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In faccia al destino cover

In faccia al destino

Chapter 20: XIX.
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About This Book

A weary narrator retreats to a mountain friend’s house seeking renewal but finds himself emotionally numb and unable to reconnect with the family. He observes the wife’s slow convalescence, the daughters’ domestic roles, and his own indifferent routines, while memories of earlier warmth contrast with present estrangement. A youthful daughter’s playful probing reveals his fragility and his incapacity to explain persistent fatigue. The prose focuses on intimate domestic detail and introspective observation to examine themes of alienation, memory, illness, and the limits of consolation.

XIX.

Mi amava?

Al sospetto rispose in me un proposito che poteva già essere effetto di rimorso: «Ortensia non deve soffrire!»; e per i pochi giorni che resterei ancora lassù, saprei attenuare ogni espressione affettuosa, ponderare ogni parola, correggere ogni sguardo, affinchè l'affezione di lei per me non prorompesse in amore e dolore, e il mio sacrificio fosse pieno e grande.

«Non deve soffrire! Come vuole sua madre, deve viver lieta sino a quando Roveni le manifesterà le sue intenzioni. Allora amerà e andrà sposa felice».

Virtù? Sacrificio? Non eran vane parole. Ma il pensiero di perderla interamente, tardi o presto, mi dava tale spasimo da scusarmi d'ogni pensiero più insano.

«Che io mi posponga a Roveni, è giusto; ma non è giusto che io creda alla felicità di Ortensia perchè egli le darà i gaudi dell'amor materiale ed ella soggiacerà alla turpe legge dei sensi».

Ed eccomi a chiamar ribelli sublimi coloro che rifiutano di vivere nel mondo per rifiutarsi alla legge universale, bestiale e prepotente; e si mortificano e muoiono lieti d'esser sfuggiti all'inganno del piacere e d'aver servito alla sensualità. Avessi potuto rapir meco, salva da ogni cupidità e da ogni bruttura, la vergine che aveva inteso in me un bene libero da quella esperienza materiale e torbida!

Ed ecco un altro tormento. In me, ora, un involontario contatto della persona con Ortensia, sedendo vicini o passeggiando, o l'abbandono innocente e confidente della sua mano alla mia, che non la ricercava, destava un sospetto oscuro, improvviso, infrenabile, rapido come un brivido: nel mio sangue, non nella mente.

Il mio pensiero ripugnava da quella istintiva concitazione sensuale, mentre io la vedevo e la sentivo così fervida e giovine. La guardavo fisso, con un timore doloroso. E lei diceva:

— Perchè mi guarda così?

Alla dimanda, mi si allargava il cuore, perchè non scorgevo ne' suoi occhi nemmeno l'ombra di quel mio sospetto; perchè il suo sguardo mi cadeva limpido nell'anima quasi a purificarla subito; perchè rivelandosi ignara, fin nella voce, del motivo che io aveva avuto a guardarla così, essa non attendeva risposta nè mostrava dubitare d'altro motivo che non fosse un affettuoso e semplice indizio di tenerezza....

Ma il più lieve contatto d'altri, o un altro sguardo, avrebbe potuto proporle e insinuarle il desiderio; una differente stretta di mano avrebbe potuto darle la sensuale commozione che non le davo io.... E un altro la contaminerebbe!

In confronto a questa infamia — era un medico che la chiamava un'infamia! — sembrava cessare ogni colpa nel mio amore nobile e puro; e mi dicevo che se Ortensia mi amava, mi amava allo stesso modo di me, nè proverebbe mai voluttà più grande....

.... Mi amava?

Era tanto mutata!; o mi pareva. Diversa nei modi: non accorreva più come una volta, non rideva più con l'impeto di prima; diversa nello sguardo, più luminoso e profondo; e in tutta la persona di lei sembrava definirsi la gravezza di un intimo raccoglimento, d'una meraviglia deliziosa, intensa, continua; quasi d'una beatitudine meditata e riflessiva.... Se pure non m'ingannavo!

La consideravo con timida gioia. Ma diveniva tosto una gioia affannosa, paurosa; e con più speranza che timore mi ripetevo:

«Forse m'inganno».