CAPITOLO QUARTO.
L’OMICIDIO.
FRANZ — Voi volete farmi morire di languore. Io morrò di disperazione nella età della speranza, e voi ne avrete la colpa.... Dio mio! io che non ho goccia di sangue che non sia vostro! io, che respiro soltanto per amarvi, e per obbedirvi in tutto....
ADELAIDE — Esci dal mio cospetto....
FRANZ — Signora!
ADELAIDE — Va, accusami dunque al tuo signore:
Goethe. — Goetz di Berlichingen.
La diffidenza si era insinuata nel cuore d’Isabella come un aspide in fondo al nido: le suonavano a modo di ronzio insopportabile le immani parole di Troilo; vedeva il sospetto codardo, sentiva che anche da lui avrebbe potuto essere tradita e accusata; e fissando questo abisso d’infamia, ne risentiva una vertigine morale punto diversa dalla vertigine fisica, che sorprende il risguardante qualche dirupo delle Alpi: però non è da dirsi se studiasse ogni argomento per non trovarsi insieme con Troilo, o trovandovisi, fare in modo che qualcuno l’accompagnasse. Per altra parte, era cresciuto il bisogno di [pg!99] tenere il Torelli presso di sè; e la solerzia del giovane, la sua devozione, e l’assiduità dal medesimo posta a bene servirla, fecero sì che la Isabella non potè trattenersi dal guardarlo con occhio di singolare amorevolezza. Procedendo sempre, come fu suo destino, improvvida, non pensò che il fanciullo era oggimai diventato uomo, che in cotesta età le passioni mandano sottosopra l’anima a guisa di uragani; non temè, nè si accôrse dello ardore funestissimo, che infiammava il sangue di Lelio. Tranne baciarlo in fronte, siccome costumava quando era garzoncello, si compiaceva tuttavia a scompartirgli la bella chioma sopra la fronte, e percuoterlo dolcemente nelle guance, a usargli insomma ogni maniera di vezzi co’ quali le madri accarezzano i figliuoli dilettissimi; e se tutto questo fosse un mettere zolfo sopra il fuoco, lascio pensarlo a coloro, che o sentono il furore di un primo affetto, o si ricordano averlo pure una volta provato. Quasi sempre assorta nei casi imminenti, la Isabella non badava nè si accorgeva di certi moti di Lelio, che in condizione più riposata di animo avrebbe agevolmente conosciuto. Allorchè ella si recava a passeggiare in giardino, chè ormai di casa usciva più poco, le accadeva tanto spesso trovarsi come tolta fuori di sè, che per non investire o pianta, o statua, od oggetto altro qualunque, si apprendeva al braccio di Lelio, e secondo che l’agitavano gl’interni pensieri, ora più, ora meno fortemente glielo stringeva; sicchè [pg!100] l’anima di lei per via di coteste strette meglio che elettriche si trasfondeva nel giovane, il quale con lunghissimo sguardo come delirante la contemplava, e a larghi sorsi beveva il veleno che già gli aveva attossicato irrimediabilmente la esistenza.
La faccia del Torelli, oh quanto mutata! Ormai non poteva più conoscersi qual fosse la sua età: con le labbra accese ed aperte come uomo arso da tormentosa sete, le guance scarne, la pelle tesa sopra le ossa, tutt’occhi; spesso madido di sudore. L’acceso desiderio, che gli stava confitto come un ferro tagliente nel mezzo del cuore, aveva partorito tale e siffatto disordine nel sistema dei nervi, che la sensazione più leggera bastava per farlo tremare da capo alle piante per ispazio di tempo grandissimo; le vene gli si erano infiammate, e ad ogni moto, comecchè tenue, il petto gli anelava in guisa, che pareva gli si volesse rompere; lo travagliava un affanno continuo; la vista gli si smarriva allo improvviso in una massa di luce sparsa in miriadi di faville, o aggirantesi in circoli vorticosi; e nelle tempie sempre un martellare senza posa, e schifo di cibo, e notti insonni, o travagliate da spaventosissime fantasime. Cosiffatta miseria non poteva durare, e non durò.
Volgeva a sera il giorno più bello del mese di giugno: il sole tramontato con i suoi ultimi raggi empiva in parte lo emisfero di una luce serena di oro purissimo, e dal punto in cui cotesta luce cessava [pg!101] cinque raggi pure di oro si diffondevano mirabilmente in su per lo azzurro dello empireo, in modo che alla commossa fantasia rappresentavano la mano del Creatore, che si stendesse pacata a benedire la natura; le foglie trionfali degli allori, quelle acute dei mirti, le frastagliate delle quercie, e tutte insomma della famiglia multiforme degli alberi, apparivano contornate distintamente in quel campo magnifico, sicchè avresti creduto potere annoverarle; il venticello vespertino agitava le cime delle piante, le quali movendosi l’una verso l’altra parevano ricambiarsi misteriosi colloquii: e gli uccelli prima di chiudere gli occhi alla quiete, con dolcissimo coro, che la natura insegna, e sola può insegnare la natura, cantavano un inno di gloria al Signore; le acque rotte tra i sassi non sembra più che piangano, ma liete mormorino pel continuo incalzarsi che fanno; più soave spirano il profumo dagli aperti calici i fiori; con le facoltà concesse dai cieli alle cose create, il cielo, la terra e le acque instituiscono una gara a cui meglio riuscirà di manifestare la gratitudine verso il Gran Padre del mondo, e da tutte insieme nasce uno incanto, e sorge una favella, che sembrava dire, e diceva certo: siamo nate ad amare!
Isabella si era condotta sopra il verone, e qui seduta, pone il braccio su l’omero di Lelio, e sopra il braccio appoggia la faccia: gli occhi solleva al cielo, in atto che rammenta Niobe; o piuttosto una [pg!102] testa di Maddalena penitente, come poi seppe immaginare il nobile pensiero di Guido. Quella sembianza di preghiera, di mutuo dolore, e di pace stanca, è sovraumana a vedersi: bene l’aveva disfiorata la sventura; la febbre lenta che le consuma la vita gliela vela di mesto pallore, ma cotesta fronte comparisce pur sempre portentosa di bellezza; — bella come quella di un angiolo decaduto!
Ella guardava il cielo, e Lelio lei, dacchè nel volto di cotesta donna egli avesse riposto il suo paradiso; e così stava immobile e intento, che non pareva cosa viva; gli si empirono gli occhi di lagrime, che presero a sgorgare copiose giù per le guance, senza fare atto di angoscia, nè di altro: così talora ho veduto cadere la rugiada raccolta nel cavo degli occhi di qualche statua, e mi parve che piangesse: ma quindi in breve le lagrime cessarono, arido gli divenne lo sguardo, dilatato, e corrusco di luce sinistra; lo invase un tremore come se fosse il ribrezzo della febbre, e fors’egli era; e allo improvviso, non sapendo quello che si facesse, vinto da troppo maggiore potenza, che a lui fosse dato di superare, le gittò le braccia al collo, e la coperse di baci pel capo, pel volto, e pel seno, con una smania convulsa, con tale e siffatto delirio, che in verità metteva compassione, conciossiachè si saria detto: costui versa l’anima in quei baci.
Isabella un momento smarrita, richiama l’alterezza della dignità offesa, e forse, assai più della dignità, [pg!103] la principesca superbia; e tremante anch’essa, ma per altissimo sdegno, respinge energicamente il giovane paggio, e si svincola dalle braccia di lui; quindi senza far motto, con occhi orribili, s’incamminava alla stanza per cui si giungeva al verone; e Lelio, annientato, le trasse dietro come immemore del commesso misfatto. Isabella si accosta con veloci passi verso una tavola, e risolutamente stende la mano al campanello di argento; poi allo improvviso sosta, quasi che il volere e il disvolere le contendessero nella mente; già un pensiero più mite sembrava che spuntasse tra la procella della passione, comecchè l’ira durasse: così vediamo pei mari la furia del vento gareggiare con la furia dell’onda; ma placato il vento, tornata a splendere l’alma luce del sole, continuare il mugghio dei marosi minaccevoli e turbati. Dopo qualche esitanza pur vinse il primo consiglio, e scosse a più riprese il campanello. Non bastò la prima nè la seconda volta; finalmente comparve uno staffiere, al quale la duchessa ordinò: — “Venga il maggiordomo....”
E il maggiordomo, passato altro buono spazio di tempo, si recava a ricevere i comandi della duchessa. Era il maggiordomo don Inigo, gentiluomo spagnuolo, fidato e discreto come una buona lama di Toledo: non rideva mai; oltre quelle richieste dalla necessità, era un gran caso se in capo a un mese lo udivano favellare tre parole. Di forme robustissimo, torvo il ciglio, il volto di colore bilioso; — chi [pg!104] sa che cosa mai si volgesse in cotesta anima! Era chiuso come un sepolcro.
— “Mea Señora!” disse inchinandosi.
— “Don Inigo, Lelio nostro ci ha dimostrato desiderio di ridursi a vivere a casa con i suoi vecchi parenti; e a noi è sembrato non doverci nè poterci opporre a così onesto desiderio.... La madre sua, poveretta! chi sa con quanti voti lo richiama, e mi parrebbe crudeltà differirle più oltre questa consolazione. Riveda il figliuol suo cresciuto in ogni maniera di studii che a valente gentiluomo si addicono; lo riveda virtuoso e dabbene.... e soprattutto innocente, — e sia l’orgoglio della sua vita. Don Inigo, voi accompagnerete Lelio sino a Fermo, e direte ai suoi parenti, che Lelio ci faceva sempre buona ed onesta guardia, che ci sarà sempre ricordanza amorevole come di figlio; che in ogni cosa dove possano avvantaggiarlo le mie facoltà, si valgano di me non altrimenti che se io fossi di loro; in ispecie poi alla madre assicurate che i costumi pravi su di lui non poterono punto, che io non ebbi a dolermi in nulla del giovine, tranne certe fanciullaggini, ardimentose troppo, ma che col tempo si perdonano, appunto perchè fanciullaggini; nonostante, confortarla io a scegliergli presto tra le fanciulle di Fermo chi per venustà di persona, per soavità di modi, e corrispondenza di affetti possa ridurre in pace uno spirito di soverchio ardente, un cuore che non è senza qualche procella. Inigo, condurrete il suo giannetto [pg!105] bianco con tutti gli arnesi di velluto cremisino, vesti, masserizie, insomma ogni cosa, sicchè non rimanga presso di noi pure una piuma di lui, che la intendiamo donata, e doniamo. Dalla guardaroba del duca nostro marito scerrete una collana e un medaglione da appuntarsi alla berretta, e glieli porrete nella valigia; vi porrete ancora cento ruspi di oro, e il certificato amplissimo dei suoi onorati servigi, che voi firmerete e munirete del nostro sigillo ducale. Se il caso facesse che il giovane si trovasse male disposto, prendete una delle nostre carrozze, e a nome nostro chiedete le pulledre della posta, che ve le daranno, e partite ad ogni modo. Domani il sole non deve vedervi a Firenze. Addio.”
E qui, alzata la destra, faceva il cenno col quale l’orgoglio dichiara alla umiltà che gli si tolga davanti. Ma poi, premurosa di temperare la durezza dell’atto, aggiungeva:
— “Andate, Lelio, andate; noi formeremo sempre mai voti per la vostra felicità, e ci torneranno accettissime sempre le nuove del vostro buono essere.”
Don Inigo non sapeva darsi pace intorno alle tante parole spese per tale negozio, a cui gli sembrava bastante la parola — andate, — se togli quanto concerneva il giannetto, i ruspi, la collana, e simili; ma prima di essere carico di tutti quei discorsi, aveva seco stesso deliberato lasciarli a casa, o farne getto per la via. Lelio con volto dimesso, composta [pg!106] ad arco la persona, quasi rotto per la immensità dello affanno che l’opprimeva, si allontanò seguendo il maggiordomo, più che altro somiglievole al condannato dietro al carnefice che lo mena a guastare.
Isabella lo guardò fisso; stette ancora a guardare lungamente la porta dond’era scomparso, poi dandosi forte della palma nella fronte esclamò:
— “Ahi! sciagurata femmina! quanti infelici per te....”
Isabella non mosse piede fuori della stanza, ch’era la sua maritale. Questa stanza compariva spartita in due sezioni: la prima, che faceva capo a tre finestre sopra il verone, spaziosissima, tappezzata di damasco operato ad armi dei Medici e degli Orsini, di colore verde: intorno alla camera, a certe distanze ricorrevano dei medaglioni di bassorilievo in marmo rappresentanti varii ritratti di famiglia dentro grosse cornici dorate: due porte l’una contro l’altra al termine della stanza andavano distinte per larghi pilastri di porto-venere; e sopra le porte un cornicione con due corridietro, od orecchioni, come dicono in arte, in mezzo ai quali un busto composto di marmi di qualità diverse, bianco la testa, il rimanente broccatello; e sotto, la portiera con due cortine a frange di oro: nei canti due ampissimi vasi chinesi, o piuttosto giapponesi, turchini, con mascheroncini, maniglie, ed altri ornamenti di argento dorato condotti con sottile magistero; appoggiati [pg!107] alle pareti due stipi di ebano intarsiati di madreperla, maraviglia a vedersi, e seggioloni, e sgabelli di ebano ricoperti di damasco pur verde; in mezzo, una tavola di ebano e di argento, del medesimo lavoro degli stipi. Questa prima sezione terminava in un arco di cui l’estremità posavano sopra una cornice assai sporgente sostenuta da colonne, la base e il capitello delle quali erano di bronzo dorato di ordine corintio, ma il fusto a spirale di porto-venere ricinto nel cavo della spirale da un ramo di foglie di mirto in bronzo dorato; il vano dell’arco coperto da tende di damasco. Oltre l’arco era il letto, immenso di mole, e carico piuttosto che ornato d’intagli, di amorini, di fogliami, e frutta, e piume, da mettere sospetto in chiunque avesse dovuto giacervi sotto: quali e quante fossero suppellittili, arnesi, e masserizie là dentro, troppo riuscirebbe lungo a descrivere; basti all’uopo nostro conoscere che a canto al letto si vedeva una tavola del Crocifisso con la Madonna da un lato, e San Giovanni dall’altro, che posava sopra un zoccolo alto un braccio circa dal solaio: questa tavola mercè d’ingegni volgeva sopra mastietti incastrati nel muro, e lasciava l’adito ad una porta segreta, la quale mediante certa scala a chiocciola conduceva nelle stanze terrene meno frequentate dalla gente.
Le ombre avevano occupato il cielo da lunga ora quando a Isabella parve tempo convenevole a chiamare le sue cameriste, le quali ebbero ordine [pg!108] di accendere una lampada, metterla sopra la tavola, e andarsi con Dio. Avendo esse domandato se desiderasse che le dessero mano a spogliare le vesti, rispose breve: — che farebbe da sé; — ed avendole accomiatate di nuovo, andò alle porte, e tirò le stanghette, per cui nessuno, mal suo grado, avrebbe potuto penetrare là dentro.
In balía dei suoi pensieri, si pose a percorrere in tutti i lati la stanza con passi ora lenti, ora concitati; un momento si fermò a contemplare la lampada. Di lavoro singolare, rammentava questo arnese uomini e cose di cui appena giunse a noi fama incertissima: era di bronzo, e presentava di faccia una testa di elefante con la proboscide rivolta in su, donde usciva il lucignolo; di profilo, un cigno di cui il collo ritorto sopra il petto componeva il manico; di pianta, ti offriva la testa di Medusa con la bocca atteggiata a disperato dolore, e per questo pertugio versavano l’olio; di sotto poi, un altro mascherone, col quale componevano uno insieme ingegnoso le altre parti della lampada. Isabella, nel guardarla fisso come faceva, pensava meno alle rovine dei popoli che alla madre sua, la quale gliela aveva donata insieme a molte altre antichità etrusche trovate negli scavi fatti a Castiglione della Pescaia. Certo, Eleonora di Toledo fu donna aspra di modi, di spiriti alteri, e poco per natura disposta al perdono; nonostante, le sue viscere di madre si sarebbero commosse, ed avrebbe sovvenuto alla figlia deserta, [pg!109] che adesso per la partenza di Lelio rimaneva affatto priva di un’anima in cui confidare. Isabella si affaticava a imprimere séguito ai suoi pensieri per condurli a sciogliere le imminenti difficoltà, ma i pensieri a modo di cavalli sfrenati, vinta la mano alla ragione, divagavano ora qua ora là, in mille andirivieni, secondo che o il sangue o gli affetti scotevano il suo cervello; si stancava per cercare, ma lo intelletto gli si sprolungava infinito davanti, sterile di trovati, come un deserto dell’Affrica si presenta alla caravana privo di qualunque pianta e di asilo. Stanca di cotesto stato, si mosse finalmente verso la sezione della stanza ov’era il letto; alzò la tenda dell’arco, e passata oltre lasciò di nuovo caderla. Il letto compariva sopra modo lindo, con lenzuoli bianchissimi di tela di Olanda, ornati di trine di Malines, e coperta bambagina ricamata con sottile lavoro: le accorte cameriste vi avevano sparso sopra rose fresche e fiori di arancio, sicchè poco più si sarebbe accomodato un letto da sposi. Isabella prese un lembo del lenzuolo, e lo piegò traverso al letto, come usa fare chiunque intende giacersi; ma scoperto che l’ebbe, non andò oltre in cotesto suo disegno, e si rimase immota accanto a quello.
— “Ecco!” dopo un lungo guardarlo ella diceva, “questo letto maritale apparisce lindo e odoroso come la prima notte delle mie nozze: è bianco, è polito quanto l’ala del cigno; eppure qual miserabile [pg!110] giaciglio di popolo davanti a Dio non è meno contaminato di questo? Sopra il capezzale stanno due chiodi, che, o a destra io mi volga o a sinistra, mi si conficcano dentro le tempie, — l’adulterio e l’omicidio; perchè questi due pensieri nascono gemelli, ed io lo so. Qui a capo del letto un demonio, contro cui acqua santa non giova, agita l’ale, e scuote sul dormente sonno di febbre, e fantasime di paura.... — Eppure qui ebbi un giorno quiete di paradiso: qui fui salutata con la dignità di madre; qui adagiandomi pensai che se il sonno si fosse prolungato eterno, la mia anima poteva sperare di essere accolta come ospite nelle sedi celesti. — Ricordo il momento in cui Giordano tolta dall’altare qui mi condusse, ed accennatomi il letto mi disse: — «Sposa mia, io ti consegno questo letto, e con esso il mio onore, e la buona rinomanza della famiglia. Io, sovente impiegato in lontane ambascerie, o nella milizia, non potrò starti sempre al fianco per consigliarti e sovvenirti: assumi per tempo virile animo, e impara a guardarti da te stessa: sappi che niuna cosa è tanto necessaria a te, e accetta a Dio, e a me grata, e onorata ai figliuoli che hanno a nascere da noi, quanto la tua onestà; imperocchè l’onestà della donna è una corona di gloria sul capo al marito; l’onestà della madre fa la massima parte della dote alle figliuole, chè i costumati giovani domandano sempre, e con buona ragione, donde nasca la fanciulla che intendono togliere a moglie; la onestà [pg!111] in ogni femmina assai più pregiasi della bellezza; anzi, senza onestà e senza verecondia, o non è bellezza o presto trapassa. Lodasi il viso bello, ma gli occhi disonesti lo fanno lordo di biasimo e di vergogna, pallido di dolore e di tristizia di animo. Piace una bella persona, una speciosa femmina; ma un cenno disonesto, un disonesto atto d’incontinenza subito la rende vile e brutta. La disonestà dispiace a Dio, e di niuna cosa si trova essere Iddio tanto severo punitore nelle donne quanto della loro poca onestà; rendele infami, contennende, e male per tutta la vita soddisfatte. E pertanto, donna mia, se tu vuoi fuggire ogni apparenza di disonestà, dimóstrati a tutti onesta, non fare dispiacere a Dio, a te stessa, a me, ai comuni figliuoli, e ne avrai lode, e grazia da tutti.»34 — Se qui davanti mi comparisse adesso Giordano, e mi domandasse: Come hai conservato i miei ricordi? Come i tuoi giuramenti mantenesti? — Non parlerebbe il mio rossore per me? Queste pareti, questi ornati; e soprattutto queste immagini di santi non griderebbero ad una voce: noi siamo polluti! noi siamo polluti! Potrei, o dovrei io, postergata ogni pudicizia, domandargli a mia posta: e voi come avete conservato i vostri? — La colpa altrui, se toglie il diritto di accusare, non iscusa per questo la tua colpa; e poi, quando la donna si abbandona in braccia diverse che quelle del suo marito non sono, sempre le viene in odio il marito, non cura i figli, la famiglia distrugge; la qual cosa [pg!112] nel marito rispetto alla moglie non sempre vediamo apparire. Aggiungi, che i figli adulteri stanno in casa monumento perpetuo di vergogna; non possono, o mal possono cacciarsi per legge, ma dal cuore si cacciano per odio, fanno nascere la voglia di spengerli, o si sopportano come nemici, perseguitati dagli altri, che come ladri della loro sostanza li considerano, percossi, avviliti, così che l’anima affannosa della madre non sa bene se deva desiderare che vivano in tanto miserabile vita, o se piuttosto si muoiano; e ciò nei trascorsi degli uomini fuori di casa difficilmente avviene, o non mai. Ecco la moglie infedele guasta l’anima di tutti: già sono sparsi i semi dell’odio; la colpa ha seminato il delitto, e la pena lo mieterà. Oh! fossi morta prima di perdere la mia innocenza! o piuttosto non fossi io nata! Isabella, sei sola; lascia l’alterezza del sangue, abbandona il contegno che t’impone alla vista delle genti la tua nascita reale; e siccome ai miseri convengono lo squallore e le lagrime, piangi ora, che puoi, la tua fama perduta, la tua innocenza, la tua salute, i tuoi figli, e la tua famiglia; piangi dirotta, chè forse questa facoltà, che ti senti di piangere, è il primo segno che la misericordia di Dio ti manda a farti palese che la sua collera si mitiga verso di te....”
E piangendo forte si lasciò andare boccone sul letto, movendo il più doloroso lamento che mai femmina facesse in questo mondo. Così lunga pezza si giacque, quando le parve udire, ed udì certo un [pg!113] rumore di passi nella parte antecedente della stanza. Si alzò ratta, e levata la tenda dell’arco, ella vide comparirle davanti, non senza maraviglia e paura, Lelio Torelli. Quantunque un funesto presentimento tutta la sconvolgesse, pure, resa animosa dalla urgenza del pericolo, ella si trasse innanzi, e domandò:
— “A che venite voi? Che cosa cercate?”
— “Io vengo a domandarvi il mio cuore, che avete spezzato, la mia vita, che avete spenta, la mia anima, che voi avete perduta....”
— “Ah! Lelio, abbiate pietà di me, non vogliate crescere la mia sventura, già tanto per sè stessa insopportabile....”
— “L’avete voi sentita per me? Voi mi avete rotto come un fiore, che spensierata troncate dal gambo giù nella spalliera del giardino, e odorato appena gettate lontano da voi. Ma l’anima di un cristiano si getta via come una rosa vizza? si calpesta egli un cuore, che non ha sangue se non per voi, a modo di una pietra? No, no, la vostra ferocia ha suscitato la mia; ed io vengo....”
— “E a che vieni, forsennato?”
— “Io vengo a chiedervi amore, e a mantenermi la promessa antica: io vengo a pretendere la mercede dei patimenti sofferti....”
— “Tu vaneggi, figliuolo mio! Di quale promessa mai parli? Chi ti ha persuaso a soffrire?....”
— “E i baci, e i sorrisi, e le dolci parole, e lo stringere delle mani, e gli sguardi pietosi.... li avete [pg!114] voi dimenticati? Non io ho potuto obliarli; eglino accesero nel mio seno questa fiamma che mi divora. Che è la parola? Quale vi fa mestiero di favella? Il labbro è la più inerte di tutte le parti del corpo a manifestare l’amore; egli dice una cosa sola, ma gli occhi, ma il volto, svelano mille affetti in un punto: e voi con tutte queste lusinghe mi avete promesso. Come! voi, donna di così alto senno, avete potuto credere che la mia povera anima valesse a resistere a tanto? Abbiate voi pietà di me! A voi sta sentire compassione di una miseria, che pure è colpa vostra. Isabella, per Dio, un po’ di amore, una goccia di amore a questo disperato....”
— “Lo pensi tu, Lelio! O non vedi ch’io ti posso essere madre...?”
— “Che importa a me cotesto? La vostra faccia è bella. Quando mai l’uomo amò col calendario alla mano? Che monta il tempo? Tutta la vita è un baleno. Chi sa se il cielo domani coprirà la terra! Almanco questo baleno, questo soffio fugace sia consolato di un poco di amore.... Non me lo sono io forse meritato?”
— “Lelio, ma non sai, ma non vedi che io sono donna altrui?...”
— “Vi trattenne questo forse di darvi altrui? Perchè farete impedimento a me di quello che per altro non vi trattenne? Sarete avara meco di uno affetto, del quale faceste così larga copia ad uomo che ne fu sempre indegno...?”
— “Odimi, Lelio.... Io, vedi, non mi sdegnerò [pg!115] teco; ma se tanto non basta, pensa alla mia eterna salute....”
— “E se io mi darò la morte con queste mani; se io per voi andrò dannato; pensate voi che possa salvarsi l’anima vostra che fu cagione si perdesse la mia?”
— “Errai; e della mia colpa ne porto le pene, e non sono le meno amare quelle che adesso mi dai. Tu mi vedi avvilita davanti a te. Dov’è l’orgoglio del sangue? Ecco, io sono una peccatrice contrita ai piè del suo servo. Lasciami la virtù del pentimento. L’anima nostra può tornare mercè la penitenza così candida come la rese il battesimo....”
— “Vi pentirete poi; — ma adesso amatemi.”
— “Io non posso amarvi....”
— “Ebbene, lasciatemi amare....”
— “Quali parole invereconde? Quali improntitudini sono queste? Partite, o io chiamerò la mia gente....”
— “Guarda bene da pure tentarlo, Isabella! Io sono deliberato di uccidermi, e di uccidere....”
— “Madre di Dio! Lelio, abbi pietà di tua madre: torna alla madre tua, che ti aspetta....”
— “Mia madre! Sì, tu, donna crudele, senti pietà della madre mia! — le hai tolto un figlio, e le rendi un cadavere. Io non so più di madre, nè di padre, nè di me stesso; tu sola sei la mia vita, tu il sangue mio. Isabella, mercè di Lelio; io sto nelle tue mani. Vuoi tu ch’io sia uno eroe? lo sarò; uno [pg!116] assassino? lo sarò. Desideri ch’io mi precipiti giù dal verone ove mi sono arrampicato a gran pena per venire da te? ti giuro che lo farò; ma inebriami una volta del tuo amore; dimmi che mi ami; un sorso.... un sorso solo a queste aride labbra....”
— “O vendetta di Dio, come grave mi percuoti! Mi si spezza il cuore di affanno....”
— “Senti se io merito da te un benigno risguardo. Quando ti vidi presa per Troilo, io ti amava, e tacqui. Non basta: per non ti contristare, io non ti dissi in quanto basso luogo tu ponevi il tuo affetto, nè come lo indegno in altri volgari amori si mescolasse; io per tuo amore ricopersi agli occhi delle genti le sue iattanze; io non meno mi affaticai a velare le tue stesse incautezze: a me si deve se la fama dei vostri amori non giunse agli orecchi del duca; io vi circondai di mistero; giorno e notte vegliai intorno a voi. Quando Troilo in punta di piedi pel buio della notte veniva alla tua stanza, io gli tenevo dietro con taciti passi.... poteva ucciderlo a mano salva, e Dio sa se spesso me ne prese la tentazione; eppure nol feci, pensando allo affanno che ne avresti sentito. Però lo accompagnai, lo guardai; atterrii i famigli con la novella di uno spettro notturno, perchè non ardissero vagare per le stanze prima di giorno; e mi posi a vigilare fuori della porta, insonnia non curando nè freddo, per salvarvi dalla sorpresa, alla quale voi nella imprevidenza vostra tanto poco pensavate.... Immagina tu qual cuore fosse il [pg!117] mio quando sentiva dopo lunga ora i teneri commiati, i dolci baci, e la promessa di rivedervi la notte appresso! E tutto questo feci, e tutto questo penai, per amore tuo, e sempre avrei sofferto in silenzio, se tu lo amassi ancora: ma adesso tu lo conosci; sai esserti nemico, di lui hai da temere più che di qualunque altro, e temi; e quindi te adesso supplico ad amarmi, ad accettarmi, qual più mi vuoi, difensore, servo.... e tutto insomma, tutto... purchè tuo....”
— “Lelio, figliuol mio, cálmati: io, sebbene con mio sommo rossore, comprendo la immensità del tuo affetto; freddo cenere ed ossa, io serberò memoria di te; tu amasti più che ad uomo è concesso di amare: ma ascolta la preghiera di una caduta in fondo ad un abisso di miseria: ascoltala come se movesse da tua madre; abbi pietà di me; esaudisci la supplica che ti manda dalle profonde viscere una moribonda, chè ormai sento non potere più vivere, ed anche potendo non vorrei. Un giorno ti compiacerai di avermi usata misericordia; al capezzale del letto, dove lo sguardo della mente rivede la trascorsa vita, e l’anima anela nel dubbio, se da cotesta indagine le verrà speranza di salvazione, l’opera santa che mi farai adesso ti precederà come la nuvola del popolo ebreo a sgombrarti la via del paradiso. Il tempo ti sanerà questa piaga: forse Dio tenta ora la tua virtù per vedere se ne uscirai vittorioso, e già ti apparecchia guiderdone condegno dei meriti; gli [pg!118] angioli stessi in questo momento ti guardano. Non essere da meno di quello che di te si ripromette il paradiso. A te buona e casta consorte, a te onorati figli in questa vita; e a te fama duratura, e gloria immortale dopo la morte....”
— “Sirena! incantatrice! maliarda! Chi è che ti negherebbe il vanto d’immaginare cose vane, e di cantarle allo improvviso? Va, il tuo cuore è più bronzo di questa lampada. Ora, che temi di essere venuta in forza altrui, favelli lusinghiera e fallace; dianzi, al cospetto d’Inigo, minacciavi e schernivi; nè so bene se adesso tu sii più abietta, di quello che dianzi tu fossi insolente. Dianzi mi dileggiavi come un fanciullo; come presuntuoso mi riprendevi, quasi tu avessi derivata la tua origine da altri che da Adamo; nulla che mi appartenesse consentivi a tenerti dintorno; volevi cancellarmi dalla tua memoria, e, se onestamente il potevi, anche dalla vita; per istrazio maggiore, la collana del tuo marito mi gettavi intorno al collo, come la corda del condannato; e un pugno di monete per sanare le ferite grondanti sangue del cuore desolato. — Eh! taccia una volta l’amore, che accolsi per così vile, così bassa, così feroce creatura. Lo esempio dell’altrui crudeltà mi faccia crudele. A che mi tengo io più? Perchè non corro a manifestare la tua infamia a Paolo Giordano? Perchè non godo almeno vederti precipitare nel sepolcro con morte disonorata, e di sangue?”
— “Va, accusami....” [pg!119]
— “No, non andrò ad accusarti; io ti segherò le vene....”
— “Uccidimi....”
— “Accusarti! ucciderti! E che mi giova cotesto? Ah! no, Isabella, il tuo amore, dammi il tuo amore....”
— “Indietro...!”
— “È impossibile! è impossibile! Bisogna che tu sia mia.... un momento.... poi venga la morte.... e lo inferno....”
E tale dicendo, si avventa ad Isabella per ghermirla: ella indietreggia, egli incalza. Isabella, palpitante, non vedeva aperta nessuna via allo scampo: voleva di nuovo raccomandarsi a Dio, ma dubitava che come indegna non la volesse esaudire; si teneva spacciata. — Allo improvviso di sopra la spalla della duchessa comparisce una lama lunga e forbita; si spinge innanzi ratta come il fulmine, e con immane ferita apre il seno di Lelio, e lo trapassa fuor via da un lato all’altro. Il ferito dà indietro un passo, agitando le mani levate come uomo che stia presso a naufragare, ma non può profferire parola intera; solo alcuni suoni indistinti, ed anche pochi; il sangue traboccando ribollente e fumante con uno spruzzo cuopre la lampada, e spenge il lume: nel buio fu sentita la tavola andare rovesciata sottosopra a cagione dell’urto col quale il Torelli l’aveva investita, e il trabalzare, e il cadere, e il rotolare dell’infelice trafitto. [pg!120]
Isabella proruppe in un grido così pieno di angoscia disperata, da disgradarne quello che avrebbe gittato Lelio, se il cuore fesso orribilmente in due parti non gli avesse troncata a un punto la favella e la vita; e quindi ella pure stramazzò sul pavimento, per modo che parve essere lo spirito anco da lei dipartito.
Isabella stette lungamente immemore di sè; poi quando, comunque tuttavia in mezzo al letargo, l’anima fu tornata agli ufficii consueti della vita, la percosse una voce, ed era voce di femmina, e di femmina piangente, che diceva: — Rendimi il mio figliuolo; — e poichè ella non poteva rispondere, chè la lingua le stava fitta nel palato, dopo alcuna dimora sentiva aggiungere: — Sii maledetta! Il sangue di colei che fece versare sangue, sarà versato! — Poi le appariva Lelio davanti, senza sguardo, per occhiaia spaventevole, sconcio tutto nella faccia di enchimosi, co’ capelli sozzi di sangue e di polvere; e si poneva lì dritto davanti a lei, ma non faceva parola: ben si vedeva come si affaticasse a muovere le labbra per cavarne una voce articolata, ma riuscendogli con grande stento a trarne appena un singulto, raccoglieva nel cavo della destra il sangue atro, grondante giù dalla ferita, e glielo gittava nel volto, in atto di maledizione! Qui Isabella svegliatasi, balza a sedere, e non osa schiudere gli occhi; pure alla fine, mossa da coraggio o da paura, si sforza di aprirli, e li apre. Ch’è questo? Ella si trova adagiata nel [pg!121] proprio letto: la tavola era in mezzo della stanza, e la lampada di bronzo ardeva, comecchè di pallida luce. Precipita dal letto; prende la lampada, vi fissa sopra ansiosamente lo sguardo, e non vede traccia di sangue in veruno dei tanti incavi co’ quali era lavorata, nè tampoco traccia che fosse stata ripulita e rasciutta, e neppure le sembra che vi abbiano rinnuovato l’olio. Con la lampada in mano, sebbene esitante, si accosta allo specchio per vedere se avesse il volto macchiato di sangue, e lo contempla come per l’ordinario polito: guarda la tavola, guarda il pavimento, e riscontra tutto terso più che mai fosse, e asciutto bene. Non sa che cosa pensare: ondeggia in tempesta grandissima di pensieri, e tra sè dice: — Per certo io ho sognato; — e siccome noi siamo inchinevoli sempre a credere massimamente quello che a noi piace e giova, così Isabella a forza di dire a sè stessa: — E’ fu un sogno; un mal sogno in verità! a questa ora chi sa quante miglia si trova lontano da noi il povero Lelio! — aveva quasi persuaso la sua mente a dubitare dell’atrocissimo caso.
Schiuse i balconi, e conobbe dall’alba nascente approssimarsi l'Ave Maria; e indi a breve tempo la campana della cappella venne a confermarla in cotesto pensiero; e poichè la campana, cessata l'Ave Maria, continuò a sonare a messa, divisò andarsene a pregare Dio e i Santi, affinchè di un po’ di refrigerio fossero misericordiosi a lei povera donna, colpevole, è vero, ma tanto a un punto senza fine infelice. [pg!122] I miseri sentono necessità dell’altare. — Si compose di propria mano la chioma, vestì una veste negletta di colore scuro, e sola si avviò alla vicina cappella.
Una volta correva il costume seppellire in chiesa; però vediamo i pavimenti coperti di lapide, e in mezzo alle lapide un chiusino rotondo, bene spesso fermato mediante grappe di bronzo. Sopra le lapide occorrono armi gentilizie di bassorilievo, offesa di piedi, e le immagini dei defunti con le mani incrociate sul ventre, involte in larghissime cappe in atto di dormire, ed iscrizioni che ricordano le virtù del morto, ma più assai delle virtù del morto la pietà o la superbia dei vivi.
Sopra una di queste lapide, e precisamente al punto dove si apre il chiusino, venne a posarsi Isabella, e quivi in piedi e immobile stette ad assistere al sagrifizio divino fino al punto in cui il sacerdote mormora i detti arcani, che hanno virtù di fare scendere in terra il Dio del cielo: allora seguendo lo esempio altrui, e molto più il proprio impulso, si lasciò cadere sopra le ginocchia, prostrandosi in atto di reverente umiltà; ma la terra le vacillò sotto allo improvviso, e il ribrezzo di precipitare dentro la sepoltura valse a farle stendere le braccia intorno a sè per sostenersi a qualche persona, o cosa. Ella incontrò un braccio, e forte a quello si strinse: assicuratasi alquanto, guatò in quel buio, e riconobbe Troilo nel suo soccorritore, per lo che disse sommessamente: [pg!123]
— “Ahimè! sotto i nostri piedi sacrileghi Dio fa tremare la terra....”
— “Non è niente! Il chiusino della lapida fu smosso stanotte! A vedere, la calcina non ha anche fatto presa....”
Isabella si cacciò le mani nei capelli, e mordendosi acerbamente le labbra giunse a non prorompere in grida. — Fatta vesana, fuggì a precipizio di chiesa: le ombre tuttavia spesse nella cappella non concedendo che troppa gente avvertisse a cotesto atto, impedirono lo scandalo.
È fama ancora, che a cagione di cotesta avventura gran parte dei capelli alla Isabella diventassero bianchi; la quale cosa se nelle cronache non trovo riscontro da confermare, nemmeno mi occorre per negare, non essendo nuovo d’altronde, che questo avvenisse per cause molto meno terribili.
Infatti, quando lessero a Maria Antonietta regina di Francia la sentenza di morte, quindi in breve i capelli le diventarono bianchi; e questo fu maggiore motivo.35 Ludovico Sforza il Moro venuto in potestà di Luigi XII, pensando alle gravi offese fatte a quel re, nel corso di una notte sola incanutiva;36 e il signore d’Andelot tenendo la faccia appoggiata alla mano quando gli portarono la notizia del supplizio del suo fratello ordinato dal duca di Alva come complice dei conti di Egmont e di Ornes, tutta quella parte della barba e del sopracciglio compressa dalla mano mutò colore, e parve vi fosse caduta sopra farina; [pg!124] e questi forse appaiono motivi uguali.37 Finalmente il Guarino, vista ch’ebbe sommersa una delle due casse di manoscritti greci, che, raccolti a gran pena, da Costantinopoli trasportava in Italia, ne prese tale sconforto, che i capelli di neri subito gli si mutarono in bianco;38 e questo fu motivo molto minore. — Ma diverse sono le anime, e diversamente toccano le menti le cose mortali.39 La bilancia trabocca così per un grano come per una libbra, e molte volte taglia più e meglio una, che le cinque spade.40
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