Loredana, che di rimbrotti non era capace, sentì bruscamente d'odiare quelle donne, quegli uomini, quei ritrovi, quegli spassi; non solo perchè interrompevano la sua bella esistenza d'amore, ma più perchè la mettevano innanzi a una barriera.
C'eran dunque famiglie ch'ella « non poteva » conoscere, e donne che « non dovevano » salutarla? Si era data con ingenua lealtà, fidando, senza un calcolo, per impeto d'amore; e niente la salvava dalla riprovazione arcigna del mondo? Ella aveva contro di sè la piccola società borghese alla quale apparteneva, e la società aristocratica alla quale non poteva appartenere; l'una e l'altra s'accordavano in un sol punto, nel biasimarla.
La fanciulla evitò di metter piede a Lido, temendo che la sua mala sorte la facesse incontrar con Filippo e obbligasse l'uno e l'altra alla commedia di scambiare un saluto appena percettibile; ma se lo sguardo le cadeva sui giornali cittadini, vedeva il nome di Flopi nel resoconto delle feste accomunato con quello di Berto Candriani, del tenente Orseolo, del marchese di Spinea, e due righe sopra una sfilata di dame, dalla contessa Osvaldi alla duchessa di Torrecusa, dalla contessina Fioresi alla contessa Lombardi. Eran sempre le medesime, accompagnate dai medesimi aggettivi, disposte nel medesimo ordine; e venivan poi i nomi di signore esotiche, le quali almeno, sparivano e ricomparivano con maggior varietà.
Che cosa faceva Flopi, come poteva non annoiarsi tra quelle donne, ch'egli vedeva tutti i giorni, da anni?
Berto Candriani, una sera a pranzo, aveva detto sbadatamente, innanzi a Loredana, che non si può vincere la noia in società se non a patto di andarvi per corteggiare una donna, per trovar l'amore o per condurre un flirt. E aveva svelato i piccoli intrighi, che legavan questo a quella, sfilando una corona di allegri pettegolezzi ed esagerando molto.
Loredana aveva dato un valore d'assioma alle parole del Candriani, e aveva guardato Filippo impallidendo; ma Filippo, quella sera medesima sul tardi s'era recato a una delle solite « sauteries » spinto dalla curiosità di veder dappresso il famoso Milan Obrenovich, del quale si narrava in quei giorni la riconciliazione con la regina Natalia. La giovane s'era coricata subito, per piangere, e nel cupo silenzio della notte veneziana, a lungo aveva dovuto aspettare il ritorno di Flopi.
Distesa sul letto, i capelli raccolti in fascio dietro la nuca, guardava tra le lacrime la sua camera e gli oggetti intorno, che le eran tanto cari. Una lampada ardeva sul tavolino; il letto chiuso nei veli della zanzariera, che tenevan Loredana come in un'ampia rete, e i mobili di mogano lucido sui quali splendevano le serrature e le borchie d'argento, e le due finestre debolmente illuminate dalla fiammella del lampione ch'era innanzi alla casa, e le poltrone di stoffa a larghi fiori di velluto in rilievo, tutto era accarezzato come da un raggio lunare, per la lampada che aveva il globo intensamente azzurro.
Il valzer in casa Lombardi cantava intanto: « Abbandonatevi a queste gioie malinconiche, a quest'onda invisibile, e sognate tutti i vostri sogni, prima che l'alba vi risvegli.... »
III.
Di quel patriziato veneziano del quale le storie del 1848 non dicono nulla, quelle del '59 non dicono niente e quelle del '66 dicono poco, il conte Roberto Vagli era stato a' suoi tempi una fortunata eccezione.
Come ufficiale di cavalleria, aveva preso parte al combattimento di Montebello, che viene giudicato dai tecnici il primo scontro importante del 1859; e terribile, perchè secondo alcuni autori, metà della cavalleria piemontese — lancieri Aosta, lancieri Novara, cavalleggieri Monferrato — vi rimase distrutta, essendosi urtata con gli Ussari Haller sotto la fucilata implacabile dei battaglioni austriaci; e stupendo per l'impareggiabile pertinacia dei cavalieri italiani che si lanciarono più volte alla carica con una furia, la quale il fuoco e il piombo non poterono arrestare.
Fu il conte Vagli di poi alla battaglia di San Martino con quegli squadroni d'Aosta, di Saluzzo e d'Alessandria, che sciabolando ripetutamente il nemico, l'obbligarono a ripiegare verso Pozzolengo. Bella battaglia, ideata e svoltasi alla vecchia, con accanitaggine testarda, con episodii di rabbia incredibile; e l'eco ne giunse tosto a Venezia, dove nessuno osò per quella vampa di gloria e d'entusiasmo inanimire il popolo e dare al vento il vessillo italiano.
Il conte Roberto Vagli si sentiva certo meglio di suo nipote Flopi, gettando uno sguardo al passato, benchè la famiglia fosse stata sempre più incline a censurare le mende dei numerosi scapestrati onde s'ornava l'albero genealogico, che non a compensar le gesta dei pochi valorosi i quali avevan compiuto il loro obbligo. Si sentiva certo meglio, il conte Roberto, dei suoi coetanei, ch'egli non aveva incontrato nè tra i lancieri d'Aosta, nè tra gli ussari austriaci, nè tra nemici, nè tra commilitoni.
Egli fu candidamente felice di poter far parte di quel Comitato che nell'anno 1893, sotto la presidenza del cavalier Breda, aveva preparato l'inaugurazione della Torre di San Martino della Battaglia; e mentre la cognata andava snocciolandogli la litania dei vizii e degli stravizii di Flopi, e degli amori con la sbarazzina e della necessità di qualche grave minaccia, il conte Roberto, fattole comprendere d'averne abbastanza, riviveva le belle memorie, tutto chiuso in pensieri più alti e più gravi che non fosse l'avvenire del nipote.
Frugava tra carte vecchie, contemplava i vecchi ritratti degli ufficiali di cavalleria e di quelli dei bersaglieri, che avevano caninamente disputato il terreno agli austriaci, battendoli passo per passo, da una casipola a un cimitero, da un albero all'altro; e sentiva quasi sul volto un alito fresco, certamente nelle vene un sangue gagliardo scorrere, e voleva ridere di piacere per i giorni gloriosi, che nessuno poteva cancellare più.
Quel 15 ottobre 1893, in cui la Torre venne finalmente inaugurata alla presenza d'Umberto e di Margherita, tra una folla di settantamila persone onde furono allagati i bei viali di cipressi e la pianura, sotto un mirifico sole, il conte Roberto fu tutto preso da una tenera gioia e da un'ombra di malinconia, rivedendo parecchi dei vecchi combattenti e rammentando i molti scomparsi.
Filippo gli era al fianco; a lui quel tuffo in un'epoca vicina e pur così diversa da quella in cui viveva, diede subito una specie di sbalordimento. Lo stesso zio Roberto ch'egli si dipingeva sempre al pensiero come un brav'uomo bizzarro, gli apparve fermo, giovane, sereno. Ne aveva un poco riso la sera prima, senza malizia, con Loredana la viperetta; e il mattino, innanzi alla torre storica, vedendolo tutto lieto, il petto fregiato di belle medaglie conquistate tra lo sciabolare dei nemici furiosi e vinti, Filippo ebbe quasi un fremito d'invidia e di rispetto.
Quando il cavalier Breda lo chiamò e lo presentò al Re dall'occhio fulmineo, dicendo a Sua Maestà nel placido dialetto, a cui il commendatore non aveva voluto rinunziar neppure in quell'ora solenne:
— « La permeta che ghe fazza conossar sto bravo giovine.... »
Filippo, inchinandosi profondamente, si chiese perchè lo presentassero al Re e perchè egli fosse un bravo giovane; forse non per altro, se non perchè nipote del conte Roberto.
La folla bisbigliava facendo ala ai Sovrani per vedere la Regina, augusta bellezza nell'abito violetto, col cappello nero piumato sulla massa della chioma d'oro; e Filippo, rimasto a pochi passi dal Re, sentiva gli sguardi avidi fissare il gruppo dei generali, cercar fra questi il vecchio Cucchiari, e diffondersi il susurro, diventar grido e tumulto, perdersi lontano dove ondeggiava un mare di teste.
Più tardi, durante la visita all'Ossario, Filippo guardò i teschi degli ufficiali italiani e austriaci, raccolti e disposti nella scansia circolare.
Pel vialetto di cipressi che adduceva a quel funereo reliquario, la battaglia era stata atroce; i colpi di fucile avevano sloggiato i nemici a uno a uno, quasi in un duello di soldati contro soldati; qua e là l'iscrizione breve d'una pietra rozza fitta in terra indicava la zolla su cui un ufficiale italiano era caduto durante la rapida caccia; e la terra pareva diversa da quella di tutti gli altri campi, quasi il sangue onde s'era abbeverata l'avesse fatta più grigia e più triste.
Ma Filippo osservò attentamente i teschi raccolti nell'Ossario. Il conte Roberto, senza parlare, gliene segnò alcuni col dito, gl'indicò il cartellino col nome; dalle occhiaie e dalle suture sconnesse di alcuni pendeva per una cordicella il pezzo di piombo che aveva traversato il cranio o spaccato il cuore; e toccando quei frantumi di proiettili e di mitraglia, Filippo vide fuggire lungo i palchetti della scansia qualche scolopendra che aveva preso albergo nei teschi dei valorosi.
Egli guardò Roberto, che sorrise tranquillo.
— È un altr'uomo! — pensò Filippo. — La morte non gli desta alcun orrore; egli vede i teschi dei commilitoni come fossero ancora animati, e avessero occhi e carni. Poteva essere lui nell'Ossario; io non l'avrei conosciuto e non avrei compreso il suo sacrificio.
Roberto lo toccò nel gomito. I due Sovrani uscivano scambiando qualche parola con gli ufficiali ch'erano intorno; tutto il sèguito si muoveva.
Roberto disse:
— Ebbene, che pensi? Ti piace?
Filippo non potè trattenersi dal ridere sommessamente.
— Che verbo strano tu hai scelto! — egli rispose. — Se mi piace! Come fossimo a un ballo!
— A me piace molto, — disse lo zio con semplicità. — Ogni passo su questo terreno mi fa rivivere. Non è stata una grande battaglia, sai? E si sono commessi spropositi da cavallo; tuttavia è andata bene. A Montebello ci eravamo divertiti meglio; gli Ussari erano magnifici; bei soldati gli Ussari; ma qui abbiam picchiato più forte, più deciso. Tu avessi visto il cimitero! Un carnaio; si dovette conquistarlo a mitraglia e a fucilate come una fortezza. E la villa Tracagne, presa e ripresa sei volte? Ha nella fronte ancora diciotto palle da cannone....
Tacque un istante, gli occhi nel vuoto, sopra le teste della folla che egli non guardava e che guardava lui. Aggiunse, col sorriso pacifico:
— Ci siamo divertiti! Bah! Non potere tornar daccapo!...
Filippo voleva dire qualche cosa; voleva dirgli che lo amava assai in quel momento, che gli pareva nobile ed alto; ma si rattenne non trovando la parola discreta, e sorrise egli pure.
Il resto della cerimonia, la messa, il banchetto nel padiglione reale, non ebbero per Filippo alcun significato; la festa si vestiva ormai della sua veste ufficiale.
Davanti alla Torre, i due cannoni che la presidiavano con le bocche rivolte al viale, attrassero l'occhio di Filippo, che pensò i due vecchi arnesi della guerra già antica serrassero qualche cosa in sè dell'anima di Roberto; egli era della stessa tempra ingenua e salda.
Ma l'imagine che rimase nitidissima fra tutte nella mente di Filippo fu quella dei teschi, dei frantumi di mitraglia, delle scolopendre che correvano smarrite.
Rivide il vialetto dei cipressi già imbevuto di sangue, e si provò a sognar quell'episodio di furore, la corsa, il crepitìo delle fucilate; udì quasi l'ansimar dei soldati sotto la tempesta di ferro, e questo e quello vide cadere, squarciato il viso, rotto il fianco. Il conte Roberto eccolo alla testa d'un plotone di lancieri sbucare di repente tra quell'inferno, urlando e sciabolando coi suoi cavalieri indemoniati; e il sibilo della mitraglia raddoppiare: cavalli impennati, uomini precipitati di sella; e dietro, altri plotoni e altri, e lampeggiar di lame e di lance: cavalleggieri Saluzzo, lancieri Aosta, cavalleggieri Monferrato, tutti addosso al nemico che balena. Poi, d'un tratto l'uragano scoppia; la furia del cielo si mesce alla furia degli uomini, violentissima, e al fragor delle armi si unisce il guizzo dei fulmini e lo scroscio della bufera.
— Torni a Venezia? — domandò il conte Roberto.
Filippo sussultò in modo, che il vecchio si mise a ridere.
— A che pensavi? — disse.
L'altro si passò una mano sul viso come trasognato. Erano tutti in piedi, al finir del banchetto. Si fece un gran silenzio: i Sovrani si congedavano; e a Umberto piacque salutare affettuosamente il conte Roberto Vagli.
— Arrivederci, — gli disse, stringendogli la mano e fissandolo con gli occhi acuti. — Sono contento d'aver conosciuto ancora un valoroso....
Strinse la mano pure a Filippo, con un breve sorriso.
Sul volto di Roberto s'era diffusa una espressione di compiacimento quasi fanciullesco, alle parole di Umberto; e il vecchio restò a guardare il Re che s'allontanava con Margherita, stretti intorno dagli alti funzionarii.
Filippo gli domandò:
— Sei soddisfatto? Umberto è stato molto gentile con te.
— Molto, molto! — esclamò il vecchio con gioia. — Non potevo desiderare di più. È stato troppo buono, e mi ha confuso. Per quattro sciabolate!... In verità mi rammarico del poco che ho potuto fare!... Quattro sciabolate! Ma se torno daccapo....
S'interruppe e si mise a ridere.
— Oggi mi son fitto in testa di far la guerra, — disse poi. — Si vede che ho la febbre. Ma ti assicuro che farei meglio, farei pazzie!...
Drizzò la bella persona, quasi imaginando di rotear la sciabola contro un nemico invisibile; ed era in quella sua fantasia così fiero e deciso, che Filippo lo guardò ammirato.
Risonava il terreno per un galoppo sordo e continuo; la folla sterminata correva a veder la partenza dei Sovrani, a prender d'assalto i treni; e spinta innanzi dalla curiosità e dalla fretta, innalzava un convocìo incessante che a poco a poco diventava un urlo rauco, quasi il soffio di una procella vicina.
Più volte Roberto e Filippo vennero urtati; ma essi procedevano adagio e in silenzio, ciascuno abbandonato all'onda dei proprii pensieri, i quali eran tanto dissimili che si sarebbe detto i due uomini appartenessero a due mondi piuttosto che a due epoche diverse.
Roberto ebbe ancora qualche esclamazione:
— Buon Re! — disse, quasi parlando da solo. — Egli ha conosciuto la guerra e la battaglia; le sue parole mi son più care.
Rintronava il galoppo; passavano intere famiglie, seguite dalla domestica che recava sulle braccia i canestri vuoti della colazione, e tutti della famigliuola correvano, chiamandosi e incitandosi ad alta voce; qualche volta, rapido al par del fulmine, appariva e spariva un cane, abbaiando per cercare il padrone; di quando in quando passava una carrozzella, zeppa di gente così da far pensare che le molle stessero per cedere e il cavallo per rimanere stecchito; e di nuovo la folla sparsa, una tempesta di ombrellini aperti con colori strani, con le forme più varie, dal minuscolo all'enorme; e gruppi che procedevan lenti, a squadre, alternando l'inno di Garibaldi con l'inno di Mameli. I due uomini seguitavano a camminare adagio, in silenzio, urtati e stretti, col pensiero lontano.
IV.
Quando, la sera stessa, Loredana gli domandò qualche notizia di quella festa, Filippo fu insolitamente loquace.
Il salottino nel quale si trovavano era per tutta la parte superiore immerso nell'oscurità; dalla tavola di mezzo la lampada, coperta con un paralume rosso, proiettava la luce sul capo di Loredana, che stava un po' curva a ricamare; e Filippo, sdraiato in una poltrona nell'angolo, s'intravedeva appena. Egli era ancor tutto vibrante per le impressioni della giornata, e fu felice di parlarne; disse a Loredana di quella cerimonia straordinaria e si fece a descrivere i particolari che meglio avevano attratto il suo sguardo.
— Ah quei teschi, quei teschi! — esclamò. — Che eloquenza viene dalle cose! Io, vedi, non avevo mai capito, anzi dirò che non avevo mai apprezzato lo zio; ci voleva San Martino, ci voleva l'Ossario perchè comprendessi finalmente Roberto e imparassi ad amarlo. È un uomo semplice e buono, ed è un valoroso. Prima m'infischiavo di lui: oggi in verità, non vorrei dispiacergli per nulla al mondo.
Loredana tacque: il fervore inusato dell'uomo le giungeva nuovissimo, e non sapeva come spiegarne la causa.
— Ho sentito, — continuò Filippo, — quanto io sono miserabile al confronto di quei vecchi. C'era il generale Cucchiari, te l'ho detto? Guardandolo, ho pensato ch'egli ha visto cose e provato emozioni che io non potrò mai nemmeno sognare. Io sono un piccolo uomo impegolato in una piccola guerra di pettegolezzi; e tra me e quei vecchi c'è la stessa differenza che tra il pettegolezzo e un colpo di cannone.
— Quale piccola guerra di pettegolezzi? — domandò Loredana, senza alzare il capo dal suo lavoro.
— Ma sì, la solita musica! — disse Filippo. — Voglio dire, tutte le chiacchiere che si fanno intorno a me, e intorno a te, e le ire dei parenti, di mia madre, di mia sorella, di mio cognato e anche dello zio.
— Ma allo zio non vorresti spiacere! — osservò Loredana. — E se ti pregasse di lasciarmi, allora mi lasceresti subito?
Le parole furon dette con accento così teneramente dubbioso, che Filippo balzò in piedi ridendo, e corse a baciar la testa curva dell'amante.
— Sono uno sciocco! — esclamò. — Anche tu sei una sciocca, a farmi queste domande. Su, àlzati, su, viperetta!
Loredana si alzò lentamente, e senza comprendere depose il ricamo sulla tavola; ma Filippo l'afferrò pel busto e la trascinò ballando.
— Su, su! — diceva. — Dobbiamo ballare; non essere triste per queste sciocchezze....
La giovane, abbandonata fra le braccia del suo Flopi, cominciò a ridere, lasciandosi trasportare; ma a poco a poco, perchè egli insisteva, si mosse con giusto ritmo; e la signora Teobaldi, che entrava in quel punto con un mazzo di carte per il suo abituale solitario, restò a bocca aperta, vedendo i due amanti che ballavano un valzer in silenzio nella camera penombrosa.
— Quale spettacolo! — disse ammirata, disegnando nell'aria un gesto solenne. — Quale spettacolo d'amore perfetto!
Loredana diede in una risata; ma il cuore le martellava dalla gioia; una fanciullaggine di Filippo, un suo atto gentile, un pensiero di sollecitudine le snebbiavan dall'anima quelle ore di trepidanza che la vita mondana di lui le cagionava.
Non era più la vita dei salotti; l'autunno aveva ormai circoscritto i convegni, e la società elegante si ritrovava nelle sale dei grandi alberghi sulla Riva degli Schiavoni o lungo il Canalazzo. Ivi i ricchi stranieri che avevano amicizia con l'aristocrazia veneziana, davano pranzi e feste: e le riunioni eran tanto curiose e vivaci, quanto e meglio che quelle della società consueta.
Gli stranieri si dilettavano di recarsi dopo pranzo in gondola alle serenate, per udir le canzoni e per vedere i palloncini che si riflettevano dalle barche dei cantanti nell'acqua scura. Filippo, che a quei pranzi doveva spesso partecipare, si destreggiava sempre in maniera da evitare il supplizio delle canzoni, e tornava presto a Loredana per uscir con lei in gondola, lontano, nell'ombra del Canal della Giudecca, dove il silenzio era stupendo.
A una di quelle feste date da stranieri in un grande albergo, Filippo non fu poco sorpreso di trovare lo zio Roberto.
— Tu qui? — gli disse Filippo, con espressione di piacere.
— Ti dirò poi; usciremo insieme, — rispose il vecchio.
Alla festa erano intervenuti madame Lodge, una parigina bionda (bionda o tinta?) e una mistress Stewart col marito, il signor Stewart, il quale era un grande cacciatore di galli di montagna.
V'era la principessa Stephen, una viennese di trent'anni, che girava il mondo; suo marito girava il mondo dall'altra parte e non s'incontravano mai. La principessa parlava costantemente dell'anima e si faceva corteggiare di preferenza dagli ufficiali. Ella era tutta vestita di bianco, tre giri di grosse perle al collo, merletti bianchi sullo strascico; ma aveva le scarpette d'oro come mademoiselle de Toulouse.
Mademoiselle Lucienne de Toulouse, di passaggio a Venezia con la madre, abitava a Singapore, aveva diciotto anni, sapeva quattro lingue ed era molto insolente; non la si vedeva mai senza il portasigarette d'argento stellato di turchesi e una piccola borsa a maglie d'oro. Parlava di tutto, a grande velocità. Il conte Roberto stava ad udirla con una maraviglia così schietta, che Filippo scorgendolo non potè trattenersi dal ridere. Egli conosceva bene quei convegni di gente venuta da tutte le parti del globo, non legata che da vincoli di cortesia, pronta a ripartire domani per il Polo Nord o per l'Africa o per qualunque paese dove la noia fosse minore e la moda imperasse; di volta in volta ricomparivano vecchie conoscenze e si ingrossava la schiera delle nuove.
Il signor Stewart, ad esempio, passava a Venezia quindici giorni ogni anno, da trent'anni; e Filippo l'aveva sempre udito parlar della caccia al gallo di montagna; sopra gli altri argomenti il signor Stewart non nutriva alcuna opinione; onde Filippo aveva preso tanto in uggia il gallo di montagna, che avrebbe dato la caccia al cacciatore.
Ma in quelle riunioni di stranieri infierivan l'amoretto, il piccolo intrigo, ciò che le persone bennate chiamano flirt, e mademoiselle de Toulouse e la principessa Stephen avevano un flirt a ogni angolo della sala; e abitualmente a Vienna, a Biarritz, a Zermatt, al Cairo, ad Aix-les-Bains, ovunque le signore si recassero, il flirt si ripeteva con altri personaggi e con lo stesso effetto; Filippo, sapendo il giuoco, vi si prestava per cortesia, senza mettervi alcun impegno, come chi arrischia una partita per ingannare il tempo.
Egli fu molto gentile con la principessa Stephen, la quale desiderava, civettando con Filippo, d'indispettire il capitano Ketwort, che nel flirt non era sufficientemente destro e si appassionava in modo pericoloso; ma quando Filippo s'accorse che negli occhi del giovane capitano balenavano lampi d'odio, smise subito, fece un lieve cenno al conte Roberto e insieme con lui si congedò.
Era ormai la mezzanotte; i due uomini percorsero in silenzio la riva degli Schiavoni battuta dalla luna; l'isola di San Giorgio era così bianca sotto il raggio, che la chiesa e il campanile parevano di gesso. Dietro l'isola si effondevano densi cirri color d'argento.
Roberto si fermò d'un tratto e disse:
— Volevo chiederti una spiegazione.
Dal tono, Filippo sentì che si trattava d'un argomento inusitato, e aspettò.
— Volevo chiederti quante sono a Venezia le contesse Vagli.
— Non capisco, — disse Filippo, guardando stupito lo zio.
— Ecco; oggi ero in un negozio a comprarmi qualche cianfrusaglia, quando è entrata una ragazza, un cosino, un diavolino alto quattro spanne, che rivolgendosi al commesso ha detto: « Quella roba per la contessa Vagli non è ancor pronta? » Io ho guardato la ragazza, ma non la conoscevo. Il commesso ha risposto: « Sì, è pronta! » E volgendosi al facchino, e consegnandogli un involto, ha soggiunto: « Porta subito alla contessa Vagli, sulle Zattere! » Ora io ti domando di nuovo: quante sono a Venezia le contesse Vagli?...
Filippo non rispose: era annichilito. La descrizione del cosino, del diavolino alto quattro spanne, gli aveva fatto subito comprendere che si trattava della cameriera di Loredana, e le osservazioni di Roberto lo avevano colpito in pieno petto.
— Di contesse Vagli, io non ne conosco che una! — seguitò lo zio: — tua madre, mia cognata. Se ve n'è un'altra sulle Zattere, ti prego di presentarmi, perchè avrò piacere di vederla in faccia.
Filippo continuò a tacere; e come se il silenzio di lui lo inacerbisse, il conte Roberto riprese alzando la voce:
— Si tratta di quella solita birichina che ho visto a Sirmione. Io non ne ho più parlato perchè non volevo annoiare me e te. Ma ormai le cose prendono proporzioni fantastiche: non posso permettere, nessuno può permettere che usurpi un nome e un titolo, i quali non solo non le appartengono....
Filippo diede rapidamente un'occhiata intorno: sulla Riva i passanti erano radi e non parevano badare ai due uomini, che si fermavano di tratto in tratto.
— ....ma appartengono a tua madre, la quale è una dama, una vera dama, esempio d'ogni virtù! Che cosa sarebbe avvenuto se quel diavolino di quattro spanne si fosse trovato nel negozio con tua madre? Che cosa avrebbe pensato di te quella povera donna?
— Permettimi! — interruppe Filippo, tanto per interrompere. — Tu ti arrabbi troppo per la storditaggine d'una cameriera....
— Ah no, poi! — esclamò il conte Roberto, fermandosi. — Non verrai a dirmi che è un capriccio della cameriera: la cameriera non può inventarsi un titolo; se lo inventa, la si redarguisce; ma essa ne usa, invece, e ne abusa, perchè sa che quest'abitudine riesce gradita alla tua monella e fors'anco a te....
— Io? — disse Filippo, mentendo come un ragazzo. — Io non ne sapeva niente.
— Tu non ne sapevi niente, è inteso! — ripetè il conte Roberto con sarcasmo. — In casa, pei negozii, tra pettegole, per le vie, tutti la chiamano contessa Vagli, e tu non ne sai niente, tu vivi nelle nuvole, tu non hai orecchie per udire.... Questo è deplorevole, Flopi; bisogna saper udire e vedere, specialmente quando si ha a fare con donne, le quali, da ciò che ho appreso, non hanno scrupoli.... Qui si tratta d'una vera e propria usurpazione di titoli, non solo, ma anche di nomi. Certo, quella ragazza non è di nostra famiglia; certo, non è contessa.... Questa commedia, insomma, deve finire....
— Finirà, — disse Filippo seccamente, sperando che lo zio si arrendesse.
Ma Roberto, forse animato dalla brezza che soffiava piacevolmente e dall'ora calma che incitava a lunghi discorsi, volle continuare:
— Tutto potevo aspettarmi da te, all'infuori di questa mancanza che è quasi una mancanza contro l'onore....
— Zio, non dire spropositi! — rimbeccò Filippo.
— Dico quasi: quasi una mancanza contro l'onore, — insistette il conte Roberto. — Hai dato in balìa d'una ragazza un nome e un titolo illustri, che a noi devono essere sacri; hai permesso che i servi e le serve se ne gonfino la bocca e forse ridano alle vostre spalle, sapendo magnificamente che nome e titolo sono falsi, messi insieme per divertire la tua mantenuta....
— Ma che mantenuta! — esclamò Filippo, irritato. — È la mia amante!
— Amante e mantenuta sono sinonimi in certi casi, — dichiarò inappellabilmente Roberto. — La birichina non ha una posizione sociale che le permetta di vivere senza il tuo aiuto; e dunque tu la mantieni, e dunque è la tua mantenuta....
— La mantenuta è un altro tipo di donna, — osservò Filippo. — Fa dell'amore un reddito e un mestiere, allogandosi presso l'uno o presso l'altro; è un oggetto di piacere che si noleggia per un dato tempo. Il caso di Loredana è ben diverso....
— Loredana! — ripetè il conte Roberto. — Si chiama anche Loredana, nome patrizio e storico....
— Non pretenderai mica di toglierle il nome di battesimo? — osservò Filippo ironicamente.
— Ma è suo? È veramente suo? Non sarà posticcio come il titolo di contessa? — domandò Roberto con inquietudine.
Per tutta risposta, Filippo alzò le spalle.
— E si deve chiamar Loredana! — seguitò Roberto, quasi parlando tra di sè. — Una volta si era più guardinghi nella scelta dei nomi, e si rispettavano quelli che il patriziato rendeva famosi....
— Oggi non si rispetta più nulla, — osservò Filippo con lieve canzonatura.
— Tu giudichi queste cose con troppa leggerezza, — disse il conte Roberto. — Sei molto cambiato da qualche tempo, e non hai più le nostre idee....
— Quali idee?
— Le idee della nostra classe. Ogni classe sociale deve avere le sue idee e difenderle, — sentenziò il vecchio. — Ne ha il popolo, ne ha la borghesia, ne ha l'aristocrazia, e dal conflitto nasce la vita, sorge il progresso. Quando una classe rinunzia alle sue idee e non le difende o comincia a dubitarne, è perduta. Mi dispiace sempre vedere che i giovani moderni ridono d'ogni cosa; noi eravamo assurdi, forse, eravamo troppo rigidi, ma abbiamo difeso il tesoro d'idee lasciatoci dai vecchi, e abbiamo ritardato il trionfo dell'anarchia.
— Che c'entra tutto questo con Loredana? — chiese Filippo.
I due uomini passeggiavano in lungo e in largo per la Piazza deserta a quell'ora; la Basilica aveva alla sommità, tra gli archi, le cupole, le croci bizantine, ancora qualche pallido sprazzo d'oro; e dalle Procuratie prorompeva qua e là, in diversi toni di giallo sul grigio, la luce dei caffè aperti. Così spopolata, con le infinite finestre delle Procuratie, tutte chiuse, la Piazza sembrava immensa.
— Tua madre ha ragione, — dichiarò il conte Roberto, per tornare all'argomento. — Ella vorrebbe che tu sposassi quella piccola Giselda, la Fioresi....
— Ma se non mi piace! — esclamò Filippo.
— Non ti piace, non ti piace!... È impossibile che non ti piaccia; una ragazza come la Fioresi deve piacere a un uomo di buon gusto. Bella, educazione squisita, intelligenza pronta, nome, titolo, patrimonio sicuri, ecco la vera contessa Vagli di domani. Io ne sarei contentissimo, per te e per tua madre.... E sai che cosa vuol dire far contento lo zio?
Filippo non rispose; procedeva a capo basso, le mani dietro la schiena, guardando le liste bianche della pietra sul selciato. Era la prima volta che il conte Roberto faceva allusione all'eredità e al denaro, quantunque assai discretamente; Filippo stette silenzioso ad ascoltare.
— Lo zio ha molti quattrini inutili, — seguitava Roberto, in tono fra lo scherzoso e il grave; — molti quattrini inutili, bene impiegati, che dànno una rendita larga e certa. E se sarà contento, lascerà tutto a Flopi, a sua moglie, ai piccoli « flopini », e creperà tranquillo, da buon vecchione semplice e onesto. Ma se lo zio non sarà contento, parola d'onore, Flopi rimarrà senza un soldo: zero via zero!...
Filippo alzò il capo: non si aspettava una dichiarazione così esplicita, e se ne sentiva offeso e annoiato. Guardò in faccia Roberto e disse con accento reciso:
— Non ti ho mai chiesto nulla, zio: non ho mai domandato quali fossero le tue intenzioni, e mi dispiace che tu confonda una questione di sentimento con un affare d'eredità. Io devo disingannarti subito: non farò nulla, non farò nulla mai per allungar la mano sul tuo denaro.
— Ma no, — interruppe Roberto stupito. — Che cosa dici? Mi sono espresso male: non ti credo capace d'un calcolo. Volevo dirti che la Fioresi sarebbe una buona moglie per te, e che io vorrei sentirmi tranquillo circa il tuo avvenire....
— Lasciamo, lasciamo, — fece bruscamente Filippo. — Abbiamo già parlato troppo. Oggi è di moda la beneficenza, e tu puoi regalare i tuoi quattrini inutili a qualche istituto umanitario. Ma io mi terrò Loredana.... Anzi, per soprammercato potresti regalare all'istituto anche quella maledetta Fioresi perchè la sposassero a qualcuno, tanto da togliermela di tra i piedi....
Il conte Roberto crollò il capo, disapprovando quel tono impertinente; poi si fece forza, e disse con rammarico: — Non ci comprendiamo.
— Non ci comprendiamo, — ripetè Filippo.
I due uomini tacquero un istante, poi arrivati in fondo alla Piazza, all'angolo della Merceria dell'Orologio, si strinsero la mano e si lasciarono freddamente.
V.
Berto Candriani, che quella sera medesima si era recato al teatro Goldoni, per veder chi ci fosse e per far qualche visita nei palchi, non appena fu in platea ed ebbe girato intorno lo sguardo, si rallegrò seco stesso della sua buona idea.
— Com'è bella! — egli borbottò, senza badare a quelli che gli stavano addosso e lo urgevano da tutti i lati.
In un palchetto di primo ordine aveva subito scorto Loredana, alla quale era di fronte Clarice. La fanciulla stava attentissima alla scena ed alla musica del « Boccaccio », e la dama di compagnia si faceva fresco con un gran ventaglio, lenta e solenne. Berto gettò un'altra occhiata tutta in giro per abitudine.
Il teatro era stipato; nelle poltrone molte signore; molte dame nei palchi, le quali avevano abiti chiari; in platea non v'era modo di muoversi; nella penombra che avvolgeva il vaso, per dare maggior forza alla luce e ai colori chiassosi del palcoscenico, si vedevan tuttavia parecchi binocoli rivolti al palco di Loredana; uomini e donne la fissavano con curiosità e si scambiavano sottovoce qualche osservazione.
Berto non attese che l'atto finisse; uscì dalla platea, corse per le scale, aperse l'uscio del palco....
— Oh come mi fa piacere! — esclamò Loredana ingenuamente, al veder Berto che inoltrava, col cappello nella sinistra.
— Fa più piacere a me! — egli rispose ridendo e chinandosi a baciar la mano della giovane.
Clarice voleva lasciare il posto a Berto, ma questi la inchiodò con un'occhiata.
— Mi metto qui, — egli disse, — a fianco della signorina; si sta meglio. Non c'è Flopi?
— No, — rispose Loredana. — È al « Grand Hôtel », credo, a fare una visita. Tornerà tardi.
Uno zittìo improvviso le troncò la parola in bocca; gli spettatori della platea non volevano essere disturbati, e alcuni guardavano in su con espressione di sdegno. Loredana si mise a ridere sommessamente: poi sommessamente continuò a parlare.
— Ha fatto bene a venire a trovarci, — ella disse. — Se rimane fino alla fine, ci può riaccompagnare a casa: io ho la gondola.
— Ma io rimango fino all'alba! — dichiarò Berto, guardando Loredana.
Essa indossava un abito di panno bianco, con la sottana a pieghe verticali e la camicetta di trine; un gran cappello nero dalle lunghe piume posava sulla testolina, dandole un'espressione graziosamente spavalda. Berto si sforzò a imaginare sotto l'abito il bel corpo nitido e giovanile, il tesoro di voluttà che quella eleganza semplice e degna avvolgeva misteriosamente; e vicino a lei, con la spalla destra che sfiorava la sinistra della ragazza, aspirò il profumo che sorgeva dalla gonna e dal collo.
Forse qualche cosa avvertì Loredana dei pensieri che galoppavano per il cervello del suo visitatore, qualche lampo nello sguardo di lui, l'istinto che parla presto e sicuramente nell'anima della donna; essa non gli volse più gli occhi e si rabbuiò in viso.
— Lei ha un trionfo, questa sera! — mormorò Berto. — Veda quanti binocoli sono diretti qui!
— Non è vero? — disse Clarice. — L'ho osservato io pure; ma la contessa non vuol sentirselo dire.
— Hanno ragione, quegli stupidi, — continuò il giovane. — La signorina è deliziosa; non c'è una, in tutto il teatro, che possa starle a paragone. Flopi è ben fortunato!
Loredana lo guardò duramente.
— Lei è molto strambo, — disse. — Non mi ha mai fatto complimenti di questo genere....
— Ho avuto torto, e riguadagno il tempo perduto, — rispose Berto sorridendo.
— No, la prego: questi discorsi mi affliggono. E voi, Clarice, non dite altre sciocchezze!
La signora Teobaldi dimenò il ventaglio in tutta furia, dolentissima del rimbrotto, che la impacciava davanti al Candriani.
— Io vorrei sapere, — riprese questi, ostinatamente, — perchè l'affligga un'espressione di lode sincera. Io l'ammiro e glielo dico; lei è molto bella, stasera, e glielo dico; lei veste con molta eleganza, e glielo dico....
— Perchè? — interruppe Loredana, che aveva sentito una vampa infiammarle il viso. — Perchè tutti me lo dicono, ecco; per le calli, pei negozii, sui vaporetti, dovunque io vada, son le solite frasi: a Venezia, gli uomini non fanno altro, come non avessero mai visto una donna giovane che non sia un mostro. Io credeva che lei non fosse così. E poi, aspetti a dirmi che sono molto bella quando c'è Flopi. Perchè non me lo dice quando c'è Flopi?
— Già! — esclamò Berto. — Come se Flopi avesse bisogno di apprenderlo da me! E del resto, se aspetto che ci sia Flopi, devo aspettare un pezzo, perchè mi sembra che Flopi non ci sia mai....
Il giovane s'interruppe e si morse le labbra. Un velo d'angoscia era calato repentinamente sul viso della ragazza e le aveva dato un'espressione di tanto dolore, che Berto dovette confessarsi d'essere stato villano e maligno.
— Come canta bene quella nanerottola! — disse, accennando del capo alla prima donna, con la speranza di sviare il discorso.
Ma Loredana non rispose. Le parole di Berto l'avevano toccata profondamente: anche gli altri, dunque, notavano che Flopi sembrava trascurarla per vivere la sua maledetta vita mondana? E quelle donne, quegli uomini che glielo toglievano per godere essi la sua compagnia, quanto erano odiosi ed egoisti! Nei palchi tutt'intorno v'eran parecchie di quelle donne con le quali Filippo aveva dimestichezza, e Loredana le avrebbe avvelenate dello sguardo; esse invece la fissavano insolentemente col binocolo, susurrando poi qualche parola, e insistendo così che si sarebbe detto facessero a bella posta per irritarla.
Da quando Berto Candriani s'era mostrato nel palco, la curiosità era cresciuta; molte signore che conoscevano il Candriani, si ripromettevano d'interrogarlo con affettata indifferenza. Le più sapevano che quella ragazza era l'amante di qualcuno; altre, che avevano un migliore servizio di pettegolezzi, sapevano che era l'amante di Filippo Vagli; e i commenti non erano favorevoli: tutte dicevano che il cappello era troppo grande; e che Loredana aveva soltanto la bellezza dell'asino; la camicetta di trine di Burano era pretensiosa; pareva che scherzasse volentieri, la piccina, con quel maleducato Candriani; se Filippo fosse stato in un canto, non avrebbe avuto a felicitarsi nè dell'amico, nè dell'amica!
Nell'intermezzo, Berto si studiò di riparare alla sua sventataggine.
— Povero Flopi, — disse, — io credo che sia sulle spine, a quest'ora. Egli è costretto a una vita d'apparenza; ci siamo costretti tutti, e tutti ci annoiamo; nessuno ha il coraggio di vivere per conto proprio, liberamente. Il mondo non l'abbiamo creato noi!
— Conte, non faccia complimenti, — disse Loredana. — Lei vorrà render visita a qualche signora: può tornare a prenderci più tardi. Io mi trattengo fino alla fine, perchè Flopi rientrerà a notte.
— Lei vuol mandarmi via? — chiese Berto con simulata umiltà.
— No, no, rimanga, se non si annoia! — disse Loredana sorridendo.
— Rimango, sa? — dichiarò il giovane. — Prima di tutto, perchè non saprei allontanarmi....
— La prego! — interruppe Loredana.
— Ho già finito!... E poi perchè è bene si sappia da quelle signore che io ho buon gusto; a furia di far loro la corte, mi son rovinato la reputazione. Lei le conosce?
— Non tutte.
— Ma esse conoscono lei, lo giuro, — dichiarò Berto. — Non è la prima volta che si parla di lei in società.
— Lo credo bene, — esclamò Clarice. — La contessa non può passare inosservata!
— Una volta ho parlato io a lungo di lei e di Flopi con una signorina. La contessina..... Aspetti; non c'è; credevo fosse giù a « pepiano ».... Vede quella rossa laggiù, di fronte alla signora dai capelli tutti bianchi? Non è lei, ma le somiglia.
— Una signorina? — ripetè Loredana. — Che cosa poteva importarle di me?
— Oh molto! — esclamò Berto. — Credo sia innamorata di Flopi....
— Ah! — disse Loredana con voce spenta. — Egli non me ne ha mai parlato!
— Benone! — pensò Berto. — Ecco un'altra « brioche ». Questa sera sono fertile!
E ad alta voce soggiunse:
— È naturale ch'egli non gliene abbia mai parlato: credo non si sia mai accorto che la ragazza sospira per lui. Me ne sono accorto io, perchè io mi accorgo di tutto, e perchè la contessina m'interroga sempre intorno a Flopi. Del resto, sono sciocchezze, le solite scalmane delle fanciulle, che oggi hanno una simpatia per l'uno, domani per l'altro; niente di serio, effetto dell'ozio, nulla più....
Ma, quantunque seguitasse ancora su quel tono, Berto s'avvide che Loredana soffriva orribilmente; era diventata pallida e le sue mani s'erano chiuse per lo spasimo. Anche sul volto di Clarice, Berto ravvisò un'espressione di corruccio, che gli fece comprendere la gravità della sua indiscrezione.
— Non cerchi d'ingannarmi, conte, — disse Loredana con voce grave. — Mi dica tutto, con lealtà; ormai il peggio lo so, e le parole non servono.
— Sono una bestia! — dichiarò il giovane. — Lei deve credere a chi sa quali misteri, mentre tutto si riduce a quanto le ho già detto: una fanciulla ha qualche simpatia per Filippo....
— Come si chiama? — interrogò risolutamente Loredana.
— È la contessina Fioresi, Giselda Fioresi: magra, snella, coi capelli rossi....
— È da molto tempo innamorata di Flopi?
— Dio sa! Chi può dirlo? Ma non è innamorata: vorrebbe sposarsi, forse, come tutte le ragazze di questo mondo.
— Ora capisco, — dichiarò Loredana sottovoce, quasi parlando da sola. — I parenti di Flopi devono saperne qualche cosa, e vedrebbero volontieri questo matrimonio. Mi dica tutto, conte; non abbia paura.
— Ma io non ho altro da dirle, cara amica! — esclamò il giovane.
— Non vorrà darmi a credere che Filippo ignori ogni cosa. La Fioresi si sarà fatta comprendere, magari involontariamente! E che cosa vuole da me? Io non sapeva che lei amava Flopi, io credeva di potergli appartenere senza far male ad alcuno....
— E infatti, — disse il Candriani, — la Fioresi mi ha chiesto di lei per semplice curiosità, ma si è guardata dall'esprimere un giudizio.
— Lo spero: non ha diritto a giudicarmi, perchè il mio amore è diverso dal suo, e la contessina non potrà mai capire questo, — enunziò bruscamente Loredana.
In quel punto l'orchestra attaccò il secondo atto; la luce in teatro fu abbassata, e Berto respirò meglio, perchè la conversazione cessava.
Egli andava guardando la giovane, e rattristato dalla gaia musica dell'operetta, pensava a cose malinconiche. Veramente Loredana gli pareva sospesa sopra un abisso; misconosciuta da tutti, considerata già come una donna facile, invidiata secretamente da alcune, disprezzata apertamente da altre, desiderata dagli uomini, essa non poteva trovare salvezza che nella protezione e nella fedeltà di Filippo, delle quali Berto cominciava a dubitare. La sorte di Loredana gli sembrava ormai decisa; il giorno in cui Filippo se ne fosse sbarazzato, ella avrebbe dovuto gettarsi alla ventura, accogliendo le offerte degli ammiratori, che si vedevano già in quello stesso teatro, che eran sempre i medesimi e non avevano fama nè di molta costanza, nè di liberalità soverchia.
— A che pensa? — domandò Loredana, sorprendendo gli sguardi del giovane.
— Penso che le ho dato un dispiacere senza volerlo, come un imbecille! — rispose il Candriani irritato contro se stesso.
— No; è meglio che io sappia. Non dirò una parola a Filippo, — dichiarò la fanciulla.
Berto emise un sospiro di sollievo, che fece sorridere involontariamente Loredana. Assolto a quel modo dalla sua colpa, il giovane si sentì a suo agio, si abbandonò a guardare con altri occhi la bella amica, e tornò ad ammirarla intensamente. Non si poteva negarlo: era fatta per l'eleganza e pel piacere; vestiva con un gusto gentile che avrebbe ispirato invidia a più d'una dama; egli giudicava che Loredana non avesse che diciassette anni, tanto la sua giovinezza era candida e fresca; un magnifico fiore del quale si poteva andare superbi.
— A che pensa? — domandò nuovamente Loredana.
— Questa volta non glielo dico! — esclamò Berto.
La fanciulla scosse il capo, infastidita.
— Flopi sarebbe molto malcontento di lei! — disse ingenuamente.
Berto si mise a ridere, e Loredana non aggiunse parola, scandalizzata dal poco conto in cui il Candriani pareva tenere l'opinione di Filippo.
VI.
Ogni volta che Loredana doveva traversare la folla, si sentiva stringere il cuore. La folla era mutata da qualche tempo per lei; aveva compreso ch'ella non era più una signorina come tante altre, e la guardava con sorrisi sguaiati e con occhi insolenti. Gli uomini pensavano che poichè la fanciulla si dava a qualcuno, poteva darsi a tutti; era una femmina da prendere e da trattare senza scrupoli.
Questo concetto, che nessuno le aveva spiegato, ma che Loredana aveva sicuramente intuíto in coloro ch'ella conosceva e nei molti che non conosceva se non di vista, o non conosceva affatto, le aveva messo in cuore un grande spavento. Anche l'ammirazione onde si sentiva circondata, diversa da quella che si tributava ad altre donne, trovava espressioni petulanti, esclamazioni ciniche ed oltraggiose, che facevano fremere la giovane.
Quando lo spettacolo fu finito e Berto le ebbe avvolto intorno il lungo mantello di panno bianco, Loredana disse al suo cavaliere:
— Mi stia vicino, la prego; no, non mi dia braccio; mi stia al fianco.
E uscirono seguiti da Clarice.
Nei corridoi la folla procedeva adagio; l'apparizione di Loredana fu salutata da un mormorio, e qualcuno si destreggiò in modo da farlesi accosto e da squadrarla a un palmo di distanza, perchè s'era detto ch'era dipinta in volto. Un gruppo di uomini che le stava innanzi, s'aperse e le diede passo, per osservarla meglio; alcuni abbozzarono un sorriso, ma vedendo che il Candriani l'accompagnava, ripresero il loro contegno serio.
— Bella, non vi pare? — chiese una voce.
— Carne di lusso, — rispose un altro.
Berto si rivolse prontamente, ma non potè comprendere da chi venisse la frase villana. Tutti guardavano a terra, perchè eran giunti alle scale e studiavano dove mettere il piede. Le scale anche rigurgitavano di gente; si camminava assai lentamente, e Loredana s'irritava in silenzio, parendole di non poter mai uscire da quella stretta, liberarsi da quei contatti. Mentre cominciava a scendere, un'altra voce risuonò:
— È la mantenuta del conte Vagli.
Loredana a stento riuscì a trattenere un grido; la definizione le aveva traversato il cuore come una pugnalata; cercò Berto con gli occhi, ma questi l'aveva lasciata d'un balzo, era risalito, urtando i più vicini, s'era gettato tra gli uomini di cui aveva notato poco prima il contegno insolente. Essi parvero sorpresi della sua furia ed evitarono di guardarlo, facendogli largo con premura cortese; egli capì che sarebbe stato assurdo accusar l'uno o l'altro alla cieca, e chieder ragione di parole delle quali nessuno pareva conoscere la provenienza. Tornò indietro, raggiunse Loredana, le offerse il braccio e, attraversato rapidamente l'atrio, la condusse alla gondola. Era una gondola col felze, a due gondolieri.
La giovane vi entrò, si abbandonò sul cuscino di destra, e non appena si sentì libera e sicura in quella penombra, proruppe a piangere.
Berto che le sedeva a fianco, era desolato; le prese una mano e gliel'accarezzò cautamente.
— È la canaglia, — disse. — È la canaglia anonima, che non sa come sfogare la sua invidia. Non pianga, Loredana.
La signora Teobaldi non aveva parola per l'indignazione che le serrava la strozza; ella faceva grandi gesti, tenendo in mano il fazzoletto e il ventaglio, e alzando ora l'uno, ora l'altro in segno di protesta. Finalmente riuscì a esprimere il suo pensiero:
— Ma il sindaco, — dichiarò, — dovrebbe fare una legge, una severissima legge contro quelli che insultano le donne!
— Che c'entra il sindaco! — esclamò Berto, alzando le spalle.
— Il sindaco dovrebbe cacciare dalla città tutti i mascalzoni! — insistette la signora Teobaldi.
— Così Venezia resterebbe vuota! — disse il Candriani, che in quel momento non aveva voglia di distinguere.
— Povera piccina, povero tesoro bello, non pianga! — riprese Clarice, volgendosi a Loredana, la quale rimaneva nell'ombra, e liberata la mano dalle mani di Berto, andava singhiozzando col fazzoletto sulla bocca.
Fa un triste viaggio fino a casa. La gondola scivolava rapida nel silenzio, che la voce del gondoliere di poppa rompeva di tanto in tanto col grido d'avvertimento; s'udiva il tuffo dei remi e lo sgocciolìo dell'acqua.
Nessuno parlava più; il Candriani pensava che non v'era modo di consolare la giovane, perchè sarebbe stato ridicolo aprire una discussione sulle mantenute e metterle a confronto con lei; bisognava attendere ch'ella stessa, giudicando l'inanità dell'accusa, potesse disprezzarla; ma Berto doveva confessarsi che a tanto dolore non era sola causa l'ingiuria triviale e ch'egli forse, con la sua leggerezza, col suo racconto indiscreto, con le rivelazioni intorno alla Fioresi, aveva fatto il possibile per avvelenare a Loredana quell'ora di svago; e molestato da questo pensiero, si sentiva goffo e nervoso. La Teobaldi andava dicendosi che le cose da qualche tempo si guastavano e che Loredana, la sua Loredana, era troppo spesso malinconica; avrebbe dato il sangue per quel « tesoro di Dio », per renderle il bel sorriso e la pazza allegria dei giorni, pur così vicini e già così lontani, in cui erano andate ad abitare alle Zattere. Bisognava accomodare, bisognava trovar qualche cosa per renderla ancora felice, ma non sapeva che cosa, e si struggeva guardando quell'ombra nell'ombra, udendo quel singhiozzo sommesso; a poco a poco, anch'essa, Clarice, si sentì inumidir gli occhi e lasciò scorrere le lagrime, con un gran desiderio di stringere la fanciulla tra le braccia e di accarezzarne la bella faccia dolorosa.
L'episodio della contessina, le imprudenze del Candriani erano ormai dimenticati dalla giovane; ella si ripeteva mentalmente la parola « mantenuta » fin quasi a smarrirne il significato; non aveva fatto altro dacchè era salita in gondola, non ad altro aveva potuto pensare. Comprendeva d'un tratto il perchè dei sorrisi e degli sguardi procaci che la perseguitavano, del mormorio che l'accompagnava se compariva in pubblico: era giudicata, classificata, bollata; non poteva difendersi; non poteva gridar per le vie il suo amore, le sue illusioni, la sua fede; credevano che avesse patteggiato e si fosse venduta; era povera un giorno ed oggi aveva gondola, casa, dama di compagnia, tre persone di servizio, abiti eleganti, denaro, gioielli. Non aveva chiesto nulla, ma non importava; era l'amante d'un signore; carne di lusso, avevan detto, e poi mantenuta; non viveva nel lusso? non s'era accorta del mutamento? a che valevano le scuse?
In verità non s'era accorta di nulla, perchè il suo piacere era tutto nell'amar Filippo e nell'esserne amata, e l'avrebbe amato nel lusso o nella miseria, e agli agi della vita non aveva dato alcun peso. Ma questo non contava per gli altri. Gli altri? Chi erano gli altri? Erano uomini che la volevano e le serbavano rancore perchè non si dava; eran donne che la odiavano pel gusto di odiare, come odiano le donne. Essi avevano ragione perchè le apparenze eran contro di lei; s'era abbandonata totalmente a Filippo, il quale avrebbe potuto metterla su un trono o relegarla in un abbaino, senza ch'ella chiedesse perchè; la presenza di lui era il perchè d'ogni cosa, ed egli faceva ciò che doveva, e ciò ch'egli faceva era ben fatto. Ma a queste dedizioni intere e profonde, nessuno presta credito; e il mondo diceva « carne di lusso », « mantenuta »!
Con gli occhi sbarrati nella penombra, dimentica di quelli che le stavano vicino, la fanciulla si lasciava cullar dalla gondola, rivolgendo questi pensieri in mente, e torturandosi senza posa; allorchè la gondola si fermò, ella diede un sobbalzo e s'afferrò al braccio di Berto, come fosse repentinamente caduta da un'altura.
— Siamo a casa? — domandò.
— Siamo a casa, — ripetè Clarice; e col fazzoletto le asciugò gli occhi perchè i servi non vedessero, e poi le diede un bacio sulla fronte. — Tesoro caro!...
Mentre Clarice s'avviava, chinandosi per uscir dal felze, seguita da Loredana e da Berto, sulla fondamenta risuonò la voce allegra di Filippo.
— A quest'ora? — egli disse ridendo. — Siete state a teatro? E c'è anche Berto? Ma è un complotto, allora, una grossa bricconata!
Loredana uscì in fretta, si fece presso a Filippo, con un movimento rapido e timoroso, quasi cercasse protezione. Era felice di vederlo e di udirne la voce. Ella disse:
— Siamo state al Goldoni, abbiam trovato il conte, che ci ha ricondotte.
— Potenza dell'amore! — pensò Clarice. — È già consolata! ha la sua voce solita.
Berto si grattò la nuca ricciuta. L'incontro con Filippo imbrogliava le cose: bisognava raccontargli ciò ch'era avvenuto a teatro, o tacere?
— Io non racconto nulla! — egli decise tra di sè. — Ci penseranno le signore se vorranno!
— Sono stato al « Grand Hôtel », — disse Filippo, mentre tutti si fermavano presso la porta di casa. — C'era anche lo zio Roberto.... E ti sei divertita, Lori? Che cosa davano al Goldoni?
— Sì, mi sono divertita molto! — esclamò Loredana, presto. — Davano il « Boccaccio ».
— Non racconta nulla! — pensò il Candriani. — Le confidenze gliele farà quando saranno a letto....
Egli si scoperse il capo per prendere congedo, ma Filippo lo fermò:
— Non andartene; vieni su. Ti offro una coppa di sciampagna.
— Se paghi da bere.... — disse Berto ridendo ed entrando in casa egli pure.
— Sì, pago da bere! — rispose Filippo allegramente. — Dobbiamo bere. Come si dice? nunc est bibendum? Me n'è capitata una graziosissima.
— Ahi! — pensò Berto. — Una graziosissima, anche a lui!
Erano nell'anticamera; senza badare se Berto vedesse o no, senza curarsi di Piero, che stava in un angolo ad aspettare ordini, Loredana si gettò improvvisamente tra le braccia di Filippo e lo baciò sulla bocca.
— Gran Dio, quale passione! — esclamò Filippo stupito. — Scusami, Berto!
Il giovane aveva voltato la faccia contro uno specchio e faceva dei gesti comici, che potevano essere di protesta o d'assoluzione. La signora Clarice diede in una risata. Loredana, sorpresa ella stessa e tornata calma, arrossì fino ai capelli.
VII.
Quando furono nel salottino, mentre le signore s'erano ritirate un istante per togliersi i mantelli, Filippo disse a Berto Candriani:
— Mi son giuocato più di due milioni.
Berto fece un balzo sulla poltrona, nella quale aveva preso posto.
— Sei matto! — esclamò. — Da quando in qua ti sei messo a giuocare?
— Eh no! — disse Filippo ridendo e accendendo una sigaretta. — Non li ho giuocati a macao o a faraone; li ho giuocati a parole, con lo zio. Egli mi ha fatto comprendere, anzi mi ha detto chiaro e tondo che se non lascio Loredana e se non sposo Giselda, non vedrò un centesimo del suo patrimonio. Io gli ho risposto che se lo tenga, che faccia della beneficenza, che vada al diavolo. E così, l'affare è liquidato! Che te ne pare? Non è il caso di bere un goccio di sciampagna alla salute dei parenti?
Berto Candriani non rispose subito; pareva guardasse le vecchie stampe lascivette appese alla parete, raffiguranti il bagno di Diana cacciatrice, l'incontro con Atteone, Diana e le Ninfe.
— È un grosso pasticcio, — egli sentenziò infine. — Ma tu credi che le decisioni di tuo zio siano inappellabili?
— Senza dubbio, anche perchè mia madre soffia sul fuoco. Mia madre ha preso partito per la Fioresi, e tu sai quanto sia risoluta e tenace. Se Roberto volesse scendere a più miti consigli, dovrebbe lottare con mia madre, dalla quale gli è venuto certo il suggerimento di queste minacce. E figurati se lo zio vuol perdere tempo e fiato a discutere!...
In quell'istante comparve il domestico, il quale recava lo sciampagna, le coppe, il servizio col tè: dispose tutto sopra un tavolino e si ritirò silenziosamente.
— E vuoi raccontar questo alla signorina? — domandò Berto.
— Non ho ragioni per nasconderlo, — disse Filippo.
Berto gli fe' cenno di tacere: s'udiva nella camera prossima il fruscìo d'una gonna. Egli susurrò prestamente:
— Non dirle nulla! È troppo agitata stasera.
E si alzò per andare incontro a Loredana, che entrava sorridendo.
— Come siamo eleganti, eh? — disse il Candriani, guardandola così svelta e bianca.
Filippo fissò la giovane e le si avvicinò.
— È strano! — esclamò. — Ora che ti vedo bene, mi sembri molto pallida; si direbbe che tu abbia pianto....
Loredana s'appressò al tavolino e si dispose a preparare il tè, cercando di darsi un contegno e di sfuggire alle indagini di Filippo; ella era inquieta, come se l'amante avesse scoperto qualche gravo fallo.
— No, sai? — ella balbettò. — Non ho pianto....
— Che cosa è avvenuto? — domandò Filippo al Candriani. — Perchè non volete dirmelo?
Il Candriani era tornato a sedersi, ma presso il tavolino; aveva preso da un canestro alcuni biscotti che andava mangiando con pacata attenzione, e guardava le belle mani della giovane affaccendata intorno alla teiera e al bricco dell'acqua bollente.
— Glielo diciamo? — egli chiese ridendo a Loredana. — Bisogna dirglielo, altrimenti crederà che sono stato io a farla piangere.... Ecco, Flopi, ascolta....
Filippo sedette egli pure vicino a Berto, e sedette anche Loredana, dopo avere offerto ai due uomini la tazza di tè.
— È stato così: — disse il Candriani. — Mentre uscivamo dal teatro, un farabutto ha ingiuriato la signorina; non ho potuto scoprire chi fosse; tutti guardavano a terra e parevano sonnambuli. La signorina, quando fu in gondola, visto che il tragitto era lungo e noioso, occupò il tempo a piangere, e io che voleva farle la corte sono rimasto con un palmo di naso....
Loredana si mise a ridere.
— È tutto qui? — domandò Filippo incredulo.
— È tutto qui, — rispose Berto. — Vedi che ora ride; non potrebbe dimostrati meglio che si trattava d'una inezia.
Filippo scosse la testa; sapeva bene che vicina a lui, la giovane dimenticava ogni dolore, e la sua piccola risata squillante non gli provava nulla.
— Ma che cosa hanno detto? — egli incalzò.
La fanciulla gettò una rapida occhiata a Berto, il quale non si aspettava una domanda categorica.
— Chi se ne ricorda? — egli fece, impacciato. — Lei se ne ricorda, signorina?
Loredana tornò a ridere; ormai non le importava delle ingiurie, ed era tutta felice di sentirsi protetta dall'amante, nella sua casa elegante e quieta.
— Sì, me ne ricordo, — ella dichiarò, ancora sorridendo. — Mi hanno detto: carne di lusso....
— Oh, i mascalzoni! — esclamò Filippo, oscurandosi in volto.
— E poi, — soggiunse Loredana col suo placido sorriso, — e poi, mantenuta!
Filippo sussultò; nella stessa ora, la folla anonima e lo zio Roberto gettavano in faccia alla ragazza la stessa accusa, coprivano di fango il suo amore. Egli dissimulò il suo turbamento, e disse:
— Hai ragione, cara, di ridere; non si può che ridere di certe volgarità.... Ora ci verserai una coppa di sciampagna e berremo...., berremo a dispetto degli invidiosi.
— E ai due milioni! — si lasciò sfuggire Berto.
— E alla carne di lusso! — concluse Filippo ridendo.
Loredana s'era alzata a versare il vino dorato nelle coppe. Un po' inclinata verso i due uomini, con la bella testa adorna di pettini scintillanti, il bel corpo chiuso nell'abito bianco, ella era l'imagine della giovinezza forte e procace. Le tre coppe si urtarono lievemente, qualche goccia cadde sul tavolino.
— Perchè beviamo ai due milioni? — chiese Loredana d'un tratto, come ricordandosi. — Che cosa vuol dire?
— Nulla, nulla, vuol dire, — interruppe l'amante.
— Sì, vuol dire qualche cosa, — insistette Loredana. — Vedi: io ti ho raccontato tutto, e tu non mi racconti.... Quando ci siamo incontrati stasera, ci hai detto che avevi avuto un'avventura graziosissima. Non è forse vero, conte?
Il Candriani assentì con un moto del capo.
— Ti racconterò dopo, — promise Filippo. — Non si tratta di un'avventura. E del resto, non potrei avere un segreto?
— Certo, — osservò Loredana pensierosa. — Ma allora non si annuncia....
I due amici diedero in una risata.
Berto Candriani bevve ancora una coppa di sciampagna, parlò dei prossimi spettacoli della Fenice, e dopo pochi istanti si congedò.
Non appena egli ebbe varcata la soglia, Loredana gettò le braccia al collo di Filippo.
— Caro! — ella disse baciandolo. — Che cosa ti è avvenuto? Perchè vuoi tacere con la tua viperetta?
L'amante sorrise e le passò un braccio attorno alla vita.
— Non voglio tacere nulla, — egli dichiarò. — Berto m'aveva detto che tu eri agitata questa sera, e perciò non ti raccontavo l'incidente, che non ha alcuna importanza, del resto; poi egli stesso ha voluto fare il brindisi ai due milioni, quella testa matta!
— Sai perchè? Mi ha visto ridere e allora ha compreso che non ero agitata.
Dolcemente, stringendola al fianco, a piccoli passi, Filippo l'accompagnava nella camera di lei, e la baciava sui capelli. Così spesse volte egli si largiva il piacere di assistere mentre la fanciulla si spogliava e talora le prestava mano; in tal modo tra gli scherzi e i baci, la scena si prolungava e finiva sempre a una maniera.
Quando fu nella camera da letto, Filippo prese posto in una poltrona, e la giovane s'accinse a togliersi gli abiti.
— Ebbene, Flopi? — ella chiese.
— Ah ecco! — disse Filippo. — Sono stato al « Grand Hôtel » e ne sono uscito con lo zio Roberto, il quale ha colto l'occasione per farmi una delle solite prediche. Ci siamo accalorati; egli mi ha minacciato di diseredarmi, e io gli ho detto che me ne infischio; a quel che pare, i due milioni dello zio sono così sfumati, ma io preferisco loro la mia libertà piena e assoluta. Ecco tutto, Lori; vedi che non valeva nemmeno la pena di parlarne.
Loredana, rapidamente liberatasi della gonna, rimase attonita.
— Due milioni! — ripetè a un tratto.
— Poco più, poco meno, — disse Filippo. — Ma io non ho mai avuto bisogno del suo denaro, e tu lo sai.
La fanciulla gettò gli abiti sopra una sedia, e restò ritta innanzi all'armadio a specchio....
— Per colpa mia! — ella esclamò.
— Lori, te ne prego, — disse Filippo. — Mi dispiace quando tu parli così: non è per tua colpa, ma per colpa dei miei parenti. Non è una novità, questa: ti ricordi che io te l'avevo detto? I miei parenti non capiscono, e le discussioni non valgono a niente....
— Vogliono che tu mi lasci? — incalzò Loredana.
— S'intende! — rispose Filippo. — Lo zio Roberto, poveretto, non è che lo strumento di mia madre, la quale lo fa agire e parlare, ed egli agisce e parla, tanto per avere pace.