CAPITOLO QUINTO.
PASQUINO.
DON LOPEZValgame el cielo! que es estoPor que passare mis sentidos?Alma, que aveis eschuchado?Ojos, que es que aveis visto?Tan publica es aja mi aprentaQue ha Uegado a los oidosDel Rey, que mucho si es fuerzaSer los posteros los mios?Ay hombre mas infelice!Calderon de la Barca.A secreto agravio secreta venganza.
Ernando, o Ferdinando dei Medici, fu principe prestantissimo, e di animo valoroso: quarto figlio di Cosimo, nacque lontano dal trono, e dalle sue speranze. Qual destino a lui fosse riserbato ignorava, ma per certo non chiaro come alla sua vasta ambizione conveniva, imperciocchè Francesco avesse a succedere al padre nel principato, Giovanni vestisse la porpora cardinalizia, e Garzia fosse preposto all’ammiragliato. E questo pensiero lo faceva stare di pessima voglia, e lo rodeva per modo, che ne cadde infermo di languore. Quando poi avvenne il caso del cardinale Giovanni e di don Garzia, il padre Cosimo, solertissimo nel provvedere allo stabilimento [pg!126] della famiglia, instò presso la corte di Roma, ed ottenne che il cappello di Giovanni sopra il capo di Ferdinando si trasferisse. Giaceva infermo nel letto Ferdinando, allorchè con solenne cerimonia gli presentarono il cappello rosso, e tanto potè in cotesto giovane cuore di quattordici anni la contentezza della cupidigia soddisfatta, che da quel momento prese a migliorare, e ben presto tornò nello stato primitivo di salute.41 Mandato a Roma con le paterne istruzioni, e assistito da uomini versati nel maneggio degli affari, non solo mantenne, ma gli riuscì ancora di ampliare presso cotesta corte l’autorità della sua casa, che pure era grandissima. E di vero, le storie raccontano come Pasquino pubblicasse alcune volte cartelli, dove si leggeva scritto: Cosmus Medices pontifex maximus.42 Oltre la destrezza suprema di Cosimo, gli valse non poco, siccome in tutte le cose, la buona fortuna; però che Giovanni Angiolo dei Medici promosso papa, sebbene non fosse di famiglia congiunta con quella dei Medici di Firenze, pure compiacendo ad una sua vanità volle farlo credere: onde in simile concetto non è da dirsi come largheggiasse in favori verso la famiglia di Cosimo, eleggendo cardinale Giovanni, cedendogli il suo proprio cappello, donandogli la sua casa e il suo giardino, promettendogli tenerlo in luogo di figlio; e tanto s’infervorò in questo concetto, da lasciarsi andare al punto di scrivere a Cosimo: «Le cose sue le abbiamo per nostre, e le nostre vogliamo che sieno [pg!127] sue; e l’uno averà sempre a servirsi e aiutarsi dell’altro, e sarà sempre tra noi un cuore e un’anima medesima.»43
Ferdinando questo ascendente ampliava in parte per la sagacia e buona fortuna paterna, in parte con la protezione splendida largita alle arti e alle lettere, comunque cadute in etisia, e in parte all’animosa prontezza di cui fece prova nelle occasioni difficili. Intorno al quale proposito nelle memorie manoscritte occorre un caso notabile, che non mi sembra di trapassare sotto silenzio, ed è questo. Il cardinale Ferdinando, recatosi certo giorno a complire papa Pio V, nell’atto d’incurvarglisi davanti lasciò vedere una forte corazza di ferro, che portava sotto la veste rossa. Il papa, accortosi della corazza, così piacevolmente gli favellò: — «Riccardo Plantageneto, sostenendo la guerra contro i suoi baroni, ridusse in cattività un vescovo, che armato di piastra e di maglia gli aveva proceduto contra sopra tutti i suoi avversarii infestissimo. Il Papa interponendosi pregò Riccardo a rendere la libertà a cotesto suo figlio, e il Plantageneto mandò al Papa la corazza del vescovo, col motto proferito dai figli di Giacobbe quando gli mostrarono la veste polimita di Giuseppe: — guarda, e vedi se questa è la vesta del tuo figliuolo Giuseppe! — Cardinale dei Medici, quale vesta è mai quella che portate sotto il manto cardinalizio?» — E Ferdinando dandosi forte di un pugno nel petto, e facendo risuonare l’armatura, [pg!128] rispose alteramente: — “Beatissimo Padre, questa è la veste che conviene a un gran principe.”
Ma più che di queste cose, assai vuolsi lodare il cardinale per la costanza maravigliosa con la quale, nonostante le amarezze infinite di cui lo contristava il fratello Francesco, egli attese sempre a procacciare il bene della propria famiglia: e sì che Francesco gli porgeva quotidiani e gravissimi argomenti per alienarselo, sia negandogli con avaro consiglio danaro anticipato sopra le sue pensioni, di cui a cagione della soverchia liberalità sovente era scarso, sia sprofondandosi ogni giorno più negli amori dell’avventuriera veneziana. E quando conobbe arrivato al colmo il mal contento dei popoli per lo insano procedere di Francesco, a cui non repugnò, accompagnando l’esequie della moglie Giovanna, cavarsi la berretta civile, e salutare la Bianca, che stava a vedere da un balcone di casa Conti,44 e fredde appena le ceneri della donna reale condurre in segreto matrimonio in isposa la femmina che le aveva abbreviato certamente la vita, si recò a Roma, attendendo quivi a vigilare sopra la prosperità e il decoro della casa.
Quando poi volle il destino che toccasse a lui il trono di Toscana, allontanò i consiglieri pessimi del fratello, e attese davvero a felicitare con tutte le forze i popoli soggetti. Non incontriamo fra noi comodo pubblico, instituto di salute, o fondazione caritatevole, dove il nome di Ferdinando non vi si [pg!129] trovi unito, sia come inventore, o come promotore: ma poichè riesce molto più agevole creare una città che una cittadinanza, così non potè rilevare lo spirito decaduto dei suoi popoli, e forse non lo volle; oppure era un fine a conseguirsi impossibile nella condizione di principe in cui egli era, e che non voleva e non poteva abbandonare. Tentò almeno di sottrarre la Italia alla servitù spagnuola, e scrisse animoso ai diversi Stati italiani, affinchè, deposta ogni miserabile gara, si unissero a lui per rivendicarsi in libertà; ma non gli venne fatto nè anche questo, atteso lo avvilimento in cui erano caduti: e forse ogni tentativo sarebbe riuscito invano; conciossiachè si dieno pei popoli, come per gl’individui, certi momenti di agonia nei quali nè il moto giova, nè la quiete; e mentre la seconda non impedisce la morte, il primo l’affretta. Vero è però, — chè come mi parve una volta, adesso ugualmente mi sembra, — che nè un Dio, nè un popolo, possano stare a lungo composti dentro al sepolcro; Cristo vi rimase tre giorni, ma le giornate dei popoli si compongono per avventura di secoli. E i principi italiani ai tempi di Ferdinando consentivano vivere, agire, e respirare a beneplacito della Spagna, a lei tendevano supplichevoli le mani, dal ciglio e dal labbro di lei pendevano. Dio mio, quanto erano mai miserabile cosa cotesti principi, che a modo del mendico limosinante il soldo accattavano il diritto di fare del male per conto altrui, di tosare, secondo il detto di uno ingegno argutissimo, [pg!130] di seconda mano! Come non apparivano contennendi, e dirò quasi fattori col diritto di vita e di morte? anzi pure guardiani di negri opranti allo zucchero, col nerbo in mano. — Ma di ciò basti: e a Ferdinando non venne neanche dato di aggiungere il suo nobile scopo contraendo amicizia con la Francia: dacchè Enrico IV non volle procedere punto diverso dalla natura dei Francesi, che «richiesti di un benefizio, pensano prima che utile ne hanno a trarre, che se possono servire; e quando non ti possono far bene, tel promettono; quando te ne possono fare, lo fanno con difficoltà, o non mai;45 natura appetitosa del bene altrui, e che lo ruberìa col fiato.»46 E quello che riesce a considerarsi mirabile si è, che i Francesi, mutabilissimi in tutto, abbiano poi dimostrato singolare costanza a persistere in cotesto loro costume, di cui anche Giulio Cesare porge testimonio nelle sue storie. Maria dei Medici, figlia di Francesco, a prezzo di tanto tesoro, e mercè tante sollecitudini da Ferdinando maritata ad Enrico IV; cotesta Maria, che doveva continuare i legami di amicizia e di sangue tra Medici e Francia incominciati con le nozze di Caterina, bandita di Francia, reietta dalla casa e dalla vista del figlio, strema di tutto, periva miseramente a Colonia, e le faceva l’esequie la pietà del pittore Rubens. Vedi umano giudicio, come in balía della fortuna, che lo governa a suo senno!
Tale fu Ferdinando dei Medici, e ai miei lettori [pg!131] non dorrà s’io mi sia trattenuto alquanto a farglielo conoscere. D’altronde io noto come la più parte degli scrittori di racconti si stemperino a descrivere le sembianze, e molto più i panni dei loro personaggi, da parere tutti una generazione di sarti; per me, se volete conoscere come Ferdinando vestisse, e qual sembrasse, in Livorno vi mando nella Darsena, dove vedrete la sua statua marmorea sopra la base intorno alla quale stanno legati quattro schiavi di bronzo; in Pisa, nel Lungarno a capo della strada Santa Maria, ove il suo simulacro di marmo sembra che voglia sollevare, a vero dire con pochissima intenzione, Pisa caduta, la quale però per essere di marmo non può rilevarsi affatto, e sta così mezzo tra risorta e caduta; e in Firenze, in Piazza della Santissima Annunziata, dove sorge pomposa la sua statua equestre, composta di bronzo rapito al fero trace, come dice sotto la cinghia della sella. — Ho amato meglio per questa volta esporre la indole e i costumi di lui; se m’ingannai, o se dispiacqui, domando perdono, e riprendo la storia.
Era il giorno di Pasqua. Una cavalcata magnifica uscita dal palazzo dei Medici si aggira pomposamente per le vie di Roma. Il cardinale Ferdinando si recava in cotesto giorno solenne a complire il papa, ch’era Gregorio XIII, per tenerselo bene edificato. Il cardinale procedeva sopra una bianca chinea arnesata di velluto chermesino e napponi di seta vermiglia, per la massima parte delle groppe coperta [pg!132] dal manto cardinalizio: al suo fianco veniva Paolo Giordano Orsini duca di Bracciano, vestito alla borgognona, o vogliamo dire alla spagnuola, sopra un focosissimo cavallo romano stornello, e seco lui si tratteneva famigliarmente di cose, per quanto era dato comprendere, di lieve importanza, conciossiachè il cardinale sembrasse attendervi poco; e solo talora vi assentisse crollando la testa. Intorno poi, clamorosa e festiva compariva la corte del duca, ma più splendida assai quella del cardinale; il quale, secondo che gli persuadeva la sua natura amplissima, costumò mantenere onoratamente un numero non minore di trecento tra gentiluomini, cortigiani, e tutta gente spettabile per qualche virtù. A vero dire, piuttosto che a grave corteggio di cardinale, si assomigliavano alle gualdane che nei giorni festivi scorrono per la terra dandosi buon tempo: infatti tra loro motteggiavano o gareggiavano chi meglio maneggiasse i cavalli, facendoli da un punto all’altro mutare andatura, o costeggiare, o spiccare corvette o ballottate, e simili altre maestrie; e alle gentildonne affacciate ai balconi mandava o dolci sguardi, dolci sorrisi, e talora anche baciamani, e baci, dei quali parte andavano indarno, e parte ancora si vedevano ricambiati. E fu vista ancora errare per l’aria una rosa, e suonare un cachinno, che parve di donna; e la rosa cadde sopra la criniera lattata della chinea del cardinale; ma per subito muoversi degli occhi in su, non riuscì a nessuno discernere donde cadesse, imperciocchè le finestre [pg!133] delle case di ambedue i lati della via in quel punto comparissero chiuse. Di licenza siffatta un poco erano da incolparsi i tempi, un poco ancora i costumi facili del cardinale, che giovane, potente, e non vincolato da veruno ordine, nelle cose di amore procedeva meno temperato di quello che alla dignità sua convenisse, e i cortigiani, siccome vediamo quotidianamente accadere, la libertà del padrone spingevano fino alla sfrenatezza, persuasi che se al cardinale fosse mai caduto in testa redarguirli, egli avrebbe cominciato con torvo cipiglio, per concludere poi con giocondo sorriso. D’altronde, giovani erano, e amabilissimi tutti; e la vita corre così veloce, che davvero io non vorrei biasimarli, se di ogni fiore di primavera si facessero ghirlanda intorno ai capegli: e così a Dio piacesse che non si avessero a rampognare gli uomini di colpe più gravi, come di queste potremmo di leggieri perdonarli.
Dopo la cavalcata seguiva la turba della plebe, la quale senza perchè applaudisce, senza perchè disapprova, e plaudente o improbante, destinata sempre ad essere percossa, finchè un giorno, stanca di esaltare e di deprimere, anche a lei venga voglia di percuotere, e allora, che Dio ci tenga nella sua santa guardia! Ma queste voglie la prendono di rado, e il passaggio del potente in mezzo a lei è come quello della rondine in mezzo agl’insetti dell’aria; — mangia, e vola.
Così percorrendo la città di contrada in contrada, giunse la cavalcata al canto del palazzo Caracciolo [pg!134] Santobuono, sopra le rovine del quale nei moderni tempi fabbricarono il palazzo Braschi. Quivi stanziavano allora Marforio e Pasquino.
Che cosa è Marforio? Che cosa è Pasquino?
Marforio è una statua colossale dell’Oceano giacente trovata nel Fôro di Marte; donde le venne il nome. Clemente XII la fece trasportare nel Campidoglio, e quivi adesso si mostra orgogliosa ai passeggieri. Pasquino è una statua plebea. Un plebeo, buono umore davanti la bottega del quale fu scavata, le dette il nome: è mutilata, è incerta; adesso pare che si sieno trovati di accordo a battezzarla per un frammento di Ajace: ad ogni modo umana cosa, nè Dio, nè Semideo; e quantunque i meriti suoi di gran lunga superino quelli di Marforio, troppo le corse diversa la fortuna, imperciocchè invece degli onori del Campidoglio, per poco stette che nel Tevere non la precipitassero. Adriano VI fu quegli che le mosse tanto dura persecuzione; e se nol fece, deve attribuirsi allo arguto cortigiano che lo persuase, da quel tronco sepolto in mezzo al limo sarebbero uscite più voci che da un popolo intero di ranocchie. Ed ecco come la ingiustizia degli uomini si manifesti negli stessi tronchi, e nei marmi: Marforio in Campidoglio come un capitano trionfante; Pasquino per poco non capitò nel Tevere, e passata così fiera burrasca, felice lui se sta murato nel canto del palazzo Braschi. Marforio, secondo il costume dei felici, che fortuna qualunque estolle il tuffa prima in Lete,47 non ricorda [pg!135] più i tempi passati: diventato signore, albergato splendidamente, si è fatto cortigiano, e tace; o se talvolta parla, va cauto, va circospetto, e sebbene colosso marmoreo, cammina leggiero come se temesse calcare uova; adula quasi: ma Pasquino, senza capo, senza braccia, e senza gambe, esposto ai venti e alla pioggia, si conservò popolano; e sempre parla, e sempre morde, e non finisce mai di dire la sua, nasca quello che ne può nascere; tanto, peggio di perdere testa, braccia e gambe, non gli può andare. Marforio però abbandonava la fama; all’opposto Pasquino non conobbe mai decadimento di bella rinomanza. Marforio è un disertore, Pasquino gettò via le gambe per non mai fuggire; quindi il popolo ha dimenticato Marforio, e crebbe a mille doppii l’amore al suo Pasquino. Marforio in Campidoglio nel fondo della corte del Museo Capitolino, accompagnato dai Satiri di bronzo trovati nel teatro di Pompeo, re della fontana a cui è sopraposto, si annoia, e se fosse dato ad un Oceano di marmo sbadigliare, egli sbadiglierebbe. Per lo contrario, Pasquino palpita, e vive, ha simpatia col popolo, e comunque acefalo, sentenzia, ragiona, e rivede i conti meglio di quelli che hanno capo. Già per vivere in questo mondo non è provato punto che vi abbisogni il capo; testimonio Plinio, che afferma trovarsi un popolo di acefali da lui chiamati blemmii, la quale cosa se poteva parere ai tempi di cotesto scrittore stupenda, per noi cessò da lunga stagione di maravigliare le genti. [pg!136]
Pasquino spesso è Nemesi perseguitata, che vibra nel buio un colpo contro l’uomo che beve le lacrime del popolo, e questo colpo lo giunge nella fronte preciso come il sasso lanciato dalla fionda di David; — è Nemesi che raccoglie l’acqua amara che sgorga nelle contrade della oppressione, e ne tempera il vino spumoso della superbia; — è Nemesi che mesce i vermi tra i fiori della felicità spietata; — è Nemesi che fa traboccare il feroce negli aperti sepolcri, mentre gli freme tuttora la voce di minaccia sopra la bocca: — ella mesce di terrore le tenebre, popola di fantasime i sogni, empie il capezzale di rimorsi, dà voci alla zolla che cela il delitto ignorato, e perseguita con gli affanni le vite, con le disperazioni le morti. — Ma troppo spesso Pasquino nasce dalla perfidia umana; conciossiachè siavi una gente a cui la natura disse: — odia, — come all’aquila disse: — vola; — e l’uomo odia, come l’aquila vola. O Signore Dio, perchè creasti il serpente che avvelena, la fiera che divora, l’upas che uccide, e l’uomo che odia? Ecco, il cielo sereno è un’angoscia per lui, il sole splendido una ingiuria, il lago limpido uno scherno, l’anima tranquilla una offesa: egli vorrebbe possedere lo sguardo del basilisco, i fiati del cholera, i bitumi dello asfaltide, la disperazione di Giuda, per contristare quella serenità di azzurro, di linfe, e di anima innocente.
La verità è il sole più sfolgorante del diadema di Dio. Nei giorni della creazione egli avrebbe dovuto [pg!137] appenderla come unico luminare alla volta dei cieli. La verità deve uscire palese dalle labbra dell’uomo, come gl’incensi religiosi dai turiboli di oro. La opera delle tenebre desidera consumarsi nelle tenebre. La verità non deve prendere la larva della menzogna. Perchè mai la verità assumerebbe il sembiante della calunnia? Il cuore del codardo può diventare luogo acconcio per un nido di vipere, non mai il tempio della verità. La verità deve predicarsi alla faccia del giorno dai luoghi eccelsi, dalle vette dei colli, dalle aperte sponde dei mari; la verità deve confermarsi davanti gli uomini che la detestano, e davanti ai giudici che la condannano a modo di Socrate innocentissimo. La verità arse sopra i roghi, ma ecco rinacque dalle sue ceneri a guisa di fenice; la verità saliva sopra i patiboli, e tornò a palpitare nei suoi lacerti, come l’animale che rivive negli scissi frammenti. La verità non ingannava, nè lusingava persona, imperciocchè ella abbia detto: «Io mi chiamo martirio sopra questa terra, e gloria in cielo: chi mi vuole seguire mi segua; io sono una dura compagna della vita.»48
Chi ha orecchie da ascoltare ascolti: io riprendo il cammino.
Pasquino, ed anche Marforio non salito allora in Campidoglio, apparivano in quel giorno solenne nella pienezza della loro gloria, cinti all’intorno di una raggiera di satire di tutti i colori e di tutte le dimensioni; e anche lì il popolo in calca stava leggendo, [pg!138] o facendosi leggere, e quanto gli parevano più acerbe le parole, meglio avvelenate, più acconce a vituperare un nome, a contristare uno spirito, a disperare un’anima immortale, e più rompeva in risa insane, e in dimostrazioni di allegrezza.
E la cavalcata notando alla lontana così magnifico apparecchio esultava, e se non l’avesse trattenuta la reverenza avrebbe precorso il cardinale; — si stringeva, s’ingegnava scuoprire da lungi: chi si alzava sopra le staffe, e chi faceva prova di raccogliere la luce con la mano aperta a guisa di tettoia sopra le ciglia.
— “O egli è concio pel dì delle feste,” dicevano i cortigiani; “fa proprio pasqua Pasquino; ne vorremo udire delle belle, la materia non manca; il fieno è così alto, che invita la frullana;” — e via discorrendo, sicchè il ronzìo si sentiva da cento passi allo intorno.
Il cardinale passando vicino alle statue temute, non torse collo, e non fece sembiante di volgervi lo sguardo.
Diversamente i cortigiani, che vi caddero sopra come colombi in un campo di biade, non badando e non curando se investissero o pestassero i popolani, i quali si dettero a saltare chi di qua chi di là, imprecando e urlando nel modo che fanno le rane quando il toro si accosta alle sponde del padule. — Ond’è, che cotesta gioventù spensierata e strepitosa allo improvviso si tace? Sovvengavi delle miriadi di [pg!139] passere, che popolano la vasta chioma di un rovere, e che garriscono senza posa, dondolandosi per le fronde con moto irrequieto, se allo improvviso apparisce un falco volteggiante con le sue larghe ruote in prossimità dell’albero, tacersi sì, che paiono còlte da subita morte, e rannicchiarsi, e stringere le ale, e non che ardire il volo di ramo in ramo, ingegnarsi di stare celate sotto una foglia: in questa guisa i cortigiani sbaldanziti continuarono gravemente, e in silenzio la cavalcata.
Pasquino aveva versato un torrente di malignità contro il cardinale, perchè sopra gli altri reputato felice. Una delle satire, che riguardava lui, diceva così. Marforio domandava a Pasquino: “Qual’è la mula che il Medico cavalca adesso?” — E Pasquino: “Cavalca la mula del Farnese;” — e ciò alludeva agli amori, secondo che porgeva la fama, tra Ferdinando e Clelia, figliuola del cardinale Farnese. Ma questa era cosa da tollerarsi: quelle poi che apparivano veramente infami versavano sopra Francesco, sopra la Bianca, sopra Isabella, il marito, Eleonora di Toledo, e don Piero dei Medici; ed io, come invereconde troppo, mi guarderò bene di riferirle.
Il cardinale non torse il capo; ma guardando obliquo ed acuto aveva quasi con animo presago incontrato e letto quei vituperii; e fatta avanzare la chinea di un passo, occupando il duca di Bracciano con certa sua novella, operò destramente per modo ch’egli non si addasse di nulla. Quando poi convenevole [pg!140] tempo gli parve, fatto cenno ad una sua lancia spezzata, gli ordinò con voce sommessa quello che avesse a operare. Ebbe appena la cavalcata svoltato il canto, che la lancia si voltò indietro con grande impeto, dando degli sproni al cavallo. La turba si era raggranellata daccapo, e gioiva di una perfida gioia, e lodava Pasquino; e gli decretavano per acclamazione una corona di alloro. Senza pur dire: — largo — la lancia investe col cavallo la calca, che di nuovo non fu lenta a sbarattarsi, distribuendo, senza contarli, colpi di calcio di alabarda a destra e a sinistra, sopra le braccia, la testa e le spalle di coloro che punto mostravano di nicchiare; ed arrivato a Pasquino, gli avventa contro con tanto e tale impeto la mano chiusa nel guanto di ferro, che ne riporta visibilmente graffiature, e fatto rifascio di tutti i cartelli se li porta via, partendo con la medesima furia con la quale se n’era venuto, senza darsi un pensiero al mondo della turba, che come prima lo vide lontano, levò il capo, sempre a modo dei ranocchi, e si dette a schiamazzare, a bestemmiare al corpo e al sangue, a volere far carne, e fendergli il cuore, e lì taglia, ch’egli è rosso; terminò poi come sempre succede, che chi ebbe contusioni vi pose lo impiastro, e chi la testa rotta se la fece fasciare.
Ossequiata Sua Santità, per meno lungo sentiero si ridusse il cardinale al suo palazzo, dove chiuso nello studio, senza valersi dell’opera di segretario, scrisse lettera al fratello Francesco, nella quale taciuti [pg!141] i rimproveri che pure ad ambedue loro si facevano meritamente, narrava dei vituperii pubblicati in contumelia della casa a cagione del vivere scorretto della Isabella di Bracciano, e della Eleonora di Toledo, e lo confortava a prendervi con la gravità sua quel rimedio che gli fosse sembrato a praticarsi migliore, ottenendo che le rammentate signore si riducessero a vivere più modestamente. Scritta la lettera, la consegnava ad un cavallaro, ordinandogli che si ponesse subito in via, e giunto a Firenze, ad altri, tranne che al Granduca, non la consegnasse per quanto avesse cara la vita. La lettera, siccome egli comandò, giunse pur troppo nelle mani di Francesco; e quando ebbe partorito quei luttuosissimi casi che danno argomento a questa Storia, non è da dirsi se il cardinale ne rimanesse contristato: ma veramente egli ebbe torto, conciossiachè non si dovesse lasciare andare a quel così subito empito, considerando di quanto cupa e feroce natura fosse il fratel suo, quanto dissimulatore, quanto inchinevole a mettere le mani nel sangue; come colui che allevato nei costumi spagnuoli, riputava obbligo di onore, pari al marito e al fratello, vendicare il torto della moglie e della sorella, e per di più, era stato nudrito in corte di Filippo II, per immanità d’indole fino nei suoi tempi chiamato demonio del mezzogiorno. — Basta, il fato volle così, e forse non sarà stata l’ultima volta, come neppure la prima, che Pasquino avrà fatto versare lagrime e sangue. [pg!142]
Francesco, ricevuta la lettera, la lesse due volte, e senza che si potesse indovinare dalla sua faccia pallida e austera se gli porgesse buone o sinistre novelle, se la ripose con molta cura nel seno; poi voltosi alla moglie, e alla sorella e alla cognata, che si trattenevano in donneschi ragionari, disse loro: — “Lo eminentissimo cardinale Ferdinando sta bene, e vi saluta.”
Passati alcuni giorni, rimandò il cavallaro del cardinale a Roma, con lettera contenente breve orazione: giungergli gratissima la prova della solerzia usata in vantaggio dell’amplissima loro casata, comecchè per somma sventura fosse caduta sopra cosa di per sè rincrescevole assai; stesse sicuro che avrebbe trovato rimedio a tutto senza scandalo, e in modo che se ne chiamerebbe contento; anzi, il fatto meritando grave considerazione, pregarlo, come aveva praticato negli altri importantissimi negozi, così in questo a non lo lasciare privo dei suoi prudenti consigli.
Spedito questo cavallaro, dopo una o due ore ne spediva un altro, al quale commetteva, che, lasciata ogni divisa, vestisse abito da mercante, e condottosi fino a Roma, si presentasse senza darsi a conoscere al signore Paolo Giordano Orsini duca di Bracciano, gli consegnasse in proprie mani la lettera che gli dava, e poi se ne tornasse, senza pure riposarsi in Roma; per quanto aveva cara la grazia sua, i suoi comandamenti eseguisse. Diceva la lettera: [pg!143]
— «Magnifico sig. duca cognato nostro onorandissimo. — Ricevute le presenti, vorrà V. S. Illma cavalcare senza porre indugio tra mezzo alla volta di Firenze con un solo famiglio, o due al più. Apprenderà il motivo, ch’è urgentissimo, della sua chiamata dalla nostra bocca, non essendo cosa da fidarsi alla scrittura; intanto vogliamo che sappia, come questo negozio, sebbene a noi non estraneo, riguardi principalmente Lei, e la salute della sua famiglia. Di questa sua partita sarà bene che non informi persona a Lei attenente, e meno di ogni altro lo eminentissimo cardinale Ernando nostro germano. Faccia la via incognito, schivando studiosamente di darsi a conoscere; prenda così le sue misure, da giungere verso la bruna a porta Romana, portando, tanto V. S. Illma che i suoi famigli, una penna bianca alla berretta.
«Troverà qualcheduno che farà mettere dentro alle porte tanto Lei quanto i famigli, senza dare nome, e noi staremo aspettandola in palazzo.
«Dio la conservi nella sua santa guardia ec.»49
Paolo Giordano, letta e considerata bene la lettera, levò il fazzoletto di tasca, e si asciugò la fronte grondante sudore; poi si pose a passeggiare, tornò quindi a leggere la lettera da capo, e non sapeva darsi pace.
— “Mi sono io venduto alla catena” — andava farneticando tra sè, “con questi mercadanti nati pure eri! Io principe romano! Che lignaggio è il vostro? [pg!144] Donde nascete voi? Quando casa mia onoravano baroni, cavalieri, e uomini di alto affare, i vostri maggiori non erano degni di reggere loro la staffa. — Al ricevere questa nostra cavalcherete.... con un famiglio, due.... non vi darete conoscere a persona.... entrate fuggiasco. — La Dio mercè non siamo sudditi vostri.... comandate ai vostri servi.... Io non andrò; ho fermo di non andare, e non andrò....”
E torna a passeggiare. Intanto una voce interna, quasi partisse da qualche suo consigliere, lo raumiliava dicendo: — Ma egli è tuo cognato, egli è principe di corona, che non può muoversi per venire da te; egli è potentissimo, egli è ricchissimo, di autorità inestimabile in corte di Roma. Poi la cosa riguarda te, sicchè pare giusto che tu debba andare verso lui, ed anche porgergli grazie se si dimostra cosiffattamente amorevole pei tuoi vantaggi: arrogi che ti alleva in corte il tuo figliuolo Virginio, e gli farà lo stato, perchè sopra il tuo ci è poco da contare: nelle tue strettezze, nel diluvio universale dei tuoi debiti, chi può se non egli esserti arca di salvazione? Bracciano, o Bracciano, nobile arnese dei padri miei, io ti vedo in profezia diventare preda di qualche fortunato mercante che dopo avere preso le terre, prenderà anche il titolo.... e così dopo avere sfrattato la mia illustre prosapia dal castello, sfratterà il mio nome dalla memoria degli uomini. — Dunque mi parrebbe giovevole andare, e tenermi bene edificato questo parente per amore del debito. — Amore! — avrei [pg!145] dovuto dire odio: ma gloriosissimo San Pietro, come potrò io odiare i debiti, se i debiti furono le mie fasce quando prima venni nel mondo, e saranno il mio lenzuolo funerario quando scenderò nel sepolcro? il Bernia compose un capitolo sopra il debito; fece male, doveva comporvi un poema epico. — “A Firenze.... Titta! Fa di sellare tre cavalli a dovere; ci converrà fare cammino. Tu e Cecchino verrete con esso meco: lasciate la livrea, ponetevi una penna bianca alla berretta, e non dimenticate i gabbani. — Egli è dovere condurre questo povero Cecchino: lo menai via da Firenze, ch’era, si può dire, sposo novello; e rivedrà volentieri la vecchia madre, e la moglie. Penso che me ne saprà grado, o almeno me lo fingo; e questo fingimento mi fa bene. — Costoro godono meglio di noi: credono allo amore, e si amano, e si rivedono con piacere, e si lasciano con affanno.... Io poi ricordo appena di aver moglie; e sì, che Isabella è pure vaghissima femmina, e di alto animo, e di ornato intelletto, e davvero io ho mostrato fare un gran caso di tutti questi suoi pregi! — Parmi ch’io lo deva avere per giunta se in casa mia non sarò odiato: — mi basterebbe dimenticato.”
E se non m’inganno, qual fosse Paolo Giordano Orsini in molta parte lo ricaviamo da questo suo discorso: — il piombino dello archipendolo, di cui un braccio fosse il vizio, l’altro la virtù, per sè fermo perpetuamente, e incapace a muoversi se impulso [pg!146] esterno nol facesse oscillare da una parte o dall’altra. Spensierato, prodigo, e subito così a inferocirsi come a placarsi; ma per colpa dei tempi più spesso trascorrevole nella ira che propenso alla pietà: e poi, quando era aizzato da chi sapesse prenderlo pel suo verso, non possiamo immaginare enormezza a cui non si trovasse parato. Io non voglio dire che assomigliasse Claudio, il quale avendo fatto ammazzare la moglie Messalina, quindi a poco postosi a tavola domandò del perchè la imperatrice non venisse;50 ma dopo le sanguinose collere, che in balía loro lo trasportavano, tale lo sorprendeva un oblío dei commessi misfatti, che nè i sonni gli si turbavano, nè differiva i conviti, nè trascurava le feste, sollazzevole così, come se nulla fosse avvenuto: dissimulatore non per concetto, ma per abito, e tanto più pericoloso, in quanto che quei suoi modi facili assicuravano di una certa ingenuità di naturale.
Si partiva pertanto da Roma, e giungeva a Firenze, dove fu introdotto nel modo convenuto, e quindi a poco in palazzo.
Francesco stava seduto a mensa in compagnia della Bianca, e non sì tosto ebbe visto il duca, che levatosi in piede gli porse cortesemente la destra, e lo baciò sopra ambedue le gote: compite coteste accoglienze, il duca s’incamminava verso la Bianca, che non si mosse, e fattole omaggio, le baciò ossequioso la mano.51 [pg!147]
Francesco tornato a sedere,
— “Giordano,” disse “voi dovete essere stanco; ma prima che ve ne andiate a riposare, sedetevi, vi prego, e ristoratevi alquanto di cibo e di bevanda: voi lo vedete, noi siamo in famiglia.”
E Paolo Giordano, senza aspettare che gli venisse reiterato lo invito, si assise a mensa a canto a Francesco.
Certo nè a poeta nè a romanziere mai si presentò così magnifica occasione per isfoggiare la sua facoltà descrittiva. Senza far torto a nessuno, poche corti allora, e forse anche adesso, possedevano gli arnesi preziosi di cui i Medici avevano tesoro; e non già preziosi per la materia, quanto molto più pel lavoro: — credenze di argento, vasi, vassoi, orciuoli, bacini, coppe, fiaschi, candelabri, tutto insomma era maraviglia a vedersi; — ma io lascerò stare, e mi stringerò a quello che meglio desidera il mio argomento.
Il duca, quantunque assuefatto alla profusione romana, rimase sorpreso della copia immensa delle vivande: e guardando più accuratamente, la sua sorpresa si accrebbe nel considerare le varie generazioni dei cibi: — passere minutamente tritate intrise con rossi di uova, e con farina inzaffranata, spolverizzate di zucchero, — agli e nasturzi indiani, — cipolle maligie crude, rafani tedeschi, scalogni, e raponzoli; — inoltre, dentro vasi di finissimo cristallo per condire, giengiovi, pepe nero, noce moscada, [pg!148] garofani, zenzero, e simili; — in mezzo, una piramide di uova; e da per tutti i lati, manicaretti e intingoli di strana apparenza; di più maniere formaggi posti in diaccio dentro piatti di argento.
Siccome le vivande note poco talentavano al duca, si avventurò ad assaggiare alcune delle sconosciute, e bene gliene incolse, imperciocchè fossero composte di polpe di francolini, di fagiani, di pernici e di starne, ma acconciate così, che gli bruciavano il palato, e gli facevano lacrimare gli occhi: si ricordò di Porzia, che trangugiò carboni ardenti; non si sapeva persuadere come uomo potesse nudrirsi in cosiffatta maniera: chiedeva spesso da bere per temperare l’arsura, e le bevande che gli porgevano erano diacciate così, che gliene spasimavano i denti, e i nervi del capo. E poi vini fumosi e frizzanti, da dare la volta al cervello dopo il secondo bicchiere. Gli pareva un convito infernale, e che per assuefarsi a cotesti alimenti e a cotesti liquori, il granduca e la granduchessa avessero dovuto durare maggiore fatica di Mitridate, che beveva e mangiava senza danno qualunque tossico, per gagliardo che fosse. In breve, fu spento, se non sazio, in lui il naturale desiderio del cibo e della bevanda, e prese a guardare il cognato, che silenzioso attendeva a empirsi lo stomaco, con una specie di rabbia, di cipolle novelline spolverizzate di zenzero; e poi ad un tratto cessava dalle cipolle, prendeva un uovo, e rotto il guscio vi gettava dentro una cucchiaiata [pg!149] di pepe nero, e beveva; quindi da capo cipolle; e di tratto in tratto ordinava: — da bere. — Il coppiero gli recava un bacino con un fiasco pieno di acqua, e un piccolo bicchiere pieno di vino suvvi, ed egli rovesciato quasi tutto il bicchiere nel bacino, lo riempiva di acqua e lo trangugiava di un sorso.52 Cotesto depravato costume non era un piacere, ma visibilmente travaglio, conciossiachè giù dalla fronte gli gocciasse il sudore, le pupille mandasse torte, ansasse, e nel volto di colore si tramutasse, ora facendosi vermiglio come fuoco, ed ora giallo come le candele che gli ardevano davanti.53 A Paolo Giordano parve, com’era pur troppo, cotesto un volersi distruggere, e allora pensava che sarebbe stata cosa più lesta gittarsi a capo fitto dai finestroni del palazzo. Con simile idea per la mente egli volse gli occhi alla Bianca, e gli occhi della Bianca ricambiarono co’ suoi uno sguardo d’intelligenza. Giordano aveva voluto esprimere questa domanda: — E come mai voi che pur siete accorta femmina, consentite che costui così si uccida? — E la Bianca aveva risposto: — Se ci patisca, Dio lo sa; voi sapeste con quale arabico umore mi tocca a fare! Proverò non ostante, e voi vedrete. —
E quando tempo le parve, la Bianca, côlto il destro, con quella maggiore piacevolezza che troppo bene sapeva e poteva adoperare, così favellò:
— “Mio signore e consorte, vorrestemi di grazia essere cortese di un dono?” [pg!150]
— “Dite....”
— “Vorreste, per amore mio, essere contento di rimanervi da cotesto cibo crudo, che io temo forte non vi abbia a far male?”
— “Bianca, io ve l’ho detto un’altra volta, e desidererei non avere a dirvelo la terza: in casa mia, e nel mio Stato, così nelle piccolissime come nelle grandi cose, assoluto signore voglio essere io....”
— “Nè io vi contrasto il dominio, chè anzi troppo mi onora chiamarmi vostra schiava; ma per questa volta vi supplico, cuor mio, gioia mia, vogliate sodisfarmi....”
E così dicendo, stese la mano al piatto per toglierglielo davanti. Francesco, preso da impeto rabbioso, con la manca strinse il braccio della Bianca forte così che vi rimase impressa di un colore turchino la traccia delle dita, e fremendo del bramito di fiera, la guardò bieco, e lungamente negli occhi; poi senza profferire parola, lento lento aperse la mano. La Bianca ritirò il braccio illividito senza ardire dolersi, e ricacciò dentro gli occhi due lacrime pronte a sgorgare: umiliata e confusa, non seppe nascondere la vergogna, il dispetto, e la rabbia, fuorchè gridando: — “Candia!...”
E il destro coppiere le pose tosto davanti il bacino di argento, il bicchiere di vino di Candia, e una caraffa di acqua. Ella, lasciata stare l’acqua, prese il bicchiere, e presto presto lo mandò giù di un fiato.54 [pg!151]
Al duca pareva assistere al convito di Domiziano, quando fece portare i cataletti intorno alle tavole col nome dei commensali: avrebbe desiderato essere mille miglia lontano di là: si rammentava essersi sentito meno tristo accompagnando i funerali di sua madre.
Francesco, come un fanciullo stizzoso, immaginava potere dimostrare quali e quante fossero la potenza e la libertà sue di fare a capriccio, empiendosi la bocca di cipolline tutte coperte di zenzero, bevendo uova impepate, e tracannando acqua gelata, finchè una cosa che poteva più di lui, voglio dire la natura, quasi sdegnosa di sentirsi così manomessa, gli fece fallo, ed egli gittato un grandissimo sospiro, si lasciò cadere riverso sopra la spalliera della seggiola, col capo abbandonato giù sul petto, le braccia ciondoloni, esclamando:
— “Non ne posso più....”
La Bianca e Giordano gli furono prontamente dintorno; e gli alzarono la testa: egli teneva la bocca aperta e torta come se lo avesse preso l’accidente di gocciola; gli occhi aveva appannati, e il respiro affannoso.
— “Chiamate il signore Baccio, o il Cappelli,” disse la Bianca con immensa ansietà: “andate.... muovetevi.... qualcheduno per amore di Dio....”
E Francesco brontolando:
— “Nessuno si muova... Acqua... neve... diaccio... un poco di aria... aria...” [pg!152]
Apersero tutti i balconi; gli portarono acqua, e neve, e diaccio; ed egli ambedue le mani tuffò dentro la neve, e così gelate se le accostava a più riprese alla fronte; mescolò nell’acqua diacciata certo suo elisir, e bevutone alquanto si sentì un poco sollevato. La Bianca, che fino a quel punto lo aveva sovvenuto con amorevolissima cura senza dire parola, allora si avventurò a domandargli:
— “Volete andare a letto?”
— “Sì, fatemelo rinfrescare... rinfrescatelo voi... nessuno altro della famiglia venga qua dentro...”
E la Bianca di sua mano empì due argentei recipienti di neve; e il coppiere, portatili nella stanza da letto, li pose sotto il lenzuolo, tirandoli su e giù lungo il letto per raffreddarlo.
Scorso che fu un quarto di ora, Francesco, che silenzioso si era rimasto a sedere, si alzò allo improvviso, e disse:
— “Andiamo.”
Bianca e Giordano lo sorressero, e giunto a canto al letto, strappandosi piuttosto che spogliandosi le vesti, si gettò a giacere. Giordano allora pianamente favellò:
— “Serenissimo, riposatevi: domani discorreremo a migliore agio...”
— “No... chi ha tempo non aspetti tempo; io mi sento meglio. Bianca, ritiratevi: io ho a parlare a Giordano di cosa che deve rimanere tra me e lui...”
E poichè qualunque osservazione lo avrebbe [pg!153] irritato, Bianca si partiva, e restava Giordano. Questi si pose a sedere presso il cognato, aspettando che gli fosse venuta la voglia di favellare. Francesco stato alquanto sopra di sè, come uomo che pensasse il modo di cominciare, finalmente così prese a dire:
— “Giordano, ascoltatemi bene: — già parmi inutile ricordarvi, che appartenendo alla mia famiglia, voi siete come cosa nostra.... e nemmeno mi sembra avervi a rammentare quanto le vostre cose mi stieno a cuore....”
— “Bontà vostra...”
— “Non m’interrompete, ascoltate. Ora nell’amarezza dell’anima mia ho da palesarvi tal fatto, che al solo pensarvi sento empirmisi di rossore la faccia... E fosse almeno rimasto celato, che se non si fosse potuto perdonare, almeno avremmo potuto dissimularlo; ma no, egli è diventato pubblico; — forma argomento di scherno pei miei nemici... Giordano, noi siamo diventati ludibrio delle genti!” — E riposatosi alquanto continuava: — “Ludibrio delle genti! Voi siete offeso in me; io in voi. La nostra casa è piena di vergogna; — Giordano, la vostra moglie, la mia sorella ci ha coperti di vituperio...”
— “Isabella!...”
— “Purtroppo! E delle sue disonestà ne vanno attorno le pasquinate, e i cartelli...”
— “Alla croce di Dio, e chi ardiva?... Io gli strapperò il cuore dal petto, fosse anche in Duomo...”
— “E così confermare con la vendetta quello [pg!154] che non ha tanto pubblicamente palesato la ingiuria. Siate uomo, e frenatevi. Il traditore è vostro congiunto...”
— “Chi mai?”
— “Troilo...”
— “L’amico della mia scelta! Quegli a cui aveva confidato la custodia del mio onore... Ah!”
— “Costui calpestando i sacri vincoli del sangue, costui ha tradito il benefattore e l’amico...”
— “Ma ne siete voi certo?”
— “Diconsi esse queste cose senza certezza?”
— “E come io ho potuto ignorarlo fino ad ora, io misero tradito?”
— “Le orecchie dei consorti sono sempre le ultime ad ascoltare la propria vergogna... Provvidenza di Dio!”
— “Francesco, non potreste voi essere per avventura ingannato? Il principe, comecchè solertissimo, non tutto vede, non tutto ascolta di per sè stesso...”
— “Io vedo tutto...”
E non era vero; imperciocchè se mai visse principe che si rapportasse a consiglieri maligni, egli fosse uno: ma per questa volta aveva ragione.
— “Orsù, questo fato non può mutarsi, bensì vendicarsi...”
— “Sia....”
— “Ci ascolta nessuno?” — interrogò Francesco alzandosi a sedere sopra il letto; e sollevata la tenda di seta, girò attorno alla stanza lo sguardo [pg!155] indagatore. — “Andate a vedere, Giordano, se le porte sono bene chiuse. La Bianca potrebbe starsi in ascolto: eh! le sono donne; io non posso più vivere con costei, e non so farne a meno: io giurerei che cotesta fattucchiera mi ha ammaliato... Potessi rompere lo incantesimo.... mi proverò...”
— “È tutto chiuso....”
— “Sedete, accostatevi, e stabiliamo la maniera di provvedere, la quale, avendoci fatto sopra matura considerazione, mi parrebbe avesse ad essere questa.” — E qui abbassando la voce, prese a susurrare lento, con pace, parole arcane, non altramente che se recitasse il rosario. Di tratto in tratto s’intendeva un detto più alto, come dalle volte di una spelonca si stacca la gocciola, e cade sul pavimento, rompendo in cadenza il silenzio pauroso del luogo. Giordano non pareva cosa vivente, se non che la destra spesso gli si apriva distesa, e spesso gli si stringeva a pugno chiuso. Francesco cessò il susurro fissando intentamente il cognato che si restava immobile e sbigottito: alla fine anch’egli con voce sommessa favellò:
— “Voi mi avete versato lo inferno nell’anima. E che dirò io a Virginio, se un giorno mai mi domandasse: — Dov’è mia madre?”
— “Virginio non lo saprà; e lo sapesse, dirà: — Ben fece... — Io educo Virginio...”
— “Francesco, ma non pensiamo noi, che dopo la morte vi ha pure ad essere un giudizio?..” [pg!156]
— “Per cui non ha giudizio. — Ed onta avremo tra i vivi e tra i morti, se non osassimo quello che a gentiluomini impone l’onore. E che? Mentre io vincendo il grido del sangue vi abbandono la vita della sorella, non saprete voi staccare l’animo vostro da una moglie colpevole?”
— “Ella non è madre dei vostri figliuoli. Ad ogni modo io non devo convincermi della vostra convinzione; volendo ancora, io non potrei: io voglio vedere da me stesso...”
— “E se non vi riuscisse vedere, sarebb’ella meno colpevole per ciò? Chi ve la salva dal sospetto? E Cesare non sofferse neppure la sua moglie sospettata...”55
— “Ma non la uccise. Di questo lasciate il pensiero a me. — Mi concedete voi adoperare quei modi che mi parranno più acconci...”
— “Fate, ma cauto, senza scandalo, e non riveli la vendetta quello che non ha palesato la ingiuria...”56
Qui fu sentito battere alla porta, e Francesco con voce minaccevole domandò:
— “Chi batte?”
— “Don Pietro.”
— “Il mio fratello! — Egli non ha da vedervi, Giordano. Partite; andate ad abitare il casino di San Marco: prendete costà sopra cotesto stipo la chiave; troverete persona per ricevervi. Vi raccomando il segreto... Partite... e quando avrete scoperto la odiata [pg!157] verità, tenete sempre davanti la mente che voi siete gentiluomo e cristiano.”57
Giordano si sentiva il cuore così stretto, che non potè articolare parola: baciò la mano al cognato, e si allontanò passando per una porta opposta a quella ov’era stato battuto.
Francesco, ricomposto il lenzuolo che lo copriva, dolcemente disse:
— “Entrate, don Pietro.”
— “Dio vi guardi, Serenissimo...”
— “Grazia vostra...”
— “Eccomi ai comandi di Vostra Altezza.”
— “Mi pareva ora; chè andarono a vuoto quattro o cinque chiamate...”
— “Temeva disturbare le gravi occupazioni di Stato, — e della fabbrica di porcellana di Vostra Altezza;58 e poi, parmi che giunga sempre presto chi giunge a tempo.”
— “Voi dovreste rammentarvi più spesso, don Pietro, che voi mi siete vassallo: e se non vi riuscisse a rispettare meglio l’autorità del capo della famiglia, dovreste almeno rispettare assai più la maestà del principe. — Che cosa fate? Perchè vi aggirate così per la stanza? Sedetevi, ed ascoltatemi pacatamente.”
— “Don Francesco, ricordatevi ch’io venni qui sotto la fede vostra, e perchè sapeva che da luglio la quaresima è lontana; non mi vogliate trucidare con un sermone....” [pg!158]
— “Sedete: non vi chiamo per me; mi muove amore per voi, e studio della reputazione e della prosperità vostre....”
— “Donde vi è venuta questa partita di amore fraterno ad un tratto? Ve l’ha mandata da Lisbona il re Sebastiano co’ galeoni del pepe?59 Queste tenerezze bisogna dirle per modo e per verso, chè le sono cose da fare strabiliare i cani.”
— “Merito io cotesto? Non ho dato e non do prove continue di amare il mio sangue?”
— “Il vostro non so... ma il sangue vi piace...”
— “E poi vi dolete che noi non vi abbiamo nella nostra grazia, ed empite di querele la corte, ne scrivete al Cardinale. Ma come reggere con voi? Già, secondo il costume vostro, di una cosa entrando in un’altra, mi avete fatto perdere la bussola, e per poco non ricordo il motivo della chiamata. E sì, che quando lo udrete io voglio vedervi sbaldanzito, e la petulanza vostra si convertirà in miserabile avvilimento...”
— “Fratel mio, che voi riuscirete a infastidirmi non contrasto, dacchè io già mi senta mezzo concio; ma per farmi andare in giro la testa, io ve la do per giunta.”
— “Ebbene, voi mi assolvete da qualunque riguardo; sicchè io vi dico che voi siete il più abietto, il più svergognato, il più infame cavaliere che viva in tutta la Cristianità....”
— “Queste sono parole strepitosissime: passate ai fatti.” [pg!159]
— “La vostra moglie è un’adultera...”
— “Lo so.”
— “Come? Lo sapete, e non vi siete ancora vendicato?”
— “Noi altri Medici nelle donne non dobbiamo avere mai fortuna...”
— “Come? — Che cosa intendete dire?” gridò Francesco facendo un balzo sopra il letto. — “Di qual fallo potreste voi appuntare la granduchessa Giovanna?”
— “Dio l’abbia in pace: ella era una santa.”
— “E della Bianca?”
— “Oh la Bianca!... Dopo le vostre nozze io non saprei di che cosa incolparla; ma per lo avanti...”
— “Avanti non mi apparteneva, ed io non ho diritto d’investigare il suo costume prima che fosse mia.”
— “Eh qui non parliamo punto di voi; gli altri prendono questo diritto per voi.”
— “Quando noi le gettammo addosso il nostro manto granducale, scomparve la donna, e sorse la principessa; ed inalzandola noi al nostro talamo, la rigenerammo in un battesimo di maestà.”
— “Il bucato non lava tutto, e talora va via piuttosto il pezzo, che la macchia; e voi dovete avere un certo segno rosso sopra le mani, che tutta l’acqua dell’Arno non può lavare; — e questo segno viene dal sangue del Bonaventuri...”
— “Chi è che sostiene avere io fatto ammazzare [pg!160] il Bonaventuri? Lo affermasse anche mio padre, io gli direi: — Tu menti per la gola! — Io non ordinai, io non commisi nulla... e lo posso giurare.”
— “Tra ordinare, insinuare, presentire, subodorare, tollerare, infingersi, e simili, se questo giudizio avesse ad agitarsi davanti a giudici del mondo, le marmeggie dei curiali rodi-leggi (dico dei tristi vè! che ai buoni io faccio di berretta, e mi professo umilissimo servitore) vi saprebbero trovare tante limitazioni e tante distinzioni, che per certo nessuno potrebbe condannarvi; — ma davanti a Dio non si comparisce per via di procuratori: e voi credete nascondervi cotesta macchia col guanto, o dare ad intendere ch’ella sia un rubino?”
— “Ingrato!... sconoscente! Quanto vi hanno dato i miei nemici per farmi morire di passione? — Sono modi questi da praticarsi verso il vostro signore, che se volesse potrebbe troncarvi come una canna? E nel momento che si prende a cuore le cose vostre, che vorrebbe conservarvi la reputazione. Ma io bene doveva sapere ch’ella è opera perduta; — tanto varrebbe lavare l’arme de’ Pucci.”60
— “Vi domando perdono, Serenissimo; io non aveva pensiero di contristarvi: ho fatto così per dire, essendo in famiglia. Se qualcheduno si avvisasse favellare meno che rispettosamente in presenza mia dell’Altezza Vostra, io vi giuro da gentiluomo onorato, che lo passerei da banda a banda. Persuadetevi bene di questo, Francesco, voi non avrete mai migliori [pg!161] amici dei vostri fratelli, e voi in ogni occasione mostrate non farne conto nessuno; preferite loro un Serguidi, un Belisario Vinta, e per giunta patite che da costoro ci venga fatto oltraggio.... Francesco, voi vi dolete di noi, ma davvero non siete giusto. Da parte dunque ogni acerbo ragionamento: continuate a favellare...”
— “Ebbene; io scopersi lo infame contaminatore della vostra dignità, e l’ho spento.”
— “Povero cavaliere! Se lo meritava; ma egli era un dabbene uomo....”
— “E chi vi ha detto che fosse cavaliere?”
— “Bernardino Antinori, che avete fatto strozzare nelle carceri del Bargello? Chi me lo ha detto? Eccone una nuova! Chi me lo ha detto? Apparentemente, chi lo sapeva. Francesco, concedete che io vi dica quattro parole così a modo mio, aperte, franche, come il cuore le detta, sebbene voi le reputerete, secondo il solito, partorite da cervello balzano. Noi possiamo fare quello che ci pare, ma ad una condizione, ed è questa: che ci bisogna lasciare dire altrui quello che loro piace. La gente che adoperiamo in simili negozii, vile nacque ed iniqua si mantiene: se trovasse chi le gettasse davanti tozzo più grosso, farebbe a noi quello che da noi comandata fa agli altri. Sperate voi fedeltà o segreto da cotesti vituperati? Per le taverne e nelle oscene ubriachezze vomitano vino e parole di sangue spesso vere, ma più spesso esagerate a mille doppi, e giù nel popolo, [pg!162] che poco ci conosce, noi troviamo ai danni nostri accumulato tale un tesoro di odio che mette paura a vederlo....”
— “Avete terminato?”
— “Ora termino. Aggiungete la maladizione della penna. — La penna è un trovato infernale: io per me penso che il Demonio precipitando giù dal cielo, restasse spennacchiato nell’ale da un fulmine di San Michele, e coteste penne caddero sopra la terra, e l’uomo le raccolse, e le appuntò, e adesso le adopera come frecce attossicate col pessimo dei veleni, ch’è lo inchiostro. Chi sa quanti mercatanzuoli a questa ora, sotto una compra di lane, o sotto il conto della trattura della seta, avranno registrato: — «Ricordo come oggi a dì tanti, anni tanti dalla salutifera Incarnazione, Francesco de’ Medici ha fatto strangolare il cavaliere Bernardino Antinori per adulterio con donna Eleonora di Toledo, moglie di don Pietro dei Medici!»61 — E oltre i mercadanti, sonvi i filosofanti, gli storiografi, e l’altra generazione dei letterati, ai quali io faccio buon viso, dacchè non ci è rimedio di levarli dal mondo. Questi non possiamo far tacere; il meglio sta nel prendercela un poco in pazienza, e poi un poco dando loro la soia, un poco del pane, condurli a scrivere a modo nostro.
Non fu sì savio nè benigno Augusto,Come la tuba di Virgilio suona:L’avere avuto in poesia buon gustoLa proscrizione ingiusta gli perdona.
[pg!163]
“Di ciò abbiamo esempi buoni in casa; e senza ricordare Lorenzo il vecchio, il padre nostro informi, che spinse la tolleranza fino ad ascoltare da Messere Benedetto Varchi la lettura di quella sua storia impertinentissima, e tale da fare dormire in piedi. — Ma il buono uomo si addolcì tutto, e da quella ora in poi non rifinì mai da levare Cosimo a cielo, e paragonarlo a Traiano, a Marco Aurelio, e non so a quali altri. — Ma ancora io mi accorgo, che vi concilio il sonno; sicchè ora tocca a voi favellare. Eravamo rimasti...? Dove? — Ah! che avevate fatto strozzare il cavaliere Antinori.“
Francesco per natura e per abito accostumato a’ sobrii parlari, e a cogliere diritto il suo fine, in quei profluvii di eloquio, per cotesti aggiramenti di pensiero si sentiva come sopraprendere da capogiro. Gli fu mestiero raccogliersi alquanto, e dopo un convenevole spazio di tempo, così riprese il discorso:
— “Dunque se sapevate le disonestà di donna Eleonora, perchè vive?”
— “Perchè, se recito il confiteor, parmi avere più peccati di lei; e poi perchè non so chi mi salverebbe dallo zio duca di Alva, e dal cognato Toledo; i quali, per dirla tra noi, non sono corpi di santi.”
— “E noi non varremo a tutelarvi contro un vicerè e contro un duca?”
— “Chi salva dal pugnale dell’assassino?”
— “Un buon giaco di maglia, un buon cuore, [pg!164] una buona compagnia, e una buona vigilanza.”
— “Ebbe queste, ed altre avvertenze, Lorenzino a Venezia....”
— “Non l’ebbe; e fu spento.”
— “Sarà; ma rimane sempre vero, la migliore difesa consistere nel non avere mai fatto male a nessuno.”
— “Comunque; — non è da tollerarsi tanta infamia: io non potrei;... l’onore di nostra casa nol consente. — Bisogna levarci questa vergogna dal viso, — e va tolta.”
— “O dov’è il comodo mio? Per me vi affaticavate, a me pensavate, e al mio bene unicamente provvedevate? Per voi dunque mi avete chiamato? Per voi io ho da diventare omicida? Per voi espormi agli odii di gente potentissima, e vendicativa?”
— “Io tanto poco fo caso degli odii e delle vendette loro, che vi giuro da gentiluomo, che, raccolto il processo delle turpitudini di cotesta rea femmina, lo manderò io stesso al re Filippo, partecipandogli segretamente la cagione e il modo della sua morte.62 Io prendo sopra me ogni evento, e prometto al bisogno dichiarare essersi proceduto a questo per mio consiglio, ed anche per mio espresso comandamento.”
— “Orsù, voi volete ch’io vi accomodi della vita di Eleonora, ed io lo farò: una moglie non vale la pena che ci guastiamo il sangue; ma anche voi da buon fratello dovete accomodarmi di un servigio, che a voi costa poco, e a me farà un bene grandissimo. [pg!165] Io vi domando che mi doniate, o mi prestiate — per non rendervi più, — quarantamila ducati: le mie terre nel Pisano questo anno non mi portarono un ducato di rendita; tra scoli, fossi e colmate, mi va via un tesoro....”
— “Tutti inabissati di debiti! Tutti spiantati! Voi, il Cardinale, il duca di Bracciano, dareste fondo al Perù! Donde ho da cavare tanto danaro?”
— “Una stretta data con garbo alle mammelle della repubblica, ed è pareggiata ogni cosa. Ma a voi non fa mestiere di questo: la fama narra mirabilia; dice che tra oro coniato, in verghe, e in gioie, voi abbiate cumulato meglio di dieci milioni di oro. Se così è, vi consigliano male, perchè se levate il danaro dal commercio, terminerete col diventare principe di un camposanto.”
— “Sfaccendati! Poltroni! non sanno quello che si dicano!”
— “Dalle rendite pubbliche voi vi avvantaggiate, tutte le spese fatte, meglio di ducati trecentomila....”
— “Chi è che ardisce farmi i conti addosso?”
— “Provate a impiccare l’abbaco. — E poi, dai commerci del corame, delle gioie, dei grani e del pepe, voi ricavate un tesoro....”
— “Tutti falliscono! Tutti mi portano via! Io ho deliberato cessare dai commerci: — forse,.... però non sono deciso,... continuerò in quello del pepe; ma non più cuoio, non più grani; — chi traffica in grano muore in paglia.” [pg!166]
— “Farete come vi aggrada; ma daretemi voi i quarantamila ducati?”
— “Dio buono, ma dove profondate voi tanta moneta?”
— “Datemela, ch’è bene spesa: io la impiego a procurarvi amici. Io la spendo nel popolo, in feste, in conviti, e in piaceri. La gioventù si abitua al fasto e alle lussurie: io ve la snervo; io ve l’avvilisco; io la castro nell’anima; io le tolgo la dignità dello spirito e la forza del corpo; io ve la dispongo alla sementa, e voi potete seminarvi quello che meglio vi torna.”
— “Voi siete pure lo strano umore di uomo! Avrete i quarantamila ducati; ma mi farete un obbligo di rimettermeli a poco per volta sopra le rendite del Pisano....”
— “Per obblighi, io ve ne faccio quanti volete.”
— “Inoltre....”
— “Ahimè! cominciano le restrizioni....”
— “No; voi penserete a spacciare la iniqua moglie, quando e dove io vi ordinerò....”
— “E anche questo sia concesso. A quando i ducati?”
— “Domani.”
— “Oh! Buona notte. Adesso bisogna ch’io vada a fare un po’ di bene. Una gentildonna ha da presentarmi una sua fanciulla da marito, perchè io le dia la dote. Poi abbiamo uffizio nella cappella di San Cappone con una brigata di compagnacci da far [pg!167] piangere il diavolo. Forse, se ci entra, ripasseremo il codice delle quaranta pagine; e alla fine una cocchiata con accompagnatura di chitarre e arpicorde: all’alba dei tafani verrò a voi pel buon giorno, e pel buon anno....”
— “Don Pietro! Don Pietro! Voi non volete mai mutare costumi; e dovreste pur pensare che del tempo sprecato così malamente converrà un giorno renderne conto a Dio. — Almeno aveste addosso un buon giaco....”
— “Finora il mio giaco fu la buona coscienza; ma da stasera in poi io vedo che mi bisognerà portarlo. — Dio vi abbia in guardia.” — E così dicendo andò via a precipizio.
— “E voi parimente. — Bianca!” — E passato qualche tempo di nuovo: — “Bianca!”
E la Cappello accorse ansante come persona che siasi mossa con fretta da luogo lontano.
— “Che cosa desidera il mio signore?”
— “Hai tu sentito nulla dei colloquii che abbiamo tenuto or ora qua dentro? Io ti avevo accomiatato non mica per me, dacchè tu sai se io per te conservi secreto sul cuore comunque piccolissimo, ma per loro....”
— “Chi loro?”
— “L’Orsini e don Pietro....”
— “Di don Pietro non sapeva io....”
— “Pensa! Io ho tenuto proposito delle loro mogli, e della vita poco laudabile che menano: mi [pg!168] sono raccomandato, perchè procurino persuaderle alla convenienza, e fare loro una squartata a dovere: non hai tu inteso nulla?”
— “Nulla.”
— “Vero? via, qualche cosarellina avrai poi inteso.”
— “Da gentildonna onorata....”
— “Bè. — Tu stai sull’ingrugnato per via del rimproccio di stasera. Ma che vuoi tu? io mi stizzisco così di leggieri, e me ne pento poi. Quello che ho sul cuore ho sopra la lingua. Sono troppo sincerone. Te ne domando perdono....”
— “Oh signore!” — rispose l’artificiosa Veneziana; — “voi altri uomini di alto affare avete sempre pel capo mille pensieri e mille inquietudini; la colpa è nostra che vi venghiamo a disturbare: ma crediamo fare del bene, e se non indoviniamo, meritiamo compatimento. Sì giusto! vale la pena che vi prendiate cura di me. Voi mi avete raccolta, si può dire, per la strada, e mi avete messa a pari delle regine, e delle più grandi principesse della Cristianità. La mia vita sta nel reverirvi e nello amarvi, e per quanto io mi studii, non mi pare amarvi abbastanza....”
— “Buona Bianca! Eccellente femmina! — Io mi sento affaticato, e vorrei pure riposarmi. Porgimi un bicchiere di acqua di cannella. Gran mercè, Bianca. Ora diremo le preci; per istasera basteranno le litanie.”
E Bianca prese un libro coperto di velluto cremisino [pg!169] con fermagli di oro; s’inginocchiò accanto al letto recitando le litanie, alle quali Francesco molto devotamente rispondeva ora pro nobis. — Terminate le litanie, Francesco profferì queste parole:
— “Ecco, un giorno sta per compirsi: noi li contiamo quando sono passati, — quando non sono più nostri; — un giorno adesso cade dalla mano del tempo nello immenso oceano della eternità. — Prima però che si tuffi in cotesto abisso, guardiamone l’agonia per argomentare la vita che ha consumato.... — Va, va in pace anche tu, o giorno della mia vita; prendi animoso il viatico; e raggiungi i tuoi fratelli che ti hanno preceduto: tu sei scevro di lacrime, tu sei passato innocente. L’angiolo dell’accusa non ti scriverà sopra il suo eterno registro. Anzi, io lo posso dire francamente, se la fortuna ti avesse tessuto nella trama mortale di Tito, egli non avrebbe oggi esclamato: — Ho perduto un giorno!”
Ma chi mai presumeva ingannare costui? Dio? Sè? — O cuore umano, quanto tremendo a vederti!!
Francesco, con un fascio di cipolle sopra lo stomaco e due omicidii sull’anima, si addormentava placidamente, come un operaio della vigna del Signore.63
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