II
DA SIGNA A EMPOLI.
Signa. — L'origine di quest'antico castello, oggi paese popoloso ed animato, è incerta, com'è restata nel mistero l'etimologia del nome col quale esso è distinto fin da tempi remoti. In antico esso ebbe fra i paesi toscani importanza non comune per ragioni militari ed al tempo stesso per cause di commercio. Situato nel luogo dove fin dal secolo XII esisteva l'unico ponte che fra Firenze e Pisa attraversasse il fiume Arno, nel punto dove facevano capo numerose ed importanti strade, il castello di Signa, piantato sul colle che dominava la confluenza del Bisenzio nell'Arno, fu considerato come un baluardo di guardia e di difesa del territorio fiorentino ed al tempo stesso come sede di uno dei più cospicui mercati di Toscana, perchè qui facevano sosta le merci che per mezzo del fiume o delle vie meglio praticabili venivano dirette a Firenze.
Quel ponte, che fu la prima origine dello sviluppo di questo castello, abbattuto dalle piene, sarebbe stato rifatto nel 1252 per opera soprattutto dell'influenza esercitata da un famoso pellegrino ed ospitaliero di Pescia, il Beato Allucio, al quale premeva soprattutto di salvaguardare la vita dei numerosi pellegrini, che allora vagavano per l'Italia, dai pericoli ai quali erano esposti dovendo traversar l'Arno in tempo di piena su chiatte sdrucite o su trasandati passatoi di legname. E il ponte medievale di Signa, per quanto più volte modificato e allargato, è appunto quello stesso che collega tuttora i capoluoghi dei due comuni di Lastra e di Signa.
Signa, fatta forte dai Fiorentini, più che altro perchè potesse opporsi alle invasioni dei Pisani, sofferse per opera di questi le più disastrose vicende e Castruccio Castracane, condottiero delle milizie di quella Repubblica, sdegnato per la resistenza trovata nei difensori del castello, ne smantellò nel 1325 le mura, abbandonò gli abitanti agli orrori del saccheggio e ruppe perfino il ponte sull'Arno.
Cessato il triste periodo delle lotte, Signa accrebbe notevolmente la sua importanza commerciale e divenne il centro più cospicuo di una fiorente industria tutta toscana: la lavorazione della paglia da cappelli. Anzi il Proposto Lastri, nel suo giocoso poema sul Cappello di paglia, la chiamò: L'industre Signa, onor del Tosco regno.
Del vecchio castello, che occupava il piano superiore della collina a piè della quale si distende oggi la parte più moderna e più popolosa del paese, non restano che una caratteristica porta castellana e varî tratti di mura. La vecchia Pieve di S. Lorenzo che, secondo l'antico costume, era fuori delle mura del castello affinchè ne' tempi guerreschi il fonte battesimale restasse libero agli abitanti della campagna, è oggi un semplice oratorio. Però se essa ha perduto i titoli ufficiali, conserva in molta parte la sua severa struttura e nell'interno un pregevole pergamo dell'XI secolo ed i resti di molti e notevoli affreschi che ne adornavano le pareti. L'attuale Pieve di Signa è dedicata a S. Giovanni Battista e fin da tempo lontano fu di patronato del Capitolo della Cattedrale fiorentina, del quale si vede sulla facciata lo stemma elegantissimo di terracotta invetriata. L'interno, originariamente a tre navate, ha subìto infinite trasformazioni, nelle quali sono stati però preservati gli oggetti d'arte che l'adornavano. Di questi, due specialmente meritano di essere ricordati: il bel fonte battesimale del 1480 ed un elegante ciborio che ricorda la maniera dei Da Majano. Popolarmente la Pieve di Signa è nota col nome della Beata, perchè custodisce le spoglie di una beata Giovanna da Signa, alla quale venne in questa stessa chiesa dedicata una cappella che Bicci di Lorenzo decorò di affreschi. Ma ora gli affreschi sono nascosti da telai, mentre altri che adornavano varie parti dell'edifizio sono scomparsi sotto lo scialbo. La chiesa di S. Maria in Castello che esisteva nel X secolo è affatto rimodernata e conserva appena una tavoletta ed un affresco del XIV secolo.
A Signa, la valle dell'Arno si trasforma completamente di carattere. Non più il fiume errante in mezzo all'ampia pianura limitata da poggi lontani; i poggi convergono invece verso il fiume, lo stringono fra le balze e i dirupi e sembra quasi che vogliano sbarrargli la via.
Il punto più angusto di questo tratto della valle è la gola della Golfolina o Gonfolina, dove un masso gigantesco detto delle Fate, sporge verso il fiume, spingendosi quasi attraverso alla strada tagliata alla base del monte. La località è orrida e pittoresca al tempo stesso e quel masso che fin da tempo remoto si trova designato come la Pietra Golfolina, è stato oggetto delle più fantastiche supposizioni de' vecchi scrittori. Molti di essi, a cominciare dal Villani, han detto che il monte che chiudeva la valle formando ne' piani sotto a Firenze come un gran lago, venne artificialmente tagliato per dar esito alle acque ed il volgo designò anche il santo che per opera miracolosa ruppe le aspre rupi e regalò all'agricoltura ampi terreni già lacustri. La scienza però ha facilmente dimostrato come fossero invece da accogliersi le ragioni di altri scrittori i quali affermavano che il taglio della Golfolina fosse naturale risultato delle corrosioni prodotte dalle acque nelle pietre arenarie che costituivano una potente barriera attraverso alla valle.
La stretta della Golfolina è formata dai poggi di Malmantile e di Artimino, alla base dei quali si cavano in gran quantità pietre che servono specialmente ai bisogni dell'edilizia fiorentina, dando vita ad una fiorente e profittevole industria.
Sul poggio, a piè del quale scorre l'Ombrone Pistojese, che porta all'Arno il tributo cospicuo delle acque dell'Apennino, sorgono il castello e la villa d'Artimino. Il castello, che oggi serba solo il ricordo delle sue antiche fortificazioni, era fino dal 1000 uno dei fortilizi a difesa del territorio della Repubblica Pistojese. Presso alle sue mura sorse fino dal X secolo la Pieve di S. Leonardo, edifizio che conserva in parte la struttura di quel tempo lontano e che possiede qualche opera d'arte d'un certo interesse.
La villa d'Artimino, oggi di proprietà dei conti Passerini-Bartolommei, fu una delle più splendide e più gradite residenze dei sovrani Medicei. Si racconta che il Granduca Ferdinando I, cacciando nel vasto parco che si distendeva dalle pendici del Monte Albano fino all'Arno, si soffermasse su di un'altura, dalla quale egli, compreso di profondo entusiasmo, potè profonder lo sguardo attraverso ad un ampissimo panorama e seguire i capricciosi serpeggiamenti dell'Arno da Firenze fino a Empoli. Parve a lui che nessun'altra località potesse prestarsi per crearvi un delizioso soggiorno ed al suo architetto favorito, Bernardo Buontalenti, che faceva parte della festosa brigata di cacciatori, comandò di costruirvi con ogni maggior sollecitudine un palazzo campestre. E la villa d'Artimino sorse difatti nel 1594 in quel luogo dov'era un giorno il vecchio castello.
L'edifizio fu degno della signorile opulenza della corte Granducale. Un ampio rettangolo con due torri ai lati, un'elegante loggia nella facciata, attorno un prato sorretto da gagliardi bastioni, di fianco tutti i fabbricati per il servizio, per la paggeria, per il materiale occorrente alle cacce e delle ampie scuderie. Nell'interno vasti e severi saloni decorati di pietrami, colle pareti rivestite di cuoi e di stoffe e corredati di tutte quelle comodità e di quelli ornamenti che si addicevano ad una corte divenuta famosa per il suo gusto artistico, per la sua magnificenza ed il suo sfarzo.
Leopoldo I, un principe dalle grandi vedute, un umanista che concepiva ed attuava le più ardite riforme, che rifuggiva dal fasto tradizionale dei suoi antecessori, non sentì per Artimino le attrattive entusiastiche di Ferdinando I e se ne sbarazzò senza rimpianto, concedendola ai marchesi Bartolommei.
Dalla Golfolina fino a Montelupo la valle dell'Arno continua ad essere angusta e serrata dai poggi, che con ripido declivio scendono fino al fiume, formando di tanto in tanto delle pittoresche e leggiadre vallicelle popolate di villaggi, di chiese, di ville.
Fra le località più interessanti di questo tratto della valle, alcune meritano uno speciale ricordo. Poggio alla Malva, ridente villaggio quasi arrampicato sulle pendici di un verdeggiante poggetto ed abitato da una popolazione di cavatori di pietra, ha nella sua chiesa di S. Stefano una bella tavola del XV secolo. Di faccia, sull'opposta riva dell'Arno, nelle cui acque tranquille si specchiano i suoi bruni fabbricati medievali, è il borgo di Brucianese, uno dei vecchi porticciuoli fluviali, dal quale trasse origine la famiglia fiorentina dei Pandolfini. Su di un colle vicino è la sua vecchia chiesetta, S. Maria a Lamole, nella quale due belle tavole, una di scuola botticellesca e l'altra della maniera di Filippino Lippi, subirono la mutilazione delle parti estreme per essere adattate dentro i barocchi pietrami di due altari. Sulla destra dell'Arno è la vecchia Badia di S. Martino in Campo, di faccia, sull'opposta riva, la deliziosa villa di Luciano degli Antinori, un giorno fortilizio degli Strozzi. Nel piano poi, lungo la via Pisana si distende il lungo borgo di Sanminiatello, nel quale le case si alternano colle fornaci che producono in gran copia orci, vasi e terraglie d'uso comune.
Sanminiatello costituisce come un sobborgo del vecchio ed interessante castello di
Montelupo. — Un modesto gruppo di case, che, secondo gli storici, si diceva in antico Malborghetto, esisteva nel luogo dove i Fiorentini, per tener testa ai Pistojesi ed ai Conti di Capraja loro alleati, eressero nel 1204 un forte e ben munito castello che custodisse il passo dell'Arno e l'accesso nella valle della Pesa. Colla costruzione di questo castello, piantato sulla vetta di uno scosceso poggetto, proprio dinanzi al vecchio fortilizio di Capraja, nacque anche il dettato fiorentino:
Per distrugger questa capra non ci vuole che un lupo.
Montelupo non ha grande importanza nella storia della nostra regione, perchè domati gli orgogliosi Conti di Capraja e caduta la loro residenza in possesso dei Fiorentini, si ridusse ad un modesto luogo d'osservazione affidato alle cure di un castellano e di pochi soldati che dovevano soprattutto guardare il ponte che attraversava il fiume Pesa.
Però più che per le vicende storiche, Montelupo acquistò importanza per la copia di fabbriche e di fornaci dalle quali uscivano terraglie e maioliche formate col limo dell'Arno.
Erano in generale oggetti d'uso comune, caratteristici per forma, ma rozzi di fattura; però vi fu un lungo periodo di anni nel quale il gusto ed il sentimento artistico influirono anche su questa industria paesana, la quale diffuse dovunque piatti con figure dipinte, grossolane immagini sacre e specialmente una quantità di piccoli vasi da vino e da acqua chiamati boccali, divenuti così comuni, che per denotare cose universalmente note si soleva dire che erano scritte anche sui boccali di Montelupo.
La storia della ceramica di Montelupo meriterebbe una diffusa illustrazione che nel caso nostro sarebbe superflua ed inopportuna: basterà rilevare che allo sviluppo artistico di questa produzione locale influirono specialmente gli artefici che, chiamati qui da Faenza fino dal XV secolo, seppero imprimerle il gusto e la leggiadrìa proprî di quell'arte fiorentissima nella loro città. Montelupo ha saputo serbare fino a' nostri tempi una certa supremazia in tal sorta di lavori, e se negli ultimi tempi il sentimento artistico cedette completamente il posto ai generi d'uso comune, oggi quel sentimento torna ad allietare i prodotti delle sue vecchie fornaci.
Edifizi d'importanza speciale non esistono in questo pittoresco luogo. Il Palazzo Pretorio, oggi del Comune, non serba che gli stemmi di alcuni Podestà che vi risiedettero, il vecchio castello e la chiesa che vi stava dentro non son più che un ammasso di rovine, e nulla d'interessante si riscontra nemmeno nella casa dove la tradizione afferma avesse i natali Baccio da Montelupo, valente scultore della prima metà del XVI secolo.
La Pieve di S. Giovanni Evangelista, riedificata nel XVIII secolo, non ha altro d'importante che alcune opere d'arte che vi furono trasportate dalla cappella della rocca e dalla vetusta Pieve di S. Ippolito, che sorge a qualche distanza dal castello. Di queste opere le più importanti sono due antiche tavole: una che rappresenta l'incoronazione della Vergine in mezzo ad angeli e a cherubini, opera della prima metà del XV secolo; l'altra nella quale sono raffigurati la Vergine ed il bambino fra i Santi Lorenzo, Giovanni Battista, Agostino e Rocco, dipinto pregevolissimo per composizione, per disegno e per colorito, che può ritenersi uscito dalle mani di Sandro Botticelli.
La vecchia Pieve di S. Ippolito, posta a breve distanza da Montelupo, a destra della Pesa, è un edifizio dell'XI secolo, colle mura a filaretto di pietra e le finestrelle a feritoja. Nell'interno, in gran parte trasformato, non rimane che un grandioso ciborio di marmo colla raffigurazione dell'Annunciazione e una grande dovizia di leggiadri adornamenti che ricordano la maniera di Mino.
Sant'Ippolito è posta lungo la via che guida in Val di Pesa, una vallata fertile ed ubertosa, sparsa di castelli e di località importantissime per ricordi storici, ricca di palagi campestri e di chiese che accolgono larga dovizia di opere d'arte. Ma Val di Pesa per queste ragioni ha dato argomento ad interessanti studi illustrativi, nè consentirebbe il cenno fugace che potremmo qui dedicarle. Ad ogni modo, trattandosi di località non troppo lontana dalla valle dell'Arno, non sappiamo resistere al desiderio di additare uno dei luoghi, che nei rispetti dell'arte, come in quelli della storia, offre una speciale attrattiva; vogliamo dire il castello di Monte Gufoni, la forte residenza degli Acciajuoli, dimora di Messer Niccolò Gran Siniscalco del Regno di Napoli, quando deliberò la costruzione della celebre Certosa del Galluzzo, la villa mirabilmente splendida e suntuosa di quella potente famiglia, ridotta oggi ad un modesto asilo di numerose famiglie. Lo abbiamo fatto anche per offrire ai nostri lettori la riproduzione di una bella stampa dello Zocchi, dalla quale si può avere un'idea della grandiosità e delle bellezze della villa e del superbo parco che un giorno l'allietava.
MONTELUPO — CHIESA DI S. GIOVANNI EVANGELISTA. BOTTICELLI: MADONNA COL BAMBINO E SANTI. (Fot. Alinari).
Ed ora, chiusa questa breve divagazione, ritorniamo senz'altro sulle rive dell'Arno.
Dice un vecchio dettato fiorentino:
Da Montelupo si vede Capraja,
Dio fa le persone e poi le appaja.
Capraja sorge dirimpetto a Montelupo sopra ad un poggetto scosceso che colle sue balze franose va lentamente precipitando nell'Arno che ne corrode la base. Di origine remota, fu il castello, feudo di un ramo dei Conti Alberti di Mangona che si chiamò dei Conti di Capraja, famiglia che ebbe grande autorità ed importanza, tanto che varî individui da essa derivanti, chiamati in Sardegna, furono Giudici o governatori della Gallura e di Arborea. Ma a parte i diritti dei suoi conti, su Capraja dominarono soprattutto i Pistojesi i quali nelle fiere lotte delle fazioni, tennero costantemente ben munito quel forte castello che poteva considerarsi come una vedetta, come una minaccia permanente a danno dei luoghi dell'opposta riva del fiume facenti parte del contado fiorentino. Ciò che dette ragione ai Fiorentini di edificare proprio di fronte a Capraja, per paralizzarne l'azione, il forte castello di Montelupo.
A Capraja, se ne togli il pittoresco aspetto della sua giacitura, nulla attrae l'attenzione del visitatore. Nella sua pieve nessun oggetto d'importanza, della sua rocca restano appena poche tracce insignificanti; e dei suoi fabbricati parte sulla piaggia del monte, parte arrampicati sulla ripida pendice o sorgenti sul piano, nessuno presenta un interesse architettonico.
Qualche fornace che sorge sulla riva dell'Arno, coi suoi prodotti d'uso comune e con artistiche riproduzioni, fa oggi la concorrenza a Montelupo, quasi ad evocare il ricordo delle vecchie gare che spingevano l'un contro l'altro gli abitanti dei due castelli, mentre ora non si tratta che di pacifiche concorrenze industriali.
Al di là di Montelupo, oltrepassato il fiume Pesa, sorge l'Ambrogiana, grandioso edifizio dominato da torri che sorgono su ciascuno dei suoi quattro angoli. Fu in origine un palazzo di campagna della famiglia Ambrogi, donde le venne il nomignolo di Ambrogiana; poi fu degli Ardinghelli e successivamente passò fra i domini della corte Medicea. Non fu mai un vero e proprio luogo di villeggiatura della suntuosa famiglia toscana, ma una semplice stazione, un luogo dove facevano sosta i Granduchi e i Principi, allorchè nelle loro pesanti e sfarzose carrozze viaggiavano fra Firenze, Pisa e Livorno. Nelle ampie sale terrene sedevano a mensa o riposavano i regali personaggi quando, per romper la monotonia della lunga gita o per sfuggire alle burrasche od alla sferza del sole, trovavano qui un comodo asilo, mentre le vaste scuderie accoglievano le grandiose carrozze e il gallonato personale di servizio.
Ma l'Ambrogiana non ebbe ne' tempi moderni il vanto di ricordare il fasto dei secoli passati, perchè, abbandonata dagli ospiti illustri, servì prima di carcere femminile, poi fu destinata modernamente ad accogliere, come manicomio penale, una falange di degenerati e di furfanti.
Oltrepassati i due poggi di Montelupo e di Capraja, la valle dell'Arno si allarga nuovamente per formare la vasta pianura empolese, ai lati della quale fanno ala le dolci e fiorenti colline e le alte poggiate.
Sulla destra, il Montalbano inalza la sua vetta maestosa che domina il Valdarno e la pianura pistojese. Su quella vetta un delizioso casino offre un comodo rifugio e serve di luogo d'osservazione per godere il panorama infinito che da ogni lato attorno ad esso si distende. Di lassù l'occhio si posa su Firenze mollemente assisa fra la deliziosa corona dei suoi colli, si spinge fino alle vette eccelse e nevose dell'Apennino, dopo esser passato sui caseggiati delle città di Prato e di Pistoja; dall'opposto lato la visuale va fino ai monti di Volterra ed al lontano Monte Amiata, per giungere, seguendo il corso dell'Arno, fino al mare, che nei lieti tramonti estivi scintilla come un'aurea lastra, come una linea di fuoco.
Sulle cime del Montalbano spiccano colle loro masse brune la torre di Sant'Allucio che la tradizione addita come rifugio solingo di quel romito errabondo, le rovine maestose della chiesa di S. Giusto, un edifizio del X secolo, che fu per pochi secoli asilo di solitari monaci e la vecchia badia benedettina di San Baronto, dove su prati verdeggianti si festeggia annualmente, coi canti, colle danze campestri e coi giocondi ritrovi, la venuta del maggio fiorito e ricreante.
Dalle balze di Montalbano si stacca la lunga linea di basse colline, che popolate di paesi, di villaggi e di case fanno argine dal lato di tramontana alla pianura solcata dall'Arno.
Sulla quieta riva del fiume è Limite, un villaggio popoloso che per la sua felice giacitura, per la prosperità del commercio ha modernamente tolto al vecchio castello di Capraja il diritto d'esser sede dell'antico comune. Limite possiede una specialità degna di nota. Posto sulla sponda di un fiume che non è quasi mai navigabile, esso ha un cantiere navale, antico e riputatissimo, che vara annualmente dei piccoli bastimenti costruiti con tutte le regole e con tutte le forme prescritte dalla scienza marinaresca!
Sulla sinistra sponda dell'Arno altre colline, che formano l'estreme pendici di un contrafforte che divide le due valli della Pesa e dell'Elsa, inalzano il loro pittoresco profilo. Più alta di tutte le altre è quella di Monte Castello, dove una villa signorile occupa il luogo di una rocca fortissima che da otto secoli appartiene alla celebre famiglia fiorentina de' Frescobaldi.
Giù nel piano poi, fra Montelupo ed Empoli, si succedono lungo la via Pisana borghi e casali popolosi.
Primo: la Torre che prende nome dalla torre di un vecchio e ben difeso mulino sull'Arno, poi Fibbiana che ha nella sua chiesa una statua di S. Rocco di Giovanni Della Robbia, quindi Cortenova dove la chiesa di S. Maria conserva una Annunciazione dipinta a fresco dai Gaddi e finalmente Pontorme. Il torrente Orme che scende dai poggi di Montespertoli ed il ponte turrito che un giorno lo attraversava, dettero il nome e lo stemma al castello ed al comune, riuniti più tardi a quello di Empoli.
FIRENZE — PALAZZO VECCHIO — ESPUGNAZIONE DEL CASTELLO D'EMPOLI (AFFRESCO DEL VASARI). (Fot. Alinari).
Il castello di Pontorme, ai ricordi della sua storia interessante fin dai tempi della dominazione feudale e soprattutto nelle vicende delle lotte fra le repubbliche toscane, unisce il vanto di essere stato culla di un geniale artista del XVI secolo, Jacopo Carrucci, che dal nome del loco natìo volle chiamarsi il Pontormo. A lui appartengono due tavole rappresentanti S. Giovanni Evangelista e S. Michele Arcangelo che adornano un altare della chiesa principale del vecchio castello, S. Michele Arcangelo, chiesa che conserva pure un dipinto ritenuto del Cardi da Cigoli, un altro del Macchietti e un caratteristico fonte battesimale del XIV secolo collo stemma del Comune.
Pontorme, che non possiede più nè il suo ponte turrito, nè le sue torri, nè le mura, distrutte da una piena dell'Orme, è oggi un popoloso e industrioso sobborgo della vicina terra di Empoli.
EMPOLI.
Vi fu un tempo nel quale Empoli fu il centro commerciale più importante di tutto il contado fiorentino. Posta nel mezzo della Toscana, dove convergono gli stradali che la valle dell'Arno mettono in comunicazione colle contrade più popolose e più ricche della nostra regione, circondata da campagne feracissime e da luoghi popolosi, la terra d'Empoli fu come una grande stazione, un immenso deposito di tutti i prodotti del suolo, di tutte le merci che servivano ai bisogni di una gran parte della città e dei paesi di Toscana. Forse da questa sua qualità di emporio di commercio, fiorentissimo fino dall'epoca lontana de' feudi imperiali ne' quali era qui un notissimo mercatale, deve rintracciarsi l'origine del nome di Empoli.
La sua storia sarebbe lunga e difficile a riassumersi, perchè si connette agli avvenimenti più importanti della storia generale della regione nostra.
Certo fu qui un vico e forse di un certo interesse, anche ne' tempi Romani, a giudicarlo dai molti frammenti di marmoree decorazioni scavati nel suolo rialzato dalle alluvioni dell'Arno ed impiegati anche nella costruzione della facciata della pieve, una delle più antiche e più famose di Toscana. E fu dinanzi a questa pieve quel mercatale ricordato fin da' tempi in cui, protetti dall'autorità imperiale, dominavano sui luoghi vicini i Conti Guidi, i Conti Cadolingi ed i Conti di Capraja, mentre attorno ad essa, lungo la grande strada Pisana, si formava un popoloso borgo che fu il primo nucleo del nascente castello.
EMPOLI — GALLERIA DELLA COLLEGIATA — ANGELI DIPINTI DAL BOTTICINI, NEL DOSSALE D'ALTARE. (Fot. Alinari).
Liberata con pertinaci ed ardite intromissioni, colla forza delle armi e coi trattati, questa plaga del Valdarno dalla prepotenza audace dei signorotti, la Repubblica di Firenze dedicò ogni sua cura a dar largo sviluppo a questo luogo che doveva esser per lei e per il suo commercio centro di prosperità e di forza, e dopo averlo munito di mura gagliarde, di torrioni e di fossati, dette forma e regolarità all'interno fabbricato, traendo dall'esempio delle antiche colonie Romane quel tipo regolare, adottato successivamente nella costruzione di tutti i castelli del contado fiorentino.
Lotte, assedî, scorrerie, invasioni, saccheggi non mancano di essere registrati nella storia del castello di Empoli, il quale, come fu oggetto di grandi premure per parte dei Fiorentini, così fu costantemente mèta delle ambizioni e dei desiderî delle altre repubbliche rivali e di quella di Pisa in ispecie.
De' molti avvenimenti che alla storia empolese si riferiscono, due specialmente meritano d'esser rammentati: il celebre consiglio che i Ghibellini vittoriosi a Montaperti tennero qui nel 1260 e nel quale sarebbe stata inesorabilmente deliberata la totale distruzione di Firenze, se Farinata degli Uberti con nobile e fiera arditezza non avesse difesa la patria a viso aperto; l'altro la espugnazione del castello per parte delle truppe mercenarie che muovevano ai danni di Firenze, avvenuta il 29 maggio del 1530, più che per valore di nemici o per impotenza degli assediati, per debolezza e forse per tradimento di due degeneri cittadini di Firenze.
La caduta d'Empoli, che il Guicciardini chiamò il granajo della Repubblica di Firenze, fu il colpo più fatale per la minacciata città, la quale, stretta da ogni parte, impotente a rifornirsi di vettovaglie, dovette cedere e rinunziare per sempre alla sua gloriosa libertà.
Empoli non è oggi meno importante di quel che fosse in antico per il suo movimento commerciale, per numero di abitanti, per le industrie che vi prosperano, e si potrebbe annoverare fra le città considerevoli della Toscana, se qualche decreto degli antichi sovrani le avesse concesso questo titolo in luogo di quello precedentemente assegnatole di terra nobile.
Ben fabbricata, ricca di chiese e di palazzi che sorgono sulle vaste e decorose piazze e lungo le vie ampie e dritte, Empoli va di continuo allargando il suo caseggiato, tanto dalla parte della ferrovia, quanto da quella dell'Arno, dove sono sorti nuovi ed eleganti quartieri, resi più gai da vaghi giardini e da ombrosi viali.
Degli edifizi empolesi il più importante è la chiesa collegiata di S. Andrea che gli storici fanno risalire al V secolo e che nel corso degli anni subì innumerevoli trasformazioni, suggerite dallo svolgersi del gusto e del sentimento artistico. La parte più antica dell'edificio è la sezione inferiore della facciata, incrostata di marmi bianchi e neri disposti in forma identica a quella di altre chiese di Firenze e del suo territorio, come S. Salvatore del Vescovo, S. Miniato al Monte, la Badia Fiesolana. Una iscrizione incisa nel fregio superiore, determina l'epoca della costruzione, l'anno 1093. L'interno, che doveva essere d'aspetto grandioso e solenne, diviso in tre navate coperte da tettoje a cavalletti, fu ridotto nel secolo XVIII allo stato presente dall'architetto Ruggeri, il quale volle pur completare la facciata deturpandola con una goffa imitazione delle parti originarie. Della primitiva struttura del tempio non restano che poche tracce. Ciò che sussiste e che dà al monumentale edifizio un'altissima importanza è la ricchezza non comune delle opere d'arte che adornano la chiesa e che costituiscono il ricco corredo di una Pinacoteca, modernamente raccolta ed ordinata nell'ampia cappella di S. Sebastiano ed in altri locali attigui.
EMPOLI — GALLERIA DELLA COLLEGIATA — DELLA ROBBIA: DOSSALE D'ALTARE CON LA VERGINE E SANTI. (Fot. Alinari).
Tanta dovizia ci costringe, data l'indole di questa illustrazione, ad un fugace e semplice accenno delle opere più rilevanti.
EMPOLI — GALLERIA DELLA COLLEGIATA — DELLA ROBBIA: DOSSALE D'ALTARE CON S. ANSELMO E SANTI. (Fot. Alinari).
Principale adornamento della Galleria Empolese, costituita fin dal 1859, è il dossale d'altare che accoglie nella nicchia centrale la vaghissima statua di S. Sebastiano, squisitamente scolpita da Antonio Rossellino e che è posta in mezzo a due tavole con angeli dipinti da Francesco di Giovanni Botticini. Delicatissime sono le storiette del gradino, mentre le decorazioni ornamentali in legno, di una eleganza e di un gusto delicato, sono opera del legnajuolo fiorentino Cecco Bravo. Un altro dossale è pure di grande interesse: lo scolpì lo stesso intagliatore valentissimo e le due tavole nelle quali sono effigiati S. Andrea Apostolo e S. Giovanni Battista sono dello stesso Botticini, uno dei più fedeli e valenti discepoli del Verrocchio. Di quest'opera egli ebbe commissione nel 1484; ma la morte lo colpì prima d'averla compiuta, talchè il lavoro dovette esser finito dal figlio di lui Raffaello, pur esso artefice di alto ingegno. Lorenzo Monaco degli Angeli è rappresentato in questa raccolta dall'ancona nella quale si vede la Vergine col bambino Gesù seduta fra i santi Pietro, Giovanni Battista, Domenico e Antonio Abate, e fors'anche nel trittico proveniente dalla Pieve di Monterappoli e in due altri laterali di trittico. Oggetto di vive discussioni fra i critici è stata la tavola raffigurante l'Annunciazione, nella quale a taluni sembra veder la mano di Filippino Lippi, ad altri quella dello stesso Botticini; al quale si attribuisce pure una tavoletta con varî angeli danzanti deturpata da barbarici restauri. Altre opere di pittura si additano come cose di Bicci di Lorenzo, di Pier Francesco fiorentino, di Lorenzo di Credi, di Fra Bartolommeo. Varî dipinti sono fra le opere certe di due pittori, diremo così locali, l'Empoli ed il Cigoli. Copiosa è poi la raccolta di tavole della maniera giottesca, tantochè si potrebbe dire che la piccola Pinacoteca di Empoli, nei dipinti che la costituiscono, riassume rapidamente lo svolgimento dell'arte fiorentina dal XIV al XVII secolo.
Notevoli sono pure diversi lavori di scultura e di plastica. Una Madonna col bambino, gentile lavoro di schiacciato rilievo, è, non senza ragione, attribuita a Mino: di terrecotte invetriate, oltre al gruppo della Vergine col bambino Gesù che stava già all'esterno del Palazzo Pretorio e che fu perciò vandalicamente deturpato, è da attribuirsi ad Andrea Della Robbia anche un tondo colla mezza figura dell'Eterno Padre. Dei tre dossali d'altare con altorilievi in terracotta colorita, senza invetriate, provenienti dalla chiesa di S. Maria a Ripa, due presentano qualità che li farebbero ragionevolmente attribuire alla maniera di Giovanni Della Robbia. Generalmente però, si davano come lavori di Giovanni Gonnelli detto il Cieco da Gambassi, mentre per uno solo vi sarebbero caratteri approssimativi per giustificare cotesta attribuzione. Del resto è abbastanza noto che in altri tempi, come si davano per cose di Luca Della Robbia tutti i lavori di terracotta invetriata, così si battezzavano col nome del Cieco da Gambassi tutte le terrecotte colorite e mancanti d'invetriato; naturalmente, più tardi, la critica ha pensato a metter le cose a posto.
EMPOLI — CAPPELLA DELLA MISERICORDIA IN S. STEFANO — BERNARDO ROSSELLINO: L'ANNUNCIAZIONE. (Fot. Alinari).
La chiesa di S. Andrea, per quanto spogliata a profitto della Pinacoteca, non è restata del tutto priva di opere d'arte; una tavoletta fa pensare a Cimabue; vi sono dei frammenti di affreschi giotteschi, un dipinto del Ligozzi, una piletta della maniera di Donato Benti, un caratteristico leggìo di bronzo, mentre nella cappella del Battistero l'attenzione del visitatore è attratta dall'affresco murale che la critica giudica unanimemente come opera di Masolino da Panicale, da due statue di legno colorite del XV secolo e dall'elegante e originale fonte battesimale che si vuole della scuola di Michelozzo.
La chiesa di S. Andrea a Empoli ha un bel campanile di stile ogivale del XV secolo, quel campanile dal quale, seguendo uno strano e ridicolo uso, si faceva annualmente «volare» sulla sottostante piazza — abbandonandolo lungo una corda tesa, in declivio — un povero somaro nobilitato dall'appendice di due ali dorate.
Dopo la Collegiata, l'altra chiesa più importante di Empoli è quella di S. Agostino, già di S. Stefano, che serba tracce della sua struttura del XIV secolo. In essa pure sono degne di nota alcune opere d'arte: la tavoletta di S. Niccolò da Tolentino del Bicci, una lunetta colla Vergine, il bambino e due angioli di Masolino, e, pregevoli soprattutto come esempi geniali d'arte decorativa, gli ornamenti di legname intagliato e dorato di due altari del XVII secolo.
La Cappella dell'Annunziata, oggi sede dell'Arciconfraternita della Misericordia, ha sull'altare le due figure in marmo di tutto rilievo dell'Annunciazione, scolpite da Bernardo Rossellino.
Più moderna è la chiesa della Madonna del Pozzo o di fuori, ridotta alla forma presente nel 1621 dal Fracassa, architetto empolese, il quale seppe darle un aspetto gajo, armonioso e correttissimo di forme.
Porta Pisana, celebre pei ricordi dell'assedio, trasformata da Cosimo I de' Medici per ragioni di difesa, il palazzo Martelli dove vuolsi che si adunasse il celebre consiglio dei Ghibellini dopo Montaperti e che ha la facciata adorna di affreschi della fine del XVI secolo, i resti della Rocca, incorporati nella fabbrica dello Spedale, la grandiosa fontana scolpita dal Giovannozzi, sono le altre cose che attraggono l'attenzione di chi visita questa terra che ai ricordi gloriosi della sua storia accoppia le eleganti e gaje manifestazioni della vita moderna.