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L'amore di Loredana

Chapter 23: SECONDA PARTE. I.
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About This Book

The narrative follows a young woman who abruptly leaves her modest Venetian home and travels with a male companion, boarding a train toward the lakeshore. The story traces her inward turmoil, including shame, nostalgia for domestic routines, fear about lacking money and belongings, and the couple's practical worries during the journey. Encounters with fellow travelers, including an indifferent older nobleman, underline social contrasts and tacit judgments. Through intimate scenes and shifting landscapes the work examines romantic attachment, secrecy from family, and the emotional consequences of a desperate escape from convention.

— No, ascolta, — interruppe Adolfo, alzando la destra quasi a frenare quel torrente. — Io non voglio sapere nulla....

Ed era, per seguitare, quando la porta s'aperse e comparve la signora Emma, seguita da Clarice Teobaldi, col cappellino alla cacciatora.

— Ah, è lei! — disse Emma, vedendo Adolfo, che s'era levato in piedi. — Mi era parso di riconoscere la voce....

Non aggiunse parola per lui; poi si rivolse a Loredana:

— Lori, questa signora dice che tu l'aspettavi....

La fanciulla andò incontro a Clarice e le strinse la mano sorridendo, mentre Adolfo, combattuto tra il desiderio di capire, la convenienza d'andarsene, l'impressione per la gelida accoglienza fattagli dalla signora De Carolis, restava in piedi a guardare or l'una or l'altra delle tre donne.

— Se m'aspettava! — esclamò Clarice, gettando le braccia al collo di Loredana. — Doveva aspettarmi, questo tesoro, perchè da tanto tempo desideravo rivederla! Ho sempre nel cuore quella partenza, di sera, con la carrozzella.... Lei era così bianca, così debole....

Soggiunse, guardando Emma:

— Già, erano bianche e deboli tutt'e due, madre e figlia....

Loredana disse presto:

— Le presento il signor Adolfo Gianella.

Clarice fece un cenno con la testa, verso Adolfo che s'era avanzato di qualche passo; poi tutti tacquero; Clarice e Loredana sedettero l'una a fianco dell'altra sul divano, come intime amiche, sorridendosi.

— Fa molto caldo a Venezia, — riprese Clarice. — A Verona non abbiamo questo scirocco....

— Sì, fa molto caldo, — confermò Emma, la quale stava sempre a un passo dalla porta, e si augurava che l'uno o l'altra, Adolfo o Clarice, comprendesse la necessità di ritirarsi.

Ma erano ostinati ambedue. Adolfo, ormai, aveva ripreso posto nella poltrona, e sembrava deciso a voler seguire la conversazione.

— A Venezia abbiamo poi le zanzare, — egli disse.

— Le zanzare, sì, ma ci sono le zanzariere, — osservò Loredana.

E tacquero di nuovo.

Emma si sentiva morire per quella commedia, maravigliandosi che la sua Lori vi prendesse parte. La buona donna, al ritorno da Sirmione, aveva perduto l'energia e la volontà, soffrendo per la sofferenza della figlia, chiedendosi se il suo intervento non fosse stato inutile di fronte al traboccar della maldicenza, tormentandosi ogni giorno per mille timori, studiando ansiosamente negli occhi di Loredana il pensiero segreto, la segreta ambascia, e rideva quando rideva la sua Lori, e piangeva quando la sua Lori piangeva, e ormai non avrebbe più discusso, non avrebbe più riflettuto, pur di vederla felice, a qualunque costo.

Per ciò, la visita della Teobaldi le era gradita, perchè sembrava gradita a Loredana; ma non le piaceva che si dovesse fingere innanzi al Gianella, come se la Teobaldi fosse venuta per tramar qualche intrigo.

— Lei non è di Venezia? — domandò Adolfo a Clarice.

— No; ma conosco bene la città, — rispose l'altra.

Un silenzio pesante ricadde; e allora, comprendendo ch'era impossibile uscirne, Adolfo prese congedo.

— Tornerò, se permette, — disse a Loredana.

Questa non rispose. Egli s'avviò, seguito da Emma, la quale ardeva di sbarazzarsi dell'impaccio per lavorar nella sua camera ad una coperta da letto, nella quale doveva ancora ricamare trenta foglioline in seta verde e sessanta viole del pensiero.


XIX.

Dal giorno in cui era tornato a Venezia, Filippo aveva passato molte brutte ore.

L'onda del pettegolezzo aveva varcato anche la soglia della sua casa, e le chiacchiere s'eran fatte più strambe e più inverosimili. All'orecchio della contessa Bianca giunse la voce che Filippo aveva avuto un figlio dalla sua amante, e perchè la contessa non sapeva a qual tempo risalissero quegli amori, e perchè si parlava di tre anni addietro, ella credeva a quel legame, ormai indissolubile, a quella paternità inconfessata.

La contessa Bianca andava da tempo accarezzando l'idea d'un matrimonio tra suo figlio e Giselda Fioresi, buona e bella ragazza, di eccellente casata; e la notizia le rompeva il sogno e la sbalestrava in un mare d'incertezze e di dubbii.

Fu necessario spiegarsi, riparlar di Loredana, discutere un amore che la vecchia dama avrebbe voluto obliare. Avvenne una scena brusca tra lei e Filippo, il quale negò l'esistenza di un figliuolo, ma s'impennò all'idea di sposar quella « canna da zucchero » di Giselda Fioresi. Egli voleva esser libero; per dare scandalo, diceva la contessa Bianca; perchè era ancor troppo giovane, diceva lui.

Un'altra scena, più breve ma più cruda nella forma, avvenne poco di poi tra Filippo e il cognato, conte Leopoldo de Idris, il quale viveva senza passioni e senza turbamenti una vita di piaceri semplici, in campagna, amministrando i suoi poderi, interessandosi all'agricoltura e alla politica modesta della provincia. Leopoldo si stupì che Filippo si perdesse ancora dietro una cocotte, ma fu addirittura spaventato quando seppe dalla bocca di Filippo medesimo che non si trattava d'una cocotte, bensì d'una ragazza, la quale doveva aver dunque delle pretensioni, una specie d'onore, molto da perdere e più ancora da guadagnare. Fu spaventato per Filippo, che certo non avrebbe saputo cavarsela con garbo, senza troppo danno da ambo le parti.

E qui Filippo sentì scappar la pazienza.

— Ma che cavarsela! Ma che garbo! — egli esclamò. — Le voglio bene sul serio, e non penso affatto a cavarmela. Ho fatto male a cominciare, siamo d'accordo, benchè in queste cose ci si accorga sempre troppo tardi dell'errore commesso; ma farei peggio a finirla con qualche gherminella!

Il conte Leopoldo, ancora più inquieto per quelle dichiarazioni, domandò a Filippo se pensasse mai di tirarsela in casa....

— In casa, di chi? — rispose Filippo. — In casa tua, no di certo; tocca a me provvedere, e non so perchè, dunque, voi tutti vi disturbiate.

Leopoldo, allora, tornò alle idee generali, osservando che all'età di Filippo si doveva vivere quieti, pensare a far figliuoli legittimi, che continuassero la casa e allietassero la bella vecchiaia della contessa Bianca, la quale non meritava d'essere travagliata nei suoi ultimi anni.

L'argomento era di quelli che trovano la strada del cuore; e Filippo, sentendosi toccato, s'infastidì, rispose a Leopoldo ch'era stufo di dover rendere conto a tutti delle più minute cose della sua vita come un collegiale, che desiderava ormai vivere libero, senza tutela e senza giudici.

E su quel « vivere libero » si scatenò una gragnuola di osservazioni da parte di Leopoldo, il quale temeva che libero per Filippo fosse sinonimo di libertino; e, presa ormai la corsa, rammentò altre avventure del cognato, che avevan fatto chiasso, col risultato finale di voltargli contro l'opinione pubblica.

Ma peggio fu, quando Filippo si vide comparire lo zio conte Roberto, del quale non aveva più avuto novella dopo l'incontro a Desenzano. Roberto gli snocciolò un discorso assai lungo e reciso, che Filippo ascoltò sbalordito, perchè aveva creduto di trovare nello zio il compatimento ch'era la caratteristica più nota della sua buona indole, quel compatimento che Roberto non lesinava a nessuno per nessuna colpa, la quale non fosse ignobile e vile.

Roberto, invece, dichiarò al nipote che la condotta di lui era assurda, per non dir peggio; Filippo aveva messo lo scompiglio nel parentado, in causa d'una ragazzetta, d'una monella, e tutti erano addosso allo zio, come al più vecchio, perchè si valesse della sua autorità a far cessare quella tresca.

Filippo capì; lo zio era sdegnato, perchè seccavano lui e mettevano in giuoco il suo prestigio; lo avevan toccato nel suo egoismo senile, ed egli era pronto a mandare al diavolo il nipote e la « monella », pur di non avere più noie.

— Del resto, — osservò il conte Roberto, — mi maraviglio di dover dirtele io, certe cose. Non ha una madre, un padre, quella tua bambola? E come si spiega che stiano zitti, e che tocchi a noi, a tua madre, a tuo zio, a Leopoldo, a tua sorella, di richiamarti al dovere?

— Ha una madre, — rispose Filippo. — Ha una madre, e la madre è venuta a Sirmione e me l'ha ripresa....

— Bene! — esclamò Roberto.

— Sì, benone; ma, ora io la riprendo alla madre! — dichiarò Filippo, che, torturato ed esasperato da tante chiacchiere, si sentiva capace di strappar Loredana anche agli artigli di quel diavolo, al quale Roberto l'avrebbe consegnata.

Il vecchio, stupefatto per tale sfacciataggine, gridò che rinunciava a discutere con un matto di quella forza. L'ostinazione di Filippo oltrepassava il credibile; tutto gli andava a seconda, grazie a una madre dabbene, che si riprendeva la figliuola dopo quel po' po' di scappuccio; ed egli invece era per ricominciar la festa e per condurla a termine, a un termine che non doveva e non poteva aver nulla d'invidiabile.

— Come devo dirtela? — seguitò il conte Roberto. — È uno scandalo; te lo hanno già cantato in musica; io non ho nulla da aggiungere. Tutti ne parlano; anche l'altro giorno, a Tai di Cadore, da Fausta Montegalda ho udito i particolari di questa farsa, e puoi imaginarti che gusto provavo io! La contessa dice che ti rovini, e non si può darle torto.

Filippo sorrise.

— Eh, ridi, ridi fin che vuoi, ma la Montegalda dice giusto! — esclamò Roberto. — Dice che, alla fin fine, nessuno sa chi sia quella tua pupattola, e che potrebbe aver fatto con altri quel che ha fatto con te.... Chi ne sa niente, chi la conosce!

— Povero zio Roberto! — mormorò Filippo. — Va da una donna a chiedere informazioni di questo genere! Perchè non domandi il suo parere anche alla Fioresi, che mi vogliono appioppar come moglie?

Roberto alzò le spalle.

— Insomma, — concluse, — io sono indignato per i tuoi vizii, e la cosa non va.

— Non ti ho indignato io, — osservò Filippo.

— Ma non dimenticherò che hai sorriso dei miei consigli! — rimbeccò il conte.

— Ho sorriso per le critiche della Montegalda.

— E per le mie; e non si deve ridere d'un vecchio.

— Per la Montegalda, per la Montegalda! — gridò Filippo.

— Già, e intanto ti ripigli la sbarazzina!

— Ciò non ti riguarda, zio.

— Ne riparleremo!

— Spero di no; vedo che più che se ne parla e meno ci si capisce.

— Ne riparleremo, ne riparleremo! — si ostinò il conte Roberto. — Perchè io sono sempre dell'opinione che l'uomo non è monogamo. Tu non vuoi prendere moglie per essere libero; ma allora, nè mogli nè amanti! Questa è logica. E hai deciso che cosa te ne farai?

Alla domanda inaspettata, Filippo non diede risposta; onde Roberto seguitò:

— Te lo dirò io: ne farai una mantenuta, da coprir di gioielli e da condurre a teatro e in carrozza; ti costerà ventimila lire l'anno, ti peserà come una moglie e ti sarà infedele.

— Perbacco, zio, — esclamò Filippo con aria beffarda. — Vedo che te ne intendi!

Roberto s'indispettì.

— Spero che non ce la metterai sotto il naso, come a Desenzano, la tua conquista! — osservò con rude cipiglio.

E credendo d'aver rimbeccato fieramente l'insolenza del nipote, troncò il colloquio e andò a riferirne alla cognata contessa Bianca.

Tali e simili furono i discorsi che Filippo dovette ascoltare in quel tempo nel quale, tornato da Sirmione, non osando più ripresentarsi in casa De Carolis, andava torturandosi il cervello per trovare un espediente che lo riavvicinasse all'amante. E tra il desiderio che, insaziato, si faceva di giorno in giorno più molesto, tra la logomachia di casa e gli sdegni di tutta la parentela, Filippo conduceva una vita piena di tristezza, che non aveva riscontro negli anni precedenti.

Rimaneva a Venezia, schivando gli inviti, passando mezza giornata al Circolo dell'Unione, dove mancavan gli assidui, e l'altra mezza in casa, dove s'occupava lunghe ore a leggere libri e riviste su tutti gli argomenti; la sera usciva in gondola pel Canalazzo o pel canale della Giudecca, lontano dai rumori e dalla luce.

Ma il pensiero di Loredana lo seguiva passo per passo, ora per ora, senza tregua, fatto più vivo dagli episodii di quella battaglia che la fanciulla gli aveva inconsciamente scatenato contro; Filippo non ricordava nulla di simile in tutta la sua vita, quantunque più volte si fosse parlato delle sue avventure. Ma perchè si era trattato sempre di donne conosciute tra i gaudenti o saldamente legate ad altri, i suoi di casa s'eran guardati dall'occuparsene e dal fargliene parola.

Un giorno gli fu annunziata la signora Clarice Teobaldi.

Da Sirmione, poco dopo la partenza del conte, ella era tornata a Verona, e qui era rimasta, aspettando che passasse tempo sufficiente per poter ricordare l'invito di Filippo e recarsi a Venezia.

Piero, il valletto di Filippo, precedeva la signora, la quale, come aveva sognato, saliva veramente lo scalone marmoreo del palazzo Vagli, giungeva al primo piano, traversava una fuga di sale immerse nella penombra, dentro la quale si vedevano i mobili dorati, le pallide tappezzerie antiche, gli oggetti d'arte; e di nuovo saliva una scala meno larga e più breve, ed era finalmente introdotta nello studio di Filippo.

La Teobaldi guardò avidamente, nel tempo dell'attesa, le carte sparse sulla scrivania, semplici fogli da lettera, senza cifra e senza stemma; e guardò le pareti, dalle quali pendevano quadri antichi in vecchie cornici. Si vedeva, in uno, una donna — Venere doveva essere, tutta nuda, o Danae — sdraiata sopra un largo divano, e una ancella, con rapido atto sembrava voler coprire d'un manto porpureo che aveva tra le mani, la superba nudità della sua signora, perchè di tra le pieghe d'un pesante cortinaggio, sullo sfondo, apparivan la testa e il busto d'un importuno, che poteva essere Marte, desideroso ma accigliato per la prudenza dell'ancella.

La Teobaldi si stupì che quella fosse Venere, perchè non aveva, ai suoi occhi, nulla di particolare; era una femmina nuda, nè meglio nè peggio di tante altre. E anche non le piaceva quella tinta scura, quasi nera, che il quadro aveva preso qua e là, a danno dei colori.... La fotografia d'una bella dama moderna in abito scollato le sarebbe andata a genio, assai più di quel preteso tesoro d'arte.

Ma non ebbe tempo di seguitar nelle sue critiche, perchè Filippo sopraggiunse, e si dimostrò lietissimo della visita. Fece sedere la Teobaldi, la interrogò cortesemente per sapere quanto intendesse fermarsi a Venezia, esprimendo la speranza che si fermasse a lungo; e di chiacchiera in chiacchiera, mentre Piero recava un tè squisito in un servizio d'argento massiccio e molti biscottini deliziosi, vennero a parlar di Loredana.

— Ah, bisogna ch'io riveda quella mia fantolina! — esclamò Clarice, quantunque avesse la bocca piena. — Andrò a trovarla, andrò ad abbracciarla. Non l'ho mai dimenticata un'ora, in tutto questo tempo. Così bella, così buona, quella creatura di Dio.... Grazie!

Filippo le versava una seconda tazza dì tè, qualche goccia di latte, e le porgeva il canestro argenteo coi biscottini.

— Grazie. Bisogna ch'io la riveda, e che le parli.

Bevve alcuni sorsi, e, incoraggiata dalla simpatia che risvegliava nell'animo di Filippo rievocandogli l'amante perduta, Clarice riprese:

— Ma le pare, conte, che le cose possano andare avanti a questo modo? Lei non osa avvicinarla, per colpa della madre; Loredana non osa chiamarlo; e intanto vivono infelici l'uno e l'altra, mentre son fatti per intendersi, e si adorano.... Sono certa che io ho una missione, in questo dramma; sento che potrò riavvicinare due anime, due destini, due cuori. Ho certamente una missione; io non m'inganno! È stata Loredana stessa che mi ha chiamata a parte, quella sera, quella sera del telegramma, e mi ha additato ciò che dovevo fare. Sera fatidica!...

Filippo non avrebbe mai pensato che due tazze di tè potessero ubbriacare la buona donna, meglio che due coppe di sciampagna; ed esitando rispose:

— Vuole? Vuole parlare a Loredana? Le dica, allora....

Ma si tacque, non parendogli di poterla trattare, di punto in bianco, da ambasciatrice in un'impresa così delicatamente intima.

La Teobaldi diede fondo alla tazza, mangiò ancora un paio di biscottini.

— Sono baicoli, specialità di Venezia, non è vero?

E seguitò, aprendo un ventaglio spettacoloso di carta, e facendosi aria:

— Non ho bisogno che lei mi consigli. So quel che devo dire; ho, qui dentro, un consigliere infallibile che si chiama cuore.... Prima cercherò di studiare le abitudini della casa e di sapere come sta, quel tesoro di Dio, come la pensa: e poi, se tutto va a seconda, mi presenterò alla madre. È più prudente e più.... corretto. Le pare?... Scusi, è una Venere, quella che si vede lassù?

— Venere, — rispose Filippo.

— L'avevo capito subito; vecchi capolavori. Ah conte, lei non può imaginare quanto io sia fiera del compito che mi assumo.... Quando vedrò sorridere quelle labbra di fanciulla, io che l'ho vista partire disfatta da Sirmione, sarò felice più di tutti!

Filippo sorrise, prese una mano della Teobaldi, la tenne un istante fra le sue, e rispose:

— Lei è molto buona, cara signora, e vuole impedirmi di ringraziarla. Ma creda che, comunque le cose finiscano, io non dimenticherò mai, mai, ciò che lei ha fatto per me, per tutti e due!

— Le dico: io servo il mio cuore, e nessuno mi deve nulla. Se permette, quando avrò notizie, verrò a portargliele.

— Ma venga anche tutti i giorni, la prego. Faccia conto che questa casa sia sua, — esclamò Filippo, incalorito dalla speranza di aver finalmente nuove dell'amica.

La Teobaldi si alzò e s'incamminò con passo svelto, a testa alta, il ventaglio nella destra, pensando a un figurino di gran dama che aveva visto in un giornale di moda. E camminando, seguita a un passo da Filippo, domandò:

— Questo è il suo appartamento particolare, conte?

— Sì, sono le mie camere, — rispose Filippo, mentre, all'uscire dallo studio, premeva il bottone d'un campanello elettrico. — Ho la mamma in campagna.

— Messe con gusto principesco, — osservò Clarice, traversando un corridoio e poi una sala. — Magnifiche tappezzerie!... Non si disturbi, non si disturbi!

Filippo volle accompagnarla alla scala, ai cui piedi stava Piero in attesa di ricondurre la visitatrice attraverso il primo piano fino alla porta d'uscita. Al momento di stringerle la mano, Filippo non potè vincersi, e disse:

— La vedrà subito, non è vero?

— Domani! — promise Clarice, e ridendo d'un bel riso grasso, aggiunse: — Ma non sono a Venezia per questo?

— Grazie, grazie, grazie! — esclamò il conte inchinandosi. — Arrivederci!

Clarice scese la scala, e preceduta da Piero, ripercorse tutte le sale che aveva già intravedute; nell'anticamera, scorgendo sopra una tavola un Sileno coronato di pampini, circondato da baccanti ebbre, disse a mezza voce, con tono di persona esperta:

— Bello quel biscuit!

— Legno policromo del seicento! — enunziò Piero, senza guardar la signora, come avesse parlato all'aria.

Ella passò, a testa alta, imperturbabile, il ventaglio nella destra, mentre il valletto, premuto il bottone elettrico per dar avviso al portiere, si piegava fino a terra.


XX.

Così fu che Loredana potè aver notizie di Filippo e dargliene.

Il giorno in cui la Teobaldi si decise a varcar la soglia di casa De Carolis — quel giorno avverso ad Adolfo Gianella — Loredana fu contenta da non trovar parole per esprimersi.

Partita appena Clarice, la fanciulla corse nella cameretta dove sua madre stava ricamando la quattordicesima fogliolina in seta verde, e infantilmente si mise a ballare.

— Ebbene, Lori, che hai? — domandò Emma stupita.

Ma Loredana seguitava a girare in tondo, gli occhi scintillanti e le labbra aperte a un sorriso di pace.

Si arrestò d'un tratto, con un ultimo giro, in modo che le gonnelle le si gonfiassero d'aria, e si mise in ginocchio presso la mamma, la quale andava seguendola con l'occhio.

— Ho, — disse Loredana, — che Filippo mi ama sempre, anzi meglio di prima, e che non mi sono ingannata fidando in lui, e che mi pento d'aver pensato male, e che è qui, e che è mio, e che io sono sua....

— Questa bella ambasciata è venuta a farti la signora Teobaldi? — interrogò Emma, mentre una ruga profonda le solcava la fronte.

— Sì, mamma, la Teobaldi è buona. Anche su di lei m'ero ingannata. È buona, è prudente, e non bisogna rimproverarla. Non ha che il difetto di dipingersi male, e di vestirsi peggio. Hai visto, mamma, quel suo cappellino alla cacciatora, e subito sotto, quelle terribili sopracciglia al carbone? Oh che paura e che risate a Sirmione, quando la vidi la prima volta!...

Si mise a ridere, a gola spiegata, e balzò in piedi, a riprendere il ballo, cantarellando l'aria di un valzer.

— Lori, — esclamò Emma severamente, arrestandola con lo sguardo. — Che pensieri hai? Che cosa conti di fare?

— Io?

La fanciulla, ritta in mezzo alla camera, stette pensierosa un momento; poi disse:

— Io? Non temere nulla, mamma! Ah come ho imparato a vivere in questi pochi mesi, come son diversa da una volta! Flopi non saprà più riconoscermi, e mi dirà con meraviglia: « Sei una donnina, sei veramente una donnina! » E tu non temere, mamma; io sarò felice....

— In nome di Dio, — interruppe Emma, respingendo il lavoro, e alzandosi, — che cosa intendi con queste parola? Vuoi tornare con lui?

Loredana le corse incontro, l'abbracciò stretta, le diede molti baci, dicendo:

— O mamma bella, o mamma cara, non sgridarmi, ma sì, ecco, voglio tornare con lui! Ed egli vuole tornare con me, o mamma bella, perchè niente gli piace senza di me, e il lusso non è il lusso, e il suo palazzo è una casupola, e le donne sono pupattole, e le abitudini sono catene.... Me l'ha scritto, e l'ho imparato a memoria, e gli credo....

— Povera, povera bambina! — esclamò Emma. — Tu credi tutto; ma non gli hai domandato perchè non ti sposa?

Loredana allentò le braccia e lasciò sua madre.

— Non glielo domando, — rispose, oscurandosi in volto, — perchè se anche egli volesse, io non vorrei. Ah no, non vorrei morire per tutta la guerra che la sua famiglia mi muoverebbe contro prima di cedere, e per tutte le umiliazioni che dovrei subire da quella sua gente e dai suoi amici, il giorno ch'io fossi moglie di Flopi. Vedi: io so, perchè egli non mi sposa; perchè non mi tormentino e prima e dopo fino alla morte. Sarò la sua amante; dunque meglio che la sua sposa.

— E calpesterai anche il ritegno, e lascerai che tutti sparlino di te e di tua madre? — osservò Emma con voce dolente.

— O mamma cara, non parlan male di te e di me, ora, tutti? — rispose Loredana. — E che premio ho io dunque di ciò che credono il mio ravvedimento? Hanno saputo, hanno inventato, mi hanno già uccisa nell'anima; nulla può accrescere il male che già mi fu fatto, e se io non sono morta per gli altri, gli altri sono ben morti per me. O mamma bella, tu, tu sei la bambina che crede; io non potrò mai essere tanto cattiva quanto si è detto....

— E vuoi andartene ancora, e lasciarmi sola? — domandò Emma, guardandola con gli occhi annebbiati.

— Non so, mamma; non interrogarmi, non turbarmi, oggi. Oggi io sono così contenta, perchè egli mi ama ancora; e non bisogna turbare chi è contento dopo un lungo dolore.

— Ma come, dunque, — insistette Emma, — se ti ama tanto non è venuto più qui?

— O mamma, cara, tu lo sai. Tu gli hai detto che ogni cosa doveva essere finita e che non varcasse più la soglia della nostra casa. Egli ha obbedito; non lo rimproverare; è stato lontano da me, pensando che io pure non lo volessi, temendo che io gli facessi colpa — e gli facevo colpa! — di avere svelato il luogo ov'ero rifugiata.... Non lo rimproverare; egli ti ha obbedita.

— Poi ti ha mandato quella donna a dirti che ti vuole ancora! — esclamò Emma. — Così mi ha obbedita, il briccone!

— Volevi ch'egli morisse? — domandò Loredana. — Volevi ch'egli mi lasciasse morire?

— Non si muore per queste cose, bambina!

— Io sarei morta, o mamma bella! Io ero già sfinita e non avevo più forza per resistere all'avvilimento! Si può essere vivi e morti, non sai? Io era viva e morta, fin che di lui nulla sapevo; ed oggi soltanto sono tutta, tutta viva!...

— Oh che pazza! — esclamò Emma, andando a sedersi in un angolo della cameretta. — Che pazza è dunque diventata mia figlia?

Ma non ardì continuare il lamento.

Guardò Loredana e la vide, com'essa diceva, tutta, tutta viva; la fragranza di quella giovinezza s'effondeva per la camera; la fanciulla dritta, svelta, bella, sembrava una prigioniera in quel piccolo spazio; qualche voce che nessuno poteva udire, echeggiava intorno a Loredana, chiamandola per la sua strada ampia o aspra; e nulla avrebbe potuto arrestare la forza misteriosa, che gli uomini chiamano destino, e che parlava inconsciamente per gli occhi ardenti di Loredana.

Emma sentì questo in confuso; e capì che ogni ostacolo sarebbe stato travolto; si domandò se avesse diritto d'imprigionare ancora sua figlia, e del suo diritto dubitò.

Riprese in silenzio il ricamo, abbassò la testa sul lavoro, non disse più nulla.

Loredana, in punta di piedi, non potendo trattenersi, ricominciò a ballare il valzer chetamente.


XXI.

Essa non potè mai dimenticare quella notte, quell'angoscia, quelle emozioni.

Sol per aprire la porta della camera e per discendere le scale, dovette radunar tutta la sua volontà; e ad ogni scalino le sembrava che il fruscìo della gonna fosse strepitoso, che il suo respiro fosse veemente così da destar chi dormiva; e i ginocchi le scricchiolavano.

S'era avvoltolata intorno alla testa una sciarpa nera, che le cadeva fino in grembo; ed era tutta vestita di nero; il viso bianco e i grandi occhi scuri attraevan meglio lo sguardo, per quella sciarpa che incorniciava l'ovale delicato del volto; ma Loredana credeva d'essersi mascherata, sentendosi avvampar dal caldo.

Finalmente, aperto, con un ultimo brivido, l'uscio a pianterreno, si trovò in istrada, e vide Clarice.

Le due donne si misero a camminare senza far parola, spaurite dalla propria audacia e pensierose. Era di poco valicata la mezzanotte; da una taverna uscirono alcuni uomini e squadrarono quella coppia frettolosa, non comprendendo di quali femmine si trattasse; e poichè l'uno diceva con parole villane la sua ammirazione per la ragazza, un altro lo ammonì sarcasticamente:

— Lascia andare, figliuolo. Lì, occorrono biglietti da mille!

Loredana vibrò da capo a piedi; mormorò a Clarice:

— Ho paura. Torniamo indietro.

— Su, su, coraggio! — disse la Teobaldi, che tuttavia non era meno inquieta della sua giovane amica. — Non siamo lontane.

Ella stentava ad agguagliare il passo di Loredana; ma correva aiutandosi con qualche piccolo salto, facendo sobbalzar tutta la sua povera carne.

— Presto! — diceva Loredana quasi ad ogni passo. — Non ci segue nessuno?

— Nessuno! — rispondeva Clarice, cogliendo il destro per rallentare un poco, e voltarsi.

Un ubbriaco, in una calle stretta, parlava e gesticolava da solo. Non gli tornava il conto della serata e nominava alcuni uomini illustri della città, dichiarando che all'indomani li avrebbe chiamati a testimoni contro l'oste e i compagni di giuoco. Vide le due donne, le lasciò avvicinare, e si rivolse a Loredana:

— Dica: se io spendo sessanta per un litro e mezzo....

E pencolò maledettamente; Loredana mandò un grido soffocato e si mise a correre.

— Lei, la vecchia, è più ragionevole, — osservò il beone, guardando Clarice che s'allontanava a passo celere. — Non corre, la vecchia, perchè ha i piedi in malora. Ma se io spendo sessanta per un litro e mezzo....

— Lori, Lori, mi aspetti! — disse a mezza voce Clarice.

La fanciulla si fermò, la Teobaldi le si mise al fianco, e ripresero a camminare.

— Che paura, tesoro mio! — esclamò Clarice, tentando di sorridere.

— Ah sì, muoio di paura! Quell'ubbriaco per poco non mi cadeva addosso!... Ma quanto dobbiamo camminare ancora?

— Adesso ci siamo. Volti a destra....

— Non ne capisco più nulla, — mormorò Loredana.

Essa stentava a riconoscere le calli, in quell'ora notturna; tutte le porte eran chiuse, le finestre chiuse, e di tratto in tratto una larga chiazza d'ombra toglieva la vista delle case, dei confini, degli angoli; poi appariva un lampione dalla luce rossastra, e, a quando a quando, un rio dall'acqua immota e nera. Nel silenzio solenne, dentro le calli più anguste, i passi delle due donne davano un rimbombo prolungato; lontanamente, per due volte in due punti diversi, risonò la voce gutturale d'un gondoliere, che s'internava con la sua gondola in un rio; e qua e là una zaffata di odore salso giunse alle nari di Loredana, che storse la bocca.

— Ci siamo! — disse improvvisamente Clarice.

Loredana alzò gli occhi, e riconobbe il palazzo Vagli, balzato fuori dall'ombra come per magìa; largo e tozzo, ammantellato nell'oscurità, lasciava a pena intravedere le finestre bifore e le colonne patinate dal tempo; era tutto muto.

Ma la fanciulla non ebbe agio a contemplare; un uomo si staccava dalla porta fiocamente illuminata, le veniva incontro, l'abbracciava con tale veemenza da sollevarla da terra e trasportarla dentro in un sol gesto.

Richiuse d'un colpo lo sportello, e stringendosi la fanciulla al fianco, cingendole col braccio destro il collo quasi a difenderla da un nemico invisibile, inoltrò.

Restarono per sempre impressi nella mente di Loredana il cortile buio, l'atrio buio, illuminati a sprazzi dal fanale, che l'uomo teneva nella sinistra; e la scalinata e quelle sale dove lampeggiavan fugacemente uno specchio, la doratura dei mobili, la superficie levigata d'una tavola o d'una statua.

I passi risonavano sordamente sul tappeto, e tanto silenzio era intorno, che benchè nessuno vegliasse a quell'ora, i due amanti non parlavano.

Loredana si volse a cercar Clarice, ma non vedendola più, alzò gli occhi a guardar Filippo, e gli sorrise.

Obliata la madre, la notte, la casa, essa era felice e superba della propria audacia; il palazzo le sembrava immenso, ma sicuro, e quel braccio attorno al collo era il segno d'una protezione quasi onnipotente. Le tornava l'imagine di Filippo più forte, più audace, più fidato di chiunque al mondo, e ne fremeva di piacere.

— Qui? — ella domandò sottovoce.

— Qui, — rispose Filippo, liberandola dalla stretta.

Erano nella camera di lui. Loredana vide larghi e pesanti cortinaggi alle finestre, un letto ampio, una pelle di tigre, con la testa enorme e gli occhi fissi, stesa a terra; sopra un tavolino moresco incrostato di madreperla ardevan cinque candele in un candelabro di vecchio argento; a una parete scintillavano le guaìne metalliche di armi stravaganti.

Non vide altro, nel tumulto della gioia; pensò che il suo amore seguitava, riallacciando quella notte col giorno malinconico in cui era tornata tutta sola da Peschiera; oh, anche il suo amore gagliardo vinceva gli ostacoli, e i baci che sentiva eran più saporosi dopo tante lagrime...!



SECONDA PARTE.


I.

Giselda Fioresi, al braccio di Berto Candriani, s'era fermata innanzi alla tavola del buffet, in casa della contessa Lombardi.

La lunga tavola era tutta occupata da piatti colmi di pasticcini e di dolci; due grandi samovar d'argento fumavano, e da un'enorme zuppiera un servo scodellava nelle tazze il punch freddo, mentre altri versavano lo sciampagna gelido dalle caraffe di cristallo e distribuivano i sorbetti rosei e bianchi.

— Se lei non fosse venuto a salvarmi, — continuò Giselda, accennando con la testa a un signore tozzo e rubicondo, che sorbiva adagio una granita di caffè, — gli sarei caduta fra le braccia....

— Oh Dio! — singhiozzò comicamente Berto Candriani.

— Per la noia, per la noia! — disse Giselda ridendo. — Non sa parlare che del suo automobile, e s'atteggia a disdegnare i cavalli....

— Così le ha fatto sapere che ne ha....

— Ne ha dieci, nelle scuderie della sua tenuta di San Polo; ma vuol venderli....

Nuove coppie, gli uomini in marsina, le donne in abito scollato e grande cappello, erano sopraggiunte e facevan coda, incalzando, alle spalle di Berto e di Giselda.

— Vuole sciampagna? — domandò Berto, prendendo una coppa dalle mani d'un servo e passandola a Giselda, che vi bagnò appena le labbra.

— Datemi due gelati, — ordinò qualcuno che stava dietro il Candriani.

— Aspetta, — disse questi al marchese di Spinea, che aveva al braccio la contessina Cafiero, — ti lasciamo il posto.

E avviandosi con Giselda, seguitò ad alta voce:

— Bada, che c'è molto punch bollente, che non si beve, e poco sciampagna freddo che si berrebbe volontieri.

— Zitto, maldicente! — gli disse il marchese di Spinea. — Vedremo che cosa ci offrirai quando verremo da te.

— Bravo, stai fresco! — esclamò Berto. — Resto scapolo apposta per non avere seccatori in casa!

Sul limitare, Berto e Giselda dovettero fermarsi. La duchessa di Torrecusa e la contessa Osvaldi, tenendo ciascuna una coppa di sciampagna, s'esercitavano a portarla alle labbra, dopo aver fatto col braccio destro alcuni giri a spirale. La duchessa vi riuscì, versando dall'orlo metà del contenuto, e la contessa Osvaldi, che rideva a gola spiegata, vuotò la coppa intera sul tappeto, e rinunziò alla prova, perchè i cavalieri intorno la facevan ridere troppo.

Berto Candriani s'aprì un varco tra i gruppi, traversò con Giselda un lungo corridoio, poi la sala pei fumatori, dove sedevano alcuni uomini, timidi o noiati, che si scambiavan gli astucci delle sigarette o i gravi propositi d'una più energica politica internazionale; passò oltre la sala rossa, tutta rossa fiammante per le tappezzerie e pel colore dei mobili dorati, e si fermò nella sala rosea che precedeva la sala da ballo.

— Andiamo laggiù! — disse, accennando un alto e lungo paravento sul quale eran trapunte in oro parecchie grosse cicogne, brillanti sopra uno sfondo color chiaro di luna.

— Dietro il paravento? — chiese Giselda, lasciandosi trascinare senza troppa resistenza.

— Sieda, — ordinò Berto. — Io siedo qui di di fronte; lei metta fuori le punte dei suoi piedini, così quelli che passeranno per andare a saltar come pere secche, capiranno che qui c'è qualcuno.

— Ma no, ma no, è sconveniente! — osservò Giselda. — E poi, lei ha l'abitudine di parlar male di tutti, e potrebbe sparlare proprio di quelli che passano....

— Ingenua fanciulla! — esclamò Berto Candriani. — C'è l'occhio della cicogna!

— Che cosa vuol dire? — domandò la contessina Fioresi con un sorriso, che pregustava qualche strana storia.

— Vuol dire che son forati gli occhi d'una cicogna, e di qui vedo benissimo senza essere veduto. Guardi che bei buchi!

Giselda si alzò a guardare, appoggiandosi lievemente alla poltrona di Berto; attraverso due fori, che corrispondevan dall'altro lato agli occhi d'una gigantesca cicogna, si vedevan benissimo il resto della sala e la porta dalla quale dovevan passare le coppie. Giselda diede in una risata.

— Ma quando ha fatto questo lavoro? — domandò.

— Badiamo: è un segreto che si rivela a una gentildonna; i buchi li ha fatti Silvestrelli, il capitano di corvetta, due anni or sono, e prima di partire per il giro del mondo li ha confidati a me. Io sono l'unico erede di questi buchi, e nessuno se n'è mai accorto. Spero che lei apprezzerà tutto il valore della mia rivelazione.

— Sono utilissimi, — dichiarò la Fioresi solennemente. — Non dirò parola ad anima viva.

Berto fece un cenno con la mano; qualche coppia passava, dirigendosi al salone da ballo e chiacchierando; alcuni cavalieri sopraggiunsero, diedero un'occhiata, videro la sala vuota e se ne andarono di nuovo.

— Ha notato, contessina, che stasera non c'è Flopi? — riprese Berto con la sua voce più melliflua, piano piano.

— Non ho notato nulla! — rispose Giselda bruscamente. — Perchè dovrei notare queste inezie?

— Inezie? Non ci sono inezie per chi ama.... Si vorrebbe sapere dove è Flopi a quest'ora, che cosa fa, che cosa dice.... Non è vero?

— Non è vero; io non voglio sapere nulla. Il conte Vagli non m'interessa più di quanto sia lecito, e io non ho l'abitudine di amare chi non si occupa di me.

— Non dico sia un'abitudine, — osservò Berto. — Può essere una fatalità.... Zitta! — soggiunse, dopo aver dato uno sguardo ai buchi della cicogna. — C'è lo zio!

Il conte Roberto Vagli entrava in quel punto con un altro vecchio signore; il conte Roberto era dritto e magnifico, il largo petto inquadrato dal panciotto della marsina, all'occhiello della quale era fissato un superbo garofano bianco; tra le mani il conte teneva il gibus, alla maniera antica.

— Io ti assicuro, — egli seguitava, — che è una corbelleria, questa di voler tanti treni fra Venezia e Milano; treni diretti, treni direttissimi, o, come si dice ora, treni-lampo! Sai che cosa avverrà?

L'amico sedette in una poltrona, e il conte ripetè, standogli innanzi:

— Sai che cosa avverrà? Avverrà che Venezia fra pochi anni sarà un sobborgo di Milano, e le nostre civette andranno a far le compere a Milano, e i nostri giovanotti si vestiranno a Milano, e tutti i nostri quattrini ingrasseranno Milano, e il nostro commercio e la nostra industria rimarranno quel che sono ora, una povera cosa. Non mi diceva un momento fa il Cavenaghi, sai, quel mercante di carbone, che si pensa d'attuare un treno per tempissimo, cosicchè si possa andare a Milano, starvi sei o sette ore, e tornar la sera medesima? Io ti domando!...

L'amico si alzò, e tutt'e due s'avviarono.

— Io ti domando se questo si chiama far l'interesse di Venezia....

— Che bella mente! — esclamò Berto Candriani, quando fu sicuro che i due se n'erano andati. — Non vuole i treni diretti; bisognerà offrirgli un servizio di muli. Dopo la battaglia di San Martino, non ha capito più nulla. E Flopi deve lottare con questi suoi parenti, i quali, nonchè l'amore, non sanno intendere nemmeno la ferrovia!...

— Ma io non comprendo perchè Flopi debba lottare coi parenti, — osservò Giselda. — Lotta per che, per chi?

— Bah, — esclamò Berto Candriani, arricciandosi i mustacchi con studiata espressione di mistero. — Affari riservati! Non dimentichiamo che lei è una signorina.

Giselda si sentì avvampar la faccia: aveva ventitre anni, molta voglia di vivere, fors'anco molta violenza contenuta dall'abitudine e dalla educazione; e nulla più l'irritava che l'ignoranza e l'espressione di candore che dovevan formare la sua maschera sociale.

Ella crollò il capo e rispose con voce dura:

— Quali sciocchezze! Ma se so tutto!...

— Tutto? — ripetè Berto, sicurissimo che non sapeva nulla, ma contento d'essere esonerato dalla discrezione. — Lei sa che Flopi ha un'amante?

— Ma certo!

— La quale è bellissima?

Giselda esitò un attimo.

— Ciò non importa. Chi la dice bellissima, — rispose, — chi mediocre, chi brutta!

Berto sorrise fugacemente, e incalzò:

— Bellissima; e lei sa che Flopi l'ha rapita, l'ha sedotta, la tiene con sè, e che ora ha sulle braccia tutti i parenti?

— Di lei; è naturale, — osservò Giselda.

— No, di lui; i parenti di lui sono spaventati, perchè non capiscono che cosa voglia farne, e temono che la sposi....

— Ma i parenti di lei perchè non intervengono? — domandò Giselda quasi con impazienza.

— Per una ragione ottima, contessina mia, — rispose Berto ridendo. — Perchè sono nel regno dei cieli, ad eccezione d'una madre, la quale se l'è ripresa una prima volta, ma se l'è vista ripartire con Flopi; onde la povera donna ha rinunziato a lottare e a discutere.

— E dove sono ora? — chiese Giselda con aria distratta.

— Chi? I parenti? Lo zio era qui poco fa, a parlar di treni....

Giselda interruppe, battendo un piede a terra, spazientita.

— Ma no, mio Dio! Flopi e quell'altra!...

— Ah!... Sono a Venezia; anzi ho pranzato oggi da loro. Bisogna dire che se qualche cosa d'irregolare è in quella casa, non lo si vede certo nella disposizione dei mobili, nella scelta delle vivande, nella qualità degli oggetti che adornano l'appartamento. Tutta roba squisita.... Credo che Flopi verrà stasera a salutar la contessa, sul tardi....

— Lei è molto addentro nella confidenza di Flopi! — osservò ironicamente Giselda, alzandosi.

— Sì, sono dei pochi che frequentano la casa, — disse Berto drizzandosi in piedi e offrendo il braccio a Giselda.

— No, grazie, — rispose questa, freddissima. — Devo dire una parola alla Torrecusa, che vedo seduta laggiù, nella sala da ballo.

E s'avviò sola, ma si fermò di repente:

— Quale casa? — domandò sottovoce.

— Sì, la casa di Flopi. Egli vive solo, ora; voglio dire non vive a palazzo. Ha un bellissimo appartamento sulle Zattere....

— Con la bellissima compagna! — concluse Giselda, che si lasciò sfuggire una risatina troppo stridula per essere sincera.

Berto s'inchinò, girò sui tacchi, e perfettamente sicuro d'aver fatto il bene di Giselda, di Flopi, e fors'anco di Loredana, passò nella sala rossa, e si mischiò a un gruppo di dame che ridevano in piedi con alcuni ufficiali di marina.

L'orchestra attaccò un valzer; i cavalieri traversarono la sala, s'incrociarono, ricomparvero con le dame al braccio, s'avviarono alla sala da ballo; fu una sfilata rapida di coppie, un'ondata di profumi.

Il valzer diceva: « Queste gioie fallaci, tutte simili all'invisibile onda delle mie note, si dissolvono nel tempo, e nulla più rimane quando l'alba livida vi richiama alle case. Abbandonatevi a queste gioie malinconiche, a quest'onda invisibile, e sognate tutti i vostri sogni, prima che l'alba vi risvegli.... »

Il maggiordomo comparve a un tratto nella sala rossa, si presentò alla contessa Lombardi, le disse qualche parola inchinandosi.

La contessa ebbe un sorriso e mosse lentamente verso la porta d'entrata, mentre un susurrìo di curiosità si propagava nella sala tra i gruppi degli invitati che avevan preferito la conversazione alla danza.

Quasi contemporaneamente un signore non alto di statura, largo di spalle, con lunghi favoriti biondi, varcava il limitare e dirigendosi rapidamente incontro alla contessa, le prendeva la mano, così da impedirle l'inchino che la dama aveva abbozzato.

S'udì la voce dell'uomo, una bella voce molle:

— « Je vous suis bien reconnaissant, comtesse », — egli diceva, baciando la sottile mano guantata.

— Chi è? — domandò Berto Candriani.

— Non lo conosci? — disse il tenente di vascello Paolo Orseolo. — È Milan, l'ex-re di Serbia.

— Oh guarda! — esclamò Berto. — Si muove bene in un salotto, meglio che sul trono, l'animale....

Il conte Orseolo diede una gomitata a Berto.

Milan s'inoltrava, tenendo al braccio la contessa Lombardi, che gli presentò gli invitati.

Berto aveva ragione: Milan aveva piuttosto l'aria d'un gran signore annoiato che non l'aspetto d'un Sovrano. I favoriti e i baffi biondi contrastavano con l'espressione di lassezza diffusa sul volto; e dentro gli occhi grigi e freddi passavan talora lampi improvvisi, come per effetto d'un pensiero che sopraggiungesse e illuminasse o facesse tremare quell'anima.

Egli disse qualche complimento alle dame intorno, con misura e con gusto, sorridendo e socchiudendo gli occhi.

A Berto Candriani domandò:

— « Est-ce que vous êtes du Rowing-Club, comte? »

— « Mais sans doute, Altesse! » — rispose Berto Candriani prontamente.

Milan gli sorrise soddisfatto; e mentre egli si allontanava con la contessa per dirigersi alla sala da ballo, Berto soggiunse a bassa voce con Paolo Orseolo:

— Mai visto il Rowing-Club! E tu?

Il conte Orseolo si mise a ridere.

Milan era giunto a Venezia in quei giorni, proveniente da Abbazia, dove aveva passato qualche settimana col giovane re Alessandro, suo figlio. I giornali avevano anzi parlato d'un tentativo d'avvelenamento commesso dai nemici degli Obrenovich contro Alessandro; e Milan, che in quell'epoca dimostrava pel figliuolo una vera tenerezza, ne era rimasto foscamente impressionato.

Era sceso all'« Hôtel d'Europa »; la contessa Lombardi, che l'aveva conosciuto alcuni anni prima a Biarritz, l'aveva invitato alla sua sauterie.

Berto Candriani stava per seguirlo a distanza e per gustar le altre presentazioni, ma vide entrare in quel punto Filippo Vagli, e gli corse incontro.

Filippo lo guardò interrogativamente.

— C'è Milan, — annunziò Berto.

— C'è già? — disse Filippo. — È simpatico?

— Un tozzo di pane. Ti domanderà se sei del Rowing-Club. Ti prego di dirgli di sì, perchè ciò gli fa piacere.

— Va bene. E la contessa è con lui?

— Naturalmente. Adesso che ha una specie di re per le mani, tu puoi risparmiar di salutarla, perchè conti anche meno del solito.

I due amici s'avviarono ridendo verso la sala rossa.

— A proposito, — soggiunse Berto. — Ti ho reso un piccolo servizio, questa sera.

— Mi fai tremare! — esclamò Filippo.

— Coraggio! C'era la Fioresi che schiattava dalla voglia di saper che cosa fai, come vivi, dove ti nascondi. Io le ho raccontato tutto.

— Le hai parlato di Loredana? — esclamò Filippo, arrestandosi.

— No. Le ho parlato di te, della tua passione, delle baruffe con la tua famiglia; quadro completo, insomma!

— E lo chiami un piccolo servizio, questo? — disse Filippo, stringendo la mano di Berto. — Ma è un servizio impareggiabile, prezioso, magnifico....

— Un servizio per dodici persone, — mormorò Berto.

— Proprio! Così avrò costei sulle braccia, come non bastassero tutte le altre! — concluse Filippo. — Ma dove hai la testa? Quando imparerai, tu, a essere discreto?...

Berto era un po' confuso; aveva creduto, dapprincipio, che Filippo lo ringraziasse e gli stringesse la mano per davvero; ed ecco che tanta gratitudine si risolveva in un rimbrotto.

— Non ti arrabbiare, Flopi, — egli disse. — Alla fin fine, che cosa avverrà? Che la Fioresi non ti annoierà più coi sospiri e gli sguardi languidi....

— Ma ti prego di credere che la Fioresi non ha mai fatto nulla di simile, caro mio, e che queste son fantasie del tuo cervello ozioso....

Berto non potè replicare.

Giunti nella sala rossa, videro nel bel mezzo Milan Obrenovich che parlava con la duchessa di Torrecusa.

— « Nous avons fait un pari, la comtesse et moi, » — diceva. — « La comtesse disait que vous avez les yeux gris clairs, moi je disais que vous les avez verts, ce qui vous sied excessivement bien. Et voilà, j'ai gagné! »

La duchessa sorrideva, un po' impacciata, sotto la fiamma che sfolgorarono a un tratto gli sguardi di Milan. Si sarebbe detto ch'egli avesse voluto bere la luce che sorgeva dal corpo sottile, dalla carnagione rosata, dai capelli aurei della giovane dama.

Gli altri tutt'intorno sentirono quella vampa di desiderio, che il re del tappeto verde e delle alcove aveva recato con sè, e tolsero gli occhi dalla coppia e seguitarono per discrezione i loro discorsi.

— Oh perchè non si ricoverano dietro il paravento? — mormorò Berto, con un'occhiata al principe. — Se vuole io gli insegno i buchi, a Milan....

— Quali buchi? — domandò Filippo stupito.

— I buchi del paravento. Li ha trovati comodissimi anche la Fioresi. Vieni, che ti faccio vedere; è un segreto, il segreto che si rivela a un gentiluomo....

In quel punto, la Fioresi, giungendo dalla sala da ballo con passo svelto, alta la testa, un tranquillo sorriso sulle labbra, fermò Filippo, stendendogli la mano.

— Buona sera! — ella disse. — Si disperava di vederla tra di noi....

Berto Candriani rattenne un ghigno di malizia, ma Giselda lo indovinò più che non lo vedesse.

— Mi dia il braccio! — ella soggiunse a Filippo. — Facciamo un giro, lontano da questo re che non mi piace!

Filippo le diede il braccio e s'avviò presto con lei fuori della sala.

— Ha ragione se non le piace quel re, — disse. — Perchè pensava che io non sarei venuto stasera?

Berto, sprofondate le mani nelle tasche dei calzoni, rimase a guardar Filippo e Giselda che si allontanavano; poi squadrò di nuovo Milan Obrenovich, e gli venne in mente un verso, un verso del quale non avrebbe potuto dir l'autore, ma che gli sembrava adatto alla sua situazione:

“Messo là nella vigna a far da palo„.

— Senta che bel galopp! — gli disse la contessina Cafiero, passandogli al fianco.

Berto l'afferrò per il braccio, quasi a volo, con tal furia che la fanciulla fece un gesto di spavento; e conducendola seco di corsa:

— Andiamo! — disse. — Qui tutti galoppano! Galoppiamo anche noi!...

La Cafiero, vestita di rosa, alta e bruna, un neo in mezzo alla fronte, cominciò a ballar con Berto, ridendo e socchiudendo gli occhi voluttuosamente.


II.

Dopo la notte trascorsa da Loredana al palazzo Vagli, Filippo aveva trovato e arredato l'appartamento sulle Zattere, di fronte al largo e torpido Canale della Giudecca; aveva persuaso con molta facilità del resto, la signora Clarice Teobaldi a lasciar Verona e ad allogarsi nell'appartamento; di poi era toccato alla Teobaldi, nelle frequentissime sue visite, a persuader Loredana, che combatteva tra il desiderio di raggiungere finalmente Filippo e la crudele necessità di dar nuovo dolore alla mamma.

Loredana s'era decisa un giorno in cui Adolfo Gianella l'aveva affrontata in istrada, dichiarandole di volerla accompagnare per vedere se mai andasse dal conte. L'insolenza del giovane l'aveva così esaltata che quel pomeriggio medesimo, invece di tornare a casa, aveva raggiunto Clarice Teobaldi, e alla mamma aveva scritto ch'era a Venezia, ch'ella non temesse, ma che ormai « il suo destino la chiamava ».

Così Clarice era diventata la dama di compagnia di Loredana; e Loredana l'amante, alla faccia del sole, di Filippo. Egli volle festeggiar l'avvenimento con un piccolo viaggio, e partirono i due innamorati per i laghi lombardi, lasciando Clarice a Venezia.

La dama di compagnia, altera del suo nuovo e delicato ufficio, aveva rinunziato agli abbigliamenti vistosi; vestiva sempre di nero, ma con quel suo vezzo di indossare abiti troppo corti, che le lasciavano scoperto tutto il piede, sembrava da lontano un vecchio merlo.

Quando Loredana e Filippo tornarono, ella potè annunziare che la signora Emma era stata due volte a cercar della sua Lori, e che non si lagnava più, e che aveva piegato il capo, anche lei, sotto quella raffica di passione. La signora Emma, travolta dal furore altrui e dalla debolezza propria, la quale pareva esser cresciuta dopo l'unico atto energico da lei compiuto a Sirmione, aveva veramente abbandonato le redini, non sperando ormai che nella onestà di Filippo, nella saggezza di Loredana, in qualche lontano avvenimento tuttavia incomprensibile.

La sua Lori andava a trovarla spesso, in quella casetta bianca sul campiello muto, dalla quale i pettegolezzi ostinati e i fatti veri avevano allontanato amici e conoscenze, cosicchè la signora Emma viveva ora quieta e sola, abbandonata e placida. Qualche volta Lori si fermava a colazione o a pranzo; e mai le due donne non parlavano del conte; bensì, era in tutto l'atteggiamento della fanciulla verso la madre una premura nuova, un'affettuosità timorosa, che parevan chiedere continuamente il perdono nel silenzio; e quel perdono era già nel riserbo della signora Emma, che non aveva più detto parola dei suoi presentimenti.

Loredana traversava allora un periodo di selvaggia e franca voluttà. Filippo era l'amore, e l'amore l'inebbriava, come se il calore di quel principio d'autunno avesse bruciato le vene di lei, moltiplicandone il desiderio e i capricci notturni e diurni. Il suo corpo bianco finemente venato, i seni duri dai capezzoli che ricordavan le fragole odorose, il ventre piccolo chiaro come ambra, le gambe dai bei ginocchi e dalle cosce muscolose, — splendevan la notte sotto i baci di Filippo, tra i veli della zanzariera, che chiudevan gli amanti come nell'onda azzurra e dolce d'un acquario.

Al ritorno dall'escursione dai laghi lombardi, Filippo chiamava Loredana « la viperetta » ed ella sorrideva misteriosamente. Quel che di più gaio, di più sano e di più forte era nella sua anima veneziana, sfolgorava nella passione libera, così che nessun dono era per la giovane premio più ambito che un'ora di baci e di carezze.

Baci e carezze di Filippo; mai non aveva pensato potessero essere d'altri; mai non aveva guardato i facili ammiratori che, protetti dall'angustia e dalla cattiva luce delle calli, la seguivano, fosse sola per correre dalla mamma, o fosse accompagnata da Clarice, e le susurravano, passando, brevi frasi, e osavano qualche sorriso e le ronzavano intorno.

Ella aveva per Filippo una gratitudine cieca, una specie di religione; ma lungi dall'essere timorosa, era lieta ed uguale; risuonava il suo canto la mattina, nel torrente di luce che invadeva le camere; e tutto il giorno Loredana viveva con piacere, occupandosi con Clarice delle compere, dando ordini alla cuoca ed alla cameriera, riempiendo la casa delle sue corse, delle sue risatine, facendo ammattire la povera dama di compagnia, della quale imitava i gesti al piano e le stonature e il modo di camminare e il dialetto veronese, con tanto impeto, che Clarice finiva per riderne.

Filippo si recava tutti i giorni dall'amante, vi si tratteneva a colazione spesso, a pranzo quasi sempre, e per lunghe ore nella serata. Ancora non s'era fatto veder per la strada con la ragazza; gli spiaceva l'ostentazione dei suoi amori, quantunque nessuno potesse ormai ignorarli.

Egli aveva pensato di vivere con Loredana lungi da Venezia, in qualche città dove, per esser la vita larga e rapida, la curiosità è meno molesta. Ma in quei giorni appunto le diatribe coi parenti s'eran fatte acute.

La contessa Bianca aveva minacciato Filippo di farlo diseredare dallo zio Roberto; occorreva una punizione materiale, poichè i concetti d'onesto vivere e il senso del decoro non avevan presa su di lui; e in verità la perdita d'un patrimonio che, come quello dello zio Roberto, si aggirava intorno ai due milioni, non poteva non impensierire Filippo, il quale non possedeva nemmeno un terzo di quella ricchezza. Allontanarsi decisamente da Venezia e con Loredana in un frangente simile, sarebbe stata imprudenza grave, anche perchè la minaccia non era venuta sino allora che dalla contessa Bianca e nulla diceva nel contegno dello zio Roberto ch'egli pensasse a tanto estremo. Anzi, di Loredana non aveva più parlato.

La contessa Bianca, infatti, s'era avveduta presto che di Flopi, dello scandalo, della « monella », dei soliti discorsi, il cognato era arcistufo; poteva egli bensì dare un consiglio, ma considerava i consigli a guisa dei denari, dei quali se si regalano o se si prestano, non è lecito al donatore invigilar l'uso e rinfacciar la prestanza.

Prudentemente, la contessa Bianca smise d'intrattenere il cognato sulle follie di Filippo, ripromettendosi di tornar daccapo ad occasione propizia; e dopo un ultimo colloquio breve, secco, perentorio, col figlio che si mostrò rispettoso e cocciuto, ella si ridusse nella sua campagna di San Donà.

Ciò che la contessa aveva previsto, si avverava fatalmente: il vincolo tra Flopi e Lori si era fatto via via più saldo; non era Loredana l'amante, nè la mantenuta, ma qualche cosa tra la moglie e l'amica, qualche cosa che non si vende e non si compera, che si può abbandonare ma che non si dimentica più, che con rapidità propaga il suo dominio dai sensi al cervello e dal cervello al cuore. Si trattava d'un caso d'amor libero, che talune condizioni potevano spezzar da un giorno all'altro, e che talune, più probabili, potevano un giorno trasformare in un matrimonio.

Filippo, tutto preso dalla « viperetta », dimenticò finalmente la prudenza e andrò a vivere egli pure nell'appartamento sulle Zattere, che per Loredana era troppo grande; la camera attigua a quella in cui dormiva la giovane fu ridotta, da salottino, in camera da letto per Filippo; e tra l'una e l'altra si aprì una porta di comunicazione. Il conte fece trasportar mobili, libri, oggetti suoi nella nuova dimora; vi condusse anche Piero, il domestico silenzioso, e si ripromise di vivere da quel giorno, ora in casa di Loredana, ora nel suo palazzo, secondo che le convenienze e gli obblighi sociali avrebbero permesso.

Loredana non aveva chiesto mai nulla, e tutto le veniva profferto spontaneamente, con fresco entusiasmo, con incredibile audacia da quello stesso uomo, che andava sostenendo tanta guerra per il suo amore. Ad ogni piccola novità, ella rideva nervosamente, quasi smarrita, rilevando che la casa si trasformava, si faceva bella e intima, che Filippo le dava a poco a poco una sua impronta personale.

— « Folletto », che ne dite? — chiedeva Loredana qualche volta alla Teobaldi.

« Folletto » era il nomignolo che Loredana aveva scelto per Clarice in memoria del famoso galop di Sirmione.

— Dico che è magnifico! — rispondeva il grosso folletto, guardandosi intorno a gustar meglio l'intimità aristocratica del luogo, e a salutar con un sorriso certi oggetti, come quel legno policromo del 600, i quali significavan per lei qualche ricordo. — Dico, — seguitava, — che a Sirmione deve avermi spinta il mio angelo custode; e pensi, contessa, che vi sono andata a caso, senza voglia....

Ma Loredana interrompeva con un gesto la storia risaputa.

— Non tornerete daccapo? — domandava ridendo.

Dacchè viveva con la giovane signora, Clarice aveva sentito il dovere di renderle il titolo di contessa, che a Sirmione le aveva lesinato; i servi imitavano in questo la dama di compagnia, quantunque nessuno ignorasse da qual vincolo Loredana era legata al conte; e Filippo, non senza riconoscere la fastidiosa gravità del fatto, s'era guardato dal muovere osservazioni, che sarebbero state, del resto, assai difficili e spiacevoli.

Berto Candriani aveva raccontato alla contessina Fioresi ch'egli era fra i pochi i quali frequentavano la casa della bella amante, e aveva detto il vero; anzi era il solo che Filippo si conducesse qualche volta a pranzo.

Aveva cominciato quasi involontariamente, perchè Berto gli si era messo un giorno alle calcagna, essendosi fitto in capo di pranzare con Filippo, dovunque quel giorno e con chiunque Filippo avesse dovuto trovarsi; e quest'ultimo, o perchè di buon umore, o disperando di levarselo d'intorno, se l'era condotto seco e l'aveva presentato a Loredana e anche alla signora Clarice Teobaldi.

Loredana n'era rimasta sgomenta e sospettosa; ma passato il primo impaccio, Berto s'era mostrato così accorto, così savio, così elegante nelle maniere, pur essendo loquace e malizioso, che a poco a poco Loredana s'era rimessa dal sospetto e da quel sottile pudore che l'avevan dapprima turbata. Clarice dichiarò netto che dopo il conte Vagli, il conte Candriani era il gentiluomo più compito del mondo, forse perchè, invece di far complimenti usuali alla bella amante, egli aveva rivolto la sua galanteria scherzosa alla cantatrice, la quale n'era rimasta ammiratissima.

Berto non abusò del privilegio e non si recò mai da Loredana se non accompagnando Filippo. Egli pure aveva fiutato in aria che si trattava d'un legame serio, non indegno di qualche rispetto; parlava bene di Loredana a Filippo e di Filippo a Loredana, ma chiedeva a se stesso dove quei due sarebbero andati a parare.

Frattanto, perchè la contessa Lombardi e altre dame s'indugiavano in città, prolungando oltre il consueto la stagione dei bagni, Filippo aveva dovuto riprendere quella « vita per la platea » della quale era abituato a vivere. Si recava spesso a Lido, nelle capanne delle amiche.

Il Lido piaceva a lui, come a tutti i veneziani, per agonia di luce, di verde, di spazio, d'aria diffusa; anch'egli si contentava dei pochi viali fiancheggiati da villini brutti, e s'era avvezzo alle costruzioni terribilmente antipatiche di quegli alberghi nei quali si mangiava malissimo e dai quali si vedeva una sfilata di capanne tozze, una spiaggia arida, qualche disegno di giardino con gli alberetti ancor giovani, sarcasticamente dimentichi di protegger gli uomini dal sole. Anche a Filippo la terrazza dei bagni pareva una stupenda costruzione d'arte; la vita e i colori glieli prestavano le oziose belle e gli oziosi eleganti in abiti vivacissimi, cosicchè quella baracca era come un animale indecente coperto da parassiti variopinti che ne nascondevano la sgraziataggine.

Con le dame, con gli ufficiali di marina, coi gentiluomini che a quelle facevano codazzo e corona, Filippo si lasciò trascinare a gite frequenti; talora prendeva parte alle « sauteries », che nel linguaggio barbarico dell'aristocrazia dovevano significare balli modesti, fra amici.

Egli aveva il proprio pensiero rivolto a Loredana anche in quelle ore, ma la dimestichezza antica con le famiglie patrizie, la necessità di rispondere alle cortesie, la germinazione continua di visite da visite, di pranzi da pranzi, di gite da gite, la rete sottile e densa della vita mondana, che o si fugge interamente o interamente vi afferra, per lunghi giorni lo avevano costretto ad abbandonare l'appartamento segreto e caro delle Zattere, dove non si riduceva che a notte tarda, con la furia di ricomprarsi il tempo perduto e di compensarne l'amante.