—Voi avete là una bella moglie! mi sburravano all'orecchio i commensali più vicini, empiendomi in pari tempo il bicchiere.
—Donna adorabile!
—Donna fascinatrice!
—Che occhi!
—Che labbra!
—Che profilo!
E nell'alternarsi di questi punti ammirativi, i miei ospiti si davan premura di riempirmi il bicchiere. Coloro s'eran messa in capo l'idea d'ubbriacarmi. Vinto il marito, pensavano essi, sarà men difficile la presa della moglie. Ma io non era un marito, e i furbacchioni fallirono completamente. Da quanto mi accadde quel giorno, ho dovuto convincermi che l'avere una bella moglie non è poca fortuna in certe occasioni. Se l'Ascolana non era meco, avrebbero forse gli uffiziali francesi pensato ad offrirmi quell'eccellente colazione? Infatti, gli altri prigionieri erano rimasti di fuori, agglomerati come caproni sotto la vampa del sole cocente, a divorare cogli occhi i giamboni e gli altri commestibili che poco dianzi essi aveano recato alle bocche nemiche. Al mio povero postiglione era toccata l'ugual sorte. Io mi sovvenni di lui: lo ricordai all'Ascolana, e questa pregò gli uffiziali di inviargli qualche cibo. È inutile ch'io vi dica con quanta sollecitudine fu risposto al voto della bellissima donna. Tutti quanti balzarono in piedi, e recandosi in mano le scodelle, i piatti, i bicchieri, corsero ad offrire al postiglione una colazione lautissima. Quel povero ragazzo, vedendosi onorato in siffatta guisa, non capiva più in sè dalla gioia; prese i piatti, le scodelle, i fiaschetti; li adagiò sotto un albero, e mangiò come forse mai gli era accaduto nella vita.
Era già il mezzogiorno, quando da Monte Mario venne improvvisamente un ordine ai soldati di abbandonare quelle posizioni per ricongiungersi al grosso dell'esercito. Tutti i prigionieri furono schierati, distribuiti in drappelli e passati in rivista. Grazie alla buona opinione che s'ha di noi Italiani al di là delle Alpi, que' malcapitati carrettieri furono frugati e manomessi dal capo al piede. Il postiglione fu obbligato a levarsi anche gli stivali. I terribili perlustratori che con una indecenza poco francese avean eseguito l'uffizio crudele, non avendo trovata arma alcuna, si guardarono in viso meravigliati, esclamando colla miglior buona fede del mondo: «Costoro non sono Italiani!»
Grazie all'Ascolana, mi fu risparmiato quel barbaro affronto. Gli uffiziali ne offersero un posto sui carriaggi, e vi salirono con noi. L'Ascolana fu posta a sedere sopra un gran padiglione di verzura improvvisato alla meglio dagli zappatori, i quali a tal uopo avevano atterrati quattro o cinque alberetti, e li aveano disposti sul carro intrecciando ai rami qualche fiore dei campi.
Il capitano tuonò il comando della marcia, e tutti quanti partimmo alla volta di Monte Mario.
Il luogo dove fummo fatti prigionieri, secondo mi venne riferito dal postiglione e dagli altri compagni di sventura, denominavasi la Tomba di Nerone.
CAPITOLO XI.
Un pranzo a Monte Mario.
Dopo un'ora di marcia, giungemmo alla sommità di Monte Mario, ove accampava un grosso distaccamento di truppe, sotto il comando del generale Souvant.
Entrammo in un magnifico palazzo. Il generale non tardò a comparire. Girò gli occhi intorno, passando ad uno ad uno in rassegna quei numerosi prigionieri; poi voltosi a me e all'Ascolana, che in disparte meditavamo qualche ingegnoso stratagemma per uscire dalle mani nemiche; signori, ci disse, io non posso permettere che voi restiate con tanto disagio fra questa canagl.... cioè.... voleva dire... fra questa brava gente. Noi siamo troppo galanti per dimenticare i riguardi dovuti ad una bella e giovane signora, dalle fibre delicate. Io vi offro il mio braccio, o nobile e maestosa progenie delle Cornelie e delle Lucrezie! Compiacetemi di seguirmi nell'altra sala in compagnia del vostro signor marito!—Così parlando, il generale, con una galanteria irresistibile, si impadronì della donna e con lei si diresse nell'interno del palazzo, dopo avermi accennato di seguirlo.—I soldati francesi, vedendomi attraversare il porticato nelle umilianti apparenze di un marito vittima, ridevano sotto i baffi e portavano le mani alla fronte facendo un gesto molto pittoresco.
Il generale ci condusse in una magnifica stanza al piano superiore, dove trovammo un letto eccellente.—«Riposatevi fino all'ora del pranzo, disse egli con amabile cortesia; verso le cinque vi faremo chiamare; spero non rifiuterete di pranzare alla nostra tavola, dove il mio stato maggiore vi farà allegra corona.... Convien adattarsi alle circostanze... Siamo sul campo di battaglia, e i nostri cuochi qualche volta sono distratti dalle bombe... Però le nostre cantine sono ben fornite... I preti ci mandano da Roma dell'eccellente Champagne, che il migliore non si potrebbe avere a Parigi. Il Champagne e l'Orvieto strinsero alleanza nelle nostre cantine... Ciò mi è di buon augurio per le future relazioni tra l'Italia e la Francia... Io spero che un giorno le due nazioni si stringeranno la mano, come io ve la stringo di cuore sin da questo momento.»
Il generale voleva ad ogni costo mettersi nelle buone grazie... dell'Ascolana—e frattanto, egli ci aveva fornito la stanza ed il letto,—dove, in un momento di esaltazione ingovernabile, per noi si compì finalmente quella parte del rito coniugale, che è reputata la più dilettevole.
Tiriamo un velo su quella scena. E d'altronde le sono istorie troppo comuni—tutti gli animali della creazione passano per quella via. Si potrebbe discutere sulla maggiore o minore colpabilità dell'Ascolana: ma la mia questione di teologia morale fornirebbe un episodio troppo noioso.
—L'Ascolana non è meno virtuosa, non è meno pura innanzi al tribunale della mia ragione, e del mio cuore.—Ella ha ceduto ad uno di quei casi di forza maggiore, che ponno riguardarsi una clausola eccezionale anche nei contratti di fedeltà, stipulati col matrimonio.—Eravamo stanchi, abbrustoliti dal sole, in uno stato di esaltazione indescrivibile. Nella stanza non c'era che un solo letto—un letto molto comodo—ombreggiato da folte cortine...—angusto—colle sponde rilevate, formanti un declivio...
Eppure ci eravamo coricati coi più onesti propositi. L'Ascolana aveva fatto il segno della croce.... io aveva recitato una giaculatoria...
Alle cinque ore, un'uffiziale entrò nella camera, per invitarci a discendere. Fummo condotti nella sala da pranzo. Alla Ascolana era riserbato il posto d'onore fra il generale ed il suo aiutante maggiore,—io fui relegato,—come era da prevedersi—all'estremo confine della tavola.
Il desinare fu servito lautamente; v'era copia di vivande squisite, dilicati vini, frutta, confetti, ogni ben di Dio. Al principiare del pranzo si parlava, poi si venne alle grida; all'ultimo, sturate le bottiglie dello Champagne, la sala divenne una babele di schiamazzi.
Quattro importanti questioni, di genere affatto opposto, alimentavano la impetuosa loquacità dei commensali.—Musica, guerra, politica e gastronomia!
Io mi ero prefisso di secondare in ogni cosa i miei ospiti. Cionullameno, verso la fine del pranzo, le incredibili enormità e i nuovi spropositi che circolavano per la sala, e sopratutto la sprezzante albagia di un ufficiale nel disconoscere lo scopo e la giustizia della nostra rivoluzione, mi inagrirono il sangue. Tutti i calcoli della prudenza furono in un punto soffocati da un impeto di bile. L'amor di patria e lo Champagne infiammarono la mia eloquenza—io presi a difendere la rivoluzione con tutta la vigoria delle mie note cantonali; sicchè in breve pervenni a dominare l'assemblea. L'Ascolana mi incoraggiava col baleno degli occhi e colla intercessione di una gentile parola, ogniqualvolta gli irritabili uditori accennavano di prender fuoco.
La discussione prese forma di una grande aria da baritono con accompagnamento di coro.
Permetti, lettore che io ne trascriva le parole, onde tu possa di tua fantasia applicarle la musica.
CAPITOLO XII.
Fra due repubbliche.
(Grande aria per baritono con accompagnamento di coro).
Baritono. Vi ho detto fin da principio ch'io sono un primo baritono assoluto; ma poichè vi ostinate a credermi un repubblicano, lasciamo correre l'ipotesi, o piuttosto fissiamola come punto di partenza. Alla mia volta, o signori, permettete che io vi chiegga qual parte siate venuti a rappresentare voi sotto le mura di Roma.
Coro. Noi siamo soldati della repubblica francese!
Bar. Alla buon'ora! Dunque, se io fossi soldato della repubblica romana, noi ci troveremmo su due campi avversarii a combattere per lo stesso principio. In verità che le mie idee si confondono. Come si spiegano questi rapporti contradditorii fra due popoli, che dovrebbero chiamarsi fratelli nel vincolo di una identica costituzione, e invece si azzuffano accanitamente per..?
Coro. Per ristabilire l'ordine pubblico.
—Per liberare i romani dall'oppressione straniera...
—Per proteggere il papa contro gli attacchi di pochi rivoluzionarii.
—Per difendere la religione cattolica, apostolica...
Bar. Basta, signori; ho capito. Per tal modo voi venite a dichiarare che repubblica è sinonimo di disordine, che gli Italiani debbono considerarsi come stranieri in casa propria; che il papa è tanto screditato ed impotente, da non poter resistere da solo contro gli attacchi di pochi faziosi; che la religione cattolica apostolica, ecc., ecc., ha cessato di essere una forza morale, ed ha bisogno, per sorreggersi, delle vostre baionette. Quanto alla prima questione, mi permetterete di farvi osservare che l'idea di costituirci in repubblica è una conseguenza dell'esempio che voi ci avete dato. Non credevamo che una forma di governo, conquistata da voi con tante rivoluzioni e tanto sangue, trapiantandosi da Parigi a Roma, divenisse sinonimo di disordine e di anarchia. Aggiungerò—vedete come è ingenua la logica degli Italiani!—che la repubblica di Roma faceva assegnamento sul vostro appoggio morale e materiale—e in caso di coalizione europea, non contava che un solo alleato possibile, la Francia repubblicana.
Coro. Tiens! tiens!...
—C'est drôle!
—C'est bête!
Bar. Voi dite che Roma è violentata dagli stranieri...
Coro. Oui! des lombards! des toscans! des piemontais! des vénitiens!
Bar. Voi mi confondete, signori.—Se i lombardi, i toscani ed i veneti, in Roma debbono considerarsi come stranieri, voi avete mille ragioni di prendere il loro posto, ed io sto per credere che i veri Italiani... siate voi... Ma non perdiamoci a cavillare sopra una questione che potrebbe risolversi colla carta geografica. Qualcuno di voi, a giustificare l'intervento, vuol farmi credere ch'esso abbia per iscopo di proteggere il papa contro la rivoluzione... Ma, in nome di S. Pietro apostolo! che altro è mai questa nostra rivoluzione se non la risposta di tutti gli Italiani all'appello del pontefice, la conseguenza diretta ed immediata della splendida iniziativa presa da Pio IX?—I Lombardi insorsero contro l'Austriaco ed eressero le barricate al grido di viva Pio IX! Questo grido fu scritto sulle nostre bandiere, questo grido fu ripetuto dal nostro esercito sui campi di Goito e di Somma Campagna.—Concorrendo alla terribile crociata contro i suoi mille tiranni, l'Italia, più che una rivoluzione, compi un atto di fede cristiana. Chi ha mancato? chi ha tradito? qual fu il primo disertore nel momento della lotta?—Quegli stesso, che l'aveva iniziata, e benedetta nel nome di Dio. Perchè il Capo ci fornì l'esempio nefando, vorrete voi condannarci di non aver disertato in massa?... Questi soldati, questi Italiani, che voi perseguitate, che voi venite a snidare dall'ultimo asilo della libertà, non d'altro sono colpevoli fuorchè della loro troppa fede in Pio IX. Perdonate, signori uffiziali, s'io vi parlo con qualche vivacità. Ma io mi trovo in tal posizione, da cui la balordaggine umana mi apparisce tanto deforme che quasi mi vergogno di appartenere alla specie. A che giovano le lezioni della istoria, a che giovano i progressi della libertà, quando ad ogni tratto vediamo trionfare l'assurdo, e la follia distruggere in pochi mesi il progresso di un secolo?... La repubblica!... L'ideale del migliore dei governi, che ha per epigrafe: libertà, uguaglianza e fratellanza.—Non è questa la nostra insegna?... Pure, le due repubbliche si guardano in cagnesco... La libertà dell'una osteggia la libertà dell'altra—si accusano—vengono alle mani,—da ambo le parti si prodiga il sangue—e intanto, fra queste due repubbliche che si sgozzano, un prete ed un croato, seduti ad una tavola grassamente imbandita, aspettano tranquillamente l'ora di riprendere lo scettro del mondo.—Io concludo: se è vero che voi siate repubblicani, la repubblica non è altro per voi che una formola di transazione per ricondurre i popoli, da un governo moderatamente liberale, all'assolutismo più dispotico.
Il generale Sauvant non pose tempo in mezzo; diede alcuni ordini al Còrso, il quale, rientrato pochi minuti dopo nella sala, disse ad alta voce: la vettura è pronta!
Allora il generale, voltosi gentilmente all'Ascolana:—Signora, le disse, noi siamo ben lieti di usare a vostro pro del dritto di grazia a noi concesso. Fra un'ora sarete in Roma, a fianco di vostro marito—voi potete partire all'istante.
Tutti ci levammo in piedi per farle cortegio infino alla vettura. Ella era pallida in volto, e a stento camminava, e non profferiva parola. Io l'aiutai a salire in vettura; e stringendole la mano, le sussurrai all'orecchio alcune frasi sconnesse che mal traducevano i tanti e variati sentimenti che in quel punto mi cozzavano nel cuore.
«Addio, bella Italiana, dissero gli uffiziali. Fra due giorni ci rivedremo.... Dite a que' bravi Romani che fra due giorni verremo a far colazione anche noi al caffè delle belle arti, e a fumare uno zigaro sulla Piazza del Popolo.»
La vettura si mosse, e scendendo pel ripido pendìo, scomparve ben tosto dai nostri sguardi.
Io cercava dissimulare il profondo cordoglio di quella improvvisa separazione. Dissi dunque agli uffiziali:
—A quanto pare, voi contate d'esser fra due giorni padroni di Roma?
—È colpo sicuro!...
—Per qual porta entrerete?
—I Francesi non entrano mai per le porte...
—Al diavolo i rodomonti! sclamai in buon italiano, per dar sfogo alla rabbia che mi strozzava.
—Che avete detto?
—Ho detto che son rimasto senza moglie... e che ora i buoni pranzi sono finiti!
Di tal modo finì la mia grande aria. Ma il coro che si era intercalato al recitativo e alle prime battute dell'adagio, non concorse all'effetto delle cadenze.—Qualcuno degli uffiziali, con un cenno leggiero della testa, mostrò di arrendersi al mio ragionamento—altri si scambiarono furtivamente delle occhiate d'approvazione—finalmente, i più avversi alla logica, risposero con una crollatina di spalle, che mi fece inorgoglire. Erano convinti, ma non osavano confessarlo.
Fu breve silenzio nella sala. La bella Ascolana, per distrarre le menti da una questione, che avea messo i miei ospiti in tanto imbarazzo, si volse con amabili accenti al generale per chiedergli qual sorte fosse a noi destinata.
La risposta del generale, come ognuno può immaginare, mi interessava grandemente.
CAPITOLO XIII.
I buoni pranzi finiscono.
—In poche parole vi metto al chiaro della situazione, prese a dire il Sauvant.—Voi siete prigionieri di guerra, e come tali io debbo inviarvi al quartiere generale, ove, dopo breve esame, sarete giudicati. Da questa misura sono eccettuate le donne, quelle almeno che non si lasciano prendere colle armi alla mano. Per esse noi abbiamo il diritto di grazia, e ben volontieri ne useremo a vostro vantaggio, amabilissima signora, se non foste vincolata ad un uomo, che voi senza dubbio vorrete seguire giusta il precetto cristiano: la donna seguirà il marito, ecc., ecc., con quel che segue.
—E in qual modo esercitate voi il diritto di grazia verso le persone del mio sesso? domandò l'Ascolana con volto radiante.
—Rimettendole sul loro cammino, od anco facendole scortare da gente fidata fino alle porte di Roma.
—Se ciò è, voi potete da questo momento esercitare il vostro diritto di grazia verso questa donna, diss'io al generale.
—Che! separarvi dalla moglie! sclamarono i commensali.—C'est drôle! c'est incroyable!
—Signori, cessate dal far le meraviglie. Questa donna ch'io vi ho presentato per mia moglie, allo scopo di guarentirle il rispetto ed il decoro, non è che una mia compagna di viaggio, colla quale mi incontrai per caso in un paesello delle Marche. Essa altro non brama fuorchè di por piede entro le mura di Roma, per abbracciare il suo vero marito, dal quale fu per lunga pezza disgiunta.
Qui mi fu d'uopo narrare dettagliatamente l'istoria del mio incontro coll'Ascolana a Grottamare, l'intendimento del viaggio, e tutto insomma dall'a alla zeta quanto ci era accaduto.
Storia di Milano dal 1836 al 1848.
STORIA DI MILANO
dal 1836 al 1848
Sotto l'oppressura di una indigestione solennemente cattolica, io mi accingo ad un lavoro altrettanto grave che proficuo; a scrivere la Storia di Milano dall'anno 1836 al 1848. Voi tosto comprenderete che io scrivo dietro incarico di un editore, al quale preme, se non mi inganno, di aggiungere due nuovi volumi alle opere del Verri e del De-Magri, oggimai screditate completamente. Conviene adunque, che io raccolga i pensieri a capitolo—l'impresa è molto arrischiata, ma io solo conosco l'alta mercede che mi attende.
Raduniamo i materiali. Io detesto gli sgobboni che fabbricano la Storia sui libri altrui, sulle testimonianze poco attendibili dei giornali e sulle postume adulazioni delle medaglie e dei marmi sepolcrali.—D'altronde, non l'ho io veduta coi miei propri occhi la Storia di Milano dal 1836 al 1848?—Questa riflessione mi fa incanutire venti peli della barba, ma in ogni modo mi conforta e mi infonde lena al lavoro.
Aduniamo le nostre reminiscenze—senza ordine—senza legge—come vengono.—Cosa era Milano dal 1836 al 1848?—O piuttosto: qual era Milano?—A tale interpellanza, mi si affaccia il caos... Dodici anni mi si affollano intorno, urtandosi, sospingendosi, assordandomi l'orecchio di grida diverse. L'immortale questurino di Siviglia non si trovò a peggior condizione della mia, allorquando salì in casa di don Bartolo per rimettervi l'ordine.
Se non m'inganno, fu nell'anno 1838 che S.M. Apostolica l'imperatore Ferdinando d'Austria venne a Milano per farsi incoronare Re d'Italia. A quell'epoca, per ricordare l'augusto, si diceva generalmente; il nostro imperatore, taluni, più ingenui: il nostro buon imperatore.—Molti nobili lombardi si recavano ad onore di vestire la divisa di uffiziali tedeschi... C'erano, all'entrata di S.M., delle guardie italiane sfolgoranti d'oro e di perle;.. una meraviglia di splendore, di pompa, di beatitudine generale. Non ricordo se il cholera ci abbia fatto la sua prima visita, innanzi, o dopo l'incoronazione di Ferdinando. Il perfido morbo si diè a conoscere verso quell'epoca, ed anche allora si rinnovarono scene atroci e balorde, non molto dissimili da quelle che il Manzoni descrisse nel suo sublime romanzo. Il popolaccio è sempre uguale in ogni tempo—è sempre la gran bestia.
Di politica nessuno fiatava.—Le contrade erano illuminate da lampade ad olio, e i riverberi delle fiamme acciecavano affatto il passeggiero.—I Milanesi menavano gran vanto della loro pulitezza e i marciapiedi, frattanto, erano attraversati da rigagnoli che non sentivano di muschio. La cattedrale, ammirata dagli stranieri, serviva da pisciatoio ai più civilizzati, i quali, per maggior vilipendio dell'edificio, erano in buon numero.—La città si svegliava verso le undici del mattino; i veri lions non apparivano in pubblico che alla una dopo mezzodì.—Si incontravano al Corso dei giovanotti di sedici ed anco di diciotto anni, vestiti colla giacchettina corta, profilata alle natiche, accompagnati dal tutore o dal pedagogo, il quale ordinariamente era prete. Il cappello a cilindro torreggiava sulla testa degli eleganti a porta Renza ed ai pubblici giardini; ma c'era pericolo ad affrontare, con quel simbolo in testa, i terraggi di porta Ticinese e i rioni di porta Comasina.—Quando al Corso passavano in cocchio l'arcivescovo o il vicerè, non c'era alcuno che non levasse il cappello. L'arcivescovo era tedesco e si chiamava Carlo Gaetano conte di Gaisruk; il vicerè si firmava Rainieri. Nel 1840, i figli di quest'ultimo, due figuri lunghi e rasi sotto la nuca, venivano salutati al corso con qualche affettazione di rispetto e berteggiati dietro le spalle a voce bassa.—Gli uffiziali austriaci portavano l'abito borghese.—Il governatore, il conte Pachta, il Torresani, il Bolza, godevano di una autorità illimitata.—C'era un casino di Nobili e un casino di Negozianti, rivaleggianti di supremazia.
L'aristocrazia e il commercio si guardavano biecamente. I giovanotti di buon genere si ubbriacavano di Porto o di Madera, e da ultimo si suicidavano coll'absinzio. Questa atroce bevanda si introdusse a Milano verso il 1840.—La moda dei mustacchi e della barba completa incontrava degli oppositori pertinaci e accaniti. Molti padri di famiglia tenevano il broncio ai figliuoli od ai nipoti per una leggiera insubordinazione di peli. Due fratelli Clerici rappresentavano le più belle e più complete barbe di Milano. I vecchi, gl'impiegati, e in generale, tutti i così detti uomini seri, si radevano scrupolosamente dal naso al gozzo. Gli studenti che portassero barba o mustacchi rischiavano compromettere il loro avvenire; ordinariamente venivano rinviati dall'esame, od anche eliminati dalla scuola.
Tre quarti della popolazione non conosceva altro mondo, fuori di quello rinchiuso entro il circuito dei bastioni. La attivazione della ferrovia fra Monza e Milano fu un avvenimento colossale, che parve prodigio. Si udivano dei vecchi esclamare: Ora che ho veduto questa meraviglia, sono contento di morire! e parecchi morirono infatti. L'apertura del caffè Gnocchi in Galleria De Cristoforis inspirava due lunghi articoli alla Gazzetta di Milano; quasi altrettanto rumore levò l'apertura del caffè dei Servi, e più tardi l'inaugurazione della bottiglieria di San Carlo.
I Cafè-restaurants non esistevano prima del 1840—nel 1847 si contavano sulle dita. La colazione di lusso consisteva in un caffè e panera, con due chiffer o pannini alla francese.—Questa lauta colazione costava otto soldi di Milano. Non era permesso fumare in alcun luogo pubblico, e, innanzi al 1844, erano guardati di mal occhio e tacciati di malcreanza i pochi scioperati che osavano inoltrarsi, collo zigaro in bocca, sui bastioni di porta Renza, o dentro i pubblici giardini durante il trattenimento della banda. Le signore, all'appressarsi di uno zigaro, fingevano il deliquio: alla vista di una pipa inorridivano del pari il gracile e il forte sesso.
In materia culinaria, l'istinto pubblico tendeva al grasso e al pesante.
Gli Ambrosiani non avevano ancora degenerato al punto da proscrivere il cervelaa dal risotto. Il buon vino, il vino corroborante e stomatico doveva innanzi tutto essere un liquido opaco. Si mangiava eccessivamente ad ogni ricorrenza di solennità ecclesiastica; nel resto dell'anno una parte del popolo digiunava per compenso. Questo popolo non aveva giornali, nè libri—la sua letteratura erano le bosinate—la sua politica si riassumeva nel motto: Viva nûn e porchi i sciori!—Porta Comasina e porta Ticinese si detestavano; esistevano, dentro i bastioni, antagonismi feroci, come fuori, tra villaggio e villaggio. A porta Ticinese, verso l'imbrunire, una persona civilmente vestita rischiava la fine di santo Stefano.
La Gazzetta di Milano, il solo foglio che trattasse estesamente la politica, usciva in formato modestissimo; il suo primo articolo verteva ordinariamente sulle questioni della China. Al compleanno ed al giorno onomastico di S.M. l'imperatore d'Austria, il foglio usciva stampato a caratteri d'oro e tutto ornato di rabeschi. In quelle ricorrenze, la boemia dei poetastri gracidava dalla Gazzetta i suoi inni pindarici. I poeti e i letterati, meno qualche eccezione, passavano per spie.
La calunnia non rispettava le grandi intelligenze, e imperversava sulla turba degli scribacchiatori. Qualunque letterato non avesse una posizione determinata, qualunque non fosse in grado di esporre al pubblico il bilancio attivo e passivo delle proprie finanze, cadeva in sospetto di agente dell'Austria. A Milano, come si vede, gli uomini di lettere furono in ogni tempo assai corteggiati dall'opinione pubblica.
Il Pirata, foglio teatrale del dottor Francesco Regli, era letto avidamente. Luigi Romani istituiva il Figaro; Pietro Cominazzi la Fama che esiste tuttora; il signor Pezzi dettava critiche letterarie e teatrali nel Glissons: c'era un Bazar diretto dal Boniotti. Da Torino giungeva fin qui il Messaggere torinese diretto dal Brofferio; Firenze, più tardi, ci mandava una Rivista redatta dal Montazio. In fatto di letteratura periodica non si andava più in là.—Erano per la massima parte fogli teatrali, ma in allora il teatro costituiva la massima preoccupazione della società colta; epperò il Pirata, il Figaro e la Fama erano aspettati avidamente e letti da quanti sapevano leggere.
Il caffè del Duomo, emporio di letteratura e di letterati, offriva anche il Politecnico e la Rivista europea, il Débats, la Rivista piemontese, l'Allgemeine ed altri pochi periodici provenienti dall'estero. Nei principali caffè di Milano, all'infuori della Gazzetta e del Pirata, nessun foglio stampato. I pedanti muovevano guerra al Manzoni, e stampavano libelli da fare raccapriccio. Tommaso Grossi, aggredito accanitamente dalla critica pe' suoi Lombardi, abbandonava iracondo il campo delle lettere per rifugiarsi nel notariato.
La satira inferociva coi grandi. Tutte le ire, le contumelie, le calunnie che oggidì si disfogano nella lotta politica, si addensavano allora sulle teste dei poeti e degli artisti, e su quelle andavano a rovesciarsi furiose e mortifere. È la storia del passato, sarà la storia dell'avvenire. Esisterà sempre una lega di inetti, di mediocri e di impotenti, per combattere le intelligenze superiori, per contristare la esistenza di chi opera ed emerge.
Si mangiava a buon patto, e un vino detestabile si smaltiva dai brugnoni per otto, per sei soldi al boccale. All'osteria della Foppa, si pranzava al prezzo di una lira austriaca. Quel pranzo si componeva di tre piatti, minestra, vino, giardinetto. Nell'osterie ed anco negli alberghi di lusso, la mensa era rischiarata da candele di sego. Ad ogni mutamento di piatto, il piccolo andava in giro collo smoccolatoio—la fuliggine pioveva nelle zuppe.
I secchi dei lattivendoli giravano scoperti nelle vie, o solo coperti da uno strato di mosche. In ogni via aprivasi un macello; i suini ed i vitelli, trascinati brutalmente sui carri, intronavano dei loro gemiti le vie.—I monsignori del Duomo si distinguevano per la rotondità dell'addome: gli altri ministri del culto, meno qualche professore damerino, facevano gara di collaretti bisunti. Della decenza pubblica si teneva poco conto. Mentre i fianchi del Duomo venivano liberamente usufruttati per sfogo di una secrezione meno pura; presso gli scalini, in sul far della notte, si davano convegno barattieri e ruffiani d'ogni specie, i quali senza scrupolo di sorta, offrivano ai passanti la merce proibita. Nel centro della città, a poca distanza della cattedrale, esistevano case di vizio. A tutte le ore del giorno, le più sozze femminaccie scendevano in sulla porta, o affacciavansi alle finestre, e colla voce o con gesti laidissimi invitavano a salire. Ai veglioni della Canobbiana e del Carcano, ebbrezza e dissolutezza inenarrabili. In una notte di sabbato grasso, al teatro Fiando, si dovette sospendere il veglione, e i poliziotti fecero sgombrare la sala, perchè i cavalieri danzanti s'erano spogliati infino alla camicia.
Risaliamo alle regioni elevate. Marchesi godeva fama di scultore eminentissimo; Hayez dominava nella pittura storica; Canella e Bisi nel paesaggio; Sabbatelli era insuperabile negli affreschi, Molteni era chiamato l'imperatore dei ritrattisti, Sanquirico, scenografo della Scala e cavaliere di più ordini, riceveva, con alterezza principesca, principi visitatori. Rossini, Bellini e Donizetti fornivano il repertorio musicale ai grandi e piccoli teatri. Piacevano due o tre opere di Mercadante. Pacini, già quasi obliato, nel 1842 riviveva glorioso colla Saffo. Alla Scala si rappresentavano con successo i Falsi Monetari del Rossi, lo Scaramuccia e la Chiara del Ricci, il Furioso di Donizetti, il Buontempone del Mandanici, tutte opere in oggi obliate o dannate al ludibrio dei piccoli teatri. La Malibran era morta, la Pasta abbandonava la scena; Rubini, Lablache, Tamburini, Galli e gli altri creatori illustri delle opere di Rossini e di Bellini, emigravano all'estero per cogliere paghe favolose nei teatri di Londra e di Parigi. Salvi, Moriani, Ronconi, la Tadolini, la Strepponi, la Schoberlechner, Poggi, la Frezzolini, Guasco, Debassini, Ferri, aprivano, con altri pochi valenti, l'epoca nuova. Fervide, accanite polemiche suscitavano la Cerrito e la Taglioni; una pantofola della Cerrito era pagata duecento franchi. La Elssler, apparsa più tardi, faceva obliare le due antagoniste avventurate; il pitale della Elssler fu comperato da un fanatico al prezzo di lire seicento.—Nella quaresima del 1842, coll'opera il Nabucco, si palesava un nuovo atleta dell'arte musicale, il maestro Giuseppe Verdi. Tutti i dotti si scatenarono atrocemente contro lui, ma il pubblico non tardò un istante a rendergli omaggio. Gustavo Modena recitava al Lentasio la Zaira, il Luigi XI, l'Oreste, il Filippo, e di là passava al Carcano ed al Re, dove la sua forte e poetica declamazione produceva insoliti effetti.
Al teatro Re, nella stagione di quaresima, recitava periodicamente la Compagnia Sarda, che contò, fino all'ultimo, attori distintissimi. La Ristori, al fianco della Marchionni, rappresentava le parti ingenue ed amorose, tipo ideale di bellezza. Nell'arte drammatica emergevano il Vestri, attore unico nel suo genere, il Bon, il Taddei, il Gattinelli, il Ventura, la Robotti, la Romagnoli, il Dondini—Ernesto Rossi, Tommaso Salvini, la Sadowiski, il Maieroni, e quasi tutti gli attori più illustri dei tempi nostri, aggregati alla Compagnia di Gustavo Modena, si ispiravano alle lezioni ed agli esempi di quel grande. La Compagnia Lombarda istituita da Giacinto Battaglia e diretta dal Morelli, arruolava sotto le sue bandiere il fiore delle giovani reclute, iniziando, pel teatro drammatico, un'era novella. Scrivevano per la scena italiana il Bon, il Nota, il Brofferio, il Giacometti ed altri pochi. Giacinto Battaglia e Giuseppe Revere fornivano qualche dramma storico non sì tosto applaudito che obliato. Goldoni era sempre gustato. Il repertorio di Scribe e d'altri autori francesi godeva pieno favore. Si tentarono per la prima volta le tragedie di Shakespeare e di Schiller; l'Otello recitato dal Modena, fu al teatro Re male accolto; assai bene il Wallenstein. Una tragedia di Manzoni, recitata parimenti dal Modena, ottenne fredda accoglienza. Si leggevano avidamente i versi milanesi del Raiberti. Il primo dramma di Revere, Lorenzino de' Medici, levò qualche rumore. Rovani, a dicianove anni, pubblicava un romanzo storico, il Lamberto Malatesta. Uberti esordiva alle lettere con un frammento di poema in versi sciolti, Le quattro stagioni. Tutti i romanzi storici e le novelle storiche apparse dopo i Promessi Sposi e il Marco Visconti, arieggiavano lo stile di Manzoni e di Grossi. La povera tosa metteva il capo dappertutto. Correva manoscritta una mesta poesia in morte di Silvio Pellico, nè vi era alcuno che non sapesse recitarla a memoria. Quella poesia cominciava coi versi: Luna, romito aereo, Tranquillo astro d'argento....
I romanzi del Guerrazzi, superato il confine, passavano da mano a mano, divorati ansiosamente dai giovani. Giusti e Leopardi erano poco noti; del Giusti erano lette furtivamente le prime poesie che giravano manoscritte. Le donne leggevano Prati, e si intenerivano alle amorose peripezie di Ermenegarda. I professori di rettorica ed i giovani poetanti inveivano acerbamente contro il gentile e melodioso poeta, ma tutti poi lo imitavano, e, come al solito, lo superavano nei... difetti. Le opere dell'ingegno fruttavano poco ai mediocri, ma i distinti ne coglievano frutti, comparativamente lautissimi. Tommaso Grossi dai Lombardi alla prima Crociata ritrasse da quindici a ventimila lire; Cesare Cantù colla Storia Universale e con altre opere istoriche pubblicate dippoi, arrichì. Ma anche allora c'erano poeti e letterati che facevano pietà a vederli, quando non ispiravano terrore. Faccie smunte, soprabiti scuciti, e colli da struzzo. La letteratura più affamata pranzava alla trattoria del Popolo, dove non pochi cantanti e ballerini gareggiavano coi poeti di appetito. Le appendici letterarie e teatrali della Gazzetta di Milano portavano alternativamente i nomi di Lambertini, Piazza, Biorci, Cremonesi. Scrivevano libretti d'opera Felice Romani, Rossi, Bidera, Cammarano, Sacchero e Giorgio Giachetti. Nei palchetti della Scala, durante la rappresentazione dell'opera, si giuocava a tarocco e qualche volta si cenava. Nel massimo teatro le panche della platea erano coperte di una grossa tela giallastra; le scale nude di tappeti, la scena illuminata tetramente. Alessandro Guerra, famoso equitatore, godeva una fama napoleonica.—Era gustata la birra Tarelli, e qualche signora suggeva deliziosamente la gazosa di fambros. Il caffè Mazza era rinomato per la confezione dei sorbetti, il caffè di Brera per gli squisiti tortelli, la chiesa di San Marco per i suoi predicatori.—Il vicerè Rainieri, la sera del giovedì santo, si prestava gratuitamente a lavare i piedi di dodici vecchioni dello stabilimento Triulzi: tutte le dame e i gentiluomini di buon gusto facevano a gara per assistere a quello spettacolo. La contessa Samayloff si rendeva celebre per una mascherata di gatti, e faceva celebrare con pompa inaudita i funerali di una cagnolina.
Uno zigaro di virginia costava due soldi di Milano.—Il conte Giulio Litta scriveva delle opere musicali applaudite, su libretti del poeta Rotondi suo pensionato. Alla Scala piaceva l'Ildegonda, musica e poesia di Temistocle Solera.—I matrimoni dell'aristocrazia coll'arte erano rari come quelli della nobiltà col commercio. Levò immenso rumore il matrimonio della contessa Samayloff col Pery, un oscuro baritono che rappresentava al teatro di Como la parte di Carlo V nell'Ernani.—Al corso, nella prima domenica di quaresima, non apparivano che carrozze ed equipaggi di lusso. Non esistevano ancora gli ignobili broughams. Una dozzina di carrozzoni sepolcrali facevano il servizio della intera città.—La processione del Corpus Domini costituiva uno degli spettacoli più grandiosi e più popolari dell'epoca; rampolli di illustri famiglie figuravano da angioli nel corteggio. Uomini di censo e di una serietà indiscutibile, si contendevano l'onore di sostenere il baldacchino.—Nelle grandi arsure dell'estate c'era un espediente sicurissimo e poco complicato per ottenere la pioggia; si esponevano alla pubblica venerazione due angiolotti di legno. Le fanciulle da marito filavano l'amore sentimentale nei boschetti di porta Renza, ai Servi ed al Carmine, durante la messa, e al teatro Filodrammatico. Le chiese erano affollatissime in ogni ricorrenza di triduo serale; giovinetti dai venticinque a trent'anni assistevano alle cerimonie religiose col ginocchio piegato, col libro delle preghiere nella mano destra. Questi devoti solevano impiegare abbastanza vantaggiosamente anche la mano sinistra.—Alla Corona, all'Agnello, al Falcone, al Cappello, e in tutti gli alberghi di tal rango, si alloggiava al prezzo di una lira al giorno. I cittadini erano gai: nelle famiglie si giuocava all'oca ed alla tombola e qualche volta si faceva un po' di musica e si ballava all'oscuro. Lotterio e Battezzati, un baritono ed un basso dilettanti, erano contesi dalla borghesia. Il principe Emilio Belgioioso era un tenore stupendo, il conte Pompeo, basso profondo di primo ordine, cantava a Bologna lo Stabat Mater di Rossini.—Una libbra di manzo si pagava diciasette soldi, e metà della popolazione non assaggiava carne che alla domenica o alle grandi solennità della chiesa. Si parlava meneghino su tutta la linea. Al Corso di Porta Renza tutti portavano i guanti; sulla porta dell'Hagy stazionavano ancora parecchi milionari. Saper nulla era lusso, moda l'inerzia e la ciocca.
La contessa Samayloff era la lionne di Milano. Una sera, al teatro Re, ella recitò con molto garbo una parte principalissima nel dramma francese Le prime armi di Richelieu. La rappresentazione aveva scopo benefico, e il canonico Ambrosoli sedeva nell'atrio del teatro a sorvegliare il bacile. Le dame, per invidia, detestavano la contessa; i poveri ne dicevano il maggior bene.—La moglie del vicerè Rainieri, dal suo palchetto alla Scala, dardeggiava col binoccolo i giovinotti più alla moda. Uno dei lions più avidamente occhieggiati dalla arciduchessa, si compiaceva di imbarazzarla colle sue pose stranissime e non affatto decenti.—Produsse gran sensazione un incendio avvenuto a Corsico, che divorò buona parte del paese.—Un fallimento dava materia a discorrere per parecchi anni, e la famiglia di un fallito vestiva a lutto o spariva dal consorzio cittadino.—In fatto di equipaggi, non era permesso il tiro a sei che a S.A.I.R. il Vicerè, ed a Sua Eminenza monsignor l'Arcivescovo.—Il vicolo delle Ore e il sottopassaggio che dall'interno del Duomo metteva all'Arcivescovado erano i punti prescielti pei convegni amorosi. Verso le estremità del boschetto pubblico prospicienti la strada Isara, si presentavano sul far della notte, dei gruppi mostruosi.... L'osteria dei Tre Scranni si rese celebre per una avventura degna di figurare nel Decamerone, e lo sgraziato protagonista, che finì imprigionato, per disdoro della curia era un prete.—In estate, le bande tedesche chiamavano al caffè Cova una folla mista di buontemponi e di fanciulle da marito. L'ingresso al caffè costava mezza lira e questa dava diritto alla consumazione di un gelato. I Baconi, i Paumgarten ed i Kaiser fornivano le migliori bande musicali.—La varietà delle monete era notevolissima e qualche volta imbarrazzante, contuttociò il popolo ambrosiano non potè mai divezzarsi dal contare in lire milanesi. Esistevano spezzati di ogni valore; il centesimo, il sesino, il tre centesimi, il soldo, il carantano, la parpagiuola, il tre e mezzo, il quartino, il nove meno un quattrino, il diciasette e mezzo, il dicianove soldi (tre lire di Parma), il venti soldi. Il valore della svanzica andò gradatamente elevandosi dai ventitrè ai venticinque soldi di Milano. Fino al 1848, ebbero gran voga i crocioni e i quarti di crocione. Il Trentanove ebbe gli onori di una brillante poesia dettata da Ercole Durini, gentiluomo amabilissimo e ricco di ingegno.
Fra le monete d'oro, figuravano ancora le pezzette, gli zecchini, le colombie, le sovrane, le papaline, le messicane, le genove, i luigi, le parme.—Il duca Litta, recandosi a Lainate con legno di posta, a ciascun postiglione gettava per mancia un marengo.—I ballerini ed i mimi, notevoli per la loro chioma raffaellesca, stazionavano sulla porta del caffè della Cecchina, detto dei virtuosi. Effisio Catte faceva colazione nella retro bottega del salsamentario Morandi; Gumirato, un tenore in perpetua disponibilità, pranzava tutti i giorni dell'anno col caffettiere del teatro Re, pagandolo di facezie e di epigrammi.—Non esistevano giornali umoristici; il Cosmorama Pittorico, istituito dallo Zini, contava settemila abbonati.—In piazza Castello si giuocava al pallone.—In una bottega sulla Corsia del Duomo, si offerse per circa sei mesi uno spettacolo di pulci ammaestrate, le quali eseguivano diversi esercizi ginnastici; tutta Milano corse ad ammirarle.—Il Meneghino Moncalvo recitando alla Stadera ed alla Commenda, si faceva imprigionare regolarmente due volte alla settimana per l'arditezza delle sue allusioni antiaustriache. Il teatro Santa Radegonda, a cui si ascendeva per una scala di legno, era più angusto, più sudicio e più tetro che non sia al presente.—Merelli, impresario del teatro alla Scala, possedeva una superba villa a Lentate, e dava commissioni ai più celebri pittori e scultori.—Rovaglia vestiarista degli imperiali regi teatri, sfoggiava sul corso un magnifico equipaggio.—L'agente Burcardi veniva giustamente considerato il più magro cittadino di Milano.—L'abate Gianni, un colossale gigante, regalava pubblicamente due schiaffi al figlio di Radesky, che lo aveva insultato, e n'aveva dal generale felicitazioni ed encomii.—Di duelli non si udiva parlare; le quistioni più complicate si scioglievano col metodo estemporaneo dei pugni e delle reciproche bastonature.—Le teste dei poliziotti, nei quartieri di porta Ticinese e di porta Comasina, furono più volte sprofondate nel vano dei loro kepy torreggianti.—I barabba portavano gli orecchini e si radevano la nuca; i garzoni da macello si distinguevano per due enormi ricci poco simmetrici, striscianti sull'orecchio.—Prima del 1840, il tabarro costituiva l'indumento invernale più usitato. Vi erano tabarri da quattro, e persino da otto a dieci pellegrine. Il paletot veniva generalmente adottato verso il 1841.—Il giorno di Pasqua, fosse pioggia o bel tempo, metà dalla popolazione indossava arditamente gli abiti estivi. Il pantalone di nankin godeva in estate il massimo favore. Sul Corso si incontravano ad ogni passo delle dame seguite da un domestico in livrea. I cani favoriti dalle signore appartenevano alla razza dei carlini o dei maltesi.—Balzac soggiornava per alcun tempo a Milano, e durante quella breve dimora, notava che le figlie delle nostre portinaie avevano l'aspetto di altrettante regine. Il celebre romanziere veniva derubato di una preziosa tabacchiera che ben tosto gli era restituita per cura dell'imperiale regio direttore di polizia.—Il baritono Varesi cantava alla Scala nel Corrado d'Altamura e nella Saffo di Pacini.—Dal Conservatorio uscivano famosi istromentisti, il Piatti, il Bottesini, l'Arditi, il Fumagalli.
Gli allievi del Conservatorio portavano un'uniforme poco dissimile da quella dei commissari di polizia, vale a dire una marsina verde scura con bottoni dorati e cappello a barchetta. Il giovedì e la domenica, quei giovani musicisti dell'avvenire passeggiavano a schiera sui bastioni e sul Corso. L'alunno Antonio Cagnoni scriveva la sua prima opera Don Bucefalo, mentre a Giuseppe Verdi era negata l'ammissione nel Conservatorio, dietro verdetto di un professore di pianoforte onnipotente. Il maestro Triulzi, orribile a vedersi, dava lezioni di canto alla bella Pinoli ed alla Iotti. Rolla, e più tardi Cavallini, dirigeva l'orchestra della Scala, che contava fra i suoi migliori istromentisti l'Ernesto Cavallini solista di clarinetto, il Daelli oboista, Rabboni professore di flauto e Merighi professore di violoncello. Ferrara creava eccellenti allievi nel violino. Angelo Mariani, bellissimo giovane, dirigeva il concerto e l'orchestra del teatro Carcano nell'autunno dell'anno 1846 e nella primavera del 1847.—Alberto Mazzucato scriveva pel teatro delle opere più o meno accette, e dettava articoli di arte nella Gazzetta Musicale, edita dal Ricordi. Anche il Lucca, editore di musica, istituiva un giornale artistico letterario, l'Italia Musicale, dove il Cattaneo, il Raiberti, il Rovani, il Ceroni, il d'Azeglio, il Vitali ed il Piazza scrivevano articoli svariatissimi. Il cavaliere Andrea Maffei donava all'Italia le sue splendide traduzioni di Schiller e di Moore, e il prevosto Riccardi, con un libro nel quale si prediceva vicinissima la fine del mondo, destava il più vivo all'arme nel pubblico. Correvano trascritte brillanti poesie di Ottavio Tasca in onore della Cerrito e della Taglioni. Tutte le strenne che uscivano in Milano portavano una ode od una novella di Pier Ambrogio Curti. Il maestro Bonino giungeva desiderato nelle sale della più eletta società pel brio delle sue narrazioni, per lo spirito inventivo delle sue celie. Nelle case della borghesia furoreggiava il Rabitti, contraffacendo il ronzio della vespa, lo stridore della sega, la tosse ed il rantolo dei morenti. Nelle osterie si giuocava alla mora fragorosamente. Sulla porta del caffè Martini brillava il vecchio Catena, protettore di cantanti e ballerine, che viveva da signore colla rendita di un capitale non più ingente di lire diecimila. Alla Scala si rappresentava un Don Carlo del Bona, ed a Genova un Ernani del maestro Mazzucato. L'attore Giovanni Ventura destava fanatismo nel Torquato Tasso e nel Vagabondo, e pubblicava una raccolta di poesie in dialetto milanese, scritte col miglior garbo.
Sulla piazzetta di S. Paolo, le botteghe del parrucchiere Migliavacca e del calzolajo Brivio rivaleggiavano di lusso e di celebrità. Il Brivio, nell'atto di prender la misura ad un piedino elegante di donna, si compiaceva di esplorare a mezzo di uno specchio accollato in fondo del suo cappello e deposto ai piedi della cliente, i contorni d'altre polpe più intime, le quali non reclamavano la scarpa.—Lo stabilimento di educazione diretto dal signor Racheli era nel massimo flore, e quivi si educavano liberalmente i giovanetti delle famiglie più cospicue. Il professore abate Pozzone pubblicava delle liriche manzoniane, splendide nel concetto e nella forma. Giuseppe Barbieri teneva il primo posto fra gli oratori ecclesiastici, e un altro Barbieri, credo Gaetano, traduceva, oltre i romanzi di Walter Scott, non saprei quante centinaia di altri romanzi.
L'omeopatia suscitava polemiche accanite, e il Raiberti vi prendeva parte colle sue satire piene di attico sale. Un Lafontaine venuto di Francia dava i primi saggi di magnetismo al ridotto della Scala. La fotografia sulla carta non era peranco inventata od almeno si ignorava: i ritratti al dagherrotipo su lamina di zinco preparato, costavano da dieci a venti franchi cadauno, ed offrivano una immagine sbiadita e molto spesso enigmatica.
La grande invenzione degli zolfanelli fulminanti data dal 1834. Un mazzetto di quegli zolfini greggi, che in oggi si vendono a un soldo la dozzina, in sulle prime costava dodici soldi. Per più mesi si vendettero al prezzo di soldi sei, quindi scesero gradatamente fino al carantano. Molti vecchi inorridivano di quel trovato; per un momento si ebbe a temere, che in seguito ai tanti reclami, alle tante proteste della popolazione antiquata, lo zolfanello venisse proscritto dalle leggi. Gli istinti del pipistrello e del gufo son propri della maggioranza, e questa fece sempre una brutta smorfia ad ogni sprazzo di luce. L'inventore dello zolfino fulminante non lasciò traccie del suo nome, e così al Prometeo del secolo nostro mancò l'apoteosi dei carmi e dei quadri coreografici.
L'arcivescovo Gaisruck e il conte Mellerio si detestavano, fautore quest'ultimo delle fraterie, l'altro nemico e oppositore pertinace. I liceisti e i forestieri delle provincie assistevano, in piazza del Duomo, al concerto quotidiano della banda che suonava sotto il palazzo del vicerè. Vaccai, l'autore della Giulietta e Romeo e d'altre opere teatrali, presiedeva alla direzione del Conservatorio. Donizetti era maestro di Corte a Vienna, e scriveva, per quel teatro italiano, la Linda e la Maria di Rohan. Ogni anno egli tornava alla Bergamo nativa per abbracciare il suo vecchio maestro Simone Mayr, il quale, cieco d'occhi e affranto dagli anni, si era esclusivamente dedicato alle composizioni di chiesa.—Ignazio Marini, il celebre basso, veniva per sempre rinviato dal teatro dell'opera di Vienna, per avere, ad una rappresentazione di gala a cui assisteva l'imperatore, emessa una nota troppo profonda che nessuno potè illudersi gli fosse uscita dal petto.—A quell'epoca, gli artisti si prendevano delle strane licenze, e il governo, purchè non si trattasse di licenze politiche, si mostrava tollerantissimo.
Temistocle Solera, viaggiando col basso Marini da Milano a Stradella in legno di posta, involto nella zimarra teatrale di Faliero, trinciava benedizioni a quanti villani si trovavano sul di lui passaggio, e questi a inginocchiarsi e fare il segno della croce.
L'autore di questo frammento storico, partito da Codogno dopo una rappresentazione dell'Attila, con indosso l'armatura e le maglie di Ezio romano, in tale abbigliamento scendeva all'albergo dell'Ancora, e quivi prendeva alloggio.—Un giovane scapato e di mano pronta applicava due schiaffi sonori alla moglie d'un celebre impresario nell'atrio del più vasto teatro. Un tale avvenimento fece parlare il mondo milanese per dieci anni di seguito.—Per quanto mi dolga recar sfregio alla tanto vantata moralità di quei tempi, non debbo tacere di una festa da ballo privata, ove convennero in buon numero persone di ambo i sessi, abbigliate nel semplicissimo costume di Eva e di Adamo. La polizia austriaca non si commosse dello scandalo—quei danzatori così succinti nelle vesti non erano persone da cospirare contro la sicurezza dello Stato. Un Congresso di scienziati chiamò gran folla a Milano nel 1846. Il popolo profittò dell'occasione per testimoniare il suo rispetto alla scienza. Nelle trattorie si gridava al cameriere: un piatto di scienziati!—e quegli a recar tosto un piatto di zucche o di patate. Anche i somarelli vennero in quell'epoca salutati col medesimo titolo—Nobili istinti delle masse!
Uomini che pensassero all'Italia, che fremessero del servaggio straniero, che abborrissero l'Austria, erano in numero assai scarso. I più ignoravano che un'Italia esistesse. Eppure, qualcheduno agiva in secreto, qualcheduno scriveva, qualcheduno assumeva l'incarico pericoloso di propagare i fogli di Mazzini. Allora c'erano rischi tremendi a parlare di politica, foss'anche col più intimo degli amici. Taluni che troppo osavano, cadevano in sospetto di spie. Le Prigioni di Silvio Pellico, erano ritenute un libro ultrarivoluzionario. Qualcheduno, tremando, osava declamare le liriche concitate del Berchet, in circolo ristretto di conoscenti. Tali ardimenti cominciavano verso l'anno 1842.
Si impiegavano sei ore per trasferirsi in vettura da Milano a Pavia; non era permesso di varcare senza passaporto i confini della Venezia.
Le maschere carnevalesche erano insulse e indecenti. Ai veglioni della Scala non era permesso lo accedere senza l'abito nero e un piccolo domino alla spagnuola, che ordinariamente si prendeva a nolo per dieci o venti lire. La guerra dei coriandoli, al giovedì e al sabbato grasso, assumeva proporzioni intollerabili.—Recandosi in autunno alle ville, le famiglie patrizie trasportavano enormi bagagli.—Gli stradali da Milano a Varese, e quelli della provincia di Lodi e Cremona erano infestati di ladri. Il brigantaggio scomparve lentamente coll'estendersi delle comunicazioni e colla coltivazione dei terreni boschivi.—La Valtellina, la Brianza, i colli del Varesotto producevano dei vinetti esilaranti. Il Monterobbio e l'Inferno rivaleggiavano coi più famosi vini dell'estero. Ogni anno, gli eleganti di Milano facevano regolarmente la loro comparsa alla sagra di Imbevera ed ai mercati autunnali di Lecco. I signori, boriosi e stolidissimi, dopo aver vissuto famigliarmente in campagna con persone del ceto medio, negavano a queste il saluto, scontrandole pochi dì dopo sul lastrico di Milano.—I Bergamaschi alloggiavano all'Agnello, i Lecchesi alla Corona, i Pavesi a Sant'Ambrogio alla Palla ed al Pozzo, i Lodigiani al Cappello ed al Falcone. Fra quei di Bergamo e quei di Milano duravano livori e rappresaglie.—La Pasta e la Taglioni comperavano ville sul lago di Como. Il poeta Ottavio Tasca sposava la Taccani cantante. Il poeta avvocato Bazzoni si annegava nelle acque del Lario; tutti gli anni qualche povero innamorato si gettava dal Duomo.
Alla morte dell'arcivescovo Gaisruk, e poco dopo, alla entrata trionfale del suo successore Romilli, si manifestavano nelle vie i primi segnali della insurrezione latente. In piazza Fontana, in una serata di luminaria fatta ad onore del nuovo arcivescovo, echeggiarono le prime grida di Viva Pio IX. I dragoni, prorompendo a cavallo nel mezzo della folla, misero in fuga i dimostranti, e un povero fabbricatore di mobili, certo Ezechiele Abate, rimase morto sul terreno...
E qui, lettori miei, pongo fine al mio riassunto, giacchè mi pare d'aver già adunata materia sufficiente per riempire i due volumi commessimi dall'editore. Certo è che, descrivendo gli avvenimenti in ordine di date, e riproducendo le circostanze di luogo e di persone con tratti più larghi, ben altro mi sovverrà alla mente, che qui venne omesso per oblio. Ma questo breve ed informe sommario non potrà a meno di suggerire dei confronti e di provocare vivaci discussioni fra gli insanabili adoratori del passato e i fanatici dell'èra presente. In poche parole esprimerò l'avviso mio. All'epoca testè descritta, la città di Milano contava i milionarii in maggior numero, ma l'agiatezza era minore assai nelle classi borghesi e nelle masse che vivono d'arte o d'industria. Il patriziato e l'alto commercio sfoggiavano un lusso abbagliante, ma il cilindro obbligatorio del calzolaio, del salumiere, del pittore, del letterato e dell'impiegato, brillava di un lucicore miserevole che ricordava allo sguardo le traccie bavose della lumaca. Il vestito di seta non era sceso alla donna del popolo; e la sartorella sollevando la gonna per trapassare i frequenti rigagnoli, metteva in mostra delle calze e delle sottane più atte a deprimere che a suscitare i salaci istinti di un ammiratore. In letteratura, emergevano delle individualità più distinte, ma la massa del popolo era quattro volte più idiota. C'erano persone serie, che si occupavano di seri studi che pubblicavano seriissimi lavori, ma le crasse maggioranze nè pensavano, nè studiavano, nè leggevano. La musica era in fiore, ma assai meno compresa che oggigiorno: si applaudivano con fanatismo degli insigni capolavori, ma altresì venivano festeggiati degli aborti oggidì intollerabili. Il ceto lavorante spendeva meno per vivere, ma era meno retribuito. Notevolissima, in ogni modo, esemplarissima e degna della massima ammirazione, era a quei tempi la rassegnazione a pagare il testatico, a sopportare i balzelli, a subire i prestiti forzosi, a sopportare i rabuffi e le frustate degl'imperiali regi commissarii di polizia, ed anche la bastonatura dei sergenti croati. In ciò, confessiamolo a grande vergogna nostra, i nostri predecessori, furono sublimi di longanimità e di tolleranza. Gente di buona fede, che odiava la discussione e la polemica irritante. Uomini di sano criterio, positivi e logici in sommo grado, i quali dovevano riconoscere e confessare a sè medesimi che l'Austria era moderatissima, dacchè, potendo, quando buono le paresse, spogliarli di tutto, si teneva paga di prendersi la metà soltanto del loro avere. Come i popoli appariscono ragionevoli e, diremo anche, soddisfatti, quando agli occhi della loro intelligenza insiste, lontana o vicina, la prospettiva della... forca!