate o costrutte ex novo rimangono lontane da questa penisola, un tempo sorrisa dal bacio della prosperità e della gloria.
Nuove strade si apriranno in Palestina, in Egitto, nella provincia d’Africa, tra l’Italia e l’Europa centrale, in Ispagna, nelle Gallie, in Britannia, in Tracia, in Asia Minore, in Siria. La Grecia rimane tagliata fuori dall’empito di tante arterie di vita[288], se ne togli un tragitto attraverso le montagne dell’Epiro, paese che i Greci, veramente, non avevano mai considerato come ellenico.
Per mare e per terra risorgono la pirateria e il brigantaggio dei tempi primitivi, che l’intensa attività del commercio ellenico avevano fugato[289]. Ma i mercati e le grandi fiere, che un tempo, in giorni determinati, adunavano e agitavano tutta la nazione, dispaiono; sedi di fiere e di mercati sono divenute l’Africa, l’Oriente, l’Europa occidentale[290]. L’industria arena, regredisce all’originaria fase domestica; priva di sbocchi e di avvenire, si accontenta di bastare alla meno peggio ai bisogni locali.
Si maturava, esclama un moderno, un processo d’involuzione analogo a quello che subirebbe l’Inghilterra, ove perdesse d’un tratto la sua egemonia, commerciale e industriale, e scendesse al grado di Paese di secondaria importanza. Ricorreva, in anticipazione di secoli, quell’identico processo storico, che subiranno, con analoghe conseguenze, fra quindici secoli, alla scoperta dell’America, tutti i Paesi mediterranei. E come allora la prosperità e la fortuna passeranno dalle Repubbliche marinare dell’Italia alle città spagnuole, portoghesi, francesi, olandesi; dagli emporî meridionali a quelli occidentali dell’Europa moderna[291], così, ora alla nuova scoperta dell’Oriente ellenistico e della più giovane Europa occidentale, l’asse del mondo si sposta, dalla Grecia e dalla Magna Grecia, verso l’Asia, l’Egitto, l’Africa, l’Atlantico, provocando la decadenza delle nazioni, dalle cui sponde la Fortuna aveva esulato per sempre.
Note al capitolo secondo.
232. Sull’opera colonizzatrice di Alessandro e dei successori, cfr. J. G. Droysen, Les villes fondées par Alexandre etc., in Droysen, Hist. de l’hellenisme, II, 1884, App. III (trad. fr.).
233. Mayr, Lehrbuch d. Handelsgeschichte, Wien, 1894, pp. 27-29, 48 (trad. it. in Bibl. st. econ., vol. VI); Mommsen, Le province romane da Cesare a Diocleziano (trad. it. di E. De Ruggiero), Roma, 1887, pp. 330-32; Richter, Handel und Verkehr der wichtigsten Völker des Mittelmeeres im Alterthum, Leipzig, 1886, pp. 110 sgg.
234. Guiraud, Main d’oeuvre industrielle ecc., pagine 35-36; Beloch, Gr. Gesch., III, 1, 287-88 (1ª ed.).
235. Droysen, Hist. de l’hell., III, 61 sgg.
236. Blümner, Die gewerbliche Thätigkeit der Völker d. klass. Alt., Leipzig, 1869, 19 sgg. (trad. it. in Bibl. st. econ., II, 1).
237. Strab., 16, 2, 5.
238. Strab., 16, 2, 9.
239. Beer, Geschichte d. Welthandels, Wien, 1860-84, pp. 90-91. Su Seleucia, cfr. altresì Hüllmann, Handelsgeschichte d. Griechen, Bonn, 1839, pp. 237-54 e Beloch, Gr. Gesch., III, 1, 296 sgg. (1ª ed.).
240. Strab., 17, 1, 45; Mayr, op. cit., 29.
241. Lieblein, Handel und Schiffahrt auf dem Rothen Meere, Cristiania, 1886, pp. 99 sgg.
242. Droysen, op. cit., II, 773.
243. Noël, Hist. du commerce du monde, Paris, 1891, p. 23; cfr. Strab., 17, 1, 13.
244. Lumbroso, Économie polit. de l’Égypte sous les Lagides, Torino, 1870, 95-96, 130.
245. J. Kaerst, Geschichte d. hellenistichen Zeitalters, Leipzig u. Berlin, 1909, II, 1, 188 sgg.
246. A testimoniare della varietà dell’industria dell’Egitto greco suole citarsi un passo di una lettera di Adriano, riportato da Flavio Vopisco (Hist. Aug., 8, 5). La lettera imperiale è confermata da molti elementi dei papiri greco-egizi (cfr. Wilcken, Griech. Ostraka, I, 188 sgg.; Pr. S., 5124; P. Tebt., 385), richiamati da A. Calderini, in Aspetti e problemi del lavoro secondo i papiri, Milano, 1920, pp. 14 sgg.
247. Sulle macchine idrauliche e le relative menzioni nei papiri greci, cfr. A. Calderini, Macchine idrofore secondo i papiri greci, in Rendiconti del R. Ist. lombardo di sc. e lett., 1920, pp. 621 sgg.
248. Sull’agricoltura, sull’industria e sul commercio nel periodo ellenistico, cfr. le Revenue Laws of Ptolemy Philadelpus, Oxford, 1896, di Grenfell e Mahaffy e la relativa Introduzione, pp. XXXIV sgg.; i Griechische Ostraka ecc. del Wilchen, I, 664 sgg.; 681 sgg.; Lumbroso, op. cit. passim, e Robiou, Mémoire sur l’écon. polit. de l’Egypte (Paris, 1871), passim; E. Ciccotti, Il tramonto della schiavitù, pp. 134 sgg.; J. Beloch, Gr. Gesch., III, 1, 279 sgg. (1ª ed.); G. Luzzatto, Storia del commercio, Barbèra, Firenze, 1914, I, 85 sgg.; Bouchè Leclerq, Hist. des Lagides, Paris, 1906; III, 179-381; G. Glotz, in Journal des savants, 1913, pp. 206 sgg., 251 sgg.; Idem, Le travail en Grèce, parte IV, capp. I-V; E. Ciccotti, Lineamenti dell’evoluzione tributaria del mondo antico, Introd al vol. V della Bibl. di st. econ., 1921, pp. 30 sgg.; M. Rostovtzeff, A large estate in the third century B. C., Madison, 1922.
249. Strab., 17, 1, 13.
250. Richter, op. cit., pp. 112-13.
251. Hüllmann, op. cit., 202 sgg.; Noël, op. cit., pp. 59, 63; Mayr, op. cit., 49, 51; Beer, op. cit., 1, 106 sgg.; cfr. Pardessuss, Mémoire sur le commerce de la soie chez les anciens (estr. dalle Mémoires de l’Institut royal de France, Paris, 1832). Ecco il pensiero romano sul valore economico della provincia d’Asia, che formava appena un breve angolo dell’Asia Minore ellenistica: «tam opima est et fertilis ut et ubertate agrorum et varietate fructuum et magnitudine pastionis et multitudine earum rerum quae exportantur, facile omnibus terris antecellat» (Cic., De imp. Cn. Pomp., 6, 14).
252. Noël, op. cit., p. 50. Cfr. il quadro dell’importazione dell’Impero romano, disegnato dal Richter (op. cit., 144 sgg.), sia pure senza eccessivi riguardi per la cronologia.
253. Plin., N. H., 12, 84.
254. Plin., N. H., 6, 101.
255. Cfr. Beer, op. cit., I, 107.
256. Blümner, op. cit., 141-42; Büchsenschütz, Die Hauptstätten d. Gewerbfleisses im klass. Alterthum, Leipzig, 1869, p. 54.
257. Strab., 4, 1, 5 sgg.
258. Strab., IV, 1, 6; 9; 2, 1; 12 sgg.; 3, 2; 5; Noël, op. cit., 76 sgg.; Mayr, op. cit., 127 sgg.
259. Strab., IV, 1, 6; 12; 3, 2.
260. Strab., 5, 1, 11; Beer, op. cit., 1, 103. La crescente importanza commerciale della Gallia Cisalpina (e della Transalpina) risulta altresì dal numero delle corporazioni industriali ivi costituite. Cfr. Waltzing, Étude hist. sur les corporations professionelles chez les Romains, Louvain, 1895-900, II, pp. 158-59; Blümner, op. cit., 98 sgg.
261. Strab., 3, 2, 8; Blümner, op. cit., 127 sgg.; Hispania, in Diz. epigr. di E. De Ruggiero, 780 sgg.
262. Plin., N. H., 3, 7; 18.
263. Sull’importanza dell’Africa settentrionale, rispetto a Roma, cfr. Boissière, L’Algérie romaine, Paris, 1883, pp. 45-47, 56 sgg. G. Boissier, L’Afrique romaine, Paris, 1895, 136 sgg., 147. Su l’opera spiegata dai Romani in Africa, cfr. J. Toutain, Essai pour l’histoire de la colonisation romaine dans l’Afrique du nord, Paris, Fontmoing, 1896.
264. Manzi, Il commercio in Etiopia dai primordî alla dominazione musulmana, 1886, pp. 99 sgg., 113 sgg.
265. Strab., 4, 5, 3; [Eumen.], Paneg. Constantio, 9, 11; Cunningham, Lo sviluppo della industria e del commercio inglese (trad. it. in Bibl. Stor. ec., VI), pp. 55-56.
266. Beer, op. cit., 1, 105.
267. Diog. Laert., 5, 75. Le entrate di Atene tornano adesso a risalire a circa 1200 talenti (Duris, in F. H. G., II, p. 475, ed. Didot).
268. Xen., De vectig., I, 6.
269. Beloch, Gr. Gesch., III, 1, 286-87 (1ª ed.).
270. Beloch, op. cit., III, 1, 279 e fonti citate (1ª ed.).
271. Francotte, L’industrie en Grèce, I, 45-46; Glotz, Le travail dans la Grèce ancienne, pp. 395-400.
272. Hüllmann, op. cit., 253 sgg.
273. Blümner, Die gewerbliche Thätigkeit, p. 49.
274. Op. cit., 78, 83.
275. Op. cit., 87.
276. Op. cit., 90.
277. Plin., N. H., 36, 4, 9.
278. Blümner, op. cit., 67-68, 87.
279. Nel II secolo a. C. esse importano cereali; cfr. Pol., 4, 38, 5. Sui prezzi dei cereali in Egitto nel periodo Tolomaico, cfr. Wilcken, Ostraka, I, 667 sgg.
280. Glotz, op. cit., 415.
281. Pol., 20, 6, 5-6; Dicearch., I, 14-15 (in Geogr. Gr. minores, I, p. 103, ed. Didot).
282. Glotz, in Journal des Savants, 1913, pp. 259-60.
283. Beloch, Gr. Gesch., III, 1, 319-21 (1ª ed.); si confrontino i prezzi del periodo precedente, indicati dal Beloch stesso (op. cit., III, 1, 356-57, 2ª ed.). È strano perciò rilevare come questo storico concluda che «in generale la vita, nell’età successiva ad Alessandro, non divenne più cara».
284. Cfr. Liv., 42, 5; Pol., 15, 1 sgg.; 20, 6, 3.
285. Beer, op. cit., 1, 103 sgg.
286. Hüllmann, op. cit., 114 sgg.
287. Mayr, op. cit., 47-48.
288. Mommsen, op. cit., 270. Cfr. Leger, Les travaux publics au temps des Romains, Paris, 1875, pp. 179 sgg.; Bergier, Hist. des grands chemins de l’Empire rom., Bruxelles, 1728, I passim.
289. Sulla pirateria nei secoli II-I a. C., cfr. I. G., XII, 2, 860 (= C. I. Gr., 2335), 1, 8; Cic., De imp. Cn. Pomp., II, 31-32; App., Mithr., 63; sul brigantaggio terrestre, cfr. Strab., 12, 8-9.
290. Noël, op. cit., 75, 84.
291. Meyer, Die wirtschaftliche Entwickelung d. Altertum (in Jahrbuch f. Nationalökon, ecc., 1895 p. 728); Mayr, op. cit., 114, 116, 136; Beer, op. cit., II, 25-26.