The Project Gutenberg eBook of Illustrazione delle medaglie dei dogi di Venezia denominate Oselle
Title: Illustrazione delle medaglie dei dogi di Venezia denominate Oselle
Author: Leonardo Manin
Release date: September 25, 2008 [eBook #26701]
Language: Italian
Credits: Produced by Piero Vianelli
Produced by Piero Vianelli
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[T0] = Titolo di livello 0 = Level 0 Title.
[T1] = Titolo di livello 1 = Level 1 Title.
[I[ = Inizio corsivo = Beginning of italic.
]I] = Fine corsivo = End of italic.
[SC[ = Inizio maiuscoletto = Beginning of small caps.
]SC] = Fine maiuscoletto = End of small caps.
[Gr[ = Inizio alfabeto greco. = Beginning of Greek alphabet.
]Gr] = Fine alfabeto greco. = End of Greek alphabet.
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Errata…Corrige
Paolo Renier, ultima riga del paragrafo. Paolo Renier, last line of
the paragraph.
errata
… dell'anno mille settecento e sessanta …
corrige
… dell'anno mille settecento e settanta …
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Uniformità nel trattamento degli spazi dopo gli apostrofi: legamento
con la parola successiva in caso di elisione, spazio nel caso di
troncamento.
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Sono stati attribuiti i corretti accenti gravi ed acuti, nel testo
originale tutti acuti.
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[Copertina]
[T0] ILLUSTRAZIONE DELLE MEDAGLIE DEI DOGI DI VENEZIA DENOMINATE OSELLE.
Edizione seconda con correzioni ed aggiunte.
Venezia, co' tipi di Pietro Naratovich.
1847.
[Dedica]
Al Nobile Signore Andrea Giovanelli, Patrizio veneto, Conte dell'impero, membro onorario del Veneto Ateneo e presidente della IX Riunione degli Scienziati in Venezia.
[Prefazione]
Carissimo Cognato!
Se nell'anno 1834, nell'occasione per me di letizia del collocamento di una mia Figlia, la vostra gentilezza ha voluto pubblicare colla stampa una mia memoria, non vi dispiaccia che per dimostrarvi la viva mia compiacenza nella circostanza per voi onorevolissima, qual è quella di vedervi meritatamente destinato a presedere al Nono Congresso degli Scienziati Italiani, io ne pubblichi una seconda edizione fregiandola del nome vostro.
Il mio lavoro richiama antiche cose patrie, e so quanto vi sta a cuore tutto ciò che riguarda l'amatissima nostra patria. Mi lusingo quindi, che se altra volta accoglieste graziosamente quel lavoro, non vi riesca discaro, nell'esaurimento dei primi esemplari, di vederlo pubblicato di nuovo. Aggradite la mia intenzione, e ritenetela come un piccolo contrassegno dell'affetto, della stima e della sincera gratitudine che vi si professa.
Venezia, il 10 settembre 1847.
Il vostro amorosissimo cognato Leonardo Manin.
[Testo]
La Storia dell'antico Governo de' Veneziani, con solerte cura ne' passati anni dettata da ragguardevoli stranieri, abbenché col suo cadere la importanza ne scemasse, non venne accompagnata giammai, che io mi sappia, dallo esame delle medaglie relative ai fatti Storici della Veneziana Repubblica. Lo studio e la ricerca delle medaglie in generale sempre piacevole riuscì e vantaggioso, e perché in pochi segni i più importanti avvenimenti delle nazioni raccolgonsi, e perché alcune volte i costumi de' popoli quasi in compendio ci rappresentano. Le medaglie, nel mentre che il tempo, il ferro ed il fuoco logorano, rovinano e distruggono la magnificenza dei templi, la bellezza degli archi e delle colonne, l'altezza delle piramidi e de' monumenti, le medaglie, io diceva, ci conservano perenni le memorie delle nazioni rimote, e sulla celebrità de' loro fasti con franco piede passeggiano. Di questo studio a' giorni nostri si onorano i principi, si fregiano i ricchi, e gli stessi dotti e letterati uomini ad esso in gran parte delle proprie cognizioni si confessano debitori. Siccome sugli accaduti avvenimenti l'origine loro è fondata, così le molte volte sono la base principale ai racconti degli storici. Simili considerazioni me invogliarono a tessere la storia delle veneziane medaglie, la quale con le epoche successive dei tempi e dei Dogi fino al termine di quell'aristocratico Governo ci conduca; né mi aggirerò perciò fra le tenebre de' prischi tempi a mendicare tavole o monete che dilucidino troppo vetusti avvenimenti: altri il tentarono, e tornò ad essi vergogna e disdegno. La serie delle medaglie, delle quali io sono per esporre le illustrazioni, conta la sua origine da pubblico decreto del Consiglio Maggiore. La importanza di questa illustrazione fu pur anche riconosciuta dal celeberrimo Bibliotecario che fu della Marciana, Cavaliere Giacopo Morelli, nell'appendice al catalogo della libreria raccolta dal sig. Maffio Pinelli, nella quale ragionando della pregevole serie delle monete veneziane dallo stesso raccolte e possedute, vi annovera pur anche quella delle Oselle, la quale, per l'uso che eravi annualmente di mettervi nei rovesci le memorie di qualche fatto della Repubblica in quell'anno accaduto, presenta una idea storica delle cose più memorabili di quel Governo. E di fatti, dai più dotti scrittori ci viene commendata la utilità di queste parziali illustrazioni, e su di esse si occuparono le penne di Bizot per la storia metallica della Olandese Repubblica, di De-Bie per la sua Francia metallica, del Bonanni per le medaglie dei Romani Pontefici, senza enumerare tanti altri, che i secoli dei particolari monarchi illustrarono, o che di singole medaglie o monete trattarono. La stessa serie di queste nostre fu in parte fino a' suoi giorni dall'ab. Palazzi illustrata ne' suoi Fasti Ducali, accompagnando le Vite dei Dogi da esso lui dettate con la impronta delle loro medaglie. Dietro a lui ne' posteriori tempi succedettero ed il padre Cassinense don Silvestro Rovere nello estendere la vita del Doge Silvestro Valier, e Domenico Pasqualigo nella sua Notizia giornale storica per la morte di Luigi Sebastiano Mocenigo. Trovansi pure impresse le Oselle dall'anno 1700 fino all'anno 1787 nell'opera di M. Michele Benaven che porta per titolo: [I[Le Caissier Italien]I], vol. 2, Lione 1787. Ma niuno dalla epoca della loro istituzione fino alla caduta dell'aristocratica dominazione di tutte fece parola; benché di simili raccolte di veneziane medaglie molti de' nostri musei forniti fossero, e di alcuni di essi il catalogo si pubblicasse, fra i quali il Pisano, il Naniano ed altri, nonché quello dell'abate Bottari di Chioggia, dal Rubbi inserito ne' diversi tomi de' suoi elogi.
La serie delle veneziane medaglie distinte col nome di Oselle, non ancora per intiero pubblicata, col cessare dell'antico Veneziano Governo ebbe il suo compimento. Né di altre medaglie di famigerati uomini ragionare intendo, né delle famigliari degli stessi Dogi, le quali tutte ci condurrebbero a troppo lunga diceria. Queste generalmente le particolari circostanze de' cittadini riguardano, o illustri per reggimenti e governi, o celeberrimi per imprese guerresche, o famosi per coltura di lettere, e la serie di esse forse interminabile si riconosce. Le illustrazioni dunque delle Oselle, cioè di quelle medaglie che per decreto del Supremo Maggior Consiglio dai Dogi per ciaschedun anno a' nobili in dono distribuivansi, alla pubblica luce presento, affine di riconoscere a quale avvenimento più ragionevolmente nel corso degli anni l'impronta di cadauna attribuire si debba; e sperar voglio, che non disaggradevole ed inutile impresa questa debba riuscire, che le gloriose geste dei nostri maggiori con verità rammenta. Prima di entrare in materia, a questo luogo osservare mi piace, che anche la vicina Città di Murano per antico privilegio ogni anno nella Zecca di Venezia coniare una moneta d'oro o d'argento faceva, al peso della veneta Osella, con la epigrafe [I[Munus Comunitatis Muriani]I], delle quali ogni anno dispensa facevasi al Doge, al Podestà del luogo, al proprio Consiglio dei XXV, ed alle primarie cariche interne. Sovra questa incise sul diritto vedevansi le armi del Comune, del Doge, del Podestà e del Camerlengo proprio, e nel rovescio i nomi di quattro deputati del Comune; senza che vi si faccia memoria di fatti particolari.
Dalla prima istituzione di queste medaglie fino al termine della Veneziana Signoria, duecento e settantacinque ne furono coniate. Siccome però molte di esse pel corso di alcuni anni l'impronta medesima conservano, o almeno il diritto loro non cangia, così, imaginando di accompagnarne la interpretazione con le tavole relative, ho creduto più opportuno, anche dietro il parere di dotti e scienziati uomini, di farvi collocare quelle sole di cadaun Doge, che importanti variazioni mostrassero, talché eziandio ai non fortunati posseditori di ricchi musei, più agevole riesca di questa serie godere, e si avveri il detto dell'Allighieri nel quindicesimo canto del Purgatorio:
"Com'esser puote, che un ben distributo
"I più posseditor faccia più ricchi
"Di sé, che se da pochi è posseduto?"
Vi sono però alcuni amatori di archeologia, che fanno caso di certe lautezze, e gridano a lor talento, che molte e molte varietà si omisero nella prima edizione, da loro possedute: a questi io dirò che le variazioni accadute per falli di conio, per pulimenti avvenuti dopo le prime impressioni o per mutazione dei massari, non alterando la storica narrazione, non furono da me calcolate, non trascurandone però alcune che potrebbero dare un vario senso alle epigrafi espresse.
Una parte delle rendite dal Governo assegnata alla dignità ducale dalla cacciagione e dalla pesca nelle circonvicine valli ritraevasi, quindi fino dall'anno 1275 il Consiglio Maggiore decretato aveva, che a cadauno de' suoi membri il dono di cinque uccelli di valle nel mese di dicembre dal Doge si facesse. Di quale specie questi uccellami fossero, non bene gli ornitologi nelle opinioni loro convennero, e sembra solo che dai cronisti si spiegasse, che il valsente di questa regalia di mezza redonda di oro fosse. Il decreto però non fa parola che del valore di un quarto di ducato d'oro, e dalle memorie della Zecca si sa che questa moneta fino dalla sua istituzione avea di peggio 60, pesava grani 480, avea di fino grani 470 5/8 ed era valutata soldi trentuno, ch'era appunto il valore appropriato al quarto di ducato d'oro, che s'incominciò a coniare nel 1517 sotto l'antecessore Doge Leonardo Loredano. Benché il decreto del Veneziano Governo la natura di questi uccelli non istabilisca, alcuni fra' cronisti soggiungono, che femmine esser dovessero coi calzari rossi, e quindi a buon diritto presupponendo che il dono del capo della repubblica dovesse essere composto dal migliore selvaggiume che nelle lagune nostre si pigliasse, e questo calzato di rosso, si dee conchiudere che i soli mazzorini, dal Linneo nel suo Sistema della natura chiamati [I[anas-boschas]I], il presente costituissero. Nel codice antico [I[Publicorum]I] sono ricordati come i migliori uccelli da valle i mazzorini femmine dai piedi rossi: [I[De bonis aucellis majoribus russis pedibus]I] ([I[Sententiae n.° LXX]I]), e nella promissione ducale del Doge Pietro Loredano all'anno 1567 si nominano [I[bonarum aucellarum magnarum]I]. Riconosciutosi però, nella serie successiva degli anni, che nell'autunnale stagione, le burrasche e l'aggiramento variato de' venti imperversando, il più delle volte impedivano, che la cacciagione così fortunata riuscisse da poter raccogliere tanto numero di uccelli, quanto era d'uopo per l'annuo regalo del Doge, a' ventotto di giugno dell'anno 1521 nella sede vacante lasciata da Leonardo Loredano dal Consiglio Maggiore si prese il partito e la deliberazione, [I[che in luogo degli uccelli, che cadaun gentiluomo nostro aver suole dal Principe, per l'avvenire aver debba una moneta della forma che parerà alla Signoria nostra, che sia di valuta di un quarto di ducato, e li Camerlenghi del Comune siano obbligati delli denari deputati al Principe di dare agli Officiali nostri delle ragioni vecchie quella somma fissata per detta regalia, da essere distribuita alli nobili nostri nel tempo, modo e forma, come osservare solevasi nella dispensazione degli uccelli]I]. Ecco la derivazione del nome di questa moneta, ed ecco la epoca certa della sua origine.
Il Prevosto Lodovico Antonio Muratori, nella sua dissertazione ventesimasettima, dà il nome di Osella ad una moneta di Andrea Vendramin del 1476 al n.° XVIII, che non è che una moneta comune, del valore di soldi venti, con la inscrizione [I[Jesus Christus Tibi soli gloria]I], e crede pure che sia un'Osella la lira nuova di Cristoforo Moro al n.° XXIII, la quale altro non era se non una novità introdotta nel conio delle lire, novità che fu susseguitata anche dal Doge Nicolò Tron, ma che fu poi tolta da un decreto del Maggior Consiglio vacante ducatu all'anno 1473, 11 agosto, con queste parole: [I[Ad Capitulum XI de moneta auri et argenti tenenda in culmine addatur, quod in omni sorte monetae, quae fiant in Zecca Nostra, imago Ducis fiat flexis genibus ante imaginem Sancti Marci in illa forma, quae imago ipsius Ducis est posita super ducatum, nec imago Ducis in moneta nostra fieri possit per istud M. C. declaretur. Soldini autem et ceterae monetae stampetur cum consuetis figuris. (Promissio ducalis)]I].
Potrebbe forse taluno desiderare, che alcune parole si impiegassero nel render conto nell'arte dai nostri incisori adoperata nella fabbricazione di queste medaglie. Tali però essi fino dal suo principio si dimostrarono da non farne alcun calcolo per la storia dell'arte dell'incisione, ed anzi sembra che molti quella trascuranza vi ponessero, che nel conio delle monete in corso adoperavano. Quindi le imagini vi sono piuttosto schiacciate, che incise; nessuna varietà nei lavori, ed in conseguenza nissuno effetto; i tratti della fisionomia e le fattezze del volto sono senza verità e senza grazia; la bocca è segnata per mezzo di una linea retta, e tutto insieme il disegno alcun poco grecizzando, non dimostra che la decadenza dell'arte, la quale tanto si era dagli antichi modelli discostata. È bensì vero che al tempo di Andrea Gritti certo Vettor Gambello o Camello intagliatore fioriva, del quale si fa parola dal fu Bibliotecario Cav. Giacopo Morelli nella notizia di opere di disegno del secolo XVI esistenti in Cremona, in Padova ecc., e nel Museo Gradenigo si conservava una piccola medaglia bellissima, nella quale era la di lui effigie colla leggenda [I[Victor Camelius sui ipsius effigiator MDVIII]I], siccome pure dal Zanetti nella sua memoria sulla origine di alcune arti principali appresso i Veneziani è detto d'una medaglia di Marco Sesto, che mostra di essere coniata nell'anno 1393. Quelle medaglie però che più a' tempi nostri si avvicinano, deposta l'antica rozzezza, offrono maggiore interesse dal lato della composizione e minore goffezza de' tempi bassi nella esecuzione. Devesi pur anco riconoscere, che le lettere, conservando quasi l'antica purezza del romano carattere, sono espresse chiare ed intelligibili, e non quali s'incontrano negli altri stati d'Italia, nei quali le stesse forme degli alfabeti sempre più trascurate si veggono nelle inscrizioni e leggende, o quali furono imaginate dall'autore delle antiche memorie delle monete veneziane, nelle quali niun segno alfabetico si riconosce.
Prima però di entrare nella illustrazione delle Oselle sembrami utile di fare una dichiarazione generale di que' segni che in esse impressi negli eserghi si veggono. Abbiamo dal Conte Carli nella sua opera delle Zecche, che ne' diversi stati d'Italia, allorché i principi si prevalevano del diritto della moneta, davano ad impresa la fabbrica del loro argento da monetarsi. Gl'impresarii, mastri di zecca appellavansi; questi duravano nel ministero uno o due anni, e più o meno a norma delle contrattazioni, e nelle monete le loro iniziali ponevano a guarentigia della buona qualità loro. Non cosi nella Repubblica di Venezia facevasi, ove l'azienda della Zecca per amministrazione maneggiavasi, e di essa un magistrato cura e governo teneva. Si legge infatti, che fino dall'anno 1269 erano già instituiti gli uffiziali all'argento, che in appresso massari s'intitolavano, i quali de' fatti tutti, che la monetazione dell'argento risguardavano, occupavansi. La nomina di questo magistrato dall'autorità del Consiglio Maggiore proveniva. Ne' tempi posteriori la materia della monetazione affidata venne al Senato il quale una nuova magistratura creò col titolo di Provveditori di Zecca. Gli antichi massari continuarono tuttavia quasi senz'alcuna autorità, perciocché subordinati a questa senatoria magistratura. Siccome però eglino erano dal Maggior Consiglio prescelti, così ad essi la prerogativa di firmare le monete d'argento con le iniziali del più anziano fra loro venne conservata, prerogativa la quale alcune volte si omise, senza però che da alcun decreto sia stato in contrario stabilito. Vedrassi quindi successivamente, che quasi ad ogni Osella nelle incise sigle si riconoscono i nomi dei massari di Zecca dell'argento, sotto i quali esse furono coniate. I massari percepivano ad ogni marca di argento bollato quattro piccoli per ciascuno oltre al mensuale assegno di ducati settanta. Questa magistratura era coperta da due nobili, che s'intitolavano massari all'argento, ed altra ve n'era di massari all'oro, e due anni nella magistratura duravano; alcune volte però accadeva, che all'epoca della fabbricazione delle Oselle si cangiasse l'individuo nel magistrato, ed ecco perché in alcune si trovano le sigle variate da quelle che si riportano nelle presenti illustrazioni.
Vogliono alcuni, che debbasi la serie delle Oselle incominciare da un getto di bronzo, senza indicazione di nome alcuno di Doge, quasi alle altre modello; su di che non conviene il succitato Co. Carli, il quale lo giudica piuttosto una delle monete, che dai Dogi nel giorno della incoronazione distribuivansi, il che non sembra probabile, mancando il nome dell'eletto. Ciò non ostante, a soddisfazione di alcuni, ho fatto da prima incidere questo getto senza nome alcuno di Doge (Tav. I). Rappresenta esso nel diritto la Vergine seduta coronata dal divin Figliuolo, che, seduto egli pure, ed egualmente coronato, tiene nella sinistra mano lo scettro, e sulla soglia de' troni siedono due Angioletti, e dall'alto si vede la colomba, e sei teste di Cherubini, ed intorno il motto [SC[REDENTORI]SC] ([I[sic]I]) [SC[MUNDI]SC], [SC[REGINA]SC] ([I[sic]I]) [SC[CELI]SC] ([I[sic]I]); e sul rovescio nel mezzo una figura coronata in piedi con la spada nella dritta, e la bilancia in bilico nella sinistra, al cui lato destro avvi la Pace col ramo d'ulivo, ed al sinistro l'Abbondanza che tiene la mano destra stesa sulla spalla della coronata figura, e nella sinistra il cornucopia con la inscrizione intorno [SC[MUNUS. DATUR. NOBILIBUS. VENETIS.]SC]: la quale rappresentanza rammenta il giuramento che prestavano i Dogi nell'assumere la suprema dignità. A corroborare maggiormente questa opinione concorre la medaglia di Andrea Gritti, rarissima medaglia, annoverata fra quelle del museo Pinelli, nella quale evvi il diritto con la testa di lui (il che prova essere essa una medaglia privata di questo Doge, giacché le effigie dei Dogi erano nelle monete fino dall'anno 1473 vietate) e con la inscrizione [I[Andreas Griti Dux Venet]I]. Nel rovescio poi san Marco sedente, che scrive il Vangelo sopra un leggio, ed all'intorno: [I[Munus datur nobilibus Venet. S. M. V.]I] di quarta grandezza. Che si facessero questi donativi alla nobiltà nel giorno della incoronazione, nel mentre che largizioni al popolo distribuivansi, dalle storie il sappiamo, né queste con gli annui regali confondere si dovevano. Le largizioni popolari, che dicesi aver avuto tra noi principio alla epoca del Doge Sebastiano Ziani all'anno 1173, il quale ricchissimo uomo qual era, volle che la moltitudine della pubblica gioia ed allegrezza godesse, e non già, come asserisce il sig. Daru nella sua romantica istoria di Venezia, per affezionarsi la plebe, la quale aveasi dal governo alienata perché resa priva del diritto di elezione; queste popolari largizioni, ripeto, anticamente sotto i romani e i greci imperatori costumavansi, e quelle sono che più propriamente sotto il nome di [I[congiarie]I] chiamavansi, ed erano ordinate per accrescere la gioia popolare. Il citato Co. Carli, in opposizione al surriferito abate Palazzi, vuole con lo stesso nome distinguere l'annuo donativo del Doge, adducendone in prova, che, sotto tal nome, tutti gli antichi donativi pubblici negli altri stati si ritenevano.
[T1] ANTONIO GRIMANI.
A. 1521 ([SC[TAV]SC]. I).
Il primo Doge, eletto dopo la decretata sostituzione, fu Antonio Grimani, dello stipite che noi chiamiamo di santa Maria Formosa, famiglia insigne e per l'antica sua origine, e per molte ecclesiastiche dignità dalla chiesa conferitele, e per pubblici impieghi cittadineschi e stranieri, e pel cospicuo favore da' suoi maggiori alle scienze ed alle arti accordato, per cui la fama per ogni dove ha i suoi pregi divulgato. Questi sedette sul ducal trono dai 7 di luglio dell'anno 1521 fino al maggio del 1523; e, quantunque un anno e dieci mesi corressero della sua ducea, e quindi due epoche dell'annuo dono, pure nella serie delle Oselle una sola con la indicazione del nome di lui si conserva; né vedendosi in essa espressi gli anni, potrebbe fors'anco congetturarsi, che, non cangiandosi impronta, quella sola del primo anno si ritenesse. Essa sul diritto rappresenta il Salvatore del mondo sul trono seduto col suo monogramma XC fra i pedali della seggiola, il quale benedice il Doge ginocchioni, a cui san Marco giù dei gradini del trono, e con le iniziali sul capo S. M. che lo caratterizzano, lo stendardo della Repubblica consegna. Nella banderuola dello stendardo vedesi il leone alato, simbolo dell'Evangelista, e vi si legge all'intorno la inscrizione [SC[BENEDIC. POPULUM. TUUM. DNE.]SC], e nell'esergo [SC[ANT. GRIM. DUX.]SC], e nel rovescio sono due figure di donne togate, che le destre si stringono, con la epigrafe in giro [SC[IUSTITIA. ET. PAX. OSCULATAE. SUNT]SC]. Antonio Grimani prima della sua esaltazione da più di venti anni era stato dal Veneziano Senato nell'isola di Cherso confinato, imperciocché nella guerra contro Bajazet, Signore de' Turchi, all'anno 1499, essendo comandante della flotta veneziana, trascurato aveva la occasione di combattere l'inimico. Si sottrasse egli dal suo esilio, e presso un figliuolo, che in Roma era cardinale di santa Chiesa, ritirato viveva. Successa nell'anno 1508 la fatal lega di Cambrai, in cui i vari potentati di Europa a' danni della Veneziana Repubblica si collegarono, il Grimani, che verso la patria l'antica affezione conservata aveva, più volte di tranquillare l'animo alienato del pontefice procurava, e col mezzo del figliuolo, e con l'opera propria dopo due anni riuscì a disgiungere il pontefice dalla lega, e conchiuder la pace con la Repubblica. Questo merito del Grimani fu cagione che, dall'esilio alla patria richiamato, nel 1509 la perduta dignità di procuratore di san Marco abbia ricuperato, e, successa la morte del Loredano nel 1521, fra l'aspiro dei più esimii cittadini, alla sede ducale sia stato promosso. Il diritto di questa sua medaglia ci ricorda la carità verso la patria, sulla quale non cessò mai, ancorché esule ed assente, d'invocare la benedizione del Signore, mentre nel rovescio con la Giustizia e la Pace, che le destre si stringono, allude nel tempo medesimo ed alla pace successa dopo lo scioglimento della lega, ed alla giustizia a lui stesso resa dalla patria, che i di lui meriti riconobbe. Questa Osella, siccome la prima della serie, è divenuta assai rara, e nella sua verità ad alcuni musei è finora mancata. Dalle memorie di Zecca si riconosce che il titolo di questa Osella era del peso di grani 180, di sessanta di peggio, di cento settanta e cinque ottavi a fino, e del valore di lire una, soldi dodici e sei piccoli, valore che pochi anni appresso fu portato a lire una e soldi sedici.
Avvenuta nel maggio del 1523 la morte di questo Doge, nella sede vacante un nuovo decreto del Consiglio Maggiore fu preso, pel quale accordato venne, che al nuovo Doge fossero fatti buoni que' danari che gli occorressero pel donativo oltre i ducati trecento e cinquanta, che per questa ragione riscuoteva, considerata la grave spesa che ogni Doge era per ciò tenuto di fare.
[T1] ANDREA GRITTI.
A. 1523 ([SC[TAV]SC]. I).
Al Grimani nel maggio dell'anno 1523 Andrea Gritti subentrò, i talenti e le geste famose del quale furono e da Bernardo Navagero in una orazione latina lodate, e da Nicolò Barbarico nella vita di lui, per cura impressa del sopra lodato cavaliere ab. Morelli, pulitamente encomiate. Le Oselle annualmente coniate sotto il suo principato non ricordano alcuna delle sue imprese, né offrono nelle loro impronte memoria alcuna de' patrii avvenimenti. Quindici anni e tre mesi rimase questo doge sulla ducale sede, e nelle sedici medaglie da lui alla nobiltà regalate contrassegnò nel diritto san Marco in piedi che dà lo stendardo al Doge ginocchioni col motto intorno [SC[S. M. VENET. AND. GRITI. DUX]SC]. Il titolo della dignità [SC[DUX]SC] non trovasi nell'esergo, siccome sta nella precedente del Grimani, ma leggesi disposto vicino all'asta dello stendardo per lungo. Tate disposizione continuò sino all'anno 1574, quinto della ducea di Alvise Mocenigo. Nel rovescio per la prima volta collocar fece la leggenda: [SC[AND. GRITI. PRINCIPIS. MUNUS. ANNO. I.]SC], leggenda che, generalmente parlando, fu fino all'ultimo termine del Governo continuata. Qualche variazione però nel tipo del diritto accadde in quella dell'anno sesto e dei susseguenti fino al sedicesimo, nelle quali il san Marco non più in piedi ma seduto si vede sur una cattedra con lo schienale, e la disposizione delle lettere è in senso inverso della prima, volgendosi tutte alla stessa parte: variazione che si è creduto necessario d'indicare anche nelle tavole, aggiungendo alla prima del Gritti segnata ([I[lett]I]. a), l'altra (b) per norma dei curiosi osservatori e raccoglitori, i quali deggiono essere pur anco avvertiti, che siccome in alcuni musei le Oselle vere di questo Doge mancano, così, ad oggetto di continuarne la serie, furono alle mancanti sostituiti de' getti di argento. Evvi pure la circostanza che nell'Osella del quinto anno l'iniziale V. indicante il [I[Venetus]I] dopo [I[S. M.]I] esiste nell'esergo, come eziandio in quella dell'anno sesto la lettera [I[S.]I] indicante il [I[Sanctus]I] vedesi nell'esergo, mentre nelle altre è posta dietro la sedia dell'Evangelista. Il valore di queste Oselle fu nell'anno 1528 portato a lire una e sedici soldi, il che continuò fino all'anno 1570.
[T1] PIETRO LANDO.
A. 1538 ([SC[TAV]SC]. I).
Pietro Lando fu il successore del Gritti nell'anno 1538, cittadino che passò con grande applauso per tutti i principali magistrati, e del quale a tutti gli ordini della città era notissima la integrità e la fortezza sì ne' militari, che ne' politici impieghi. Sette sono le Oselle di questo doge a' nobili distribuite, siccome sette furono gli anni del suo principato, morto essendo agli otto di novembre dell'anno 1545. Queste egualmente nulla offrono allo studio ed alla diligenza de' commentatori ed interpreti, ripetuto essendo in tutti gli anni del suo ducato il conio medesimo, che rappresenta san Marco sur una cattedra seduto, il quale lo stendardo pubblico al doge genuflesso consegna con la inscrizione nel diritto intorno: [SC[S. M. VENETI. PETRUS. LANDO. DUX.]SC], e nel rovescio: [SC[PET. LANDO. PRINCIPIS. MUNUS. ANNO. I.]SC], e così successivamente con la sola variazione degli anni. Nell'esergo del diritto sono le iniziali V. S. che, come abbiamo fin dal principio osservato, indicano il nome del massaro all'argento in Zecca, che in quell'anno era Vettor Salomon, e questa è la prima Osella che lo riporta. Sotto questo Doge, nell'anno 1541 agli 11 gennaio, uscì decreto che la moneta da darsi ai gentiluomini non dovesse essere in maggior numero di quelli, ed avesse a corrispondere alla valuta di tre Marcelli, cioè peggio 60 di peso di grani 189 accresciuto di nove grani dalle prime, e valutata a L. 1:16 a fino grani 179.5/32; ed in tal guisa si continuò sotto tutti i successivi dogi, e si accrebbe di prezzo finché, giunta al valore di L. 3.18, il loro stampo era di danno alla Zecca.
[T1] FRANCESCO DONATO.
A. 1545 ([SC[TAV.]SC] I).
Francesco Donato, il quale era stato competitore del Lando, ed aveagli ceduto affine di non recar danno alla patria per la guerra che allora e in terra e in mare ardeva, troppo a lungo la creazione protraendo, aveva coperto i reggimenti di Rovigo, Vicenza, Padova ed Udine, e sostenuti i gradi di Senatore, Savio, Capo dei Dieci, Consigliere e Procuratore. Fu a Doge creato a' ventidue di novembre dell'anno 1545, e morì in maggio del 1553, e quindi sette furono le Oselle col di lui nome segnate. La profonda pace sotto gli auspicii del suo ducato goduta, nella quale le arti belle a nuova vita risorsero, niuna circostanza particolare somministrò ai tipi delle sue medaglie, le quali conservano la consueta impronta nel diritto di san Marco seduto, ed il Doge in ginocchio, che da lui riceve lo stendardo col motto: [SC[S. M. VENETUS. FRANCISCUS. DONATO. DUX.]SC], adoperandosi per la prima volta tutta intiera la parola [I[Venetus]I] mentre da prima scrivevasi [I[Venet]I]., abbreviatura di [I[Venetiarum]I], e nel rovescio [SC[FRANCISCUS. DONATO. PRINCIPIS. MUNUS. ANNO. I]SC]. Nell'anno quinto s'incominciò ad aggiungere nell'Osella una donna togata, con regia corona in capo, il cornucopia appoggiato e tenuto dal braccio sinistro, e con la destra mano tesa sulla spalla del doge, la quale può rappresentare l'abbondanza e la pace che in quegli anni la Repubblica godeva (fig. 6). Negli anni successivi continuossi lo stesso tipo, e non ebbe luogo alterazione veruna nelle inscrizioni e leggende, e solo la indicazione degli anni variossi ([I[lett]I]. a).
[T1] MARC'ANTONIO TRIVIGIANO.
A. 1553 ([SC[TAV]SC]. I).
Un solo anno sedette sul trono ducale Marco Antonio Trivigiano, eletto a successore del Donato nel 1553, cittadino ragguardevole per costumi e per innocenza di vita, liberale in sommo grado verso i poveri e religiosissimo. Niuno avvenimento avendo la pace interrotta, che per molti anni nella Italia godevasi, la sola medaglia per lui coniata non offre nel diritto che il consueto tipo di san Marco seduto, che dà al doge ginocchioni lo stendardo della Repubblica col motto [SC[S. M. VENETVS. ANTON. TRIVISANO. DVX.]SC], e nel rovescio [SC[MARCI. ANTONII. TRIVISANO. PRINCIPIS. MVNVS. ANNO. I]SC].
[T1] FRANCESCO VENIERO.
A. 1554 ([SC[TAV]SC]. I).
Fu pure assai breve il reggimento del Doge Francesco Veniero, il quale la sede ducale occupando dagli undici di giugno dell'anno 1554 fino ai quattro giugno del 1556, non ebbe che due sole epoche del donativo ai nobili, ed in entrambe le sue Oselle conservò l'antico tipo e le consuete inscrizioni, del suo nome e nel dritto e nel rovescio fregiandole: [SC[S. M. VENETVS. FRANCISCVS. VENERIO. DVX. FRANC. VENERIO. PRINCIPIS. MVNVS. ANNO. I.]SC] e [SC[II]SC].
[T1] LORENZO PRIULI.
A. 1556 ([SC[TAV]SC]. I).
Al Doge Veniero sottentrò nel giugno del 1556 Lorenzo Priuli, eletto quando tre procuratori di S. Marco ambivano la suprema dignità, ed egli visse tre anni Doge, e tre le Oselle furono col nome di lui coniate, senza alterazione veruna né nel tipo, né nella leggenda, se non se la sostituzione del suo nome a quello dell'antecessore, ed il segno degli anni del suo ducato, leggendo visi nel dritto [SC[S. M. VENETVS. LAVRENTIVS. PRIOLVX. DVX.]SC], e nel rovescio [SC[LAVRENTI. PRIOLVS]SC]. ([I[sic]I]) [SC[PRINCIPIS. MVNVS. ANNO. I. ]SC]ecc. È noto che questo doge fu grande raccoglitore di medaglie antiche, delle quali in gran copia somministrò al Vico ed al Golzio, allorché questi per ogni dove ne raccoglievano ad oggetto di pubblicarle; e fu lodato in morte dal preclaro uomo Lorenzo Giustiniano.
[T1] GIROLAMO PRIULI.
A. 1559 ([SC[TAV]SC]. I).
Girolamo Priuli, fratello maggiore del defunto, fu alla ducale dignità sostituito. Creato nel settembre dell'anno 1559, conservò la sede per otto anni e due mesi, e quindi a' nobili nove medaglie distribuì, le quali, abbenché niuno avvenimento ricordino all'osservatore diligente, ritenendo nel diritto la consueta impronta di san Marco su la cattedra seduto col Doge a' suoi piedi, che lo stendardo riceve, la solita inscrizione [SC[S. M. VENETVS. HIERONIMVS. PRIOLVX. DVX.]SC], e nel rovescio [SC[HIERON. PRIOLI. PRINCIPIS. MVNVS. ANNO. I.]SC], ciò non ostante leggonsi da questa parte nel contorno aggiunti agli anni della salute del mondo quelli della edificazione della città di Venezia [SC[SALVTIS. ANNO. 1559. AB. VRBE. CONDITA. 1139]SC], e così successivamente fino all'anno 1567. Questa forma di enumerare gli anni dalla epoca della edificazione della città, derivata dall'antico romano costume, che in simil guisa ai proprii fasti la data poneva, il pensiero fa nascere che eziandio nelle medaglie la eleganza del bello scrivere classico avesse luogo, unitamente alla vivacità e maestria de' pennelli dei Tiziani, dei Tintoretti, dei Giorgioni, alla eccellenza degli scalpelli dei Lombardo e dei Sansovino, e alla nobiltà delle seste e delle squadre degli Scamozzi, dei San Micheli e dei Palladio con cui la propria città abbellivasi.
[T1] PIETRO LOREDANO.
A. 1568 ([SC[TAV]SC]. I.)
Alla morte di Girolamo Priuli fu eletto, contro l'aspettazione della città e di lui medesimo, Pietro Loredano nell'ottantesimo quinto anno della sua età per merito d'integrità e di bontà. Se dalle illustrazioni dell'abate Palazzi inferir si dovesse il numero delle veneziane medaglie, una sola indicare si dovrebbe al Doge Pietro Loredano spettante, mentre egli solo la prima di questo Doge segnata con gli anni 1568 registra; siccome però eletto rimase nell'ottobre di quell'anno, e morì nel maggio del 1570, così due le Oselle furono da lui fatte coniare, ritenendo l'antica impronta ed inscrizione nel diritto, e conservando nel rovescio, oltre il consueto motto, registrati gli anni della redenzione e della edificazione della città, per cui nel diritto si legge [SC[S. M. VENETVS. PET. LAVREDANO. DVX.]SC], nel rovescio [SC[PETRI. LAVREDANI. PRINCIPIS. MVNVS. ANNO. I.]SC], e nel contorno [SC[SALVT. AN. 1568. ET. AB. VRBE. CONDITA. 1148.]SC], e nel rovescio dell'altra con l'[SC[ANNO. II.]SC], vedesi paranco [SC[SALVT. AN. 1569. ET. AB. VRBE. CONDITA. 1149]SC].
[T1] ALVISE MOCENIGO.
A. 1570 ([SC[TAV]SC]. I).
Il Doge Alvise Mocenigo, Cavaliere e Procuratore di san Marco, fu dopo la morte del Loredano a' cinque di maggio dell'anno 1570 eletto, il quale in quel tempo per esperienza di affari esterni ed interni, per riputazione di soda virtù, e per certa elevatezza d'ingegno e gravità, che furono in lui singolari, tenevasi atto a tanto incarico in quelle torbidissime circostanze. La prima Osella di lui mantenne nel diritto il consueto tipo ed il motto, il che fece pure nel rovescio, conservando gli anni dell'era cristiana e quelli della fondazione della città, leggendosi su di essa da un lato: [SC[S. M. VENETVS. ALOYSIVS. MOCENIGO. DVX.]SC], e dall'altro [SC[ALOYSI. MOCENIGO. PRINCIPIS. MVNVS. ANNO. I.]SC], e nella periferia di questo lato [SC[SALVT. ANN. 1570. ET. AB. VRBE. CONDITA. 1150]SC]. ([I[linea]I] 4, [I[lett.]I] a). Variano però tanto nel diritto, che nel rovescio i tipi e le inscrizioni della seconda Osella di questo Doge. Importanti avvenimenti essa alla mente ricorda, ed alla posterità li tramanda. Già sotto il di lui antecessore Loredano, Selimo, imperatore de' Turchi, aveva rotta la guerra ai Viniziani, i quali, perduto nel primo anno di questo Doge il regno di Cipro, eransi in alleanza stretti con Filippo II re delle Spagne, col sommo pontefice Pio V, e con l'ordine militare di Malta. Riunitesi adunque le flotte degli alleati, forti di più di duecento galere e galeazze, poco lungi dalla imboccatura del golfo di Lepanto fra le isole Curzolari, la flotta ottomana incontrarono a un modo eguale di forze, e nella mattina dei 7 ottobre del 1574 con estremo accanimento battagliarono; dal che la totale sconfitta dell'inimico successe, che alcun poco abbassò l'alterezza di lui. Allusiva a sì segnalata vittoria fu la Osella del secondo anno di questo Doge, nel cui diritto si vede S. Marco tenere con la sinistra mano il vessillo della Repubblica, e con la diritta in atto di benedire il Doge genuflesso stendente allo stendardo la sinistra mano, mentre tiene la destra quasi in atto di segnarsi, ed intorno ha le parole: [SC[S. M. VENETVS. ALOY. MOCEN. ANNO. II. DVX.]SC], e nel rovescio [SC[M.D.LXXI. ANNO. MAGNAE. NAVALIS. VICTORIAE. DEI. GRA. CONTRA. TVRCAS.]SC] ([I[lett.]I] b). Né solamente nelle Oselle quella vittoria dal Doge con pubblica testimonianza si rammemorava, ché nel giorno 7 ottobre una solenne funzione sacra si decretava, e di più davasi allora principio ad una nuova moneta, che la effigie della Santa riporta, e che il nome assumeva di Giustina, del peso di venti carati, e che fu accresciuta fino al quadruplo negli anni posteriori. Nel terzo, quarto, quinto e sesto anno si ripresero gli antichi tipi e le consuete inscrizioni con la segnatura degli anni, e solo nell'anno sesto si vede alcun poco variata la cattedra del Santo, su la quale la spalliera con elegante forma s'innalza, spalliera ommessa sotto il Doge Loredano, e ne' primi anni del Mocenigo. Inoltre il titolo [SC[DVX]SC] non più leggesi lunghesso l'asta dello stendardo, ma nell'esergo del diritto ([I[linea]I] 5, [I[lett. ]I]c). Nell'anno 1576, l'ultimo in cui il Mocenigo sul ducal trono sedette, dappoiché i Veneziani avevano riparato alcun poco i mali della passata guerra, e con la straordinaria venuta di Enrico III re di Francia gli animi loro alla gioia ricomposti, una spaventevole pestilenza in tutte le parti della città la desolazione e la strage menava sì, che nello spazio di pochi mesi più di quarantamila persone sotto l'atroce flagello la morte miseramente incontrarono. Né solo umili supplicazioni e molte pubbliche processioni dalle divote persone a Dio furono fatte; ma dalla pietà del Veneziano Senato la erezione di un tempio, per voto al Redentore del mondo dedicato, si decretò, il quale riuscì il capo d'opera della eleganza e della sublime semplicità Palladiana, e tale, che, se non in splendore, almeno in bellezza, ecclissa ogni altro fra i più decantati e meravigliosi. A rendere perenne la memoria della pubblica pietà, fu nell'anno settimo dai Mocenigo fatta coniare una Osella ([I[lett.]I] d), nel diritto della quale il santissimo Salvatore seduto, stendendo la sinistra mano al vessillo, tiene la dritta in atto di benedire il Doge ginocchione, il quale porta la destra mano al petto in segno di compunzione, e la sinistra aperta distende in aria supplichevole, e dietro a lui mezzo nascoso giace prosteso al suolo il Leone con la epigrafe: [SC[ALOY. MOCENIGO. P. MVN.]SC] e nell'esergo [SC[ANNO. VII]SC]. Nel rovescio poi vedesi un magnifico tempio, di statue e colonne ornato e ricco, e su l'abside esterna il Leone alato con le parole intorno: [SC[REDEMPTORI. VOTVM. ANNO. M.D.LXXVI]SC]. Fu da taluno osservato esistere alcune Oselle dell'ultimo anno di questo Doge con variazioni nelle lettere delle leggende; ma queste non possono essere che falli dell'incisore, e non già varianti. Le memorie di Zecca danno alle prime due Oselle di questo Doge il valore di lire due ed un soldo, ed alle successive quello di lire due e soldi tre.
[T1] SEBASTIANO VENIERO.
A. 1576 ([SC[TAV]SC]. II).
Nel giugno dell'anno 1576 Sebastiano Veniero, Procuratore di S. Marco, succedette al defunto Mocenigo, ma un solo anno sulla sede ducale rimase. Questo Doge, che era stato capitano generale sulla flotta, e il quale col suo valore contribuito aveva all'esito fortunato della battaglia di Lepanto in cui il centro comandava, la ricompensa più grande dalla patria ottenne pe' suoi sparsi sudori. Distribuendo a' nobili il consueto dono, volle, che nel diritto inciso fosse il protettore S. Marco in atto di benedire, con la sinistra allo stendardo appoggiata, mentre il Doge genuflesso gli presenta un ramo di palma in omaggio per la ottenuta vittoria, ed un Angelo a volo discende dal cielo col ducale berretto apparecchiato a collocarglielo sul capo col motto: [SC[SEB. VENERIO. P. MVNVS]SC]., e sotto [SC[ANNO. I.]SC], e tutto ciò in memoria di essere stato dal suo Angelo tutelare nella famosa giornata salvato. Nel rovescio poi ricorda la protezione del cielo accordata alla città nella pestifera mortalità passata, dall'alto mostrandosi il Signore che la sottoposta città benedice, ed alla quale varie galere approdano con la epigrafe: [SC[1577. MAGNA. DEI. MISERICORDIA. SVP. NOS]SC]. Parve al Palazzi di vedere in questo rovescio nuovamente rammentata la battaglia dei Curzolari, sognando esservi le flotte che s'incontrano; ma chiaramente risulta essere al di sotto del Signore raffigurata una città, ed anzi da' suoi edifizii puossi Venezia riconoscere, alla piazzetta della quale, non già nemiche flotte s'incontrano, ma tranquille navi onerarie approdano, e danno fondo; oltre a che lo stesso motto che vi si legge appalesa piuttosto la liberazione di un flagello, che non una vittoria per la Dio grazia ottenuta.
[T1] NICOLÒ DA PONTE.
A. 1578 ([SC[TAV]SC]. II).
Alla morte del Doge Veniero aspirarono con eguale fervore e non diseguale benemerenza Jacopo Soranzo e Paolo Tiepolo, costituiti ambo nella medesima età e riputazione appresso di tutti; ma nel mentre, gareggiando essi di virtù e di applausi, vi anelano, vi si vide sollevato Nicolò da Ponte, Procuratore di S. Marco, il quale siccome artefice della propria fortuna, posti alla futura sua grandezza i fondamenti sulla cultura delle arti e della filosofia, della quale avea tenuta per alquanti anni pubblica lezione, agli affari pubblici dedicandosi, e superando ciascuno nella prudenza e nella forza del parlare, tutti i gradi più onorevoli avea già scorsi. Era egli a quel tempo luogotenente in Udine quando fu al Veniero in successore eletto, quasi da celeste inspirazione a ciò gli elettori condotti. Infatti nelle Oselle, che ne' sette anni della sua ducea a' nobili distribuì, null'altro fece imprimere, che sul diritto san Marco sur una cattedra, di spalliera ornata, seduto, poggiando la destra mano sopra uno de' bracciuoli della sedia, nel mentre che con la sinistra al Doge lo stendardo consegna, il quale con le ginocchia piegate pure con la sinistra il riceve, tenendo al petto la destra, e dietro a lui un Angelo già in terra disceso, che il berretto ducale gli appresta, quasi ad indicare la sua inaspettata elezione, con le parole: [SC[S. M. VENETVS. NIC. DE. PONTE. D. ]SC]e sotto l578 e seguenti. Il Palazzi asserisce che su la banderuola dello stendardo impresso sia il monogramma del Santo [SC[S. M.]SC], ma nella serie delle Oselle, che mi sono sotto l'occhio, tanto di questo che degli anni successivi, non seppi rilevare che il consueto simbolo dell'Evangelista, cioè il Leone alato. Anche nel rovescio delle stesse Oselle la pietà di questo Doge riluce, poiché, elevato sulla sede ducale nel giorno a san Giuseppe dedicato, volle, che in ciascuno dei sette anni, qualunque avvenimento posponendo, la figura di detto Santo si mostrasse con verga in mano fiorita ed il motto: [SC[VIRGA. FLORVIT. PRINC. MVNVS. AN. I.]SC], e nel basamento della figura di santo Giuseppe [SC[S. IOS.]SC], e così di seguito fino all'anno settimo.
[T1] PASQUALE CICOGNA.
A. 1585 ([SC[TAV]SC]. II).
In questo anno 1585 entro il mese di luglio il Principe Nicolò da Ponte, avendo governata la Repubblica per sette anni, in età di anni novanta finì di vivere. A lui succedette Pasquale Cicogna, Procuratore di S. Marco, ragguardevole per innocenza e per integrità di vita, il quale esercitando nell'antipassata guerra l'impiego di Provveditore della Canea nell'isola di Candia, avea dato saggi di prudenza e di fortezza singolare. Lo stesso spirito di religione e di pietà animava l'eletto Doge, che fino all'aprile del 1595 sedette sul ducal trono, e quindi dieci furono le Oselle che ai nobili offeriva. Nella prima di queste evvi conservato il diritto del suo antecessore, variato il nome, mentre nelle altre nove il tipo del Doge Veniero adoperavasi con l'Angelo, che dall'alto discende, piuttosto che sia disceso, tipo che fu creduto inutile di ripetere nelle tavole, dappoiché la sola differenza nella posizione dell'Angelo consisteva. Le parole sono: [SC[S. M. VENETUS. PASC. CICONIA. D.]SC] e sotto 1585. Nel rovescio poi è la santissima Croce in mezzo a due altre Croci con la leggenda: [SC[HINC. SALVS. ET. RESVRRECTIO. ANNO. I]SC]. La impronta adoperata da questo Doge nelle sue Oselle, ricordando la religione e la pietà di lui, mostra quale predilezione egli avesse verso l'ordine dei Padri Crociferi. La insegna di questo ordine, ch'era appunto tre Croci, oggigiorno si vede sopra una delle porte del fabbricato esistente qui in Venezia nella piazza detta dei Gesuiti, ove quella religiosa comunità chiesa teneva ed ospizio. Quel Doge infatti frequentava con divozione particolare l'oratorio annesso all'ospizio, ed ivi pure trovossi nell'atto che gli fu annunziata la sua esaltazione alla sede ducale. Quest'oratorio, che fu nell'anno 1845 illustrato da monsignor Gio. Bellomo, Canonico della Basilica Patriarcale di S. Marco, e Professore emerito dell'i. R. Liceo Convitto, è posto di fronte alla chiesa de' RR. PP. Gesuiti, nella quale evvi il deposito di questo Doge, ed è annesso al già ospizio de' Crociferi, che fu poi ridotto ad ospizio di donne inferme e vecchie. Ed in esso trovasi un quadro che ricorda appunto che, stando il Cicogna colà ad orare, gli venne recata la notizia della sua elezione a Doge.
[T1] MARINO GRIMANI.
A. 1595 ([SC[TAV]SC]. II).
Il Doge Pasquale Cicogna avendo alle pubbliche cose per nove anni atteso, mancò di vita con massima riputazione di religiosità, di prudenza, di umanità, onde si distinse singolarmente. Richiedevano quel supremo posto della patria tre ragguardevoli senatori, Jacopo Foscarini, Marino Grimani e Leonardo Donato, tutti tre Cavalieri e Procuratori di san Marco, i quali erano passati per tutti i gradi di onore con distinta lode di virtù e di benemerenza. Il Grimani per fama di innocentissima vita era commendabile, non che per certa naturale affabilità atta a cattivarsi gli animi di ogni genere di persone, e per una ingenua libertà di spiegare la propria opinione eloquentemente. Tra il contrasto dei partiti alla fine fu pubblicato nel giorno 23 aprile Doge Marino Grimani. Undici sono le Oselle fatte da lui imprimere dall'anno 1595, in cui al Cicogna succedette, fino al 26 di dicembre del 1605. Questo Doge, della cospicua famiglia dei Grimani, uscito dal ramo di quelli di san Luca, illustri progenitori contava, che per la religione e per la patria le loro sostanze ed il sangue sparso avevano, e nell'insegna, o nell'arma che vogliam dire, della sua famiglia la croce inserivano, a chiara dimostrazione della parte presa nelle guerre di religione, ossia nelle crociate. Piena la mente ed il petto di queste sublimi idee da' suoi avi ereditate, il Doge ordinò, che nel diritto delle sue medaglie impresso fosse il santissimo Salvatore, il quale lo stendardo consegnandogli, la cui banderuola dall'aria agitata si mostra, con la destra lo benedice, nel mentre che egli genuflesso con ambe mani lo riceve, avendo intorno le parole: [SC[BENED. AIA. MEA. DNO. MARIN. GRIM. DUX.]SC], e nell'esergo [SC[ANNO. I]SC]. Nel rovescio poi vi pose il simbolo dell'Evangelista, cioè un Leone rampante, del nimbo ornato il capo, che con la zampa diritta tiene una croce elevata col motto intorno: [SC[SYDERA. CORDIS.]SC], e sotto [SC[1595. S. M.]SC] cioè Sebastiano Marcello massaro dell'argento. Questo è il primo caso in cui mi è occorso di parlare delle cifre indicate nell'esergo, come quelle che denotano i nomi dei massari. In questo frattempo ho esaminate altre collezioni di Oselle, e mi venne fatto di riconoscere, che queste cifre in altre variano, il che non puossi esplicare in altra forma se non che erano due i massari, che aveano egualmente il diritto di apporvi il proprio nome, e che terminato fosse il periodo della loro carica. Niun'altra differenza le susseguenti tutte distingue, se non che le variate cifre degli anni e le iniziali dei massari di Zecca successivi. Buona ragione hassi per conghietturare che la croce, la quale, come si è detto, era innestata nell'armi della famiglia Grimani, perciocché da Goffredo Buglione, come accennano le antiche memorie, ad un suo antenato accordata, si volesse dal Doge in unione alle insegne della patria mostrare, affine di spiegare che la pietà e la religione non deggiono giammai dalla carità della patria esser divise. La mogliera di lui Morosina Morosini fece col proprio nome una medaglia gettare, ch' è una delle due impresse nella tavola settima delle Dogaresse. Rappresenta da un lato il busto di lei col velo ed il berretto ducale sul capo, e la croce dal collo pendente, ed ha intorno le parole: [SC[MAVROCENA. MAVROCENÆ]SC]. e dall'altro lato [SC[MVNVS. MAVROCENÆ. GRIMANÆ. DVCISSÆ. VENET.]SC] 1597. ([SC[TAV]SC]. VII). Fu però impropriamente a questa medaglia il nome di Osella attribuito, giacché, al dire dello Stringa nelle aggiunte alla [I[Venezia]I] del Sansovino, non fu questa coniata che nel mese di maggio dell'anno 1597 all'atto della incoronazione di lei, due anni già scorsi dalla elezione del marito, e fu a' nobili distribuita dappoiché la promissione ducale all'altare del santo Evangelista giurato aveva. Molte altre erano le onorificenze che alle mogliere dei Dogi praticavansi, ed oltre il manto di panno d'oro o d'argento, ed il velo di seta finissimo che sul capo col berretto ducale portavano, visite ed uffiziosità dagli ambasciatori de' principi e da' magistrati della città ricevevano, e da un numero di gentildonne e di parenti di casa, uscendo, accompagnate venivano, fino a che alla metà del secolo diciassettesimo, per togliere gli eccessivi dispendii che alle arti ed al popolo la incoronazione della Dogaressa specialmente accagionava, fu con decreto del Consiglio Maggiore giudicata questa azione non necessaria e poco aggiustata alla moderazione del Governo, conservandole però le stesse prerogative e gli usi praticati in altre occasioni e dalle leggi permessi. Ciò però, che alcun poco può recare di meraviglia, si è che la Dogaressa Grimani sia stata la prima a far coniare medaglie con la propria effigie, quando dalle cronache si sa che all'atto della incoronazione, per antico instituto, una borsa di oro riccio a ciascuno de' Consiglieri ed una al Cancellier Grande dalla consorte del Doge donavasi: dono elegante e gentile, di cui fa cenno il Sansovino nella descrizione delle feste fatte all'anno 1557 per la incoronazione di Zilia Dandolo, consorte al Doge Lorenzo de' Priuli. Quantunque però sia riconosciuta impropria la denominazione di Osella a questa medaglia affibbiata, pure, siccome in alcuni musei con tal nome si ritiene e conserva, ho creduto di aggiungerla alla settima tavola, come sopra è indicato, insieme a quella della Valiera, moglie al Doge Silvestro Valiero, affine di non interrompere la sincera continuata serie delle Oselle.
[T1] LEONARDO DONATO.
A. 1605 ([SC[TAV]SC]. II).
Nel mese di gennaio dell'anno 1605 Leonardo Donato, Cavaliere e Procuratore di san Marco, a Marin Grimani Doge succedette con applauso del Senato e di tutto l'ordine patrizio, e con le acclamazioni di tutta la città, il quale era puranche concorso, come si è veduto, nella precedente vacanza. Questi, terminando la sua carriera mortale nel mese di luglio dell'anno 1612, sei Oselle del suo nome fregiate di coniare ordinò. Tutta la sua vita civile, della quale gli storici ci assicurano, fa un tessuto di azioni sagge e prudenti. Insorte nel 1605 le controversie fra Paolo V sommo pontefice, e la Repubblica di Venezia, era stato dal Senato eletto il Donato per ambasciatore alla santa Sede ad oggetto di por termine ad ogni questione ed ottenere la desiderata riconciliazione. La morte però del Grimani e la elezione di lui in Doge rese di niun effetto la sua nomina all'ambasciata. Fermo quindi nelle sue massime di moderazione, e condotto da rettitudine di cuore, sui principii di quel Governo basando, del quale era il capo divenuto, volle che nell'annuo suo dono un pubblico e perenne monumento della sua felice disposizione rimanesse. Conservata la consuetudine nei tipi delle annuali medaglie, vedesi sul diritto di tutte sei san Marco seduto in atto di consegnare lo stendardo al Doge, il quale inginocchiato nella sinistra mano il riceve, coperto il capo con la ducale berretta, tenendo al petto la destra, e con la epigrafe all'intorno [SC[S. M. VEN. LEONARDVS. DONAT. DVX]SC]., e nell'esergo le sigle [SC[Z. P. S.]SC], che si spiegano Zuan-Pietro Sagredo massaro all'argento, e che nelle altre susseguenti diversificano. Nel rovescio di tutte sei l'Evangelista san Marco, seduto col Leone ai piedi, porge con la destra mano la spada sguainata a Venezia, simboleggiata in una donna che con la corona radiata in capo e genuflessa, nella sinistra la riceve, tenendo nella destra la bilancia in bilico col motto all'intorno [SC[RECTVM. IVDICIVM. DILIGAM.]SC], e nell'esergo [SC[ANNO. I.]SC] e così successivamente. Questo doge dopo la sua morte molti scritti lasciò relativi ai maneggi e alle negoziazioni da lui tenute per la riconciliazione con la santa sede, e in questi preziosissimi scritti tutta la delicatezza e la pietà di lui si riconosce.
[T1] MARC'ANTONIO MEMMO.
A. 1612 ([SC[TAV]SC]. II).
Alla impensata morte del Doge Donato fra molti concorrenti, tutti ricolmi delle principali onorificenze della Repubblica, fu proclamato Doge Marc'Antonio Memmo, cittadino di assai avanzata età, ma di tale sublime e maestosa forma, che sopravanzando gli altri, attirava sopra di sé gli sguardi tutti, di tale soavità e facilità di costumi, che ogni animo si cattivava, e che avea la vita sua logorata nei pubblici uffizii, specialmente in qualità di rettore delle città dello Stato.
Dai ventuno di luglio dell'anno 1612 fino a' trentuno di gennaio del 1615 scorsero due anni e sei mesi nei quali il Doge Marc'Antonio Memmo sul trono sedette, e perciò il donativo delle sue Oselle a' patrizii a tre solamente limitossi. Tutte tre le dette medaglie lo stesso tipo conservano con la sola variazione degli anni e de' nomi de' massari. Portano esse nel diritto il santo Evangelista che, benedicendo con la destra il doge ginocchioni, lo stendardo della Repubblica gli consegna con la inscrizione: [SC[S. M. VENET. M. ANT. MEMO. DVX.]SC], e nell'esergo 1612. [SC[A. C.]SC], cioè Antonio Contarini massaro, in alcune altre variando. Nel rovescio il Salvatore in piedi, che invita, quasi in atto di predicare, con le parole intorno [SC[DOCE. ME. FACERE. VOLUNTATEM. TVAM. ANNO. I]SC]. Nulla nelle pubbliche storie essendo a cui in qualche forma abbiasi a credere allusivo il motto medesimo, che rinchiude la idea di una rassegnazione ai divini voleri, non sarei lontano dall'opinare, che esso si riferisca alla vocazione dell'unico di lui figliuolo chiamato alla ecclesiastica carriera col mezzo del santo cardinale Carlo Borromeo, per la quale rinunciando egli ai comodi privati ed ai pubblici onori, vestite le insegne della chiesa, fu eletto canonico della cattedrale di Padova, ove, in segno di venerazione ed ossequio pel santo suo maestro, un ricco altare eresse tuttora esistente.
[T1] GIOVANNI BEMBO.
A. 1615 ([SC[TAV.]SC] II).
Ne' primi giorni del novello anno 1615 diede gli auspicii alla Repubblica per quello Giovanni Bembo assunto dalla procuratia di san Marco alla suprema dignità, dopo avere sostenuto ragguardevoli cariche e l'imperio del mare. Tre egualmente furono le Oselle da questo Doge fatte coniare dal dicembre 1615 fino al 1618. Sono queste fra loro tutte somiglianti, avendo nel diritto san Marco seduto su la cattedra, che il Doge a' piedi suoi benedice, dandogli il pubblico vessillo. Dietro il Doge vedesi un santo vescovo in piedi, il quale gli tiene la destra mano sopra la spalla con la epigrafe: [SC[S. M. VENET. IO. BEMBO. DUX.]SC], e nell'esergo 1615. [SC[C. G.]SC], Claudio Gherardini massaro, sigle che variano in qualche altro esemplare di questa Osella, come pure negli anni successivi. Nei rovesci di queste medaglie vedesi il Doge ginocchioni con l'abito militare e col manto ducale, il quale alza al cielo gli occhi e contempla fra le nuvole l'apparizione di un Santo, tenente nella destra una banderuola, ed un ramo di palma nella sinistra, ed evvi con seco una colomba che, dall'alto il volo spiccando, in cima al rostro porta il berretto ducale al Doge, in faccia a cui mostrasi una galera, che batte i remi nelle acque. Il santo vescovo che qui apparisce, e nel diritto della medaglia sulla spalla del Doge poggia la destra mano, è santo Leone Bembo, vescovo di Modone nella Morea, uno de' suoi antenati (la vita del quale non ha guari per cura di gentil dama in occasione di nobili nozze fu pubblicata), e sotto la sua protezione il doge raccomandato tenevasi. Il tipo del rovescio allude certamente alla carriera militare da questo doge intrapresa; e siccome nella famosa giornata di Lepanto nell'anno 1571 ad una galera comandava e diede prove di sommo valore, così a sé medesimo applicò quel pensiero, che, in altra forma espresso, nelle medaglie del doge Sebastiano Veniero si riscontra, riconoscendo egli pure dalla protezione celeste l'essere stato da tanto pericolo salvato, ed all'onore della sede ducale riservato. Che tale fosse espressamente la sua intenzione, maggiormente si comprova dal modello di una galera in argento da lui offerta in voto alla madre di Dio nella santa Casa di Loreto, siccome alcune patrie memorie attestano.
[T1] NICOLÒ DONATO.
A. 1618 ([SC[TAV]SC]. II).
[T1] ANTONIO PRIULI.
A. 1618 ([SC[TAV]SC]. II).
Il successore a Giovanni Bembo fu Nicolò Donato, il cui regime di soli quaranta giorni, lasciò luogo ad Antonio Priuli nel maggio 1618. Questi era per la Repubblica commissario ad eseguire l'accordo succeduto fra le potenze di Francia, di Spagna, d'Austria e di Venezia. Egli rimase sulla ducale sede fino all'agosto del 1623, e cinque Oselle col suo nome fregiate ai nobili dispensò. Il diritto di tutte queste medaglie porta il santo Evangelista, il quale al doge genuflesso il vessillo pubblico consegnando, la sua benedizione impartisce col solito motto [SC[S. M. VENET. ANT. PRIOL. DUX.]SC], e nell'esergo [SC[T. B.]SC] 1618., cioè Tommaso Bragadin massaro. Nel rovescio della prima havvi il doge pur ginocchioni che, alzando gli occhi al cielo, vede nell'alto la Vergine annunziata dall'Angelo, ed in faccia a questo Venezia seduta col leone ai piedi, che il berretto ducale gli porge, e le parole intorno [SC[AVE. SEMPER. VIRGO. ECCE. ANCILA. ]SC]([I[sic]I]) [SC[TUA.]SC], e nell'esergo [SC[ANNO. I.]SC] ([I[linea]I] 2, [I[lett.]I] a). Nel rovescio dell'anno secondo si vede la Religione in piedi, che tiene la croce con la sinistra, ed è dall'alto illuminata col motto: [SC[MELIORA. SUPERSUNT.]SC], e sotto [SC[ANNO. II.]SC] ([I[lett.]I] b). Il rovescio dell'anno terzo rappresenta Cristo risorto con lo stendardo, ed il Leone veneto col libro aperto sopra un firmamento stellato, e la epigrafe intorno [SC[OMNIA. DEO. ET. PATRIAE.]SC], e nell'esergo [SC[ANNO. III.]SC] ([I[lett.]I] c). La Osella del quarto anno l'impronta e la inscrizione del primo ripete; non così quella dell'anno quinto, nel rovescio della quale replicandosi la impronta dell'anno terzo, diversifica però nella epigrafe, leggendovisi in sua vece: [SC[SI. DEUS. P. NOB. Q. CONT. NOS.]SC], e nell'esergo [SC[ANNO. V.]SC] ([I[lett.]I] d). Il Palazzi, nella spiegazione della prima Osella di questo Doge, non avvertendo, che la elezione di lui, siccome egli stesso indicato aveva, era accaduta nel mese di maggio, la suppone invece agli otto di settembre, giorno natalizio della Vergine santissima, avvenuta, in tal guisa contraddicendosi. Avrebbe forse con più ragionevolezza potuto ricordare piuttosto la ristaurazione dal Priuli, quand'era procuratore di san Marco, ordinata dei due altari nella Basilica, l'uno della Vergine santissima, l'altro della santissima Croce, ora del Ss. Sacramento, vedendosi in queste Oselle rappresentati simboli che possono rammentarli. Egli sempre però lontano dalla verità sarebbe stato, imperciocché, conciliando la rappresentanza delle impronte con la storia di quei tempi, ben presto ci si richiama alla memoria il fatto storico della congiura degli Spagnuoli sotto il duca di Ossuna. È inutile, che io mi trattenga nel sostenere l'autenticità di un fatto da pochi storici contraddetto, e da molti e nazionali e stranieri confermato e sostenuto. Che se il celebre signor Daru, la cui morte giustamente si piange e come politico e come letterato, avesse meglio studiati i documenti della veneziana istoria, e con vera critica confrontate le epoche, non avrebbe in ciò la occasione offerta al co. Domenico Almorò Tiepolo, benemerito e probo veneziano patrizio, di rilevarne gli errori. Con pari verità, benché non animati dalla carità della patria, e il sig. Carlo Botta nella sua continuazione alla storia d'Italia del Guicciardini, ed il sig. Leopoldo Ranke di Berlino pienamente confutarono le fallacie dell'autore francese, i documenti traendone dall'archivio politico generale di Venezia. Il rovescio adunque della prima Osella del Priuli, eletto appunto nell'epoca in cui appena erasi la trama scoperta, rappresenta Maria Vergine annunziata dall'Angelo, nella celebrazione del qual mistero Venezia con pubbliche preci la sua origine ricordava. Salvata quindi per così dire la propria verginità in quell'epoca, volle il doge perpetuarne la memoria, e conservare un religioso monumento della comune venerazione con la prima medaglia che doveva dispensare ai membri tutti del Governo. Nella Vergine Annunziata la primiera proteggitrice rappresentò, attribuendo al valido suo patrocinio la salvezza della patria. Con la epigrafe poi riconfermò il fatto, manifestando il sentimento del cuore nelle parole [I[Ave, gratia plena]I], e mettendo in bocca a Venezia il sincero voto della sua devozione, per cui riconosce dalla Vergine la propria salute, e dichiara di esserle sempre serva, dicendole: [I[Ecce, Ancilla tua]I]. E qual è pur anche la spiegazione della seconda medaglia? se non se che quella religione, che nell'estremo pericolo il governo salvava, quella medesima lo assicurava di un più felice avvenire, e quindi su di essa la propria fiducia ponendo, preci ed elemosine ordinava per ripetere al Signore i suoi più fervidi ringraziamenti. La stessa cosa rammentano e le impronte e le inscrizioni del terzo e quinto anno, e più particolarmente quella di questo ultimo, nella quale, senza che la Repubblica fosse con alcuna potenza in guerra, s'indica un nemico che occultamente ai danni di essa tramava. [I[Si Deus pro nobis, quis contra nos?]I] Questo Doge, prima di salire alla suprema dignità, ed essendo procuratore di san Marco, si pose a tessere certe cronichette, siccome egli stesso le intitola, e le condusse per diecisette anni, cioè fino all'anno 1616. Da lui si avrebbero potuto avere le più esatte notizie sulla congiura degli Spagnuoli accaduta nel primo anno del suo ducato, se a questa alludere volle con le sue Oselle.
A confermar maggiormente la interpretazione data alla mala intelligerza della Repubblica colla corte di Spagna, mi soccorre la storia metallica dell'olanda del sig. Bizot, che all'anno 1620 riporta una medaglia allusiva all'alleanza dei Veneziani, ponendo incise le insegne delle due Repubbliche con la leggenda [I[Foedus initum a.]I] 1620.
[T1] FRANCESCO CONTARINI.
A. 1623 ([SC[TAV.]SC] II).
Ad Antonio Priuli defunto, carico di anni e di meriti, fu Francesco Contarini Cavaliere e Procuratore sostituito, insigne per i pubblici impieghi e per le sostenute legazioni in quasi tutte le corti di Europa, con tale integrità ed innocenza, che niente potevasi condannare nelle azioni od accusare ne' costumi. Due sole furono le Oselle coniate sotto questo Doge, il quale dal settembre 1623 fino al dicembre 1624 sulla sede ducale sedette, e due donativi ai nobili sotto il suo regime succedettero. Siccome però al di lui tempo niuno importante avvenimento accadde, così le sue medaglie non ricordano fatto alcuno di storia, ed in esse non vedesi impresso che il consueto tipo nel diritto col san Marco, che al Doge genuflesso porge lo stendardo della Repubblica con le parole [SC[S. M. VENETUS. FRANC. CONTARENO.]SC] Il titolo [SC[DUX]SC] è in questa posto lunghesso l'asta, la quale, più delle altre lunga, porta la banderuola nel circolo delle parole, in ciò dalle altre tutte distinguendosi, che entro il primo punteggiato circolo la ristringono. Il rovescio pure di questa non offre nel campo che la solita leggenda: [SC[FRANC. CONTARENO. PRINCIPIS. MUNUS. ANNO. I.]SC], e nel contorno [SC[SALUT. AN. 1623. ET. AB. URBE. CONDITA. 1203]SC]. Questo doge viene dal Foscarini nella sua Letteratura veneziana considerato come autore di un lungo trattato di storia in latina lingua dettato, che narra le tre guerre che a' suoi giorni ridotto avevano a mal partito l'imperio turchesco, il quale resistere dovette alle armi dell'imperatore Rodolfo nell'Ungheria, a quelle de' Persiani in Oriente, ed insieme alle civili rivoluzioni insorte nel cuore dello stato. Di questa storia si conservano le copie manoscritte in alcune librerie; leggendola però attentamente, conviene attribuirla con più ragione ad Ottaviano Bon, che fu, com'egli medesimo accenna, al Contarini successore nell'ambasciata di Costantinopoli, e che dallo stesso Foscarini è additato come scrittore di storia.
[T1] GIOVANNI CORNARO.
A. 1625 ([SC[TAV.]SC] II).
Alla morte di Francesco Contarini Doge, il quale con molta virtù per brevissimo tempo il principato sostenuto aveva, Giovanni Cornaro Procuratore di S. Marco fu eletto nel maggio dell'anno 1625, giunto al colmo delle dignità della patria, senza averne ambito alcuna, e ragguardevole non tanto per le ricchezze e per lo splendore di cospicua famiglia, quanto per la propria bontà, sotto la cui scorta, con immutabile tenore, non intermettendo gli esercizii di pietà nelle cure civili, aveva condotta la vita tra le virtù degne del cielo, e tra le funzioni dovute alla patria. Sulla ducale sede fino a' ventitre di dicembre dell'anno 1629 rimase. La lega in questi anni dai Veneziani a favore de' Grigioni, insieme al re di Francia ed al duca di Savoia, stabilita, essere poteva ferace d'importanti avvenimenti da tramandarsi alla posterità col mezzo delle medaglie; ma la guerra fu allora di corta durata, obbligato essendo il re di Francia, per le sommosse interne del regno, a conchiudere la pace col re di Spagna, nella quale gli alleati tutti compresi furono. Niun pubblico fatto adunque somministrò argomento alle Oselle di questo Doge; essendo però egli pio e religioso uomo quant'altri mai, la scoperta fatta di ragguardevolissime sacre reliquie ricordar volle, mentre la dignità copriva di Procuratore di san Marco ai tempi del Doge Giovanni Bembo, sotto il Primicerato di Giovanni Tiepolo, il quale anzi su di esse un trattatello distese, e la fabbrica descrisse di un nuovo altare eretto nella prima stanza del tesoro della Basilica di S. Marco, nel quale furono collocate, come dalle appostevi inscrizioni agevolmente si può vedere. Il diritto adunque di queste Oselle presenta S. Marco, che seduto benedice il Doge a' suoi piedi, e lo presenta del vessillo della Repubblica col consueto motto intorno: [SC[S. M. VER. IOAN. CORNELIO. D.]SC], e nell'esergo Domenico Molin massaro con le sigle [SC[D. M.]SC], essendovi anche di questa qualche variante. Nel rovescio poi si vede il Doge ginocchiato col berretto ducale a terra in faccia all'altare, il quale le sante reliquie adora del preziosissimo sangue, del legno della santissima Croce e di altri oggetti con la epigrafe [SC[FLORES. APPARVER. IN. TERRA. NOS.]SC], e sotto [SC[ANNO. I.]SC] fino all'anno quinto, solo variando successivamente le iniziali de' nomi de' massari e le cifre degli anni. Il Liruti, nel secondo volume de' Letterati del Friuli alla pag. 196, riportando un [I[Carmen]I] di L. Cornelio Frangipane intitolato [I[Stilographia in Principatum Venetiarum]I] ecc., dice che tale medaglia fu battuta il quinto anno di questo Doge in occasione ch'egli aveva fatto rinnovare il reliquiere che inchiude la santissima Croce; ma oltre che nel reliquiere stesso non ha alcuna memoria di questo Doge, la Osella rappresenta sull'altare effigiate non una ma varie reliquie, e non è solo nel quinto anno del suo ducato che fu battuta, ma fin dal primo.
[T1] NICOLÒ CONTARINI.
A. 1630 ([SC[TAV]SC]. II).
Se la pietà e la religione del Doge Cornaro in particolar modo si distinsero nel rendere pubblica e solenne testimonianza della divozione sua verso le sacrosante reliquie da lui rinvenute; niente meno il successore di lui Nicolò Contarini volle, nella sola Osella sotto il suo principato coniata, rendere perenne e pubblica la memoria della divozione del Governo verso la santissima Vergine dimostrata. Introdottasi negli Stati Italiani la pestilenza nell'anno 1630, per la discesa di truppe straniere, che la guerra ruppero al duca di Mantova, dai Francesi e dai Veneziani sostenuto e soccorso, inferociva essa estremamente nel Milanese e nello stato di Venezia, e già più di sessantamila persone in questa capitale miseramente perite erano e più di cinquecentomila nelle Venete Provincie. Nessuno umano rimedio potendo la maligna influenza superare, il Senato decretò che un magnifico tempio sotto il patrocinio di nostra Signora della Salute edificato fosse; che una ricca lampada d'oro alla santissima Casa di Loreto si trasmettesse; e che la canonizzazione del primo Patriarca di Venezia, il beato Lorenzo Giustiniano, appresso il Pontefice si sollecitasse. Verificatosi appena il voto del tempio verso la fine dell'anno stesso, placata l'ira celeste con pubbliche e private preghiere, con elemosine e con digiuni, ed alquanto il flagello rimesso, fu con grande solennità pubblicata libera la città dal contagioso morbo. Sì fausto avvenimento si vede rammentato nella Osella di questo Doge, la quale conservando nel diritto l'antico tipo di san Marco, che benedicendo il Doge in ginocchio gli consegna il pubblico stendardo con le parole: [SC[S. M. VEN. NICOL. CONT. DVX.]SC], e sotto [SC[V. M.]SC], cioè Urbano Malipiero, il massaro all'argento, nel rovescio mostra il Doge genuflesso col berretto ducale deposto innanzi ad un magnifico tempio, su la fronte esterna del quale posa la santissima Vergine col divino Figliuolo in grembo, e nella periferia leggonsi le parole del salmo quarto: [SC[IN. TRIBVLATIONE. DILATASTI. MIHI.]SC], e sotto [SC[ANNO. I]SC]. Questo voto solenne del Veneto Governo, reso a tutta la città comune, ogni anno tuttavia commemorasi nella stessa chiesa della Madonna della Salute nel dì della Purificazione di Maria Vergine col divoto concorso di tutti gli ordini. Alla celebrità e dottrina di questo Doge fan plauso ed elogio tutti i nostri scrittori, fra i quali il Doge Marco Foscarini nella sua Storia della letteratura veneziana, il quale lo ricorda come autore d'una Veneta Istoria, in dieci libri compilata; ed abbiamo prove ben sicure della estimazione ed amicizia ad esso lui dimostra da' letterati uomini de' suoi giorni, fra i quali si annovera il celebre fra Paolo Sarpi.
[T1] FRANCESCO ERIZZO.
A. 1631 ([SC[TAV]SC]. II).
Nel duolo della capitale per la perdita del suo capo fu di sommo conforto la elezione del Doge Francesco Erizzo, che il generalato di terra gloriosamente sosteneva, allorché nella Italia la guerra di Mantova tuttora infieriva. Nell'annuo regalo ai nobili offerto cangiò intieramente i consueti tipi, sostituendo ad essi, nel diritto, un Leone alato rampante, che fra le zampe d'innanzi uno scudo rinserra; sul quale sta scritto [SC[FRANCIS. ERICIO. V. D. MVNVS. ANNO. I]SC]., e sotto [SC[L. F.]SC], cioè il nome del massaro Luca Falier, nome che in alcun'altra collezione è variato. Nel rovescio un'alta palma si vede, sulla cima della quale la Vergine col divin Bambino in grembo riposa, ed a' lati due venti soffiano fra le nuvole dissipandole, ed ha intorno il motto [SC[DEDI. SVAVITATEM. ODORIS]SC]. In tutte le quindici Oselle che abbiamo di questo Doge la stessa impronta ed inscrizione conservasi. Non meno religioso e devoto verso la protettrice del Veneto Governo, la serenità nell'aria e la salute a que' giorni restituita rammentando, alla gloriosa Vergine tutto il merito ne assegna, prendendo dall'ecclesiastico al cap. 24 la immagine della palma, la quale con la soavità della sua fragranza, in mezzo alle tribolazioni, la umana debolezza conforta e rinfranca. Il valore di queste Oselle conservando la stessa lega, il peso e il fino delle altre antecedenti, fu portato a lire due e soldi quindici.
La serenità e la tranquillità del principato di Francesco Erizzo negli ultimi anni da Ibrahim signore de' Turchi disturbata venne, il quale, sotto l'apparenza di vendicare l'insulto fatto ai galeoni turcheschi dalle galere della Religione di Malta, i quali con l'annua carovana da Costantinopoli al Cairo passavano, mise insieme un potentissimo esercito ed una numerosa flotta, incerto mostrandosi a danno di quali cristiane provincie rivolgere le prore dovesse. La isola di Candia era stata sempre dai Turchi con avidità desiderata, e vêr essa di fatto le armi turchesche si diressero, l'assedio alla Canea ponendo. Occupata questa città, e giuntone a Venezia l'infausto annunzio, ondeggiava il Senato sulla scelta del capitano generale da spedirsi con l'armata nell'isola. Lo stesso Principe Erizzo si offrì di esporre se medesimo nella ottuagenaria sua età a nuovi pericoli per la patria; ma nel mentre che alla partenza allestivasi, oppresso dagli anni e dall'agitazione della impresa, morì nel cadere dell'anno 1645.
[T1] FRANCESCO MOLINO.
A. 1646 ([SC[TAV.]SC] II, III).
Ai 20 di gennaro del 1646 nella ducea Francesco Molino fu sostituito. La guerra sotto il principato di questo Doge con esito incerto e dubbioso infierendo, e piena la mente di lui della triste condizione de' tempi, non lasciò di manifestarlo nelle nove Oselle da lui distribuite. Figurar volle la Repubblica ad una nave agitata dalle onde, ma illuminata da un celeste lume. Ne' sei primi anni riprese nei diritti delle sue Oselle l'antico solito conio con le parole intorno: [SC[S. M. VEN. FRANC. MOLINO. DVX.]SC], e nell'esergo [SC[I. A. B]SC]. cioè Giovanni Alvise Battaja. Nel rovescio poi dell'anno primo fece coniare una galera in mezzo alle acque, e sulla cima dell'albero di maistra una fiammella di felice augurio col motto intorno: [SC[FVLGET. INTER. FLVCTVS.]SC], e sotto [SC[ANNO. I.]SC] ([I[lett.]I] a). La guerra maggiormente inferocendo nell'anno secondo del suo ducato a grave danno de' Veneziani, i quali però non si smarrirono, ma presso i principi cristiani con lettere dirette al Pontefice, all'imperatore, ai re di Francia e di Spagna la situazione delle cose rappresentando, di ottenere tentarono qualche soccorso per la difesa di quel regno, il quale, caduto che fosse nelle mani degli Ottomani, potea aprire a questi barbari la porta per entrare negli altrui Stati più esposti al nemico furore, nel mentre ch'eglino stessi con nuovi apparecchi militari di rimettere il perduto procurarono. Egli è perciò che nel rovescio delle Oselle di questo secondo anno rappresentò la galera dalle acque burrascose quasi sommersa, rilucendo però sempre più viva la fiamma sull'albero, quasi indicando, che, nei maggiori pericoli, maggiore era il coraggio da cui il pubblico spirito animato veniva, ripetendo lo stesso motto con l'[SC[ANNO. II]SC]. ([I[lett.]I] b). Le variazioni portate nelle inscrizioni delle Oselle negli anni terzo, quarto, quinto fanno successivamente conoscere, che le cose della guerra ad essere meno sinistre incominciavano, e per i fatti nella Dalmazia avvenuti, e per essere stato risolutamente respinto l'assedio posto alla città di Candia, e perché chiusa alla flotta ottomana l'uscita dallo stretto dei Dardanelli: cose tutte che le speranze della Repubblica risvegliarono. Quindi nella inscrizione dell'anno terzo si ricorda la fiducia del Governo nei lumi che dall'alto venivano [SC[DNS. ILLVMINATIO. IN. HOC. SPERABO. ANNO. III]SC]. ([I[lett.]I] c), come altresì in quella dell'anno quarto, in cui si dice che la presenza della luce l'assistenza del Nume assicura: [SC[PERSTAT. LVMEN. QVIA. NVMEN. ANNO. IIII.]SC] ([SC[TAV]SC]. III, [I[lett.]I] d). Lo stesso palesando quella dell'anno quinto col motto: [SC[DVX. DVM. LVX. ANNO. V.]SC] ([I[lett.]I] e) nella quale continuasi a mostrare la galera pressoché sommersa dalle onde, ma la fiamma rendersi sempre più viva e radiante. La Osella dell'anno sesto varia intieramente dalle altre nel suo rovescio. Non v' è più la galea naufraga e periclitante, ma evvi nell'alto un Sole, i raggi del quale, nel centro di uno specchio raccolti, con la forza del loro fuoco abbruciano l'oste nemica, della quale si veggono le insegne prossime a sommergersi, leggendovisi intorno le parole: [SC[SVPERO. FERVENTE. FOVENTE. ANNO. VI.]SC] ([I[lett.]I] f). Bella allegoria, tolta dal fatto di Archimede, che cogli specchi ustorii abbruciò le navi romane nel porto di Siracusa, e che, sotto il velame del raggio ripercosso, la vittoria de' Veneziani ricorda riportata nelle acque di Paros ai dieci di luglio dell'anno 1651 contro i Turchi, che furono intieramente sconfitti, con la perdita di undici navi ed una maona, rimaste in preda de' vincitori, oltre cinque navi abbruciate, mille e cinquecento prigionieri, ed un immenso bottino; vittoria, che ogni anno in tal giorno nella soppressa chiesa di san Paterniano rammemoravasi. La medaglia dell'anno settimo offre nel suo diritto una nuova testimonianza della pietà del Veneziano Governo, impressa essendovi la immagine di sant'Antonio di Padova, posta dietro la cattedra del santo Evangelista, il quale presenta al Doge ginocchioni il pubblico vessillo col motto: [SC[S. M. V. GERMINAVIT. LILIVM. FLOREBIT. ÆTERNO. FR. MOL. D.]SC], e nell'esergo [SC[Z. A. S]SC]. Zan Alvise Salomon ([I[lett]I]. g). Nell'anno appunto 1652, che corrisponde all'anno settimo del principato di Francesco Molino, il Senato, per consolidare la pietà con le cure politiche, fra i santi protettori di Venezia santo Antonio di Padova annoverò, ergendo per voto un altare, nella chiesa di Santa Maria della Salute, al glorioso santo Taumaturgo dedicato. Di Padova alle inchieste del Senato fu accordata una porzione delle sue reliquie, e queste, portate con molta onorificenza a Venezia, furono accolte e ricevute dal Doge, e processionalmente trasferite nella suddetta chiesa, e riposte nel nuovo altare, essendo rettore della Casa della Salute Gio. Francesco Priuli. Il Conte Sartorio Orsato patrizio patavino lasciò stampata la memoria di questo trasporto. I miracoli espressi nel rovescio di questa Osella fatti da Mosè illuminato dal Signore a favor d'israele allorché col percuotere della verga le acque dell'eritreo si aprirono al passaggio dell'ebraico popolo, e la fiamma di fuoco che pel deserto il condusse, con la leggenda intorno: [SC[HINC. SPERANS. NIL. ERRANS]SC]., e nell'esergo [SC[ANNO. VII.]SC], sono una immagine della celebrità del Taumaturgo Patavino, e quindi la confortante speranza, che non erra colui che nel cielo confida. La vera pietà e religione che il Veneziano Senato animava in mezzo alle calamità di una guerra dispendiosissima, lo condusse a decretare anche la erezione di un monastero di monache cappuccine con piccolo oratorio annessovi sotto la invocazione di santa Maria del Pianto, da cinque cappellani mansionarii uffiziato, i quali ogni giorno celebrassero le sante messe per quelle anime del purgatorio, che de' suffragi mancassero, secondo la pubblica intenzione; e per la chiesa a quei giorni eretta, fu fatta dal Doge coniare l'Osella dell'anno ottavo, che nel suo rovescio mostra il fuoco celeste che reprimeva il terreno; il che può alludere alla grazia celeste implorata coi sacrifizii per estinguere le fiamme del purgatorio che quelle anime soffrivano; e presso ad essa una chiesa con le parole intorno: [SC[COHIBENTE. TERREVM. ÆTHEREO.]SC], e sotto [SC[ANNO. VIII]SC]. ([I[lett]I]. h). Il fuoco divino dei sacrifizii, o, vogliamo dire, i raggi del sole divino impetrati con que' sacrifizii, doveano estinguere o diminuire le fiamme, in cui per cagione delle macchie terrene giacevano le anime purganti. La morte di tanti valorosi per la patria incontrata dee avere svegliata sempre più la pietà del Governo, che questa instituzione formar volle a pro' delle anime loro. La suddetta chiesa nella concentrazione e nel disfacimento de' monasteri chiusa rimase, e ora raccoglie un pio istituto femminile. La fiamma isolata nel campo del rovescio della nona ed ultima Osella di questo Doge alzandosi dal suolo vivissima e dritta senza ondeggiare col motto: [SC[NON. FVLTA. NON. FLVXA. ANNO. VIIII.]SC], ricorda l'imperturbabile coraggio della Repubblica, la quale ridotta sola sosteneva il gravissimo peso di una sì disastrosa guerra ([I[lett]I]. i). I simboli tutti che abbiamo veduto dal Doge Molino nelle Oselle adoperati, e relativi alle peculiari circostanze del Governo, odorano molto del gusto del secolo, nel quale ampollose maniere e nella dettatura e nelle rappresentate cose apparivano. Il prezzo di queste Oselle fu portato alle tre lire venete.