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In faccia al destino

Chapter 21: XX.
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About This Book

A weary narrator retreats to a mountain friend’s house seeking renewal but finds himself emotionally numb and unable to reconnect with the family. He observes the wife’s slow convalescence, the daughters’ domestic roles, and his own indifferent routines, while memories of earlier warmth contrast with present estrangement. A youthful daughter’s playful probing reveals his fragility and his incapacity to explain persistent fatigue. The prose focuses on intimate domestic detail and introspective observation to examine themes of alienation, memory, illness, and the limits of consolation.

XX.

O forse tutto era un inganno? Per difendermi del male che facevo e che avevo, inveii contro me stesso e rimproverai Ortensia. Innamorato, al pari di tutti gl'innamorati forse io ero uno stolto che alla donna reale aveva sostituito la creatura del suo sogno. Troppa bellezza, troppa intelligenza avevo attribuito a quella ragazza diciassettenne; e bisognava rompere l'incanto, non solo per risparmiarle soffrire, ma per risparmiarmi soffrire.

Era bella; nessuno poteva negarlo: un fiore. Beltà però facile a deperire presto, come accade di tutte le bionde.

Poi mi meravigliavo perchè adesso Ortensia non chiacchierava più come per l'addietro, e la credevo perciò innamorata? Ma taceva solo perchè tacevo io! A suggerirle argomenti, era stata loquace: da sè non trovava da dire cose notabili. Del resto, le donne molto intelligenti si dimostran tali nell'eleganza e nel buon gusto: Ortensia non aveva sempre buon gusto.

— Perchè ti sei messa questa giubba grigia, che ti sta così male?

— Comincia a far fresco, la mattina.... È di flanella. Ma non la porterò più.

— Te l'ho detto un'altra volta che è un colore che ti fa parer brutta.

— È vero; non me ne sono ricordata.

E io, dopo una pausa:

— Sei infatti molto smemorata, Ortensia! Tua madre e tua sorella hanno ragione di dirtelo.

Rispose paziente, con un queto sorriso:

— Metterò giudizio, e lei non avrà più da sgridarmi.

Ahimè! I tentativi di rompere l'incanto erano vani! Essa mi guardava in un modo....

Ma a quella frase di «metter giudizio» rammentai le raccomandazioni che mi aveva fatte Eugenia e che avevo dimenticate da un pezzo. Tuttavia aspro ripigliai:

— Tua madre desidera che io ti corregga.... Son gli ultimi consigli.

Essa, con un tremito nella voce (non m'ingannavo), esclamò:

— Ultimi? perchè ultimi?

— Ti ripeto che debbo partire lunedì. Sbigottita, pallida (non m'ingannavo), mi fissò dicendo:

— Non lo credo; nessuno lo sa, in casa!

— Lo sapranno oggi stesso.

— Ma perchè? che è stato?

Ed io, col cuore che palpitava come il suo:

— Nulla.... L'altro dì te lo dissi pure che sarei partito a giorni.

— Io credevo scherzasse.... Non mi promise....?

L'interruppi:

— Fu una promessa della tua fantasia. Eccoti un consiglio: non affidarti mai alla fantasia contro le imposizioni della realtà.

Questo le dissi, io, che avevo tentato invano di romper l'incanto!

Ma essa si strinse nervosamente le mani, a capo chino; poi mi guardò in quel modo.... Non m'ingannavo! Mi sembrò di vacillare; non potei non mitigare la voce, non dire:

— In realtà.... tu sei buona.

— Buona? — Sorrideva così triste!; un sorriso di amore dolente.

— Sì, buona! — proseguii fingendo di non capire e cercando pretesto a inasprirmi di nuovo. — Il mondo invece è cattivo! Che dolore sarebbe per me, un giorno, se dovessi apprendere che tu ti sei mutata all'esperienza del mondo!

A sua volta, quasi suo malgrado, ribattè fiera, aspra:

— Lei ha poca fiducia in me; ed io ne ho tanta in lei!

— Che sai di me, tu? — esclamai senza più chiaramente avvertire quel che mi dicessi. — Ricordati che ogni infamia è possibile: anche quelli che stimiamo di più ci possono mancare!

Il mio pensiero, trasportato dalle mie stesse parole, corse a Roveni. Ma indietreggiai; contenni l'impeto della gelosia, a cui stavo per abbandonarmi.

— No: esagero. Non tutti quelli che stimiamo si dimostrano indegni della nostra stima. Io di Roveni....

— Sivori! — Ortensia gridò, sdegnata, quasi minacciosa, come non l'avevo mai vista.

— Lasciami dire. Di Roveni io ho tanta stima che non posso pensare alla tua felicità senza pensare alla sua felicità.

Allora essa mormorò:

— Non credevo....; non credevo.... — e fuggì via. Non credeva che io fossi spietato!

.... Annunciai poco dopo a Eugenia che partirei il lunedì prossimo. Eugenia mi disse:

— Perchè non restare ancora un po' da noi? Speravamo restaste fino all'inverno!... Volete andar laggiù, in pianura, in autunno?

Non andrei a Molinella.

— Farò come Roveni. Andrò anch'io lontano a cercar lavoro; ma con minori speranze di lui!

— Vedete che non siete guarito? — la signora mormorò notando il modo delle mie parole. Scoteva il capo; e come un giorno aveva detto: «perchè Dio non v'ha dato una sorella?», ora disse:

— Se aveste una famiglia, vostra....

Questo dovevo udir io, da sua madre, senza rompere in pianto!

A desinare, dalle occhiate bieche di Claudio mi avvidi che Eugenia l'aveva già informato della mia decisione. Mi avvidi anche che n'era informata Marcella: Ortensia arrossì, guardandomi....

Quanto mi amava!