CAPITOLO XLIII.
«Terminò come le fole,
«Che la vecchia nonna suole
«Presso il foco, in verno algente
«Rugumar della sua mente
«Ne' consunti magazzini
«Per tener cheti i bambini.
Webster.
Dopo il primo istante di sorpresa Ivanhoe domandò al Gran-Mastro, siccome giudice dell'arringo, se trovava che si fossero da lui, Ivanhoe, serbati i doveri prescritti ad ogni cavalier leale e cortese.
«Non ho a ridir nulla su di ciò» rispose il Gran-Mastro. «Chiarisco la giovane donzella innocente dell'accusa portata contro di lei; ella è libera di ritirarsi. Le armi e il corpo del defunto cavaliere appartengono al vincitore.»
«Non voglio le sue spoglie» rispose Wilfrid «nè è mia mente disonorare il suo corpo. Ei combattè per la Cristianità nelle terre di Palestina. Fu la mano di Dio, non braccio d'uomo che lo colpì in questo giorno. Gli si facciano funerali ma non pomposi, che mal s'addirebbero ad un cavaliere morto per causa ingiusta.... Quanto a questa giovane...»
Ne fu interrotto il dire dallo strepito d'una truppa numerosa di cavalieri che in quel punto entravano nella lizza. Si volse, e riconobbe essere loro duce il re Riccardo, sempre coperto della sua nera armadura, e seguito da un numeroso corpo d'armigeri, e da molti cavalieri armati di tutto punto.
«Giungo troppo tardi» diss'egli guardandosi d'intorno. «Spettava a me il punire Bois-Guilbert. Questo colpo io m'era serbato. E come vi avventuraste voi, o Wilfrid, a tale cimento, or che siete appena in istato di sostener le vostr'armi?»
«Il Cielo» rispose Ivanhoe «si è preso egli l'assunto di punire l'uomo superbo, immeritevole della morte gloriosa che volevate arrecargli.»
«Sia con lui la pace, se ciò è possibile!» disse Riccardo nel volger l'occhio al corpo esanime che giacea sull'arena. «Egli era un valoroso cavaliere, e morì da prode, coperto delle sue armi... Ma non abbiamo tempo da perdere... Bohun fate il vostro dovere.»
Uno de' cavalieri che seguivano il re uscì della fila, e facendosi incontro al commendatore Malvoisin, gli battè colla mano la spalla, sì dicendo: «Alberto di Malvoisin, vi arresto come colpevole d'alto tradimento.»
Il Gran-Mastro, già fatto muto dalla sorpresa di vedere tanti uomini armati entrar in lizza, in questo istante ricuperò la parola.
«Chi è l'audace» sclamò «che osa arrestare un cavaliere del Tempio di Sion, nel ricinto della propria Commenda, e alla presenza del Gran-Mastro? Chi può farsi lecito un tale oltraggio?»
«Io» rispose il cavaliere, «io, Enrico Bohun, conte d'Essex, gran Contestabile d'Inghilterra.»
«E arresta Malvoisin» aggiunse il Re, sollevando allor la visiera «per comando di Riccardo Plantageneto, qui presente... Corrado Montfichet, è tua gran ventura il non essere nato mio suddito!... Quanto a te, Malvoisin, preparati prima del termine d'otto giorni a morire insieme col tuo fratello Filippo.»
«Resisterò a tal sentenza» sclamò il Gran-Mastro.
«Voi nol potete, orgoglioso Templario,» rispose il Re. «Alzate gli occhi alle torri di Templestowe, e vedrete sventolar sovr'esse lo stendardo real d'Inghilterra in vece della bandiera del vostro Ordine. Vi consiglio essere prudente, Beaumanoir. Abbandonate le idee d'un'inutile resistenza. Il vostro braccio è in bocca al leone.»
«Ne porterò appellazione alla corte di Roma; vi citerò come reo d'usurpazione sopra le immunità e i privilegi del nostro Ordine.»
«Acconsento, ma per ora, e pel vostro bene, non ripetete le parole d'usurpazione. Sciogliete la vostra adunata, e ritiratevi in qualche altra commenda, se ne trovate una che non sia stata albergo de' tradimenti e delle congiure divisate contra il re d'Inghilterra e la pubblica tranquillità. Se volete restar qui, nol potete che come ospite di Riccardo, e sarete spettatore degli atti di sua giustizia.»
«Ricevere ospitalità in un luogo dove ho diritto di comandare! Non mai!... Cappellani intonate il salmo: Quare fremuerunt gentes.... Cavalieri, aspiranti, scudieri, preparatevi a seguire la bandiera di Beauséant.»
Il Gran-Mastro pronunziò questi accenti con tal maestà, come se fosse stato il sovrano d'Inghilterra egli stesso, e inspirò coraggio ai suoi cavalieri, dianzi perplessi ed attoniti. Si raccolsero questi attorno di lui come agnelli attorno al cane che li protegge, allorquando odono gli ululati del lupo, colla differenza che i cavalieri non imitavano nella timidezza gli agnelli. Parea che con audace fronte sfidassero il Re, e gli occhi loro esprimevano quelle minacce, cui non osavano pronunziare alla presenza del Gran-Mastro. Usciti dello steccato risalirono a cavallo, e schierandosi in ordine di battaglia e impugnata la lancia, si sarebbe detto che aspettavano soltanto un comando del lor superiore per incominciare atti ostili. La moltitudine, che sulle prime mandò contr'essi grida d'imprecazione, al vedere questi apparati di pugna, si ritrasse in silenzio, collocandosi ad una prudente distanza, onde osservare l'esito degli avvenimenti.
Non appena il conte d'Essex s'accorse di tali apparecchi nimichevoli de' Templarii, corse a tutta briglia a raggiugnere la sua truppa per metterla in ordine di difesa. Riccardo in vece si avvicinò ad essi com'uomo che godea nell'affrontare i pericoli: «Cavalieri» sclamò «fra tanti valorosi non ve ne sarà alcuno che voglia venire al paragone dell'armi con Riccardo? Convien dire che le vostre innamorate abbiano le guance ben arse dal sole, o prodi soldati del Tempio, se non ve n'è una che meriti si rompa una lancia a suo onore.»
«I Cavalieri del tempio di Sion» disse il Gran-Mastro uscendo fuor delle file e movendo verso Riccardo «non si battono per cagioni cotanto frivole; nè ve n'ha uno, che voglia misurar colla vostra la sua lancia, o Riccardo re d'Inghilterra. Il Pontefice e i principi dell'Europa saranno giudici della nostra querela. Essi decideranno, se un principe Cristiano dovea condursi nella guisa che voi quest'oggi vi siete condotto. Semprechè non veniamo assaliti, noi ci ritireremo senza assalire nessuno; e faremo mallevadori l'onor vostro delle armi e de' beni dell'Ordine che lasciamo a Templestowe, la vostra coscienza dello scandalo che arrecaste in tal giorno all'intera Cristianità.»
Pronunziati tai detti, e senza aspettare risposta, il Gran-Mastro diede il segnale della partenza. Le trombe rintronarono una musica orientale, solita ad indicare l'istante del marciare ai Templarii; indi i cavalieri rompendo il fronte per ordinarsi in linea di marcia, partirono seguendo a lenti passi il Gran-Mastro; lenta andatura fatta ad indicare che si ritiravano per obbedire agli ordini di questo, ma non già per alcun sentimento di tema.
La plebaglia, simile a que' cani stizzosi ma timidi, che aspettano per abbaiare l'istante del dileguato pericolo, mandò acclamazioni di gioia dopo che furono partiti i Templarii.
«Per la Madonna!» disse Riccardo «è peccato che questi Templarii non sieno sudditi fedeli altrettanto che valorosi e ben disciplinati.»
Nel durar del tumulto che accompagnò la ritratta de' Templarii, Rebecca non vide, non intese nessuna cosa. La tenea stretta fra le braccia il vecchio suo genitore, ed ella tuttavia atterrita, attonita, poteva appena persuadersi d'essere fuor d'ogni pericolo. Una sola parola d'Isacco bastò per richiamarla a sè medesima.
«Vien meco, diletta figlia» ei le disse «tesoro a me restituito, vien meco, andiamoci a mettere a' piedi del bravo giovine.»
«No» rispose Rebecca «oh no! non oso parlargli in tale momento. Oimè! gli direi forse più di quanto... No, no, padre mio. Abbandoniamo tostamente questo luogo funesto.»
«E che, o mia figlia?» rispose Isacco; «abbandonare in tal guisa l'uom che impugnando la lancia e la spada è venuto a riscattarti dalla cattività, a riscattar te figlia d'un popolo estraneo a lui ed a' suoi? Gli è un servigio che vuole tutta quanta la nostra gratitudine.»
«Mi punisca il Dio di Giacobbe, se il mio liberatore non possede tutta intera la mia gratitudine. Ei riceverà i miei ringraziamenti, ringraziamenti venuti dal cuore, ma non in questo punto, o mio padre!... se amate la vostra Rebecca, non in questo punto!»
«Ma» continuò Isacco, facendo un moto d'impazienza «si dirà che noi siamo ingrati peggio di cani.»
«Nè vedete, o padre, ch'egli adesso sta in faccende col re Riccardo, e che?....»
«Oh! è vero hai ragione, figlia mia; ho sempre motivo di ammirare la tua prudenza, o Rebecca. Partiamo, partiamo subito. Il re arriva di Palestina; si dice ch'esce fuor di prigione, abbisognerà di danaro, e potrebbe trovare buon pretesto per domandarne a me ne' negozi che ho fatti col principe Giovanni. Non sarebbe cosa salutare il presentarmegli ora dinanzi. Partiamo, partiam, figlia mia.»
Ed a sua volta affrettando la figlia a questa partenza la condusse con seco all'abitazione del rabbino Nathan-Ben-Samuel.
L'argomento principale che avea tenuto ansioso il Pubblico in tale giornata era il periglioso stato in cui trovossi Rebecca; pur niuno pose mente al partire della medesima. Gli animi d'ognuno omai non istavano conversi che al cavalier Nero, e l'aria risonava d'acclamazioni: «Viva Riccardo Cuor-di-Leone! Periscano gli usurpatori Templarii!»
«Ad onta di tutta questa pomposa mostra che i Templarii hanno fatta di lealtà» disse Ivanhoe al conte d'Essex «il re ha presa una cautela molto saggia nel munirsi di numerosa scorta.»
«Il Re!» sorrise il Conte, dimenando la testa. «E voi che conoscete sì bene il nostro padrone, potete credere solo un momento, che una tal cautela sia stata immaginata da lui? Io mi trasferiva con questa gente a York, avendo saputo che il principe Giovanni adunava colà i suoi partigiani; ed è a caso se ho incontrato il Re, che veniva a questa volta di gran galoppo, e in figura di vero cavaliere errante, per conchiudere colla gagliardia del suo braccio l'avventura dell'Ebrea e del Templario; e posso dire d'averlo accompagnato sin qui a suo malgrado.»
«E quai sono, o Conte, le notizie di York? I ribelli stanno ivi aspettandoci?»
«Non più di quello che la neve di dicembre aspetta il sole di luglio. Ma voi non indovinereste mai chi sia venuto ad annunziarcene la dispersione? Lo stesso Giovanni.»
«Quel traditore! quell'ingrato! quell'impudente!» sclamò Ivanhoe. «Il Re lo ha fatto arrestare?»
«No. Lo ha ricevuto come incontrandolo di ritorno da un diporto di caccia. Solamente, avendo osservato gli sguardi d'indignazione che non potevamo starci dal lanciare sopra di lui: — Mio fratello — gli ha detto — le menti sono alquanto inacerbite; credo che non fareste male col trasferirvi a tener compagnia a vostra madre. Assicuratela della rispettosa mia tenerezza, e rimanete con lei fintantochè la tranquillità sia tornata negli animi di ognuno.»
«Ed è tutto questo che gli disse il Re? Ma non s'avrebbe ragione di sostenere, ch'egli chiama a furia di clemenza i tradimenti?»
«Sì certo, come si avrebbe ragione di dire che un cavaliere non ancora guarito dalle sue ferite col presentarsi a cimenti chiama la morte.»
«La replica è ingegnosa, o conte, ma badate che io non rischiava fuorchè la vita, e Riccardo compromette la sicurezza dei propri sudditi.»
«È cosa rara» rispose il conte d'Essex, «che persone prodighe dalla lor vita si mostrino masseriziose di quella degli altri. Ma affrettiamoci a raggiugnere il castello, perchè Riccardo vuol dare un esempio sopra alcuni cospiratori di secondo ordine, dopo avere perdonato al capo della congiura.»
Dagli atti de' processi eseguiti in tal circostanza, e registrati per esteso nel manoscritto che ne serve di guida, risulta che Maurizio di Bracy valicò il mare insieme colla sua compagnia franca e si mise al servigio di Filippo di Francia. Filippo di Malvoisin e il fratello di lui, commendatore di Templestowe, vennero giustiziati, quantunque Riccardo non avesse condannato che al bando Waldemar Fitzurse, vera anima della cospirazione, e quantunque non avesse indiritto un accento sol di rimprovero al proprio fratello, più di tutti gli altri colpevole. Nondimeno non vi fu alcuno che compiangesse la sorte dei due Malvoisin, perchè con innumerabili atti di crudeltà e di tirannide si erano già meritato il supplizio, cui soggiacquero in tale occasione.
Poco dopo il combattimento giudiziario Cedric il Sassone venne sollecitato a trasferirsi alla corte di Riccardo, che allora soggiornava a York a fine di rimettere l'ordine e la pace nelle vicine contee che l'ambizione del fratel suo avea scompigliate. L'altero Sassone sulle prime mostrossi restio, pur finalmente si risolvette ad accettare l'invito del Re. E per vero, il ritorno di Riccardo avea fatto svanire tutte le speranze di tornare sul trono inglese la sassone dinastia; e quand'anche qualche buon successo avessero potuto aspettarsi i Sassoni in mezzo alle turbolenze d'una guerra civile, erano ben lungi dal potere contendere la corona ad un re, nelle cui mani era sì ben consolidato lo scettro, e che brillanti prerogative e rinomanza acquistatasi nell'armi, faceano delizia di tutto il suo popolo, ad onta di tener le redini del governo con una tal qual leggerezza che, talvolta tendea al dispotismo, talvolta peccava per eccesso d'indulgenza.
Per altra parte Cedric, con suo grande rammarico, si era convinto di non potere riuscire nel suo favorito divisamento di consolidare una perfetta unione fra tutti i Sassoni colle nozze tra Atelstano e lady Rowena. Questa non avea mai acconsentito, e l'altro non acconsentiva più. L'entusiasmo di cui ardeva Cedric per la causa dei Sassoni non gli avea mai lasciato prevedere un tal contrattempo; e durò sempre in pensare, che ciascuna delle due parti dovea sacrificare le proprie inclinazioni personali al ben generale della nazione. Sperava vincere il contraggenio della pupilla; ma si trovò affatto sviato nelle proprie idee, allorchè Atelstano gli spiegò in chiare note, che niuna cosa al mondo lo avrebbe più fatto risolvere a divenire sposo di lady Rowena. La stessa ostinazione connaturale a Cedric non valse a tener fermo contra sì fatti ostacoli, perchè trovandosi egli al centro della cosa divisata, sentì l'impossibilità di condurre a sè due destre che non volevano essere congiunte. Nondimeno tornò ad Atelstano per tentare un ultimo e vigoroso assalto all'animo del medesimo. Ma trovò questo risuscitato rampollo della sassone dinastia inteso, come il sono oggidì alcuni gentiluomini di campagna, a far guerra al clero.
Dopo tutte le minacce che avea pronunziate contra l'abate di sant'Edmondo e i suoi frati, dopo avere giurato che li volea far appiccare ed ardere vivi, Atelstano cedendo in parte alla sua naturale indolenza, in parte alle preghiere della madre sua Editta, che al pari di molte altre matrone sue contemporanee era grandemente affezionata al clero, limitò la propria vendetta condannandoli alla pena del taglione, e avendoli fatti rinchiudere nelle prigioni del suo castello di Coningsburgo, li tenne per tre giorni a pane ed acqua. L'abate lo avea minacciato di scomunica in pena della commessa atrocità, ed aveva scritta una spaventosa lista di tutti i danni che egli e i suoi confratelli allegavano sopportati in conseguenza d'una carcerazione illegale e tirannica. Atelstano non meditava che ai modi di resistere a questa monastica persecuzione, e Cedric ravvisò che l'animo del suo amico era così assorto in tali idee, da non capirvene di altro genere. Pure si avventurò a pronunziare il nome di lady Rowena; ma Atelstano, prendendo la sua tazza e colmandola, bebbe alla salute della bella Sassone, e alle sue prossime nozze con Wilfrid d'Ivanhoe. Il caso dunque era disperato, nè si potea più trarre alcun partito d'Atelstano o, come lo espresse Wamba in una frase sassone pervenuta insino a noi: «Egli era un gallo che non voleva più battersi.»
Non rimanevano omai che due ostacoli i quali impedivano tuttavia a Cedric di acconsentire all'unione de' due amanti, l'ostinazione di esso, e l'odio contro la gente normanna[52]. Ma l'ostinazione si indeboliva a grado a grado colle carezze che gli facea la pupilla, ed anche perchè le imprese militari del figlio gl'inspiravano quasi a sua non saputa un sentimento d'orgoglio. Aggiungasi, che non era cosa priva di vezzo per lui l'imparentarsi colla schiatta d'Alfredo, poichè quell'Odoardo il Confessore avea fatta perpetua rinunzia del trono. L'avversione di Cedric alla dinastia de' re Normanni perdea parimente di forza sia per le considerazioni ch'ei facea sulla impossibilità di liberare dal dominio di questa il proprio paese (riguardo che giova non poco ad inspirare lealtà nell'animo de' sudditi di conquista) sia pe' riguardi personali usatigli dal re Riccardo, il quale seppe volger sì bene l'animo del Sassone altero, che Cedric non aveva ancora trascorsi otto giorni alla corte, quando diede il proprio assenso per gli sponsali d'Ivanhoe colla pupilla.
Ottenutosi una volta l'assenso di Cedric, le nozze vennero tostamente celebrate nel più augusto de' templi, nella nobile cattedrale d'York. Vi assistè il Re medesimo, e i riguardi ch'egli usò in tal circostanza, come in molt'altre, a' suoi sudditi Sassoni, fino a quel tempo digradati ed oppressi, divenne per questi un mallevadore di essere trattati per l'avvenire con maggiore giustizia ed imparzialità, i quali vantaggi essi non avrebbero ragionevolmente potuto sperare dalle rischiose sorti di una guerra civile. Tal cerimonia si festeggiò con tutta quella pompa, cui la Chiesa Romana sa prestare alle solennità che le appartengono.
Gurth rimase in qualità di scudiero presso al giovine padrone, cui avea servito sì fedelmente, e passò parimente al servigio d'Ivanhoe il magnanimo Wamba, avendo a ciò acconsentito Cedric, che lo presentò in tale occasione di un sontuoso berrettone da matto, guernito da sonagli d'argento. Questi due fedeli servi, già partecipi de' pericoli e delle sventure d'Ivanhoe, rimasero a partecipare della sua prospera sorte, al che aveano ben diritto di aspettarsi.
I Normanni ed i Sassoni più ragguardevoli vennero invitati alle feste che accompagnarono tali nozze, e fu questo un nuovo pegno di pace e d'accordo fra le due schiatte, sin da quel tempo mescolatesi insieme in quella guisa, per cui ora non è più possibile discernere l'una dall'altra. Cedric visse quanto bastò a contemplare pressochè compiuta una tale unione, perchè le due popolazioni a mano a mano collegandosi e imparentandosi, i Normanni divennero meno orgogliosi, i Sassoni più gentili. Nondimeno non fu che un secolo dopo, allora quando, sotto il regno di Odoardo III, si parlò alla corte la nuova lingua detta oggidì inglese, e allorquando spento affatto ogni germe di nimistà fra i Sassoni ed i Normanni, le due schiatte ne formarono una sola.
Alla domane, che succedè a tal felice maritaggio, Elgitta, ancella di lady Rowena, le annunziò una giovine che desiderava presentarsele innanzi e parlarle da sola a sola. Maravigliata di ciò la Milady titubò alcun poco, ma vincendo la curiosità, diede ordine alle persone del suo corteggio di ritirarsi, e ad Elgitta di condurle l'incognita.
Era questa giovane di portamento nobile e decoroso, avvolta in un candido e lungo velo che ne copria, senza asconderle, l'avvenenza e la dignità. Ella si presentò con modi rispettosi sì, ma scevri di ogni apparenza di tema, e d'ogni arte che paresse fatta a riconciliarsi con ricercatezza il favore della persona alla quale s'indirigeva. Alzatasi per riceverla lady Rowena, la pregò a sedersi, ma la straniera portando l'occhio sopra d'Elgitta, manifestò nuovamente la brama di non avere testimonii al domandato colloquio. Appena ritiratasi l'ancella, con grande maraviglia di lady Rowena la bella sconosciuta piegò, benchè non senza qualche ritrosia, un ginocchio innanzi di lei, e chinando a terra la fronte, ad onta della resistenza opposta dalla sposa d'Ivanhoe, le baciò il lembo della tonaca.
«Che vuol dir ciò?» sclamò tosto la bella Sassone, «e perchè mi porgete voi un segnale di rispetto sì straordinario?»
«Perchè a voi sola, o degna sposa d'Ivanhoe» rispose Rebecca alzandosi, e riprendendo il tuono di tranquilla dignità che le era connaturale «perchè a voi sola io posso legittimamente, e senza rimprocciar nulla a me stessa, pagare il tributo di gratitudine ch'io debbo a Wilfrid d'Ivanhoe. Io sono.... perdonate l'ardire d'essermi presentata dinanzi a voi, io sono l'infelice Ebrea, per cui il vostro consorte cimentò in campo chiuso i suoi giorni sullo spianato di Templestowe.»
«Donzella» sì le disse lady Rowena «Wilfrid in quel memorabile giorno non fece se non se pagar lievemente un debito di gratitudine, che le vostre cure pietose lo costrinsero ad incontrare. Parlate. Evvi alcuna cosa in cui egli ed io vi possiamo esser giovevoli?»
«No» rispose con calma Rebecca. «Debbo unicamente pregarvi a trasmettergli i miei saluti e l'espressioni del mio grato animo!»
«Abbandonate voi forse l'Inghilterra?» soggiunse la consorte d'Ivanhoe, riavutasi appena dallo stupore, che tal visita straordinaria le avea cagionato.
«Sì, nobil signora. I miei occhi non vedranno il tramonto del sole nel vostro paese. Mio padre ha un fratello grandemente protetto da Mahomet Boabdil, re di Granata. Noi andiamo a raggiugnerlo in quella terra ove siam certi di rinvenire pace e tranquillità col pagare il tributo che i Mussulmani esigono dagli Ebrei.»
«E non trovereste ugual protezione, ugual sicurezza nell'Inghilterra? Wilfrid gode il favore del Re, e Riccardo per sè medesimo è giusto com'è generoso.»
«Non ne dubito, nobil signora. Ma la popolazione dell'Inghilterra generalmente è orgogliosa, irrequieta, amica delle turbolenze. Gli uni son sempre inclinati ad armarsi contro degli altri. Un tal paese non può offerire sicuro asilo alla stirpe d'Israele. Non è in una contrada dilacerata da intestine fazioni, cinta d'ogni banda di nemici, che i figli di Giacob erranti per l'universo possano sperare tranquillità.»
«Ma voi, giovinetta, perchè abbandonate questo paese? Voi non avete da temer nulla nell'Inghilterra. I Sassoni e i Normanni saranno ad una nel rispettare ed onorare colei, la cui benevolenza porse così pietose cure ad Ivanhoe.»
«I vostri discorsi son seducenti, o nobil signora, ma il mio partito è preso. Una voragine sta aperta fra la vostra e la mia nazione. L'educazione, le opinioni religiose, tutto cospira a separarci. Addio. Ma prima ch'io mi diparta da voi, concedetemi una grazia, levate il vostro velo da cui m'è tolto vedere quelle sembianze che tanto esalta la fama.»
«Non meritano di fermare gli altrui sguardi» rispose lady Rowena, «pure non vi darò rifiuto, a patto che mi concediate ugual favore.»
Entrambe in quell'istante si levarono il velo. Fosse timidezza, o tal senso facile in simili circostanze a destarsi in donna che si conosce avvenente, le guance, la fronte, il collo, il seno di lady Rowena si copersero d'un vivace rossore. E lo stesso accadde a Rebecca; ma quel sentimento che le fu cagion d'arrossire non durò più d'un istante, e dominato da una commozione più forte si dileguò come la porpora che adorna le nubi, allorchè il sole sparisce dall'orizzonte.
«Nobil signora» diss'ella a lady Rowena «i lineamenti che vi degnaste mostrarmi vivranno a lungo nella mia rimembranza. Vi regnano dolcezza e bontà, ben atte a temperare quelle tracce d'illustre orgoglio, che svelano la sublimità de' vostri natali; poichè non può impedirsi a nobil urna di lasciare scorgere alcuna ombra dell'argilla da cui fu tolta. Sì: io mi ricorderò lungo tempo di questi lineamenti, e benedico il cielo poichè concede al mio liberatore essere congiunto a tal donna...»
Qui le mancò la voce, e lagrime più d'una le sfuggirono dagli occhi. Affrettatasi di rasciugarle, lady Rowena le chiese con molta premura se mal si sentisse. «No, mia nobil signora» Rebecca rispose «pure non posso pensare a Torquilstone e allo steccato di Templestowe senza provare vivissima commozione. Addio. Ma mi è d'uopo ancora volgervi una preghiera. Accettate questa cassettina, e non sdegnate portar ciò che ella contiene.»
Nel medesimo tempo le presentò una cassettina d'avorio, fregiata in argento. Lady Rowena l'aperse, e vi trovò entro una collana e due orecchini di diamanti, le quali cose si scorgeva essere di molto valore.
«Egli è impossibile» soggiunse lady Rowena «ch'io accetti un dono di sì gran prezzo.»
«Conservatele, nobil signora» soggiunse Rebecca; «stanno per voi il grado, l'opinion pubblica, il potere; nostro solo retaggio son le ricchezze, fonti della nostra forza ad un tempo e della nostra debolezza. Il valore di questi giojelli, decuplicato ancora, non avrebbe tanta possanza quanta ne ha il più lieve de' vostri desiderii. Un tal dono dunque debbe essere di lieve conto per voi, ed è anche di minor conto per me. Non vogliate farmi credere di partecipare alle massime pregiudicate della vostra nazione rispetto alla mia. Pensate voi ch'io stimi queste gemme più della libertà ottenutami dal vostro sposo, o che mio padre le apprezzi più della vita e dell'onor di sua figlia? Non temiate accettarle, nobil signora; esse non hanno alcun valore per me; io non porterò gemme più mai.»
«Voi siete adunque infelice!» sclamò lady Rowena scossa dal tuono onde l'avvenente Israelita aveva pronunciati questi ultimi accenti. «Deh! rimanete con noi. Le istruzioni di qualche uomo pio potranno volgervi alla nostra santa fede, e troverete in me una sorella.»
«No» rispose Rebecca con un'aria di malinconia che le si scorgea nella voce parimente e nel viso «ciò non può essere: non mi è lecito abbandonare la religione de' miei padri, come farei d'un vestimento che non convenisse al clima ove abito. Ma non quindi sarò infelice. Quegli a cui consacro la mia vita per l'avvenire sarà il mio consolatore, se saprò uniformarmi alla sua volontà.»
«Il vostro popolo dunque ha conventi! divisate forse entrare in un d'essi?»
«No, nobil signora, ma venendo dai giorni d'Abramo ai presenti, la nostra nazione contò sempre tai sante donne, che innalzando unicamente al cielo i loro pensieri, si consacrarono ad alleviare i patimenti della umanità, sollecite di curar gl'infermi, di confortare gli afflitti, di soccorrere gl'indigenti. Fra queste aspira ad annoverarsi Rebecca. Annunziate ciò al nobile vostro sposo, se mai chiede contezza sul destino della giovane alla quale ha salvata la vita.»
Osservavasi tale tremito involontario nella voce di Rebecca, tale espressione di affetto ne' suoi accenti che diceano assai più di quanto ella aveva intenzione di esprimere. Ma si affrettò di terminar questa scena.
«Addio» diss'ella a lady Rowena. «Possa il padre comune degli Ebrei e de' Cristiani spargere tutte le sue benedizioni sopra di voi!»
Indi si ritrasse, lasciando l'avvenente Sassone attonita come se avesse veduto un'apparizione soprannaturale. Lady Rowena rendè consapevole lo sposo di tal singolare colloquio, che nell'animo di lui fece impressione vivissima. L'unione di questi due coniugi fu lunga e felice, perchè il loro affetto era cresciuto cogli anni, e lo affortificarono poi gli ostacoli stessi che lo avean contrariato. Nondimeno sarebbe uno spingere tropp'oltre la curiosità il voler investigare, se la rimembranza dei gesti e della generosità d'animo di Rebecca non si presentò alla mente di Wilfrid più spesso di quel che lo avrebbe desiderato la bella discendente d'Alfredo.
Ivanhoe segnalatosi con nuovi servigi presso Riccardo, nuovi favori ne ottenne; e certamente sarebbe salito a maggior fortuna, se non si opponeva immatura la morte dell'eroe monarca, accaduta dinanzi al castello di Chalus presso Limoges. Con questo sovrano generoso, ma imprudente e d'indole romanzesca, perirono i divisamenti che l'ambizione di esso aveva formati; e Wilfrid abbandonando allora la corte, e rinunziando alla carriera degli onori si ritirò ne' propri dominii, ove unitamente a lady Rowena godè della beatitudine che la virtù e l'amore assicurano.
FINE.
INDICE DELLE TAVOLE
| TAVOLA | pag. | ||
| I. | Ritratto di Walter Scott | (Hayez) | Frontisp. |
| II. | Gurth che accarezza il cane Fangs | —— | 8 |
| XXI. | Ritratto del Templario | —— | 10 |
| V. | La Cavalcata | —— | 15 |
| VI. | Ritratto di Lady Rowena | —— | 33 |
| IV. | Cena al castello di Cedric | —— | 40 |
| VII. | Lo sconosciuto Ivanhoe negli appartamenti di Rowena | —— | 43 |
| VIII. | Fuga d'Isacco dal castello di Cedric | —— | 54 |
| III. | Ritratto di Rebecca | —— | 64 |
| IX. | Ritratto d'Ivanhoe | —— | 75 |
| X. | Il Torneo | —— | 112 |
| XI. | L'Eremita mostra le proprie armi all'incognito Riccardo | —— | 148 |
| XII. | L'Eremita suonando l'arpa davanti a Riccardo | (Luccio) | 151 |
| XIII. | Cedric e la sua comitiva assalita dal Templario e da Bracy | (Hayez) | 164 |
| XIV. | Entrata dei medesimi prigionieri in Torquilstone | —— | 177 |
| XV. | Isacco sta per essere abbruciato in un forno | (Barbieri) | 189 |
| XVI. | Rebecca che vuol gettarsi dalla torre per sottrarsi dalle insidie del Templario | (Hayez) | 205 |
| XIX. | Rebecca medica le ferite d'Ivanhoe | (Maurin) | 245 |
| XVIII. | Rebecca descrive al giacente Ivanhoe l'assalto del Castello | —— | 256 |
| XVII. | Rebecca contempla Ivanhoe che dorme | (Hayez) | 261 |
| XXII. | Cedric trova Rowena nell'incendiato Castello di Torquilstone | (Luccio) | 277 |
| XX. | Rapimento di Rebecca | (Hayez) | 279 |
| XXIII. | Isacco scacciato della presenza del Gran Maestro | —— | 326 |
| XXIV. | Rebecca tolta di prigione da Malvoisin, per essere condotta al Tribunale | —— | 334 |
| XXV. | Rebecca alla presenza de' suoi Giudici | —— | 342 |
| XXVI. | Riccardo assalito da Waldemar Fitzurse | (Luccio) | 372 |
| XXVII. | Rebecca condotta al supplizio | (Hayez) | 402 |
| XXVIII. | Giudizio di Dio | (Maurin) | 407 |
NOTE:
1. Vedasi al principio delle memorie di Franklin scritte da lui medesimo una nota sull'origine di questo nome.
2. Noi non abbiamo potuto tradur meglio questo giuoco di parole fondato sull'indole di una lingua composta d'inglese e di sassone, quanto col valerci delle denominazioni di queste lingue medesime. È noto che gl'inglesi danno denominazioni diverse a molti animali vivi ed alle loro carni quando sono macellati. Il bue, il vitello, il montone, si chiamano ov, calf, sheop, hog, le loro carni beef, calf, sheep, hog. Ma ad onta di tale schiarimento, lo stesso giuoco di parole non può avere grande vezzo per noi.
3. Tal esercizio si legge descritto nel viaggio di Heude nella Persia e nella Turchia.
4. Eravi un'ordinanza di Guglielmo il conquistatore, per cui tutte le sere alle otto ore, dopo certo suono della campana, ogni abitante doveva avere spento il fuoco ed i lumi. E l'ordinanza, e il suono che la rammentava presero il nome di Curfew, coprifuoco.
5. L'idromele, lo spiega il vocabolo stesso, è un liquore composto d'aqua e di mele, il sidro, ognun lo conosce per una bevanda fatta col sugo fermentato di mele ed anche di pere. Il morat era una bevanda composta di sugo di more e di mele. Il pigmento altra bevanda ove entravano vino, mele e diversi aromi.
6. Il termine adoperato nell'originale è varlet, che erano i paggi dell'antica cavalleria.
7. Moneta d'oro di grand'uso presso gli Ebrei.
8. Delegazione incaricata di levar tasse arbitrarie sugl'Israeliti.
9. Nel secolo XIII, tempo a cui si riferisce questo romanzo, si era lungi perfino dal sospettare, che la scintilla svolta nel batter fuoco è una particella infiammata dal ferro dell'acciarino, e molte saranno le classi di persone che nemmeno adesso lo sanno.
10. Questi tornei si riguardavano come giuochi, e il campione che si offriva nella giostra a far fronte a tutti gli assalitori veniva detto tenitore, come quegli che tenea la posta di tutti i giuocatori.
11. Moneta di Costantinopoli, che al par de' shekel avea gran corso fra gli Ebrei.
12. Witless in Inglese significa senza spirito. Weatherbrain capo sventato.
13. Niun leggitore, m'immagino, dimenticherà che l'autor del Romanzo è Inglese, e parla qui della sua patria.
14. I buoni estimatori delle bellezze comiche o romanzesche, apprezzeranno sommamente questo sfogo leggiadrissimo in cui l'usurajo prorompe, così per la verità che trovasi in esso come per la sua ammirabile opportunità. Perchè pochi leggitori, gli è vero, non s'avvedono che il cavaliere Diseredato è il pellegrino, ossia, giusta ogni indizio, il figlio di Cedric. Ma era dovere dell'autore del romanzo il darne loro una più sicura conferma, e darla in un modo non triviale, qual sarebbe stata la narrazione. Chi avrebbe immaginato che tale conferma sarebbe venuta con tanto vezzo e naturalezza da quella cortesia che in sulla strada d'Ashby il pellegrino riceve dall'Ebreo perplesso fra la riconoscenza e l'avarizia? Ma egli è privilegio unico dei sommi ingegni il nascondere i propri sforzi, sicchè tali non compariscano, e il presentare quel facile difficile, in cui sta la perfezione dell'arte.
15. Veramente il cavaliere Diseredato non si diede nè per sassone nè per normanno. Ma siccome la giostra era istituita secondo l'uso dell'armeggiare normanno, e festa normanna, così può ammettersi che Gurth s'intitolasse scudiere normanno.
16. Beauséant chiamavasi la bandiera de' Templarii per metà nera, e bianca per l'altra metà, a fine, dicesi, di significare, ch'essi erano neri, cioè terribili contro gl'infedeli, mansueti e benevoli verso i cristiani.
17. Antica moneta d'oro che valeva incirca venti lire italiane.
18. Bevanda fatta di grano e d'erbe.
19. Si avea per estrema ignominia appo i Sassoni il meritar tale epiteto. Lo stesso Guglielmo il conquistatore, comunque odiatissimo dagli Anglo-Sassoni, seppe ridurne un esercito sotto i suoi stendardi colla minaccia di divulgare quali altrettanti nidering coloro che fossero rimasti addietro. Un epiteto consimile a questo operava, a quanto narrano alcuni scrittori, egual prestigio sopra i Danesi.
20. Quante idee presenta in un tempo medesimo questo brindisi! L'equità e la grandezza d'animo di Cedric, che onora il valore d'un principe sventurato, di nazione a lui odievole, divenutogli parimente avverso per domestici affari e di cui si era lagnato prima in quella stessa assemblea; l'ardimento di portar questo brindisi alla presenza di colui che fratello dell'encomiato, ne usurpa ad un tempo i diritti; l'amore de' buoni che un sì nobil procedere dee procacciar vie più al rispettabil vegliardo, apportatore del brindisi; il turbamento che ne avrà il tiranno, in quei momenti appunto che paventa il ritorno del tradito fratello; la perplessità, la sorpresa de' cortigiani, la vittoria cui questa prontezza inspirata da generosità ottiene a Cedric sopra tutti i spiritosi motteggi che costoro lanciarono sopra di lui! Tanto è vero che i sublimi detti son tali spesse volte per le circostanze in cui gli stessi detti vengono pronunziati. Ma il condur queste circostanze, e scorgerle e afferrarle ove sono, è privilegio sol di pochi altissimi ingegni.
21. A tale Roberto fu anzi offerto dai crociati medesimi il trono di Gerusalemme ch'ei ricusò; la quale rinunzia che doveva fargli un merito presso i baroni inglesi, venne in vece ritorta a suo svantaggio, come in questa nota il vedremo. Dopo la morte di Guglielmo il Conquistatore, il primo de' tre figli di lui che regnò fu il secondogenito Guglielmo il Rosso che non men del padre resse con ferreo scettro l'Inghilterra. Il terzogenito indi, Enrico I, ambiziosissimo Principe, si fece acclamar re in pregiudizio del fratello denigrandolo col seguente stravagantissimo discorso all'assemblea de' baroni.
«Amati e fedeli signori, ben noto è a voi tutti che Dio avea chiamato il mio fratello al trono di Gerusalemme, del quale onore si riconobbe indegno egli stesso. Sol ponendo suo diletto nel commettere atti di crudeltà, egli vi sprezza. Quanto a me, di cui conoscete la giustizia, le intenzioni pacifiche e la prudenza, prometto a tutti voi rispettare i vostri privilegi e ascoltare pazientemente i consigli che sarete per darmi. Se così vi piace giurerò osservare le leggi che il santo re Odoardo vi ha date. Fatemi forte del vostro soccorso, o fratelli, e congiuntamente sapremo confondere i nostri nemici.»
Comunque riconoscesse il trono da una usurpazione, Enrico I, governò, per vero dire, assai mitemente, e tolse molte leggi gravose poste dai suoi predecessori normanni e tra l'altre il copri-fuoco (vedi Muller). Com'è adunque, potrebbe chiedersi, che Walter Scott, studiosissimo della storica verità quanto a genealogie, leggi e costumanze, ha fatto che Cedric, vissuto circa un secolo dopo, al capitolo III di questo Romanzo Storico, si lagni del copri-fuoco? Ne dedurremo che qualche principe venuto dopo lo avrà rimesso in vigore, e sarà stato probabilmente Enrico II. Perchè i re succeduti ad Enrico I furono Stefano di Bologna nipote dello stesso Enrico I, indi Enrico II, padre di Riccardo-Cuor-di-Leone e di Giovanni Senza Terra, personaggi del presente Romanzo. Ora non può essere Stefano di Bologna che inteso ad amicarsi le fazioni per sostenere la guerra contro Enrico d'Angiò superò in condiscendenza il suo predecessore. Enrico II certamente fu un gran Principe, ma più per vedute politiche e fermezza d'indole, che per l'arte di farsi amar dagli originarj, cioè dagli Anglo-Sassoni; chè anzi in tutte le sue leggi fu parzialissimo pe' Normanni. Per altra parte chi ordinò l'assassinio dell'arcivescovo di Cantorbery (lasciando a parte il merito della causa) poteva ben'anche rinnovellare la legge del coprifuoco. Se poi o Riccardo o (cosa che sarebbe stata più verisimile) Giovanni avessero fatto risorgere sì odiosa legge, Walter Scott, cred'io, si sarebbe valso di Cedric per rendere consapevoli i suoi leggitori.
22. Ognun vede che questo grottesco miscuglio della Madonna e del Papa, e degli usi della cavalleria coi fatti dell'antico Testamento, è inteso a provare l'ignoranza che in quella età dominava e nel Clero e più nelle persone datesi al mestier dell'armi, ignoranza che comunque molto estesa, pure aveva i suoi gradi proporzionati ai ceti degl'individui; la qual cosa Walter Scott fa ingegnosamente comprendere dalla risposta che Fitzurse, uom di gabinetto, dà a Bracy, condottiere di bande d'armigeri.
23. Tal era il nome che davasi a que' giorni alla musica vocale unita all'istrumentale. I cantarini o menestrelli che accompagnavano le ballate col liuto erano professori dell'arte giocosa.
24. Antichi generi di poesia francese portati in Inghilterra dai conquistatori normanni. Le serventesi (sirvente) erano poesie in terza rima, le lai poesie flebili, i virelai poesie miste di versi luoghi e corti, e con ritornello.
25. Oltre ai frati cresciuti a dismisura nel secolo XIII, i Templari, i cavalieri di Gerusalemme, i reduci dalla crociata allor ringorgavano nell'Inghilterra.
26. Non mi fo mallevadore di questo fatto che si riferisce alla storia naturale, e da me presentato qual lo trovai nell'autografo che è guida del mio racconto. Nota dell'autore inglese.
27. È una trista verità, ma pur verità, che ne' tempi, di cui parla questo romanzo storico, e anche assai prima, e anche molto tempo dopo, non v'era scellerato, o masnadiero in Europa, che nel compiere i più atroci delitti non invocasse il nome di Dio, e tutti gli emblemi i più rispettabili della nostra religione, di cui si mostrava egli pure persuaso. Ho ragione di dire anche molto dopo l'epoca del presente romanzo. Non v'ha chi ignori come nel secolo XV, diversi fra quali anche ecclesiastici di riguardo, avendo partecipato alla celebre congiura de' Pazzi, intesa a trucidare Lorenzo e Giuliano de' Medici, vennero scelti per teatro dell'assassinio la chiesa di s. Riparata in Firenze, per tempo di commetterlo, un dì festivo e l'istante dell'elevazione dell'Ostia. V. Machiavelli e Galuzzi.
Chi fosse curioso d'altre prove di delitti, ai quali si osava chiamare testimonio ed auspice il cielo, e commessi in tal modo fin da persone, che per dignità e ministero avrebbero dovuto vie più inorridirne, legga il carteggio fra Baiazet II ed un principe Cristiano in Bethune, Biblioteca Reale di Francia, ecc.; in Tommasi, vita del duca Valentino, tom. 1.
28. Vostro Valore, altro titolo della natura di Vostra Grazia, Vostra Grandezza.
29. Isacco, che aveva sempre fatto ridere, a questo passo diviene sublime, e comanda le lagrime. Non solo ai tempi descritti dall'autore, ma anche al dì d'oggi, in compenso di alcuni difetti insiti nella popolazione ebrea, o piuttosto prodotti da circostanze ad essa pregiudizievoli nè vinte ancora del tutto dai progressi della ragione, è caratteristico della stessa nazione un esemplare, tenero amor di famiglia; per cui, se non istette al di sotto del vero, non esagerò certamente Isacco nella conclusione della seconda risposta, non men comovente della prima e dell'ultima, vigorosissima in oltre e ricca d'immagini, che, come or vedrassi, egli diede a Reginaldo di Frondeboeuf.
30. In que' giorni i carcerieri delle persone d'alto affare erano uomini eglino pure ragguardevoli. Anche in Italia, circa un secolo e mezzo dopo l'epoca cui si riferisce questo romanzo, il carceriere di Cosimo de' Medici, soprannominato indi Padre della Patria, ma in quel momento perseguitato da una fazione, era ser Francesco Malevolti gentiluomo cospicuo di Firenze, al cui nobile animo lo stesso Cosimo dovette la salvezza della propria vita compromessa da un tradimento, e in tal qual modo la libertà. E simile usanza durò certamente fino al secolo XVI nell'Inghilterra, perchè il carceriere di Maria Stuarda era sir Amiano Powlet, signore di Fotheringay.
31. Distintivo de' cavalieri, come si è veduto in altra parte di questo romanzo. Ognun scorge che lady Rowena si vale di questa circollocuzione perchè vuol piuttosto riguardarlo uom che porti catenelle e speroni d'oro, anzichè autenticargli il titolo di cavaliere nell'atto di commettere un'azione scellerata.
32. Costume atroce che a quei giorni veniva praticato, talvolta anche senza perfidia d'animo, ma per un principio di pietà, così ravviata da que' semibarbari, verso tai moribondi della cui guarigione si disperava, e ciò per torli più presto di stento.
33. In una nota precedente a pag. 134-135 dicemmo che questo re Stefano fu anche più condiscendente del suo predecessore Enrico I, ma tale sua condiscendenza, limitata a non accrescere la durezza delle leggi imposte dai conquistatori, fu quella stessa che lasciò più allentata briglia alle fazioni, e quindi la debolezza del monarca divenne contemporanea all'accrescere del pubblico disordinamento.
34. Que' Sassoni professavano cattolicismo misto ancora d'idolatria, e attribuendo alla divinità e ai canti le passioni dell'odio e della vendetta, come erano avvezzi a supporle ne' loro idoli, doveano certamente credere che Maria Vergine non avrebbe mai più perdonato alla stirpe di coloro i quali le crocifissero il figlio.
35. Si sono divisi quasi in due parti gli storici, uno che appone ogni genere di empietà ai Templarii, altra che li difende. Alla pittura offertane di Bois-Guilbert, è lecito il credere che l'autore di questo romanzo tenga alla prima schiera. Se i partigiani dei Templarii sono in maggior numero, debbe anche attribuirsi all'orrore eccitato dal modo dispotico quanto atroce onde adoperò contr'essi, nel 1327, Filippo il Bello, il quale, com'è noto, ottenne da Clemente V, propensissimo a questo monarca, l'abolizion di tal ordine, poi vagheggiandone le ricchezze, mandò sul rogo gli individui che ad esso appartenevano. Ciò nullameno molti storici, anche moderati nel giudicare i Templarii, non sanno scusarli dalla colpa di dissolutezze perfino le più abbominevoli. I più accaniti poi nel perseguitarli attribuiscono loro d'aver professate tutte le empietà che a mano a mano Walter Scott pone sulle labbra di Bois-Guilbert.
36. Fra le accuse date sotto il regno di Filippo il Bello ai Templarii furono quelle di professare nei conciliaboli de' provetti fra essi una indifferenza religiosa che sapea d'ateismo, e di macchinare un gran cambiamento così morale come politico su tutto il globo.
37. A que' giorni Cherco tanto significava persona ecclesiastica, quanto scienziato. Qui s'adopera per scienziato, ma era necessario conservare tale parola per dar luogo allo scherzo di Bracy: La Reverenza Vostra ec.
38. Tutt'altri che un matto sarebbe stato impaziente di manifestarsi al padrone, e di non perdere un tempo troppo prezioso nello spassarsi a render più vaga la sorpresa che dovrà derivare dal suo travestimento. Ma Wamba era sempre un matto, e anche nel prestare un'opera da un uom di senno dovea lasciar trasparire il proprio carattere.
39. Vedrà ognuno come l'intenzione dell'autore in questo luogo è meno quella di por fra le labbra di Wamba un giuoco di parole, che mettere sempre in maggior evidenza a quale avvilimento i Normanni conquistatori aveano tratti i nativi; avvilimento per cui i pronipoti di coloro che sostennero le cariche dello stato, erano ridotti alla condizione di schiavi, di buffoni, di porcaiuoli.
40. Chi avrebbe immaginato in un dialogo fra Cedric vestito da frate, e la schifosa Ulfrida di cui si maladice le mille volte l'arrivo, chi avrebbe, dissi, immaginato di trovare quanto di sublime l'eloquenza può suggerire? Chiedo indulgenza a' miei leggitori, se queste pause della mia ammirazione lor sembrassero troppo frequenti, benchè nol saranno mai in proporzione delle cose da ammirarsi in Walter Scott. Ma io sono co' miei leggitori nello stato dello spettatore di un bellissimo dramma. Ei non può far di meno di volgersi ai vicini della platea per partecipare in comunione con essi o del dolore o della gioia o dell'estasi che lo rapiscono, e talvolta anche gl'incomoda coll'interrompere il corso della loro attenzione. Di fatto le sublimità del dialogo non finiscono ove ho posta io questa nota.
41. S'intende ora il motivo, per cui Reginaldo di Frondeboeuf, sempre scellerato, sempre incapace d'un sentimento che s'accosti nemmeno in lontananza a virtù, pur si ristette un momento in sua ferocia al vedere l'amore sviscerato d'Isacco verso la figlia sua (cap. XXI, pag. 188). Il rimorso del commesso parricidio si ridestò a suo malgrado.
42. Le stragi operate dalle crociate, i roghi ove ardeano gli Ebrei ne' regni di Spagna e del Portogallo, il totale sterminio degli abitanti di una metà di globo, hanno provato per lungo tempo, come la malvagità e l'ignoranza avessero sformati mostruosamente i puri principii di quella religione, il cui primo caratteristico è l'amor de' suoi simili.
43. Questi veri motivi, per cui Isacco rimase abbandonato, son pur quelli ch'ei si astenne dal far noti a Cedric e ad Atelstano allorchè lo trovarono nella selva. V. p. 162.
44. Si osservi che poco prima l'autore notò esser tale la grossezza del masso scalcinato, che avrebbe rotto il ponte. Quindi col nuovo divisamento immaginato dal Templario non s'accordava più il gettare abbasso la stessa pietra per disfarsi de' due, che ora si vogliono per altra via precipitar nella fossa.
45. Abbiam veduto che il cavalier Nero aveva in allora per suo stemma un catenaccio e diverse spranghe di ferro.
46. Poichè Wamba al pari di tutti i Sassoni di que' tempi professava di buona fede il Cristianesimo, gli è forse perfino inutile il far osservare che la sua arguzia non poteva intendere a satireggiare i veri Cristiani, ma bensì coloro, i quali molti erano in tale età, e molti sono stati pur troppo e prima e dopo, che volendo far servire alla propria malvagità la religion professata, perdonavano come cristiani, e sotto nomi di giustizia divina, d'onore, di dovere coloravano il serbato odio e le vendette sin le più atroci.
47. Un Ebreo costretto ad aver che fare con tal razza d'uomini, i quali però si intitolavan Cristiani, era scusabile se la pensava così.
48. Uno scrittore italiano non potrà senza tema di digradare in dignità, valersi di questi modi finchè durerà rimembranza del Convitato di Pietra, e di quel famoso monologo d'Arlecchino: Se tutti gli alberi ecc.
49. Benchè il priore di Jorvaulx nel principio sia stato indicato come uomo men cattivo degli altri suoi cari amici che si segnalarono per le loro scelleratezze nel decorso di questo romanzo, non fu però detto che fosse un fior di virtù. In oltre, e buoni e cattivi, e Normanni e Sassoni, credeano opera sì meritoria il riguardare siccome bruti gli Ebrei, che non arrossivano nè credean colpa l'aggiustare, anche in empia guisa, i sacri testi alla sragionevole loro intolleranza.
50. Reginaldo Fitzurse, William di Tracy, Ugo di Morville e Riccardo Briton, furon gli ufiziali, che interpretarono gli accenti di Enrico II, come questi desiderava venissero interpretati, e si assunsero incarico di assicurare l'uomo or collocato fra i martiri della chiesa.
51. Locksley, ossia Robin-Hood, s'intitolò monarca nella foresta ove alla presenza del cavalier Nero (ora re Riccardo) fu fatta la distribuzione delle spoglie di Torquilstone.
52. Si sa che il delitto d'Ivanhoe al cospetto del padre era l'essersi chiarito pei Normanni col divenire il favorito di Riccardo Cuor-di-Leone.