CAPITOLO SETTIMO.
LA GELOSIA.
Che dolce più, che più giocondo statoSaría di quel di un amoroso core?Che viver più felice e più beato,Che ritrovarsi in servitù di Amore?Se non fosse l’uom sempre stimolatoDa quel sospetto rio, da quel timore,Da quel martír, da quella frenesia,Da quella rabbia detta gelosia.Questa è la cruda e avvelenata piagaA cui non val liquor, non vale impiastro,Nè murmure, nè imagine di saga.....Ariosto, XXXI.
«Beati i poveri di spirito, perciocchè il regno dei cieli è per loro»69 — Queste sono parole di Cristo, e quantunque io non dubiti punto che non sieno state apprese nel profondo consiglio col quale furono dettate, nonostante mi piace alcuna cosa discorrere, non sopra loro, che non hanno mestieri di commento, ma dietro la scorta di loro. — L’uomo pertanto ha da sfuggire delle scienze quella che lo fa dubitare. Egli deve amare primamente, ma dirittamente, sè, poi la famiglia, poi la patria. Sonovi state, e forse sono tuttavia anime cosiffatte, che la patria sopra sè stesse amano; ma chi guarda sottile, comprende che alla patria sagrificando la vita, oltre [pg!222] la quale le altre cose paiono contennende o di piccolo pregio, a cotesto sacrificio le persuase una immensa cupidità di laude, una libidine irrefrenata di fama; insomma la propria rinomanza amarono meglio della propria vita. L’anima nostra non ha da essere menade, nè baccante per le contrade del sapere; la scienza conosce le sue orgie funeste più assai di quelle della dissolutezza: non sempre dalla sua urna scaturiscono chiare, fresche, e dolci acque; qualche volta avvelenano. L’albero della scienza non solo non è l’albero della vita, ma il Signore ha detto all’uomo: «Non mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male, perciocchè nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai».70 — L’uomo che ha veduto troppo, come Delia contemplando il Sole, è rimasto per soverchia luce acciecato; il suo cuore diventò cenere; a nulla si esalta, in nulla ha fede: virtù, delitti, rettitudine e vizi, suonano una medesima cosa per lui, frutti dolci in una contrada, attossicati in un’altra; colpa della terra e del clima: l’anima è un sospiro che cessa coll’agonia; la patria, il luogo dove posiamo giorno per giorno la testa riparata dalla procella; un nome, Iddio.
L’uomo deve contentarsi di stare al quia; ove egli si ponga così all’avventura peregrinando attraverso le regioni del sapere, i mali che gli ridonderanno da questo suo errare irrequieto, non gli riusciranno punto minori di quelli ci vengono dal continuo andare randagi per lo mondo fisico. Questo gli [pg!223] torrà la famiglia, gli amici e la patria; quello la fede e gli affetti. Giobbe bene a ragione assomiglia la soverchia sapienza ad un mucchio di cenere, dacchè veramente ella sia reliquia infelicissima di un fuoco che non si accenderà mai più. Io l’ho pur detto di sopra: il Creatore avrebbe dovuto sospendere la verità alle volte del firmamento come unico luminare: allora nessuno avrebbe dubitato sopra la luce e il calore benefico di lei, come forse avviene del Sole; e ho detto forse, conciossiachè non sia mancato chi dubitasse essere il Sole una massa di fuoco, e lo pretendesse piuttosto un cumulo di ghiaccio imprimente un moto di rotazione alle molecole dell’aria: — la quale opinione è tedesca. — Aasvero l’ebreo errante comprende il simbolo di questa agonia insaziabile di sapere: egli cammina, cammina per lande deserte, per sabbie infuocate, per campi nevosi; egli ha veduto la cupola di San Pietro, le moschee di Costantinopoli, i tempii di Brama, quelli di Budda; ha veduto adorare cani, bovi, coccodrilli, e serpenti; ha veduto inalzare alla dignità di Dio fino le cipolle!71 sacrificii incruenti, sacrificii di sangue, e vittime umane; tutto insomma ha veduto; quello che sapeva ha dimenticato, quello che ha appreso non basta a placare la superba febbre della sua intelligenza; quello che vorrebbe sapere per fare paga l’ardente sete, sta chiuso dentro l’urna del destino: aborre tornare a casa, perchè nessuno ve lo aspetta; i suoi parenti sono morti, le generazioni hanno dimenticato [pg!224] il suo nome; egli non ama nessuno; nessuno lui; rifiuta amici, repudia affetti, e rifugge da legare lacci, che scioglierà domani. Forse nel gran giorno in cui Dio rivelerà la eterna sua faccia alle moltitudini delle cose create si quieterà la sua agonia, e Dio gli darà pace, non perchè abbia amato molto, ma perchè molto ha sofferto.72
State contente, umane genti, al quia;73 — altrimenti voi vi sentirete crollare sotto i piedi la terra, sprofondare sopra la testa le volte dei cieli. Voi crescete educate nella suprema idea di un Ente animatore col soffio della sua bocca immortale quanto ha vita nello universo; che rompe come canna fragile il persecutore, e ripara sotto lo immenso suo manto l’oppresso: e tu errando troverai popoli che Dio non conoscono nè adorano, o si fanno Dio di cani, serpi, bovi, elefanti, e cipolle, e spesso di un mostro tremendo di forme, ma più tremendo assai pei riti sanguinosi. Ti sembra pietà custodire il padre infermo e canuto, confortarlo nei momenti estremi con ogni maniera di amorevoli ufficii, e comporgli in pace le spente palpebre: eppure furonvi, e vi hanno anche popoli, ch’estimano filiale misericordia strappare i padri dai letti dolorosi, sospenderli a un ramo attraversato a due alberi, e acceso sotto un gran fuoco, girare attorno gridando: — il frutto maturo bisogna che caschi, — finchè il vecchio non cada, e si consumi dentro le fiamme.74 E tu padre delle nostre contrade, qual mai soffriresti supplizio per non [pg!225] vedere morire, o strappare dalle tue braccia gli amatissimi figli? In China si offrono i figli pasto ai cani, o si gettano alla riviera. In Affrica li vendono, e testimonio Clapperton, non volendo egli comperare due negri che la madre gli offeriva, prese costei a maledirli, e a percuoterli, come quelli che dovevano essere stregati perchè disprezzati dal bianco.75 Pietà tra noi comporre gl’incliti estinti dentro monumenti egregi per materia e per lavoro, altrove pietà pascersi delle membra dei cari defunti. Rimorso e odio pubblico aspettano quaggiù l’uomo crudele, che potendo non soccorse al pericolante nell’acqua; in China, rimorso e rampogna aspettano colui che salva il naufrago. Leggi, e pene, e giudici noi abbiamo contro il furto, e tanto più lo puniamo, quanto più vi adoperarono ingegno, o destrezza; gli Spartani avevano premii pei ladri; e più larghi, quanto meglio si dimostravano arguti. Nel paese dei Battas lo adultero còlto in fallo diventa preda del marito offeso, che lo lega ad un albero, e convita la parentela a mangiarlo: ogni commensale si accosta per ordine di dignità, e taglia il pezzo che meglio gli talenta; il marito sceglie primo, ed è giusta, e per quanto leggiamo, come parte meglio saporosa, si riserba le orecchie; in altre contrade il marito offre la moglie a cui primo gli giunge per casa, come dono ospitale: e se questo avviene adesso tra popoli da noi chiamati barbari, gli Spartani, solenni maestri di civiltà, lo costumavano una volta, allo [pg!226] scopo che dalle proprie mogli uscissero uomini gagliardi per la difesa della patria. Vereconda cosa sono i connubii presso gli uomini, e presso gli Dei; imperciocchè il divino Omero racconti come lo stesso Giove circondasse di una nuvola impenetrabile agli occhi dei mortali e dei celesti i suoi abbracciamenti con Giunone. Sir Bank ci narra avere veduto nei suoi viaggi un simile atto esercitato in pubblico, e con molta cerimonia costituire il rito dell’adorazione di certi popoli selvaggi, al quale assistevano con tali manifestazioni di pietosissimo zelo, da richiamare sopra il ciglio lacrime di tenerezza; e tanto basta.
Nè già crediamo che di cosiffatte immani costumanze le genti presso alle quali si praticano non sappiano porgere, male o bene, la ragione. Non credono perchè non comprendono; astrattezze fuori dei sensi non arrivano a concepire, quindi le rifiutano. Presumerebbero, gli stolti! che Dio si dimostrasse come un teorema di Euclide sopra la lavagna: per religione vorrebbero un’algebra; per altare, l’aritmetica; per sagrificio votivo, un conto fatto in regola; per sacerdote, un computista. Estimano pietà troncare una vita diventata oramai irremediabile dolore; il proprio seno reputano più decoroso sepolcro, che la terra o i marmi non sono; temerario consiglio rompere i disegni della natura; utili alla repubblica i cittadini educati per tempo nei sottili accorgimenti; bellissima cortesia mostrarsi così amico dell’ospite, da offerirgli la cosa più caramente diletta. Peregrinate; [pg!227] apprendete, e mentre vi punge il desiderio di raccogliere fiori da tutto lo universo per inebriarvi di voluttuose fragranze, ecco insinuarvisi nel cuore il mal verme del dubbio, che ve lo imputridisce. Il cuore scettico è morto; ma siccome la mente vive, così noi sembriamo come gente sopravvissuta a noi stessi: custodi quasi dei nostri sepolcri. — In verità, io vi consiglio a starvi contenti al quia. Amate molto, leggete poco, e leggendo, più che altro vi aggradi la poesia, vino purissimo dell’anima, licore prezioso che emana da fontane celesti. — E qui notate ch’io parlo dell’alta poesia, figlia della mente infiammata dal cuore, conciossiachè anche la poesia che scende unicamente dallo intelletto generi dubbio. Chi più sarebbe stato avventuroso del Byron? Quali mai creò la natura poderosissime ale, che meglio delle sue valessero a volo smisurato? Chi ebbe maggior cuore, chi miglior mente di lui? — Ma egli volle vedere troppo, troppo conoscere, troppo sottilmente indagare la genesi degli affetti; nuovo Atteone, porta la pena delle temerarie investigazioni; i suoi stessi fidatissimi veltri lo perseguitano, e lo lacerano. Quasi per vaghezza volle aggiungere la corda del dubbio alla sua lira; parve a lui, che si allargasse la copia dei suoni svariati, e s’ingannò: cotesta corda gli tagliò le dita peggio del filo di un pugnale. Consiglio sapientissimo fu quello dell’Eforo, che ruppe con la scure la nuova corda aggiunta alla lira argiva. Tre furono le corde della lira di Olimpo e di Terpandro, quando accompagnarono [pg!228] i canti di Dio e della umanità; dodici di quella di Timoteo, quando cantava al convito di Alessandro e di Taide, onde ne usciva la infamia di lui, che si era acquistato il nome di magno, e lo incendio dell’antica Persepoli; e tre saranno le corde di qualunque lira, che intende a condurre la umanità per quanto vi ha di onorato e di grande sopra la terra, alla patria eterna dei cieli: — queste corde poi sono, amore, fede e speranza.
Ma come entra tutto questo nella mia storia? — Voi vedrete che ci entra benissimo; imperciocchè proseguendo vi sarà manifesto come povere genti, timorose di Dio, e ferme nei precetti della carità cristiana, vi somministreranno esempii di virtù, che ormai voi ricercate invano presso uomini o di maggiore ingegno, o di più larga istruzione dotati.
Giordano in compagnia di Cecchino e di Titta si erano ridotti, studiando i passi, al casino di San Marco. Pensavano questi due servi potersi ristorare di cibo e di bevanda, e dare alle membra stanche pur finalmente riposo; ma s’ingannarono. Giordano appena entrato si lasciò cadere sopra la prima seggiola che gli si parò davanti, e quivi stette immobile alcun tempo con gli occhi chiusi; dipoi alzò la destra verso la fronte, e ve la tenne come se temesse che gli si fosse spezzata, e mormorava tra sè:
— “Qui avvelena ogni cosa! Qui respiro un’aria di delitto! Mi hanno versato l’inferno nell’anima! Orsù, voi Titta e Cecchino; qui abbisogna adesso [pg!229] che compariscano intere la fedeltà, la prestanza, e la discretezza vostre. Andate al mio palazzo; presentatevi a madonna la duchessa; avvertitela.... no.... aspettate.... Da scrivere....”
E il custode del casino, prontissimo esecutore degli ordini ricevuti, portava quanto gli veniva richiesto. Giordano agitato com’era si provò a scrivere, ma la mano tremante gli negava l’ufficio: voleva affrettarsi, e non gli riusciva; gli bisognò posare. Tornò più quieto a scrivere brevissime note, che suggellò, e porse a Titta, continuando lo interrotto discorso:
— “Non l’avvertite di nulla: porgetele questa lettera, e le direte precedermi voi di uno o due giorni. Io non sono a Firenze; — badate bene. In casa osservate attentissimi ogni atto, ogni detto notate, e quando avvenga o si dica cosa che per poco vi paia importante, venite cautamente a referirmela. Io non mi muovo di qua. — Andate, siatemi fedeli, non mancate al vostro signore: in breve saprete.... saprete quello che non avreste voi dovuto sapere mai.... e quello.... pur troppo! che non avrei mai dovuto dirvi io....”
E con un cenno della mano gli accomiatava. I servi, piegata la persona ad atto di ossequio, si dipartivano.
Venuti sopra la strada, e mutati forse cento passi, Titta prese a dire così:
— “Spero che la fortuna consentirà alla fine di [pg!230] lasciarci cenare: abbiamo sofferto in questa nostra cena più sinistri che lo imperatore Carlo nel suo regno....”
— “Io poi penso, anzi pensava, ed ho deliberato in questo momento di abbandonare il soldo del duca, e ricondurmi qui presso a casa mia.”
— “Domine aiutalo! Avresti per avventura perduto il cervello? Talvolta lo fa, quando camminiamo di questi giorni sotto la sferza del sole....”
— “Io non ho perduto il cervello, Titta; non l’ho perduto. Vedi, quando m’ingaggiai per lancia spezzata col signor duca, io lo feci per le ragioni che or ti dirò. Mio padre si era trovato ai tempi della repubblica, e mi donava un mal dono, perchè invece di accomodarmi l’animo ai tempi, non rifiniva mai di favellarmi del signor Giovanni delle bande nere, del Giacomino, del Ferruccio e di altri tali, per cui mi entrava la febbre addosso di menare le mani, parendomi che anche dentro di me la natura avesse cacciato qualche cosa; ma dove potessi sfogare questa smania io non vedeva: la guerra di Siena era finita, e poi mi sarei piuttosto tagliato le mani, che unirmi agli strozzatori di cotesta nobile cittadinanza. Condussi moglie per attutire questo feroce talento: e’ furono novelle. Ad arte meccanica io non sapeva adattarmi; mercè donna Isabella, ch’è sorella di latte di mogliema, presi soldo come lancia spezzata del signor duca, confidando che egli condotto dal papa o dai Viniziani per generale, avrei militato almeno contro [pg!231] i nemici di Cristo, questi sozzi cani di Turchi, che Dio confonda. Ora ho logoro gli anni migliori della vita a Roma senza levare un ragno da un buco, e la spada mi si è arrugginita nel fodero.”
— “Ah sì! La morte si fa tanto aspettare, che vale proprio la pena di andarle incontro. — O non è tanta vita trovata? Non hai riscosso la paga? Che cosa puoi fare di meglio nel mondo, che mangiare e dormire?”
— “E perchè questo? Gli uomini di cui la rinomanza corre su per le bocche dei popoli, non erano carne ed ossa come noi siamo? Non bevevano gli stessi raggi di luce? Non gl’intirizziva il verno, non li scaldava la state? Non piangevano essi? Non ridevano essi? Mortali non erano come siamo noi?”
— “Senti, Cecchino, vi hanno uomini, che crescono come pini, altri come strame: questo nasce ogni anno, e ogni anno vi si mette dentro la falce; lo lasciano a seccare su i prati, e poi lo danno alle bestie. Noi siamo di questa seconda specie. — Il fieno può dire: io voglio diventare pino? Tanto vale che uno di noi presumesse diventare duca, o principe, o che so io. Quando avrai lasciato un occhio in Affrica, un braccio in America, una gamba in Ungheria, al rimanente tronco del tuo corpo dentro al quale l’anima immortale si sarà ritirata come il presidio nel cassero della fortezza, daranno il titolo di sergente, e un paio di giulii di paga. Negli stati popolari, qualche volta uno di noi poteva scappare avanti; [pg!232] ma adesso la gloria è pei grandi signori: la nostra parte è quella di farci ammazzare; sicchè il meglio sta nel tirare la paga, e conservarci più che possiamo in salute. Se la vita è male, anche peggio è la morte. Chiamano questo mondo valle di lacrime, ma pare che agli uomini garbi di piangere, perchè nessuno vorrebbe uscirne neanche con lo sfratto....”
— “E poniamo che tu abbi ragione: ma io non mangerò mai il pane acquistato con la viltà e col delitto; — egli mi romperebbe i denti, mi si convertirebbe in veleno dentro le viscere: io voglio conservarmi in pace con me stesso.”
— “Che Dio ti aiuti! O che cosa vuoi che i padroni si facciano della tua virtù? Tu mi pari Diogene, che condotto al mercato per esservi venduto gridava: — Chi vuole comprare un padrone! — La virtù è vela con la quale facciamo poco cammino sul mare della vita; adesso pei tempi che corrono, la virtù torna in proposito come uno scaldaletto nel mese di agosto. La vigilanza sopra la salute dei nostri padroni, la obbedienza ai comandamenti loro, una pazienza tedesca di aspettare dietro al cantone, una prontezza di assestare nel buio un colpo che spacci senza dar tempo ad un Gesù Maria, e il mistero per non metterli in cimento, ci procureranno quella fama che a noi è dato di conseguire, e pane per noi e per le nostre famiglie....”
— “Mai no, che questo non farò io, — no per San Giovambattista mio protettore; io prego ch’ei mi [pg!233] mandi prima la mala morte.... — Andate, spiate, referite. — Io mi morderò piuttosto la lingua, che fare la spia. — E aggiungi, Titta; non senti tu qui dentro un odore di sangue? E un giorno di questo sangue dovremo rendere conto. E noi qual pretesto, o quale scusa potremo addurre di questo sangue versato? Potremo dire: — Chiedetene conto al nostro padrone?....”
— “Veramente tu mi metti addosso qualche scrupolo; no pel sangue, chè questo entra nel mestiero.... E di vero essi ci hanno comprato l’anima e il pugnale, e certamente per adoperarlo in modo diverso da quello costumato dallo imperatore Domiziano; ma cotesto nome di spia mi ritorna traverso la gola.... Oltrecchè il duca ci avvilisce senza bisogno. — Quale ha mestieri (perchè io vedo chiaro che qui dentro giace nocco) di spie per sapere se gli sia infedele la moglie? Non ti pare egli così, Cecchino? O che vorrebbe essere egli il primo marito che intacca il pane di oro? Questi signori chiappano talora certe fantasie! Proprio chi più ne sa, meno ne apprende. Ben fece Rinaldo di Montalbano quando gli misero davanti la coppa piena, che il marito senza corona beveva, e il coronato rigettava: — Tengo la moglie mia per bella e buona; — e buttò via la tazza. Questo è prudente vivere di marito; e poi volga la fortuna la ruota, e il villano la marra: ma quando vuolsi cercare il nodo nel giunco, a che sommano tutte queste stimate? Tanto è detto antico: — Le femmine sono tutte di un conio....” [pg!234]
— “Non è mica vero; e vedi, io giurerei che adesso parli una cosa, che tu non credi.... O non fu donna tua madre?”
— “Ah sì! Mia madre fu donna; ma di lei già non parlava io, nè pensava punto a lei: dico delle altre....”
— “E tu non credi che nessuna donna possa amare...?”
— “Io per me lo credo, comecchè paia alcuna volta il contrario. Pónti sopra la bocca di una spilonca, e géttavi dentro un grido; l’eco te lo replicherà sei o dieci volte. Ma il grido è tuo, o della spilonca? È tuo. Pare che ti rispondano altre voci, ma t’inganni, perchè tutte quelle voci sono una cosa con la tua voce stessa. Così se dirai a una donna: — io ti amo, — ella ti risponderà: — io amo, io amo, io amo; — ma guai se credi che ella lo abbia profferito da sè; e’ fu l’eco della tua voce, e male per te se t’innamori della tua voce come Narciso s’innamorò della propria faccia.... ai tempi antichi, quando le donne toccando un fiore rimanevano incinte....”
— “Senti, Titta, io sono giovane, e di poche tavole; ma comprendo chiaro che il tuo cuore gronda sangue, forse per qualche meritata ferita: tu non sei stato amato, o sei stato tradito; ma tu hai amato?”
— “Io ne parlo da filosofo, vedi, senza avere riguardo a me in nulla. Quello che ti dico sta nella natura; e non può essere che proceda altramente. [pg!235] La incostanza è frutto della giovanezza, come la fravola odorosa e vermiglia della primavera; la costanza è frutto degli anni maturi, come la nespola è il frutto dell’autunno: — però nella donna la virtù si deve chiamare la nespola della vita! — Tutte le cose belle appariscono splendide di varietà. Guarda l’arco baleno, guarda il collo della colomba davanti al sole, guarda la coda del pavone. — Perchè le api fanno il dolce mèle e la cera? Perchè volano ora sopra questo fiore ora sopra quell’altro. E le femmine sono mosse dallo studio medesimo delle api. Gli stolti siamo noi, che pretendiamo prendere un’anima, e riporla in gabbia come un uccello, o inchiodarla come fa del ducato sopra il suo banco il cambiatore; anzi, più crudeli che stolti, anche morti sporgiamo di sotto terra il braccio diventato nudo osso, e presumiamo tenere pei capelli una povera donna. Se si manterrà buona vedova, — dicono i testamenti, — abbia tanto; se no, nulla: sensi bruttissimi in brutte parole: perchè noi siamo morti, non hanno gli altri a godere della vita? Noi baciamo come beviamo; badisi al vino, non al bicchiere: poco importa, anzi nulla, se la tazza di oggi sia quella d’ieri; quello che importa moltissimo si è, che il vino di oggi rallegri il cuore, ed esalti lo spirito....”
— “Tutto questo starebbe bene se la vita fosse come un libro, che arrivati al laus Deo chiudiamo, e mettiamo là per non più vederlo; ma tu sai che il [pg!236] libro della vita, quando è consumato, ritorna alla luce riveduto e corretto dallo Autore, per non morire mai più.76 Quindi noi pensiamo che avremo a riscontrarci un giorno nella valle di Giosafat: e se la nostra donna avesse tolto un altro marito, o due, chi seguirebbe ella? Con chi si accomoderebbe per la eternità?”
— “Con quello che meglio allora le talentasse: e non vi sarebbe mestiere di dare del capo nei muri, imperciocchè tutti avrebbero la volta loro; tutti sarebbero contenti, solo che tu pensi alla durata della eternità delle donne, la quale, per quanto mi venne assicurato da persone degne di fede, comprende tutta una settimana, e qualche volta un miccino del lunedì!”
— “Va, va, tu morrai disperato, poichè rinneghi l’amore. L’amore, dolcissima corrispondenza degli spiriti, che di due anime ne compone una sola, che raddoppia le forze e gli aiuti, che si nutrisce di mutuo sacrifizio come la viola della rugiada.”
— “Novelle, figliuolo mio, novelle: amore è istinto di rapina, è agonia di dominio, è tenacità di possesso. — L’uomo ama la donna, come ama il campo. Tempo già fu, ma un tempo lontano lontano; fa il tuo conto, anche prima di Adamo, in cui il mio e il tuo non significavano niente nelle lingue degli uomini: il passeggero vedeva pendere dall’albero un frutto maturo, lo coglieva e il mangiava. Ma una notte si trovarono insieme certi astiosi, e intorno ad [pg!237] una terra, che meglio delle altre appariva feconda, scavarono una fossa, e la mattina dissero: — Nessuno passerà questa fossa, perchè la terra quivi dentro compresa è roba nostra. — Non li badarono gli altri, e fecero come per lo innanzi. Allora gli astiosi piantarono una pietra nel confine, e minacciarono mali a cui osasse passarla. Non ottennero niente meglio di prima; gli uomini esclusi la reputarono burla. Finalmente gli astiosi posero sopra cotesta pietra una mannaia e dissero: — Chi passerà il termine, avrà mozza la testa. — Gli esclusi sempre più ridevano della nuova giulleria, e passarono; ma gli altri, tesi gli agguati, li presero, e li guastarono davvero. Allora piansero delle donne, dei figliuoli mandarono dolorosissimi gridi, e la proprietà entrò nelle teste degli uomini perchè furono troncate le teste....”
— “E che cosa ha da fare questo con l’amore?”
— “Io te l’ho detto, cervellone, amore del campo è uguale allo amore di donna. Le donne furono un dì come le fontane: chi aveva sete vi appressava le labbra, e beveva. Uno astioso certo giorno si avvisò dire: — Questa donna è mia; — e perchè gli credessero, inventò certi suoi sciolemi di certezza dei figli, ed altre diavolerie, come se alle cavalle e alle vacche non venissero figliuoli senza tante novelle; e poichè vide che non capivano un’acca, si raccomandò a un ciarlatano, che faceva da medico, da dottore, da buffone, e da astrologo; e questi così per celia giurò, che il Dio Coccodrillo, tenuto in reverenza [pg!238] grandissima, gli aveva susurrato negli orecchi, che bisognava lasciare stare la femmina di quel tristo, aliter sarebbero arrostiti dopo morte a fuoco di carbone di cerro. Non si veniva a capo di niente: il ciarlatano volle vincere la prova, e giovandosi di una invenzione fresca fresca, ch’era un frutto della terra innominato allora, e poi chiamato canapa, attorto in filo lungo e capace a legare e a stringere, ordinò che ai caparbii si mettesse intorno al collo, e si tirassero su alti sopra un ramo di quercia. Le quercie stupirono delle nuove ghiande, la lingua si arricchì di una parolaccia che si chiamò adulterio, gli uomini acquistarono un delitto, e così di male in peggio venite adoremus, come dice lo invitatorio del Diavolo.”
— “Io ti ascolto, e rido, perchè davvero sono tali sconcezze le tue, che sarebbe fiato gittato rispondervi a dovere. Io ti leggo traverso al seno, e vedo che in cuor tuo tu vuoi la baia di me....”
— “La baia! Io parlo del miglior senno che abbia mai avuto.”
— “Allora tu sei stato sempre matto.”
— “Matto! Or via: meglio che farti legare e guastare, o non sarebbe che il tuo fratello di morte dicesse: — Colui che nasce dalla terra e deve tornare alla terra, non deve usurpare la terra: vieni, cíbati di questi frutti, che ho colto prima di te; vieni, scáldati a questo fuoco che ho acceso prima di te, e ripárati in questa spilonca che ho trovato, ed è capace per tutti? — Non sarebbe [pg!239] meglio, che il padrone della bellezza, lieto rivo e fugace, invece di respingerne l’assetato, così gli favellasse amoroso: Dissétati anche tu, povera anima; non intisichire di agonia, inébriati di amore, e vivi; non voglio che tu vada a male per cosa di cui tu soffri inopia, e a me ne avanza per benedire e santificare. Tanto, bocca baciata non perde ventura, ma si rinnuova come fa la luna....”
— “Ma di grazia, ove hai scavato tutte queste giullerie? Comunque tristissima, non è mica farina del tuo sacco....”
— “E di vero non è: se ti fosse toccato in sorte di udirla come la udiva io dalla bocca di quell’altissimo filosofo, di quel divino....”
— “Chi mai divino?”
— “Pietro Aretino.”
— “Ah! non voglio sentirne altro. Divino certo lo chiamarono, e chiamano; il quale titolo se non rende testimonianza della sua divinità, attesta certo la suprema codardia degli uomini, che o glielo conferirono, o glielo consentirono.”
— “Tu lo calunnii: egli fu nelle amicizie tenacissimo, e portando amore maraviglioso al sig. Giovanni delle bande nere, lui con disagio e pericolo seguitava nelle più arrisicate fazioni....”
— “Cotesta amicizia guasta la fama di quel valentuomo. Io so troppo bene che mentre il signor Giovanni combatteva, costui si deliziava con le meretrici del campo....” [pg!240]
— “Non è vero, perchè talora rilevò delle ferite....”
— “E che monta questo? Da quando in qua toccare una ferita significa prodezza? Anche Achille gli dette di buone pugnalate, ed ei se le tolse piagnendo, e supplicando la vita. E al Tintoretto, che cosa seppe rispondere quando gli tolse la misura col pistolese? Cheto come olio. — E quando Piero Strozzi lo minacciò di farlo ammazzare nel letto, non si rinchiuse in casa, non inchiodò porte e finestre per paura dell’aria?”77
— “O che si fa egli con gente che ti coglie disarmato e alla sprovvista?.... E in quanto a Piero, se dava soggezione a Cosimo vostro duca, qual maraviglia se cercava guardarsene il Divino? E quel suo cuore sviscerato per le sue figliuoline Austria e Adria! Tu lo avessi veduto quanto pensiero se ne dava, e come fu studioso di assicurare loro la dota nelle mani del duca di Urbino, e come le raccomandava a tutti i suoi amici....”78
— “Le amava per venderle....”
— “Per Dio, non dirlo...!”
— “Non dirlo? Io lo dico, e lo dirò per quanto il fiato mi basti. O che pensi che anche a me non giungesse la fama vergognosa della morte di cotesto sozzo cane vituperato? Non morì egli udendo con riso infame le schifezze delle sue sorelle meretrici nel bordello di Venezia?79 Lévamiti dinanzi, tu sei fracido fino alle ossa. Va, mangia pane insanguinato: [pg!241] io tolgo a patti piuttosto morire di fame: — va, tienti la tua fede, io la mia. Al capezzale del letto, nella ora della tua morte, tu vedrai il diavolo che ti sgraffierà dalla fronte la cresima: io spero vedere la moglie castissima e dilettissima, i figli buoni, e la pace degli angioli. — Separiamoci, tu va solo a casa Orsini.”
— “Io, vedi, dovrei corrucciarmi teco, e farti conoscere che Titta non pate villanía; ma anche questo appresi dal Divino, che ai banditori delle verità è per giunta se tocca meno della lapidazione. Io dirò al palazzo che ti ha preso male, o che so io; inventerò una scusa per lasciarti tempo a dare le spese al tuo cervello, e ridurti domani al tuo solito posto....”
— “Gran mercè; io non voglio tornare, e non tornerò. — Titta! accóstati. Vedi, cotesta casa è casa mia: lì nacqui, e lì crebbi. — Titta! Non vedi un lume alle finestre? Dimmelo; ho gli occhi offuscati di lacrime, e non iscorgo bene. Santissima Vergine! è una donna quella che sta affacciata al balcone? — Titta, travedo, o vedo bene?”
— “Vedi bene; ella è proprio una femmina.”
— “O questa è Maria! Povera donna, ella mi aspetta? Chi sa quante notti ha passato alla finestra! O che consolazione rivedere la mia cara, la mia dolce Maria!....”
E così esclamando spiccò tale una corsa, che non gli avrebbe tenuto dietro un capriolo. [pg!242]
Titta si affaticava invano a raggiungerlo, e gridava:
— “Cecchino, férmati! Cecchino, senti!”
E l’altro correva più che mai. Affannoso, sudante, arriva Cecchino alla porta di casa sua, e appena con voci interrotte chiama: — Maria! — Cecchino! — le rispose la donna con un grido di altissima allegrezza; e sparve dalla finestra, e fu sentita precipitare quasi giù per le scale. In meno che non si dice un amen fu aperto l’uscio di strada, e con le braccia levate si corsero quelle due buone creature incontro, confondendo baci, lagrime e sospiri, con tale una passione irrefrenata e profonda, da fare tenerezza a chiunque avesse potuto vederle, come propriamente lo fa anche a me adesso, che lo racconto....
Titta arrivò tardi, e trovò l’uscio chiuso e incatenato. Volle prima battere, ma poi si trattenne, dicendo:
“Tanto varrebbe bussare alle porte di un camposanto, e aspettare che venisse ad aprirmi il primo padre Adamo. Requiem æternam dona eis, Domine. — Ormai Cecchino ha dato un tuffo a capo fitto nello scimunito. — Non vi è stato verso da cavarne niente di buono; e Dio sa se mi vi sono slogato le spalle, perchè io gli voglio bene come a figliuolo, e disegnava farmene un allievo. — Vedete un po', una femminuccia me lo ha cavato di sotto. È inutile! finchè le donne non saranno tolte via, e gli uomini [pg!243] non s’innesteranno come susini, il mondo camminerà di male in peggio. Ma egli è giovane; e il sangue vuole la sua parte; domani tornerà, un poco abbattuto, s’intende, ma tornerà. Ora sta a me far tutto; ed io incomincerò da mangiare, e poi andarmene a letto, e dormire finchè ne abbia voglia.... — E intanto il signore Paolo Giordano aspetta? — Aspetti sicuro! io non ho bisogno di lui: questi padroni vorrebbero che fossimo buoni, e cattivi; mansueti, e coltellatori; fedeli, e traditori; tonti, e saputi; angioli, e demoni; e poi non mangiassimo mai, mai non vestissimo, e non chiedessimo: insomma se un servitore possedesse la metà delle virtù che domandano i padroni da loro, non vi sarebbe così povero fante che non meritasse avere per servo almeno un marchese. E poi, a che monta vegliare? Non ha da essere in casa la Giulia? In meno di cinque minuti saprò più di quello che io non potrò tenere a mente, o referire; ed anche senza tanti anfanamenti, se io vorrò fare seco del ben bellezza, chi fie che mi trattenga? Certo non ella; il nostro bene è durevole e forte, non circoscritto, non mai sterile; noi invece dello individuo amiamo la specie: ella tutti gli uomini; io tutte le donne; in modo che per noi non si dà lontananza, non assenza, siamo sempre presenti, sempre innamorati, siamo come perle di un medesimo vezzo; di ogni fiore facciamo ghirlanda, e ce ne incoroniamo la vita. — Un fiore non fa primavera; l’amore non è compreso in uno affetto [pg!244] solo.” — E questi, e tali altri concetti rivolgendo per la mente, si allontanava dalla casa di Cecchino, tardandogli oramai di arrivare al palazzo del suo signore.
Con animo più giocondo io ritorno a Cecchino e alla Maria. Abbracciati e lieti salirono, o piuttosto volarono su per le scale, offerendo la immagine delle colombe, che con ale tese e aperte si affrettano al dolce nido, la quale per essere stata adoprata dal Dante, a me non rimane a fare altro che ricordarla. Giunti nel mezzo della sala, si rinnuovarono le amorose accoglienze: uno interrogava l’altro, e l’altro per risposta domandava a sua volta; e senza pure aspettare queste risposte, cose sopra cose ricercavano, e via, e via, sicchè dai labbri di ambedue prorompeva un turbine di parole ardenti di curiosità e di passione. Ma alla fine si accorsero di cotesto singolare colloquio, e ne risero svisceratamente, e tornarono a cambiarsi castissimi baci.
— “Orsù,” tutta rubiconda con occhi sfavillanti favellò la Maria; “tu se’ sozzo di polvere e di sudore; aspetta ch’io ti porti da lavare mani e viso.”
E quindi a poco tornò, ponendogli davanti la catinella piena d’acqua; e lieta cantando come se fosse di bel mezzo giorno, si fece all’armario, prese uno asciugamano di elettissimo lino tutto odoroso di fior di gaggío, e glielo porse per asciugarsi, ed ella pure lo andava aiutando in questo ufficio. Nè qui si rimase la cura della buona femmina, che quando [pg!245] è dabbene, davvero ella è la cara gioia pel cuore dell’uomo; e postasi a sedere, ordinò che anche il suo Cecchino sedesse, e sporgendo le mani gli strinse dolcemente la testa, e se l’adagiò in grembo, e col pettine gli rinettò i capelli, ne cacciò via la polvere, li sviluppò dai groppi, e spartiti per quanto si distende il cranio, gliene acconciò sopra le orecchie e intorno al collo, meglio che se vi avesse adoperato il calamistro.
E tenendolo sempre su le gote con ambedue le mani, gli alzò il volto, lo guardò fisso ridendo, e vedutolo bello se ne compiacque, come pure è lecito a onesta moglie gloriarsi di leggiadro e valoroso marito; e datogli un grosso bacio in mezzo alla fronte, esclamò proprio col cuore:
— “Tu mi pari un angiolo....”
— “Ma questo angiolo” rispose Cecchino “non essendo spoglio per ora della sua veste terrena, ha la maggiore fame che mai figlio di Adamo avesse al mondo....”
— “Or come questo? Io mi pensava che tu non avessi bisogno di niente. Perchè non lo hai detto prima? Non credere mica che tu mi colga sprovvista. Poco trovi in casa tua, ma però tanto che basterà....”
— “Che cosa vuoi? Abbiamo fatto oggi più di cinquanta miglia di un fiato. Siamo arrivati a notte, e ci hanno fermato fin qui senza darci tempo di bagnare la bocca....”
— “Ma, e non sei tu venuto col signore duca?” [pg!246]
— “Sono, ma non si ha a sapere; ei non è smontato al palazzo. — Però di questo a bello agio....”
— “Sì, cuore mio, a bello agio.” — E intanto la Maria aveva imbandita la mensa in un battere di occhio, non tanto per le poche masserizie e vivande che pose sopra la tavola, quanto per la gran fretta che si dava. I Fiorentini ebbero fama di sottili e di parchi oltre misura convenevole a chiunque vive onestamente, e questa fama tuttavia dura. Certo, una volta furono tali; ma non si creda che si lasciassero patire: ed anzi dalle leggi che chiamano suntuarie, rinnovate spesso, e richiamate in vigore, apprendiamo come la civile parsimonia non nascesse spontanea, ma in virtù di provvedimenti continui; sappiamo ancora come lo statuto concedendo pei pranzi due sole vivande, l’arrosto e il lesso, i Fiorentini molto di leggieri lo eludessero adoperando moltissime ragioni carni lesse e arrostite, per l’unico lesso ed arrosto consentiti dagli statuti. Intorno al vestire, Franco Sacchetti in certa sua novella piacevolissima ci ha conservato le infinite arguzie usate dalle donne, per le quali i giudici non potevano mai coglierle in fallo, nè riusciva loro mai di applicare la legge.80 E poi quando giungevano in Firenze persone di alto affare, i cittadini che le ospitavano pagavano la multa, e sfoggiavano con insolita magnificenza. I ricordi dei tempi ci hanno conservato il modo tenuto dal Magnifico Lorenzo con Franceschetto Cibo e la sua corte, quando venne a fare le nozze con la [pg!247] sua figlia; e questa avventura dimostra come sia arte antica in tutti coloro che attesero a spegnere la libertà della patria, osservare studiosamente le apparenze, mentre affilano la scure per tagliare la sostanza. Ma le casse erano piene di fiorini di oro, grandi i commerci, maravigliose le industrie, stupende le imprese; e allora concepivano e mandavano a compimento cose che ai giorni nostri il solo vederle sbalordisce. Ingiusta poi è la fama che dura intorno alla grettezza fiorentina; testimonio recente noi lo troviamo nelle satire del D’Elci, là dove dice:
... a te torno, o mia frugal Firenze,Dove avarizia ha splendide apparenze.81
Molti lo confermano, ma, come avviene spessissimo, piuttosto sopra la fede altrui che per osservazione propria. I Fiorentini ai giorni presenti agita il demonio del lusso e della pigrizia: come tutti gli altri popoli della Europa, non dirò che non credano, ma poco fidano nel paradiso celeste; si sono fabbricati anch’essi un nuovo paradiso terrestre senza l’albero della scienza. Poco importa se raccogliamo fiori di un giorno, e caduchi; anzi, che si rinnovino è bene; qualsivoglia durata pesa; vivere, e godere comprende lo scopo supremo delle umane voglie. — Una volta il secolo dubitava tra il bene e il male; e certo grandissimo travaglio era cotesto della mente e del cuore; pure lo stesso tormento rendeva testimonianza di vita: oggi il secolo crede, sì, crede, [pg!248] ma la sua fede non è nel bene. Viviamo tutti come se il medico ci avesse spediti; e’ pare che temiamo che domani il cielo non sia per cuoprire la terra: non più piramidi, non più obelischi; la più faticosa opera che osiamo imprendere noi, sta in comporre un mazzo di fiori; la tela del ragno ci sembra cosa troppo secolare, ci costituiamo numero ed enti nati per consumare il grano. Orniamo pertanto di papaveri le tempia dei nostri eroi, sia il sonno la epopea dei nostri tempi, lo sbadiglio la storia. Nel sepolcro ci aspetta vita maggiore che sopra questa terra, almeno durante il periodo della putrefazione. Nessuno ci può muovere ragionevole rampogna: noi pei tempi, i tempi per noi: la nicchia e il santo corrispondono a maraviglia. Perchè logorarci per procacciare una rinomanza che detestiamo? Perchè attendere a studii i quali potrebbero fare sospettare la nostra esistenza, che noi con ogni maniera di sforzo c’ingegniamo mettere in oblio? I figli nostri cresceranno peggio o meglio di noi: se peggio, riesce indarno ogni argomento; se meglio, vergognerebbero delle nostre miserie. — Bene dunque ci avvisiamo a dormire, a tacere, a godere, e a morire. Questo veramente si chiama il trionfo della morte! —
E i piattelli posti sul desco erano due; uno dirimpetto all’altro. Tutto appariva presto, e a Cecchino non dava il cuore di gustare le vivande che aveva desiderato; anzi teneva la faccia rivolta al capo della mensa, e ad un tratto versò una grossa lacrima, e [pg!249] proruppe in un gemito profondo. La moglie, vista quella subita desolazione, gli domandava smaniosa:
— “O Santa Vergine, ch’è questo mai? Cuore mio, che cosa ti affligge? Dimmelo via, non lo nascondere alla tua povera consorte....”
— “Ahi! Maria, non ti ricordi come l’ultima volta che sedemmo a questa mensa noi fossimo tre....”
E qui successe un silenzio lunghissimo. Primo a romperlo fu Maria, la quale in questa maniera riprese a dire:
— “Madonna Laudomine è andata propriamente in paradiso. Con quanta allegrezza non vide ella avvicinarsi la ultima sua ora! Come non favellava co’ Santi, che parevano accorsi per assisterla nel suo transito! Ormai questa vita le si era fatta grave; il dolce lume del giorno non rallegrava più le sue amorose pupille: — e tua madre non avrebbe più veduto la tua faccia, Cecchino. Ella moriva come una sposa che va a nozze, e lieta di saperti così bene avviato nel sentiero del Signore, che niente varrebbe ormai a fartene abbandonare la traccia. L’ultimo suo pensiero fu a Dio; il penultimo a te. — Digli, — parlando le parole estreme mi ammoniva — digli ch’io lo benedico, digli che i suoi discendenti l’onoreranno perchè ebbe carità per sua madre; e per ultimo gli dirai, che quando fie sazio di anni, sua madre lo aspetterà in paradiso. — Per le quali cose conforta lo spirito travagliato, e non volere lasciarti in balía del dolore....” [pg!250]
— “Certo, la buona donna era vecchia, e adesso è fatta cittadina del cielo; ma non ostante desideratissima e dolcissima sopra tutte le cose mi sarebbe stato poterla vedere....”
— “E chi può dire che adesso, in questo momento che noi favelliamo, non ci stia qui dintorno? Se, come è fede, noi siamo anima e corpo, perchè l’anima che sente amore, concedendolo Dio, non tornerà a visitare le persone e i luoghi che in questo mondo le furono cari? Consólati, Cecchino mio; pei tempi che corrono, il peggio non istà nel morire, bensì nel vivere....”
Allora Cecchino consentì a nutrirsi, ma gli era passata la voglia; sicchè in breve ebbe posto fine alla cena: forse più che non volle, beveva.
La donna, molto per curiosità, e molto ancora per distrarre il marito dai sinistri pensieri, tornò sopra il conto del duca.
— “Dunque il signor duca è arrivato?”
— “È arrivato; ma mi fa mestieri trovarmi altro pane....”
— “Come? Ti avrebbe per avventura cacciato?”
— “No, me ne sono venuto io stesso.... — Ora, senti; comecchè alle donne non istia bene confidare le cose che devono rimanersi segrete, nonostante, io, per averti sempre conosciuto discretissima, e dabbene femmina, non ti nasconderò veruna parte dell’animo mio. Il duca è venuto, e credo con mali pensieri. Con mistero, e a notte, noi penetrammo in Firenze: [pg!251] favellò a lungo col cognato, poi si ridusse guardingo alle stanze del casino di San Marco; quivi rimase solo, e mandò me e un’altra lancia spezzata al suo palazzo per dare ad intendere alla signora Isabella, che domani, o l’altro appresso, ei sarebbe arrivato: intanto spiassimo, ed ogni fatto e detto a lui diligentissimamente referissimo....”
— “E la cagione?...”
— “La cagione è manifesta,” riprese Cecchino abbassando la voce: “fino a Roma corse la fama della vita della signora Isabella; io per me tengo per fermo ch’egli sia venuto a vendicare il suo onore nel sangue della moglie; — e della vita della duchessa all’ora in cui siamo io non darei un soldo lucchese.”
— “E non vi sarebbe modo di salvare cotesta male arrivata signora?”
— “Nessuno; perchè, a quanto sembra, i fratelli hanno voglia di castigarla più assai del marito: oltrechè mi pare ch’ella sia per ricevere pena condegna ai suoi meriti; e se io invece di andare a spiare i fatti suoi, rendermi partecipe della sua morte, e macchiarmi le mani nel suo sangue, ho tolto commiato volontario dal duca, non perciò mi sentirei punto disposto di correre pericolo per tale che non merita nulla.”
— “O questo come puoi dire? Dunque la bella rinomanza di una gentildonna sarà in balía del primo paltoniere che si avvisi contaminarla? Da quando in qua l’accusa ha da essere leggera in proporzione [pg!252] ch’è grave il fallo apposto, e truce la pena?”
— “La persuasione non abbisogna mica di testimoni, e di strumenti: e poi quando il popolo parla, Dio ha parlato; e se non è lupo, cane bigio non manca.”
— “Ed io, comecchè a malincuore, vo’ porre che la colpa vi sia: ora dimmi, e chi avrebbe dato sopra la sua moglie diritto di morte al duca? Questo giudice ha la coscienza netta? Questo accusatore è innocente? La mani ha pure questo sacerdote? E se non è innocente, perchè mai giudica e condanna in altrui la colpa ch’egli pure ha commessa?”
— “Oh! ci corre tra il marito e la moglie. La moglie mette in casa figliuoli che non vi dovevano entrare, divide la sostanza tra persone con le quali non si doveva dividere: il figlio sospettato illegittimo viene rejetto da tutti; gli altri lo disprezzano; egli gli odia; e questi germi pessimi troppo sovente abbiamo veduto partorire nelle famiglie frutti sanguinosi.”
— “E tu non dici il vero; imperciocchè l’uomo procreando figliuoli fuori di casa, vorrà forse abbandonarli? Se mai avvenga ch’egli li abbandoni, ecco il mondo lo biasima, e la sua coscienza lo riprende: dove poi a loro provveda, non assottiglia ingiustamente anch’egli la sostanza ai figliuoli legittimi? No, pari i doveri, pari le colpe, e pari avrebbero ad essere il perdono, o le pene....”
— “Eppure non è così, e come la discorri non [pg!253] mi ci entra. Una ragione vi ha da essere, sebbene non mi riesca trovarla....”
— “Senti, tu non la trovi perchè non ci è; se ci fosse, ti ricorrerebbe spontanea alla mente. Io, pensando tra me, ho veduto che il mondo si riposa sopra certi principii che va chiamando verità: alcuni di questi pare vedere e toccare; tanto i letterati grandi, quanto gl’idioti, ci acconsentono, e dicono: — Sta bene; — altri poi non s’intendono, paiono alchimia, e bisogna stillarci sopra il cervello per andarne capaci. I primi mi paiono monete di buona lega, i secondi moneta falsa; i primi scendono dalla natura, i secondi dallo artifizio.”
— “Eh! Le buone femmine non la devono squattrinare tanto pel sottile, e obbedire alla legge che gli uomini impongono....”
— “Legge violenta, giudice iniquo, e pena scellerata....”
— “In fe’ di Dio, tu sei riuscita tale favellatrice, che mi fai spavento. Chi ti ha messo in bocca queste invereconde parole?”
— “La ragione....”
— “O forse il bisogno di difendere le bieche tue opere?” E Cecchino commosso da sdegno maraviglioso prese un coltello, e trapassata la tovaglia, lo conficcò quasi un pollice dentro la tavola. La povera Maria, tutta accesa in favore della sua signora, non pose mente a cotesto atto; anzi con insistente petulanza: [pg!254]
— “Che opere e che non opere vai tu fantasticando?” replicava. “Io ti dico che non ci hanno ad essere due pesi e due misure, e che non ci sono....”
— “E va bene. Quando della turpitudine della duchessa e tua non mi occorresse altra prova che la presente tua sfrontatezza, dovrebbe bastarmi, e averne ancora per giunta. Queste erano le festività, queste le accoglienze, e questi i baci? Ahimè misero!....”
E la Maria, percossa dalla mutata sembianza del marito, si avvisò domandargli qual subito pensiero lo tenesse occupato; ma questi ormai non la badava più, e se ne stava come uomo tratto fuori di sè, e favellava accenti tronchi in parte dolorosi, in parte minaccevoli:
— “Ahi! Titta, com’erano le tue parole vangelo. — Ed io correva a scavezzacollo verso la bene amata consorte! Valeva meglio mi fossi fiaccato le gambe; ancorchè i mariti fossero cani, non basterebbero a guardare le donne loro: — i ladri entreranno pei tetti. — Io mi voglio buttare via: tanto nel mondo è finita ogni cosa per me. Però tu non hai ad essere lieta della mia morte, Maria; — no, faccio voto a Dio che la mia maladizione ti si attaccherà come un tarlo nelle ossa. — Tu mi hai tradito, altri tradirà te; ti si apparecchiano giorni tristi, vita squallida, e morte amarissima....”
In mezzo a queste querele, che la passione gli spingeva alla bocca, ecco muovere dalla prossima [pg!255] stanza un suono di fanciullo che piange, e una voce che chiama:
— “Mamma! — Mamma!”
A Cecchino si drizzarono i capelli irti a modo dello istrice, si fece in volto prima bianco come un lenzuolo di morto, poi rosso di fiamma; gli tremarono convulsi i labbri, balenò con gli occhi luce sinistra, e subito dopo invaso da bestiale furore afferra Maria per le braccia, e la strascina nella camera. Appena posero i piedi sopra la soglia, che il bambino si levò a sedere sopra il letto, e stendendo festoso e giulivo le mani verso la Maria, che ormai considerava come oggetto gradito, replicò:
— “Mamma! — Mamma!”
La voce strideva a Cecchino fra i denti come un bramito di fiera: sospinse da sè con tanto impeto Maria, che la male arrivata femmina andò a investire riversa nel letto, e cadde sopra il fanciullo: ella pure, vinta dalla sorpresa e dalla paura, sbalordita dallo evento, combattuta anche dalla ira, non era capace a formare parola: ma la ira presto le cadde giù dall’animo, e a commoverla più potentemente sopraggiunse la pietà. — Per poco non le si rompeva il cuore agitato dal groppo di passioni tanto veementi: scivolò giù dalla sponda del letto, e postasi in ginocchio, fece delle mani croce, e col sembiante supplicava al marito furibondo.
E il marito per via di cotesti atti sempre più inferociva, e brontolava cupamente: [pg!256]
— “No... hai da morire... dobbiamo tutti morire... non vi è pietà... non voglio averla per me... pensa se a te... e se a questo serpentello...”
E la donna singhiozzando:
— “Cecchino!... Cecchino!... senti...” — E non le riusciva aggiungere altro.
— “Prepárati a morire... Hai un’ora... mezza... no... cinque minuti di vita...”
— “Senti... Lasciami...”
— “Riconcíliati con Dio.... Ma è inutile.... tanto, traditori non entrano in Paradiso...”
— “Non posso...”
— “Hai terminato?”
E Maria sfinita di angoscia, per la impotenza di cavare dalla gola la parola intera, con la destra faceva l’atto di chi nega una cosa; e la furia ch’ella poneva in quel moto era tale, che lo scritto viene meno a significarla. O come la stringeva ineffabile affanno, pensando che poche voci avrebbero placato cotesta procella, composte le ire, salvato tante e così care vite, e non potere pronunziare cosiffatte parole! E Cecchino invasato dal demonio, ogni indugio aborriva, nel pensiero omicida infuriava, e gli pareva mille anni di tuffare le mani nel sangue di lei! — Povera donna!
— “E se a te non importa finire, a me tarda incominciare.... Allo inferno, rea femmina!....”
E sguainata la daghetta, la manca sospinse in avanti per ghermire. Maria proruppe in un grido, e [pg!257] percosse come corpo morto sul pavimento. Cecchino, chiuso il cuore alla pietà, non si ristava; piegò la persona, ed intendendo a immergerle nel seno la lama della daghetta, le strappava rabbiosamente e veli e panni, quando con sua maraviglia vide uscirne una lettera: immaginò che fosse dell’odiato adultero, e ne trasse argomento di miserabile gioia, proponendo estendere fino a lui la vendetta. Prende la lettera, si accosta al lume, e legge nella sopra carta:
«Alla Maestà Cristianissima di Caterina regina di Francia.»
Pensò trasognare: guardò la terza e la quarta volta; lo scritto stava pure come aveva letto la prima. — Spiega il foglio, e trova:
«Onorandissima come madre. — Considerando la gravità dei miei peccati, e la pena che me ne possa incogliere sopra questa terra valgami ad ottenere dalla misericordia infinita di Dio quel perdono di cui lo supplico con tutte le viscere dell’anima mia, ho deliberato di non sottrarmi al destino, qualunque e’ si sia, che la Provvidenza mi apparecchia. Ma sebbene io mi appigli a questo partito, che mi pare essermi dettato dal mio Angiolo Custode, non posso poi nè devo inviluppare nella mia rovina una creatura innocente, e per ogni verso degnissima di commiserazione. Io confido pertanto questo figlio del mio dolore alla vostra pietà: pensate che la sua culla è circondata di serpenti, e la sua vita è la vita della belva del [pg!258] bosco, a spegnere la quale ogni uomo pensa avere ragione e diritto. Non vi vogliono meno della prudenza e della autorità di Regina gravissima e potentissima quale voi siete, per salvare questo misero capo: se non che mi è a bene sperare cagione vedere come la donna a cui raccomando questo figliuolo perchè lo riponga nel grembo della M. V. quasi in porto fidatissimo di salute, lascia patria, casa, e parenti, per consolare di un qualche conforto me peritura. Questa donna è mia sorella di latte: nata e vissuta nelle vie del Signore, mi abbandonò rejetta nella ora del peccato, e mi ritorna spontanea in quella della sventura. La urgenza dei casi non patendo indugi, ella si pone sola in cammino da me scongiurata; ma io farò in modo che la raggiunga in breve l’amatissimo suo marito. Giovani entrambi fedelissimi, meritano la benevolenza della M. V., che prego a somministrare loro le più larghe grazie e favori di cui il vostro animo regio è così copioso largitore con tutti, e specialmente poi con quelli che in vantaggio dei congiunti vostri e della magnifica vostra casa si mostrarono volenterosi di assumere incarichi ancorachè con manifesto pericolo delle loro sostanze e persone. Io non ho a dire altro, che supplicare la M. V., per l’amore di Gesù Cristo nostro Salvatore, di prendere sotto la sua protezione questa misera creatura. Dio ve ne darà quel rimerito, che non posso io. — Pensi la M. V. essere queste le parole novissime di persona a voi [pg!259] stretta per sangue; — questo essere il mio testamento; — e con questa fiducia morire rassegnata e compunta, chi altramente avrebbe concluso la vita disperata e bestemmiando. Quando giungerà alla M. V. la notizia della mia morte, che presento vicina, vogliate ricordarvi di me nelle vostre orazioni, e fare suffragare l’anima mia. Vi auguro in questo mondo le maggiori felicità, che la gloriosa mente e il cuore magnanimo della M. V. sanno, per così dire, creare; e baciandovi le mani mi dichiaro della M. V. indegna, ma pure affettuosissima figliuola. — Isabella duchessa di Bracciano.»
Prima assai di arrivare in fondo, Cecchino accorto dell’errore suo, spogliata la ira, venne preso da tale una passione al cuore, che non potè fare a meno di sfogare con lacrime copiosissime. Depose il foglio; già prima assai aveva scagliato lontana da sè la daga, e tutto in pianto si abbandonò sopra la sua Maria, sollevandole amorosamente il capo, e con mille nomi dolcissimi chiamandola. Ma la povera donna non dava segno di vita, e nella caduta aveva percosso così duramente, che dietro la orecchia destra le si era rotta la pelle, e grondava sangue. Per poco stette che Cecchino pure non venisse meno; ma lo sostenne il pensiero di provvedere alla salute della sua donna amatissima: le fasciò la ferita, l’adagiò sopra il letto, tentò farla rinvenire con acqua e con aceto, col fumo della esca, con quello [pg!260] delle penne di pollo; insomma non vi fu argomento che egli non mettesse in opera; ma la donna non rinveniva. Egli poi non irrompeva in lagnanze inopportune: gemeva di tratto in tratto, e alzava supplichevoli gli occhi al cielo. — Alla fine disperato le si pose al fianco, l’abbracciò stretta, la inondò di lacrime, la ricoperse di baci, e tra i singhiozzi esclamò: — “Signore, fate ch’io muoia qui accanto a lei!”
Ma il Signore non volle un tanto danno, e profferito ch’ebbe appena Cecchino cotesto scongiuro, che Maria, anch’essa sciolto un profondo sospiro, aperse gli occhi, immemore di quanto fosse accaduto.
Cecchino si pose in ginocchio davanti a lei, non osando pure aprire la bocca: ma alla Maria tornava a poco a poco la memoria dei casi passati, e si sforzò rilevarsi; e vista aperta la lettera da lei custodita con gelosa cura nel proprio seno, sollevò Cecchino da terra, e sorridendo con un languido sorriso mormorò queste parole:
— “Di poca fede, perchè hai dubitato?”82
E quindi a breve, guardate dal balcone le stelle soggiunse:
— “Cecchino, non abbiamo tempo a perdere: tra pochi momenti verranno per noi. Mentre io vesto il bambino, tu metti assieme i tuoi panni, e cúciti addosso l’oro e le gioie della signora; — al rimanente è stato già provveduto.”
Cecchino non aveva volontà propria; ormai obbediva [pg!261] come cosa passiva allo impulso che gli veniva dato: tante, e così diverse, e tanto profonde erano state le passioni che lo avevano commosso nel giro di poche ore, ch’ei si sentiva quasi annullato; ma dove fosse rimasta in lui facoltà di pensare e di volere, non si sarebbe mai opposto ai desiderii della sua moglie, che animata da spirito di carità, di sacrifizio e di amore, gli pareva creatura da uguagliarsi piuttosto alle sostanze celesti, che anteporsi alle mortali. Insomma, come cosa santa la riveriva ed amava. — Di tali e così subiti trapassi vanno capaci le umane menti quaggiù! Misere intelligenze in balía della passione, come un fragile schifo commesso alle tempeste dell’oceano, per poco piangiamo, per poco ridiamo, ma, e questo importa assai più, per poco ancora trascorriamo a fatti che come ci tolgono la dignità dell’uomo e la pace dell’animo, così ci rendono meritevoli in questa vita del vituperio degli uomini, e nell’altra dello sdegno di Dio.
Nè s’ingannava punto Maria; perchè non istette guari, che comparvero due uomini sotto casa, e battuto con molta circospezione alla porta, invitarono con piana voce Cecchino, recatosi alla finestra, di scendere, e avacciarsi, essendo apparecchiata ogni cosa. Andò prima Maria col pargolo; seguitava Cecchino con un forziere, chè pochi panni era prudente portare; e dato il primo passo fuori della porta si voltò indietro sospirando, e disse:
— “Ti lascio per non rivederti mai più!” [pg!262]
E scesi che furono, Maria chiamando Cecchino maravigliò forte di non trovarselo al fianco: stava per rifare le scale, quando apparve di nuovo Cecchino affannoso, che le favellò sommessamente:
— “Mi era scordato del rosario di mia madre sospeso a capo del letto, e sono tornato per esso. Se fosse appartenuto alla tua, tu non te ne saresti dimenticata....”
Maria gli prese la mano, e gliela strinse, — perchè conobbe che non aveva difesa, — e l’accusa le piacque.
Camminarono alcun tempo in silenzio, e trovata una carrozza che aspettava presso al canto del Giglio dietro San Lorenzo, vi entrarono tutti, e si diressero a porta San Frediano. Quando vi furono vicini, uno degli sconosciuti scese, e chiamato il gabelliere mutò seco lui alquante parole, ch’ebbero virtù di fare aprire la porta. — Lo sconosciuto tornò alla carrozza, persuase a scendere l’altro compagno, e disse:
— “Potete andare: — buon viaggio; — Dio vi accompagni.”
Maria, per la pratica grande che ne aveva, e perchè già cominciava l’orizzonte dalla parte di oriente a diventare di colore rancio, riconobbe in cotesto uomo il cavaliere Lionardo Salviati; onde ebbe baldanza di chiamarlo a sè, dicendo:
— “Favoritemi ascoltare una parola, signore....” [pg!263]
E il cavaliere ascoltava.
— “Messer Lionardo,” gli mormorò all’orecchio “quando la vedrete, assicuratela che il suo figliuolo si trova in salvo: ditele che mio marito viene meco, sicchè non si prenda altra pena. Se potete, salvatela; perchè la sua morte, senza il vostro aiuto, è sicura. La roba che ho lasciato in casa, fatemi la carità di dire al vostro amico don Silvano che la venda, e ne dica tanto bene pei morti, e.... pei morti secondo la mia intenzione....”
— “Sarà fatto.”
E messere Lionardo, chiuso lo sportello, ordinava che la carrozza partisse.
Maria favellando di morti accennava Isabella, ma le rimanendo, comecchè languidissimo, un fiato di speranza, non lo volle spengere alla sua fede con quella trista commissione; ma in cuore ritenne che avendola data pei suoi cari defunti, ormai vi si poteva comprendere anche l’anima d’Isabella.
————
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