CAPITOLO OTTAVO.
LA CONFESSIONE.
Venuta la mattina della Pasqua, la donna si levò in su l’aurora et acconciossi, et andossene alla chiesa... il marito dall’altra parte levatosi se ne andò a quella medesima chiesa, e fuvvi prima di lei... e messasi prestamente una delle robe del prete con un cappuccio grande a gote, come noi veggiamo che i preti portano, avendosel tirato un poco innanzi, si mise a sedere in coro.... Ora venendo alla confessione, tra le altre cose che la donna gli disse, avendogli prima detto come maritata era, si fu che ella era innamorata.... Quando il geloso udì questo, gli parve che gli fosse dato di un coltello nel cuore.
Boccaccio, Giorn. VII, Nov. V.
Evento dei tempi di cui tenghiamo proposito singolarissimo, e di considerazione veramente degno, si è quello di vedere come nei conventi si mantenessero, e dai frati si manifestassero spiriti avversi al potere costituito, nel modo stesso che nei tempi antecedenti si era per loro dimostrata opposizione maravigliosa al principato che si costituiva. Del qual fatto dandomi io a investigare le cagioni, parmi che in parte le si debbano attribuire alla vanità, vizio naturale, che molto di leggeri [pg!268] alle menti dei migliori si appiglia, nè da noi figliuoli di Adamo, per quanta industria sappiamo adoperarvi dintorno, affatto mai non si scompagna; parte al difetto della vita attiva, e al chiudersi nella contemplazione di una cosa; per cui avviene che la contemplazione così s’insignorisce dell’anima, che l’uomo si compenetra della idea, la idea dell’uomo, e diventano tutta una sostanza necessariamente palpitante e vivente, nè l’una puoi sopprimere se l’altro non uccidi. La quale condizione siccome feconda di geste inclite, così talvolta lo è di luttuosissimi fatti: — per lei sono l’eroe e il pazzo; ella guida al trionfo o al patibolo, e lo intervallo, a cui ben vede, apparisce meno largo di quello che altri per avventura non pensa. Forse la cagione del fatto considerato può nascere da carità del prossimo, che non consente a cuori appassionati sopportare la vista del mal governo al quale viene condotta la stirpe redenta da Cristo a prezzo di sangue, ed odiano l’uomo che presume ridurre in menzogna lo eterno riscatto. — Può anche dirsi, che in alcuni sia desiderio irresistibile di martirio, che inebbria a modo di ogni altro amore lo spirito dell’uomo, e fa parergli bella la morte per una parola lanciata nella faccia al tiranno nel momento della sua feroce superbia, e che vi rimarrà impressa come se l’avesse sfolgorata il fulmine di Dio. — E forse, e senza forse, altre più molte sono le cagioni del fatto, che o per cortezza d’ingegno, o per essere [pg!269] il luogo male acconcio a simili ricerche, io cesso discorrere, le quali congiuntamente, e non ognuna per sè, lo partoriscono, essendo l’origine delle azioni nostre complessa oltre ogni credere, e tale da perdervisi dentro i meglio vigorosi intelletti.
Dagli alti pergami scendeva pertanto una parola animosa, ma spesa invano, non altramente che se fosse parlata dentro un camposanto. Così la predica del sabato dopo la seconda domenica di Quaresima di Fra Girolamo Savonarola valse a far sì che gli ascoltanti in lacrime dirotte ed in altissime grida prorompessero, ma non valse a impedire a Lorenzo il principato, e a lui profeta inerme la morte infame; nè più tardi la predica del Padre Marcello di San Francesco in Duomo, la quale, per quanto le memorie dei tempi ci tramandano, incominciava: «Firenze, io sento che tu mi vuoi ammazzare; io la rimetto in te: degli altri predicatori hai ammazzato. Sappi, Firenze, che questa sarà la mia corona: volesse Dio ch’io fossi al primo della Quaresima. Apri pure gli occhi ai tuoi peccati, Firenze: tu sei fatta una pubblica meretrice: ma guai a te! guai a te!»83 potè trattenere le libidini e la tirannide del Granduca Francesco. Quando la fortuna dei popoli precipita, il braccio solo di Dio sarebbe bastevole puntello alla grande rovina. I fati devono essere adempiti, l’antica sapienza immaginò Giove sottoposto al Destino. [pg!270]
E Francesco compiacendo al suo fiero talento, avrebbe desiderato tenere sopra le ginocchia la testa mozza del frate, e pungerne con uno spillo la lingua come usò la empia Fulvia del sacro capo di Cicerone; ma lo trattennero i rudimenti paterni, e i consigli dei savi educati alla scuola di Cosimo.
La molla tanto acquista di forza in respingere, quanto più noi la tenghiamo compressa. Un fuoco chiuso s’irrita dentro al recipiente, e fa violenza nelle pareti finchè non le rompa; una voglia contradiata si fa agonia, l’agonia diventa furore. Fino al 1750, cosa incredibile, e vera, in Firenze sopra la piazza della Signoria, là dove fu bruciato Fra Girolamo, ogni anno la mattina del 23 di maggio si trovava la fiorita, o fiori sparsi come si costuma davanti alle chiese nelle feste di qualche santo.84 — A che montano i fiori? Coi fiori tessiamo le ghirlande pei morti. — A che nuoce uno amore manifestato una volta l’anno, e co’ fiori? Chi è quel così male accorto nemico, che volesse spegnere una vita consunta da etisia? Non gittate il fiato indarno: la candela è giunta al verde: sofferite anco due o tre pallidissimi getti di luce, e poi regnerete in pace nei dominii ampi dell’erebo e della Notte.
La mente di Cosimo apparecchiò un alveo larghissimo, lo munì di argini validi, e ad ogni urto gagliardi; poi consentì, anzi desiderò che la opinione pubblica a modo di acqua vi dilagasse dentro. Egli fermo sopra gli argini ne guardava con solerzia ed [pg!271] accortezza supreme lo impeto e i moti; e conobbe sorgerne di tre generazioni uomini.
I primi, ed erano i più, incapaci di pensare e di agire, vero ripieno della stirpe umana; e questi lasciava come innocui che il gran flutto del tempo li riportasse nel nulla donde li aveva prima dipartiti: appartenevano a questa generazione tutti coloro i quali nello scontrarsi per le vie, volgendo cautamente uno la faccia a mezzo giorno, l’altro a tramontana, per non essere avvertiti dal bargello o da cui per esso, si stringevano con molta compunzione le mani, alzavano gli occhi lacrimosi al cielo, sospiravano profondi, della servitù di Babilonia discorrevano, Gedeone, Giuda Maccabeo, o Debora ricordavano, nelle braccia del Signore la causa loro confidavano, come se il Signore dovesse affannarsi a dare una patria a cui non la merita, e combattere le battaglie di un popolo che ha paura dell’armi. — Vi appartenevano coloro, che copiosi dei beni di fortuna stavano lontani dalla città compiangendone i cittadini di cui pareva non si considerassero parte; e come Scipioni sdegnati, riparavano magnanimamente dalla pubblica sventura entro uno asilo lieto di quanto l’abbondanza della terra o la industria degli uomini sanno produrre di più esquisito per soddisfare le voglie fisiche dei mortali nel mondo. Dandosi sembiante di nocchieri stanchi, e rotti dalle fatiche, stavano dalla riva a considerare le nuove procelle: — essi, che non avevano mai navigato neppure sopra la [pg!272] piana superficie di un lago! E invece di nocchieri, parevano ed erano del tutto somiglievoli al topo romito di Lorenzo Pignotti,
Che per andar dal mondo assai lontano,Entrò dentro d’un cacio parmigiano.85
Pessimi cittadini, e strumento validissimo di tirannide!
Vi appartenevano coloro, che volendo alla propria ignavia e alla comune viltà apprestare onesto motivo, affermavano doversi aspettare a primavera: ma non dicevano quale; sicchè questo loro detto corrispondeva al cartello che alcuni venditori appiccano nelle botteghe; ove sta scritto perpetuamente: — oggi non si fa credenza, domani sì; — e quanto prima dovere andare il mondo a soqquadro: sapere, e saperlo di certa scienza, che il Turco voleva entrare in Ungheria, e tentare Vienna, e non essersi per anche messo in campagna, perchè non avevano cucito le tre code al turbante del Gran Visir.... Filippo II di Spagna avere detto apertamente, che Cosimo non aveva voluto imprestargli danaro, e guai a lui! Eglino essere come i pescatori di anguille, che per pescare con frutto attendevano le acque torbe. Vi appartenevano quelli, che orridi per folta capelliera, e per faccia tutta irta di peli, ormai non potevano produrre altra testimonianza della umanità loro, tranne la punta del naso; — e gli altri, che tenevano in tasca forbiti pugnali [pg!273] sizienti sangue, e che per ora, onde non lasciarli asciutti, se ne servivano per mondare le pere; — e gli altri che per addestrarsi alle armi, e afforzarsi contro ai perigli, con uno spadone a due mani davano a torto e a traverso manrovesci, fendenti, e punte da Orlando entro sacchi ripieni di semola; e quando erano tutti in sudore, scalmanati e rubicondi esclamavano: — «Beviamo! abbiamo bene meritato della patria!» — e giù bicchieri di santa ragione. Costoro una capacità avevano certo, e se il lago di Bientina fosse stato vino, a questa ora sarebbe asciutto da duecento e più anni a questa parte; — e gli altri infine, che alle stelle remote ed alla luna confidavano le secrete ansietà, i lai arcani, e gli ardori interni, che il giorno dopo della esalazione loro correvano manoscritti per tutta la città. Vi appartenevano finalmente, non già perchè venga meno il catalogo, ma perchè non riesca sazievole il novero troppo lungo dei disutilacci che non fur mai vivi, quelli i quali si affaticavano a far credere che mediante l’alfabeto si poteva racquistare la perduta dignità: — «I figli della terra, essi dicevano, misero lo scompiglio nelle sedi celesti ponendo Olimpo sopra Ossa, e Ossa sopra Pelia, e provocarono la tremenda procella dei fulmini di Giove: noi meglio avvisati torneremo nei cieli alla sordina; fabbrichiamo copia di scale tascabili, apparecchiamo degli spaghi, e così quando se lo aspetteranno meno, noi daremo una scalata alle [pg!274] nuvole. L’uomo è più da temersi col naso cavalcato da un paio di occhiali di Roma, che cavalcante egli stesso un buon destriero di battaglia; un libro in-quarto difende meglio un popolo di una fortezza; da una lettera sola scaturiscono più libbre di civiltà, che da un cannone da trentasei libbre di palla; un elle ferisce meglio di una lancia, un j lungo fende assai più di una scimitarra; un dittongo può diventare il passo delle Termopili, — o le Forche Caudine: — lasciate fare a noi; col tempo e con la pazienza foreremo le Alpi anche con una lesina: vedete il tarlo!....» — Ahi sciagurati! Il tarlo rodendo muore nella ignobile tomba che ha scavato. Enceladi in-sedicesimo, non si fa guerra a Giove con gli aghi, le corazze di malva, e le barbute di gusci di noce, come gli eroi della Batracomiomachia di Omero! Nè uomini nè donne; androgini morali, molto più nuocciono alla parte a cui si appigliano, che le cavallette di Moisè non guastarono le mèssi nelle pianure egiziane.
Ma quello ch’era a considerarsi più strano consisteva in questo, che anche presso i fuoriusciti, anzi principalmente presso loro, non si rifiniva mai di congiurare: quei di fuori tacciavano di accidia e di peggio quei di dentro, e li proverbiavano sopra la primavera, sopra l’autunno, e simili altre miserie; quei di dentro mettevano accusa a quelli di fuori: ambo i lati smaniosi di fare, ambo i lati incapaci di fare, ardenti come fuoco quando la occasione d’irrompere [pg!275] si allontanava, diaccio quando pareva avvicinarsi: una parte biasimava l’altra, e sopra tutto erano irreconciliabili in massima, chè taluni sostenevano il mondo avere ad essere un arcolaio, tali altri una girandola. I fuoriusciti stavano per la girandola, quei di casa per l’arcolaio: «Poniamo, dicevano i primi, fuoco alle polveri, e vedrete come lieve scintilla gran fiamma secondi; vedrete qual mole di lava ardente inonderà la terra: fate, ardite; se qualcheduno per caso ne restasse appeso per la gola a cagione della Legge spolverina,86 non se ne dia per inteso, dacchè dalle sue ossa nasceranno vendicatori, e il suo sangue cadrà come rugiada di vita sul fiore che sospiriamo.» — «Non vuolsi avventurare così grossa posta, rispondevano i secondi: chi va piano va sano; tardi, ma certo: festina lente, tarde, sed tuto (con le altre leggende per le quali anche la pizzuga presume farsi credere generale di eserciti). La vita dei popoli è lunga lunga; se non sarà dato di goderne a noi, bene! ne goderanno i nipoti dei bisnipoti dei nostri nipoti (questi, come vedete, la pigliavano larga); anche a noi tarderebbe stendere la mano al frutto bagnato di tanto sudore, ma noi sappiamo contenerci prudentemente, ma noi sappiamo aspettare. Il mondo è un arcolaio, vi diciamo; intorno alle stecche voi vedete accomodata la matassa: a vero dire, apparisce un poco arruffata, pure pian pianino, con giudizio, [pg!276] senza troppa fretta, noi giungeremo a dipanarla.»
E i primi dicevano ai secondi: «Ma voi state in seno delle vostre famiglie, ma voi coprono i tetti paterni, voi l’avito censo alimenta, voi ragionate così davanti al domestico focolare; e noi andiamo randagi in terra straniera, noi divora l’agonia del suolo natale, noi tollerano impazientemente ospiti avari, nè i patrii affetti ci scaldano, nè il patrio sole.»
E i secondi replicavano: — «Dunque non è amor di patria quello che vi muove, bensì dei vostri comodi particolari!» Nè qui restava la turpe vicenda delle rampogne; chè anzi così trascorrevano smodate e piene di scandalo, da muovere perfino la compassione dei loro stessi nemici.... Privi di senno nel concepire, senza coraggio nel mandare ad esecuzione, mancavano dello estremo benefizio della sventura, — voglio dire della dignità nel sopportarla.
Tutti questi umori di lunga mano conoscevansi, e non che ne insospettissero, ne ricavavano maraviglioso diletto, come di vedute grottesche della lanterna magica politica, le quali si dipingessero passando sopra le pareti della sala degli Otto.
Le due rimanenti maniere di uomini concordavano in questo, che favoriti dai cieli di ottimo discernimento, assottigliato per lungo esercizio dei buoni studii, erano destinati a formare il credito della fazione a cui si fossero rivolti. — Ma differenziavano poi in questo altro, che alcuni si erano lasciati persuadere, [pg!277] e chinato il capo servivano; ed alcuni non petulanti, non pervicaci, non superbi, si erano avvolti nella solitudine e nel silenzio, convinti che là dove le magnanime parole vengono interdette, la migliore cosa che avanza all’onorato cittadino è tacere.
Costumano gl’Indiani quando fanno la caccia agli elefanti, condurre seco alcuni di cotesti animali addomesticati, che scorto appena il salvatico gli si fanno dintorno tutti festosi, e s’ingegnano avviarlo verso il chiuso: ov’egli repugni, a suono di colpi di proboscide, metà carezza, metà percossa, ve lo costringono; e ridotto nel chiuso, guasto dallo esempio, depone subito gli spiriti feroci, e lascia mettersi addosso la gualdrappa di scarlatto, gli arnesi indorati, e i campanelli di argento. — Non diversi erano gli argomenti posti in uso per vincere la gente, e ridurla alla propria devozione, la quale poi non pativa difetto di ragioni valevoli a giustificare il partito abbracciato; ed invero davano ad intendere: «Non giova egli mitigare un destino, che per quanto sembra a noi non è concesso mutare? Non giova egli rendere umano un potere, che inacerbito può diventare feroce? Quando ci manca la facoltà di tôrre via Polifemo, meglio vale aprirgli due occhi, che acciecarlo dell’uno. Se i tempi sinistri ci contendono di spargere la gioia sopra le generazioni, adoperiamoci a risparmiare loro delle lagrime amare. Così operando, noi sagrifichiamo [pg!278] i nostri affetti privati a vantaggio della umanità, le nostre ambizioni particolari deponiamo; non agli uomini, ma a sè stesso compiace colui, il quale anche con qualche suo carico non opera il bene che le condizioni del secolo gli consentono solo di fare.»
I rigidi all’opposto sostenevano: — «che quando davanti ai popoli adunati non può rendersi conto delle proprie azioni, bisogna condurci nella vita in cosiffatto modo, che la presenza basti per la orazione: nè il popolo discernerla tanto per la sottile; e allorchè vede anima da un lato, e prezzo dall’altro, reputa il contratto di compra e vendita perfezionato, e nella notte tutti i gatti sono grigi, come insegna il proverbio; e male, avvolti in una cappa medesima, possiamo distinguere gli Ebrei dai Sammaritani: il popolo abbisogna di fede, la quale non si persuade per via di astrattezze e di ragionamenti, ma in virtù di un fatto, o di un domma semplicissimo. Il libro del destino essere chiuso ad occhi mortali; e presumere troppo di sè chiunque avvisasse prognosticare oggi quanto sarà per accadere domani: ora, se i presagi loro venissero meno, se quel fato, che riputavano immobile, prendesse a girare più volubile della ruota della fortuna, qual gonfalone desidereranno vincitore? A quale fazione si accosteranno? A qual parte rimarranno fedeli? Quale tradiranno? I nuovi obblighi anteporranno agli antichi, o piuttosto gli [pg!279] antichi ai nuovi? Perchè lo inclito personaggio si porrà egli in condizione da non conoscere in qual lato il suo dovere lo appelli in certi momenti solenni in cui la sola esitanza è peccato gravissimo avanti Dio, e misfatto presso gli uomini? Nè quella vantata temperanza del male giova punto, anzi nuoce; imperciocchè sia della umana natura desiderare, cercare, e trovare ai gravi mali rimedio, mentre ai sopportabili si adatta, e a mano a mano perduta qualunque virtù, l’anima dell’uomo diventa più paziente della schiena di un cammello. Arrogi, che le parti si smarriscono nello insieme; e contemplando la fabbrica, nessuno ci consiglia indagare la forma delle singole pietre, mentre l’obelisco di granito, monolito e solitario, leva la fronte senza paura di fulmine, e rende testimonianza perenne che fu creato dalla natura, e formato dagli uomini per celebrare le lodi del sole.»87
A vero dire, il discorso loro suonava piuttosto superbo che giusto, conciossiachè l’uomo, fragilissimo tessuto di vene e di nervi, io non so come possa paragonarsi agli obelischi di granito: e che non fossero obelischi lo dimostrava chiaro lo sparire improvviso ora di questo ora di quello, e lo acciaccarsi per la misteriosa, tenebrosa e tenace persecuzione che veniva loro mossa: da per tutto contrarietà; discordia in casa, ingiustizia nei tribunali, orrore in chiesa; accolti con disprezzo; rigettati con acerbità; nelle più care affezioni insidiati; nelle sostanze [pg!280] disfatti. Non basta ancora: — il senno vilipeso come follía, la costanza riputata insania, le intenzioni calunniate, e diseredati perfino dello scopo unico a cui tende la virtù infelice, — il premio della lode.
Però pochi annoverano le storie, che con animo invitto abbiano resistito a così infame guerra: alcuni rarissimi, non potendo più oltre sopportare, e mutare non volendo, tolsero a lasciarsi morire di fame, o a volgere contro sè stessi le mani omicide, e i nomi di cotesti grandi infelici, più che altrove occorrono registrati nelle storie di Tacito, di Dione e di Svetonio; altri, più presto singolari che rari, deliberarono bevere intero il calice di fiele che la tirannide appressava alle loro labbra: anzi, pensandovi sopra, due soli io vedo in questa terra essere quelli che ardirono subire interi i novissimi fati; ma uno fu Cristo, ed era Dio; l’altro, uomo invero, ma di natura quasi divina, e si chiamò Socrate.
Ora lasciamo di Dio: ma quale fama al mondo può uguagliare la fama di Socrate?
— Oh! questa ella è pure la insopportabile lettura, parmi sentire che dica qualche mio leggitore: ora vedete, quando la narrazione precipita, e la catastrofe dovrebbe correre diritta al suo fine, questo singolare cervello, senza darsi un pensiero al mondo dell’ansietà nostra, si pone a inabissarsi in novelle che nulla fanno al caso, menando il cane per l’aia e andandosene a Roma per Ravenna. Questo è uno intendere l’arte niente; conciossiachè gli animi si [pg!281] raffreddino, l’azione proceda così a balzelloni come persona ebbra, e tutto lo effetto rimanga guasto da cima a fondo, senza rimedio. — O lettore mio benevolo, ed anche, se ti piace, malevolo; considera di grazia, che se tu premi moltissimo a te stesso, anche io qualche cosa importo a me; e se scrivo compiacendo al tuo ingegno, deh! non mostrarmiti acerbo, nè farmi il viso dell’uomo di arme, se talora mi prende vaghezza di compiacere al mio. A me torna grato gittarmi come una tavola sopra il mare dei pensamenti, e lasciarmi in balía dei flutti, che mi sbattono in quella parte e in quell’altra. Io ho bisogno d’inebriarmi di fede e di speranze, come di muschio. Quando io immagino che dai miei concetti, dalla ironia, e dalle rampogne, possa uscirne un qualche frutto, io bacio la penna, e penso che la felicità, volando via dal mondo, nel battere le ale lasciasse cadere la penna come una rimembranza di sè, e come pegno che forse un giorno potrebbe tornare a visitare queste sedi terrestri. Vorrai tu, o lettore, arguirmi di follia, o tentare di curarmi? La tua compassione mi riuscirebbe più importuna della tua crudeltà. Trasillo, alienato di mente, stava nel Pireo contando le navi ch’entravano in porto, di nuovo le spediva, e fuori di modo rallegravasi quando tornavano a salvamento, come colui che immaginava appartenerglisi tutte. Eliano racconta come suo fratello, tornato di Sicilia, desse opera a guarirlo di cotesta infermità, e riuscisse a sanarlo. Trasillo [pg!282] riacquistato con la ragione il sentimento della sua povertà, imprecò sul capo del fratello l’Eumenidi, e maledisse alla pietà capace di rapire un bene, incapace a preservare da un male.88 —
Titta giunse (dacchè tutti, vivi o morti, arriviamo al nostro fine) al palazzo del duca: tirò la corda quattro volte e sei, e nessuno rispose. — Si vede bene, egli seco stesso pensava, che il marito è fuori, e non si aspetta in casa; e se i mariti si avvisano arrivare improvvisi, devono scontare la mala creanza: ma io, che non sono marito, non voglio aspettare, e ci pongo subito rimedio. —
E quanto meglio seppe introdusse tra i ferri del cancello il braccio destro e parte dell’omero, e con la punta delle dita prese il saliscendi, e lo aperse. Ciò fatto, si avviò pianamente alla stanza del portiere, che stesi i gomiti sopra una tavola, con la guancia riposata sul dorso delle mani, dormiva un sonno da disgradarne i ghiri. Il sollazzevole uomo, recatosi in mano il corno, da un lato se lo appressò alla bocca, con l’altro ricoperse quasi l’orecchio manco del portiere, e quindi raccolto quanto più fiato poteva dentro il capace polmone, ne trasse un suono che fece tremare da cima a fondo il palazzo. Io non dirò quale urlo sgangherato mettesse fuori il portiere, nè quale enorme salto spiccasse: cose sono queste che molto meglio le si possono immaginare che descrivere: non era morto, nè vivo; tremava tutto; in qual mondo si trovasse non sapeva. [pg!283] Non creatura umana, non bestia dentro il palazzo e fuori per la contrada, poterono tenersi salde nel letto nel giaciglio, chè balzarono spaventate per vedere che cosa fosse.
Quando Titta ebbe intorno pressochè tutta la famiglia del duca, si volse al maggiordomo don Inigo, e gli disse:
— “Vengo pei servigi dello eccellentissimo signor duca: arrivo pure ora, e preme che io consegni a Madama la duchessa una lettera.”
— “In cotesto arnese Vostra Signoria non può presentarsi alla nostra padrona; fatevi in prima orrevole come conviene, e poi mi proverò di annunziarvi.”
Condottolo in guardaroba, gli fe trarre gli usatti polverosi e ogni altra veste, e ricopertolo dell’assisa orsina, lo confortò ad aspettare tanto che avvisasse la signora duchessa.
Isabella non dormiva: il sonno da gran tempo non iscuoteva più la quiete dalle sue ale sopra cotesti occhi infelici; ed anche senza invocarlo ella lo lasciava passare, imperocchè, se acerba la travagliava la veglia con gli argomenti del pensiero, assai più doloroso la stringeva il sonno con i suoi torbidi fantasmi. Ormai rassegnata al destino imminente, per cosa che avvenisse non si turbava; chiudeva le pupille, e mormorava sommessa: — In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum. — Sentì schiudere l’uscio della stanza, le parve che alcuno le domandasse se potesse entrare, e rispose con un [pg!284] moto, ch’ella non sapeva se consentisse o negasse, sicchè rimase maravigliata altamente quando riaprendo gli occhi si vide un uomo davanti col ginocchio piegato presentarle sopra un cuscino di velluto cremisi una lettera. Nudrita nelle maniere contegnose di corte, tolse la lettera con un tal quale piglio affatto principesco, e lesse la carta, poi la commise nelle mani del maggiordomo, ordinando:
— “La riporrete, don Inigo, nello archivio. — Alzatevi. — Don Inigo, date a questo soldato la solita mancia dei corrieri; anzi doppia, perchè la nuova che porta mi giunge oltremodo gradita. Inigo, tra pochi giorni dopo tanto lunga assenza noi rivedremo il serenissimo signor duca. — Dio vi abbia in guardia. Buona notte: andate.”
E quando ebbero preso commiato, Isabella, senza avvertire se qualcheduno ascoltasse le sue parole, dal lettuccio ove si era posta a giacere, di nuovo così favellò a madonna Lucrezia Frescobaldi, sua dama di compagnia:
— “Madonna Lucrezia, noi siamo pronti a fare la nostra dipartita, sicchè parmi bene che ci abbiamo a provvedere di viatico.”
Madonna Lucrezia apparteneva alla generazione di quelle pallide e sfumate creature, le quali sogliono accompagnare i potenti: vengono con la fortuna, e vanno con essa; non già perchè triste o maligne, ma perchè sta nella loro natura a guisa dello elitropio di volgersi a seconda della curva del sole; [pg!285] partecipano della famiglia delle foglie, che come nascono con la primavera, così vengono meno nello autunno. Volontà propria non possiedono, a negare o ad affermare incapaci; nel modo che i barometri si modificano alle impressioni dell’aria, le menti loro si piegano giusta la volontà dei loro signori. Pericolosissima gente questa fu sempre considerata e si considera anche adesso, imperciocchè dove i signori non incontrassero voglie tanto disposte a servirli, forse assai meno cose oserebbero di quelle che noi li vediamo avventurare ogni dì; molto meno poi se trovassero anime come quelle della popolana Maria, che promettono obbedienza e la prestano, ma non vendono la coscienza, e quando arrivano in parte ove è mestieri dispiacere al padrone della terra o al Signore del Cielo, confidando in colui che veste il giglio della valle, alimenta anche il tardigrado, poveri e soli si mettono a perigliare pel deserto della vita esclamando come il patriarca Abramo: — Dio provvederà!
Ma i potenti di rado possiedono amici; troppo gran copia di beni avrebbe loro compartita la fortuna. Tolgano esempio da quel re di Spagna, se desiderano stare in compagnia di un amico; — si facciano dipingere insieme con un cane.
Madonna Lucrezia pertanto, affettuosa come la regola del tre, rispondeva:
— “Serenissima, faccia quello che il suo cuore le ispira.” [pg!286]
— “Sì, ho deliberato confessarmi a Dio delle mie colpe; ma io vorrei qualche santo uomo, veramente maestro in divinità, il quale sapesse confortare l’anima stanca, e porgere riposo alla mente combattuta dal dubbio. Vi corre alcuno alla memoria, che fosse capace da tanto?”
— “Io non saprei.”
— “A me parrebbe adattato al mio bisogno quel frate di San Francesco chiamato Padre Marcello, che mena tanto rumore per la città...”
— “Serenissima, anche a me ne parrebbe bene.”
— “Però non si converrebbe chiamarlo, perchè forse non consentirebbe a venire; o venendo, ciò non potrebbe succedere così segretamente che gli oziosi non lo giungessero a sapere, e a me sopra modo talentano la discretezza e il mistero...”
— “La dice saviamente, Serenissima; salvo onore dell’Ordine, talvolta cotesti Padri accolgono più superbia sotto quel saio, che un barone sotto un mantello di broccato.”
— “E andando io alla chiesa, potrei di leggieri venire conosciuta.”
— “La non v’è cosa più facile...”
— “Forse.... domani no.... chè ormai è tardi troppo, ed io mal potrei in tanta angustia di tempo concentrarmi in me stessa, e ricercarmi come conviene nell’anima...”
— “Certo, in così breve ora non le sarà dato [pg!287] di rammentare tutti i suoi peccati, Eccellentissima Signora Duchessa...”
— “Che cosa sapete voi dei miei peccati? E quali, e quanti essi sieno? Chi vi ha detto che mi riuscirà ricordarli difficile?”
La Lucrezia, per troppa voglia di compiacere alla sua padrona, seguendo l’usato costume, assentiva dove aveva a dubitare. Il cortigiano anco il meglio sparvierato qualche volta incappa in questo; ma se lambisce la meta, di rado riurta dentro così, che gli si rompa il carro. La Lucrezia poteva rispondere: — Eh! mia signora, se mi sono coperta con la mano la faccia, sappia che tra dito e dito ho avventurato un occhio a modo della Vergognosa di Campo Santo, e ne ho vedute anche troppe. — Ma figuratevi! Costei non avea pur balía a concepire cosiffatti pensieri; li avrebbe cacciati come una tentazione del demonio: però rispondeva come d’ispirazione:
— “Per una coscienza dignitosa e schietta come la sua, che di tutto si fa scrupolo, che ogni fuscello converte in trave... capisco bene che lo esame di coscienza la è cosa seria... Certo, volendo bevere grosso come tante e tante costumano!.... Ma per lei, Serenissima, mi pare abbia ad essere cosa seria....”
Sono eglino di vecchia data gli ami da pescare? Io per me penso che con essi da Adamo in qua abbiano preso i pesci. Così, per quanto sia l’adulazione antica, per quanto ogni uomo giuri conoscerla e detestarla, non ostante per virtù di lusinga rimasero [pg!288] presi, e sempre si prenderanno gli uomini, e specialmente le donne. Se ne persuada chi legge; noi siamo ordinati a ricordarci della esperienza e dei suoi insegnamenti, come delle rondini che passarono pel nostro cielo, come del fumo che uscì dal nostro cammino dieci anni indietro.
Isabella, comecchè avesse voglia di altro, pure sorrise sentendosi lodata, e Dio sa quanto a diritto.
— “Domani l’altro mattina ci potremmo levare per tempissimo, e coperte di una mantiglia nera andarcene in Santa Croce, e farvi le nostre devozioni, e tornarcene inosservate a casa quando fosse ancora buona otta.”
— “Maisì, Serenissima, che la mi pare ben pensata con la solita eccellenza del suo ottimo giudizio.”
“— Bene, via; fate che la cosa rimanga in voi, e non la manifestate ad anima viva....”
— “Per questo poi la Serenità vostra conosce la fedeltà e discretezza mie....”
— “Andate a riposarvi, chè l’ora si fa tarda: e domani potrei forse chiamarvi di buon mattino.”
— “Dio la tenga nella sua santa custodia.”
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Non pellegrino mai, nè romeo, pervenne a toccare tanto devotamente il luogo del suo pellegrinaggio, come Titta sedeva alla perfine a mensa. In così ampia copia di cibi e di bevanda, presto ebbe sazia la fame, ma per la sete fu ben altra cosa; imperciocchè, come la fiamma cresce per legna che [pg!289] vi gettiamo sopra, dal bere riardeva in lui più intensa l’agonia del bere. Però Titta non era uomo da lasciarsi rubare la mano della ragione dal vino: troppo ve ne sarebbe voluto; tuffava così la sua intelligenza nel vino come le anatre diguazzano pei laghi, o piuttosto a guisa dei destri nuotatori che toccato appena il fondo tornano a galleggiare sopra la superficie; e in cotesta mezza veglia del pensiero egli si mostrava più che mai fosse astuto e maligno. Accade sovente all’anima, che nella pienezza dello esercizio delle sue facoltà non abbia potenza d’immaginare o definire una cosa, che alla mattina, non bene occupata dai sensi negli ufficii consueti, vede mirabilmente distinta per mezzo ai tenui sogni che precedono la vita come l’alba precede al giorno. In questo modo stesso noi vediamo uomini mezzo ebbri molto meglio concepire e operare, che se fossero affatto sani.
I servi, considerando come con costui non si finisse mai, si erano dileguati mano a mano, ed egli secondo il suo desiderio rimasto solo con la Giulia, così riprese a favellare:
— “O Giulia! O vino! O carte! O stelle polari di questa mia vita; che cosa diventerebbe il mondo senza di voi? Una lanterna spenta, una candela senza lucignolo, una lampada senza olio. Se qualcheduno mi dicesse: — Tu hai a scegliere: — io risponderei: — Non posso; — perchè Giulia non può stare senza il vino, e il vino non può stare senza le [pg!290] carte: e sono cose queste come Ser Cecco e la Corte del Berni:
Ser Cecco non può star senza la Corte,Nè la Corte può star senza Ser Cecco....
Esse vivono necessariamente insieme; formano tutte una sostanza sola; esistono unite come l’anima e il corpo. Togliete l’anima al corpo, e voi vedrete questo disfarsi come Giulia si disfarebbe senza il vino, e il vino si disfarebbe senza le carte. Giulia!....“
— “Io per me non m’intendo di tanti riboboli; ma chi sa a quante tu li avrai già detti.... E’ mi hanno aria le tue parole di panni vecchi; che per troppo uso e’ cascano a pezzi....”
— “O Giulia! Io ti giuro da gentiluomo, foi de gentilhomme, come diceva Francesco I di Francia, che quello che ho detto a te non l’ho mai detto a nessuno....”
— “Certo a nessuno....”
— “Credilo come credi al pane: io per amore mi sento un Mongibello, ma per costanza sono fermo come le Alpi....”
— “E al danno aggiungi lo strazio contro me povera femmina; che ora fanno non so nemmeno io quanti mesi, che ti piango e ti desidero invano, stancando con le mie preghiere e coi miei voti tutti i Santi del Paradiso....”
— “O Giulia!”
— “E sì, che in questo tempo non mancarono i lusinghieri che mi venissero attorno, e persone che [pg!291] mi promettessero mari e monti: ma di loro non m’incresce; bensì duolmi di un povero giovane, che le tentò tutte per innamorarmi, e vedendo di non vi potere riuscire si precipitò....”
— “Nella osteria del Fico....”
— “Come, mi faresti tu il torto a non ci credere?....”
— “Ma Giulia, come vuoi tu che creda siffatte cose io che le ascolto, mentre neanche tu, che le dici, le credi! — Non t’ingrugnire, no; viemmi accanto; senti, quando io ti abbraccio, parmi abbracciare il genere umano. — Non t’ingrugnire, no, figliuola mia; senti, ragioniamo sul sodo. — Io vorrei dalle procelle della vita ripararmi in un porto di pace; e tu potresti ripararvi meco, perchè, Santa Vergine, in qual parte posso sperare riposo in cui tu non sia? Delle cose passate non si avrebbe a parlare: io celebrando teco il sacrosanto matrimonio, farei delle tue venture come un grandissimo bucato nelle acque del fiume Lete. Che cosa m’importa domandare alla fontana che mi disseta oggi: — Chi hai tu abbeverato con l’acqua di ieri? — Gli anni passano, Giulia; e bisogna armarci di provvidenza...”
— “Ma e’ mi pare, che tra i miei e i tuoi qualche dozzina ne corra....”
— “Poni da parte, Giulia, un momento queste giullerie donnesche, e ricorda che voi altre siete fiori: crescete presto, cessate presto, e il meglio [pg!292] che rimanga di voi è la memoria. Io ti ho detto di ragionare sul sodo. Ormai scorsero anni ben molti, ch’io mi accomodai per lancia spezzata col signore duca Paolo Giordano: io ho rilevato per lui parecchie ferite: una volta, nella battaglia di Lepanto, se io non era, un Turco gli tagliava netta la testa come un giunco, e nonostante io mi rimango lancia spezzata. E la finisse qui: ma io sempre ho visto i cavalli da carrozza scendere alla carretta; e un giorno o l’altro noi ci possiamo trovare, prima di muovere le piante al gran viaggio, a fare una posata nello spedale di Santa Maria Nuova....”
— “Ma come rimediarci? Tu mi pai un po’ parente dei topi, che volevano attaccare il campanello al collo del gatto....”
— “Femmina, stammi a udire, imperciocchè sia provato che noi altri uomini possediamo molto maggiore comprendonio di voi. — Bisognerebbe pertanto poterci mettere da parte un gruzzolo di moneta, e poi vedere di aprire una botteguccia dove condurre qualche traffico di buona riuscita. Tu ci accudiresti, ed io ti aiuterei a badarvi, e m’ingegnerei in altre faccende....”
— “Non lo aveva io detto, che tu raccontavi la novella dei topi? per far queste cose ci vogliono di danari....”
— “Certamente, e con la tua dote....”
— “Io non ho dote....”
— “Non hai dote? O Giulia!” [pg!293]
— “O Titta!”
— “Allora l’ultima parola è detta fra noi. — Addio.... Tu vêr Gerusalemme, io verso Egitto, come disse Alete ad Argante.”
— “Ma, o che non potremmo fare il matrimonio senza dote?”
— “Non si può: la dote, vedi, Giulia, è proprio come la veste del matrimonio; senza di lei comparirebbe ignudo; e tu pensa quanta sarebbe indecenza mostrare un così solenne sacramento ignudo. — E se volgiamo il pensiero ai tempi antichi, noi sappiamo le Muse esser rimaste fanciulle in casa, perchè Apollo non poteva provvederle di altra dote che di foglie di alloro....”
— “Però tu non puoi darmi ad intendere che della moneta non ne abbi acquistata; e dove l’hai messa?”
— “Tutta spesa in opere pie, Giulia, in opere di carità: e gli amici mi devono un tesoro. Come fare? Quando ne ho, non mi riesce ricusarli; e così mi ritrovo al verde troppo più spesso ch’io non vorrei.... Però ritorneranno un giorno, ma adesso non vi è da farne conto....”
— “Via, nè io poi voglio dirmi del tutto strema: ma la è piccola cosa....”
— “Ogni pruno fa siepe; con la buona voglia e il lavoro sì alza la cupola del Duomo. Ora dimmi, quanto tieni tu in serbo? Mil....?”
— “Cen....” [pg!294]
— “O Giulia!”
— “Un cento di ducati....”
— “Ahimè, non servono a nulla!”
E Giulia si strinse nelle spalle. Titta stato alquanto sopra di sè, continuava:
— “Ma non è mai lecito disperare della patria, come disse Temistocle: se tu mi aiuti, ci è modo di venire a capo della fortuna. Stammi attenta, femmina.... Tu dei sapere che il duca mio signore è uomo astioso...”
— “Peggio per lui...”
— “Gli si è cacciata in testa una strana fantasia; egli pretende che la gente sopra la rinomanza di Colombo, di Amerigo, dei Cabotto, del Pigafetta, e degli altri abbiano a tirare di frego; egli vuole fare una scoperta prodigiosa. Non basta: egli intende che tutto il mondo la sappia; e a questa scoperta lo abbiamo ad aiutare noi...”
— “O virtù del vino!”
— “Femmina, ascolta. Questa scoperta consiste nel conoscere che la sua moglie gli è infedele. Notizie traverse gliene sono pervenute, ma egli vuole saperle di certa scienza, e toccare con le sue mani; allora confiderà questa bellissima cosa alle sette trombe della fama, ed anzi io penso che la farà stampare dal Torrentino in ottavo.... — Fàtti più in qua, ch’io vo’ parlare basso. — Egli, il duca, mi ha mandato a posta per vedere come va la bisogna, e per riferirglielo; e dove io gliene porga notizia certa, mi [pg!295] ha promesso trecento ducati di presente, oltre la grazia sua in perpetuo, e comodi quali io sappia desiderare maggiori....”
— “Di’ tu da senno!”
— “Rammentami un santo in cui tu abbi fede; io giurerò per quello. Così, per mercè tua, noi guadagneremo la moneta, e mettendo co’ tuoi trecento scudi...”
— “Ho detto cento.”
— “Cento scudi con questi trecento ducati, avremo messo insieme quanto abbisogna per mandare a compimento le nostre nozze...”
Allora la donna improvvida e malvagia prese a raccontare quanto sapeva (e ne sapeva anche troppe) sul conto della propria signora, la quale sopra le altre donne della sua famiglia l’aveva prediletta e prediligeva, e molto anche aggiunse per aggravarla; finalmente gli partecipò, siccome stando ad oregliare, secondo il suo costume, alla porta della duchessa, aveva ricavato che il giorno appresso di buon mattino sarebbe andata a confessarsi da Padre Marcello di San Francesco. A Titta sembrò adesso conoscerne più assai di quello che gliene facesse mestieri. La donna non rifiniva più di dire; come i ciechi, che, secondo porge il proverbio, con un soldo cominciano, e per due non ismettono. — Titta pensando come ormai nulla giovasse vegliare, si lasciò in balía del sonno; e la donna infervorata stette un pezzo prima di accorgersi che il suo futuro marito dormiva profondamente. [pg!296]
— “Pensa quando saremo maritati!” esclamò ella; e stizzita datogli con la mano un grande urto sopra la spalla, si ridusse a dormire nella sua stanza.
————
Il suono che spinse Titta fuori del suo corno, colpì nel palazzo Orsini un’altra persona, e questa fu Troilo. Egli si sentì il cuore oppresso di affanno: balzò da giacere appoggiandosi sopra il gomito destro, e spinse fuori dalla sponda del letto ambedue le gambe; poi irresoluto ristette, tese lungamente l’orecchio per conoscere dal moto qual caso fosse avvenuto, e poichè quindi in breve tutto tornò nel suo primo silenzio, egli si fece animo per vestirsi, e scendere cautamente alle stanze della duchessa.
— “Entrate” disse Isabella con voce pacata e sicura, quando senti toccare la porta della sua stanza: e Troilo entrò. Ella non sorpresa, non paurosa, gli volse uno sguardo, e riprese tranquilla la consueta attitudine. Troilo fu il primo che incominciasse a favellare così:
— “Isabella, non sapete voi che Paolo Giordano sta per fare ritorno a Firenze?....”
— “Lo so.”
— “E come lo sapete voi?”
— “Per lettere che mi ha mandato, le quali dicevano che fra pochi giorni si sarebbe ridotto a casa....”
— “E non avete voi letto altro in coteste lettere?” [pg!297]
— “Null’altro....”
— “E sì, che io so che vi stava scritta un’altra notizia, almeno dovevate voi leggerla.”
— “Quale?”
— “Che voi all’arrivo di Paolo Giordano sarete fatta morire di mala morte....”
— “Dio disponga di me come gli piace. Troilo, io sono apparecchiata a morire....”
— “Che parlate voi? Voi avete un mondo intero a percorrere: piena di forza, di potenza e di bellezza, come consentirete a lasciare una scena dove sostenete così bene la vostra parte? Quando il frutto è acerbo, non deve lasciarsi scuotere dai rami della vita. E forse voi non aveste mai tempo migliore di questo per godere convenientemente delle cose umane, nè troppo facile a lasciarvi portare dalle illusioni della giovanezza, nè troppo esitante, per le incertezze degli anni che declinano. Ecco incominciare per voi la stagione di cogliere i fiori della esperienza....”
— “Io sono decrepita nel cuore, e amo la morte come non ho mai amata persona nel mondo....”
— “Ma voi fate onta alla Provvidenza divina, e a voi stessa. Non vi lasciate andare a così tristo abbattimento; voi potreste pentirvene, e forse sarebbe tardi. Su, via, prendete animo; non vi sconfortate, per Dio!....”
Isabella piegò lo sguardo, e tenutolo alquanto fermo sopra Troilo, soggiunse:
— “Gran mercè! Tenete per voi il vostro coraggio; [pg!298] io ne serbo quanto basta. Troilo, quando il rimanermi qui non fosse ferma deliberazione dell’animo mio, pensate voi che mi avanzasse per avventura altro partito da prendere? No. Fuggendo, io mostrerei al mondo la mia vergogna. Quello ch’è incerto, o pochi conoscono, io paleserei; più della colpa assai direbbe la paura, quindi maggiore assai la necessità della vendetta. E poi, in qual parte potrei io ripararmi nella quale, ferro, o laccio, o veleno non mi aggiungessero? E concesso ancora ch’io sapessi rinvenire luogo capace a difendermi, io ho meditato sopra il soccorso che l’uomo ci getta come un tozzo di pane al lebbroso; ho sentito la rampogna acerba e incessante mossa contro la mia colpa, non perchè biasimevole, ma perchè manifesta; ho sentito la pietà che rode le ossa, e la compassione che avvelena il sangue; ho visto gli sdegni superbi, i sorrisi amari, i presti fastidii; e brividi di morte mi agghiacciarono da capo alle piante. — No, meglio morire di un colpo, che disfarci atrocemente sotto questo martirio rinnovato di giorno in giorno, anzi pure di ora in ora, di minuto in minuto. Prometeo non iscelse per certo la vita a patto di sentirsi divorare le viscere dallo implacabile avvoltoio.”
— “Questo vostro sbigottimento nasce, Isabella, dal non avere saputo immaginare rimedio altro diverso che la fuga: altri partiti ci avanzano....”
— “Io non so vederli....”
— “E sono i più agevoli....” [pg!299]
— “Se provvedessero con sicurezza alla onestà!..”
— “Persuadetevi, che più certi non si possono dare.... Paolo Giordano ci vuole morti; e questo noi abbiamo a ritenere per fermo. Ora, — dacchè noi non possiamo più stare in questo mondo assieme, — dacchè qualcheduno di noi ha da scegliere diversa dimora, egli n’esca, che ci vuole cacciare, non noi, che ce lo avremmo tollerato a grande agio....”
— “E così allo adulterio aggiungere l’omicidio? E per ammenda di un delitto commetterne un altro, che offende più gli uomini, e Dio?”
— “L’uno è quasi il figliuolo primogenito dell’altro; e la necessità scusa; imperciocchè quale precetto o quale legge c’impone rispettare una vita, che si è convertita in pugnale per trafiggere la nostra? Porgiamo ascolto alla natura, benignissima madre, che mai non falla; e questa vi dirà che delle due cose, uccidere od essere ucciso, meglio è uccidere....”
— “Voi mi fate ribrezzo.”
— “E perchè?”
— “Perchè, se io interrogo il mio cuore, una voce mi grida: — Quale precetto mai, quale legge ci persuade a punire colui che non commesse la colpa? Quale giustizia sopporta che facciamo una vittima perchè commettemmo un delitto? No, così non si cambiano le parti nè in questo mondo nè in quell’altro....”
— “All’altro penseremo poi; per ora pensiamo [pg!300] a questo Voi, Isabella, dovete pure avere appreso da vostro padre il modo di comporre una bevanda soave al gusto, e che addormenti dolcemente.... e non faccia risvegliare mai più....”
— “Ahi tristo! Voi vorreste rinnovare gli orrori della famiglia di Atreo....”
— “No, io non intendo incominciare nulla di nuovo; basta che continuiate nella pratica dei domestici esempii....”
Isabella declinò la faccia diventata alcun poco vermiglia; poi sollevandola, e scuotendola da una spalla all’altra siccome era suo costume, riprese con voce risoluta:
— “Ebbene, questo delitto non contaminerà le carte della storia: la casa nostra non avrà la sua Clitennestra; e dove voi, Troilo, vi avvisaste concepire sinistro disegno sopra la vita del vostro cugino, guardatevi! Io lo difenderò con tutte le mie facoltà; eziandio con la vita....”
— “Isabella, voi non potete separare la vostra fortuna dalla mia: noi volenti strinse per poco lo amore; noi non volenti stringe adesso con nodo indissolubile il delitto....”
— “Questi sono vincoli pei codardi; io non ho paura, e li rompo....”
— “Pur troppo io conosco che non avete paura, e pur troppo io comprendo in che cosa vi affidate.... A voi arride la speranza del perdono; voi riposate sopra le parole accorte, le arti del simulare, la voluttà [pg!301] degli amplessi.... — Si, tu, malvagia femmina, nei tuoi artificii confidi; e se a consacrare la tua pace ti fia mestieri un sacrificio e una vittima, ecco, il mio capo è destinato alla espiazione di lutti....”
— “E allora fuggite, riparatevi altrove. Vi preme forse necessità di averi? Io posso darvi quanto desiderate; — prendete tutto quello mi trovo a possedere di contante e di gioie: — pel viaggio ch’io sto per imprendere, nulla giovano i danari.”
— “E se voi temevate i sicarii, voi cugina di Caterina di Francia, come me ne potrò salvare io senza protezione e senza appoggio? Se voi contrista il pensiero dei soccorsi scarsi, tepidi ed anche acerbi, come potrò sperarli io larghi, efficaci e piacevoli? Invano tentate comparire generosa con largire soccorsi che non giovano, e persuadendo provvedimenti che non assicurano. Qui non vedo altra via tranne il veleno....”
— “Ed io vi giuro sopra l’anima mia che Giordano vivrà....”
— “No, tu devi avvelenarlo....”
— “Se tu non movessi la mia compassione, mi moveresti il riso....”
— “Ora ascolta, e ridi a tua posta poi. — Noi abbiamo un figlio. Io già immaginava la tua perfida ostinatezza. Togliti cotesta larva di pentimento, invereconda! e sappi che col mio sangue tu non farai il lavacro delle tue sozzure, per Dio! — Noi abbiamo un [pg!302] figlio: io ho già mandato per lui; e se tu non consenti a salvarmi, — e a salvare anche te stessa, sconsigliata che sei, — prima che sorga il sole io te lo getto trucidato nelle braccia. — Morto che sia Giordano, noi ci sposeremo, non già perchè possiamo tornare ad amarci mai; anzi, se tu mi aborri, piacemi significarti che io pure nientemeno ti aborro; ma per placare la cupa superbia degli orgogliosi tuoi fratelli, che presumono nessuna nobiltà al mondo possa pareggiare la loro, e furono poc’anzi mercanti; e ci assentano la vita.... E tu starai volentierosa lontana da me, come io con tutto il cuore ti giuro fuggirti le mille miglia lontano....”
Mentre Troilo queste parole con feroce passione profferiva, Isabella manifestava ad ora ad ora segni d’impazienza, d’ira, e di voglia accesa a usare qualche mal tratto contro il cavaliere villano; ma con immenso sforzo si represse, e quando costui ebbe terminato, ostentando nel sembiante e nella voce una serenità che certamente l’era lontana dall’animo, rispose:
— “Egregio padre in vero, che ricorda i figli soltanto per trucidarli. Troilo, il cuore della femmina può errare ed essere ingannato, quando è amante; ma non s’inganna nè erra, allorchè è madre. Tu ti flagelli invano nei tuoi truci disegni; — il tuo figliuolo adesso si trova in parte ove non teme le tue carezze paterne....”
— “Anche il figliuolo mi hai tolto?” [pg!303]
— “E ardisci lagnarti ch’io lo abbia salvato dalle tue mani parricide?”
— “Rendimi il figliuolo! — Rendimi il mio figliuolo! io ti sego le vene....”
— “Ferisci!....” — E Isabella pallida in volto del pallore della morte, ma pure pacata, gli porgeva nuda la gola. Troilo stette alquanto sopra di sè, e quindi mormorò:
— “E che cosa importa a me la sua morte? Io voglio vivere....” E ripose nella guaina lo stile. — Poi allo improvviso, come vela dianzi tumida per forza di vento, al cessare di questo cade giù inerte lungo l’antenna, quel suo cuore codardo, privo affatto di costanza, si avvili; un rivolgimento stupendo quanto improvviso si operò dentro di lui; e di baldanzoso diventato timido, con occhi incerti, con voce dimessa, rivolgendosi ad Isabella, in sembianze che s’ingegnava rendere supplichevoli, ed erano abiette, proseguiva:
— “Deh! Isabella; quello che la passione mi spingeva sopra le labbra obliate, vi prego: il sangue invade la mente, e l’uomo non sa talvolta quello che si dica o si faccia. Voi sarete perdonata, io lo spero e desidero; solo che voi vogliate (tanto dono di persuasione, di bellezza e di grazia il cielo vi concesse), Paolo Giordano non caccerà le sue mani nel vostro sangue. — Deh! ottenendo il vostro perdono, ottenetemi anche il mio; o se, accorta come siete, vedrete che possa giovarvi negare, negate: della discretezza [pg!304] mia non dubitate punto, chè troppo grossa posta ne corre anche a me; e a tempo debito, voi favorendomi, prenderò commiato da questa casa funesta, continuando nella milizia, dove a questa ora avrei acquistato grado e nome distinti. — Me lo promettete voi, Isabella? Posso contarvi? Parlate di grazia.... parlate. — Non mi lasciate qui sopra le spine: mi sento l’anima contristata di angoscia ineffabile; vi ricordi finalmente me essere padre del vostro figliuolo...”
— “Valeva meglio non rammentarlo, Orsini; in verità era meglio. Comunque sia, nel modo che avrei difeso Paolo Giordano difenderò voi. Menzogne io non dirò certo, ma ove possa onestarsi la colpa, per amore di tutti io lo farò; e se Dio mi dà vita, m’ingegnerò conseguire, se non perdono, pietà. Ormai per me non può più darsi gioia nel mondo; pure io mi terrò meno infelice assai, sapendovi avventuroso. Ora partite, Troilo, io ho bisogno di pace....”
E Troilo, declinata la testa, con le braccia in croce sopra il petto, si allontanava.
Isabella gli tenne dietro col guardo, e intese lungamente fissa nella porta donde costui era sparito: di subito dandosi forte del palmo aperto dentro la fronte:
— “Misera!” esclamò; “me misera! per quale uomo io ho perduto la mia dignità di donna, e la salute dell’anima....” [pg!305]
Era una notte di luglio limpida e serena, e le stelle alternavano per le sfere i loro moti celesti, piovendo una rugiada di luce sopra la terra, che non merita tanto sorriso di amore. I tempi, le cose, e gli uomini che vedeste allora, voi raggi castissimi, tornarono morendo colà donde uscirono prima di nascere: altri, bene altri voi vedrete uomini, e tempi; ma quella luce che emana da voi durerà eterna, o come tutti gli altri fuochi vi consumate ardendo? È scritto, che un giorno Dio sperderà in atomi, che non s’incontreranno mai più, questa massa di fango insanguinato che noi chiamiamo terra; e bene sta, — e quasi tarda che sia: ma è scritto parimente, che i vostri amabili occhi si spengeranno, e Dio vi chiuderà le palpebre come a vergini morte in mezzo ai tripudj della vita. La voce dell’Eterno, pari al muggito di mille oceani in tempesta, tornerà a fremere per le solitudini sterminate delle tenebre e dello abisso. Di tanta immensità di cose create non rimarrà nè uno eco, nè una memoria, nè una ombra; — come l’occhio cerca e non trova la goccia caduta nel mare, come l’occhio cerca e non trova la stella che scende giù dallo emisfero per le notti di estate; così il tempo fie che precipiti nel seno della eternità; — questa madre terribile ucciderà il suo figlio stringendolo nelle braccia, e lo seppellirà nelle proprie sue viscere. O Signore, e come può l’uomo pensando alla morte delle stelle conservare nel cuore disegni sinistri? Migliaia di secoli scorreranno prima che le stelle [pg!306] cessino di narrare nei cieli le glorie di Dio; — e da mille secoli prima che ciò avvenga questo mio ente diviso in molecole infinite sarà agitato pei vasti regni della natura. E nonostante, considerando come un giorno avrete a morire anche voi, bellissime luci di amore, mi cade l’animo sbaldanzito, e mi pare cosa del tutto a concepirsi impossibile come gli uomini, creature di un minuto, incontrandosi passando sopra una terra che passa con loro, invece di sollevare la mano per percuotersi, non si balenino un riso, e si dileguino nel nulla, apparizione leggiera, fugace, ma almeno gioconda.
Per questa notte, un uomo, come serpe che striscia, attenuando la persona, rasentando lungo i muri, coprendosi col più denso delle tenebre, e levando talvolta la testa per imprecare al raggio remoto di cui le stelle sono pie alla squallida terra, si affrettava verso un luogo determinato. Questo luogo fu il convento di Santa Croce. Giunto alla porta del chiostro, tirò pianamente la corda del campanello, moderando la voglia che si sentiva grandissima di dargli tale strappata, da svegliare tutto il Convento: si pose ad origliare alla commessura, e poichè non gli parve sentire muovere passo, lasciato trascorrere convenevole spazio di tempo, tornò a suonare di nuovo: e così ripeteva quattro volte e sei, e già era trascorso in alcuno atto d’impazienza, quando gli sembrò udire, e udì certo, qualche rumore di dentro: si ricompose subito, e si acconciò la persona a devozione. Una [pg!307] mano franca aperse deliberatamente la porta: e per quei tempi non era poco; conciossiachè vivessero in tanto sospetto, che per aprire in ora tanto avanzata desiderassero segnali e contrassegni, come si costuma nelle fortezze assediate; e nel punto medesimo una voce piena, e non pertanto piacevole, favellò:
— “Deo gratias: che domandate voi nel nome santissimo di Dio....”
— “Reverendo Padre,” rispose lo sconosciuto “Dio in questo momento chiama a sè un solenne peccatore. Come tutti i nodi giungono al pettine, così in questa terribile ora gli tornano a mente i commessi misfatti, e dispera della misericordia divina, e bestemmiando coloro da cui nacque, e l’ora in che venne al mondo, corre presentissimo pericolo di morire dannato...”
— “Misero lui perchè peccava; più misero assai, perchè dispera della misericordia del Signore!....”
— “E così mi affaticava a dimostrargli io; ma come ignorante di divinità, ho veduto fare poco frutto le mie parole: tuttavolta non ho mai smesso di raumiliarlo, e persuaderlo a credere, che alla per fine ogni cosa si accomoda, che Dio è tanto vecchio, e ne ha vedute tante e poi tante, che adesso non deve starsi sul difficile, e cercare il nodo nel giunco, e il quinto piede al montone; che un bel bucato di pentimento, ma di quello proprio vero, ha lavato bene altre colpe che le sue per avventura non sono...” [pg!308]
— “Certo, grandissima è la virtù del pentimento, e Dio come il buon pastore si travaglia principalmente dietro la pecora smarrita.”
— “E il moribondo ha detto: — Ma chi ardirebbe presentare la mia anima a Dio, senza paura che non si coprisse gli occhi con le mani? Chi leverà per me una preghiera, senza paura che le vengano chiuse le porte del cielo in faccia? Un solo... un solo giusto io conosco al mondo, che varrebbe a ispirarmi un filo di fede.... ma è troppo tardi.... egli non verrà.... a questa ora rinfranca con breve riposo le membra affaticate nelle opere di Dio... Ahimè è troppo tardi!... E traendo doloroso guaito, si rotolava smanioso per il letto. Alla fine mi riusciva a fatica a cavargli di bocca il nome di questo venerabile uomo, che certamente non vuolsi negare santissimo e dottissimo, essendo questo vostro reverendo Padre Marcello, che Dio sempre letifichi. — E comecchè l’ora sia tarda, nonostante mi è parso bene mettermi in avventura, sperando che mi sia conceduta la grazia di potere anch’io povero peccatore contribuire alla salvazione di un’anima battezzata....”
E siccome il frate stava pensoso sopra sè, e non rispondeva, egli soggiunse ponendo tra una parola e l’altra certa pausa studiata:
— “Oltrechè, essendo il moribondo fuori di modo ricchissimo, e grande mercatante, nè per quanto io mi conosca avendo figli, o parenti se non lontanissimi, ho pensato che inestimabile quantità di pecunia [pg!309] avrebbe lasciato per essere spesa in opere pie, elemosine, uffizii, eccetera.”
Però il frate non aveva punto dato ascolto al ragionamento finale di costui: e allo improvviso, come se risensasse, favellò:
— “Tanto, morire una volta dobbiamo; e la migliore delle morti sicuramente è quella che noi incontriamo nel servigio di Dio. Questa vita di sospetto sembra una morte di tutti i momenti. — Dabbene uomo, tu nella semplicità del tuo cuore consigliasti come il più dotto dei Padri della Chiesa. Dio volle dare mercede uguale tanto agli operai che vennero matutini, quanto agli altri che si fecero verso sera alla sua vigna. La carità non guarda l’orologio; e l’ora più luminosa per lei è quella in cui può portare maggiore soccorso ai poveri afflitti. La carità operata nel buio della notte è quella che più si manifesta all’occhio di Dio. La casa del Signore non rimane mai vuota: picchiate, e vi sarà aperto. La fontana della pietà celeste non viene mai meno: domandate, e vi sarà dato da bere; — il sangue del Redentore scorre perenne lavacro per le anime pentite e umiliate. — Certo, pieni di pericolo camminano i tempi, e mani invisibili percuotono i sacerdoti. La religione adesso geme sopra il sangue dei martiri che bagna la terra senza fecondarla. E vi è chi vuole la religione sua ancella, anzi pure complice, e presume vestirla della sua assisa; le proprie armi gentilizie sostituire sopra la stola alla Croce, e stipendiarla come una lancia [pg!310] spezzata. — Tolga Dio tanta infamia: la religione ha mandato di mettersi in mezzo fra l’oppresso e l’oppressore, salvare il primo sotto le fimbrie del sacro manto, guardare in faccia il secondo, lanciargli contro l’anatema, e trascinarlo pei capelli davanti a un tribunale dove egli è polvere... Ma questa città ha lapidato i suoi profeti; — gli angioli piansero quando videro Fra Girolamo arso dal popolo, e pei cieli corse un lamento: — O Signore, o Signore, è forse venuta la fine del mondo? — Come nello uffizio della settimana santa al terminare di ogni salmo spengono un lume; e quando saranno spenti tutti, batteranno le tenebre, e come ferocemente! — Tu mi potresti ingannare. Giuda tradì Cristo baciandolo; ma io voglio piuttosto essere tradito una volta, che sospettare per tutta la vita.... Va innanzi, uomo; ch’io ti vengo dietro....”
— “Come, siete voi?....”
— “Io sono Frate Marcello. Gli altri dormono, ma a me il Signore ha detto: — Veglia, perchè la tua vita sarà breve, e dormirai presto i sonni perduti dentro il sepolcro. — La preghiera è la mia sposa, la predicazione la sorella, il pianto la mia voluttà....”
E tratto a sè l’uscio, si cacciava dietro ai passi dello sconosciuto.
Lo sconosciuto, il quale (imperciocchè io non ami procedere per via di sorpresa) era Titta, camminava a capo chino con passi obliqui come persona presa fortemente da qualche passione; e di [pg!311] vero la cosa stava siccome appariva. Egli, che aveva logorato tanti anni di vita negli articoli di fede ai quali credeva Margutte, adesso, nel giro di poche ore, la sua fortuna gli poneva davanti due generose anime, quella di Cecchino, e l’altra del Padre Marcello; sicchè, quando se lo pensava meno, un dubbio gli sorgeva nella mente, che forse egli aveva forviato per tutto il tempo ch’era vissuto nel mondo, e, senza troppo comprenderla, quella dignità gli sembrava un fatto stupendo. — Inoltre, quel confidarsi pronto e spontaneo in lui, tanto poco di confidenza meritevole; la onesta baldanza che nasce dal sentirci innocenti; l’oblio o il disprezzo di qualunque pericolo quando si trattava di fare opera di carità, lo agitavano di affetti così nuovi e profondi, che non sapeva darsene pace. Quello poi che ai sottili indagatori di questa nostra umana natura, senza comparire punto impossibile, giungerà maraviglioso, era questo, che mentre procedeva deliberato di condurre a fine la insidia tramata ai danni del frate, supplicava l’Angelo Custode che lo trattenesse, e frugava nelle latebre intime del cuore in traccia di una qualche virtù, che gli servisse a modo di áncora, alla quale appigliandosi, salvarsi dal naufragio.
Fra Marcello, quantunque le strade di Firenze ignorasse, pure conobbe che per bene due volte lo aveva fatto passare nella medesima via, onde gli parve bene di percuotere sopra la spalla il suo conduttore, e dirgli [pg!312]
— “Fratello, avvertite al cammino...”
— “Ah! voi avete ragione; io mi era sprofondato in un pensiero dal quale, se la mercè vostra non mi soccorreva, non so quando mi fosse avvenuto di uscire; e perchè questo caso non si rinnuovi, piacciavi rispondere ad alcuni dubbi che mi sono caduti nel pensiero. Ora via, Padre, dove pensate voi che ci menino con tutte queste contese intorno alla religione?”
— “Questo è troppo lungo discorso; ma io ho fede che meneranno a bene. Per me Lutero è un cerbero, che abbaia perchè non gli hanno gettato l’osso: ma egli morse le foglie, non la radice; lacerò la frangia, e non la stoffa. Egli è noioso come una critica, e dura soltanto perchè dura il difetto: se la Chiesa si forbisca nella piscina mistica, manca Lutero con altri innovatori. Già non s’intendono fra loro nel fabbricare la nuova Babelle; ritorna l’antico prodigio della confusione delle lingue, tutti percorrono sentieri senza riuscita. Queste tribolazioni passeranno; ma prima che passino, io temo che vi se ne aggiungeranno molte altre delle nuove: ribellato lo spirito umano dall’autorità, forza è che si stanchi nel cammino dei superbi ragionamenti. Immaginando le superstizioni e gli errori necessaria sostanza delle religioni, si legheranno per distruggerle tutte; e questi io presagisco essere giorni pieni di dolore: vedo rinnovarsi l’aceto, e il fiele, e le spine, e le percosse, e i chiodi, e la lanciata di Cristo; vedo il dubbio [pg!313] come un vento venuto dal deserto inaridire le mèssi della fede, della carità, e della speranza. Ma poichè l’uomo col solo lume della ragione non attinge le sedi celesti, rimarrà spaventato considerando nel cielo uno abisso come nello inferno, e sentirà di nuovo bisogno di un Dio, che abbia avuto dolore, amore e senso di umanità, e cercherà di nuovo il suo Cristo, il quale, come si racconta che per San Francesco facesse, staccherà le braccia dalla croce per abbracciarlo. La religione rivenuta pronuba delle anime umane, dopo averle sposate sopra questa terra co’ vincoli dell’amore, le avvierà verso la patria eterna a cui tutti aspiriamo, ch’è il cielo...”
— “Bè, bè, queste paionmi cose da venire di là da giudicare i vivi e i morti. Lasciamo il cielo, dacchè, come dite, è negozio lungo: di questa nostra terra, di questa cosa che chiamano patria terrena, che ne pensate voi?”
— “Figliuolo mio, ella è morta: no, non è morta... è apparenza di morte il sonno che l’opprime... ma così è grave questo sonno, che oggimai parmi che senza un miracolo di Dio ella non possa risvegliarsi mai più. Sappi, sappi, figliuolo mio, che non possono tormentare oppressori, se non consentono a lasciarsi tormentare gli oppressi; nè la difficoltà consiste a tôrre di mezzo il tiranno, sibbene a procurare le virtù costituenti l’onesto vivere civile. Questa città nel tempo della morte del duca Alessandro palesava come possa, spento il tiranno, rimanere la servitù; [pg!314] e ciò avverti per le sorti interne: in quanto alle esterne poi, Dio è forte, e sta coi forti. Questi stolti immaginano vincere Spagna col Cristianissimo, il Cristianissimo con la Spagna, e stendono ora all’uno, ora all’altro, supplichevoli quelle mani che dovevano chiudere per minacciare e percuotere ambedue. — Fuori i barbari! — gridava il glorioso pontefice Giulio II; e barbari erano tutti quelli che non ebbero nascimento quaggiù. O stolti! che credete la baronia di Spagna e di Francia avere a lasciare i dolci castelli, e le consorti, e i figli, perigliarsi su i mari, arrampicarsi per le cime ardue dei monti, e convenire nelle vostre contrade per combattere un torneo a tutta oltranza, e darne il premio a voi neghittosi, che lo state a vedere. O stolti! quel popolo che non sa difendere la terra nella quale lo pose la natura, non merita possederla; il mondo è di cui se lo piglia; così provvide la legge del fato. Luigi XI fece la Francia unito e forte reame. Carlo V ebbe lo intendimento medesimo per Germania e Spagna. Quel sì vantato Lorenzo de’ Medici, che cosa fece egli? Con artificj da giocoliere mantenne in equilibrio discorde i frammenti dei frammenti di un popolo. Non fu monumento quello, ma un mosaico di pietruzze, o piuttosto una statua di carta pesta, e il primo vento che si messe dalle Alpi la rovesciò: Carlo VIII corse la Italia con gli speroni di legno. Ora siamo rotti sopra la vita, i popoli italiani stettero a vedere morire la repubblica di Firenze come un gladiatore combattente: alla [pg!315] morte onorata applausero tutti, non la soccorse nessuno; e la repubblica cadendo scrisse col proprio sangue sopra l’arena una sentenza fiera, e che deve compirsi: — E voi pure cadrete, ma infami. — Venezia si finge seduta sopra un trono, e siede sopra il sepolcro che la deve raccogliere. Genova fa come la rondine, che composto il nido in luogo eccelso si tiene sicura, e non pensa alla freccia del cacciatore, che arriva alle nuvole.... Io respiro un’aria di avelli; io calpesto una terra di camposanto....”